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venerdì 20 novembre 2015

"Non scrivere di me": intervista a Livia Manera Sambuy



Per via dell'immaginario che ho sempre avuto del giornalismo culturale, Non scrivere di me diventa l'espressione più rappresentativa di un'incontenibile invidia – la mia, ovviamente. Inevitabile che si veda l'aspetto più romantico del mestiere – la conoscenza diretta con i maggiori scrittori contemporanei, i viaggi di lavoro –, malgrado questo, scrive Livia Manera Sambuy, non sia ormai lo stesso dalla crisi economica del 2008. “Mi svegliavo con l'angoscia che il mio lavoro di giornalista letteraria non avesse più valore”, e da qui la decisione di dare una svolta alla propria vita e trasferirsi a Parigi.
Più che di cambiamento, è forse l'esigenza di una evoluzione a trascinare l'autrice in una città dove non conosce nessuno e a scrivere un libro che esula i modelli del giornalismo e della critica letteraria.
È una nuova forma di racconto: un diario dove i ritratti di scrittori come Mavis Gallant e Philip Roth si allacciano a riflessioni e interrogativi intimi, dove ci si addentra nella sfera personale per poi rendersi conto della straordinarietà di queste anime. Tormentate, arroganti, fuori dagli schemi, generose, il compendio di personalità è tanto vario da lasciare il lettore attonito nel tentativo di adeguarsi, a ogni capitolo, al nuovo personaggio che si trova davanti. Sullo sfondo, città come Parigi e New York, immerse in una dimensione incantata, vengono descritte non solo attraverso gli autori protagonisti, ma anche grazie ai libri che sono menzionati. Il rapporto tra metropoli e narrazione è indissolubile, e il paesaggio urbano è solo l'espressione fisica di uno stile di vita.
Raccontare la letteratura anglo-americana così, nell'intreccio di vita e scrittura, lascia spaesati per la potenzialità inespressa di ciò che si sarebbe potuto dire e che si è, per rispetto e riservatezza, taciuto.
Il libro sedimenta nel cuore anche per questo, e inoltre per la capacità di diventare, nonostante lo stretto collegamento con chi l'ha scritto, una creatura autonoma, un insieme di voci distinte che si rifrangono nella bolla implosa della letteratura contemporanea.

Livia Manera Sambuy si è prestata a rispondere con immensa cortesia ad alcune domande che le ho posto. La ringrazio calorosamente sperando che questa intervista possa raccontare di “Non scrivere di me” più di quello che sono stata capace di esprimere a parole.


“Non scrivere di me” è il duro monito che Le lanciò Philip Roth dopo una conversazione intima al telefono. Eppure, scrivere è un'esigenza, un dovere morale, forse anche una condanna. Qual è il suo rapporto con la scrittura e quale crede sia quello che ha con essa Philip Roth?

Non posso parlare per Roth, ovviamente. So che per lui scrivere è stata una necessità ossessiva, e che liberarsi da questa ossessione poco prima degli ottant’anni gli ha dato sollievo. Quindi sì, forse in qualche modo è stata una condanna che si è inflitto da solo. Ma non lo è per chiunque? Per me scrivere è semplicemente il mio mestiere: una cosa che ho imparato a fare con molti anni di lavoro, che a volte mi dà soddisfazione, a volte mi lascia frustrata, ma quasi sempre mi fa scoprire cose sugli altri e su me stessa che non avrei saputo immaginare altrimenti.

Non pensa che scrivere sia la forma più alta di egocentrismo?

Dipende da quello che si scrive. Se il soggetto è il proprio io, esiste certamente questo pericolo. E il narcisismo è senza dubbio l’anima di ciò che chiamiamo arte. Ma mi sembra che ci siano al mondo molti altri soggetti, argomenti che gli scrittori seri sanno affrontare con umiltà mettendo il proprio io da parte.

Ho l'impressione che questo libro sia stata una summa, un “tirar di conti”, ad un certo punto della Sua vita, con la carriera professionale e con il proprio percorso personale. È così? È stata un'esperienza catartica?

È stato un modo di assolvere un dovere verso me stessa. Un modo di riassumere il senso che ha avuto per me leggere tanti libri e incontrare tanti scrittori. Di rileggere la mia vita attraverso questo filtro. Ed è stata un’esperienza difficile, proprio perché molto personale. Ho scoperto che quando avevo reticenza ad affrontare un argomento, quello era l’argomento che andava affrontato. Un po’ come misurarsi con un mostro, anche se non un grande mostro. La sincerità sulla pagina ha una grande forza. Ma cercarla costa fatica.

All'interno del libro emergono ritratti di autori fuori dal comune, quasi romanzeschi per tormenti, idiosincrasie e per un modo anticonformista di stare al mondo. Per diventare grandi scrittori è evidente non sia sufficiente rientrare nel quadro della “normalità”, servono piuttosto una prospettiva diversa e l'evasione dall'ordinarietà; non tanto, forse nello stile di vita, quanto nel mondo di pensarla. È d'accordo con questa affermazione? In merito agli autori da Lei descritti, quale le sembra sia il confine tra persona e personaggio?

