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mercoledì 24 ottobre 2012

Anteprima: Iris.I risvegli ametista di Maurizio Temporin





A cura di Ischyros



Oggi, 24 ottobre, esce nelle librerie l’ultimo libro della saga IRIS di Maurizio Temporin, intitolato “Iris i risvegli ametista” al prezzo di 9.90 euro (384 pag.), insieme a “Iris fiori di cenere” e “Iris i sogni dei morti”, tutti editi in edizione economica dalla casa editrice Giunti, per far conoscere questa saga YA a chi ancora non ha letto le avventure di Thara, motivo per il quale che anche l’ultimo episodio della saga verrà edito direttamente in brossura.
Rispetto alle copertine della versione cartonata, quelle dell’edizione economica non sono così appetibili e rischiano, di conseguenza, di far perder di attrattiva al libro mentre i disegni che ritrovavamo nella prima versione catturavano l’attenzione del lettore al primo sguardo.
In “Iris fiori di cenere” conosciamo Thara, una ragazza diciassettenne che soffre di una specie di narcolessia e si sente nel pieno delle forze solo all’alba e al crepuscolo.
Tutto scorre normalmente nella sua vita adolescenziale tranne che per il fatto che lei non sa e non immagina cosa si nasconda dietro alla scomparsa prematura del padre che non ha mai conosciuto.
Un giorno, mentre sta cercando di rubare degli iris nel giardino di una villetta misteriosa, cade in un sonno profondo e al suo risveglio si trova in un mondo parallelo, un deserto di cenere pieno di edifici, navi e aerei bruciati, in cui vagano creature mostruose e in cui vive, ignaro della sua storia e della sua provenienza, Nate, ragazzo tanto malinconico quanto affascinante.
E’ da lì che Thara comincia un viaggio alla scoperta delle proprie origini, tra segreti inconfessabili e terribili verità.
Nel seguito, intitolato “Iris i sogni dei morti”, ritroviamo la nostra protagonista, Thara, convinta che l’incubo in cui era caduta sia finito e che, di conseguenza, la sua vita possa tornare ad essere normale. Non sa però che tutto ciò che le è successo ha avuto inizio 17 anni prima, quando la Octagon Corporation, una misteriosa casa farmaceutica, aveva notato i suoi occhi viola.
Ora quella stessa azienda ha intenzione di rubarle lo sguardo esattamente come Nate, nascosto nel corpo di Ludkar, ha intenzione di rubarle il cuore.
Questa volta Thara non dovrà soltanto viaggiare tra i mondi, ma anche scendere giù, nell'oscurità, negli abissi di sangue e ruggine che credeva di conoscere, nelle fondamenta della sua città e del suo amore.
L'ultimo capitolo di questa affascinante saga sono avvolte nell'oscurità, le uniche notizie sulla trama sono pochissime righe:
“Nate pare sempre più irraggiungibile e il male contro cui Thara e i suoi devono lottare prende forme sempre diverse. Tutto si complica, in un continuo passaggio tra diverse vibrazioni. È il finale della trilogia Iris.”

Maurizio Temporin ha scritto anche un racconto per la scorsa edizione di Christmas Tales di Dusty pages in Wonderland, Pianeta Tuorlo.







Maurizio Temporin 
nasce il 01 agosto 1988 e trascorre l’infanzia ad Alessandria dove inizia a coltivare le passioni per l’arte, la letteratura e il cinema.
Con Igor Della Libera, anch’esso scrittore e sceneggiatore, realizza in libro di racconti “La neve nera” e una trilogia per ragazzi “Frame Hunters”.
Oltre ad essere scrittore, è anche sceneggiatore e illustratore, a 15 anni realizza il suo primo romanzo (Tutti i colori del buio, prequel di Fiori di Cenere) di cui sono stati venduti i diritti cinematografici in America. Alla stessa età se ne va di casa e si trasferisce a Barcellona, dove continua a sperimentare la sua scrittura.
In seguito, grazie alla sua agente Vicki Satlow, riesce a pubblicare con la casa editrice Rizzoli “Il tango delle cattedrali”.
Ora vive a Milano e si dedica, oltre che ai romanzo e alle graphic-novel, alle arti visive e all’organizzazione di eventi. Tra le altre opere ci sono anche “I disabitanti”


mercoledì 7 dicembre 2011

Christmas tales: Pianeta Tuorlo di Maurizio Temporin (parte III)

