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venerdì 17 luglio 2015

Il tempio degli Otaku #109: Excel Saga, di Koshi Rikudo








Salve a tutti, e benvenuti ad una nuova puntata de "Il Tempio degli Otaku"! La parola "originale" viene spesso maltrattata  e usata a sproposito: ma in questo caso è l'unica possibile. Anzi, è addirittura riduttiva: è solo originale una serie che diventa ad ogni puntata di un genere diverso, che si fa un punto d'onore nel parodiare più cliché possibili delle opere giapponesi, che vive di eccentricità e sospensione di credulità? Questi sono gli ingredienti di Excel Saga, anime tratto dall'omonima serie di Koshi Rikudo. Seguiteci nella recensione per immergervi nel suo folle mondo. Buona lettura (e visione)!

A questo punto seguirebbe la descrizione della trama. Peccato solo che l'anime non abbia una trama, nemmeno all'interno dei singoli episodi. Dovremo perciò accontentarci delle premesse generali. Nella città F. della prefettura di F. ha sede l'Across, organizzazione segreta il cui scopo è conquistare il mondo. Il suo fondatore, Il Palazzo, escogita e medita a getto continuo piani da affidare alle sue fidate (uniche) sottoposte: l'esuberante Excel e la dolce Hyatt, affetta dal "brutto vizio di morire". Tra una missione fallita e l'altra seguiremo anche le vicende di Frattaglia, la sfortunata cagnolina di Excel, di Pedro - immigrato brasiliano molestato, e non solo in senso figurato, dal destino - dei vicini di casa della protagonista e del misterioso Nabeshin, alter ego del regista Shinichi Watanabe. E questo è solo l'inizio...

Niente descrive Excel Saga meglio del suo sottotitolo: animazione sperimentale insensata. Animazione si spiega da sé. Sperimentale: come accennato nell'introduzione, l'anime muta continuamente genere, ora diventando un film di guerra, ora un anime sugli sport, in un'altra puntata ancora un poliziesco, e così via. Lo spettatore scopre che anime guarderà questa volta grazie al disclaimer del mangaka Koshi Rikudo, che autorizza gli sceneggiatori a prendersi delle licenze sul manga. Va detto, ad onor del vero, che non sempre il disclaimer è veritiero: l'episodio horror, ad esempio, è tale soltanto negli ultimi minuti, e quello sulla "giovinezza" è più che altro uno sberleffo agli spokon - shonen a tema sportivo. Inoltre nulla impedisce agli sceneggiatori di imprimere la propria visione personale del genere di turno, alle volte con risultati spiazzanti come nella puntata sulle storie di animali, il cui svolgimento sembra un po' eccessivo per gli standard del genere.
Infine, insensata. Non si può che concordare: gli amanti delle opere complesse, seriose, ed in generale con un senso logico dovrebbero stare attenti durante la visione di Excel Saga. Le puntate non hanno quasi mai un inizio, uno svolgimento ed una conclusione coerenti; i protagonisti si intrecciano soltanto grazie al caso,  o a forzature della sceneggiatura prontamente segnalate dagli stessi personaggi. A momenti drammatici si susseguono gag e anticlimax, che spesso rimandano a qualche stereotipo dei manga: alle parole poetiche di Excel sull'allenamento di bowling e di vita impartitole da Nabeshin segue l'ammissione che, in fondo, l'allenamento non era durato che sei secondi, e che probabilmente non è servito a un bel niente. La situazione viene sempre ristabilita alla fine della puntata, per quanto senza speranza sembrasse, di solito per mano della Grande Volontà dell'Universo, deus ex machina di nome e di fatto.
Tra una scena assurda e l'altra, però, si può intravedere una sferzante critica alle convenzioni: il regista preme per reintrodurre sulla scena un personaggio morto in maniera cruenta perché ha già fatto iniziare la produzione di massa di action figure; un giornalista di belle speranze, di fronte alla scena di distruzione (e di vomito verde) che si trova davanti, non pensa che alle sue possibilità di fare carriera; in un episodio ambientato in piscina i personaggi maschili non riescono mai a farsi inquadrare, a scapito delle belle donne in costume da bagno. Si fa per ridere, ovviamente... O forse no?
Alla luce del contenuto si può chiudere un occhio sul comparto tecnico, che raggiunge la sufficienza e nulla più. Non c'è bisogno che Excel lo faccia notare: è palese che gli sceneggiatori fossero più ricchi di idee che di budget, vista la scarsa qualità delle animazioni, i fondali approssimati, i colori falsati e i dialoghi usati per risparmiare sulle inquadrature. Era una consuetudine, negli anni '90, anche in un titolo cult come Neon Genesis Evangelion (parodiato ed omaggiato senza pietà nel corso della serie); e ai nostri occhi, viziati da ottima computer graphic e character design accattivante, sembra solo un difetto, e nemmeno di poco conto. Tuttavia a uno sguardo più attento, si scopre che questo non è necessariamente un male: con una grafica poco curata il contenuto deve essere per forza consistente, come infatti è il caso dei due titoli sopracitati. Mentre se l'aspetto visivo è appagante forse lo spettatore non si accorgerà di quanto il resto sia poco curato. Tutto sta nel non farsi ingannare, e scegliere con cura a cosa dare attenzione e cosa no... E recuperare Excel Saga sembra una scelta più sensata di quanto si potrebbe pensare.
... E con questa nota seria - stonata - si conclude la puntata di oggi. Arrivederci al prossimo appuntamento de "Il Tempio degli Otaku"!