Loro sono persone. Personaggio lo diventano, forse, nei miei racconti, o in quelli di altri. Quanto all’essere fuori dalla norma, è una cosa che nessuno di loro ha cercato. Nessun artista è “normale”.

Lei accenna alla difficoltà di documentarsi su uno scrittore che si è amato, come Salinger, dato il rischio di rimanere delusi dal lato umano di maestri che tendiamo a divinizzare. Qual è l'autore citato in Non scrivere di me che, più di tutti, ha contravvenuto alle aspettative che si era creata?

Nessuno. Ognuno di loro mi ha dato qualcosa. Altrimenti non ne avrei scritto. Con l’eccezione, forse di David Foster Wallace e James Purdy, che erano persone molto estreme e difficili da “raggiungere”, tutti i personaggi del mio libro sono persone a cui sono stata o sono tutt’ora molto legata sul piano emotivo.

In questo libro c'è moltissimo della Sua vita e del rapporto con la letteratura e i libri che ne hanno caratterizzato la quotidianità. A Parigi, dove, racconta, è andata in una sorta di “esilio”, ha incontrato Mavis Gallant, i cui racconti hanno accompagnato lo “spaesamento” di vivere in una città senza conoscerne la lingua. In che modo Parigi si è intrecciata con la letteratura, in quel primo periodo? E che ruolo hanno avuto i libri, di volta in volta, a New York e a Milano? L'esperienza di lettura sarebbe stata la stessa, se fossero stati letti dentro ad altri scenari?

La letteratura, come diceva Mavis, è un ponte. Con lei ho condiviso una certa diffidenza per gli aspetti più presuntuosi e magari fossilizzati della cultura francese, e l’amore per la bellezza di questa città. Gli autori americani sono invece indissolubili dal mio rapporto con New York. Ovunque, a Manhattan, la città mi parla di loro. Non l’ho scoperta attraverso i loro occhi, perché ci ho vissuto in prima persona. Ma il suo ricordo passa senza dubbio per il filtro di una certa letteratura che mi ha sempre accompagnata.

Durante la conversazione con David Foster Wallace, questo dice che la narrativa che gli interessa è quella che si confronta con i possibili significati dell'American Life, tanto giustamente disprezzata dal resto del mondo. Il vostro incontro è avvenuto in un McDonald's. Questo disprezzo dell'americanità per Wallace contemplava, a suo avviso, anche un disprezzo di se stesso?

Wallace era un uomo terribilmente tormentato. Credo che a tratti si vedesse per il genio che era, e che a tratti, sì, si disprezzasse. Ma non in quanto americano. In quanto essere umano, fallace come lo siamo tutti.

Judith Thurman afferma invece: “ho pensato a quanto spesso mi senta oppressa da un senso di inautenticità, persino adesso, parlando con te, non riesco ad accorciare la distanza tra il mio vero io e quello falso, che è quello che ascolto esibirsi”. Senza accennare a querelle decennali di critica letteraria sul rapporto tra finzione e realtà, quanta autenticità c'è nella letteratura, quanto ha potuto constatare ce ne fosse nei libri degli autori che ha conosciuto e, soprattutto, quanto è importante questa problematica per gli scrittori americani?

Ma questa è una domanda folle! Ci vorrebbero volumi interi per rispondere. L’unica cosa che posso dire è che un’opera letteraria è vera letteratura quando scaturisce da un’esigenza autentica, quando è necessaria. Altrimenti è intrattenimento. O virtuosismo. L’ “urgenza” non mente: è uno spartiacque molto preciso. Di qua ci stanno i libri necessari, di là quelli di cui si può fare a meno.

“La letteratura è niente di più niente di meno che una questione di vita o di morte”, per ritornare a Mavis Gallant. È anche un impegno civile?

Per alcuni sì. Franzen, per esempio, Roth, senz’altro. DeLillo. E per tutti gli scrittori francesi fedeli alla tradizione dell’écrivain engagé. Ma esiste anche una letteratura che può dirsi tale senza essere fondata sull’impegno civile, o morale. Come dice Nicole Krauss, non leggiamo Philip Roth per la sua saggezza morale, ma per la sua ambiguità morale.

Fare giornalismo come lo ha fatto Lei, instaurando poi una relazione personale con molti di questi scrittori, significa anche porsi nei confronti dell'intervistato come una sorta di psicologa, intuendone la personalità, rispettando i limiti e cercando di trarre il meglio e, forse, anche un po' del peggio di quella persona. Qual è la ricetta per fare una buona intervista?

