giovedì 17 maggio 2012

Poems: Amores, liber III vv.30-52


Avevo promesso Ovidio per questa puntata (sì, so cosa state probabilmente pensando, di Ovidio potrebbe non importarvi molto o non sapete nemmeno che avevo detto che mi sarebbe piaciuto parlarvi di lui - e di lui stranamente non abbiamo mai parlato- beh ora lo sapete! :D) e Ovidio, dicevamo, avrete. Il nostro bel poeta elegiaco rientra tra i miei favoriti, nonostante la depressione post-esilio (fu condannato alla relegazione a Tomi, ai confini dell'impero, per cause ignote, lui che era così ben abituato ai fasti di Roma, al gossip e alla movida) che ne accentuano drammaticamente la simpatia - e che suscitano anche un po' di pena. Celebre le sue Metamorfosi (le), da non confondere con La metaformosi di Apuleio, che racconta tutt'altra storia, Ovidio è stato amato e letto da vari illustri poeti, non per ultimo Petrarca che in una lettera cita il suo verso odero, si potero; si non, invitus amabo. Ed è infatti quello che volevo riportare, contenuto del libro III della raccolta di elegie Amores, in cui Ovidio ripropone l'odi et amo catulliano (il poeta veronese morì una decina d'anni prima di O.). Sono versi bellissimi e di intensa forza espressiva, che mi sorprendono ogni volta per il tormento che esprimono, per la grandezza dei sentimenti contrastanti: da una parte l'amore e il desiderio, dall'altra il dolore, la speranza, la ferma convinzione di un'anima indissolubilmente legata alla propria.



Luctantur pectusque leve in contraria tendunt
hac amor hac odium, sed, puto, vincit amor.
odero, si potero; si non, invitus amabo.
nec iuga taurus amat; quae tamen odit, habet.
nequitiam fugio -- fugientem forma reducit;
aversor morum crimina -- corpus amo.
sic ego nec sine te nec tecum vivere possum,
et videor voti nescius esse mei.
aut formosa fores minus, aut minus inproba, vellem;
non facit ad mores tam bona forma malos.
facta merent odium, facies exorat amorem --
me miserum, vitiis plus valet illa suis!
Parce, per o lecti socialia iura, per omnis
qui dant fallendos se tibi saepe deos,
perque tuam faciem, magni mihi numinis instar,
perque tuos oculos, qui rapuere meos!
quidquid eris, mea semper eris; tu selige tantum,
me quoque velle velis, anne coactus amem!
lintea dem potius ventisque ferentibus utar,
ut, quam, si nolim, cogar amare, velim.


Lottano tra loro e tirano il mio debole cuore in opposte direzioni
l’amore e l’odio ma (penso) vince l’amore.
Ti odierò se potro; altrimenti, ti amerò controvoglia:
anche il toro non ama il giogo che porta, eppure porta il giogo che che odia.
Fuggo dalla tua infedeltà, ma mi riporta indietro la tua bellezza;
detesto la tua condotta colpevole,ma amo il tuo corpo.
Così non riesco a vivere nè con te nè senza di te,
e mi sembra di non sapere che cosa voglio davvero.
  Vorrei che tu fossi meno bella o meno impudica: 
una bellezza così incantevole non si accorda con costumi corrotti. 
Le tue azioni meritano l'odio, il tuo bel viso induce all'amore: 
o me infelice, esso è più potente delle tue colpe!
Rispàrmiami, te ne prego, per i diritti del letto che ci unisce, 
in nome di tutti gli dèi, che spesso si lasciano ingannare da te, 
in nome della tua bellezza, che per me ha potere divino, 
in nome dei tuoi occhi, che hanno conquistato i miei!
Comunque ti comporterai, sarai sempre mia; tu scegli soltanto 
se vuoi che io ti ami perché anch'io lo desidero, oppure perché vi sono costretto!
Piuttosto alzerei le vele e mi affiderei al soffio dei venti 
e vorrei una donna che, s'io non volessi, mi costringesse ad amarla.
 [Fonte: aulamagna.it]



Chi è l'autore?
Ovidio nacque da antica e agiata famiglia equestre (in un'elegia dei "Tristia", è il poeta stesso a trasmetterci notizie sulla sua vita). A Roma, ove si recò col fratello (31 a.C.), studiò grammatica e retorica presso insigni maestri, come Arellio Fusco e Porcio Latrone. Destinato alla carriera forense e politica, Ovidio avvertì invece subito imperiosa l'inclinazione verso la poesia, al punto che tutto ciò che tentava di dire era già in versi ("et quod temptabam dicere versus erat"). Dopo il rituale viaggio di perfezionamento ad Atene a 18 anni, il nostro rientrò a Roma, ove esercitò solo qualche magistratura minore. Ad alimentare la sua vocazione poetica fu Valerio Messalla Corvino; ma Ovidio fu vicino pure a Mecenate, e conobbe i maggiori poeti dell'epoca, come Orazio, Properzio, Gallo (Virgilio lo intravide appena). Ebbe tre mogli: dopo due matrimoni sfortunati ( da cui ebbe però una figlia), sposò una giovane fanciulla della "gens Fabia", che amò teneramente sino alla fine. Il legame coniugale non gli impedì di essere il poeta galante, cantore di una Roma ormai dimentica delle guerre civili, vogliosa soltanto di vivere e di godere. Nell'8 d.C., quando ogni cosa sembrava sorridergli, il poeta fu colpito da un ordine di Augusto (revocato neanche dal successore Tiberio), che lo relegava a Tomi, l'attuale Costanza, sulle coste del Ponto (il Mar Nero). Si trattò, è vero, di una "relegatio" che, a differenza dell’ "exilium", non prevedeva la perdita dei diritti di cittadino e la confisca dei beni. E tuttavia, di fatto, Ovidio fu costretto a rimanere isolato in una terra selvaggia e inospitale, nella più cupa tristezza, sino alla morte. Ignoti restano i motivi del severo provvedimento di Augusto, anche se Ovidio. parla, enigmaticamente, di due colpe che l'avrebbero perduto: "carmen et error". Nel "carmen" deve essere allusione all’ "Ars amatoria", il suo trattato sull'amore libertino che, contemporaneamente alla condanna, venne ritirato dalle biblioteche pubbliche: trattato, evidentemente, in contrasto col coevo programma augusteo di restaurazione morale dei costumi (ma evidentemente l'accusa mascherava più vere ragioni personali). Riguardo l’ "error", l'ipotesi più verosimile è che Ovidio sia stato coinvolto - come testimone o addirittura complice - in uno scandalo di corte, che l'imperatore aveva tutto l'interesse a mantenere segreto: fatto è che, nello stesso anno, pure Giulia minore, nipote di Augusto, fu relegata nelle isole Tremiti, accusata di adulterio con un giovane patrizio.

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