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giovedì 11 giugno 2015

L'editoria per ragazzi oggi. Intervista a Beatrice Masini


La letteratura per ragazzi è stata negli ultimi anni rivoluzionata dall'introduzione del cosiddetto target "Young Adult", una fascia di riferimento che va dai quattordici ai diciotto anni.
Dentro questo contenitore sono stati inseriti titoli molto diversi tra di loro, e dai generi più disparati, che spesso usano il pretesto del fantasy o della distopia per raccontare, in realtà, storie banali e commerciali, oltre che mal scritte.
La "piaga" di questo tipo di Young Adult è sociale e pedagogica. Se i libri per ragazzi non devono necessariamente avere lo scopo di educare, sarebbe opportuno almeno non avessero  quello di diseducare. Troviamo invece romanzetti rosa che rimarcano stereotipi di genere, relegano il primo amore a quello di tutta la vita, descrivono relazioni impossibili dove viene ribadito il concetto di sacrificio. Non è solo l'appiattimento del linguaggio, che abbassa il livello della lettura per non renderla faticosa e ne annulla l'utilità pratica (vista come superflua e quasi offensiva, dato che il valore primario viene dato all'evasione fine a se stessa e priva di intelligenza), ma è anche la trasmissione di messaggi sbagliati o, peggio, l'assenza di trasmissione di qualsiasi messaggio: libri che non restituiscono nulla al lettore, rendendolo quasi più vuoto di prima. Alle spalle di questo c'è l'importazione massiccia di libri provenienti dagli Stati Uniti e scritti da persone improvvisate, per lo più donne, che non conoscono l'uso adeguato della parola scritta. Ma c'è anche la disonestà intellettuale di chi foraggia i ragazzi con prodotti che valgono meno di zero e con il pretesto che questi romanzi "vendono" – sottovalutando continuamente l'intelligenza degli adolescenti e abbassando, per via della somministrazione continua di libri scadenti, le loro pretese letterarie, forti della convinzione che i giovani leggano tutto senza badare alla qualità.
Per fortuna, l'editoria è fatta anche di persone non solo competenti e professionali, ma che hanno a cuore i libri che producono e che avvertono il peso della scelta editoriale destinata al giovane pubblico. Personalità fondamentale in questo ambito è Beatrice Masini, molto conosciuta come scrittrice e traduttrice (è sua la traduzione di Harry Potter), ma che da anni lavora nell' editoria per ragazzi. Prima di essere trasferita all'ufficio diritti internazionali di Bompiani, Beatrice Masini è stata direttrice editoriale della sezione per ragazzi di Rizzoli e, prima ancora, editor della narrativa per ragazzi di Fabbri Editori. 
È stata per me un onore e un grande piacere intervistarla. La considero uno dei migliori esempi dell' editoria d'eccellenza italiana, un modello da seguire per costruire un'editoria futura più consapevole e attenta alle vere esigenze degli adolescenti.



I libri hanno sempre bisogno di cure, in modo differente l'uno dall'altro. L'iter che porta alla pubblicazione passa per la valutazione del testo, editing e revisioni. Ma l'editoria per bambini e ragazzi ha bisogno di molte più attenzioni, almeno questo accade nelle case editrici che si pongono il problema di una sorta di responsabilità (mi corregga se sbaglio) nei confronti del giovane pubblico. Può spiegare in cosa consiste, in base a questa premessa, la differenza tra editoria per ragazzi e per adulti?

