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lunedì 20 aprile 2015

Recensione: Red Country di Joe Abercrombie



Red Country, Joe Abercrombie
Gargoyle
640 pagine, 24.00 euro
Rieccoci, dopo breve tempo, con un nuovo libro di Joe Abercrombie, di cui abbiamo già recensito la Trilogia della Prima Legge e i due volumi indipendenti Il sapore della vendetta e Il mezzo Re
Come d'abitudine per l'autore, molti sono i volti noti dei precedenti romanzi che fanno la loro comparsa nei libri successivi, e anche questa volta i ritorni sono parecchi, a partire dall'alcolizzato soldato di ventura Nicomo Cosca, alla sua quarta presenza, senza tralasciare uno dei personaggi più controversi dei primi libri: il suo vero nome stavolta non verrà mai rivelato – ora è conosciuto come Agnello, nome quanto mai poco azzeccato – ma il fatto che sia un Uomo del Nord con solo nove dita dovrebbe aiutare a riconoscerlo. 
Red Country è stato pubblicizzato dallo stesso Abercrombie come un'incursione del fantasy nel western, e, in effetti, l'esperimento pare riuscito. Fin dalla dedica iniziale a Clint Eastwood si può assaporare l'atmosfera che si respirerà nel romanzo.
In questo capitolo lo stacco con i precedenti volumi è tale che anche l'ambientazione medievale/rinascimentale sembra venir meno ed è facile immaginare Shy Sud, la giovane protagonista, assieme ai suoi compagni d'avventura in versione cowboy mentre affronta territori selvaggi al seguito di una carovana di pionieri in cerca di fortuna, difendendosi dalle intemperie della natura e dalle scorribande degli spettri, una popolazione simile agli indiani d'America, che invece dello scalpo ama conservare le orecchie degli avversari sconfitti. 

A parte il cambio di ambientazione, Abercrombie non ha perso il suo carattere: Red Country è crudo e cinico come ci si aspetta dall'autore, senza falsi buonismi e sentimenti scontati. E' vero che, rispetto alla trilogia, l'azione è più lenta, soprattutto nella prima metà del libro, ma il ritmo accelera nella seconda parte, riscattando ampiamente la prima impressione. Inoltre l'autore dimostra di essere bravo non solo nel tratteggiare con realismo epiche battaglie, ma di sapere anche sviluppare la tensione dell'attesa e costruire trame, seppur non troppo intricate, sempre piacevoli da dipanare.

Il cinismo, come già detto, è una componente fondamentale del racconto e anche questa volta ci vengono proposti una serie di anti-eroi codardi, malvagi o semplicemente approfittatori, che Abercrombie riesce a mettere in primo piano con la consueta ironia. Eppure, forse per la prima volta, l'autore sembra voler considerare l'eventualità di un cambiamento, riconoscendo la possibilità della redenzione, almeno per alcuni personaggi e in alcune circostanze.

Ecco quindi una breve carrellata dei protagonisti: la figura principale è Shy Sud, giovane donna molto pragmatica, con un passato torbido, disposta a tutto pur di ritrovare i fratellini rapiti, Ro e Pit. Assieme a lei troviamo Agnello, l'uomo del Nord, che dovrà scavare nel proprio passato per trovare la rabbia necessaria a sconfiggere chiunque si metta in mezzo a lui e ai bambini, di cui si considera padre adottivo.

Nel loro viaggio, Shy e Agnello dovranno fare i conti con l’assenza di legge delle Terre Remote, in cui tribù sanguinarie e carovane di disperati sono all’ordine del giorno. L’incontro più pericoloso sarà quello con uno degli antieroi più ripugnanti di Abercrombie, il mercenario con il vizio dell'alcool Nicomo Cosca, accompagnato dal vile legale Tempio. Le storie di altri personaggi dei precedenti volumi fanno la loro comparsa, intrecciandosi direttamente o indirettamente con la trama principale, per la soddisfazione degli amanti di questo autore.

La componente magica, in questo romanzo, ha assunto un ruolo minore rispetto al passato, lasciando spazio a un nuovo potere che comincia rapidamente a farsi largo: l'industrializzazione. Abercrombie innesta nel suo libro l'invenzione delle prime armi da fuoco, facendoci anche intravedere delle futuristiche macchine da guerra, dal vago sapore steampunk.

In Red Country, la crudeltà riesce a coesistere con sprazzi di umanità, per arrivare a un finale insolito, positivo, che strizza l'occhio all'ottimismo. A questo si aggiunga che la vena ironica dell'autore, dopo la flessione degli ultimi due libri, è particolarmente sfavillante. Joe Abercrombie, ormai sempre più a suo agio nel mondo del fantasy contemporaneo, in Red Country allarga i suoi orizzonti narrativi con un'ambientazione western inusuale e uno stile piacevolmente cinico. 


Voto: 



Joe Abercrombie
nasce a Lancaster nel 1974. È il 2002 quando, allora studente di Psicologia all’Università di Manchester, pensa di scrivere una trilogia fantasy e inizia la stesura del primo episodio. Trasferitosi a Londra, lavora come montatore freelance e produttore di format televisivi di vario tipo e termina di scrivere quello che diventerà The Blade Itself. Dopo aver incassato lo scetticismo di alcuni degli agenti letterari più influenti del Regno Unito, Gollancz (storica etichetta britannica famosa per essere, tra gli altri, l’editore di George Orwell) ne acquista i diritti, vincolando Abercrombie a pubblicare l’intera serie per un giro d’affari a sette zeri. A The Blade Itself (2007) seguono Before They Are Hanged e Last Argument of Kings (2008). La trilogia The First Law si rivela un enorme successo tra i lettori anglosassoni. The Blade Itself, in particolare, è un vero e proprio boomerang editoriale: Abercrombie viene riconosciuto come miglior nuovo scrittore fantasy ed è finalista al prestigioso John Campbell Award, moltissimi Paesi inoltre acquistano i diritti del volume. Sempre Gollancz ha pubblicato i romanzi singoli The Heroes (2011) e Red Country (2012).

