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giovedì 27 luglio 2017

Recensione: "Scomparsa" di Joyce Carol Oates

Scomparsa, Joyce Carol Oates
Mondadori
461 pagine, € 25,00
Chi è avvezzo ai libri di Joyce Carol Oates sa che le sue trame si possono riassumere con poche
parole, dando l’impressione di una certa linearità. Il problema si presenta quando il lettore tenta di andare più a fondo, di sbrogliare le fila di questa architettura “semplice”: a quel punto verrà colto da una sensazione asfissiante di deja-vu, un’inquietudine che mette radici nel subconscio e che vuole far emergere un ricordo. I libri della Oates ci toccano tutti nel profondo, nella nostra intimità di esseri umani, e così le vicende estranee, distaccate, quasi fredde, si trasformano in esperienze dolorose per il lettore che si è addentrato nel cuore della narrazione.

Di solito abbiamo un contesto, che è sempre americano: una borghesia benpensante, un luogo lindo e rassicurante, dimora di un personaggio colto. C’è il peccato, ovvero il rifiuto di adeguarsi al nitore di una vita agiata ma ricca di drammi personali. C’è la frattura, a cui segue, dopo un complesso percorso, la disfatta del protagonista.
Lo scontro di classe e l’ipocrisia fanno da contorno a una storia dove nessuno può essere assolto, tantomeno colui che dovrebbe essere la vittima – non di qualcun altro, ma del sistema: il povero, la ragazza nera, l’emarginato.

Scomparsa reitera, a grandi linee, gli schemi propri della Oates: in una famiglia benestante si consuma la tragedia della sparizione della figlia minore, Cressida, presumibilmente uccisa dall’ex fidanzato della maggiore, Brett Kinkaid. Eroe di guerra dal corpo e dal viso sfigurato, Brett è un ragazzo poco abbiente, cosa che non ha però impedito a Juliet Mayfield di innamorarsene.
Juliet e Cressida Mayfield sono due opposti destinati a non completarsi: la prima, “quella bella”, ha un carattere mansueto e aspirazioni domestiche; la seconda, “quella intelligente”, è un’adolescente insofferente, complicata e complessata, erudita, solitaria, forse affetta da una lieve forma di Asperger.
Il disegno che si va delineando attorno alla famiglia Mayfield, e in particolare attorno alle due sorelle, è torbido: Cressida influenza i suoi familiari al punto che loro stessi riescono a definirsi solo in sua funzione e di ciò che fa o non fa. Il padre, Zeno, incoraggia il talento artistico della ragazza; la madre, Arlette, ne subisce silenziosamente l’acredine; Juliet, infine, è condizionata dal permissivismo concesso solo alla sorella, in virtù del suo essere “speciale”.

A Cressida è conferito un potere di creazione e di distruzione, che userà – non si sa se in mala fede o meno – per rovinare la vita dei suoi cari, facendo in modo di sottrarre loro la sua presenza.
Scomparsa – come già Espiazione di Ian McEwan prima – è la parabola di un nucleo di vite cambiate per sempre dall’imprudenza e dall’egoismo di una ragazzina. Per Cressida non c’è, però, la giustificazione dell’innocenza, né l’ammenda, né la punizione: al contrario, viene vista fino alla fine come una vittima da proteggere, anziché come una carnefice. Poco importa, quindi, che la famiglia Mayfield sia andata in pezzi e un giovane militare abbia perso la libertà, poco importa che Juliet – l’unica che ha un moto di odio nei suoi confronti – abbia rinunciato all’amore della sua vita, se Cressida non lo ha fatto apposta.

Quello di chi scrive è, ovviamente, un giudizio parziale. L’autrice dissemina molti più dubbi di quelli che io ho deciso di risolvere addossando tutta la responsabilità alla protagonista, una persona confusa e in giovanissima età. Di oggettivo c’è la solidità della narrazione della Oates, una scrittura claustrofobica che pretende la massima attenzione e che si concede lunghissime digressioni a sfondo sociale – un intero capitolo sulle carceri americane. La trama, come accennato, è secondaria e lascia il posto all’introspezione psicologica, massiccia e quasi insopportabile perché costringe a entrare nelle menti disturbate e addolorate dei personaggi.
Leggere la Oates è un’esperienza ogni volta difficile ma doverosa, catartica, in grado di reallineare i pianeti e riconnetterci con il nostro emisfero emotivo, o, come dicevo all’inizio, con l’area della nostra mente che conserva i ricordi più atavici: il faticoso mese impiegato a leggere un suo romanzo diventa tempo dedicato alla costruzione della nostra identità.

