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giovedì 19 aprile 2012

"Scrivo perché non sono brava negli sport". Recensione, intervista e giveaway de Il negativo dell'amore di Maria Paola Colombo


Cosa ti aspetta se sopravvivi alla notte in cui tua madre ha deciso di buttarsi nel fiume portandoti con sé? Cica ha paura dell'acqua, o meglio, ne ha un terrore mortale, che sia il mare o il filo d'acqua di un rubinetto. "Cica" è il soprannome che le hanno affibbiato gli altri bambini della colonia, a causa dei due segni curvi che porta sulla schiena, come cicatrici di ali strappate. Cresce in una piccola città del Nord Italia, per compagni un cane lupo e i libri prestati da una vicina di casa capace di tenere i segreti. E cosa ti attende se nasci con un cromosoma in più? Walker un nome ce l'avrebbe, ma a causa della sua passione per il ranger dei telefilm tutti lo chiamano così. Walker è nato in Puglia, primo di tre fratelli, in un giorno d'estate: per il suo compleanno la famiglia organizza sempre una grande festa in campagna. È nato coraggioso, corre in sella al cavallo Fulmine o accanto al nonno, sull'Apecar. Walker è nato con la trisomia del cromosoma 21: è un bambino down. Qualche anno dopo, Cica e Walker sono due adolescenti alla ricerca del proprio posto nel mondo. Non si conoscono, non sanno di avere lo stesso candore, la stessa audacia: due anime leggere e ostinate come steli di gramigna, a dispetto dei pronostici del mondo. Li attende una notte di ottobre, calda come d'estate: un incontro esplosivo e rivelatore, uno di quei rari momenti capaci di illuminare il buio di tutta una vita e di lasciare tra le mani una fiamma per disperderlo, almeno per poterlo guardare.

Voto

Con uno slancio emotivo che si ripercuote in tutto il romanzo, Il negativo dell’amore scandaglia l’infanzia e l’adolescenza di due “diversi” attraverso uno stile diretto e immediato, poetico e quotidiano allo stesso tempo, pulito e dettagliato.

Cica dell’acqua ha morte.
Bastano cinque parole per ritrarre un personaggio complesso dentro un romanzo -Il negativo dell’amore- che fa della caratterizzazione psicologica il suo punto di forza. Possiamo capire, per esempio, che Cica è una bambina e che il suo sentimento è talmente forte che dell’acqua non ha paura, ma “morte”.
Morte non è una parola scelta a caso. La piccola Cica ci è andata molto vicino, quella notte novarese in cui sua madre ha tentato di annegarla insieme a lei, che ha invece perso la vita. E quelle due cicatrici sulla schiena a forma di ali tarpate che la sfregiano, ricordo indelebile del trauma che si porta dentro, sono anche segno di un disagio che non si ferma alla semplice idrofobia. Il padre assente e freddo, la solitudine e il senso di colpa, l’ingenuità contro un mondo raccapricciante le costellano l’anima, martellandone i punti deboli.
Walker, al contrario, dal suo punto di vista non ha nulla che non vada: non è consapevole di ciò che gli altri pensano guardando i suoi occhi a mandorla, delle difficoltà che la madre immagina e vive per lui, affetto dalla sindrome di Down. Walker –soprannominato così per il suo idolo, Walker Texas Ranger- è innamorato di Costumino rosa, una bambina che incontra in spiaggia tutti i giorni, che attende pazientemente di vedere.
E’ in quell’ afosa estate pugliese che viene a contatto la prima volta con la discriminazione, il disagio della malattia, con cui dovrà combattere tutta la vita.