venerdì 26 giugno 2015

Il tempio degli Otaku #108: PIL di Mari Yamazaki








Salve a tutti, e benvenuti ad una nuova puntata de "Il Tempio degli Otaku". La storia di cui parliamo oggi tratta di un'adolescente. Fin qui niente di nuovo: l'industria dei manga si fonda su  lettori di quell'età, e le opere dedicate a loro non mancano di certo. Ma qui non assisteremo alle fantasmagoriche avventure di  teenager in un mondo fantastico, né ad intricatissime vicissitudini sentimentali. Vedremo invece una ragazzina che cerca di trovare il suo posto in un paese ancora retrogrado come il Giappone, e un nonno che tenta di aiutarla, sebbene i suoi tentativi non sempre vadano a buon fine. Una storia di tutti i giorni, basata sulla vita dell'autrice, Mari Yamazaki. Ecco a voi PIL,  volume unico edito da Rizzoli. Buona lettura!

La sedicenne Nanami vive con suo nonno, la sua unica famiglia: non ha mai conosciuto il padre, e la madre è una famosa cantante lirica. Il nonno le è affezionato, ma la convivenza non è delle più facili, poiché ha l'allarmante tendenza di fare spese poco assennate. A questo aggiungiamoci un liceo privato che controlla ogni minimo dettaglio dell'aspetto e del carattere delle studentesse: non c'è da stupirsi se Nanami trova una valvola di sfogo nella musica punk (in particolare nei Public Image Limited, che danno il titolo all'opera) e cerca di rendersi indipendente economicamente. Il nonno segue il suo percorso, un po' inorgoglito e un po' preoccupato...

L'opera più famosa di Mari Yamazaki è senza dubbio Thermae Romae, originale omaggio agli antichi romani. Cercare analogie con PIL non è un esercizio molto utile. Eppure hanno qualcosa in comune: l'ambientazione nel Giappone degli anni '80. E se in Thermae Romae questa rimane subordinata all'antica Roma, in PIL diventa quasi la protagonista dell'opera. Tutta l'adolescenza di Nanami è condizionata dall'ambiente in cui vive: un ambiente asfittico, eccessivamente attaccato alle tradizioni, in cui una ragazza che desideri l'indipendenza incontra piccoli e grandi ostacoli. Dalla frangetta che deve essere obbligatoriamente spuntata (ma rasarsi i capelli equivale al voler farsi monaca) ai lavoretti che le ragazze possono o non possono fare. La musica punk - e, per estensione, l'Inghilterra - diventano la manifestazione di un ambiente libero da pregiudizi e condizionamenti esterni.
Un altro autore si sarebbe potuto fermare a questo punto. Ma Mari Yamazaki decide di approfondire se davvero la visione di Nanami sulla musica punk sia corretta o, al contrario, troppo idealizzata. Memorabile l'attacco del nonno a un ragazzo reo di aver illuso sua nipote: il vero spirito punk non è nella cresta, bensì nelle azioni.  C'è più etica punk in degli indefessi operai che in un bellimbusto con le borchie. In un'altra scena un personaggio esprime perplessità sul desiderio smodato di Nanami di andare a vivere a Londra: la musica punk, in fin dei conti, nasce come risposta alla crescente disoccupazione e degrado. Riuscirebbe Nanami a trovare quello che desidera, laggiù?
Una domanda che, all'epoca, si pose la stessa autrice. C'è una spiccata componente autobiografica in PIL,  evidente ad esempio nel narratore onnisciente, che non giudica mai i protagonisti. A dire la verità, questo si rivela anche la più grande pecca dell'opera: il comportamento sconsiderato del nonno avrebbe meritato ben più di una pacata condiscendenza. Parliamo di una persona estremamente vulnerabile, incapace di gestire i risparmi della sua famiglia, mettendo spesso in seria difficoltà Nanami. Una situazione che avrebbe meritato più di un volumetto, e soprattutto un'analisi più approfondita.