lunedì 23 marzo 2015

Recensione: Il maledetto di Joyce Carol Oates



Il maledetto, Joyce Carol Oates
Mondadori
627 pagine, 25.00 euro
Della pressoché sterminata produzione di Joyce Carol Oates è stata tradotta, in Italia, una parte infinitesimale. Il quinto libro della cosiddetta Gothic Saga, ad esempio, è stato pubblicato senza che vedessimo traccia dei precedenti quattro: Bellefleur (1980), A Bloodsmoor Romance (1982), Mysteries of Winterthurn (1984) e My Heart Laid Bare (1998). Il danno non è ingente, dato che si tratta di romanzi autoconclusivi, ma dà prova della parzialità delle informazioni letterarie che abbiamo su questa autrice – fatta eccezione, ovviamente, per chi la legge in Lingua. 

Il maledetto non dispone, quindi, di pietre di paragone con altri romanzi dello stesso genere scritti dalla Oates – non nella mia esperienza di lettura, almeno, ma sono quasi sicura che non siano stati pubblicati in Italia altri suoi libri simili a questo. E quindi ci avviamo dentro a un campo quasi del tutto sconosciuto: Joyce Carol Oates che indaga il soprannaturale, in verità, non l'avevamo mai vista. Il risultato è un romanzo che conserva moltissime delle caratteristiche tipiche di questa scrittrice: già la finzione narrativa parte da una presunta verità storica e il libro è disseminato di personaggi realmente esistiti, alcuni dei quali svolgono la funzione di protagonisti.

Imponente il lavoro di ricerca che si nota alle spalle di questo tomo di 600 pagine, e che riesce a rendere in maniera fedele le atmosfere e il modo di vivere di una cittadina americana del primo Novecento. L'azione è svolta a Princeton – dove l'autrice vive e insegna – e racconta di una Maledizione che sembra essersi scagliata contro la comunità: ragazze di buona famiglia che fuggono con misteriori sconosciuti, apparizioni di fantasmi, omicidi senza spiegazione. 

I punti di vista adottati sono molteplici ma tutti accattivanti, il libro scorre con pochi momenti di noia, caratterizzato dall' alternarsi di eventi realistici e fantastici – questi ultimi dotati di una grande potenza espressiva e da richiami ai maestri del genere. Memorabile il capitolo con la descrizione di un decadente castello orrorifico, dove trionfano personaggi grotteschi e spaventosi – nonostante si ricavi l'impressione che, di questi, non si parli abbastanza approfonditamente. Ma il motivo è semplice: il lato sovrannaturale, che resta sempre immerso in un clima onirico e che ha confini sfumati, viene affidato a una narrazione riportata da terzi. E il richiamo alla razionalità è presente nelle parole di chi collaziona queste vicende, uno storico che, ottant'anni dopo, ricostruisce minuziosamente gli eventi susseguitesi nei quattordici mesi tra il 1905 e il 1906. I suoi interventi all'interno del romanzo tendono spesso a chiarire verità ambivalenti, di cui i personaggi – voci narranti – non sono a conoscenza; ma anche a contestualizzare e a ribattere alle probabili critiche che i “colleghi storiografi” potrebbero muovergli. Già da subito il racconto è infatti presentato come una cronaca, e l'intenzione principale di chi la racconta è quella di riportare, nei minimi dettagli, fatti che erano stati da altri taciuti perché considerati frutto di farneticazioni. Diari personali, epistolari, confessioni scritte concorrono a formare il quadro documentario del lavoro di ricerca, e tingono di mistero e brivido le pagine del romanzo. Mai, in realtà, il lettore prova paura o terrore: la narrazione della Oates è quella sospesa tipica del primo genere fantastico – “Lo Strano caso del Dr Jeckyll e del Signor Hyde” – e le situazioni che vengono a costruirsi rimandano all'horror puro. Vari e differenziati i personaggi, tormentati, razionali, pusillanimi o temerari, forse troppi per il complesso di pagine e alcuni dei quali un po' abbandonati a se stessi – avrei preferito, ad esempio, una maggiore caratterizzazione di Wilhelmina, che rivela un potenziale inespresso. 