Il negativo dell’amore è un romanzo improntato su due vite straordinarie, nel senso letterale del termine: sia Cica che Walker sono due bambini/ragazzi fuori dall’ordinario, anche se in maniera diversa. Cica è quella che appare più forzatamente descritta, soprattutto nell’adolescenza. Il romanzo conquista infatti nella prima parte e coinvolge emotivamente nonostante alcuni episodi sembrino improbabili. Ma nella seconda, che subisce un cambio di scena, la Cica ragazza tradisce atteggiamenti e situazioni un po’ stereotipati, che si riflettono nell’esigenza dei modi da “maschiaccio”, nelle relazioni difficoltose con le compagne di classe opportuniste, nell’ostentazione, questa volta sì, del soprannome adolescenziale (il “Geco”, la “Ragazza lupo”).
La storia di Walker vive invece di realismo ed estrema naturalezza, inquadra paesaggi e momenti quotidiani del Sud, rapporti familiari ed episodi che non scivolano mai nella banalità. I personaggi si muovono e parlano con un’autenticità palpabile, racchiudendo una gamma di sentimenti umani apprezzabilmente verosimili.
Il finale, un po’ frettoloso, lancia un ponte tra i due personaggi che poteva anche essere omesso, poiché anche in questo caso rischia la forzatura.
La Colombo scrive in modo eccellente: cruda in certi punti, molto poetica e profonda in altri, impugna la penna e affila la lingua senza esitazioni, dando vita a quadretti meravigliosamente dipinti e rendendosi memorabile per quelle non rare perle stilistiche che offre.


Abbiamo avuto il piacere di ospitare sul blog Maria Paola Colombo, che ci ha gentilmente concesso un'intervista. Il suo libro, Il negativo dell'amore, è in regalo per un follower del blog che ci lascerà un commento per indicarci la sua disponibilità. 




Interview with...

Maria Paola Colombo





1. Buongiorno Maria Paola, grazie per aver accettato il mio invito su Dusty pages in Wonderland. Cominciamo con una domanda di rito: chi è Maria Paola Colombo e cosa fa nella vita?

Cominciamo dall’ultima parte del quesito. Lavoro in banca e mi occupo di risorse umane. Riempio il mio cassetto di sogni, che cerco di trasformare in progetti: il libro è uno di questi. Chi sono io, beh, credo che per dare una risposta esaustiva mi ci vorrà una vita intera.


2. Il negativo dell’amore è il suo primo romanzo, ma Maria Paola Colombo “nasce” come scrittrice di racconti. Quale dei due generi preferisce?

Sono nata come scrittrice di racconti perché la scrittura è un muscolo che richiede allenamento. Io ho un carattere impulsivo e impaziente: quando mi mettevo al tavolo della cucina a scrivere, anche dieci o undici ore di fila, volevo che la storia a cui stavo lavorando cominciasse e si chiudesse, tutto d’un fiato. Ovviamente non è possibile scrivere un romanzo così. I tempi sono più dilatati, spezzati anche solo dal bisogno di sonno e cibo. Quando sono arrivata in Mondadori con la mia raccolta di racconti, Giulia Ichino, la mia editor, mi ha subito lanciato la sfida: i racconti le piacevano, ma non avevo in cantiere un romanzo? Raccogliendo quella sfida, ho scoperto la bellezza di una scrittura che respira in profondità, si alimenta anche dei tempi in cui non scrivi, lievita mentre dormi e fai altro.  Per tutte le settimane necessarie alla stesura, io ho abitato dentro al romanzo: non era il romanzo ad essere dentro di me, ma, viceversa, io dentro i fili della sua trama che andava tessendosi.


3. I temi della discriminazione e della diversità sono certamente importanti e difficili da affrontare senza scadere nel buonismo e nella banalità. Da dove è venuta l’ispirazione per Il negativo dell’amore e perché ha deciso di affrontare queste tematiche?