venerdì 6 marzo 2015

Recensione: Il sapore della vendetta di Joe Abercrombie



Il sapore della vendetta, Joe Abercrombie
Gargoyle Extra
796 pagine, 24 euro
Joe Abercrombie ci riporta nel suo mondo grazie allo stand-alone Il sapore della vendetta, dandoci modo di conoscere un altro continente: la Styria. Il libro non segue più i protagonisti della trilogia “La Prima Legge”, i cui volumi abbiamo già recensito, ma si focalizza su una nuova protagonista che si muove dentro un'area finora inesplorata, in un'avventura intricata che adotta come tema preponderante la vendetta. Nel libro compaiono dei nuovi personaggi, alcuni molto accattivanti, e ne fanno ritorno alcuni secondari della trilogia precedente: senza svelare troppo è possibile citare il duca Orso, che ci verrà presentato sotto una nuova inquietante luce, l'uomo del Nord conosciuto come Brivido, che vuole lasciarsi alle spalle la guerra e l'odio per Logen Novedita, e il mercenario Nicomo Cosca, noto per aver partecipato alle difese durante il famoso assedio di Dagoska.

La protagonista del libro è la mercenaria Monzcarro "Monza" Murcatto, che Abercrombie tratteggia, come sua abitudine, come un'anti-eroina a cui però si finisce inevitabilmente per affezionarsi.
Il sapore della vendetta, adatto a un pubblico maturo e non troppo sensibile, segue le sanguinarie gesta della donna, già capitano dei mercenari delle Mille Spade, mentre, assieme a un gruppo eterogeneo messo insieme per l'occasione, cerca di placare la sua sete di vendetta. Tradita dal suo datore di lavoro e da coloro che riteneva più fidati, lanciata giù da una montagna e data per morta, a Monza rimane infatti un'unica ragione di vita: la ricerca della vendetta per il tradimento che è costato la vita all'amatissimo fratello Benna e che l'ha lasciata sfigurata.
Il suo punto di vista si alterna a quello degli altri membri della raffazzonata compagnia che costituisce il suo piccolo esercito: un ex-mercenario ubriacone, un uomo del Nord preda di dubbi esistenziali, un ex-galeotto con una strana mania per i numeri, un subdolo avvelenatore dal carattere vanesio e la sua assistente. Le motivazioni che spingono Monza e i suoi alleati sono assolutamente egoistiche, eppure l'autore riesce a convincerci ad accettarle e a parteggiare per loro, nonostante i fatti dimostrino chiaramente che nessuno dei protagonisti sia dalla parte del bene. La caratterizzazione dei personaggi è molto curata, l'evoluzione di alcuni di essi è seguita in modo profondo, malgrado altri vengano lasciati nell'ombra o messi repentinamente da parte nel corso della storia.

L'autore sembra divertirsi nel creare situazioni di apparente calma e tranquillità improvvisamente interrotte da colpi di scena, tradimenti e imprevisti che ribaltano la situazione nel giro di poche righe. Nonostante i numerosi personaggi e le diverse storie secondarie, la trama si presenta piuttosto lineare, tuttavia va dato atto allo scrittore di riuscire a conferirle carattere e vivacità, anche grazie al corretto dosaggio delle scene di battaglia, per le quali Abercrombie si conferma decisamente incline e che riesce a descrivere con una brutalità cinematografica.
Al di là dell'ambientazione immaginaria, Il sapore della vendetta si colloca sulla scia dei romanzi d'avventura d'approccio "storico". Lo stile di Abercrombie manca forse del respiro epico dell'opera di Martin, cui spesso viene paragonato, e la gestione dei diversi punti di vista (POV) non è altrettanto ben congegnata, ma lo scrittore compensa con una maggiore dose di cinica ironia e una profonda attenzione alla psicologia dei personaggi.

In conclusione, un romanzo piacevole, ben scritto, che non rivoluziona il genere fantasy ma si dimostra trascinante, a tratti brutale, calando il lettore in un mondo dove non esistono buoni e cattivi ma solo diverse gradazioni di male. Abercrombie dimostra di non aver perso il suo stile: tornare nel mondo immaginario della trilogia precedente, con personaggi e tematiche tutto sommato simili senza mai risultare ripetitivo o abbassare il ritmo del racconto richiede una notevole abilità.



 Voto: 




Joe Abercrombie
nasce a Lancaster nel 1974. È il 2002 quando, allora studente di Psicologia all’Università di Manchester, pensa di scrivere una trilogia fantasy e inizia la stesura del primo episodio. Trasferitosi a Londra, lavora come montatore freelance e produttore di format televisivi di vario tipo e termina di scrivere quello che diventerà The Blade Itself. Dopo aver incassato lo scetticismo di alcuni degli agenti letterari più influenti del Regno Unito, Gollancz (storica etichetta britannica famosa per essere, tra gli altri, l’editore di George Orwell) ne acquista i diritti, vincolando Abercrombie a pubblicare l’intera serie per un giro d’affari a sette zeri. A The Blade Itself (2007) seguono Before They Are Hanged e Last Argument of Kings (2008). La trilogia The First Law si rivela un enorme successo tra i lettori anglosassoni. The Blade Itself, in particolare, è un vero e proprio boomerang editoriale: Abercrombie viene riconosciuto come miglior nuovo scrittore fantasy ed è finalista al prestigioso John Campbell Award, moltissimi Paesi inoltre acquistano i diritti del volume. Sempre Gollancz ha pubblicato i romanzi singoli The Heroes (2011) e Red Country (2012).

giovedì 29 gennaio 2015

Recensione: Le mie due vite di Jo Walton




Le mie due vite, Jo Walton
Gargoyle Books
314 pagine, 18.00 euro
 Anche l'Italia ha potuto conoscere, grazie alla casa editrice Gargoyle, una delle maggiori autrici attuali di fantasy e fantascienza: Jo Walton, già insignita nella sua carriera di premi come il Nebula Ward o lo Hugo Award. Quest'anno è uscita la sua ultima fatica, Le mie due vite, un romanzo che riprende a parlare di tematiche a lei care come l'ucronia o le questioni sociali, e che allo stesso tempo si pone in un'ottica intimista che potrebbe attirare anche coloro che non sono amanti del fantasy. Lo spunto di partenza è, infatti, una situazione che tutti abbiamo provato nella vita: il chiedersi cosa sarebbe successo se, in un determinato momento, avessimo fatto una scelta piuttosto che un'altra. Un progetto ambizioso, quindi, capace di creare alte aspettative nel lettore. Sarà riuscita a realizzarle?