Decisamente piacevole questo ultimo lavoro di Joyce Carol Oates, sebbene mi fossi aspettata qualcosa di diverso e sebbene si noti una certa differenza con gli altri romanzi dell'autrice – dove è innegabile ci sia maggiore pregnanza e incisività. Tuttavia la penna risulta essere l'autentica manifestazione del talento di Joyce Carol Oates: con una scrittura che oserei definire maschile, che non cede alle digressioni sentimentali ma che riporta analiticamente gli eventi in modo asciutto e oggettivo, la scrittrice americana riconferma il suo talento indiscutibile di narratrice.


Voto: 

martedì 1 aprile 2014

Recensione: Ragazza nera, ragazza bianca di Joyce Carol Oates

Ragazza nera, ragazza bianca, Joyce Carol Oates
Mondadori
336 pagine, 20.00 euro

Ci troviamo nell'America degli anni Settanta, in un campus di storica tradizione. Generva Meade, Genna, porta il nome della sua bisnonna, “crociata femminista e educatrice”, la cui frase più celebre è: “tutti uguali agli occhi di Dio” - nonché gloriosa co-fondatrice dello Schuyler College, dove la ragazza studia. Come se non bastasse Genna è figlia di Veronica, donna inconsistente, e di “Mad” Max, avvocato radicale implicato in situazioni poco trasparenti, a causa del quale subisce le attenzioni di insegnanti e individui sospetti.
Ma Genna è soprattutto una ragazza timida, introversa, alla ricerca di certezze, di accettazione e di una sicurezza che la famiglia non le dà. Per questo, dalla prima volta che la vede, è attratta dalla compagna di stanza Minette Swift, ragazza nera impenetrabile. In Genna nasce il forte desiderio di diventare sua intima, di sbreccare il guscio della sua anima, di essere presentata alla famiglia – è figlia di un reverendo – che vede totalmente opposta alla propria. Minette, nonostante studi in un college all'avanguardia, è vittima di molestie razziste: questo però non la rende degna di una particolare compassione. Minette è infatti scostante, suscettibile, tanto attaccata alla fede da rasentare il fanatismo, non è particolarmente simpatica e non fa nulla per sembrarlo. È diversa anche dalle altre ragazze di colore, che sono le prime a emarginarla.
Le vicende dentro il college si alternano alla situazione familiare di Genna, in particolare a quella del padre. La ragazza fa di tutto per non urtare quella che vorrebbe diventasse la sua migliore amica, che però non le rivolge la parola per minuzie senza importanza e arriva ad accusarla di alcuni crimini commessi contro di lei. Minette resterà sempre distante da Genna, con cui avrà pochi punti di reale contatto, fino all'inaspettata morte.

Obiettivo della Oates è scavare la psicologia di entrambe le ragazze, riuscendo egregiamente nell'intento. Ma c'è anche altro – c'è sempre dell'altro – al di là della semplice trama: l'America indaffarata a evitare i conflitti razziali, poco obiettiva, in difficoltà; la storia del padre di Genna che incide silenziosamente sulla sua vita, che ha segnato il suo passato e ne segnerà anche il futuro.

I ritratti delle protagoniste della Oates hanno sempre qualcosa in comune: sono – o diventano – donne indipendenti, non belle, forti, robuste. Hanno un rapporto conflittuale con gli uomini e con la propria identità di genere. Nel caso di Genna, l'unico uomo della sua vita sarà Max, una figura mai perfettamente delineata ma sempre fissa, un burattinaio più che un faro. Mentre quella evanescente e a tratti aggressiva della madre sarà sempre un vuoto costituito da modelli di riconoscimento mancati, che non ritrova nemmeno nel passato altisonante dei suoi antenati. Minette è l'unica persona a cui Genna possa e voglia accostarsi, senza mai riuscirci: lei è riservata, brusca e offensiva, una psicologia molto complessa che getta numerose ombre sulla sua condotta. La Oates è d'altronde brava a rovesciare gli stereotipi, a fare delle naturali vittime gli aguzzini, a seminare il dubbio e a dare vita a personaggi ambigui.