Pianeta Tuorlo


(The True Story of Luigi Serafini)


Parte III



Le città erano strane. Molto più strane della natura. Venivano costruite sulle nuvole, o dentro a grandi serre, o sulle pareti verticali dei canyons, unite fra loro da strutture sospese. Ne ho viste erigere alcune labirintiche sull’acqua, a forma di piramide sopra agli scogli, e altre che sembravano già in rovina. C’era anche una città costruita come un cimitero, dove però i morti non venivano seppelliti. Là, quando la gente moriva, veniva messa dentro a prismi di vetro, che impilati uno sull’altro, creavano enormi strutture trasparenti. I parenti andavano nei prati a fare il picnic, portando tavoli inclinati per evitar di far briciole e piatti automasticanti. La cucina, come la morte, veniva tenuta in grande considerazione. Avevano inventato anche un sistema di tubi per portare il pesce fresco direttamente nei lavandini di casa.

Fra queste società la convivenza non era però sempre pacifica. C’erano guerre, è vero, ma se si faceva una guerra, o era per gioco o era per dolore, non per altri falsi pretesti, e comunque veniva combattuta con fuochi d’artificio. A decidere di far battaglia erano due grandi uomini, giganti smisurati. Uno era l’esercito, l’altro l’uomo banderuola dalle mani sempre in tasca, a cui girava la faccia e cambiavano le idee e gli umori a seconda di come tirava il vento.

Ma queste civiltà sapevano fare persino l’amore. Se lo facevano però diventavano coccodrilli. Di buono c’era che avevano inventato macchine straordinarie, per soddisfar tutti i bisogni ed i piaceri. Una specialmente amavo osservare mentre viaggiava nei cieli. Era la macchina per produrre l’arcobaleno. Poteva crearne d’ogni forma e i colori che usava erano vivi.

Erano passati diversi anni quando decisi di prendermi una pausa per pensare a cosa fare. Non avrei potuto continuare all’infinito, avevo anche una vita su questo pianeta, e i risparmi che avevo stavano per finire. Non potevo neppure continuare a mangiare pezzi del pianeta Serafini per sopravvivere; era ottimo, ma quel comportamento mi dava l’impressione d’essere malsano, di stare commettendo un atto simile al cannibalismo.

Fortunatamente, una sera, incontrai all’angolo di una strada un gatto molto saggio. Miagolando e strusciandosi contro le mie gambe mi spiegò cosa avrei dovuto fare, e per saperne di più lo invitai a stare da me. Accettò. Mi consigliò di terminare il Codex Seraphinianus e di dargli nel frattempo del buon polmone da mangiare. Prese presto l’abitudine di dormirmi sulle spalle mentre disegnavo, facendo quasi toccare il foglio alla sua lunga coda bianca.