Il tratto di Mari Yamazaki è piuttosto personale, e lontano dalle mode. Gli studi all'Accademia delle Belle Arti di Firenze le hanno fatto adottare uno stile morbido, privo di fronzoli ma allo stesso tempo solido dal punto di vista tecnico. Uno stile che ben si adatta alle atmosfere pastello delle sue storie, assolutamente godibile.

PIL non punta a stupire il lettore con effetti speciali, né ad adularlo. È un'opera che fa della semplicità la sua maggiore forza: e il lettore amante degli slice of life non potrà che apprezzare questa autrice che promette, in futuro, molti altri lavori degni di nota.
E per oggi è tutto, cari amici. Arrivederci alla prossima puntata de "Il Tempio degli Otaku"!

sabato 6 giugno 2015

Il tempio degli Otaku #107: "Gli anni dolci" di Jiro Taniguchi







Salve a tutti, e benvenuti ad una nuova puntata de "Il Tempio degli Otaku". Le temperature poco clementi - almeno da dove scrivo - non favoriscono le riflessioni filosofiche, ma quando si parla di un grande autore come Jiro Taniguchi è il caso di fare uno sforzo. Siamo ormai abituati - o forse sarebbe meglio dire "assuefatti"- a vivere in un mondo globalizzato, in cui ogni paese è  talmente collegato al resto del mondo che i confini nazionali ormai sono solo un concetto fisico. È difficile, oggi, poter parlare di identità nazionale, nel bene o nel male. Perciò, quando capita di trovare un'opera che non riflette influenze di altre culture se non quella del popolo che l'ha creata, si può rimanere spiazzati. E, certo, anche affascinati.
Non troverete nessuno di questi temi in Gli anni dolci di Jiro Taniguchi, tratto da un romanzo di Hiromi Kawasaki - La cartella del professore, edito in Italia per Einaudi -, che narra di una tenera storia d'amore tra una donna ed il suo vecchio insegnante di liceo. Eppure vi invito a non sottovalutare questa introduzione; se mi seguirete nella recensione capirete perché. Buona lettura!

Tsukino è una donna sulla soglia dei quarant'anni. Non ha un compagno, ma la solitudine non le pesa: anzi, ama la sua libertà, il non dover rendere conto a nessuno delle proprie azioni.  Tra le sue abitudini preferite vi è mangiare fuori e bere sakè in un certo locale; locale frequentato abitualmente anche da un uomo di settant'anni che sembra conoscerla bene. È un suo vecchio professore. Nonostante gli anni di differenza, i due entrano presto in confidenza, cominciando ad uscire insieme. Un rapporto molto libero, privo di vincoli... Almeno all'apparenza. Perché, per quanto a lei possa sembrare assurdo, Tsukino comincia a provare qualcosa per quell'uomo distinto...