2015. Patricia si ritrova in una casa di riposo, pur essendo circondata dall'affetto di figli e nipoti. È affetta da demenza senile e, stando alla cartella clinica, appare MC, molto confusa. La donna, infatti, non fa solo fatica a ricordarsi della sua vita passata: non sa quale vita realmente le appartenga tra due alternative inconciliabili che si alternano nella sia mente. In una si chiama Trish e ha quattro figli, avuti da un marito incapace di darle amore; in un'altra ne ha tre, cresciuti insieme alla sua compagna, Bee, la chiama Pat. Anche il mondo esterno, poi, non sembra lo stesso.
Quale versione corrisponde alla verità? E sopratutto, quando è cominciata la dicotomia tra l'infelice Trish e la realizzata Pat? In un raro momento di lucidità la vecchia rintraccia quel momento fatidico: l'ultimatum datole dal suo fidanzato, Mark, che le ingiungeva di sposarsi "ora o mai più". La risposta cambierà la sorte sia di Patricia sia del mondo intero.

Avevamo accennato, prima, alle aspettative create da questa premessa così inusuale. E spiace dirlo, ma queste aspettative sono state fortemente disattese. Sintetizzare due vite, infatti, - senza dimenticare la cornice storica del romanzo - richiede più delle trecento pagine qui impiegate, e una struttura piuttosto robusta. Purtroppo, invece, ci troviamo di fronte a un ritmo di narrazione velocissimo, che per esigenze di spazio sacrifica qualunque cosa trovi sul suo cammino.
Passaggi fondamentali nella vita di Trish e Pat vengono liquidati in poche pagine o persino in poche righe: per la prima è il caso, ad esempio, della sua liberazione dal giogo del marito, mentre per la seconda è emblematico come viene delineato l'inizio della sua relazione con Bee. "Frettoloso" è un eufemismo, visto che non ci viene nemmeno mostrato come le due si conoscono e cominciano a entrare in confidenza. A maggior ragione, quindi, appaiono inspiegabili alcune lungaggini come il dettagliato elenco dei negozi presenti in una città dove vanno a vivere Mark e Trish o la cronaca dei numerosi viaggi di Pat a Firenze.
Lo stesso vale per la parte fantascientifica del romanzo, che viene delineata soltanto quando ha un reale impatto sulla vita delle protagoniste e, alle volte, scade in cambiamenti talmente insignificanti da sembrare meri divertissement (ad esempio il Principe Carlo che sposa Camilla negli anni '70). Perplime infine che, ad eccezione delle prime ed ultime pagine, la scena non si sposti mai su Patricia vecchia, che non arriva mai ad affrontare seriamente il suo problema.

Naturale che a farne le spese siano sopratutto i personaggi, piuttosto tipizzati. La contrapposizione Mark/Bee, ad esempio, è tutta a vantaggio della seconda, che sembra essere priva di difetti; l'altro, invece, non ha alcun lato positivo. I timidi spunti di introspezione psicologica arrivano troppo tardi per fare effetto sul lettore. In chiave minore si può dire lo stesso per il resto del cast, dai figli indistinguibili tra loro a Michael, il padre biologico dei bambini di Pat e Bee.
Quello che davvero fa la differenza, però, è la capacità delle due protagoniste di resistere alle avversità della vita. Niente sembra smuoverle, a tal punto che si arriva quasi a dubitare della loro capacità di provare empatia. Non importa quali vicende debbano affrontare, dalla morte del fratello al lesbismo, - nonostante sia cominciata negli anni '50, Pat e Bee non hanno problemi nel far accettare al mondo la loro storia d'amore - fino ad eventi ancora più drammatici. Dopo poche righe di turbamento sono pronte a riaffacciarsi alla vita, sotto gli occhi attoniti del lettore, che si aspettava delle manifestazioni di dolore più profonde. Logicamente in questo modo è difficile che si crei una reale connessione tra il pubblico e i personaggi.

A ben guardare, però, la ragione di questi difetti è una sola: lo stile di Jo Walton. Non è un'esagerazione dire che probabilmente non ci sono, nel romanzo, scene mostrate, e non raccontate. I sentimenti dei personaggi o non vengono analizzati del tutto oppure vengono descritti direttamente al lettore: la reazione di Trish dopo un gesto particolarmente crudele di Mark viene sintetizzata con un "...E lei lo odiava per questo", un lungo ringraziamento al Signore viene spiegato con un ridondante "Pregò..." e quello che Pat prova la prima volta con Bee viene descritto soltanto come "importante". Difficile giustificare tutto questo con il ridotto spazio a disposizione.

Lo spunto, intelligente e originale, de "Le mie due vite" non è sfruttato a dovere dall'autrice, vittima dei propri limiti artistici. Non è da escludersi che la stessa storia, con una durata almeno raddoppiata e delle mani più capaci, sarebbe stata decisamente più notevole. Ma poiché noi non possiamo vivere questa particolare sliding door, dovremo accontentarci di leggere - chi lo desidera - quella di Patricia.