Capivo che si stava avvicinando il giorno in cui avrei chiuso l’enciclopedia e mi sentivo un po’ malinconico. Volevo scrivere ancora un capitolo che spiegasse la grammatica della lingua che avevo usato per scriverla, ma c’era un grosso problema. Nemmeno io, almeno consciamente, conoscevo quella scrittura. Perché il Codex non era scritto in una lingua umana, ma in una lingua primordiale e complessa. La stessa che parlavano gli abitanti di tutto il pianeta; una cosa decisamente interessante per un linguista, perché a memoria umana o aliena, non s’era mai visto un fatto simile. Le lingue sono sempre state per ovvie ragioni diverse, per spontaneità, per impossibilità, e per tentativo di confinare culture e stati. Sul pianeta Serafini invece sembrava esserci una straordinaria comunicazione, sia fra le cose che fra i suoi abitanti. Proprio come se tutto avesse avuto origine comune e fosse appartenuto ad un’unica matrice. La mia testa (?) Pianeta Tuorlo era effettivamente un sottomondo, il risultato dell’assimilazione e dell’elaborazione della terra, ma soprattutto ne era una bella e lampante metafora. Era la spiegazione e la presa in giro dell’enigma, una risposta scherzosa delle grandi domande. E quella lingua, essendo incomprensibile, avrebbe posto tutti allo stesso piano e, per paradosso, sarebbe stata da tutti ugualmente leggibile. Sapevo che quelle parole erano sensate, ne percepivo le intenzioni, e mi resi conto che l’unica grammatica possibile era fatta di sensazioni. Così cercai di spiegare i vari tipi di parole attraverso il disegno; c’erano parole che bisognava leggere attorno, altre scolpite, fluttuanti, sgocciolanti, cucite come filo al foglio, o adagiate da paracaduti e sollevate da palloncini. Per scrivere in Serafiniano si potevano usare molti strumenti, anche una penna capace di aspirar via le lettere. Ma essendo una lingua preziosa, bisognava anche che ci fossero strumenti capaci di proteggerla da chi ne abusava, in grado di trasformare le parole in bolle di sapone o di rimandarle in gola.

Quando finalmente terminai, con una tavola che rappresentava la mia mano sfinita, morta, scheletrica, il gatto si svegliò e mi miagolò piano nell’orecchio cosa si doveva fare. Gli diedi ragione. Il mio pianeta esisteva, ma non poteva esistere su un altro. Lo guardavo girare nella stanza; ne occupava più della metà, sfiorando soffitto e pavimento. Sospirai accarezzando il gatto e lo feci scendere sul tavolo. Andai svogliatamente al telefono e chiamai un amico scultore. Patrizio rispose con gioia, era da tempo che non mi sentiva, ma mi accorsi della sua perplessità quando gli dissi di cosa avevo bisogno. Non volli spiegargli più del dovuto, gli dissi solo le dimensioni e le caratteristiche della cosa che doveva costruirmi. Rispose che lo avrebbe fatto, ma che poi gli avrei dovuto offrire una cena, almeno per vederci e chiacchierare un po’. Concordammo che il pagamento sarebbe stato una bevuta assieme. La settimana dopo il lavoro sarebbe stato pronto. Riagganciai sollevato e rattristato. Avrei voluto sapere ancora di più su quel pianeta e quella lingua prima di separarmene. Era stato il Serafiniano il dito che indicava tutto e spiegava in silenzio. C’ero affezionato. Ed era per merito suo se avevo terminato il lavoro, era stato il gusto del gioco serio, del mistero da svelare, che mi aveva dato la voglia di infittirlo.

Le mattine passarono veloci, e dopo il settimo, venne l’ottimo giorno.Come Patrizio mi aveva promesso un camion scaricò nel cortile il sofisticato strumento che gli avevo commissionato. Era un bel pomeriggio d’aprile, l’aria era fresca, il cielo azzurro, e c’era odore di ciliegio, quando portai il pianeta Serafini per la prima volta all’esterno. Il gatto saggio rimase a seduto all’ombra mentre liberavo il marchingegno da corde e imballaggio. Una volta terminato lo guardai. Sembrò approvare con la coda la mia decisione.

La Padapulta era pronta. Come il nome suggerisce si trattava di una catapulta a forma di enorme padella. L’ideale se si deve spedire un pianeta d’uovo nello spazio.

Il globo Serafini era in fermento, tutti i suoi abitanti si agitavano festosi sulla superficie, suonando trombe e sventolando bandierine. Mi inchinai in segno di saluto e lo vidi spostarsi sulla Padapulta senza bisogno d’aiuto. Si posò sul fondo e a me non rimase che afferrare la leva della molla. Sorrisi e lo guardai un ultima volta, poi, senza rimpianti, o almeno non troppi, tirai verso il basso.