La responsabilità prima di tutto. Se si scrivono e si pubblicano libri per bambini e ragazzi vuol dire che si sceglie per loro, così come chi compra o diffonde libri per bambini e ragazzi (i genitori, gli insegnanti, gli animatori della lettura) sceglie per loro. Nel caso dei bambini scegliere è anche un dovere: pensare che possano farlo da soli è assurdo, è uno scarico di responsabilità.
Poiché là fuori c’è di tutto – libri da tutto il mondo, d’evasione, d’impegno, leggeri, problematici, facili, difficili, banali, scritti male, accurati, eccezionali – scegliere vuol dire avere un’idea chiara di ciò che si può e si deve proporre, e agire di conseguenza. C’è la buona evasione, ci sono i buoni libri leggeri, ci sono i brutti libri e basta – gli epigoni, le copie di copie, i romanzi concepiti a tavolino – che vanno lasciati dove sono. E ogni tanto ci sono i capolavori, e a quelli non si deve resistere, anche se si ha la netta sensazione che non verranno capiti, o non subito. Mentre vanno ignorati i libri – ce ne sono tanti – che non aggiungono niente alla gioia, all’allegria, alla leggerezza, al tormento della lettura. Meno libri inutili ci sono in libreria, più è facile che i bambini e i ragazzi si trovino tra le mani libri interessanti, magari anche importanti, magari anche fondamentali. Va da sé che la responsabilità deve fare da linea-guida in tutti i passaggi della catena: traduzione, editing, riletture devono essere allineate – no alla censura, no alle semplificazioni, no all’appiattimento del linguaggio.
Se ci si occupa di libri per adulti le maglie sono più larghe perché gli adulti sono in grado di scegliere da soli, e se vogliono buttare tempo e denaro è affar loro. Ciò non toglie che anche in quel mondo si facciano troppi libri superflui, che magari sono anche innocui ma sottraggono spazio e attenzione ai libri importanti.


Gli adolescenti vengono visti dagli adulti, spesso, come sorta di alieni. Si tende a trattarli come se fossero ancora bambini – quindi la violenza nei libri a loro destinati, ad esempio, non deve essere mai eccessiva –, e a proteggerli da cose che invece conoscono e a cui sono abituati. In editoria, ci sono stati casi in cui un libro destinato a una fascia puberale è stato ri-pubblicato qualche anno dopo con target Young Adult. Condivide queste affermazioni? Crede che nel mondo dei libri per ragazzi dovrebbe esserci maggiore consapevolezza del target di riferimento?

Il target di riferimento è una parolaccia, per quel che mi riguarda, in zona adolescenti-giovani adulti, nel senso che ogni libro è un mondo e ogni lettore anche, non si può generalizzare e tracciare linee di collegamento sicure è arduo. Quando c’è un caso o un fenomeno che emerge, si tende a considerare quello come il metro di paragone di tutta la letteratura dai 12-13 anni in su, facendo di ogni erba un fascio: come se i libri per adolescenti e YA fossero un genere. È in verità molto difficile stabilire fasce d’età che abbiano un senso. Fino a 12-13 anni grossolanamente può guidare il livello della classe frequentata: ma già davanti a un lettore forte questa corrispondenza cade. Allora guida l’età dei protagonisti, un criterio forse semplice ma importante. La tendenza a proteggere – o sottovalutare: a volte è lo stesso – il lettore è diffusissima. Non ci sono temi che non possano essere trattati dalla letteratura per adolescenti (come da quella per bambini, del resto): il solo discrimine è trovare il modo giusto, le parole per dire le cose. Spesso il problema riverbera anche sull’aspetto fisico dei libri: c’è tutta un’iconografia banale che tende a smorzare le peculiarità, a nascondere il carattere dei romanzi a favore di una neutralità generica. Ma tutto questo – la confusione del target, l’omogeneità delle copertine – va ricondotto alla difficoltà che c’è a monte nel leggere questa categoria di libri per quello che è: non un filone, non un genere, ma una giustapposizione di libri singoli e diversissimi tra loro. Mettere John Green accanto alle fan fiction solo perché in teoria sono per lettori della stessa età è fare un gran pasticcio.


Sono fortemente convinta che il target Young Adult serva spesso a giustificare libri di sottile spessore, dove la rappresentazione dell'amore è restituita in maniera assoluta e spesso nociva – soprattutto quando il pubblico è femminile e viene richiesto, attraverso i reclami in copertina, il sacrificio di chissà cosa, se non della propria stessa vita. È altresì vero che si tratta di romanzi di evasione, e che qualcuno obietta non possano influenzare alcunché, giustificando così il messaggio sostanzialmente sbagliato. Qual è la sua posizione?

I libri d’evasione possono essere molto divertenti e molto ben costruiti – ma pochi sono fatti così. È più facile che siano sciatti e mal scritti, perché tanto sono libri d’evasione – un cane che si morde la coda. I contenuti – amori eterni che possibilmente trascendono le ere – spesso fanno sorridere, è vero. Ma una ragazza di sedici anni dovrebbe essere in grado di capire il messaggio, e di rifiutarlo, se le va. Il vero problema è che il target YA si è appena e faticosamente conquistato un suo spazio in libreria e che questo spazio rischia di venire occupato da romanzi che sono dei rosa semplificati a uso delle ragazzine e verniciati di qualche genere (a scelta: fantasy, distopico, realistico, medicale, eccetera).