Voto: 





martedì 28 ottobre 2014

Recensione: I pericoli di Sherlock Holmes di Loren D. Estleman




I pericoli di Sherlock Holmes, L. D. Estleman
Gargoyle Books
208 pagine, 16.00 euro
I pericoli di Sherlock Holmes è un corpus costituito da sette racconti apocrifi dedicato al mitico investigatore privato, integrato con tre saggi di approfondimento e una simpatica commedia in un solo atto che vede protagonisti il Dr Watson e sua moglie.
Come recita il titolo, la raccolta vede il più famoso investigatore privato alle prese con una serie di “pericoli” che lo porteranno, tra le altre cose, a imbattersi con spettri di dickensiana memoria e figure letterarie come il diabolico Fu Manchu; a varcare i confini della fumosa Londra per sconfinare nelle terre del West americano e ad addentrarsi in quell'antro oscuro e insondabile che è la follia, sempre nell’intento di risolvere enigmi apparentemente insolubili. L’Holmes di Estleman riveste perfettamente i panni dell’infallibile segugio e risolve ogni caso brillantemente.

Tutti i racconti tranne L’uovo del serpente, che viene pubblicato qui per la prima volta e che è una vicenda incompleta, sono apparsi in lingua originale in altre antologie. Nel racconto che apre la raccolta, L’avventura del cavaliere arabo, Holmes, coadiuvato dall’immancabile Dr Watson, rivela le sue eccellenti doti di osservatore e fa sfoggio delle sue ampie conoscenze mentre è impegnato a recuperare un importante documento egizio. I tre fantasmi di cui si parla nel secondo racconto, invece, tormentano il sonno di un nobile banchiere londinese la cui vita è in pericolo: un simpatico divertissement che rispolvera il “Canto di Natale” di Charles Dickens. Il terzo racconto (che è il mio preferito) vede Holmes alle prese con un’antica ciotola cinese consegnatogli da un cliente molto particolare, lo scrittore britannico Sax Rohmer, famoso per la serie di racconti incentrati sul criminale asiatico Fu Manchu. In L’avventura del dono più grande, un cilindro fonografico apparentemente innocuo scuote l’intelligenza dell’investigatore, che verrà messa a dura prova durante un importante ricevimento di gala. Ma Holmes non si lascia spaventare da nulla, nemmeno dal diavolo che pare essersi impossessato di un “ospite” dell’ospedale San Porfirio.

In tutti i racconti la penna di Estleman riesce ad offrirci avventure tipicamente sherlockiane. Inizio e fine sono ben delineati. Ogni racconto ha la sua ambientazione, ben curata e definita: lo spazio qui non solo  fa da ambientazione, ma serve anche da sfondo agli stati d’animo di Sherlock. Particolare attenzione viene rivolta al gioco di sguardi e gesti tra i personaggi, e il passaggio da una scena all’altra scorre sinuoso. Immancabili i riferimenti ai casi precedenti.

L’ultimo racconto, L’uovo del serpente, è in realtà il primo capitolo di un progetto ambizioso, un romanzo a più mani, che prevedeva la partecipazione di Isaac Asimov e Ruth Rendell ma che – purtroppo – non ha visto la luce e rimane quindi un mistero insoluto. Holmes ha a che fare con un uomo che dice di essere perseguitato da una maledizione druida. In poche pagine Estleman, ideatore del progetto, riesce a catturare l’attenzione del lettore e ad accompagnarlo senza noia in una nuova avventura sherlockiana e solleticandone l' immaginazione fin dal titolo. Spero di poter leggere in futuro il romanzo perché l’inizio è indiscutibilmente “appetitoso”.

Definirei la raccolta una sorta di ritorno alla memoria delle atmosfere familiari, dal mitico appartamento al 221B di Baker Street alle vie della fumosa Londra, dalla vestaglia grigio topo di Sherlock all’inconfondibile voce del suo narratore e compagno di avventure, il Dr. Watson.

L’autore,  grande appassionato di Conan Doyle e membro della società holmesiana “Gli irregolari di Baker Street”, ha già scritto due romanzi in cui contrappone Sherlock Holmes a due figure letterarie leggendarie, il Conte Dracula e il Dottor Jekyll. Senza entrare nel campo minato dei confronti tra apocrifi di Holmes, il Sherlock Holmes che ho trovato nelle pagine di Estleman è quello di sempre: il lettore troverà una coppia in forma smagliante. Le avventure sono divertenti, alcune più ingegnose di altre, di certo non tra le più geniali, ma dal sapore autentico. A fine lettura, però, non ci si sente completamente appagati: la colpa è forse da imputare al racconto incompleto dell’uovo di serpente il cui inizio è intrigante e stuzzica la nostra curiosità. 
Ma i tre saggi e l’elenco di Letture consigliate che completano la raccolta vanno a colmare questa lacuna, suggerendoci un modo per conoscere meglio il vasto mondo sherlockiano. 

Il primo saggio in apertura è un’occasione per l’autore di presentarsi e di raccontare come è nata la sua passione per Sherlock Holmes. Il secondo gira attorno alla rappresentazione cinematografica di Watson, un personaggio un po’ scomodo sul grande schermo, ma un eccellente narratore sulla carta e una presenza imprescindibile per lo stesso Holmes che, in “Uno scandalo in Boemia”, aveva ammesso di sentirsi perduto senza di lui (“I am lost without my Boswell”). 

Il terzo saggio infine si sofferma sull’Ombra. Tutti noi conosciamo Sherlock Holmes e il suo inseparabile amico, confidente e biografo, e molti di noi, come del resto confessa lo stesso Estleman nel saggio di apertura, lo abbiamo visto nei film e nelle serie televisive, tuttavia non tutti conoscono l’opera letteraria di Doyle. Seguendo le indicazioni e i consigli che troverete nelle altre sezioni, avrete modo di fare la conoscenza del mitico segugio di Baker Street, e di approfondire l’opera di Sir Arthur Conan Doyle.
Ci vuole coraggio, ingegno e molta passione per imitare un grande scrittore che ha saputo creare un personaggio intramontabile. Auguriamoci che dalla penna di Estleman escano altre avventure e che il progetto de “L’uovo del serpente” possa concretarsi quanto prima.



