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giovedì 29 gennaio 2015

Recensione: Le mie due vite di Jo Walton




Le mie due vite, Jo Walton
Gargoyle Books
314 pagine, 18.00 euro
 Anche l'Italia ha potuto conoscere, grazie alla casa editrice Gargoyle, una delle maggiori autrici attuali di fantasy e fantascienza: Jo Walton, già insignita nella sua carriera di premi come il Nebula Ward o lo Hugo Award. Quest'anno è uscita la sua ultima fatica, Le mie due vite, un romanzo che riprende a parlare di tematiche a lei care come l'ucronia o le questioni sociali, e che allo stesso tempo si pone in un'ottica intimista che potrebbe attirare anche coloro che non sono amanti del fantasy. Lo spunto di partenza è, infatti, una situazione che tutti abbiamo provato nella vita: il chiedersi cosa sarebbe successo se, in un determinato momento, avessimo fatto una scelta piuttosto che un'altra. Un progetto ambizioso, quindi, capace di creare alte aspettative nel lettore. Sarà riuscita a realizzarle?

2015. Patricia si ritrova in una casa di riposo, pur essendo circondata dall'affetto di figli e nipoti. È affetta da demenza senile e, stando alla cartella clinica, appare MC, molto confusa. La donna, infatti, non fa solo fatica a ricordarsi della sua vita passata: non sa quale vita realmente le appartenga tra due alternative inconciliabili che si alternano nella sia mente. In una si chiama Trish e ha quattro figli, avuti da un marito incapace di darle amore; in un'altra ne ha tre, cresciuti insieme alla sua compagna, Bee, la chiama Pat. Anche il mondo esterno, poi, non sembra lo stesso.
Quale versione corrisponde alla verità? E sopratutto, quando è cominciata la dicotomia tra l'infelice Trish e la realizzata Pat? In un raro momento di lucidità la vecchia rintraccia quel momento fatidico: l'ultimatum datole dal suo fidanzato, Mark, che le ingiungeva di sposarsi "ora o mai più". La risposta cambierà la sorte sia di Patricia sia del mondo intero.

Avevamo accennato, prima, alle aspettative create da questa premessa così inusuale. E spiace dirlo, ma queste aspettative sono state fortemente disattese. Sintetizzare due vite, infatti, - senza dimenticare la cornice storica del romanzo - richiede più delle trecento pagine qui impiegate, e una struttura piuttosto robusta. Purtroppo, invece, ci troviamo di fronte a un ritmo di narrazione velocissimo, che per esigenze di spazio sacrifica qualunque cosa trovi sul suo cammino.
Passaggi fondamentali nella vita di Trish e Pat vengono liquidati in poche pagine o persino in poche righe: per la prima è il caso, ad esempio, della sua liberazione dal giogo del marito, mentre per la seconda è emblematico come viene delineato l'inizio della sua relazione con Bee. "Frettoloso" è un eufemismo, visto che non ci viene nemmeno mostrato come le due si conoscono e cominciano a entrare in confidenza. A maggior ragione, quindi, appaiono inspiegabili alcune lungaggini come il dettagliato elenco dei negozi presenti in una città dove vanno a vivere Mark e Trish o la cronaca dei numerosi viaggi di Pat a Firenze.
Lo stesso vale per la parte fantascientifica del romanzo, che viene delineata soltanto quando ha un reale impatto sulla vita delle protagoniste e, alle volte, scade in cambiamenti talmente insignificanti da sembrare meri divertissement (ad esempio il Principe Carlo che sposa Camilla negli anni '70). Perplime infine che, ad eccezione delle prime ed ultime pagine, la scena non si sposti mai su Patricia vecchia, che non arriva mai ad affrontare seriamente il suo problema.

Naturale che a farne le spese siano sopratutto i personaggi, piuttosto tipizzati. La contrapposizione Mark/Bee, ad esempio, è tutta a vantaggio della seconda, che sembra essere priva di difetti; l'altro, invece, non ha alcun lato positivo. I timidi spunti di introspezione psicologica arrivano troppo tardi per fare effetto sul lettore. In chiave minore si può dire lo stesso per il resto del cast, dai figli indistinguibili tra loro a Michael, il padre biologico dei bambini di Pat e Bee.
Quello che davvero fa la differenza, però, è la capacità delle due protagoniste di resistere alle avversità della vita. Niente sembra smuoverle, a tal punto che si arriva quasi a dubitare della loro capacità di provare empatia. Non importa quali vicende debbano affrontare, dalla morte del fratello al lesbismo, - nonostante sia cominciata negli anni '50, Pat e Bee non hanno problemi nel far accettare al mondo la loro storia d'amore - fino ad eventi ancora più drammatici. Dopo poche righe di turbamento sono pronte a riaffacciarsi alla vita, sotto gli occhi attoniti del lettore, che si aspettava delle manifestazioni di dolore più profonde. Logicamente in questo modo è difficile che si crei una reale connessione tra il pubblico e i personaggi.