La Padapulta scattò con uno schiocco e il pianeta Tuorlo venne scagliato nel cielo con una potenza tale che nel cortile s’alzò un gran polverone. Caddi all’indietro e rimasi seduto in terra a guardarlo volar via nel cielo azzurro, passando attraverso le nuvole, che non potevano essere altro che albume. Scomparve lasciandosi dietro un rumore di fritto e io, come un Dio disoccupato, tornato architetto, presi il saggio gatto fra le braccia e tornai in casa.

Era quasi ora di cena e cominciavo ad aver fame, ma questa volta mi sarei fatto una frittata.





martedì 6 dicembre 2011

Christmas tales: Pianeta Tuorlo di Maurizio Temporin (parte II)



Pianeta Tuorlo


(The True Story of Luigi Serafini)


II parte


Leggi la prima parte



Quello che mi premurai di fare per prima cosa fu di dargli un nome. Chiaramente un nome lo aveva già, pianeta Serafini, ma mi divertivo a chiamarlo anche pianeta rosso-d’uovo. Mi chiusi in casa e per un po’mi rifiutai di vedere persino gli amici. Non riuscivo a concedermi distrazioni, sentivo una responsabilità enorme verso il mondo neonato, anche se sulla sua superfice la vita sembrava andare avanti da moltissimo tempo. Le forme erano evolute e c’erano persino civiltà. L’unica altra cosa che mi rimaneva da fare era studiarlo e prendere appunti; d’altra parte avevo già cominciato, quelle che le mie mani avevano disegnato senza chiedermi il permesso, erano le prime pagine dell’opera che avrei poi chiamato “Codex Seraphinianus”.

Si trattava d’un enciclopedia, un libro che tentava di racchiudere tutte le informazioni principali di quel mondo iperuranico. E ne veniva fuori qualcosa di bizzarro, non tanto per le assurdità del pianeta Serafini, ma per il fatto che riportare cose tanto fantastiche in modo scientifico causava come un cortocircuito. Era come dire una cosa giusta nel modo sbagliato o una sbagliata nel modo giusto, insomma, è difficile far coincidere le due cose, ma il risultato mi piaceva comunque, dava la sensazione di una barzelletta drammatica.

Lo suddivisi per categorie, cominciando dalla botanica. C’erano piante davvero interessanti. Su alcuni alberi crescevano ciambelle rosate e dalle ciambelle si generavano coccinelle. Altri arbusti fornivano fiammiferi e alcui alberi ricevevano i frutti anziché darli.

Poi c’erano le margherite per gli innamorati; dopo aver strappato petalo per petalo ed aver detto “m’ama non m’ama” era sufficiente soffiare nel gambo per far gonfiare il pistillo come un palloncino e volare in cielo. Ma esistevano anche piante terribili, da tenere in gabbia.

In una regione vulcanica, a volte, capitava che piovesse inchiostro, e che dopo la pioggia germogliassero penne. Gli abitanti della zona le raccoglievano, ma preferivano appenderle al collo piuttosto che scriverci. Per scrivere usavano le unghie, intagliate come punte di stilografica, o penne d’uccello terminanti in testa e becco.

Da un’altra parte, su un’isola, crescevano invece sedie. Bastava liberarle dei rametti in eccesso ed erano pronte all’utilizzo.

Ma gli alberi che preferivo erano simili ai cipressi. Quando veniva il momento si sradicavano da soli, si dividevano a metà, e liberavano alberelli più piccolo. Questi alberelli poi si tuffavano in mare, usando le radici come eliche per nuotare lontano alla ricerca di nuove terre.

A questo punto fu difficile segnare il confine fra il mondo vegetale e quello animale, come anche, successivamente, delimitare quello umano (?). Lo dico perché mi trovai di fronte a teste di cervo che crescevano nei vasi e a cui spuntavano foglie sulle corna o cose simili; serpenti uniti per testa e coda avvinghiati come anelli, tre topi a cui era accaduto lo stesso fra naso e coda, o a rinoceronti fra coda e corno.

