Giovanni ha diciotto anni, trascorsi quasi tutti a Verona, dove è nato. Una vita tranquilla, qualche amico e, ogni giorno, i lunghi allenamenti in piscina per prepararsi alle gare. Anche a casa regna la quiete: Giovanni vive solo con suo padre, notaio, in quel genere di grande appartamento abitato da due uomini che ogni donna può immaginarsi. Selvaggia ha diciotto anni, molte amiche e diversi spasimanti, vive sul mare e assapora l'estate appena iniziata quando sua madre le sconvolge la vita: si trasferiranno per ragioni di lavoro. Selvaggia cambierà scuola, dovrà ricominciare tutto da capo e lo dovrà fare a Verona, la città dove è nata e da cui proprio la mamma, tanti anni prima, l'aveva portata via, separandola dal padre e dal fratello gemello. Quando Selvaggia varca per la prima volta la soglia della nuova casa, Giovanni è rintanato in camera sua. Gli basta la voce di lei per capire che nulla sarà più come prima. Giovanni scopre quella voce come un regalo, ma al tempo stesso la riconosce, è un suono che vive da sempre dentro di lui: Selvaggia, la sorella perduta, è tornata nella sua vita, per sempre. Lei a Verona non conosce nessuno: solo Johnny - come lo ha subito ribattezzato - può farle da guida e tenerle compagnia nei tre lunghi mesi che devono trascorrere prima della ripresa scolastica. Selvaggia è bellissima, piena di fascino ma anche capricciosa fino allo sfinimento, croce e delizia per il fratello ritrovato. Presto tra i due si sprigiona un'elettricità, un magnetismo, un'affinità...
Editore: MondadoriPagine: 357
Prezzo: 15.00 euro
Nella variegata gamma di esordienti dallo stile anonimo, freddo, sciatto, sgrammaticato, la Coltorti non potrà non spiccare per la notevole perizia con la quale debutta nel travagliato panorama italiano.
Che i risultati siano scadenti, irritanti e artificiosi è un altro paio di maniche. Posso affermare, di positivo su questo libro, solo questo: ho cercato fino all’ultimo di mantenere l’idea di un voto che fosse almeno due stelle, perché, per quanto abbia messo a dura prova la mia resistenza, lo stile, se fosse stato snellito e meno ambizioso, avrebbe potuto essere un pregio anziché un difetto.
Purtroppo il finale del romanzo ha completamente annullato tutta la mia buona volontà.
L’argomento dell’incesto ha subìto diverse manipolazioni nel corso del tempo: dalle tragedie greche ai romanzi settecenteschi (l’Histoire di Casanova), dai manga ai più recenti Young Adult (Proibito di Tabitha Suzuma) è evidente che l’argomento, per le sue pruriginose implicazioni, susciti l’attenzione del grande pubblico. Non mi spiego, se non come un’abilissima mossa di marketing, la pubblicazione di questo romanzo, che per il solo argomento scabroso forse pretendeva di catturare l’occhio dei lettori. La qualità che forse, con un migliore editing, sarebbe potuta trarsi, è inficiata da una storia piatta, noiosa, senza quid e senza cuore.
Nemmeno raccontarvi la trama sarebbe utile: la storia si consuma nella più banale delle direzioni, con due protagonisti irritanti, viziati e annoiati. Giovanni e Selvaggia, questi i loro nomi, sono stati separati alla nascita dai genitori divorziati. Gemelli eppure costretti a vivere separati l’uno dall’altra, senza incontrarsi mai perché residenti in città diverse (Genova e Verona). Selvaggia con la madre – una donna, a quanto sembra, che l’ha sempre trascurata – e Giovanni con il padre, praticamente una macchietta in tutto il romanzo che sì e no apre la bocca un paio di volte. Già da queste due righe viene evidenziata una delle grandi incoerenze e assurdità del romanzo: nessuno dei due genitori si preoccupa di rivedere il figlio in diciassette anni della loro vita, dividendoseli di comune accordo. Quando i genitori decidono di riprovarci Selvaggia e Giovanni si ritrovano sotto lo stesso tetto: la passione scoppia in lui senza nessun motivo apparente ed il pensiero dell’incesto lo disgusta solo a parole. Nessuna reale riflessione viene infatti dedicata a questo argomento, quasi fosse un problema marginale. E per tutto il corso del libro non viene minimamente accennato il problema legale dell’incesto. Sembra che la scrittrice non sappia – e di conseguenza non lo sappiano nemmeno i suoi personaggi – che l’incesto è illegale! Entrambi fanno progetti sul loro futuro preoccupandosi esclusivamente della questione morale e del disgusto che potrebbero provare genitori e coetanei, ma un solo pensiero non viene formulato sull’impossibilità materiale di realizzare la loro unione.