A ben guardare, però, la ragione di questi difetti è una sola: lo stile di Jo Walton. Non è un'esagerazione dire che probabilmente non ci sono, nel romanzo, scene mostrate, e non raccontate. I sentimenti dei personaggi o non vengono analizzati del tutto oppure vengono descritti direttamente al lettore: la reazione di Trish dopo un gesto particolarmente crudele di Mark viene sintetizzata con un "...E lei lo odiava per questo", un lungo ringraziamento al Signore viene spiegato con un ridondante "Pregò..." e quello che Pat prova la prima volta con Bee viene descritto soltanto come "importante". Difficile giustificare tutto questo con il ridotto spazio a disposizione.

Lo spunto, intelligente e originale, de "Le mie due vite" non è sfruttato a dovere dall'autrice, vittima dei propri limiti artistici. Non è da escludersi che la stessa storia, con una durata almeno raddoppiata e delle mani più capaci, sarebbe stata decisamente più notevole. Ma poiché noi non possiamo vivere questa particolare sliding door, dovremo accontentarci di leggere - chi lo desidera - quella di Patricia.


Voto: 





lunedì 28 luglio 2014

I Maestri del Fantastico: Douglas Adams e la rivoluzione umoristica della fantascienza


In molte delle civiltà meno formaliste dell'Orlo Esterno Est della Galassia, la Guida galattica per gli autostoppisti ha già soppiantato la grande Enciclopedia galattica, diventando la depositaria di tutto il sapere e di tutta la scienza, perché nonostante presenti alcune lacune e contenga molte notizie spurie, o se non altro alquanto imprecise, ha due importanti vantaggi rispetto alla più vecchia e più accademica Enciclopedia:
Uno, costa un po' meno;
Due, ha stampate in copertina, a grandi caratteri che ispirano fiducia, le parole "NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO".

Douglas Adams è stato uno dei più noti scrittori britannici di fantascienza, oltre che un apprezzato autore e sceneggiatore umoristico. La sua creazione più conosciuta, Guida galattica per gli autostoppisti (opera radiofonica, libro, serie televisiva, videogioco, fumetto, film), da lui stesso definita una “trilogia di cinque romanzi”, continua a essere un best-seller a livello mondiale, pur essendo stata pubblicata fra il 1979 e il 1993.
La Guida galattica racconta le vicende di Arthur Dent, un comune cittadino inglese che scopre di punto in bianco che la Terra sta per essere spazzata via per fare spazio a nuova superstrada galattica. Grazie al suo vecchio amico Ford Prefect, che scopre essere un alieno, Arthur si mette in salvo e inizia un viaggio paradossale e divertente per l’universo, assistito dalla Guida Galattica per gli Autostoppisti, una specie di guida turistica in formato elettronico (antecedente dei nostri ebook reader) con consigli, informazioni e curiosità sui viaggi spaziali.

La forza di Adams sta tutta nell'ironia british che pervade il racconto, nell'umorismo sottile – che non risparmia le critiche sociali – e nei personaggi bizzarri che compaiono nel romanzo. Altrettanto apprezzabile è il lessico dell'autore, con le sue invenzioni linguistiche divenute memorabili, una sorta di gergo che contribuisce all'atmosfera umoristica dei libri.
Alcune delle trovate di Adams, geniali e in anticipo sui tempi, sono state effettivamente accolte dalla tecnologia moderna, che ha anche attinto ai nomi coniati dall'autore. Ad esempio al pesce di Babele – una specie di piccola creatura che, entrando nell’orecchio dell’interessato, funziona come traduttore universale – si è ispirato il traduttore di AltaVista, Babelfish; inoltre il computer scacchistico Deep Thought della IBM (primo computer capace di battere un Grande maestro internazionale in un match) deriva il suo nome da Pensiero Profondo, il supercomputer presente nel racconto.
La serie completa, pubblicata in Italia da Urania, è formata da:

  • Guida galattica per gli autostoppisti
  • Ristorante al termine dell’Universo
  • La vita, l’universo e tutto quanto
  • Addio, e grazie per tutto il pesce
  • Praticamente innocuo


Eoin Colfer, autore della popolare serie Artemis Fowl, è stato incaricato di scrivere il sesto libro della serie, basandosi sugli appunti di Adams con il consenso della vedova. Il romanzo, che si chiama And An Other Thing... ("E un'altra cosa..."), è stato pubblicato nel Regno Unito e negli Stati Uniti nel 2009 e tradotto in italiano nel 2010 per Mondadori.