Quali sono le caratteristiche di un buon libro per ragazzi, a Suo parere?

Sono le stesse di qualunque buon libro: voce forte, trama robusta, scrittura interessante, peculiare e accurata (che vuol dire anche attenta al destinatario, adeguata).


Spesso si dice che un bambino che legge sarà un adulto che pensa. Per questo motivo, credo che la letteratura per ragazzi sia estremamente importante, debba essere densa di contenuti e di un linguaggio non banalizzato, ma ricco, stimolante e, perché no, colto – cosa che ormai tende a scomparire, perché la via presa dai libri per ragazzi è quella della semplificazione. Mi sembra che ci sia uno spartiacque tra ciò che era un tempo il libro per ragazzi e quello che è diventato oggi, pur passando da coinvolgenti collane come quelle dei Piccoli Brividi che, a loro modo, hanno fatto appassionare moltissimi ragazzi alla lettura (volendo comunque precisare che la letteratura per bambini in Italia resta a un livello molto alto, mentre è quella per adolescenti che prende, in linea generale, derive che non condivido). Volendo fare il punto della situazione degli ultimi anni e tenendo in considerazione, ovviamente, l'evoluzione dei tempi, crede anche Lei che ci sia una differenza qualitativa tra i libri per ragazzi che sono dei classici e quelli che oggi vengono pubblicati?

Oggi c’è troppo di tutto, temo. E se la qualità media è più alta, è pur vero che l’aggettivo medio si attaglia alla gran parte di ciò che viene pubblicato. Si pubblica medio per non scontentare nessuno, per far le cose facili, credendo di andare incontro ai lettori. Che devono essere sfidati, invece. Anche il tema delle collane è scottante: un tempo la narrativa era fatta tutta di collane, poi si è passati alla valorizzazione spasmodica del singolo titolo e via via i buoni contenitori si sono andati prosciugando. Alcune delle collane storiche sono proprio spente. E invece è importante creare dei recinti entro i quali un ragazzino lettore possa pescare a occhi chiusi, fidandosi.


A proposito di questo, sono tantissimi i bei libri per ragazzi usciti grazie anche al Suo lavoro a Rizzoli, dove ha curato per anni il catalogo di questo settore. Quali sono stati i migliori, secondo Lei? E quali sono quelli di altre case editrici che avrebbe invece voluto pubblicare, per la loro qualità?

Ho pochi rimpianti: ho potuto lavorare per un lungo periodo facendo scelte liberissime. John Green viene da lì. Ma anche M.T. Anderson, l’autore di Feed e di Octavian Nothing; Genesis di Bernard Beckett, forse il più bel distopico che abbia letto; Ho un castello nel cuore di Dodie Smith; La signora nella scatola di Jenny Valentine; Sonya Hartnett; Aidan Chambers; John Boyne. Un altro distopico gioiello, L’eclisse del secolo di Jan Mark. Millions di Frank Cottrell Boyce, una perfetta commedia inglese. Smetto, anche se so che me ne sono dimenticati tanti. Ricordo con dispiacere di aver perso l’asta per Hugo Cabret, andato a Mondadori, e avrei voluto pubblicare Philip Pullman, Anne Fine e Patricia MacLachlan. E Skellig di David Almond.



John Green è appunto uno dei tanti scrittori stranieri che Lei ha portato in Italia, e che ha riscosso un successo straordinario soprattutto dopo la pubblicazione di Colpa delle stelle, nel 2012. L'autore era infatti presente in catalogo già da diversi anni e, pur avendo fatto parlare discretamente di sé con Cercando Alaska, non ha avuto la notorietà che meritava fino a un paio di anni fa. Si aspettava che sarebbe nato questo fenomeno? E cosa ne pensa?