"Gli anni dolci" è un'opera giapponese. Pare un'ovvietà, eppure non lo è. La nazionalità degli autori alle volte è diversa dalla nazionalità dell'opera, e molti manga ne sono un esempio perfetto.  Si pensi, ad esempio,  al recente "Thermae Romae" di Mari Yamazaki, ottima fusione di Oriente ed Occidente. Lo stesso Taniguchi non ha mai nascosto il suo debito verso i fumetti occidentali, in particolare quelli francesi, evidente sia nel tratto sia in molti dei soggetti da lui affrontati.
Ma questo non si applica a "Gli anni dolci". Giapponesi sono i luoghi dove si muovono i protagonisti, tra locali tipici e mostre di calligrafia; giapponese è l'ambientazione, quasi sospesa nel tempo; giapponesi sono i personaggi, in particolare il vecchio professore; e sopratutto è inconfondibilmente e assolutamente giapponese il dipanarsi della storia d'amore tra i protagonisti. Il corteggiamento - se così lo vogliamo chiamare - del professore è blando, discreto. I loro appuntamenti sono più decisi dal caso che dalla loro volontà, ed i loro incontri non sono a cadenza regolare. Anche quando sono insieme, non c'è il minimo contatto fisico tra di loro. Lo si può notare persino dalle copertine: i due non camminano fianco a fianco. Il professore precede, Tsukino segue. Con queste premesse, perciò, non rimangano delusi gli amanti dei magniloquenti dialoghi amorosi: raramente i protagonisti si confesseranno i loro reciproci sentimenti. È un amore d'altri tempi, appartenete ad una cultura molto diversa dalla nostra.
Anche i personaggi si muovono su queste coordinate. Tsukino - anche voce narrante - lascia entrare il professore nella sua vita senza rendersi conto di quello che sta accadendo. Soltanto quando dovrà respingere l'amore di un suo coetaneo capirà che il settantenne è diventato una presenza indispensabile nella sua vita. Questo perché - come fa notare il professore - loro due sono, a dispetto delle apparenze, molto simili: la loro età anagrafica non coincide con quella reale, ed entrambi - sebbene sia difficile per loro ammetterlo - soffrono la solitudine. Eppure probabilmente sarebbero a disagio in un legame stabile, "tradizionale". E gli ostacoli non mancano: l'età avanzata del professore e, sopratutto, il fantasma della ex moglie di lui, ancora ben vivo nella sua mente.

Il tratto di Jiro Taniguchi si adatta alla perfezione alla storia, come confermato anche dall'autrice, Hiromi Kawasaki.  Le notazioni tecniche su retini, proporzioni e character design (ottimi i primi due, un po' standardizzato il terzo), sono sterili, nonché ripetute ormai tante volte nel corso di questa rubrica: più interessante l'opinione della creatrice dell'opera originale. A suo dire, Taniguchi ha compreso alla perfezione il carattere della protagonista, anche attraverso piccoli dettagli come la sua camera da letto. Difficile immaginare una critica più lusinghiera.

"Gli anni dolci" potrebbe essere un'opera più impegnativa del previsto per noi occidentali; visto sotto un'altra prospettiva il suo maggiore punto di forza può essere il suo tallone d'Achille. Chi fosse davvero appassionato alla cultura giapponese, comunque, dovrebbe tenere in seria considerazione questo titolo.  Per ora è tutto, cari amici: arrivederci alla prossima puntata de il Tempio degli Otaku!



sabato 9 maggio 2015

Il tempio degli Otaku #106: "Suicide Club" di Usamaru Furuya







Salve a tutti, e benvenuti ad una nuova puntata de "Il Tempio degli Otaku"! Oggi parliamo di un autore già conosciuto, ma da un punto di vista inedito. Personalmente, infatti, trovo piuttosto affascinante il processo che porta l'autore da un semplice spunto ad un'opera completa. Al mangaka di questa puntata, Usamaru Furuya, è stato chiesto di creare la trasposizione manga di un film, senza però avere vincoli di fedeltà all'opera originale. Il risultato finale ha mantenuto soltanto la scena iniziale: il resto è tutto lavoro di Furuya, che ha usato la sua sensibilità e la sua bravura per creare una storia priva di "timori reverenziali" e di essere assolutamente godibile anche senza vedere il film da cui è tratta. Questa settimana trattiamo di Suicide Club, ispirato all'omonimo film, di Usamaru Furuya. Buona lettura!