Proprio come per il Necronomicon di Lovecraft (di cui abbiamo parlato QUI), anche nella Guida abbiamo a che fare con uno pseudobiblion, ovvero di un “libro nel libro”: infatti nel romanzo la Guida viene citata più volte e il volume è farcito di diversi estratti di questa sorta di enciclopedia elettronica pensata per gli autostoppisti dello spazio.

È curioso notare che Adams stesso, negli anni dei suoi studi a Cambridge, fece l'autostoppista dall'Europa a Istanbul, adattandosi a svolgere vari lavori lungo il percorso per mantenersi durante il viaggio.
Nel 1970 lasciò gli studi per dedicarsi alla carriera di scrittore e fu coinvolto nella realizzazione di alcune serie televisive inglesi da John Lloyd e Graham Chapman, uno dei membri dei celebri Monty Python, collaborando nella stesura di alcuni pezzi umoristici. In seguito lavorò come sceneggiatore per la BBC, curando soggetto e copioni per la storica serie Doctor Who. La scrittura non gli permetteva per il momento di mantenersi, quindi il giovane si approcciò a diversi lavori, tra i quali il lavapiatti e la guardia del corpo.

Il successo letterario di Adams arrivò nel 1979 con la pubblicazione della Guida galattica per gli autostoppisti, romanzo riadattato dall'omonima serie radiofonica, in cui le tematiche della fantascienza umoristica e surreale si intrecciano a spunti di riflessione filosofica. Con quest'opera arrivò subito alla prima posizione nella classifica dei bestsellers inglesi e la popolarità portò Adams a diventare il più giovane autore a ottenere il premio Golden Pen nel 1984. Adams fu anche un prolifico autore in quasi tutti i tipi di produzione mediatica: film, telefilm, videogiochi, romanzi, racconti, saggi scientifici, musica e produzioni radiofoniche. Tra le altre opere da lui scritte, si ricordano i due libri sull'investigatore privato olistico Dirk Gently.
Adams morì l'11 maggio 2001, a soli 49 anni, a Santa Barbara in California, dove viveva con la moglie e la figlia, a seguito di un attacco cardiaco durante un allenamento in palestra. Il 25 maggio, due settimane dopo la morte, i suoi fan organizzarono un tributo, denominato Towel Day (Giorno dell’Asciugamano), che da allora è stato festeggiato ogni anno in tutto il mondo in un modo decisamente paradossale, come sarebbe piaciuto ad Adams, cioè portandosi dietro un asciugamano per tutta la giornata.
Perché? Ecco cosa diceva La Guida dell’asciugamano:

“La Guida Galattica per gli Autostoppisti dice alcune cose sull'argomento asciugamano. L'asciugamano, dice, è forse l'oggetto più utile che un autostoppista galattico possa avere. In parte perché è una cosa pratica: ve lo potete avvolgere intorno perché vi tenga caldo quando vi apprestate ad attraversare i freddi satelliti di Jaglan Beta; potete sdraiarvici sopra quando vi trovate sulle spiagge dalla brillante sabbia di marmo di Santraginus V a inalare gli inebrianti vapori del suo mare; ci potete dormire sotto sul mondo deserto di Kakrafoon, con le sue stelle che splendono rossastre; potete usarlo come vela di una mini–zattera allorché vi accingete a seguire il lento corso del pigro fiume Falena; potete bagnarlo per usarlo in un combattimento corpo a corpo; potete avvolgervelo intorno alla testa per allontanare vapori nocivi o per evitare lo sguardo della Vorace Bestia Bugblatta di Traal (un animale abominevolmente stupido, che pensa che se voi non lo vedete nemmeno lui possa vedere voi: è matto da legare, ma molto, molto vorace); infine potete usare il vostro asciugamano per fare segnalazioni in caso di emergenza e, se è ancora abbastanza pulito, per asciugarvi, naturalmente”.


venerdì 8 novembre 2013

Recensione: Cronache Marziane di Ray Bradbury

Recensione di Tonino Mangano

L'arrivo degli "alieni terrestri" sul Pianeta rosso, l'incontro e lo scontro fra due civiltà e due maniere di intendere la vita e l'universo. I racconti estrosi e poetici di uno scrittore che ha travalicato la narrativa di genere per approdare alla grande letteratura.