Mi aspettavo che John Green venisse scoperto prima o poi anche da noi come lo straordinario interprete della complessità dell’essere molto giovani: eravamo solo in ritardo rispetto al resto del mondo, ci voleva un film per arrivarci. E come sempre accade i successi cosmici sono specchi deformanti, trasformano ciò che riflettono e ne rimandano un’immagine tutta diversa. Poi sono arrivate le copie, ed è è stato coniato l’orrendo termine sick lit per indicare un orrendo sottogenere nascente, e Colpa delle stelle è stato letto anche dalle ragazzine di quinta e di prima media, e non credo che sia per loro. Città di carta, che si sta pure prendendo la sua rivincita, è un libro ancora più difficile. Alaska, il mio preferito, è sfrontato e oscuro. Sono tutti libri per lettori forti. Se il loro successo volesse dire che i lettori forti sono centuplicati, benissimo. Ma temo che non sia così.


La saga di Harry Potter, che Lei ha tradotto, è ormai un classico per ragazzi di cui forse, quando arrivò in casa editrice, non aveva immaginato la portata che avrebbe avuto. C'è chi ancora lo sottovaluta, relegandolo a favoletta fantasy che non può ispirare gli adulti. Pensa che ci sia un genere – il fantasy, ad esempio – da cui i giovani sono più attratti? E quale importanza può avere nella loro crescita?

Credo che nessuno avesse immaginato la portata di Harry Potter, che è stato un fenomeno epocale. Credo che sia destinato a restare con noi a dispetto di chi lo relega nel genere: perché, poi? La letteratura di genere ha una sua nobiltà e un suo rango. Occupa uno scaffale importante che per molto tempo è rimasto in ombra. Io avevo letto Il Signore degli Anelli da ragazzina, ma poi era sparito per tornare in auge in tempi recenti grazie al cinema, e lo ritengo ancora uno straordinario romanzo di formazione. Non ha fatto di me una fanatica del fantasy, ma un’appassionata di letteratura inglese sì. Sì. A dire che non si può sapere da dove scaturiscono le passioni profonde: per riconoscerle bisogna assaggiare di tutto.

Quali sono stati, quindi, i libri – non necessariamente per ragazzi – che hanno contribuito alla Sua formazione?

Ecco, appunto. Steinbeck, Hemingway, Françoise Sagan sono state le mie letture da ragazzina. Prima ho amato le fiabe da tutto il mondo e Salgari. Poi sono arrivate le sorelle Brontë, e solo parecchio più in là Jane Austen. Tolkien, dicevo, e tanta poesia: dai lirici greci ai poeti maledetti, e poi Pascoli, D’Annunzio, Montale, Ungaretti, Saba, Quasimodo. Forse il cuore ci resta, forse il cuore.








lunedì 22 aprile 2013

L'editoria che sottovaluta gli adolescenti: il caso The Hungry city/Macchine mortali




Young Adult BooksPer young adult, si sa, si intende quel target compreso tra i tredici e i diciotto anni circa da cui è nato un filone di libri che spesso in Italia includono il  fantasy, il paranormal e il paranormal romance ma che in realtà è molto più ampio.
Una volta si chiamava letteratura per ragazzi, adesso è un prodotto studiato in provetta con determinate e indispensabili caratteristiche: protagonisti molto giovani, scrittura semplice ed elementare, descrizioni ridotte al minimo, caratterizzazioni psicologiche superficiali. Nel caso il pubblico sia quello femminile, poi, gli YA sono spesso romanzetti con protagoniste vicende amorose senza spessore e banalizzate il più possibile.

Non ho mai nascosto quanto il genere mi sia indigesto, soprattutto nella forma che assume nel nostro paese dove, nel 90% dei casi, vengono importati i peggiori esempi in virtù del loro potenziale commerciale. I motivi più profondi di questa avversione hanno radici nella presunzione di creare un libro pre-confezionato destinato ad un lettore adolescente con evidenti carenze di spirito critico e concentrazione  – perché solo a chi ritieni tale puoi dare in pasto, ed in maniera bulimica, un libro tanto stupido come tutti quegli young adult da Twilight in poi – e inoltre nell’aver completamente sottratto alla letteratura per ragazzi, che ritengo fondamentale per la formazione di una persona, qualsiasi possibilità di crescita individuale sia per quanto riguarda lo stile articolato che aiuta a sviluppare il vocabolario, sia per quanto riguarda le tematiche e i messaggi veicolati al libro. Negli young adult odierni (parlo ovviamente per la maggior parte di quelli italiani, ogni eccezione è esclusa) questi messaggi, se non sono stravolti, sono addirittura sbagliati e deleteri.