Conoscere bene l’opera di un autore. Documentarsi a fondo su di lui. Preparare con cura le domande. Poi metterle da parte e dimenticarle. E a quel punto, semplicemente, ascoltare.


lunedì 22 giugno 2015

Recensione: Cari mostri di Stefano Benni



Cari mostri, Stefano Benni
Feltrinelli
256 pagine, 17.00 euro
Il romanzo è una storia d'amore, il racconto è la passione di una notte, scriveva Niccolò Ammaniti nella prefazione della sua ultima raccolta di racconti, Il Momento è delicato.
Per Stefano Benni, però, i racconti sembrano più essere la passione di una vita, a cui tornare ciclicamente, come fossero dei vecchi amici.
E così, a otto anni dalle storie di solitudine e allegria raccolte in La Grammatica di Dio, l’autore torna con Cari mostri ai suoi amici racconti, in quello che potrebbe essere il suo ultimo libro (ma anche no, impossibile capire quanto fosse serio il Lupo, affermandolo all’incontro svoltosi durante l’ultimo Salone del Libro di Torino).

Stavolta Benni si confronta con la Paura, tema tipico dei suoi racconti, già più volte affrontato con vari gradi di serietà (in Il Bar Sotto il Mare uno dei narratori, dalle fattezze di Edgar Allan Poe, racconta la storia di Oleron, piccola perla dal finale a sorpresa) in una raccolta sfaccettata che racchiude in sé tutti i generi letterari che si nutrono della paura, del terrore e dell’orrore suscitati nei lettori.

Ecco quindi che la tecnologia, grande spauracchio della nostra generazione iperdigitale, prende il sopravvento sulla vita dell’uomo in numeri, in Hänsel@Gretel.com i due fratellini si lamentano con il padre della televisione con un solo canale e della mancanza di wifi nella loro capanna, mentre in Candy le intelligenze artificiali si ribellano ai clienti, vendicando le colleghe maltrattate.

Benni non si dimentica niente: il maestro Poe, i fantasmi, le streghe, le mummie e il diavolo. Tutti gli spauracchi degli uomini si trovano in questi racconti che sanno far rabbrividire e sorridere sempre nel momento giusto.
Ma c’è spazio, tra i venticinque racconti di questa raccolta, anche per il pulp di Polpa, per il noir poliziesco per gattofili di L’ispettore Mitch e per quei racconti un po’ borgesiani di straniamento e smarrimento, di quelli che non sai mai se finirai di leggere, se esisterà una fine, quanto sarà lungo il viaggio verso casa.

La storia della strega Charlotte, il penultimo racconto, è a mio avviso il codice che ci permette di tradurre ogni singolo anello di questa catena narrativa, di farci riflettere in questi racconti che specchiano la contemporaneità e la realtà di un mondo dove tutto ciò che è altro da noi ci spaventa, e tutto ciò che ci spaventa, tentiamo di aggredirlo, di non lasciarlo passare.

Bè, ci sono storie spaventorride che cominciano subito con l’apparizione fulmificante del mostro, in questo caso la strega, oppure ci sono storie che cominciano con una misteriosa porta chiusa, dietro la quale voi presentite il mostro in agguato e poi la porta cigola e si dischiude e appare un’ombra minacciosa e… ditemi, orsù piccoletti, quali storie vi fanno più paura? Quelle dove il mostro arriva subito o quelle dove lo si aspetta?

E cosa potrei dirvi io, di più, per non rovinarvi questi racconti, queste porta chiusa dietro cui si nasconde il Lupo? Leggeteli, un ritorno in grande stile per Stefano Benni, un nuovo libro con i fiocchi.

L’amore è uno strano sentimento per gli umani, per i garri e financo per le oloturie e i dugonghi. Si aspetta con ansia per anni, si desidera, si maledice la solitudine e magari l’amore arriva nel modo più inatteso, più imprevedibile.




Voto: 

A cura di Angela Bernardoni 

venerdì 20 marzo 2015

Recensione: Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli


Atti osceni in luogo privato, Marco Missiroli
Feltrinelli
256 pagine, 16.00 euro
La foto di Erwin Blumenfeld troneggia sulla copertina, il titolo strizza l'occhio al lettore e il complesso è così esteticamente bello, intrigante e ben architettato che oserei dire sia l'unica cosa riuscita di Atti osceni in luogo privato. O, almeno, una delle poche.
Di storie di formazione siamo pieni fino al collo. Di sesso, pure. Unire i due elementi non risulta particolarmente originale; se poi vogliamo inserire, nel mezzo, anche una contrapposizione piuttosto ridondante tra purezza e oscenità, con tappe banali che scandiscono la fine della prima e l'inizio della seconda – e vogliamo anche mettere la retorica su quanto l'oscenità sia, in realtà, “un tumulto privato che i liberi vivono”, tanto per non essere costretti a mostrarla davvero in questo libro? – comprendiamo forse quanto il “già visto” e la mancanza assoluta, nell'ordine, di: genialità, quid creativo, profondità, abbia cominciato a stancare. A stancare me.