L’idea originaria mi è venuta leggendo un articolo di cronaca in cui si raccontava di una donna gettatasi dentro ad un fiume con il figlio tra le braccia. Nessuno dei due era sopravvissuto. Mi sono trovata ad immaginare questo bambino nelle acque gelate. Cosa sarebbe successo se l’avessero estratto vivo? In che modo avrebbe potuto crescere e giocare la partita della propri vita? Il negativo dell’amore è un libro che esplora le possibilità della felicità, nonostante i limiti, siano essi cicatrici dell’anima (come nel personaggio di Cica), o disabilità congenite (come nel personaggio di Walker). Ma, infondo, specchiata nella diversità oggettiva dei due bambini protagonisti del romanzo, c’è la ricerca di ciascuno di noi: siamo tutti diversamente abili alla felicità. Ogni vita ha le proprie ferite, magari invisibili.  La normalità è una semplificazione.

4. Come leggiamo dal titolo, il suo libro parla di amore, positivo o negativo che sia – anche se forse ci soffermiamo sempre a valutare più gli aspetti gioiosi di questo sentimento. Qual è, invece, secondo lei il negativo dell’amore?

L’idea contenuta nel titolo è quella del negativo fotografico: una pellicola scura, che già contiene in potenza tutti i colori della fotografia che sarà.  Un’idea quindi di possibilità luminosa.  Io penso che l’unico aspetto negativo – nel senso più comune del termine – che possa riguardare l’amore è la sua assenza.


5. Cica, orfana di una madre che ha cercato di annegarla, e Walker, bambino affetto dalla sindrome di Down, devono fare quotidianamente i conti con le loro problematiche. Eppure Walker, apparentemente il più fragile dei due, è un ragazzo che sa “rimanere in sella” (per sfruttare una delle immagini significative del romanzo), ben caratterizzato e più forte di quanto ci si potrebbe aspettare. Ha qualche esperienza con i ragazzi down? Qual è la difficoltà di dare voce ad un personaggio così complesso?

Ho conosciuto alcuni ragazzi down. Ed ho capito da subito che non sono possibili generalizzazioni. Questo ha reso molto fluido il lavoro sul mio personaggio: non ho mai avuto la pretesa di rappresentare una “collettività”. Walker è Walker.  Come Maria Paola è Maria Paola.


6. Il negativo dell’amore è un romanzo che potremmo definire “aperto all’alterità”. Chi è l’altro, per lei?

L’altro è un viaggio. E non si può viaggiare e tornare senza che qualcosa, dentro di noi, sia cambiato.


7. Cica e Walker, Nord e Sud. Sappiamo che ha girato in lungo e in largo l’Italia: ci racconta un pregio di entrambi?

Un pregio del Nord è la gente del Nord. Un pregio del Sud è la gente del Sud.


8. Quali sono stati i romanzi che hanno influenzato la sua adolescenza e gli autori che ammira di più?

Mi è impossibile elencare tutti i romanzi che hanno influenzato la mia adolescenza: ero, e sono rimasta, una lettrice onnivora e voracissima. In questo momento sto amando molto Roth, Piperno e Murakami. E poi un piccolo libro bellissimo: “Venivamo tutte per mare” di Julie Otsuka.

9. A bruciapelo: perché scrive?

Perché non sono brava negli sport.


La ringrazio per essere stata con noi e le faccio i migliori auguri J





MARIA PAOLA COLOMBO (1979) ha nelle vene sangue veneto, siciliano e brianzolo. Dopo aver svolto i mestieri più disparati, nel 2000 viene assunta in un noto istituto di credito. Nel tempo libero, studia un nuovo modello di comunicazione e lo porta come oggetto di tesi. Ci si laurea. Lo applica al proprio lavoro, aggiungendo una buona dose di umorismo: si ritrova direttore di banca. Oggi si occupa di risorse umane per quella stessa banca, ma ha nel cassetto una serie di progetti di scrittura creativa per le carceri e i riformatori, nella convinzione che la liberazione narrativa sia la chiave di un’immensa felicità. Il negativo dell’amore è il suo primo romanzo.

venerdì 16 marzo 2012

Recensione: L'armadio dei vesiti dimenticati di Riika Pulkkinen

Ecco la recensione di un libro che mi è piaciuto tantissimo e che è vivamente consigliato nel caso vogliate acquistarlo: L'armadio dei vestiti dimenticati di Riika Pulkkinen!