Mi sono spesso chiesta, quindi, se autori e case editrici ritenessero gli adolescenti dei minorati mentali, delle persone che non cercano stimoli perché preferiscono la rassicurante e sciatta prospettiva della trama trita e ritrita, se non li considerassero degni di una Letteratura con la L maiuscola perché giovani e quindi semplici, piatti. Un atteggiamento forse simile a quello riservato al fantasy, dove viene mescolato di tutto perché la licenza del fantastico sembra non richiedere una coerenza interna.
Ieri pomeriggio, grazie ad una clamorosa scoperta, ho trovato conferma che forse sì, gli editori pensano davvero che gli adolescenti siano stupidi.

The Hungry City è un libro in uscita, a maggio, per la collana YA Chrysalide di Mondadori. Tranne il nome dell’autore mi è stato impossibile riconoscere, fin quando non ho letto la trama, il libro Macchine Mortali che attualmente posseggo. Un volume pubblicato nel 2004 che avevo abbandonato perché non era riuscito a coinvolgermi,  ma che ricordo tuttavia fosse abbastanza buono. La prima cosa a sconvolgermi è stato il cambio radicale di copertina.
Macchine Mortali aveva una cover molto bella e, per quanto ritenga irrisorio lamentarsi di questo tipo di questioni, la nuova copertina evidenzia in maniera sfrenata il bisogno di “young-adultizzare”, limitando il più possibile le variazioni, i libri per ragazzi, assolutamente tutti uguali per packaging. E’ evidente il richiamo ad Hunger Games e al suo successo non soltanto nella copertina similissima (anche per Hunger Games c’è stata una variazione di copertina tra la seconda e la prima edizione a danno di quest’ultima) ma anche nel titolo, dove con “The Hungry city”, per una fortunata coincidenza, si fa riferimento al nome americano della saga, mai completata in Italia ma arrivata solo al secondo volume (su quattro).
Ciò che più mi ha colpito, al di là di queste mosse di marketing che possono anche essere giustificate in un periodo di crisi editoriale e che, se necessarie a diffondere tra il pubblico adolescenziale un libro di qualità come credo possa essere Macchine mortali (ma le mie restano parole da prendere con le pinze perché si tratta pur sempre di un libro iniziato e abbandonato nove anni fa) sono indotta a perdonare, è stata l’indicazione di età che ho trovato nella trama di IBS:  dagli undici anni.

Ora, il calcolo è molto semplice: prendiamo un libro per bambini finito tra i remainders di cui non dobbiamo pagare diritti e traduttore, rifacciamo la copertina utilizzando immagini di repertorio che scimmiottino l’ultimo successo editoriale e diamolo in pasto a quei cretinetti senza pretese che sono gli adolescenti. NON IMPORTA se il libro è destinato a bambini delle elementari, sono adolescenti, praticamente leggono tutto quello che passa il convento!

Si legge inoltre nella pagina Wikipedia di Macchine Mortali che il libro ha vinto il Nestlé Smarties Book Prize 2002 per la fascia di lettori dai 9 agli 11 anni e la stessa InMondadori colloca Macchine Mortali nella sezione 10-12 anni. E’ evidente, insomma, che quello che nel 2004 veniva considerato un libro per bambini adesso viene destinato ad un pubblico di adolescenti. Le alternative, a questo punto, sono due: o nove anni fa gli undicenni era sopravvalutati, oppure nel 2013 riteniamo consapevolmente i sedicenni, per usare un eufemismo, abbastanza sempliciotti.

Oppure, forse, nel 2004 l’editoria tendeva a somministrare ai bambini libri di qualità, appena un gradino più complessi appunto per dar loro la possibilità di fare i salti in avanti, perché ritenuti non stupidi e assolutamente in grado di leggere e apprezzare uno steampunk – considerazione di cui sono privati, secondo queste logiche, gli attuali sedicenni.
Rileggendo d’altronde le prime pagine di Macchine Mortali mi balza subito all’occhio la differenza con un altro titolo destinato ai bambini: Gregor di Suzanne Collins, QUI da me recensito, sempre edito da Mondadori.
L’immaginario che si apre al lettore già dall’incipit  - che non è breve e sbrigativo, ma dura una pagina e mezzo - è molto vivace:

Era un pomeriggio di primavera cupo e ventoso, e Londra inseguiva una piccola città mineraria attraverso il fondale ormai in secca di quello che una volta era il Mare del Nord.