Il punto di vista, com'è facile intuire, è quello di Genna: una donna ormai adulta che rievoca il passato del college, una penna raffinata e precisa che restituisce un quadro lucido e vivo. Il libro è scorrevole e denso, si lascia leggere facilmente, ma risulta un po' al di sotto dei soliti libri dell'autrice. È una lettura comunque consigliata, ma non createvi aspettative: a qualsiasi cosa pensiate, la Oates la disattenderà.  


Voto: 


Joyce Carol Oates (Lockport, New York 1938) 
ha scritto romanzi, racconti, poesie, lavori teatrali e saggi critici per i quali ha ottenuto il National Book Award e il PEN/Malamud Award. Dal 1977 insegna all'Università di Princeton e dal 1978 fa parte dell'American Academy of Arts and Letters.
È unanimemente riconosciuta come una delle voci più importanti della letteratura mondiale contemporanea. Tra i suoi numerosi titoli ricordiamo: Bestie, L'età di mezzo, Un giorno ti porterò laggiù, Le cascate, La madre che mi manca, La figlia dello straniero, Sorella, mio unico amore, Uccellino del Paradiso, La Ragazza tatuata, La donna del fango e Ragazza nera, ragazza bianca, tutti pubblicati da Mondadori.

lunedì 15 luglio 2013

Recensione: La donna del fango di Joyce Carol Oates




La donna del Fango di Joyce Carol Oates
"Devi essere preparata" dice la donna con voce calma, e nel silenzio della notte lungo una strada tortuosa estrae dalla borsa di tela delle forbici. Preparata a cosa? Le sue parole risultano incomprensibili alla bambina che tra poco verrà abbandonata sulle rive melmose del Black Snake River, sotto un cielo cupo dove i corvi volano alti. Preparata lo è sempre, Meredith "M.R." Neukirchen. La prima donna rettore di un'università della Ivy League non è tipo da lasciarsi cogliere alla sprovvista. La sua dedizione alla carriera e il fervore morale con cui vi si dedica sono esemplari, e finora le hanno fatto affrontare ogni ostacolo, ogni nemico senza timori, uscendo trionfante da tutti i conflitti. Adesso però i molti fili, più o meno segreti, della sua vita rischiano di intrecciarsi in un groviglio che potrebbe mettere a dura prova la sua sicurezza: un amore da tenere nascosto, il clima politico negli Stati Uniti che stanno per scendere in guerra contro l'Iraq, le insinuazioni imprevedibili di uno studente. E poi c'è un incauto viaggio in macchina che la spinge in luoghi remoti, al contempo intimamente familiari e irriconoscibili: quella strada tortuosa lungo il fiume melmoso, la bimba del fango, il Re dei Corvi, un'intera vita che M.R. Neukirchen crede di essersi lasciata alle spalle... Joyce Carol Oates dà vita a un mondo dove il passato bussa implacabile alle porte del presente, pronto a mettere in questione ogni divisione pacificata tra il mondo dell'infanzia e quello dell'età adulta...


Voto: 