Cinquantaquattro ragazze scendono insieme da una fermata della metropolitana. Aspettano sul ciglio dei binari. Quando il treno sta per arrivare si prendono per mano e, tutte insieme, saltano. Moriranno tutte tranne una, Saya. La sua amica di infanzia, Kyoko, cerca di starle vicino come può: missione non semplice, non soltanto per la decisione incomprensibile di cercare la morte, ma perché Saya ha da sempre avuto comportamenti distruttivi e autolesionisti. Comportamenti che sono peggiorati da quando ha conosciuto Mitsuko, a capo del club delle ragazze suicide. Kyoko si accorge ben presto che l'influenza di Mitsuko sembra essere ancora più forte ora che questa è morta... E la morte non ha abbandonato Saya, tutt'altro.

Nelle duecento pagine di cui è composto questo volumetto Furuya non si è fatto remore nell'approcciare le più diverse tematiche, incurante dell'effettivo spazio che poteva dedicare a ciascuna. L'autolesionismo, le pseudo-religioni, la follia collettiva di internet, sono solo alcuni degli argomenti che troveremo in "Suicide Club": senza tralasciare, ovviamente, l'elemento horror, piuttosto preponderante. È fisiologico che in alcuni frangenti si riscontrino delle ingenuità, e che elementi interessanti - almeno a detta di chi scrive, che avrebbe gradito un approfondimento sull'amicizia tra Saya e Kyoko - siano stati trascurati, tuttavia è da apprezzare il tentativo. Anche se in chiave minore rispetto ad altre opere dell'autore - come la raccolta "Happiness", che abbiamo recensito - si intravede una sceneggiatura piuttosto potente e matura, che con più pagine avrebbe saputo dare risultati ancora migliori. Si vedano ad esempio le pagine finali, decisamente poetiche.
Inoltre vi sono - sopratutto per un'opera horror - diversi spunti di riflessione. Saya si appoggia morbosamente a Mitsuko perché, a suo dire, è l'unica capace di comprenderla veramente, mentre Kyoko ha una vita troppo ordinaria, ed è troppo presa da se stessa, per farlo. Saya e le altre ragazze - di cui, purtroppo, non sapremo molto - si sentono sole, indesiderate, brutte: si fanno del male, credono di non valere nulla. Mitsuko non le giudica, anzi sembra essere proprio come loro, anche se nessuno sa chi sia veramente. Né gli interessa: Mitsuko è in realtà null'altro che un simbolo. Quando Mitsuko muore, anche Saya muore con lei, salvo poi "rinascere" nella maniera più pericolosa e distruttiva possibile. Perché i problemi a monte rimangono: e se l'unica ragione di vita scompare, allora la salvezza si allontana sempre più. Mentre Saya, l'unica a ricordare gli "insegnamenti" di Mitsuko, sembra attirare attorno a sé veri e propri fedeli, Kyoko cerca in tutti i modi di evitare l'inevitabile. Sarà pressoché sola in questa battaglia: la polizia è impotente, gli adulti inaffidabili e disonesti. L'unica eccezione sarà un insegnante, che nonostante le apparenze sarà l'unico ad interessarsi davvero ai problemi delle ragazze. Naturalmente rivelare il resto sarebbe spoiler, vista la natura dell'opera. Privo di spoiler è, invece, il film, che segue binari totalmente differenti.

Il tratto di Usamaru Furuya, all'epoca della realizzazione dell'opera (2002), non era ancora arrivato ad una completa maturazione. Non si intravede, ancora, la sua grande versatilità stilistica, evidente invece in opere successive come "Genkaku Picasso". Tuttavia è uno stile gradevole da vedere e, soprattutto, personale: le inquadrature non distraggono dalla storia, ed anzi mettono in risalto quanto narrato. Quando Kyoko nota dei mutamenti nello sguardo di Saya, sia in positivo che in negativo, li vede anche il lettore. Non tutti i mangaka vi sarebbero riusciti, anzi.