La stanza è invasa dalla polvere e dalla luce. Sono passati anni, ma a casa della nonna Elsa non è cambiato nulla: la bambola, il cavallo a dondolo e poi il vecchio armadio. Ad Anna, sua nipote, basta aprirlo per tornare di colpo bambina, quando insieme alla nonna giocava a vestirsi da grande. Gli abiti ci sono ancora tutti e Anna li riconosce: stoffe che sanno di festa, di ricordi e di risate. Eppure c'è un vestito che la giovane non ricorda: ha la gonna ampia e un nastro alto in vita. Uno stile molto diverso da quello della nonna. Anna lo prova. Basta quel semplice gesto perché il suo mondo cambi per sempre. Quando sua nonna la vede con quell'abito, bella come non mai, capisce che è giunto il momento sfuggito tanto a lungo. Ora che le rimangono pochi giorni di vita, non può più mentire. Lo deve a sé stessa ma anche a sua nipote, deve dirle la verità. Deve confessare a chi appartiene quell'abito, deve pronunciare quel nome taciuto da anni, Eeva. Un nome che Anna non conosce. Il nome di una donna dimenticata nel silenzio, di cui non esistono nemmeno fotografie. Un nome che affonda le radici in un segreto forse incomprensibile. Spetta ad Anna capirlo. Ma per farlo deve tornare indietro a un tempo antico, a una storia di perdono, di tradimento e di bugie. Ma soprattutto alla storia di un amore unico come quello che lega indissolubilmente una madre e una figlia, nel bene e nel male. Un amore in cui tutto, a volte, può essere perdonato. Un romanzo potente, il nuovo fenomeno editoriale dell'anno. Uscito in sordina in Finlandia, ha rapidamente scalato tutte le classifiche, dove è rimasto per molti mesi, consacrando Riikka Pulkkinen come la nuova regina del romanzo nordico e scatenando gli editori di tutto il mondo per l'acquisizione dei diritti. In uscita contemporanea in tutto il globo, sullo sfondo della capricciosa luce del Nord racconta una storia di perdono e amore, di memoria e di colpa, di menzogna e redenzione.



Voto: 

Tutto comincia da lì, da quel vestito estratto dall’armadio. Ma è un principio apparente: in realtà la storia risale a molti anni prima, ed è una storia torbida, confusa e persa tra le piaghe del tempo. Una storia che torna, nonostante si pensasse sepolta.
Funziona sempre così.
Si crede che certi episodi –certe persone- siano stati solo un sogno. Sfiorano di tanto in tanto la memoria, lasciando un’ombra fastidiosa, accennata. Ma basta poco per riesumarle. In questo caso, basta solo un vestito.

L’armadio dei vestiti dimenticati è un racconto corale, un intrecciato, affascinante gioco di voci, vite e piani temporali. Le sue protagoniste sono diverse e profonde, il riflesso l’una dell’altra. Portano con sé le sfaccettature e le movenze camaleontiche di donne forti e fragili allo stesso tempo, universi opposti che si scontrano in un punto in comune. Un uomo, ovviamente.
Il romanzo inizia in prossimità della fine: la settantenne Elsa, psicologa stimata, moglie e madre amata, si è ammalata di tumore e sta per morire. Sua figlia, Eleonoora, è un medico pragmatico e freddo. Sua nipote, Anna, è confusa e instabile quanto la sorella, Maria, è tranquilla e con i piedi per terra.
Il marito, Martti, è un uomo tenero e a lei complementare. Il loro matrimonio sembra felice, soprattutto in questi ultimi giorni in cui la vita di Elsa è appesa ad un filo che sta per essere spezzato. In realtà, ad un quadro che comprende pochi determinati attori, si aggiunge dopo pochi capitoli un elemento disturbante: Elsa non è stata l’unica donna di Martti. Eeva, una ragazza proveniente dalla campagna assunta come bambinaia quando Eleonoora aveva due anni e mezzo, è stata per la bambina la madre che mancava quando Elsa inseguiva la carriera con i viaggi all’estero, e per Martti un amore passionale sbocciato in tutte le sue sfumature, dall’atroce gelosia al possesso fisico. Eeva non è più da molto tempo nella vita dei coniugi. Ma adesso che Elsa sta per morire, la sua storia viene raccontata ad Anna. Ed Eeva rivive, in tutta la sua distruttiva e indimenticabile presenza.