Di Joyce Carol Oates ho letto solo un libro, notevole e appassionante. La ragazza tatuata (QUI la mia recensione) era un racconto coinvolgente, viscerale, che faceva del tratto psicologico il suo indelebile punto di forza. Credo che la Oates sia proprio questo genere di autrice: una che, dei suoi personaggi, conosce le più intima paura e ossessione, e che riesce a renderli davvero reali e in carne e ossa.
In questo caso l’approfondimento è stato talmente magistrale da ripiegarsi su se stesso. Ne La donna del fango la psicologia della protagonista, quasi morta, da piccolissima, perché affogata nel fango dalla madre e ora rettrice di un’università prestigiosa, sfuma fino a raggiungere i confini dell’insanità e dell’immaginazione.  Non viene mai chiarita la differenza tra realtà e follia – e nemmeno di follia potremmo parlare, quanto di visioni e sogni -, quindi spetta al lettore scindere le due componenti e cercare – vanamente – un significato che probabilmente solo Freud potrebbe trovare.
M. R. è infatti una donna apparentemente equilibrata, amante da anni di un uomo freddo ed egocentrico, nei confronti del quale, nonostante i meriti ottenuti, si sente una bambina. Non si è mai ritenuta figlia di quei genitori che l’hanno adottata e da cui si è allontanata per frequentare l’università, contraddicendo le aspirazioni modeste che loro avevano sul suo futuro. I rapporti con l’altro sesso, con la sua femminilità e con la sua posizione di potere sono difficoltosi: M.R. cerca continuamente di emulare un modello maschile autorevole, essendo consapevole che il ruolo di rettrice donna la svantaggia. Il carico di aspettative e di avvoltoi che attendono un suo passo falso la pone in difficoltà prima di tutto con se stessa: M.R. cerca continuamente di essere all’altezza, controlla i suoi comportamenti, vuole essere materna e comprensiva e contemporaneamente ferma, autorevole e stimata. Vuole essere perfetta: la donna di cui l’intera università manterrà il ricordo e l’uomo efficiente che la porterà in auge.
Da queste forti aspettative e dalla conflittualità con se stessa – M.R. è l’abbreviativo del suo nome, Meredith Ruth, con cui spera di presentarsi in maniera asessuata – nasce il contrasto tra l’ “io” apparente di M.R., forte, determinata, controllata e irreprensibile, e quello del suo subconscio che si manifesta in maniera efferata, attraverso visioni di omicidi e incontri sessuali violenti.
Il percorso di M.R. confluisce nel ritorno al luogo in cui è nata e a quello in cui è cresciuta. Della sua formazione conosciamo ogni dettaglio: i capitoli della M.R. adulta si alternano a quelli della M.R. bambina e adolescente.
La narrazione è nevrotica, nervosa, spesso pesante. Il libro non decolla prima di pagina centocinquanta e il quadro della Oates è troppo minuzioso, così complesso da dare l’idea di non essere riusciti a cogliere moltissime delle sfumature del personaggio protagonista. I momenti di tensione sono pochi perché La donna del fango non ha una specifica trama, ma è quanto più un viaggio nell’interiorità di M.R., nei disturbi che la ossessionano e sfoceranno in un gesto finale che – forse – dà per perduto quel ritorno alla normalità apparentemente ormai ricostituito.
Ho letto il libro con difficoltà e senza troppo entusiasmo, con l’impressione che La donna del fango non fosse stato scritto per i comuni mortali. Non la definirei una lettura appassionante ma profondamente riflessiva,  a tratti incomprensibile eppure affascinante, se si coglie la chiave di volta con cui Joyce Carol Oates ha voluto caratterizzare M.R.


Do una stellina in meno rispetto a La ragazza tatuata per l’obiettivo fallito del coinvolgimento emotivo da parte del lettore, seppur il tentativo di costruire un mosaico complesso – e anche riuscito, ma a danno della scorrevolezza e della piacevolezza della storia – lo renderebbe superiore alla storia dell’antisemita Alma. 










Joyce Carol Oates 
Nata nel 1938 a Lockport vicino a New York, Joyce Carol Oates ha scritto romanzi, raccolte di racconti e di poesie, lavori teatrali e saggi critici. Dal 1977 insegna all'Università di Princeton. Nel corso della sua carriera, ha ottenuto il National Book Award e il PEN/Malamud Award. E' unanimemente riconosciuta come una delle voci più importanti della letteratura mondiale 

giovedì 6 giugno 2013

W...w...w... Wednesday! (48)

www...wednesdays è stato creato da MizB di ShouldBeReading


What are you currently reading? (Cosa stai leggendo?)
What did you recently finish reading? (Quale libro hai finito di recente?)
What do you think you’ll read next? (Quale libro pensi sarà la tua prossima lettura?)






