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martedì 18 giugno 2013

Recensione: Quando l'imperatore era un dio di Julie Otsuka


Quando l'imperatore era un dio - Julie Otsuka
"Quando l'imperatore era un dio" racconta un'altra pagina poco conosciuta della storia americana: l'internamento dei cittadini di origine giapponese nei campi di lavoro dello Utah, in seguito all'attacco di Pearl Harbour. Un tranquillo padre di famiglia arrestato nel cuore della notte; sua moglie, i suoi bambini costretti a un viaggio verso l'ignoto. Una storia emblematica del destino di chi divenne invisibile per tutta la durata della guerra.
Editore: Bollati Boringhieri
Pagine: 153
Prezzo:  € 13,00









Voto: 

Dopo “Venivamo tutte per mare”, Bollati Boringhieri torna a giocare la carta Julie Otsuka rivolgendosi al suo romanzo d'esordio, ancora inedito in Italia, “Quando l'imperatore era un dio”. Chi è rimasto soddisfatto dal precedente romanzo farebbe bene a dare un'occhiata anche a questo, per scoprire le radici di “Venivamo tutte per mare” e approfondire quella parte di storia che l'altro romanzo non aveva approfondito. E soprattutto, per ritrovare una scrittrice che, nonostante le poche opere all'attivo, si dimostra molto matura dal punto di vista stilistico e di introspezione psicologica, e che meriterebbe un pubblico ben più vasto.

“Quando l'imperatore era un dio”, nonostante il suo argomento di nicchia, racconta una storia capitata per davvero a molte famiglie di emigrati giapponesi in America all'alba della Seconda Guerra Mondiale. Una vicenda talmente comune che l'autrice non ci dice nemmeno i nomi dei suoi protagonisti. All'inizio è l'arresto inspiegabile ed inspiegato del capofamiglia, quello che proverbialmente “porta a casa la pagnotta”; infine, dopo un periodo in cui ci è arrabattati per vivere con quel poco che si ha a disposizione, alla madre e ai due bambini (un maschio ed una femmina, quest'ultima maggiore) viene dato l'ordine di andare in un punto di raccolta stabilito dal governo. Da lì, insieme a centinaia di altre famiglie nipponiche, un lunghissimo viaggio, fatto di stenti e nostalgia, verso lo Utah, dove li attende un campo di ricollocazione. Soltanto la fine del conflitto porrà fine a questa situazione... o forse le cicatrici continueranno a fare male anche se, tecnicamente, si è ritornati a casa?

L'editore definisce “Quando l'imperatore...” il seguito ideale di “Venivamo per mare”. Mi chiederete: è vero? La risposta è... Ni. E' vero che le storie delle spose del secondo si interrompono proprio dove l'altra comincia, ossia con la partenza verso un non meglio precisato campo, ma le somiglianze finiscono qui. Tanto per cominciare, l'ordine di pubblicazione dei romanzi è stato invertito in Italia, e perciò, se vogliamo attenerci al ragionamento di Bollati Boringhieri, abbiamo letto prima il seguito e poi il prologo. Diventa evidente, a questo punto, che il paragone comincia ad essere un po' tirato per i capelli.
Anche a livello di struttura, poi, i due romanzi non potrebbero essere più differenti. La particolarità di “Venivamo tutti per mare” è la struttura a monologo, che lo rende sfuggente a una qualsivoglia catalogazione; l'altro, invece, ha una struttura se vogliamo più ordinaria, la cui unica caratteristica inusuale è quella di non dare dei nomi ai suoi personaggi. Sarebbe stato forse strano, infatti, per un romanzo di debutto partire subito da uno stile così sperimentale, no? Meglio scaldare i motori con qualcosa di più “comune” riservandosi i piani più ambiziosi con l'esperienza.

Detto questo, non si scoraggi chi aveva creduto a questo paragone un po' azzardato: “Quando l'imperatore...” è piuttosto maturo per essere un romanzo d'esordio, e sebbene manchi un po' di contestualizzazione storica riesce a stare in piedi da solo. La storia comincia quasi in medias res: la donna protagonista affronta i piccoli preparativi pratici del viaggio, cercando di nascondere così l'inquietudine e lo smarrimento che la situazione richiede. Soltanto in seguito scopriremo i tragici antefatti. E l'inizio è praticamente l'unica occasione in cui la Otsuka altera l'intreccio dal punto di vista temporale, per la semplice ragione che non c'è intreccio. I nostri si preparano, affrontano il viaggio in treno, arrivano a destinazione, cercano come possono di far passare il tempo in attesa di poter finalmente tornare a casa, ognuno a modo suo. Fine.