Arrivato a questo punto, dopo mesi a perdere diottrie e denaro per comprare lenti sempre più forti, capii che la vera conoscenza uno se la fa da solo. Tutto quello che avano tentato di insegnarmi, non erano altro che nozioni. Conoscevo cose, ma quelle cose non mi permettevano di capire il mondo, e me ne rendevo conto solo ora che ne avevo a disposizione uno nuovo da esplorare. Il periodo dei viaggi… quello sì che era

stato utile, e ritrovavo lo stesso gusto a spostarmi attorno al grande tuorlo, immaginando di prendere piccoli aerei. Inoltre, più il tempo passava e più il pianeta aumentava di dimensioni.

Studiare i pesci fu un po’ più problematico, dato che l’acqua non mi permetteva di vederli. Mi dovevo accontentare di aspettare che alcuni esemplari finissero sulle spiagge. Scoprii così il pescescopa e lo squalsottomarino.

I pesci più facili da scorgere e che mi divertivano di più, perché sembrava che anche loro potessero vedermi, invece viaggiavano sempre in coppia e a pelo d’acqua. Si fissavano frontalmente ed avendo, oltre ad una pupilla disegnata sul fianco anche una lunga coda seghettata che emergeva in avanti, componevano una sagoma che pareva proprio un paio d'occhi.

Per quanto riguarda gli uccelli, gli insetti, e i mammiferi, fu più semplice. Scoprii quaglie dalle tre teste e il corpo di pigna, teste di gallo con le zampe, e polli dalla coda appuntita, usata per rompere le uova di altri animali e cibarsene. Ma c’erano anche fagiani nati a metà, mezzi dentro e mezzi fuori dall’uovo, alle cui zampe era legata una lampadina spenta, come se fossero stati un’idea non ancora approvata.

Solo quando il pianeta aveva raggiunto una dimensione notevole mi accorsi d’una cosa affascinante; se alcune informazioni non riuscivo a ottenerle, mi bastava immaginarle, e poco dopo le trovavo realizzate sulla sua superficie. Era sempre più evidente di quanto io e lui (?) fossimo legati, quasi la stessa cosa. E’ chiaro che mi venne voglia di invitare persone a vedere quanto affascinante fosse quello che mi era capitato, ma quando mi venivano a trovare, accaddeva che il pianeta Serafini scompariva. Rimanevo solo io imbarazzato, spaventato di poter essere visto come un folle, e nascondevo i fogli del Codex sviando il discorso e parlando svogliatamente, se era possibile d’altro. Era una faccenda troppo personale, evidentemente, almeno il mio mondo la pensava così, e così lo assecondai.

Fu allora che cominciai una nuova sezione dell’enciclopedia. Trattava di una categoria completamente nuova, che non avrei saputo come classificare se non a parte; si trattava di gambe. Sì, proprio gambe, d’una varietà enorme; autonome senza bacino, a coppie di tre unite in fila, astratte, geometriche, floreali etc… Di queste, una particolare specie, emanava luce e si spostava solo su lunghe barche durante la notte, un’altra aveva sopra un ombrello e passeggiava per le strade mischiandosi all’altra gente, oppure c’erano quelle sormontate da un gomitolo, a volte anche unite fra loro da fili, proprio come i rapporti uniscono le persone. Le più importanti, almeno così le consideravano le alte cariche delle città, erano quelle nuvolose; evanescenti e mistiche, simili a personaggi famosi. Potrei continuare, ma preferisco fermarmi a quelle delle discariche. Una specie singolare che come caratteristica aveva quella di muoversi fra i rifiuti, aspirando ciò che si trovava di commestibile da un prolungamento, un’abbozzo di corpo, che ricadeva al suolo. Forse grufolavano come i cinghiali.