La storia vuole ricostruire la formazione sessuale dell'italo-francese Libero Marsell, dall'età puberale fino a quella adulta. Poche le figure maschili di riferimento – direi solo una, il padre –, moltissime invece quelle femminili da cui il protagonista è ugualmente attratto indipendentemente che si tratti della madre, dell'amica più grande o della ragazza di turno. La sua "educazione" è caratterizzata dal susseguirsi di queste donne e da un'ascesa verso l'oscenità che farebbe ridere a crepapelle Henry Miller. Ma cosa credete, sciocchi, sappiamo tutti che la vera oscenità è quella del cuore. Libero – che impiega tutta la vita a “meritarsi il suo nome” – gode, tronfio, della propria “meravigliosa indecenza”: aver spinto la propria ragazza a una palpatina con uno sconosciuto e averle detto “zitta, negra” durante un rapporto. È così che Libero, reo di fantasie che comprendono il tradimento – della sua ragazza – perde la purezza e si inoltra in un mondo torbido solo a parole.

In questo percorso è accompagnato, poi, da una serie di libri e film di alto spessore, per lo più accennati in un gioco intellettuale che non fa che rendere il protagonista irritante: quel declamato candore – maschera della presunta perversione – non può che essere costituito da cultura, libri, letteratura, Federico Fellini, addirittura dalla professione di educatore; e latente, sotto, si trova però il pensiero “impuro”. Tutto questo è raccontato in maniera così poco viva e graffiante che Libero sembra la caricatura di se stesso, un personaggiucolo senza verve che piacerà a tanti perché mai eccessivo, mai davvero trasgressivo, anzi così comune che a un pubblico “perbene” sembrerà di scorgere il riflesso di se stesso. L'impressione, in effetti, è proprio questa: che Libero sia costruito sull'italiano medio per rispettare il buon gusto di tutti, per non fare storcere il naso a nessuno, per accarezzare l'argomento della perversione accompagnandola però – ci mancherebbe altro – all'educazione sentimentale. L'esito è terribilmente buonista. Ma scrivere un libro carino – e in fondo Atti osceni in luogo privato lo è – non è difficile; scrivere un libro sconvolgente, intelligente, colto, raffinato e perturbante è cosa che appartiene solo al genio.
Potrei aggiungere, con un velo di cattiveria, che se la letteratura ha il potere di svelarci qualcosa di noi stessi – questa, per fortuna, non lo è – Missiroli dà poche speranze all'umanità: probabilmente è ridicola quanto il suo protagonista.

Ad aggravare la trama già scontata arriva poi l'inevitabile struttura ciclica che vede Libero padre dopo la dipartita dei genitori e il lieto fine dato dall'adultità e dal ricambio generazionale, momento in cui comincia a sentire di essere libero, per fortuna non necessariamente con la monogamia.
Nulla è raccontato con vera partecipazione, ma la prima parte risulta migliore rispetto alla seconda – quando il complesso comincia davvero a scadere nella banalità e i personaggi si rivelano delle macchiette che trapelano soltanto dalle azioni del protagonista, che è anche io narrante. Fatte le dovute eccezioni, non mi è dispiaciuta la ricercatezza stilistica: penso che l'autocompiacimento dell'autore, più che in questa, si palesi nella costruzione finto-trasgressiva di Libero, e lo sforzo – perché di sforzo si tratta, non certo di un'esternazione naturale e neanche molto attentamente studiata, piuttosto di un'ispirazione grossolana ma non disprezzabile – non dà esiti spesso tanto brutti. Credo anzi che lo stile renda più interessante una vicenda che, se fosse stata raccontata altrimenti, avrei subito abbandonato.


Voto: 





Marco Missiroli 
è nato a Rimini nel 1981. Con il suo romanzo d’esordio, Senza coda (Fanucci, 2005), ha vinto nel 2006 il premio Campiello Opera prima. Per Guanda ha pubblicato Il buio addosso (2007), Bianco (2009; premio Comisso e premio Tondelli) e Il senso dell’elefante (2012; premio Selezione Campiello 2012, premio Vigevano e premio Bergamo). Per Feltrineli, Atti osceni in luogo privato (2015). È tradotto in Europa e negli Stati Uniti. Scrive per il “Corriere della Sera”.

mercoledì 12 novembre 2014

Recensione: "Non dirmi che hai paura" di Giuseppe Catozzella



Non dirmi che hai paura
Giuseppe Catozzella
Feltrinelli
240 pagine
15,00 €
La storia raccontata da Catozzella sviscera in maniera interessante un racconto di vita che ha come protagonista l'atleta somala Samia Yusuf Omar, che ha partecipato ai Giochi Olimpici del 2008 a Pechino. Una ragazza nata per correre, fatta per gareggiare, il cui destino però è quello atroce del viaggio della speranza, come tanti che, abbagliati dalla possibilità di una nuova vita lontana dalla guerra, si imbarcano su relitti fatiscenti e sovraffollati alla volta dell’Italia.
Quella di Samia è una storia simbolica che dà un volto e un nome ad una tragedia che investe milioni di persone, la volontà di rifugio e la paura della guerra. Il tutto traspare dalla sua voce, che narra la vita dall’infanzia fino all’ultimo viaggio, tra amicizie, allenamenti furtivi e sogni di riscatto che sembrano avverarsi quando la sua perseveranza le permette di arrivare alle Olimpiadi e di diventare un simbolo per le donne mussulmane, nonostante l’ultimo posto.
I personaggi sono ben caratterizzati dal punto di vista psicologico, soprattutto Samia e Ali, il suo migliore amico, o aboowe, fratello. I dialoghi sono abbastanza realistici, soprattutto quando Samia parla con le persone che come lei vogliono raggiungere l’Europa e che gli raccontano gli orrori perpetuati dai trafficanti. Ad avermi scossa è stata la piccola parentesi dedicata ad un incontro con Taliya, quando Samia arriva a Tripoli. La donna racconta che i trafficanti richiedono un’ingente somma per il viaggio in mare: chi non può permettersela, se uomo è riaccompagnato al confine, se donna è costretta a lasciarsi stuprare finché i trafficanti non ritengono abbia saldato il biglietto. Devo dire di essere rimasta abbastanza di stucco quando ho letto la fine, perché l’autore rovescia la medaglia facendoci credere nel lieto fine.