Attraverso Anna, che indossa il suo vestito, Eeva prende infatti corpo, prende voce e azione. Ci ritroviamo nel 1964 ed Eeva ci parla in prima persona. Le sue emozioni e i suoi pensieri sono cristallini. I piani temporali si frappongono continuamente, febbrilmente, alternando il passato (raccontato al tempo indicativo presente) e il presente (raccontato al passato remoto). Non è un caso  che sia Anna a riportare in vita il ricordo di Eeva. Le storie delle due ragazze si intrecciano, combaciano, ed Eeva ed Anna si confondono. Magistrale il capitolo in cui i nomi dei personaggi si confondono, prendono prima i nomi del passato e poi quelli del presente. Anna ripercorre la storia di Eeva sulla propria pelle, dipanando poco a poco il mistero sul proprio assordante dolore che, negli ultimi anni, ha gettato un’ombra sulla sua vita. Un ombra che, quando si è infranta, l’ha vista distesa inerme sul pavimento per undici giorni. E’ in queste condizioni che la madre Eleonoora l’ha ritrovata, inconsapevole del dramma che stava vivendo la figlia.
E i rapporti filiali sono infatti un tema forte del romanzo, che abbraccia varie sfumature dell’amore e ripercorre abilmente i climi sovvertivi europei del ’68, in evidente contrasto con il paesino rurale natale di Eeva, Kumho. In Kerttu, con cui Eeva divide l’appartamento, ritroviamo l’ansia di rivoluzione, di libertà, di eccesso e ricerca di se stessi tipici della giovane età e in particolare di quel periodo. Eeva li condivide, ma nella sua vita c’è soprattutto l’amore. Quello con Martti, quello per Elsa che sa di ingannare e per cui ogni tanto si sente in colpa. Quello per la piccola Eleoonora, il cui distacco sarà doloroso e indispensabile.
Eleonoora è d’altronde un altro punto cardine della storia. Il contrasto tra l’adulta e la bambina stride e preme sugli egoismi “abusati” su di lei e che si ripercuoteranno nel futuro. Anche in questo caso la Pulkkinen ci riserva grandi spunti di approfondimento psicologico, gesti significativi che dicono più di mille parole.
La storia insegue quindi la dolorosa fine di Elsa raccontando la vita di Eeva, catartica per Anna e per  il suo percorso di uscita dal dolore. La sua vita speculare si reinventa nel finale, positivo e carico di speranze.

Lo stile di Riika Pulkkinen è ricco, descrittivo, prezioso. Le sue parole, così come i gesti e le abitudini dei personaggi, si ripetono imprimendosi nella memoria del lettore. E’ in questo modo che diventano parte di noi, un mosaico che luccica in alcuni punti e resta oscuro in altri.

venerdì 9 marzo 2012

Recensione e giveaway: "Il giardino di Alice"

La recensione de Il giardino di Alice di Laura Harrington e il giveaway per un fortunato lettore =).
Ricordo che è presente, nel form da compilare, una domanda di cui troverete risposta nella recensione, e che il vincitore non sarà avvisato personalmente - motivo per cui non richiedo la mail.