Una cosa che non ho premesso è che sul pianeta rosso d’uovo esistessero diversi gradi di civilizzazione, dalle città fino alle tribù. Due tribù d’eccezione stavano a cavallo fra natura e urbanistica, quella dei rifiuti, che viveva appunto vicino alle gambe aspiranti, e quella delle strade. La seconda costruiva capanne di paglia sopra i lampioni, vestiva d’asfalto, e usava cartelli autostradali come scudi. Non posso davvero raccontare tutto, ma è chiaro che ne esistevano molte altre, come esistevano molti tipi di persone; da quelle con strumenti al posto di braccia e gambe, fatte apposta per lavorare, a quelle che si lasciavano crescere piante addosso, coltivandosi.

Sopra i tetti di un quartiere serale, si vedevano spuntare antenne fatte d’osso. In quelle case vivevano scheletri. A volte, quando gli veniva voglia di vita, uscivano a comprarsi una pelle, ma quasi sempre finivano per non riconoscersi. 

Christmas tales: Pianeta Tuorlo di Maurizio Temporin (parte I)

Buon pomeriggio! Alla fine è giunto il freddo anche in una città assolata del sud come la mia - e direi che poteva pure evitare di arrivare per quest'anno. Ma che periodo natalizio è senza mani congelate, strati di lana che ci avvolgono il corpo e piogge torrenziali proprio quando abbiamo dimenticato a casa l'ombrello? Mi trovo molto impegnata in questi giorni soprattutto sul fronte studio, quindi perdonate se non sono presente due-tre volte al dì come lo scorso mese. Ne frattempo, però, continuano i nostri Christmas Tales con un autore che i più giovani conosceranno grazie alla sua trilogia fantasy pubblicata da Giunti, Iris, di cui sono usciti i volumi Fiori di cenere e I sogni dei morti. Dusty pages in Wonderland è lieta infatti di presentare il racconto che ci ha donato il giovanissimo scrittore Maurizio Temporin, Pianeta Tuorlo. Essendo abbastanza lungo sarà diviso in tre post, due pubblicati oggi -uno dei quali doveva essere postato ieri- ed uno domani. A voi auguro buona lettura e a Maurizio Temporin porgo un caloroso ringraziamento per il suo regalo.


Pianeta Tuorlo

(The True Story of Luigi Serafini)

Probabilmente iniziò tutto parecchi millenni prima che nascessi, ma è più facile cominciare da quando già ero nato. Anzi, andiamo un po’ dopo, a quando cominciai a lavorare come architetto. Avevo passato un’adolescenza abbastanza turbolenta viaggiando per il mondo, fra le culture e le persone, che poi non sono molto diversi, ed ero convinto d’aver trovato un capolinea nella facoltà d’architettura. Effettivamente era un capolinea, ma non quello caraibico che mi aspettavo. Le belle idee che mi ero fatto su costruire e inventare si ritrovarono presto chiuse in un cassetto, mezze fuori e mezze dentro, provocandomi un dolore pazzesco, proprio come se si fosse trattato delle mie dita. Me ne stavo giornate intere e anche buona parte delle notti, in questo grande studio per cui lavoravo, e della mia passione a nessuno importava molto. Mi davano di fare questo e quest’altro e si aspettavano che lo facessi. Mi davano progetti di altri, solitamente noiosi e schematici, con una pacca sulla spalla e un orario, non un giorno, di consegna. Sorridevo perchè l’affittuario della mia casetta non lo avrebbe fatto se avessi aggiunto ancora un mese a quelli che già gli dovevo, e mi mettevo a lavorare. Mentre tracciavo quelle linee implacabilmente dritte, come dogmi, sapevo già che il mio nome non sarebbe stato nel progetto e che non sarebbe arrivato nemmeno mezzo bicchiere di spumantino all’ inaugurazione. Sospiravo e tracciavo, sognando di poter fare curve e volute, dimenticando d’essere solo un copista che recitava chino a china preghiere per altri. Poi una notte accadde che mi addormentai sulla scrivania rovesciando l’inchiostro sul lavoro. Quando mi svegliai, al mattino, circondato dalle risa dei colleghi, che in ogni caso erano superiori, mi alzai di scatto cercando di ricompormi. Ci misi poco ad accorgermi d’essere interamente coperto d’inchiostro e accartocciai in fretta i fogli macchiati di vergogna per fuggirmene al bagno. Li gettai infuriato nel cestino e andai al lavandino per levarmi di dosso quelle macchie ridicole. Mentre mi pulivo la faccia, il mio sguardo riflesso nello specchio, andò a cadere proprio sul cestino dei rifiuti, come se volesse convincermi che non era tutto perduto.