Lo stile di Catozzella è semplice e scorrevole, forse in alcune parti un po’ troppo frammentario e ripetitivo. Ad ogni modo, la lettura risultata più coinvolgente soprattutto dal momento in cui Samia intraprende il Viaggio: lì diventa quasi un reportage, con tanto di “interviste” alle persone che di volta in volta la protagonista si trova accanto. La narrazione lascia il posto alla testimonianza, rinforzando la veridicità della storia. Libertà, uguaglianza, fraternità sono le parole che più hanno peso all’interno del libro, non inserite a caso e soprattutto profondamente significative. Libertà per Samia significa possibilità di riscatto laddove in realtà è vittima delle decisioni degli scafisti; uguaglianza è invece condividere lo stesso destino, vivere in attesa dell’arrivo a destinazione stipata in un container con duecentoventi persone, pregando e condividendo la paura; fraternità è ciò che la lega ad Ali, il suo migliore amico, ma anche a tutte quelle persone che le lasciano testimonianza di ciò che hanno vissuto.
Samia Yusuf Omar
alle Olimpiadi di Pechino 2008
Questo libro lascia l’amaro in bocca e fa commuovere, anche se penso che la storia prevalga sullo stile. Mi compiaccio che sia stato nominato vincitore del Premio Strega Giovani dagli stessi ragazzi, perché ritengo che sia importante che questi vengano a contatto con questo tipo di testimonianza, ben lontana dalle storie che spesso vengono imposte alla lettura nel corso degli anni della scuola secondaria. L’appello è quello di lasciare che i giovani si avvicinino a questo tipo di letteratura che, seppure imperfetta, può dare loro spunto di riflessione e spingerli a documentarsi maggiormente sull’attualità, ritrovando una sensibilità per l’altro che, complici le normative vigenti, sembra essersi del tutto esaurita.



Voto: 

lunedì 3 novembre 2014

Anteprima e novità d'autunno (parte 2)