A cura di Paola Buoso


Loren D. Estleman 
è nato nel 1952 ad Ann Arbor, nel Michigan. Ha pubblicato 60 libri e centinaia di racconti e articoli. Considerato una vera e propria autorità nella western-fiction e nella detective-story, ha collezionato 17 vittorie e decine di nomination nei più importanti premi “di genere”. Profondo conoscitore del Canone holmesiano, ha scritto gli apocrifi Sherlock Holmes contro Dracula e Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Holmes, e inoltre Hollywood Detective, tutti pubblicati da Gargoyle.
Il suo sito web è: www.lorenestleman.com

giovedì 12 giugno 2014

Recensione: L'ultima ragione dei re di Joe Abercrombie



L'ultima ragione dei re, Joe Abercrombie
Gargoyle Extra
881 pagine, 19.90 euro
L’Ultima Ragione dei Re conclude la trilogia della Prima Legge dell’inglese Joe Abercrombie, iniziata con “Il Richiamo delle Spade” e proseguita con “Non prima che siano impiccati”, libri che abbiamo già recensito. Un romanzo di chiusura che porta all’epilogo le disavventure dei vari personaggi, seppur con un ritmo all’inizio poco incisivo, che si riscatta nel finale.

Partiamo dal titolo: l’ultima ragione dei re è la traduzione della locuzione latina ultima ratio regum, che Luigi XIV aveva fatto incidere sui suoi cannoni. Un chiaro riferimento alla forza delle armi, che nelle battaglie di questo romanzo decideranno la sorte dei sovrani del Nord e dell’Unione.

Alla fine del volume precedente, il gruppetto formato da Bayaz, il misterioso Primo Mago, il suo apprendista Quai, l’arrogante spadaccino Jezal dan Luthar, la silenziosa Ferro, il nordico Logen Novedita e il “navigatore” Fratel Piedelungo aveva concluso con esiti negativi la missione di ricerca ai confini del Mondo. Il potente artefatto magico che avrebbe potuto rovesciare le sorti della guerra, il Seme, non si trovava dove Bayaz immaginava, per cui la compagnia si dirige a mani vuote verso Adua, la capitale dell’Unione, per difenderla dalle sterminate truppe Gurkish che premono da Sud, mentre la maggior parte dell’esercito reale è occupata nella guerra contro Bethod nel Nord.

Nel frattempo lo storpio inquisitore Sand dan Glokta si trova in una difficile situazione: deve onorare i suoi doveri non solo verso l'Arcilettore Sult, il suo diretto superiore, ma anche verso la banca Valint & Balk, che gli ha prestato una piccola fortuna per erigere le difese di Dagoska e che ora pretende da lui cieca obbedienza, in cambio del silenzio sulla provenienza del denaro. Glotka risponderà nella maniera a lui più congeniale, con doppi giochi, torture efferate e la consueta macabra ironia che non mancherà di colpire il lettore.

Nel freddo Nord, il comandante West si trova costretto a gestire in prima persona l’organizzazione della guerra contro Bethod, in particolare i rapporti conflittuali fra i diversi stati maggiori che compongono le forze armate dell’Unione, con risultati alterni. Verrà ben presto raggiunto da Logen Novedita, desideroso di chiudere i conti col suo vecchio nemico Bethod, ricordando a tutti l’origine del suo soprannome: “il Sanguinario”.

Luthar, rientrato ad Adua, viene manipolato come un fantoccio da Bayaz, che riesce a presentarlo al popolo come un eroe e successivamente a farlo riconoscere come bastardo del sovrano appena defunto e innalzarlo al trono. Il momento di gloria del nuovo re dura poco: i Gurkish sferrano un massiccio attacco alla capitale, stringendola in un assedio che lascia poche speranze ai difensori, in attesa del ritorno dell’esercito dal Nord.

Il Primo Mago Bayaz si rivela un maestro di trame e intrighi, riuscendo a influenzare e a manovrare, più o meno segretamente, tutti i personaggi più importanti. Con l’aiuto di Ferro, inoltre, studia il modo di sconfiggere le temibili Cento Parole, i servi del profeta Khalul, una forza d’elite che ha corrotto la sua essenza mangiando carne umana: ciò sarà possibile solo violando la Prima Legge, quella che sancisce la separazione fra la nostra realtà e il mondo dell’aldilà, il mondo abitato dai demoni.

Nella parte finale, tutte le storie convergono in un climax di azioni e colpi di scena, ricomponendosi in un disegno corale a partire dalle diverse trame che abbiamo seguito nei tre volumi. Se la prima parte di L’ultima ragione dei re è relativamente lenta, con un ritmo poco soddisfacente, sicuramente il finale concitato, a tratti amaro, fa perdonare l’autore.

I personaggi appaiono meno stereotipati rispetto al secondo libro della saga, guadagnando in profondità e credibilità. Logen Novedita, ad esempio, che sembrava destinato a un percorso di redenzione e cambiamento, stupisce il lettore finendo per tornare ai suoi vecchi costumi, cedendo il passo alla cieca violenza e perdendo tutti i suoi amici. Luthar subisce un destino simile: quando viene nominato sovrano dell’Unione sembra abbandonare il carattere arrogante e pusillanime, per poi rivelare la sua vera natura incontro con Bayaz.

Abercrombie sembra voler suggerire che nella realtà i cambiamenti netti difficilmente accadono, e che ogni vittoria è costellata di tante piccole sconfitte personali unite a molte azioni malvagie, che però passano in secondo piano.

Esemplare è il caso del Mago Bayaz, all’apparenza il primo servitore del bene, che ottiene la vittoria finale e salva l’Unione dalla sconfitta solamente violando Prima Legge - quella che regola l’andamento armonioso del mondo – e uccidendo migliaia di innocenti senza apparenti problemi morali, ingannando o manipolando il popolo con l’illusione del potere e il miraggio del benessere, quando appare evidente che sono il suo denaro e le sue bugie a governare il mondo.

La conclusione del volume è tutto fuorché scontata, non ci sono meritate ricompense per gli eroi, niente lieto fine per le storie d’amore che vedono protagonisti i personaggi e neppure punizioni per chi ha anteposto il proprio tornaconto alle vite di tante persone.