Mi asciugai le mani e senza speranza ripresi i fogli che avevo gettato. La mia espressione indispettita si ritrasse trasformandosi in incredulità. Su quei fogli c’erano disegni e scritte straordinarie, mai visti prima. Li passai uno a uno eccitato. Chi poteva averli fatti? Era uno scherzo chiaramanete. O forse no? Controllai. Nessuno in studio poteva aver pensato cose simili. Quelle pagine, perché mi fu subito spontaneo dargli una connotazione simile, riportavano architetture e segni sconosciuti, non solo da me, ma da ogni altro essere umano. Erano pagine che descrivevano una civiltà volatile e incontenibile, che si espandeva in ogni direzione. Barcollai per la grande emozione. Niente di simile, niente di simile, mi ripetevo. Che cosa assurda avevo fra le mani, e non sapevo nemmeno da dove arrivasse. Se era un gioco, doveva essere un gioco estremamente serio. Pensato a lungo. Eppure che pazzia…

Li nascosi nella giacca e me ne tornai al lavoro curandomi di non parlarne a nessuno. Oltre che la figura dell’idiota non volevo essere preso per pazzo. Chinai la testa e mi rimisi a tracciare le solite x e y, lanciando però saltuariamente qualche occhiata alle altre scrivanie, ai gruppetti che si formavano attorno al distributore dell’acqua e alla macchinetta del caffè.

Quella sera il capo mi disse che c’erano ancora alcuni lavori da ultimare e mi chiese di fermarmi in studio, allora finsi un malore. Uscii piegato in due, ma appena svoltato l’angolo cominciai a camminare verso casa di buon passo. Ero elettrizzato all’idea di poter studiare con calma i miei reperti. Non cenai, passai direttamente al dopocena; una bottiglia di brandy regalata da un amico a cui avevo promesso di berla in un’occasione speciale. E che occasione più speciale di quella?!

Disposi ordinatamente i fogli, che erano una decina, sull’unico tavolo che avevo. Presi una lente e studiai le miniature. Non cavai un ragno dal buco, solo altra curiosità. Mi addormentai anche quella volta seduto, ormai era un’abitudine concedersi pisolini occasionali, ma l’attenzione mi era costata così tanto sforzo da non farmi più svegliare fino all’alba.

Quando il sole bussò ai vetri del mio appartamentino era già ora di tornare al lavoro, ma quello che mi trovai di fronte mi obbligò a chiamare e darmi malato fino a data da decidersi. Sicuramente non presto. Sul tavolo erano comparse nuove tavole, c’erano sparpagliate ovunque matite colorate e le mie mani erano sporche. A questo punto esclusi che qualcuno si fosse introdotto durante la notte e guardai con sospetto l’altra possibilità. Ero stato io a disegnare? Mi lasciai andare ad una risata che per il momento era utile a guadagnare tempo. Quando smisi mi alzai, appesantito da una serietà insapettata e mi diressi verso il cucinino. Ci voleva un caffè ed un bell’uovo alla coque! Misi un pentolino sul fuoco, aprii il frigo, presi l’ultimo uovo rimasto e rimasi a toccarlo mentre aspettavo che l’acqua bollisse. Ci passavo sopra le dita, ancora sporche dei pastelli colorati e lo vedevo dipingersi di sfumature. Spaventato e guidato da un’euforia senza patente, cominciai a prendere in seria considerazione che quella civiltà fosse dentro di me.