Ray Bradbury, narratore americano contemporaneo distintosi per la sua verve artistica in tema di fantascienza, regala in Cronache marziane l’ennesimo scorcio delle sue grandi capacità “profetiche” che si materializzano sotto forma di pensieri concisi e nitidi.
Proprio come nel più conosciuto Fahrenheit 451, Bradbury pone il lettore di fronte a un ipotetico futuro - che di ipotetico ha solo le vicende – con un sottofondo tematico e  un contesto semi-apocalittico dalle tinte grigie e dal carattere verosimile che spiazza chiunque si accinga alla lettura.
La serie di racconti di Cronache Marziane, che potrebbero apparire slegati tra loro, è ambientata in un futuro che ormai, in gran parte, è divenuto presente. Le vicende, infatti, si sviluppano in un arco temporale che abbraccia la fine degli anni ’90 e termina nel 2026. Tutto il ciclo di storie - narrate dal punto di vista di più personaggi calati in contesti geografici e temporali differenti l’uno dall’altro - si impianta sulla scena delle esplorazioni e delle successive colonizzazioni del pianeta rosso, Marte, l’ennesimo limite da superare che si presenta all’uomo dopo lo sbarco sulla luna.
Le storie che Bradbury ci presenta si potrebbero definire anche un po’ tetre, ma sicuramente filtrate da una luce di “stranezza” e sature di riflessioni riguardanti la vita dei terrestri, le loro azioni, i loro rapporti con le nuove esperienze e le nuove forme di vita. In poche parole, il narratore tenta di dipingere con la sua opera le sensazioni, alle volte anche contrastanti, che sorgono nell’animo umano quando si ritrova dinanzi all’ignoto, a un nuovo cammino da intraprendere, con i suoi timori e le sue speranze.
Particolare rilievo hanno nei racconti due elementi: la paura e la sfiducia nella colonizzazione di Marte da parte degli uomini a danno delle forme di vita autoctone e la rottura operata dai futuri coloni nei confronti della loro vecchia patria.
Per quanto riguarda il primo punto, si rimarca l’importanza del rispetto per il diverso, quel riguardo che deriva da un’ammirazione nei confronti di un’altra civiltà che ha dimostrato un approccio diverso alla vita rispetto agli esploratori dello spazio. Insieme a questa riflessione si avverte però una cupa sensazione di misantropia che ci spinge a credere che lo stesso Bradbury avrebbe scoraggiato una colonizzazione di un nuovo mondo – se fosse possibile - proprio per evitare irreparabili danni alle popolazioni indigene. In questa considerazione si rivede un’aperta denuncia al comportamento eccessivamente possessivo dell’uomo nell’appropriarsi di ciò che non gli appartiene e di cui potrebbe godere anche solo condividendone i benefici. Dell’uomo e della sua civiltà vengono mostrate varie negligenze non trascurabili, in grado di condurre alla distruzione un intero pianeta. Ne consegue, da parte dell’autore, un netto disprezzo per l’eccessivo carico che l’uomo impone alla Natura.
A questa visione dell’uomo in chiave negativa, si aggiunge il desiderio, da parte di quelli che saranno i coloni di Marte, di erigere un muro tra loro e i terrestri.  Strappare le proprie radici non è tuttavia un rimedio a tutti i mali. È sempre difficile voltare le spalle alle proprie origini, al mondo in cui si è cresciuti all’ombra di certe abitudini e modi di vivere. Marte, di contro, costituisce la possibilità di voltare la pagina del libro dell’esistenza, un finale alternativo per la tragica fine che l’essere umano infliggerà al proprio mondo. Ne deriva un conflitto interiore incessante  ed è questo Bradbury descrive: l’attaccamento alla Terra, ma allo stesso tempo il desiderio di distaccarsi dal suolo natio. Nonostante ciò, il richiamo della “patria” è sempre molto forte.
L’attrattività di questo libro e di tutte le opere di Ray Bradbury risiede nella capacità dell’autore di giudicare in modo imparziale – forse un po’ troppo – la società del XX e del XXI secolo. Una società che ha intrapreso un viaggio sempre più spedito sui binari dell’abuso e del massiccio avanzamento tecnologico. A differenza di Fahrenheit 451, in Cronache Marziane non è l’alienazione della natura umana a catturare la critica dell’autore, ma l’uso smodato della tecnologia, della fame di conoscenza e del consumo delle risorse necessarie al continuo processo di modernizzazione. Si comprende bene come l’autore non voglia assolutamente marchiare negativamente lo sviluppo, tuttavia da queste pagine appare evidente il bisogno di ribadire ai posteri l’importanza della moderazione.