Un finale che ricorda l’uroboro, il serpente che si morde la coda, poiché la fine riporta proprio all’inizio (capirete il perché leggendo la trilogia), e dove il messaggio che passa, come direbbe Logen Novedita, è che bisogna essere realisti e accontentarsi, dopo ogni scontro, di essere ancora in vita. Il classico “e tutti vissero felici e contenti”, in questo mondo corrotto, dove la morale ha un valore relativo e il bene assoluto è un’utopia, in fondo non sarebbe credibile.


Voto: 



Joe Abercrombie

nasce a Lancaster nel 1974. È il 2002 quando, allora studente di Psicologia all’Università di Manchester, pensa di scrivere una trilogia fantasy e inizia la stesura del primo episodio. Trasferitosi a Londra, lavora come montatore freelance e produttore di format televisivi di vario tipo e termina di scrivere quello che diventerà The Blade Itself. Dopo aver incassato lo scetticismo di alcuni degli agenti letterari più influenti del Regno Unito, Gollancz (storica etichetta britannica famosa per essere, tra gli altri, l’editore di George Orwell) ne acquista i diritti, vincolando Abercrombie a pubblicare l’intera serie per un giro d’affari a sette zeri. The Blade Itself (2007) seguono Before They Are Hanged Last Argument of Kings (2008). La trilogia The First Law si rivela un enorme successo tra i lettori anglosassoni. The Blade Itself, in particolare, è un vero e proprio boomerang editoriale: Abercrombie viene riconosciuto come miglior nuovo scrittore fantasy ed è finalista al prestigioso John Campbell Award, moltissimi Paesi inoltre acquistano i diritti del volume. Sempre Gollancz ha pubblicato i romanzi - singoli e ambientati nello stesso mondo di The First Law - Best Served Cold (2009) e The Heroes (2011).

giovedì 15 maggio 2014

Recensione: I centomila regni di N.K. Jemisin




I centomila regni, N.K. Jemisin
Gargoyle Books
382 pagine, 18.00 euro
Primo volume della The Inheritance Trilogy di N.K. Jemisin, I centomila regni racconta le avventure di una ragazza inspiegabilmente catapultata in una realtà del tutto diversa dalla sua: a capo di una tribù dopo la morte della madre, Yeine viene richiamata dal burbero e glaciale nonno materno nella città che domina incontrastata sui Centomila Regni, destinata a prendere su di sé un’eredità che le metterà contro i cugini, intenzionati a tutti i costi a succedere al trono. Una storia di intrighi, grandi architetture, dove gli dei sono al servizio dell’uomo, ridotti in schiavitù per controllare il loro potere, eppure capaci di modificare qualsiasi ordine per autocompiacimento. Yeine è la classica eroina sprovveduta che deve imparare a sopravvivere in un mondo complicato e a lei estraneo, sebbene per diritto di nascita faccia parte di una delle più importanti famiglie del regno. È lei stessa a raccontare la sua storia in prima persona, inizialmente perdendosi in lunghe digressioni sulla sua storia familiare che sono funzionali allo sviluppo della storia, ma riuscendo a catturare l'attenzione del lettore e a renderlo “facile preda” delle stesse emozioni che vive la protagonista.
Di sicuro il punto di forza dell’intera storia è l’ambientazione: la Jemisin costruisce un mondo in un solo palazzo di cristallo, dove tutto è trasparente, ma non per questo meno pericoloso, riuscendo con pochissimi particolari a permettere al lettore di costruire una personale ma ben definita visione dei luoghi nei quali si trova Yeine. Il tutto è sospeso in un tempo indefinito, che ricorda molto il periodo greco, sebbene più “tecnologico” (esistono, nel palazzo regale di Sky, ascensori in grado di portare dovunque si voglia con la sola forza della mente). La magia ha ruolo fondamentale nella storia, come anche le divinità relegate in corpi umani dopo la loro sconfitta nella battaglia contro Itempas - unica vera divinità sovrana che sembra ricordare la “vittoria” occidentale del monoteismo sul paganesimo. Gli dei che incontriamo con frequenza sono Seith, dio-bambino dispettoso e divertente, Nahadoth, oscuro e instabile che non mancherà tra i pensieri di Yeine, e Enefa, sorella di Nahadoth, anche ella ambigua nelle sue azioni.
Le tematiche della storia sono molto varie e attuali, come nella tradizione dell'epic fantasy: le guerre intestine sono il pretesto per parlare di razzismo, intolleranza, battaglie etniche e di eterna lotta fra bene e male. L’autrice svela il mondo femminile e la sua grande forza, lasciando che quello maschile, per una volta, rimanga un po’ nell’ombra.
Lo stile è molto interessante e coinvolgente, di certo insolitamente gradevole e ricco per un’opera primaI centomila regni è stato il romanzo d’esordio della Jemisin – tanto da ottenere nomination ai più importanti premi riservati ai fantasy, come lo Hugo Award 2011 per il Miglior Romanzo e il Nebula Award 2010 per la Narrativa, e aggiudicandosi il Locus Award 2011 per il Miglior Romanzo d’esordio e il World Fantasy Award 2011. Eppure, nonostante i vari riconoscimenti, il romanzo in alcune sue parti risulta acerbo, poiché sembra quasi che l’autrice non riesca a destreggiarsi con le tante storie che si intrecciano irrimediabilmente nella trama principale. Questa mancanza le si può però perdonare grazie alla capacità che mostra nell’introspezione e nella tecnica narrativa. Nel complesso, si tratta di una buona lettura che non ha fatto altro che avvicinarmi al genere fantasy, che fino a poco tempo fa non credevo potesse essermi affine. Insomma, come ho sostenuto nel mio articolo sull’epic fantasy scritto da donne, questo romanzo è la dimostrazione che nell’universo magico di cappa e spada c’è spazio anche per voci femminili, in grado di costruire romanzi avvincenti e particolari che non hanno niente da invidiare a quelli scritti da uomini.