Bentornati a questo secondo appuntamento con le novità letterarie d’autunno (trovate QUI la prima parte). Oggi mi riservo di accompagnarvi in uno scaffale di libri composto da autori dei quali sicuramente avete sentito parlare, non nuovi al mestiere letterario, e che facilmente vedrete in vetrina nelle note librerie di catena, ma non per questo meno interessanti degli altri prodotti di nicchia che vi ho presentato nella puntata precedente.
Cominciamo occupandoci del notissimo Andrea Camilleri, che ci porta ancora una volta nel paese immaginario di Vigata per farci vivere otto nuove avventure con protagonista il giovane Montalbano, personaggio che ha fatto la storia della letteratura di genere e della televisione negli ultimi vent’anni, sempre edito Sellerio. Scritti tra il 2013 e il 2014, Morte in mare aperto e altre indagini del giovane Montalbano analizzano i lati oscuri degli anni Ottanta, le speculazioni edilizie, i contrasti familiari, i delitti irrisolti, con il solito metodo d’indagine al quale il commissario ci ha abituato – sebbene più acerbo, data la giovane età del nostro Montalbano. Ritroviamo anche la fidanzata storica Livia e i colleghi di sempre – Catarella, Fazio e Augello -, ma soprattutto un commissario giovane, non per questo meno caparbio e deduttivo, ma anche molto più incosciente.
Parliamo poi dell’ultimo volume della tetralogia de L’amica geniale di Elena Ferrante, il cui nome è molto conosciuto per il mistero che cela: si tratta infatti di uno pseudonimo utilizzato dall’autrice, la cui identità resta sconosciuta a oltre vent’anni dalla pubblicazione del suo primo romanzo, L’amore molesto (vincitore del premio Procida Isola di Arturo-Elsa Morante, del premio Oplonti d'argento e selezionato al Premio Strega e al premio Artemisia). Due dei suoi romanzi, come il sopracitato, sono conosciutissimi per le pellicole cinematografiche che ne sono state tratte, di cui forse la più famosa è I giorni dell’abbandono di Roberto Faenza. In questo capitolo conclusivo, Storia della bambina perduta, la Ferrante torna a raccontarci di Lina ed Elena, due amiche ormai adulte, delle quali abbiamo letto il racconto dell’infanzia, tra violenze familiari e sociali, sempre legate da un rapporto particolare e per certi versi controverso. Si tratta dunque di una messa in punto di tutto quello che la scrittrice, molto apprezzata in America, ha raccontato nei capitoli precedenti, affidando alla storia la possibilità di parlare da sé piuttosto che sfruttando la mediazione fiduciaria dell’immagine iconica di un’autrice che rimane nascosta nell’ombra.
Impossibile perdersi la riedizione di uno dei classici della letteratura americana contemporanea, specialmente se si tratta di un romanzo di Philip Roth: Einaudi pubblica, in una versione del tutto rinnovata, Un grande romanzo americano, ambientato nel secondo dopoguerra, una corale storia che ha il suo scenario sul campo da baseball, metafora del sogno americano, del mito del successo e la volontà di affermazione e di conquista. Scritto nel 1973, è stato giudicato come il più divertente romanzo che Roth abbia mai scritto e, forse, uno dei migliori.
Altro nome conosciuto per la sua produzione letteraria e teatrale, anche fondatore di una famosa scuola di scrittura, è quello di Alessandro Baricco, autore di Novecento, Oceano Mare e Seta. Proprio mentre Novecento festeggia vent’anni con una nuova edizione – sempre targata Feltrinelli –, Baricco torna al genere della stesura teatrale per svelare una storia in due atti, nella quale i protagonisti vengono presentati a partire dal titolo, Smith & Wesson; a loro si aggiunge Rachel, una giornalista pronta a rischiare la vita pur di registrare uno scoop, in una metafora dell’istinto umano di narrare, inesauribile e spesso inconcepibile, ma pur sempre presente in un’epoca segnata dal boom tecnologico.
Se siete amanti dei classici, non vorrete farvi scappare la nuova edizione curata da Neri Pozza di un romanzo epistolare della più piccola delle sorelle Brontë. La signora di Wildfell Hall, pubblicato per la prima volta nel 1848 da Anne Brontë con lo pseudonimo di "Acton Bell"; racconta della fuga di Helen Graham da un matrimonio infelice, argomento scabroso per i tempi, sbagliatissimo secondo Charlotte che fu l' “agente letterario” di Anne. Il romanzo non ebbe molta fortuna e venne giudicato troppo crudo, per le accurate descrizioni della brutalità e dell'alcolismo e il suo linguaggio molto schietto. Se avete conosciuto Anne Brontë con Agnes Grey, non potete lasciarvi scappare questa inedita e più cupa lettura, una denuncia dei lati più oscuri dell’uomo che ben racconta il non-narrabile dell’Inghilterra vittoriana.
Dovremo aspettare la fine di Novembre per leggere la traduzione italiana del nuovo romanzo di Ian McEwan (Chesil Beach, Espiazione, Miele) a cura di Einaudi, La ballata di Adam HenryThe Children Act in originale -, dove l’autore inglese si spinge dentro una tematica spinosa come può essere quella della rifiuto di alcuni trattamenti sanitari da parte dei Testimoni di Geova, ma soprattutto l’analisi di due solitudini diverse che si incontrano: quella di Fiona, giudice chiamato a decidere sul caso, e Adam, il ragazzo che senza le dovute cure potrebbe morire.


Morte in mare aperto e altre indagini del giovane Montalbano - Andrea Camilleri
Otto indagini di un Montalbano giovane e senza paura, irruente, audace, pistola in mano, carica, e carico di risorse investigative, con largo uso di «sfunnapedi» e «trainelli».
Sono otto le «mosse» narrative che Camilleri si concede lungo le otto colonne e le otto traverse della sua geometrica scacchiera del racconto: tra i quattro lati del libro, e nell’ordine chiuso di un romanzo-matrioska che dentro di sé inclina, procedendo di racconto in racconto, di tensione in tensione, sull’asse unico dell’attività investigativa del commissariato di Vigàta. Più che racconti lunghi sono romanzi ristretti quelli che qui si spintonano a vicenda e concorrono al disegno unitario: uno compie un giro, l’altro ricomincia. L’andatura piacevolmente svagata e a punte d’arguzia è un effetto stilistico della restrizione e degli scorci.
Fra gli aliti grassi del mare e il fresco odore salino, a Vigàta si conduce la solita vita fragorosa di ripicche e di rimbecchi; di passioni irritabili, di insofferenze e di strampalerie. La cameriera Adelina e Livia, la fidanzata «straniera» di Montalbano, si annusano sempre da lontano. Catarella, devoto alle cerimonie più smaccate, indossa imperterrito il proprio corpo come una maschera cui aderiscono gesti e mimiche di dialettalità selvaticamente impetuosa e arruffata. Perdurano le moschetterie giornalistiche delle due contrapposte televisioni locali, abilmente strumentalizzate da Montalbano. Il medico legale, Pasquano, solo davanti a una guantiera di cannoli di ricotta è disposto a deporre acrimonie, ringhi, e «cabasisi». Il vicecommissario Mimì Augello conosce il catalogo e le vite tutte delle donne più belle e disponibili del villaggio. L’ispettore capo, Fazio, è il solerte e indisponente scout del «già fatto». L’epitome dei caratteri include una ricca galleria di ritratti, una parata di volti, un ampio esercizio fisiognomico: facce da requiem, volti dilavati, sorrisi che hanno o non hanno morbidezza, grinte e grugni di gaglioffi, musi di bruti.
Il commissario tiene gioco sovrano. Appiana ostacoli. Stabilisce relazioni tra fatti diversi. Deduce e va sicuro. Montalbano è aspramente giovane, qui. È strabordante e pieno di slanci: scontroso talvolta, ma anche disponibile e tollerante. Cauto e insidioso insieme, ricorre a tatticismi, a stratagemmi, a incursioni rese lecite solo dalla necessità del momento. La bassa industria del delitto, le vicende atroci, le storie sordide, gli insabbiamenti legali, gli accordi criminali tra le famiglie mafiose, lo sgomentano senza mai avvilirlo. Montalbano non manca di generosa indulgenza e di un delicato senso di giustizia assai più giusto dell’impersonale rigore burocratico. Qualcuno ha dato fuoco a un albergo. Non ci sono vittime. Deve essere intransigente di fronte a una mattana d’amore? Si imbatte in un professionista del furto, in un correttissimo ladro «a tariffa fissa» che con la sua arte sa aiutare la giustizia: deve negargli la mano che lo tiri fuori dalla necessità del mestiere? Va bandita l’umana «pietà», che non assolve e non condanna? (Salvatore Silvano Nigro)
Sellerio
320 pagine
14,00 euro
Brossura
Uscito il 23 Ottobre 2014