La bellezza dei testi di Bradbury risiede quindi nel saper comunicare messaggi decisamente attuali tramite la presentazione di scorci temporali che non sembrano avere nessuna relazione con il nostro presente, il tutto con una maestria che pochi autori del genere sanno vantare. Sembra giocare sulla capacità di suscitare emozioni ed evocare immagini nel lettore tramite un linguaggio lineare e l’uso esperto di un susseguirsi di eventi che si intrecciano tra loro sulla base di temi ricorrenti. Il saltare da una storia a un’altra e tra varie epoche e spazi, permette poi all’autore di fare sfoggio di una fantasia fuori dal comune e concede per altro al lettore la possibilità di interromperne la lettura e riprenderla in seguito senza risentire della difficoltà di ripercorrere i vari eventi.

Voto: 

giovedì 11 ottobre 2012

Recensione: Il fiume della vita di Philip J. Farmer


Il fiume della vita - Philip J. Farmer 
L’esploratore inglese Sir Richard Francis Burton si risveglia dopo la morte in un aldilà paradisiaco e misterioso: una vallata circondata da montagne impenetrabili e attraversata da un fiume immenso, lungo le cui sponde l’intera l’umanità si è risvegliata dalla morte. In questo strano eden la storia
della civiltà ricomincia da zero, con il difficile incontro tra uomini di epoche e culture diverse, tra chi si abbandona alle proprie pulsioni e chi si interroga
sul senso e le ragioni della nuova realtà. In compagnia dello scrittore di fantascienza Peter Frigate, di Alice Liddell, l’ispiratrice di Alice nel Paese delle Meraviglie, dell’aviatore Manfred von Richthofen e di altri personaggi che popolano il Mondo del Fiume, Burton decide di intraprendere un avventuroso
viaggio verso le sorgenti. Spinto dalla sua innata curiosità e da un inesauribile desiderio di scoperta, cercherà di capire cos’è il Fiume e chi e perché ha resuscitato l’umanità.

Editore: Fanucci
Genere: FANTASCIENZA
Anno: 2012
Pagine: 256
Prezzo: € 9,90
Codice ISBN: 9788834719503
Traduttore: Gabriele Tamburini


A cura di Less
Voto: 