Tuttavia il romanzo non è vuoto dal punto di vista contenutistico: tutt'altro, è piuttosto denso, al punto che nonostante la breve durata alle volte diventa piuttosto complicato per il lettore digerire tutte le informazioni contenute. L'esempio lampante è l'introspezione psicologica, forse il fiore all'occhiello del libro. Julie Otsuka, nonostante non gli dia nemmeno un nome, tratteggia con grande cura e plausibilità i tre protagonisti. La madre, che cerca di essere forte per i suoi bambini e per il marito incarcerato, ma non sempre riesce nel suo intento. Nel corso delle pagine la vediamo passare dalla donna temprata dalle difficoltà, ma ancora dotata di senso pratico e spirito di conservazione, a quella che non si informa più sugli esiti della guerra, che sembra più vecchia di quello che è e che non sembra provare alcun desiderio di mangiare, dormire o provare a migliorare la sua condizione.
La bambina, al contrario, cerca di andare avanti con la sua vita, e proprio per questo il suo punto di vista cessa di parlare durante la parte nel campo: si fa delle nuove amiche, da cui apprende persino a fumare, e cerca di passare meno tempo possibile in compagnia di sua madre e suo fratello. Ma in realtà rimane comunque una bambina, sperduta e trascurata dalla madre depressa.
Infine il bambino, forse quello che più lascia il segno nel lettore. Si può quasi dire che viva nel ricordo del padre, di quel “piccolo uomo giallo” che lo coccolava e gli dava miriadi di soprannomi ma che se ne è dovuto andare, in una notte apparentemente come tante, per un motivo non meglio precisato. Senza praticamente nulla da fare, a parte andare in una scuola improvvisata ed inventarsi ogni stratagemma possibile per far passare il tempo, non è aiutato dal dover ascoltare gli sfoghi della madre, che gli racconta – ma quanto parla a lui e quanto da sola? - del passato. Non capisce bene quanto le altre tutta la situazione, ma paradossalmente è quello che ne esce meglio, proprio per la sua inconsapevolezza.
Non esistono altri personaggi di rilievo nel romanzo, a parte il padre, che comunque appare soltanto alla fine e spaventosamente diverso dall'uomo conosciuto nei flashback. Tutte le energie sono concentrate soltanto sui tre protagonisti; e non è necessariamente un difetto. Soltanto nell'ultima, triste parte, però, concentrata sul tanto agognato ritorno in America, vedremo veramente la portata distruttiva di quello strano periodo delle loro vite, e dell'impossibilità di un happy ending che pure tutti, lettore compreso, avevano desiderato con tutte le loro forze.

Lo stile di Julie Otsuka è formato da frasi dalla struttura molto semplice, spesso ripetitiva (“Il bambino pensò...La bambina disse...”), e da brevissimi paragrafi. E' evidente, comunque, che si tratti di una scelta stilistica ben studiata: i capoversi sono ben calibrati, soprattutto nel dare enfasi alle frasi più toccanti. Ci sono pochissimi dialoghi, in quanto si preferisce dare la preferenza a discorsi indiretti e a monologhi.
Tirando le somme, “Quando l'imperatore era un dio” è un romanzo particolare, sicuramente di nicchia, per stile e per tematiche, ma non per questo meno bello. Le nostre librerie sono stracolme di romanzi sull'Olocausto, sul fascismo (già meno), ma poche volte i riflettori vengono puntati su quello che succedeva al di là dell'Atlantico. Questi sono sicuramente fatti da scoprire e riscoprire, ed i romanzi di Julie Otsuka sono un ottimo spunto di partenza.



martedì 27 novembre 2012

Recensione: Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka

Venivamo tutte per mare - Julie Otsuka 
Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l’oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l’arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l’esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l’attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici. Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall’autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua. Un altro scrittore avrebbe impiegato centinaia di pagine per raccontare le peripezie di un intero popolo di immigrati, avrebbe sprecato torrenti di parole per dire cos’è il razzismo. Julie Otsuka ci riesce con queste essenziali, preziose pagine.





Voto:  

Un fatto poco noto della storia del Novecento riguarda le cosiddette “mogli in fotografia”. Poco prima della Seconda Guerra Mondiale, infatti, giovani donne giapponesi venivano cedute in matrimonio a uomini oltreoceano. L'unico modo che avevano gli sposi per conoscersi era, appunto, vedersi in fotografia. Dopo l'attacco di Pearl Harbour, per ovvi motivi, il governo americano ha deciso di nascondere il fatto e soprattutto i mezzosangue nati da questa unione; anche con la violenza, fomentando l'opinione pubblica contro gli immigrati e portandoli via dalle loro città con la forza. 