In epoche migliori non si sarebbe mai sognata di prendersela con una preda tanto insignificante. Un tempo la grande Città Trazionista dava la caccia a città ben più grandi, spostandosi a nord fino agli impervi confini delle Lande di Ghiaccio e a sud fino alle spiagge del Mediterraneo. Ma ultimamente le prede avevano cominciato a scarseggiare e alcune delle città più grandi ormai osservavano Londra, fameliche. Da dieci anni, perciò, viveva nascosta, rintanata in un distretto occidentale umido e montuoso che secondo la Corporazione degli Storici un tempo era l’isola di Gran Bretagna.


Ecco invece come si presenta l’incipit di Gregor:

Gregor aveva tenuto la fronte premuta contro la zanzariera così a lungo che poteva sentirne l’impronta a quadratini al di sopra delle sopracciglia.

Passò le dita sui piccoli bozzi e soffocò l’impulso di tirar fuori un urlo da cavernicolo. Gli montava nel petto, il lungo grido gutturale riservato alle emergenze vere, come quando ti imbattevi in una tigre dai denti a sciabola ed eri senza la tua clava, o magari ti si spegneva il fuoco durante l’Era glaciale.

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E’ lampante non solo la differenza di registro linguistico, ma anche quella dei riferimenti: mentre il primo richiama subito la geografia e un paesaggio originale, il secondo ricorda per lo più un cartone animato della Pixar.
Essendomi venuto in mente che anche Gregor è stato pubblicato per la prima volta nel 2004 da Sperling&Kupfer con il titolo Gregor e il Regno di Semprebuio, ho quindi controllato a quale fascia di età era stato destinato.
Il risultato non mi ha sorpreso più di tanto: sul sito della Feltrinelli l’edizione è detta per bambini dai sei a dieci anni. Sullo stesso sito, invece, l’edizione Mondadori “Gregor.La prima profezia” uscita a marzo è – udite udite – per bambini dagli undici ai tredici anni!
Rendiamoci conto che lo stesso identico libro che dieci anni fa era considerato un libro per bambini delle scuole  elementari è stato oggi ripubblicato come un libro per studenti delle medie, e che un libro che invece era per pre-adolescenti oggi è valutato come un libro per quindici-sedicenni.

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Ritengo che tutto ciò sia gravissimo. La letteratura per ragazzi non è più una letteratura di formazione, questo è ovvio, ma ci stiamo inoltrando in un campo letale. Non si tratta più di rimanere allo stesso livello, senza la possibilità di fare passi avanti, ma addirittura di regredire, fare passi indietro. Non si stanno soltanto sottovalutando i ragazzi, privandoli di una letteratura che sia veramente adatta a loro (sempre che esista una letteratura adatta agli adolescenti, io penso che da una certa età in poi, ovvero tredici-quattordici anni, si debbano leggere libri per adulti), ma si stanno abituando a letture limitate per teste limitate, teste che non pensano, teste che non apprezzano perché hanno un palato infantile. Come i bambini che, crescendo, non riescono ad apprezzare gusti più raffinati perché avvezzi solo agli alimenti più ghiotti e poveri, la letteratura young adult assuefà il cervello ad una sintassi elementare, a storie spesso ridicole, ad un linguaggio quotidiano.
E questa è una tendenza sviluppatasi solo negli ultimi anni, dal boom degli young adult e presumibilmente dalla pubblicazione di Twilight avvenuta nel 2006, quando la letteratura per ragazzi ha cominciato a cambiare veramente e ad assumere i tratti che ha oggi.

E’ stata l’editoria a creare questo gap o sono stati i lettori  - gli adolescenti – a volerla?
Alla luce di quello che ho scritto posso affermare che è stata l’editoria, attraverso le etichette, a formare un bacino dalle poche pretese, forse allargando sensibilmente la popolarità della lettura alle fasce più giovani, ma contemporaneamente viziandole, affabulandole, svuotandole per poi riempirle di contenuti vacui.
Forse dieci anni fa la letteratura per ragazzi aveva ancora il compito – la missione – di formare i giovani adulti, testando volta per volta, sin dalla più tenera età, le loro capacità e forgiandone lo spirito critico.
Nel 2013 i libri young adult, per una precisa politica editoriale, hanno la stessa funzione di un telefilm. Impiegano piacevolmente un’ora e in testa lasciano polvere. 




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