Buongiorno lettori,
avrete notato (spero!) l'assenza dal blog degli ultimi tempi - e se non ci fossero stati i miei collaboratori, Lizy in particolare, chissà per quanto tempo Dusty pages sarebbe rimasto sotto silenzio!
Al ritorno da una conferenza stampa che mi ha impiegato un'intera mattinata apro quindi il pc e decido che, un po', devo pur farmi viva. L'esperienza totalizzante dei miei esami universitari spesso mi impedisce anche di leggere - figuriamoci svolgere altre attività - però questa volta me la sono cavata con alcuni libri molto brevi che ho terminato in tempi molto lunghi. Dopo l'estenuante Oates - La donna del fango, un romanzo di cui, a distanza di venti giorni, devo ancora comprendere il senso - mi sono buttata su un libro particolarissimo targato Voland, la casa editrice che pubblica Amelie Nothomb in Italia. L'autore è Philippe Djian e il libro si chiama "Oh...", un titolo enigmatico almeno quanto la trama, che racconta con leggerezza lo stupro di una donna che finisce per essere amante del suo violentatore. 
Il secondo libro è stato "L'ho uccisa perché l'amavo - FALSO" di Loredana Lipperini e Michela Murgia, un saggio sul femminicidio - il secondo per me della prima autrice dopo Di mamma ce n'è più d' una - breve e conciso, che riassume la situazione italiana, chiarisce i punti per cui è importante varare una legge e risponde  ai negazionisti del fenomeno.
Dovendo passare poi a "La grande notte" di Chris Adrian, romanzo uscito ad aprile per Einaudi e rivisitazione di Sogno di una notte di mezza estate, ho deciso di leggere appunto la commedia di Shakespeare... sono solo al secondo atto e spero di terminarla presto, esami permettendo.
Dunque queste sono le mie passate, attuali e future letture, ho una pila interminabile (vedete la foto in basso) e, per il blog, la prossima dovrà essere "Le colpe dei padri" del candidato Strega 2013 Alessandro Perissinotto. Voi cosa leggete? Siete oberati quanto me? :D



What are you currently reading?



What did you recently finish reading?



What do you think you’ll read next?





Pila di alcuni dei libri da leggere... per fortuna solo alcuni sono obbligatori per il blog (da Perissinotto in giù)

 L'ho uccisa perché l'amavo FALSO (lipperini-murgia); 
Il museo dell'innocenza (Pamuk); 
Non lasciarmi (Ishiguro); 
L'invenzione della solitudine (Auster); 
La casa degli spiriti (Allende); 
Memorie di una ragazza per bene (De Beauvoir); 
Cecità (Saramago); 
Jezabel (Nemirovsky); 
Middlesex (Eugenides); 
Le parole segrete (Harris); 
L'ultima fuggitiva (Chevalier); 
Le colpe dei padri (Perissinotto); 
Scarlet (Meyer); 
La grande notte (Adrian); 
L'animo leggero (De martin pinter); 
Resistere non serve a niente (Siti); 
E' così che la perdi (Diaz); 
Una donna misteriosa (Lokko); Garden (Romero).

martedì 26 febbraio 2013

Novità: La donna del fango di Joyce Carol Oates


Stavolta è la Mondadori a farsi largo con una nuova uscita, presentandoci l’ultima opera della più che prolifica autrice statunitense, Joyce Carol Oates, di cui abbiamo già parlato QUI con la recensione de La ragazza tatuata.
La donna del Fango” è il titolo del suo ultimo romanzo- sugli scaffali da oggi al prezzo di 20,00 euro – e racconta nelle sue 427 pagine di una donna di successo che, popolare nel suo presente, deve vedersela con un passato che pensava d’aver ormai superato.
Un tema conosciuto questo, che si riaffaccia puntualmente sul grande schermo e fra le pagine dei romanzi, ma che in questa occasione ha d’interessante l’ambientazione. Si parla di un’America che vede alle porte il conflitto in Iraq, guerra molto discussa e ancor al centro di polemiche sia negli USA che oltreoceano. La Oates, oltre che ad una storia di cui la particolarità e la profondità son tutte da scoprire, ci offre quindi uno spaccato della società americana, con la sua roboante ideologa, con la sua solida identità, influenzata dal conflitto e da ciò che ne deriva. La casa editrice tuttavia sembra molto puntare sul contrasto fra passato e presente in cui la protagonista del romanzo si trova invischiata. Che sia per stimolare la curiosità dei lettori, che sia perché è davvero quello il pezzo forte del romanzo, starà ancora una volta a noi svelare i segreti di questa nuova uscita.