L’incesto sembra, d’altronde, soltanto il pretesto per dare verve ad una – lo ripeto – banalissima, tediosa storia d’amore. La lettura è stata spossante, esclusivamente concentrata sulle schermaglie amorose dei personaggi, priva di azione, priva di interesse, “totalizzante”: 357 pagine ricche di avvenimenti inutili che, tutt’al più, evidenziano la noia di questi ragazzi, la morbosità dei pensieri di lui (che arriva ad affermare: “se sul serio credi che il nostro amore non origini da noi sei avvertita, sorella cara: io mi ammazzo. E se pensi che il nostro amore sia solo una specie di mania che fa del male a entrambi, ti assumi una responsabilità che faresti meglio a non assumerti”) e l’egoismo di lei (che pretende lui non partecipi ad un’importante gara di nuoto solo perché lei ha fallito una prova nel suo sport, la ginnastica ritmica, e lo tratta come un oggetto da prendere e posare come più le aggrada, fino ad arrivare a chiedergli il sacrificio supremo davanti a cui lui non si tira certo indietro, rincretinito da questo amore malato).
La sofferenza derivata dalla piattezza della narrazione è poi aggravata dallo stile insostenibile: laddove vorrebbe risultare poetico e personale si dimostra patetico, falso e inverosimile nei dialoghi, intervallato da espressioni gergali (gulp, stragulp, idiozie come “eri proprio pazzo, cazzo”), citazioni tra quali la Divina Commedia (“E quel papè Satan, papè Satan Aleppe pareva averti risposto” o “così, metaforicamente, cadendo come corpo morto cade”), arcaismi fuori luogo (“postea”, “siffatto”, “ché” anziché “perché”, che danno esito a frasi come: “tu guardavi molto più selvaggia che il tuo nocciola, crema e panna, tant'è che verso la fine ti eri pure macchiato i pantaloni e siffatto prodigio aveva suscitato, da parte di Selvaggia, un'ilarità proporzionata all'evento” oppure “postea, ti sentivi oppresso da un’ansia angosciosa”), termini inventati che non significano nulla ("labbra salmonate") e l’uso della seconda persona singolare, in maniera retorica, per l’intero corso della narrazione.
I protagonisti, l’ho già accennato, sono insopportabili: lei è una ragazzina abituata ad avere tutto nella vita – con la scusante, ci mancherebbe altro, dell’infanzia difficile dovuta alla madre assente -, sostanzialmente senza problemi, ammirata da tutti e venerata come una dea, bella, magra, ben vestita, con i capelli perennemente a posto e perfetta.
Lui è bello, atletico, disposto a spendere per lei palate di soldi – impagabile l’anello di ottocento euro in presenza del quale cui si promettono amore eterno… e ci credo, con un anello di ottocento euro chiunque prometterebbe pure il braccio e tutto il resto, oltre che la mano – innamorato in maniera psicopatica, tanto che la segue e la spia.
Nel corso del libro, a parte qualche piccolo sospetto comunque lontano dalla verità, nessuno si accorge, nonostante le persistenti effusioni in casa, che i ragazzi stanno insieme. Per troncare l’agonia l’autrice giunge finalmente, verso pagina 308, alla chiave del prevedibilissimo finale: nulla di più scontato, tragico - in maniera imbarazzante – ed evidentemente degno della storia stucchevole e senza spessore.
Anziché muovere i condotti lacrimali, la fine arriva per il lettore come una liberazione. Veloce (per fortuna almeno in questo!), sdolcinata e senza logica, esattamente come tutto il romanzo.
Le affinità alchemiche risulta fallimentare su tutta la linea: non trovo un pubblico di destinazione se non in inguaribili romantiche che si perdono più negli amplessi dei personaggi che nella struttura portante della storia. Tutti i margini di approfondimento vengono troncati in virtù della pesante vacuità del romanzo, dettagli inverosimili si mescolano ad episodi senza rilevanza, lo stile ridicolo rende il libro lento e a questo si aggiunge un finale che fa ridere nel tentativo di scimmiottare le tragedie shakespeariane. Assolutamente non consigliato ai cardiopatici e ai diabetici. E ai lettori che cercano un libro decente – mica pretendiamo che sia bello, ma almeno decente! – e non si accontentano dell’ultima estenuante manovra di marketing.

Gaia Coltorti, vent'anni, è nata a Jesi e ora vive a Roma dove studia Lingue e letterature straniere.
Le affinità alchemiche è il suo primo romanzo, i cui diritti sono già stati venduti in otto Paesi oltre all'Italia.