Per molti versi Alice Bliss è una quindicenne come tante altre: tipica adolescente, ha un rapporto turbolento con la madre ed è abbastanza indifferente ai problemi della sorella minore. C'è una sola persona con cui si senta davvero a proprio agio, ed è il padre, Matt, con cui riesce a parlare di tutto. Ha passato la vita a seguirlo ovunque, da lui ha imparato a curare il giardino, a costruire le cose e ad aggiustare i tetti. Lui le ha insegnato anche a essere attenta e gentile, e a non aver paura di dare il meglio di sé in ogni occasione. Alice lo adora, e ha sempre fatto di tutto per renderlo orgoglioso. Quando all'improvviso Matt viene richiamato in Iraq, il mondo le crolla addosso. Anche la sua famiglia è distrutta: era lui che li teneva uniti e nessuno sa più che cosa fare. Alice si sforza disperatamente di aiutare in casa, di sostenere la madre e di consolare la sorellina, ma troppo forte è la rabbia, troppo grande il vuoto della lontananza. Intanto, mentre Matt è via, Alice cresce, smette di essere un maschiaccio per diventare una bellissima ragazza, impara a guidare, compie i primi passi nel territorio inesplorato dell'amore. E vorrebbe raccontare al padre ogni nuova esperienza, ma le lettere sono sempre più rare e le telefonate sempre più brevi. È allora che il coraggio che lui le ha insegnato torna a sostenerla, per affrontare - forse sola - il futuro che l'aspetta. Il giardino di Alice è un romanzo struggente sull'amore e sui rapporti famigliari, e Alice un'indimenticabile protagonista.


Voto

Alice è una comune ragazza di quindici anni, affezionata al padre Matt e ai valori che le ha insegnato. Come lui, ha una passione per la cura dell’orto, di cui condivide i riti: la semina, il raccolto, la crescita delle piante.
Alice è una bambina, ed ha un migliore amico, Henry, che è bimbo quanto lei. Alice ha anche una mamma con cui si scontra spesso, una sorellina di otto anni che vuole fare la neologista, una nonna e uno zio molto speciali.
La quotidianità della sua vita viene brutalmente interrotta dalla partenza del padre per l’Iraq, a cui seguiranno giorni di angoscia e di speranza, giorni in cui dovrà imparare a sopravvivere senza di lui, a crescere e diventare grande. I primi amori, la passione per la corsa, le giornate scandite dall’attesa delle telefonate –sempre più rade- di Matt: la vita di Alice sta cambiando e non tornerà più come prima. Tra l’infanzia e l’adolescenza, Alice cerca di aggrapparsi ad una vita che le sta sfuggendo dalle mani, ai ricordi del padre, ai suoi oggetti, ai suoi indumenti. Il lento declino verso il precipizio della desolazione e del dolore toccherà l’apice in seguito alla notizia più dura e sconvolgente: Alice deve trovare dentro di sé la forza di andare avanti, di crescere e diventare donna, anche se un po’ troppo velocemente.
Laura Harrington scrive in modo delizioso: il tempo presente non nuoce alla narrazione, gli dà immediatezza, avvicina il lettore ad Alice, ai suoi sentimenti, a ciò che sta provando e vivendo. La sua protagonista è una ragazza/bambina reale, insicura, in preda alle proprie emozioni, alle confusioni adolescenziali, al bisogno assordante del padre.
I giorni si susseguono lentamente, segnalati dalla data ad inizio paragrafo. I dialoghi sono immediati, quasi da copione: i botta e risposta, non intervallati dalla specificazione su chi sta parlando, non creano confusione, ma danno viva voce ai personaggi.
Personaggi variopinti, anche se in certi casi accennati: manca una vera penetrazione dei loro sentimenti, forse dati per scontati dall’autrice. Lo stravagante zio Eddie di cui vorremmo sapere di più, per esempio. Tuttavia la Harrington delinea con tocchi significativi lo stato d’animo anche di coloro di cui si occupa di meno: la piccola Ellie, miniatura della madre, che fa la pipì a letto da quando il padre è partito. Ma è soprattutto nella descrizione de primi impulsi amorosi, abilmente delineati in Henry, che l’autrice dà il meglio, così come (anche se in misura un po’ minore) nei contrasti tra madre e figlia. L’incompatibilità di Alice ed Angie sembra insormontabile: la seconda non riesce a capire la prima, ad immedesimarsi nelle gioie legate al giardino, ad entrare in sintonia con la figlia.
Il personaggio invisibile, Matt Bliss, emerge dai flashback di Alice: il ritratto di un padre attento e premuroso, di un marito dolce e innamorato, di un uomo buono ed onesto, di un lavoratore bravo e infaticabile. La moglie, Angie, tutto il contrario di lui, ama i bei vestiti ed è una donna pragmatica.