"Suicide Club", pur non essendo un capolavoro, è un'opera che non sfigura, e anzi offre al lettore delle profondità inaspettate. Si presta a più livelli di lettura: si può leggere sia per intrattenimento sia per cercare degli spunti di riflessione. Non è sempre facile trovare opere con entrambe le caratteristiche, soprattutto da parte di autori affermati.
...E per questa settimana è tutto, cari amici. Arrivederci alla prossima puntata de "Il Tempio degli Otaku"!




sabato 4 aprile 2015

Il tempio degli Otaku #105: "Akai Mi Hajiketa" di Natsuko Takahashi










Akai Mi Hajiketa 1Salve a tutti e benvenuti ad una nuova puntata de “Il Tempio degli Otaku”! Aprile è appena iniziato e, dopo un inverno che sembrava non dovesse finire mai, è ritornata la primavera. La primavera, la “stagione degli amori”. Quale migliore periodo, quindi, per lasciare un attimo da parte le atmosfere cupe e distruttive che distinguono molte opere per dare spazio ad altre più leggere e spensierate, che parlino dell'innamoramento in tutte le sue forme? Un possibile candidato potrebbe essere il volume unico Akai Mi Hajiketa di Natsuko Takahashi, ancora inedito in Italia. Buona lettura!

Il volume raccoglie sette storie, completamente slegate tra di loro. Scopriamole insieme.
La raccolta si apre con “Lo studio di Hachisu-sensei”. La giovane protagonista adora una serie manga, ma non il suo creatore – Hachisu-sensei, appunto – reo di essere troppo diverso dal carismatico protagonista dell'opera. Hachisu è infatti disordinato, incapace di fare le più comuni faccende di casa, e il suo unico amico è un gatto. Non è con piacere che la ragazza si reca a casa sua per portargli qualcosa da mettere sotto i denti. Tuttavia, un giorno, ha la possibilità di osservarlo al lavoro… e niente sarà più come prima.
Nonostante il ritmo sia un po' troppo affrettato – non è chiaro l'esatto rapporto che lega i due protagonisti, anche se probabilmente sono parenti – il racconto riesce a lasciare un'impressione favorevole nel lettore, per i suoi toni delicati ma, allo stesso tempo, verosimili. Vincente, in particolare, la scelta di concludere la storia nel momento in cui la protagonista capisce chi è veramente Hachisu: il suo turbamento non è espresso a parole, ma l'autrice riesce comunque a comunicarci che qualcosa, in lei, è cambiato. Un inizio molto promettente.

Segue “Counter Punch”, storia di un pugile, Daisuke, che da promessa si è rapidamente tramutato in una barzelletta vivente. La sua sequenza di perdite è talmente impressionante da convincere la sua ragazza, Youko, a lasciarlo. Piuttosto che perdere l'ennesimo incontro, Daisuke è deciso a tornare a vincere, e a chiedere a Youko di ripensarci. Non sarà facile, però…
Con le sue cinquanta pagine, questa storia si dimostra la più lunga ed articolata del lotto. La narrazione, pur focalizzandosi principalmente su Daisuke, mette in mostra anche altri personaggi, come gli amici del protagonista – che non credono riuscirà a realizzare il suo obiettivo, il suo allenatore, e soprattutto Youko. Lungi dall'essere un mero “love interest” l'autrice esamina anche la sua vita e la sua versione dei fatti – diversa da quella di Daisuke. Con questi alti livelli di introspezione psicologica, quindi, anche il sospirato finale non mancherà di lasciare un segno nel lettore.

Nekotakota ha per protagonisti due ragazzini, Kotaro e la sua sempai Ako, che si sta preparando a partecipare a un concorso di scrittura. Peccato solo che Kotaro la disturbi in continuazione; un giorno, per farlo smettere, Ako lo bacia, a suo dire “per farlo stare zitto”. Sarà davvero per quel motivo? Ed anche Kotaro la prenderà in giro per cattiveria, o per attirare la sua attenzione?
Le risposte sono, naturalmente, scontate. Tuttavia, la storia rimane piuttosto gradevole da leggere: la graduale “presa di coscienza” di Kotaro è realistica, e priva dei patetismi e dei drammi che affliggono molti shojo. La scena finale ci fa intravedere la coppia che potrebbero formare questi ragazzini in futuro, lasciando quasi nel lettore il rimpianto di non poterla vedere con i propri occhi.