Una storia poco conosciuta, ma che ha colpito la scrittrice Julie Otsuka: dopo numerose letture ha perciò deciso di affrontare l'argomento. Il risultato è “Venivamo tutte per mare”, edito in Italia da Bollati Boringhieri.
Questa sarà diversa dalle recensioni che in genere scrivo, in cui prima si parte dalla trama, poi si procede con le varie considerazioni su personaggi, scrittura, varie ed eventuali. Il motivo è che questo romanzo non ha una vera e propria trama, e nemmeno dei veri e propri personaggi. 

La modalità narrativa, infatti, è quella di una prima persona plurale che racconta le varie peripezie delle mogli giapponesi: i preparativi per la partenza, il viaggio in mare, la prima notte di nozze, la maternità, il lavoro, ed infine il clima di terrore psicologico instillato durante la guerra. 

Potremmo perciò parlare di piccoli monologhi, in cui però non si affaccia sulla scena un personaggio, ma una moltitudine indefinita. Potremmo paragonarlo ad un coro: le voci si fondono tra loro creando una sola grande voce, anche se ascoltando con attenzione si possono udire gli sforzi dei singoli. Alle volte ci sono anche dei piccoli assoli solisti: si ha quasi l'impressione di riconoscere chi sta parlando. 

L'unica controindicazione è quella di dover seguire con particolare attenzione la lettura, perché quasi sempre le diverse frasi si contraddicono tra loro. Lo stile di Julie Otsuka, però, facilita le cose, perché è molto secco e schematico. Le frasi sono brevi, dal linguaggio semplice: ciò garantisce la delicatezza nei momenti più toccanti (quasi a voler far calare il sipario in situazioni più emozionali ed intime) ma anche la crudezza delle parti più drammatiche.

Potete capire come parlare di introspezione psicologica in questo contesto sia praticamente impossibile. Non del tutto, però, perché “Venivamo per mare” ha un'unica, grande protagonista: la moltitudine. Viene espresso bene, tra le righe dei periodi scarni, il sentire comuni delle spose: la speranza di una vita migliore in quel grande paese sconosciuto (e perciò non deludere le aspettative della famiglia, che tanto ha sofferto per poter dar loro quella possibilità), la repentina disillusione nel trovare un ambiente ostile e faticoso, fuori e dentro dalle mura domestiche, lo sconcerto di fronte alla maternità ed infine l'inquietudine nell'essere riconosciute il nemico dell'America, loro che non si sono mai tirate indietro quando dovevano lavorare per la loro nuova patria. 

Lo stesso discorso viene applicato all'ultimo capitolo, dove la folla che narra è quella americana che assiste impotente alla sparizione dei giapponesi, cui segue l'amara constatazione che forse quelle donne così silenziose e ligie al dovere erano una parte importante, se non fondamentale, della nazione. 

Naturalmente, però, le storie e le personalità delle donne non sono tutte uguali, e Julie Otsuka se ne rende conto. Sono tante le differenze delle voci soliste. Le ragioni per la partenza: alcune hanno un passato che preferiscono dimenticare, altre sono povere e non hanno altre speranze per il futuro. La vita nel nuovo paese, con i loro mariti in fotografia: c'è chi, pur provando una comprensibile nostalgia, troverà un modo di adattarsi alla nuova vita, ed eventualmente a trovare l'amore, e c'è chi non ci riuscirà, per circostanze esterne o per mancanza di volontà. La propaganda razzista: chi si abbandona alla paura e al sospetto senza remore, e chi invece cerca – invano – di mantenere una parvenza di controllo sulla situazione.

Nel corso del romanzo sempre più spazio viene dato alla famiglia, in particolare a quei figli mezzosangue che si ritrovano divisi tra due culture, ed assisteremo alla scissione di chi non riuscirà mai ad integrarsi in quel paese in cui tuttavia è nato e chi invece abbraccerà con fin troppo entusiasmo i nuovi valori americani, entrando così in rottura con le madri tradizionaliste.