Storia della bambina perduta (L’amica geniale #4) - Elena Ferrante
Le due protagoniste Lina (o Lila) ed Elena (o Lenù) sono ormai adulte, con alle spalle delle vite piene di avvenimenti, scoperte, cadute e “rinascite”. Ambedue hanno lottato per uscire dal rione natale, una prigione di conformismo, violenze e legami difficili da spezzare. Elena è diventata una scrittrice affermata, ha lasciato Napoli, si è sposata e poi separata, ha avuto due figlie e ora torna a Napoli per inseguire un amore giovanile che si è di nuovo materializzato nella sua nuova vita. Lila è rimasta a Napoli, più invischiata nei rapporti familiari e camorristici, ma si è inventata una sorprendente carriera di imprenditrice informatica ed esercita più che mai il suo affascinante e carismatico ruolo di leader nascosta ma reale del rione (cosa che la porterà tra l’altro allo scontro con i potenti fratelli Solara).
Ma il romanzo è soprattutto la storia di un rapporto di amicizia, dove le due donne, veri e propri poli opposti di una stessa forza, si scontrano e s’incontrano, s’influenzano a vicenda, si allontanano e poi si ritrovano, si invidiano e si ammirano.
Attraverso nuove prove che la vita pone loro davanti, scoprono in se stesse e nell’altra sempre nuovi aspetti delle loro personalità e del loro legame d’amicizia. Intanto la storia d’Italia e del mondo si srotola sullo sfondo e anche con questa le due donne e la loro amicizia si dovranno confrontare.
Assieme ai precedenti “capitoli” di questa straordinaria storia – L'amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta – questo quarto conclusivo volume costituisce un’opera letteraria incredibilmente feconda e ispiratrice, un’opera riconosciuta internazionalmente come una delle massime del nostro tempo.
Edizioni E/O
451 pagine
19,50 euro
Brossura
Uscito il 29 Ottobre 2014



Smith&Wesson - Alessandro Baricco
Tom Smith e Jerry Wesson si incontrano davanti alle cascate del Niagara nel 1902. Nei loro nomi e nei loro cognomi c’è il destino di un’impresa da vivere. E l’impresa arriva insieme a Rachel, una giovanissima giornalista che vuole una storia memorabile, e che, quella storia, sa di poterla scrivere. Ha bisogno di una prodezza da raccontare, e prima di raccontarla è pronta a viverla. Per questo ci vogliono Smith e Wesson, la coppia più sgangherata di truffatori e di falliti che Rachel può legare al suo carro di immaginazione e di avventura. Ci vuole anche una botte, una botte per la birra, in cui entrare e poi farsi trascinare dalla corrente. Nessuno lo ha mai fatto. Nessuno è sceso giù dalle cascate del Niagara dentro una botte di birra. È il 21 giugno 1902. Nessuno potrà mai più dimenticare il nome di Rachel Green?
E sarà veramente lei a raccontarla quella storia?
Feltrinelli
99 pagine
10 euro
Brossura
Uscito il 29 Ottobre 2014