Il breve “Polter Poster” abbandona i toni pastello del precedente racconto per narrarci una storia molto più vicina alla realtà di tutti i giorni – paradossalmente, vista la vicenda narrata. L'innominato protagonista, tipico ragazzo in tempesta ormonale, trova appeso nella sua stanza un poster piuttosto provocante di una ragazza che lo invita a “soffiarci sopra”. Il nostro non può che cedere; ed ecco che la ragazza prende vita, gli finisce addosso e lo bacia… salvo poi rialzarsi, afferrare una delle sue camicie, salutarlo ed andarsene. Fine.
Racconto leggero e spensierato, che non ci si aspetterebbe da una simile raccolta. Le reazioni del protagonista, inoltre, sono assolutamente realistiche, e non fanno altro che divertire ancora di più il lettore.

Il titolo del quinto racconto, “Love is in the air”, è da prendersi in senso letterale. Il protagonista, Yuge, sale sul tetto della sua casa con l'intento di togliersi la vita. Mentre sta per buttarsi, però, da un elicottero scende una ragazza che gli incita di fermarsi. Lei è la star di un programma televisivo, Wish Granters, il cui scopo è, come si evince dal nome, realizzare i desideri delle persone. E Yuge è stato prescelto per essere il protagonista di una puntata. Neanche l'ammettere il suo più intimo desiderio – togliersi la vita – riuscirà a farla desistere dal suo intento. Anzi: la morte del ragazzo verrà organizzata nei minimi dettagli e trasmessa in televisione, davanti ad un pubblico che “tifa” per lui. L'assurdità della situazione non tratterrà Yuge dall'effettuare il “folle volo”: ma, mentre plana nel vuoto, la vita sembra acquistare improvvisamente un senso…
“Love is in the air” riesce dove molte opere – in tutti i medium – hanno fallito: fa ridere e, al tempo stesso, riflettere. A differenza di Yuge, non si può che rimanere colpiti dalla cura con cui si cerca di realizzare il suo desiderio: il ragazzo, ad esempio, dovrà lanciarsi dal punto più alto del Giappone, e aerei con striscioni comporranno scritte “motivazionali”...Tutto, però, per condurre una persona alla morte. Tanta determinazione da parte della Wish Granter è ammirevole o deplorevole? Fin dove si può spingere la voglia di aiutare le persone?

Di nuovo un cambiamento di atmosfera con “Ricordi di una dolce oliva”. Nelle sue dieci pagine, il protagonista ricorda una ragazzina che ha conosciuto molti anni prima, e che era solita nascondersi in mezzo ai cespugli di olive dolci. È così che – per puro caso – nascerà un bizzarro legame che il ragazzo non dimenticherà mai.
Potremmo quasi definire il racconto un bozzetto, a causa della sua breve durata. Un bozzetto delicato, che richiama alla dolcezza dell'infanzia. Un racconto molto tenero.

Chiude la raccolta “Primo amore”. Un professore incarica una ragazzina, Konno, di scrivere un discorso per la cerimonia di chiusura dell'anno scolastico. Vedendola in difficoltà, le propone di scriverlo come se stesse pensando ad una persona specifica… e la sua mente corre al sempai che le piace, con cui però non ha mai parlato.
A dispetto del titolo, il racconto, più che sul primo amore – che appare in pochissime scene – si concentra sul mondo della protagonista. Il professore, il primo a credere in lei, le sue amiche, sempre pronte a sostenerla, le prove del discorso...Tutti dettagli che ci portano a conoscere Konno molto meglio di quanto sarebbe stato se la storia si fosse concentrata esclusivamente sul suo rapporto con la sua cotta. L'amore non è che uno dei tanti aspetti della vita di Konno, e nonostante le delusioni non è mai troppo tardi per ricominciare e per costruirsi una propria identità. Una morale che molti shojo dovrebbero tenere in considerazione…

Il tratto di Natsuko Takahashi è decisamente gradevole. Nonostante l'evidente uso della computer graphic nei retini, lo stile è piuttosto personale, e denota delle basi tecniche che vanno al di là delle risorse usate. Il character design dei personaggi, inoltre, è piuttosto variegato, riuscendo ad evitare che il lettore si confonda.

“Akai Mi Hajiketa” è un'opera piuttosto leggera, ma non per questo povera di contenuti. Non sempre, per trasmettere emozioni, è necessario affidarsi a trame complicate o a cliché: la vita quotidiana può essere un'ottima fonte di ispirazione, se l'autore ha le capacità narrative necessarie. E questo sembra proprio essere il caso di Natsuko Takahashi, una gradita sorpresa da tenere d'occhio.






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