“Venivamo tutte per mare” non scalerà mai le classifiche di vendita, non diventerà mai un film campione di incassi. Tuttavia, quanto a qualità, non ha niente da invidiare a titoli più blasonati, anzi riuscirà a lasciare il segno nel lettore per il suo tema poco noto e l'originale modalità narrativa. Nelle sue particolarità, un romanzo degno di essere letto ed interiorizzato.

martedì 27 dicembre 2011

Anteprima: Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka

Arriva in Italia il 12 gennaio The Buddha in The Attic. Con il titolo Venivamo tutte per mare, al prezzo di soli 13.00 euro per la casa editrice Bollari Boringhieri, approda nelle nostre librerie il racconto profondo delle emigranti giapponesi in America.  Ambientato nei primi anni del Novecento, Julie Otsuka racconta infatti la storia corale di un gruppo di giovani donne che abbandonano il proprio paese per sposare uomini che non hanno mai visto se non in fotografia. La Otsuka si serve della prima persona plurale per tutto il corso del romanzo, dove emerge la voce malinconica e indistinta di ragazze che non hanno deciso il proprio destino. Non una, ma migliaia di donne accomunate dalla stessa sorte: l'arrivo nel nuovo continente, l'integrazione, le sofferenze del parto, la guerra. In un linguaggio che ha la forza e la furia della poesia, Julie Otsuka ha scritto un romanzo singolarmente affascinante del sogno americano.  [Traduzione dalla quarta di copertina originale].





«Da anni» ha dichiarato Julie Otsuka, «volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi – le cosiddette “spose in fotografia” – che giunsero in America all’inizio del Novecento. Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte. Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vita di un “noi” corale, di un intero gruppo di giovani spose».

Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l’oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l’arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l’esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l’attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici. Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall’autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua. Un altro scrittore avrebbe impiegato centinaia di pagine per raccontare le peripezie di un intero popolo di immigrati, avrebbe sprecato torrenti di parole per dire cos’è il razzismo. Julie Otsuka ci riesce con queste essenziali, preziose pagine.


Incipit:

Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e i piedi piatti e larghi, e non eravamo molto alte. Alcune di noi erano cresciute solo a pappa di riso e avevano le gambe un po’ storte, e alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine. Alcune di noi venivano dalla città e portavano abiti cittadini all’ultima moda, ma molte di più venivano dalla campagna, e sulla nave portavano gli stessi vecchi kimono che avevano portato per anni – indumenti sbiaditi smessi dalle nostre sorelle, rammendati e tinti più volte. Alcune di noi venivano dalle montagne e non avevano mai visto il mare, tranne che in fotografia, e alcune di noi erano figlie di pescatori che conoscevano il mare da sempre. Forse il mare ci aveva portato via un fratello, un padre o un fidanzato, o forse un triste mattino una persona cara si era buttata in acqua e si era allontanata a nuoto, e adesso anche per noi era arrivato il momento di voltare pagina. Sulla nave la prima cosa che facemmo – prima di decidere chi ci piaceva e chi no, prima di raccontarci a vicenda da quale isola venivamo e perché eravamo partite, e anche prima di impegnarci a imparare i nomi delle altre – fu confrontare le fotografie dei nostri mariti. Erano bei giovanotti con gli occhi scuri, i capelli folti e la pelle liscia e perfetta. Avevano il mento forte. Un bel portamento. Il naso dritto e pronunciato. Somigliavano ai nostri fratelli e padri rimasti a casa, però erano vestiti meglio, con redingote grigie ed eleganti, completi tre pezzi, all’occidentale. Alcuni di loro erano in posa sul marciapiede, davanti a case di legno dal tetto spiovente con lo steccato bianco e il praticello ben curato, e alcuni nel vialetto d’accesso, appoggiati a una Ford Model T. Alcuni sedevano su una sedia dall’alto schienale rigido nello studio del fotografo, le mani giunte con compostezza e lo sguardo fisso nell’obiettivo come se fossero pronti a sfidare il mondo. Tutti quanti avevano promesso di venire a prenderci a San Francisco, il giorno del nostro arrivo al porto. Sulla nave ci chiedevamo spesso: ci piaceranno? Li ameremo? Li riconosceremo dalle foto, quando li vedremo per la prima volta sul molo?



Julie Otsuka 

è nata in California. Si è laureata in Belle Arti alla Yale University e ha conseguito un Master of Fine Arts alla Columbia University. È anche pittrice. Oggi vive e lavora a New York. Il suo primo romanzo, When the Emperor Was Divine (2002), dopo aver scalato le classifiche con duecentosessantamila copie vendute negli Stati Uniti, è considerato un classico contemporaneo: con questo libro, unanimamente giudicato dalla critica un capolavoro, Julie Otsuka ha vinto l’Asian American Literary Award, l’American Library Association Alex Award e una Guggenheim Fellowshi



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