Voto: 





Nata in Iowa, Nora K. Jemisin è cresciuta tra New York e l’Alabama. Dopo numerosi racconti, pubblica I Centomila Regni, opera d’esordio e primo volume della trilogia L’eredità, candidato all’Hugo, al Nebula e al World Fantasy Award, e con il quale nel 2011 ha vinto il Locus Award come miglior primo romanzo e il Romantic Times Reviewers’ Choice Award. Attualmente vive a Brooklyn, dove, oltre a scrivere romanzi e racconti, lavora come consulente universitario.Nata in Iowa, Nora K. Jemisin è cresciuta tra New York e l’Alabama. Dopo numerosi racconti, pubblica I Centomila Regni, opera d’esordio e primo volume della trilogia L’eredità, candidato all’Hugo, al Nebula e al World Fantasy Award, e con il quale nel 2011 ha vinto il Locus Award come miglior primo romanzo e il Romantic Times Reviewers’ Choice Award. Attualmente vive a Brooklyn, dove, oltre a scrivere romanzi e racconti, lavora come consulente universitario.

sabato 11 gennaio 2014

Recensione: Il signore della Neve e delle Ombre di Sarah Ash



Il signore della neve e delle ombre, Sarah Ash
Gargoyle Books
600 pagine, 19.90 euro
Edito dalla Gagoyle Books, il “Signore della Neve e delle Ombre” è il primo dei tre romanzi di Sarah Ash che comporranno il ciclo de “Le lacrime di Artamon”.
Il romanzo racconta delle avventure di Gavril, un giovane pittore che scopre di essere il figlio del Drakhaon e dunque erede al trono di una regione fredda e desolata, l’Azhkendir. Qui è costretto a recarsi subito dopo la morte del padre, dovendo adeguarsi controvoglia ai costumi di un popolo barbaro e trovandosi per altro catapultato in intrighi volti a privarlo del potere per assicurarlo al Tielen. Quest’ultimo è un regno vicino, che punta alla supremazia sull’Azhkendir e sul Muscobar, patria della bella Astasia, duchessina di cui Gavril è innamorato. Insieme all’Azhkendir, Gavril eredita dal padre tremendi poteri legati alla possessione del suo corpo di un demone drago, il Drakhaoul. Sono poteri che potrebbero aiutarlo salvare la sua gente, ma che al contempo possono dannare la sua anima e renderlo un mostro senza scrupoli e assetato di sangue.  Con l’aiuto di Kiukiu - una ragazzina che scopre di avere innati poteri magici legati alla musica - e di un improbabile alleato, Gavril affronta gli ostacoli che gli si parano innanzi, lottando contro coloro che minacciano il suo regno e allo stesso tempo contro il demone che vive in lui.

A prima vista la trama promette bene, tuttavia il modo in cui la Ash ha rappresentato e sviluppato il tutto è a dir poco deludente.
Pensando al romanzo nel complesso, non posso che associargli un calderone ribollente dentro cui sono stati gettati alla rinfusa elementi tra loro disomogenei e a volte persino stridenti.
Innanzitutto scarsa o addirittura inesistente è la descrizione che la Ash ci dà di Rossiya, il continente in cui sorgono Azhkendir, Muscobar e Tielen. A parte la cartina inserita a inizio volume e qualche descrizione riguardante la conformazione territoriale o climatica delle aree del continente, poco o nulla sappiamo delle genti che lo popolano, eccezion fatta per il popolo dell’Azhkendir, di cui abbiamo qualche notizia in più. La gente dell’Azhkendir crede infatti negli spiriti dei morti, ma si può notare quasi subito la presenza di una congregazione di monaci al servizio di un Dio di cui non ci si dice assolutamente nulla. In cosa credano i protagonisti, spesso distanti dalle tradizioni dell’Azhkendir, non è dato sapere e ancor meno sappiamo di coloro che provengono dal Tielen o del Muscobar.

Stessa cosa si può dire della storia dei tre regni: dalla lettura si evince che il continente era riunito sotto l’Imperatore Artamon e che alla sua morte le diverse casate si contesero il potere, senza riuscir mai a prendere il sopravvento l’una sull’altra. Troviamo di fatto diversi regnanti, ma questi hanno diversi titoli: Principe, Granduca e Drakhaon. Anche qui, non v’è uno straccio di spiegazione sull’organizzazione politica di tali realtà, a parte forse l’indiscutibile assolutismo.  
Si nota anche una convivenza della Scienza - avanzata non si sa fino a che punto -  con una non meglio precisata arte alchemica/stregonesca. La cosa, per come la Ash la mette in gioco, non può che far storcere il naso: accanto a gas venefici, strani aggeggi che permettono la comunicazione a distanza, macchine volanti e pietre che brillano in corrispondenza dell’energia vitale dell’uomo a cui sono collegate, compaiono infatti le pistole. Sì, pistole, normali e atte a lanciare gas lacrimogeni, insieme ovviamente ad asce, spade e lance. Un quadro che stride come unghie sulla lavagna.
Non mancano poi nelle descrizioni termini come “giardini all’italiana”, “illuminato come un luna park”, risposte come “Pronto?”  - quest’ultima data da Gavril a un aggeggio simile a un telefono mai visto prima in vita sua -  e riferimenti a Santi del culto dei quali non ci si dice nulla. Sono elementi, questi, che mandano in mille pezzi l’atmosfera fantasy, scagionando la traduzione italiana di cui si arriva inizialmente a dubitare.

Un mondo che non ha nessun elemento di continuità rispetto al mondo reale aveva sicuramente bisogno di una storia meglio delineata e soprattutto di culture, di lingue, di tecnologie a sé stanti.
Quanto ai personaggi si può dire che il carattere di ognuno è stato abbozzato ma non sviluppato fino in fondo, eccezion fatta forse per Kiukiu. Nonostante tutti vivano una sorta di dramma interiore, l’intensità delle loro reazioni emotive è tiepida, troppo in confronto alle azioni che ne derivano, le quali assumono così tinte da melodramma. Banali si rivelano anche quelli che dovrebbero essere colpi di scena o drammatiche coincidenze, piuttosto prevedibili e scontate, echi lontanissimi e mal riusciti delle tragedie shakespeariane.
Di questo primo capitolo della trilogia, insomma, non si può dire un granché bene. Ottima l’idea di base, ma forse, in previsione del secondo romanzo, sarebbe meglio per la Ash approfondire meglio le parti che lo meritano e concentrare di più l’azione, evitando i troppi periodi di stasi in cui gli eventi si susseguono, inconcludenti.  