Quando la cottura dell’uovo fu al punto giusto lo tolsi dall’acqua e lo adagiai su un portauovo che usavo anche come portacandele. Lo portai in tavola, fra i fogli, e mi sedetti. Una volta impugnato il cucchiaino e rotta la parte superiore del guscio mi balenò in testa un’idea assurda, quanto assurdo è questo mondo; che potesse essercene anche un altro nascosto nel mio corpo?

Aprii la camicia e il secondo colpo di cucchiaio non andò all’uovo, arrivò dritto su di me. Non riuscii a guardare, evitai di concentrarmi sulle mie azioni e sperai solo che quella non fosse follia. Cominciai a prendermi a cucchiainate, a scavare col cucchiaino nel mio torace, come fa un archeologo nella roccia. E non provavo alcun dolore, abituato com’ero a quello di tutti i giorni. Sentivo solo un gran pulsare e gioia. Non credevo che avrei mai provato la gioia di essere madre, ma soprattutto, di essere Dio… Ecco che dal mio corpo uscì una grande sfera fluttuante. Gialla, arancione, rossa. Ero troppo sconvolto ed emozionato. Finii per svenire.

Sognai d’essere un angelo a sei ali, come dice il mio cognome, che a differenza del portatore di luce, non si ribellò al volere del padre, solo si distinse dal “coro” delle sfere, scendendo sulla terra a prendere una laurea per costruire un suo mondo, che di inferno e paradiso ha poco e tutto. Mi piace vedermi così, soprattutto ora che so.

Quando mi ripresi credetti d’essere solo caduto all’indietro dalla sedia, il mio torace non riportava ferite, ma appena mi rimisi in piedi, vidi ancora quella sfera. Se ne stava al centro della stanza, sospesa nell’aria sopra al tavolino, girando lentamente. Io feci lo stesso, le girai attorno osservandola. Sembrava in tutto e per tutto il tuorlo sodo d’un uovo gigantesco. Avevo la tentazione di toccarla, ma ritrassi subito

la mano, terrorizzato di poterla in qualche modo alterare. Preferii prendere la lente d’ingrandimento e guardare più da vicino. Quello che trovai mi fece telefonare ancora al lavoro e consigliare educatamente di andare all’inferno, visto che sul mio PIANETA, i posti erano tutti occupati.


sabato 17 settembre 2011

Anteprima Iris.I sogni dei morti

Altra importante anteprima per ottobre è il secondo episodio della trilogia italiana di Iris, scritta da Maurizio Temporin e pubblicata da Giunti. I sogni dei morti, che uscirà il 5 del prossimo mese, prosegue la storia di Thara, "Vampira dei fiori" e si troverà in libreria al prezzo di 14,90 euro per 352 pagine.

Dal 5 Ottobre in Libreria: IRIS-I SOGNI DEI MORTI dai Maurizio Temporin
Iris.I sogni dei mort - Maurizio Temporin 
La vita di Thara sembra aver ripreso il verso giusto. Nate, seppur nel corpo di Ludkar, le è finalmente vicino nel "mondo reale"; suo padre, il Nocturno, è rientrato nella vita della famiglia e sembra riavvicinarsi alla moglie, che piano piano sta sciogliendo la diffidenza e la paura che l'avevano spinta a lasciarlo. La scoperta di essere una "Vampira dei fiori" aiuta poi Thara a risolvere il problema che l'ha afflitta tutta la vita: la narcolessia. Ma probabilmente è tutto troppo bello per essere vero. Sono molti gli enigmi rimasti senza soluzione, e dal Cinerarium, forse, c'è ancora qualcuno che vuole tornare...



Dal 5 Ottobre in Libreria: IRIS-I SOGNI DEI MORTI dai Maurizio Temporin
Maurizio Temporin 
classe 1988, scrittore, sceneggiatore e illustratore, a 15 anni realizza il suo primo romanzo Tutti i colori del buio, prequel di Fiori di Cenere. Alla stessa età se ne va di casa e si trasferisce a Barcellona, dove continua a sperimentare la sua scrittura. Ora vive a Milano e si dedica, oltre che ai romanzo e alle graphic-novel, alle arti visive e all'organizzazione di eventi.

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