La donna del Fango di Joyce Carol Oates
"Devi essere preparata" dice la donna con voce calma, e nel silenzio della notte lungo una strada tortuosa estrae dalla borsa di tela delle forbici. Preparata a cosa? Le sue parole risultano incomprensibili alla bambina che tra poco verrà abbandonata sulle rive melmose del Black Snake River, sotto un cielo cupo dove i corvi volano alti. Preparata lo è sempre, Meredith "M.R." Neukirchen. La prima donna rettore di un'università della Ivy League non è tipo da lasciarsi cogliere alla sprovvista. La sua dedizione alla carriera e il fervore morale con cui vi si dedica sono esemplari, e finora le hanno fatto affrontare ogni ostacolo, ogni nemico senza timori, uscendo trionfante da tutti i conflitti. Adesso però i molti fili, più o meno segreti, della sua vita rischiano di intrecciarsi in un groviglio che potrebbe mettere a dura prova la sua sicurezza: un amore da tenere nascosto, il clima politico negli Stati Uniti che stanno per scendere in guerra contro l'Iraq, le insinuazioni imprevedibili di uno studente. E poi c'è un incauto viaggio in macchina che la spinge in luoghi remoti, al contempo intimamente familiari e irriconoscibili: quella strada tortuosa lungo il fiume melmoso, la bimba del fango, il Re dei Corvi, un'intera vita che M.R. Neukirchen crede di essersi lasciata alle spalle... Joyce Carol Oates dà vita a un mondo dove il passato bussa implacabile alle porte del presente, pronto a mettere in questione ogni divisione pacificata tra il mondo dell'infanzia e quello dell'età adulta...




Joyce Carol Oates
È una scrittrice di romanzi, storie, sceneggiature, poesia e saggistica, conosciuta per essere uno tra i più prolifici scrittori americani (è autrice di oltre settanta libri.È cresciuta nella fattoria dei suoi genitori in una zona rurale dello stato di New York. Ha frequentato la Syracuse University la University of Winsconsin, dove ha conosciuto, che poi ha sposato. Si è poi trasferita a Detroit e quindi in Ontario, Canada.
Autrice prolifica quant'altri mai, la Oates ha esplorato i diversi sentieri della prosa moderna alternando capolavori in fiction come Blonde, Per cosa ho vissuto o L’età di mezzo a racconti brevi, saggi sulla boxe, scritti per l'infanzia.
Ora insegna nel dipartimento di Scrittura Creativa all'Università di Princeton. La Oates ha anche scritto diversi libri, per la maggior parte romanzi del mistero, sotto lo pseudonimo di Rosamond Smith e Lauren Kelly.




venerdì 2 marzo 2012

Speciale La ragazza tatuata. I personaggi: Alma Bush

I personaggi de La ragazza tatuata sono poveri microcosmi di emozioni forti e, per lo più, negative. Pochi attori che si districano in una trama, come ho accennato nella recensione, asciutta e lineare. Alma viene descritta come un ragazza in carne, con un seno prosperoso, sensuale, “una bellissima oca morbida e carnosa che avevi voglia di ingrassare”. La Oates ritrae con abilità una donna che rasenta l’oscenità, sudata, sporca, lasciva, psicologicamente turbata.
“Aveva un’aria troppo seria e sofferente per essere una prostituta, e non era nemmeno abbastanza affascinante, nonostante i capelli biondo cenere che le scendevano sulle spalle e il viso giovane, sensuale, singolare, tondo e apparentemente senza ossa come un morbido impasto di pane”.


Al suo arrivo a Carmel Heights Alma, più che pietà, fa ribrezzo: il suo sudiciume rispecchia un profondo disagio esistenziale, un passato torbido ed un’inettitudine che la rassomigliano ad un mollusco. Sembra stupida e ritardata, un fiore appassito che si fa maneggiare come una bambola.
Tuttavia Alma non è quel che sembra. La sua psiche è complessa: da una parte debole e sottomessa ad un uomo che la picchia e la violenta e di cui non può far a meno, dall’altra sadica e crudele contro il nemico: Siegl, l’ebreo.
Alma è, in poche parole, una bambina dentro un corpo maturo. I suoi comportamenti e i suoi pensieri sono tipici dell’età infantile, e si manifestano con la stessa violenza. Alla ricerca di attenzioni da parte del proprio uomo, fa di tutto per conquistarne la fiducia o una pacca amorevole sulla testa. Ruba in casa di Siegl portando all’amante i suoi trofei, aspettando che lui le dica “brava, Alma!” e le dia del sesso per dimostrarle che la ama. Concepisce vendette indecenti per calpestare il suo datore di lavoro –sputa nei piatti che gli prepara o, peggio, vi versa dentro il proprio sangue mestruale-, per manifestare la sua superiorità. Medita di ucciderlo. Dopo aver letto il romanzo di Siegl sull’olocausto, rimane sconvolta sapendo che si tratta di finzione letteraria. Lei credeva fosse tutto vero.