 Voto: 


mercoledì 23 ottobre 2013

Novità: Il Signore della Neve e delle Ombre di Sarah Ash







Ispirandosi direttamente alla mitologia e al folklore nord-europeo e asiatico, Sarah Ash presenta finalmente anche in Italia un avvincente romanzo caratterizzato da un calcolato mix di suspense, magia, horror e romanticismo gotico, 10 anni dopo la prima edizione inglese.
Scritto con stile chiaro e asciutto, a parere dei critici anglosassoni Il Signore della Neve e delle Ombre, uscito per Gargoyle il 17 ottobre, poggia su un intreccio ben congegnato ed essenziale, che non cede troppo al dettaglio né si disperde in sottotrame e rivoli narrativi, a vantaggio del coinvolgimento e dell’empatia del lettore, che non può non condividere il travaglio interiore del protagonista Gavril Andar, fatto di paura, rabbia, vendetta, pietas e voglia di amare.
Cosa sembra distinguere questo libro dagli altri fantasy, non tutti di elevato livello, disponibili in libreria? Innanzitutto la facile leggibilità, da molti presentata come una delle migliore caratteristiche dell’autrice, assieme ad un argomento molto affascinante, quello delle creature mitologiche più conosciute, i draghi, presentato da un punto di vista decisamente innovativo.

Un assaggio? Eccolo:
«Voi siete il Drakhaon. Il sangue che scorre nelle vostre vene non è normale sangue umano».
«È quello che mi hai ripetuto centinaia di volte. Ma che cos’è un Drakhaon?»
«Guardate». Kostya alzò il braccio e indicò la randa della nave. Sulla tela bianca era dipinto, in nero e argento, un simbolo […], un’enorme creatura dalle ali adunche che sembrava librarsi in aria a ogni soffio di vento che gonfiava la vela.
«Un drago?», sussurrò Gavril sgomento. «Ma di sicuro… dev’essere una metafora, un titolo, una…»
«Voi siete il Drakhaon, signore», ripeté Kostya ostinato.
«Ma mio padre come poteva essere un uomo… e un… un…» Gavril non riusciva a dirla quella parola; la sola idea era assolutamente ridicola. I draghi erano leggende da libri di favole per bambini.
«Drakhaon non è semplicemente un drago, signore.  Drakhaon è un drago guerriero. Un uomo che può distruggere i suoi nemici con il respiro, che infiamma i combattenti del suo clan con il potere del suo sangue ardente».

Per chiunque fosse interessato alle storie di draghi e vendette, il Signore della Neve e delle Ombre, primo volume dell’attesa trilogia “Le lacrime di Artamon” edita da Gargoyle, è disponibile in libreria dal 24 ottobre.


Trama
Tutto ciò che Gavril Andar conosce della vita è il clima soleggiato e pieno di calore della Smarna, l’ameno principato sito a sud di quello che un tempo è stato l’impero di Rossya, la casa accogliente che divide con la bella e protettiva madre, la passione per la pittura. L’arrivo di uno spietato manipolo di guerrieri provenienti dal Nord infrange tale armonia, segnando per sempre il destino del ragazzo. I soldati vengono ad annunciare che Lord Volkh, il signore del gelido regno di Azhkendir, uomo nelle cui vene scorre il sangue ardente del guerriero-dragone noto come Drakhoul, è stato assassinato. La vendetta è ineluttabile e soltanto Gavril può compierla dal momento che Volkh era suo padre, malgrado il ragazzo ne sia stato finora alloscuro.
Ferito e frastornato da quanto saputo, il giovane viene condotto contro la sua volontà nella fredda e innevata Azhkendir, la sua terra natìa dove vigono leggi, consuetudini e alleanze tribali e cruente assai diverse da quelli cui è abituato.
Rinchiuso nel castello del Drakhaon, Gavril è controllato a vista dai suoi carcerieri; frattanto la notizia del suo arrivo si diffonde nei principati vicini, intenzionati a studiarne le mosse per anticiparle attaccando a sorpresa Azhkendir.
Al centro di mille pressioni, mentre il suo popolo reclama guida e vendetta, il giovane dà inizio alla battaglia più importante della sua vita, quella per salvaguardare la sua parte umana, seriamente minacciata dal suo sangue Drakhoul: Gavril sta diventando, infatti, una creatura che non vuole diventare, una creatura dal potere incommensurabile... assecondarne la forza vuol dire cedere alla barbarie e a orribili crudeltà.
Titolo originale: Lord of Snow and Shadows
Traduzione di Stefania Minacapelli
Editore: Gargoyle
Prezzo: 19 euro
Pagine: 601 pagine


Sarah Ash

Si è diplomata in Musica e Drammaturgia presso il Murray Edwards, College femminile dell’Università di Cambridge, ed è autrice di otto romanzi e diverse raccolte di racconti. La sua formazione la porta a rivestire ruoli di dirigenza e insegnamento nella scuola, dove valorizza con passione giovani talenti anche nella veste di autrice e produttrice di musical. Contemporaneamente scrive, allinizio degli anni Novanta, la sua short story «The Mabinogion Mice» (mai pubblicata in volume) che entra nella classifica dei dieci migliori racconti per l’infanzia del quotidiano Guardian, e nel 1992 la nota rivista Interzone pubblica il suo racconto «Moth Music». Il successo arriva nel 2003 con l’uscita del romanzo Lord of Snow and Shadows, primo episodio della trilogia The Teas of Artamon (Le lacrime di Artamon), che le fa ottenere una grande popolarità tra i lettori anglosassoni e francesi. Da allora Sarah Ash si dedica completamente alla narrativa. Vive nel Kent con il marito e i due figli.

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