Sono sicura che Il giardino di Alice vi piacerà: commovente, ben scritto, adatto a toccare particolari corde del cuore.

Però c’è un però.

Il motivo per il quale ne sono sicura è esattamente quello per cui tutta l’intera lettura mi ha lasciato perplessa. Non a caso ho utilizzato le parole “adatto a toccare particolari corde del cuore”: Il giardino di Alice sembra essere stato scritto solo per questo. Fatto apposta, modellato e confezionato per farvi aprire i rubinetti dei condotti lacrimali: un padre di famiglia esemplare che va in guerra e la sua affezionatissima figlia che cerca di sopravvivere senza di lui forniscono gli ingredienti giusti –le lettere strappalacrime che Matt manda alla famiglia, i buoni insegnamenti che Alice ricorda…- per penetrare senza ostacoli nel cuore del lettore, mettere radici e poi straziarlo un colpo alla volta. Facile no? Troppo facile, mi sa. Neanche la rabbia giustificata verso il padre che le ha abbandonate per andare in guerra trova adeguato spazio, quasi fosse un elemento disturbante per la concezione pulita che dobbiamo avere del personaggio. E anche se la Harrington scrive bene, anche se la sua è sicuramente una storia che potrebbe essere vera –perché situazioni e dolori sono autentici-, questa sensazione di voler toccare senza sforzo i lettori non mi ha abbandonato, quasi ci fosse dietro una sorta di buonismo.
Per questo il libro non va per me oltre le tre stelline, pur restando certa che vi godrete la lettura con tutte le meritate lacrime che a me la Harrington non è riuscita a strappare.








In che modo vincere questo romanzo?


commentando questo post;

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Il vincitore de Il giardino di Alice sarà estratto Venerdì 23 marzo!
Il vincitore ha tre giorni di tempo per contattarmi, dopo tale scadenza il libro passerà al secondo classificato







domenica 26 febbraio 2012

Recensione: Green di Kerstin Gier


Eccovi finalmente la recensione di un libro che ho atteso moltissimo: Green di Kerstin Gier è stata una lettura piacevole, ma da cui mi sarei aspettata qualcosa di più. 




Che si fa quando si ha il cuore spezzato? Si telefona alla migliore amica, si mangia cioccolato e ci si macera nel proprio dolore. Solo che Gwendolyn, viaggiatrice nel tempo suo malgrado, dovrebbe conservare tutte le sue energie per altre cose: sopravvivere, per esempio. Perché la trappola che il temibile conte di Saint Germain ha costruito nel passato è pronta a scattare nel presente. E per riuscire a trovare la soluzione dell'oscuro segreto, Gwen e Gideon, fra un litigio e l'altro, dovranno buttarsi a capofitto nei secoli passati cercando di schivare pericoli mortali.










Recensione


Voto:            