Un grande romanzo americano - Philip Roth
C'è un colossale crimine contro la verità che è stato perpetrato dalle autorità costituite americane a partire dal 1946, ci svela Word Smith, il "mitico" giornalista sportivo narratore di questo libro: "parlo di ciò che nessuno in questo paese ha più nemmeno il coraggio di menzionare. Parlo di un capitolo del nostro passato che è stato cancellato dai libri di testo senza un oh di protesta, tranne che da parte mia. Parlo di una riscrittura della nostra storia non meno odiosa di quelle ordinate da un tirannico dittatore straniero. E non di una storia risalente a mille anni fa, ma di qualcosa che ha visto arrivare la sua fine una ventina di anni fa. Si, parlo della distruzione della Patriot League. Che non ha semplicemente chiuso bottega, ma è stata deliberatamente cancellata dalla memoria nazionale". E questo è solo l'inizio...
Einaudi
99 pagine
10 euro
Brossura
Uscirà il 4 Novembre 2014


La signora di Wildfell HallLa signora di Willfred Hall - Anne Brontë
Chi è l’affascinate signora nerovestita che si è installata nella decrepita, isolata residenza di Wildfell Hall? Quella donna sola, che vive con un bambino e un’anziana domestica, sarà davvero la giovane vedova che dice di essere? Helen Graham è estremamente riservata e il suo passato è avvolto in un fitto mistero. Fa il possibile per ridurre al minimo i contatti con i suoi vicini, a costo di apparire scostante e ombrosa, e trascorre le giornate dipingendo e prendendosi cura – fin troppo amorevolmente, dice qualcuno – del piccolo Arthur. Ma Gilbert Markham, giovane gentiluomo di campagna tutto dedito ai suoi terreni e al corteggiamento di fanciulle tanto graziose quanto superficiali, è subito punto da una viva curiosità per quella donna che lo tratta con insolita freddezza, quasi nutrisse diffidenza e disprezzo nei confronti dell’intero genere maschile.
Il comportamento schivo di Helen suscita presto voci e pettegolezzi maligni e lo stesso Gilbert, che pure è riuscito con delicatezza e pazienza a stringere una bella e intensa amicizia con lei, è portato a sospettare. Solo quando la donna gli consegnerà il proprio diario emergeranno i dettagli del disastroso passato che si è lasciata alle spalle.
Nel 1848, la più giovane delle sorelle Brontë dà alle stampe un romanzo scandaloso al di là delle intenzioni: linguaggio esplicito, crude descrizioni di alcolismo e brutalità – pare che uno dei personaggi maschili sia modellato sullo scapestrato fratello Branwell – e soprattutto una donna che non perde mai il rispetto di sé e lotta per la propria indipendenza, con una forza incrollabile sostenuta da fede, intelligenza e coraggio, fino a violare le convenzioni sociali e persino la legge inglese. Un testo femminista ante litteram in spregio alla morale vittoriana, ma impietoso contro il vizio e la debolezza anche quando sono incarnati da figure fem-minili: l’adultera Lady Lowborough, la troppo mite Milicent, la maliziosa e quasi maligna Eliza Millward.
Nell’introduzione alla seconda edizione, Anne (sotto le mentite spoglie di Acton Bell) spiega chiaramente il suo intento: rappresentare il male non nella sua luce “meno cruda” ma mostrandone il vero volto.
Perché occultare il vero non aiuta a scansare il peccato e l’infelicità: meglio “poche e salutari verità” di “tante sciocche blandizie”. «Ogni romanzo», dice Acton Bell, «dovrebbe esser scritto affinché lo leggano uomini e donne, e non riesco proprio a immaginare come potrebbe un uomo permettersi di scrivere qualcosa di davvero vergognoso per una donna, o perché una donna dovrebbe essere censurata per aver scritto qualcosa di decoroso e appropriato per un uomo».
Neri Pozza
592 pagine
16 euro
Brossura
Uscirà il 6 Novembre 2014


La ballata di Adam Henry - Ian McEwan
Fiona Maye, giudice dell'alta corte di Londra specializzata in diritto di famiglia, alla soglia dei sessant'anni vede il proprio matrimonio sgretolarsi. Abituata alla razionalità e alla compostezza, Fiona cerca di soffocare la paura e il dolore tuffandosi a capofitto nel lavoro. In tribunale la attende un nuovo caso complicato: i genitori di Adam Henry, un ragazzo di diciassette anni e nove mesi malato di leucemia, rifiutano le trasfusioni per non contravvenire al volere divino, come stabilito dalle convinzioni dei testimoni di Geova. L'ospedale ha chiesto con urgenza l'intervento della corte: il ragazzo rischia di morire. Ascoltate le parti in aula, Fiona decide di andare a fargli visita. Sarà un momento decisivo, l'incontro tra due solitudini che lascerà una traccia indelebile nell'esistenza di entrambi. Grazie alla sentenza di Fiona, Adam sopravviverà, ma il suo mondo verrà irrimediabilmente sconvolto. La gioia dei genitori di fronte alla decisione che lo ha salvato senza che nessuno di loro fosse costretto a scivolare nel peccato - lo allontanerà dalla fede e dalla comunità, mettendolo di fronte a una libertà forse troppo grande, a una fame di vita del tutto sconosciuta. Gli esiti saranno catastrofici e travolgeranno anche Fiona, ponendo l'integerrima interprete della legge di fronte all'irrimediabilità dei suoi abbagli.
Einaudi
160 pagine
20 euro
Rilegato
Uscirà il 25 Novembre 2014




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