Richard Burton, nome completo Sir Richard Francis Burton, noto esploratore e poliglotta, si risveglia dopo la morte in una valle attraversata da un grande fiume.
Non è l'aldilà che tutti si aspettano, e questo scatena il panico generale.
Burton, mantenendo il sangue freddo, si allontana dall'umanità nel pallone. Il suo atteggiamento controllato attirerà una piccola folla, i cui esponenti più importanti ai fini della storia sono Peter Frigate, scrittore di fantascienza statunitense, Alice Lidell, ispiratrice del personaggio di Alice in Wonderland, Monat Grautut, extraterrestre arrivato sulla terra nel 2008 e Kazz, da Burton amabilmente definito “subumano”.
Con il passare del tempo e il solidificarsi del rapporto fra i protagonisti, vediamo anche rinascere la naturale irrequietezza di Burton, che decide perciò di mettersi in viaggio lungo il corso del fiume.
Il suo scopo è arrivare alle sorgenti, dove si dice si trovi la base dei misteriosi Resurrettori.
Purtroppo si tratta di un'impresa pressoché impossibile, data l'immensa lunghezza del corso d'acqua. Ciononostante, non sarà un viaggio scevro di avventure.
Burton si imbatterà in un nuovo personaggio determinante: Hermann Göring. Per quanto sia una persona orribile, Burton continuerà ad imbattersi nel tedesco antisemita per tutto il resto del volume.
Che sia il volere del misterioso Etico che sembra desiderare la rivolta di Burton contro tutto il sistema dei Resurrettori?
Ora che Burton ha un complice nelle alte sfere, non si farà più alcuno scrupolo nei suoi tentativi di raggiungere le sorgenti del Fiume.
Lo stile di Farmer è funzionale alla narrativa, ma non brilla per originalità. Non c'è spreco di particolari, né alcun tecnicismo atto a rendere la lettura vivace. È narrativa pura, fine a se stessa; non ricorderete Il fiume della vita per l'ironia o il dramma o altro, perché Farmer valorizza prevalentemente i contenuti.
Una cosa che mi ha decisamente spiazzata di questo autore è il salto temporale.
Trovo utile e rispettoso – non mi piace sorbirmi infodump né dettagli inutili – il fatto che Farmer tagli le parti insignificanti a livello di trama, eppure trovo discutibile il modo in cui sceglie di farlo.
Dopo aver parlato discorsivamente del tale argomento o di un determinato momento, liquida in due righe un periodo più o meno esteso – nei casi meno gravi si tratta di tre mesi, ma ad un certo punto asporta letteralmente sette anni di vita.
Ho trovato questo particolare disturbante; mi sono chiesta se fosse necessario. Va bene togliere le parti inutili, ma davvero non c'è niente di degno di nota in sette anni?
Anche perché il contrasto con le righe precedenti è davvero forte. Ho avuto l'impressione che l'autore avesse scritto sull'onda dell'ispirazione, ma che poi si fosse reso conto di aver esagerato. A quel punto, deve essersi detto senz'altro di tagliare un po', ma arbitrariamente. Il risultato stona vagamente con la linearità della storia.
Di qui una riflessione sull'editing, che avrebbe potuto essere molto migliore.
Sviste a parte, la divisione del testo è confusionaria, così tanto da spingere il lettore a tornare sulle righe precedenti per accertarsi di aver afferrato il concetto; quando questo non si verifica, ovvero quasi sempre, il lettore perde lunghi minuti nella quadratura dei conti, il che è davvero molto male per un libro, perché nel frattempo si esce dalla storia e non si è inclini né propensi a rientrarvi immediatamente.
Anche il lavoro di traduzione avrebbe dovuto smussare alcune sfumature di significato.
Se il libro è godibile, quindi, è solo per merito dell'autore, pur con le sue mancanze.
Per quanto concerne la caratterizzazione, Burton è un personaggio soddisfacente.
Non è un personaggio vicino alla mentalità contemporanea, e non è neanche facile immedesimarsi in lui, ammesse e non concesse le possibili affinità caratteriali con il lettore; però è credibile.
Da un esploratore del diciannovesimo secolo non mi aspetto ragionamenti lineari e in stile “diario di un adolescente”. In questo l'autore è stato davvero bravo; magari non si condivideranno tutte le convinzioni di Burton, ma le si rispetterà in quanto dignitose.
Trovo che dare questa impressione sia molto più difficile che standardizzare un personaggio affinché sia simpatico all'utenza.
Anche Hermann Göring è un personaggio tutto sommato apprezzabile, e così Peter Frigate, sebbene le loro personalità non siano tanto rilevanti quanto quella di Burton né altrettanto prese in considerazione.
Un piccolo difetto si vede nell'incontro fra Burton e il suo aiutante misterioso: costui insiste ripetutamente sulla sua mancanza di tempo, ma poi si attarda per dare spiegazioni rivolte esclusivamente al lettore.
Una misera caduta di stile è l'improvvisa e repentina svolta nell'atteggiamento di Alice nei confronti di Burton. Dopo un lungo periodo di indifferenza e alterigia nei di lui confronti, ella si trasferisce nella sua capanna senza spiegazioni. Anche se subito dopo Farmer inserisce un flashforward appositamente studiato (cosa che disturba la continuità della lettura), il risultato è un collage piuttosto goffo.
La storia d'amore dei due suscita uno scetticismo di sottofondo che disturba il quadro generale.
Sembra un dettaglio inserito ad arte dopo la stesura, che non c'entra niente e non è introdotto degnamente. Per quanto Alice susciti la mia ammirazione in quanto donna di mentalità sorprendentemente aperta, non ho gradito per niente né l'atto del trasferimento in sé né tanto meno la spiegazione addotta.
Il punto di forza di questo romanzo è sicuramente la trama interessante e ben strutturata; il fatto che Farmer abbia voluto attribuire qualche carattere secondario come una love-story discutibile va a scapito della storia, ma neanche troppo.
Onestamente sono interessata al prosieguo delle avventure di quest'eclettico esploratore, vorrei scoprire l'identità del misterioso aiutante di Burton e sventare i piani di dubbia etica dei Resurrettori.
È un libro decisamente consigliato, nonostante le pecche; spero di vedere dei miglioramenti nei volumi successivi affinché la saga esprima appieno il suo potenziale.

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