Il volume conclusivo della Trilogia delle gemme non poteva non chiamarsi Green, non avere una copertina bellissima ed evocativa e non richiedere qualche pagina in più degli altri due volumi. Anche questa  volta i requisiti da “episodio conclusivo” sono stati esauditi: approcciarsi ad esso non è semplice, sia per chi lo scrive che per chi lo legge. Ed è ovvio che le aspettative siano alte, da entrambe le parti.
Green non si smentisce, nel senso che non è né più né meno dei volumi precedenti: ironia, humor, romanticismo, mistero, salti nel tempo e una storia che si divora pagina dopo pagina.
La forza della Gier sta appunto in questo mix di caratteristiche, nella volontà di non prendersi mai sul serio e nella consapevolezza di star scrivendo un libro per ragazzi, che non vuole avere grandi pretese ma solo appassionare. C’è l’intelligenza di  un’autrice che fa sorridere con personaggi veri, che crea una protagonista che suscita empatia, senza essere banale con quello stile così vivace e divertente.
La trama è presto detta. Gwendolyn Shepherd ha una migliore amica, una grande casa a Londra e un “difetto” genetico: sa viaggiare nel tempo. Fa parte infatti di una misteriosa cerchia, la setta dei Guardiani, che si è impegnata, sotto la guida del Conte di Saint Germain –vissuto due secoli fa-, a raccogliere il sangue di tutti i viaggiatori del tempo della storia, dodici in tutto di cui Gwen è l’ultima. Accanto a lei c’è il bellissimo e tenebroso Gideon -anche lui viaggiatore nel tempo- con cui la ragazza fa un po’ il tira e molla durante tutta la trilogia. Personaggi accattivanti, divertenti, antipatici o pericolosi costellano questa trilogia, che si concentra intorno al segreto di ciò che succederà una volta raccolto il sangue di tutti i viaggiatori. Qualcuno negli anni precedenti ha però tentato di sventare i piani dei Guardiani: Lucy e Paul –anche loro viaggiatori- hanno rubato anni fa il cronografo, mezzo indispensabile per la trasmigrazione negli altri secoli, e si sono nascosti nel passato. Sono convinti che il conte sia un uomo malvagio, e che la sua missione non debba compiersi.
Ho già parlato nelle recensioni precedenti di quanto mi stupisca che questa trilogia riesca a fare tanta presa (anche su di me), nonostante gli evidenti cliché di cui è intrisa e i misteri facilmente intuibili già parecchie pagine prima che vengano svelati.
Ho amato Red e Blue (a mio parere l’episodio migliore) ma, sebbene Green mantenga le stesse caratteristiche degli altri due, lamenta una forzata corsa verso la fine: piani temporali troppo frequenti e contrapposti, situazioni spesso troppo veloci, finale affrettato e, oserei dire, tronco in alcuni aspetti. Avrei infatti preferito una maggiore incisività, sia per i personaggi che per le scene.
Non avrebbe nuociuto, per esempio, un maggiore approfondimento psicologico su Charlotte, la cugina perfetta e inviperita di Gwen, o sul rapporto tra Leslie e Raphael, il fratello minore di Gideon che resta un personaggio sin troppo di contorno, nonostante le potenzialità che poteva manifestare.
La Gier non ci svela un vero e proprio asso nella manica, ma lascia che la narrazione proceda senza troppe sorprese. Non c’è quindi un vero e proprio colpo di scena, soprattutto alla fine quando sembra che la scrittrice dica meno di quanto voglia effettivamente rivelare.
Molto spazio è invece lasciato alla parte romance, alle sviolinate dei giovani protagonisti e al cuore in frantumi –tragicamente comico- di Gwen. Si assiste però alla vicenda con una sete di particolari che non viene in tutto e per tutto soddisfatta. Alcune trovate sembrano un po’ improbabili, altre scene sprigionano il massimo dell’ilarità suscitando domande a cui non viene data risposta – e anche in questo caso mi riferisco a Charlotte.
Pur ammettendo che da Green mi sarei aspettata qualcosa di più, la Trilogia delle Gemme resta, a mio parere, uno degli young adult migliori degli ultimi tempi. Al di là delle apparenze voglio sottolineare ancora una volta la distanza –netta e innegabile- che la Gier pone dalle altre banali scrittrici YA, convinte autrici di capolavori e narratrici di grandi, impossibili e pretenziosi amori adolescenziali. Kerstin Gier riesce a far rivivere la freschezza tipica di quest’ età, mettendo al primo posto spontaneità e umorismo, senza quell’ombra di insopportabile tragicità che accompagna le sue (davvero poco) talentuose colleghe.

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