Alma disse: “Quello che è successo a qualcun altro, ha il diritto di fingere che fosse successo a lei?”
“Naturalmente ne ho il ‘diritto’, Alma. E anche tu.”
“Di mentire su chi sono? Sul mio nome? Su quello che mi è capitato?”.
“Non di mentire. Voglio dire, di inventare: se tu stessi scrivendo narrativa.”
“Che differenza c’è? Questo non è diverso”. […]
“Alma, io penso a me stesso come a uno che scrive storie per gli altri. Al posto di altri che sono morti o muti. Che non possono parlare”.
“Ma lei non sa. Lei scrive come se sapesse, ma lei non sa”.
“So quello che mi hanno raccontato, e quello che posso immaginare. So quello che io stesso provo.”
Disgustata, Alma rispose: “Lei li sta derubando. Delle persone che non ha mai nemmeno conosciuto. E gli altri prigionieri di D-Dash…”
“Dachau”.
“…di quel posto, lei finge si essere stato lì con loro”.
In qualche modo, questa pareva ad Alma l’azione più disgustosa di tutte.
“Si è inventato anche Dash-au, vero? Si è inventato tutto! Ha finto di essere stato lì, ma non c’è mai stato! Sono tutte bugie.”


Alma è una donna-ragazza ferma nel tempo: non ha subito un’evoluzione personale, condizione che le deriva dall’ignoranza. Non ha mai aperto un libro –o saprebbe che quasi tutti i romanzi sono finzioni letterarie-, è vissuta in un contesto provinciale, dove si è sempre sentita fuori posto. Il nonno, che ricorre spesso nei suoi ricordi, le raccontava degli ebrei: feccia, esseri da disprezzare, Perché? Gli ebrei hanno ucciso Cristo. Giuda ha ucciso Cristo ed era un ebreo.
Ad Akron Valley –luogo natio di Alma- non c’erano ebrei, neanche uno. Nessun ebreo sarebbe vissuto in un posto simile, solo spazzatura bianca emarginata, no?
 Il disprezzo antisemita non è dovuto quindi alla superiorità nazista della razza, ma ad un assunto imprescindibile radicato nella mentalità della comunità. Alma non sa perché si devono odiare gli ebrei, ma li odia. E’ così, è giusto, è naturale. L’odio verso Siegl, all’inizio è, infatti, un proponimento. Sarà successivamente ingigantito dal rapporto controverso che si instaura tra i due (ma ne riparleremo meglio in un’altra puntata).
Alma, oltre ad essere una bambina cattiva –l’aggettivo è molto relativo e opinabile- è anche e soprattutto un oggetto sessuale. Sembra addirittura che la Oates la descriva con una certa misoginia: il suo stesso essere è profondamente carnale –e per questo disprezzabile- e l’autrice ne rimarca più volte la sensualità volgare. La stessa Alma sente su di sé il peso di questa invadente fisicità, lampante in quel corpo abbondante e molliccio. Ma c’è un motivo ancora più profondo: Alma è segnata da alcune denigranti esperienze sessuali vissute durante l’adolescenza. Maltrattata, derisa, drogata da ragazzi più grandi di lei e rivoltata con una pala, come se fosse terreno fertile che cedeva nelle loro mani, Alma non è rispettata da nessuno: né dalla comunità, né dalla famiglia, né da se stessa. Vive costantemente immersa in un desiderio rancoroso di rivincita, confondendo il sesso con l’amore, cercando da qualcuno la stima che non riceverà mai.

lunedì 23 gennaio 2012

Speciale La ragazza tatuata: recensione in ANTEPRIMA


Voto: 


Un crogiolo di contrapposizioni e antitesi pungenti. Potremmo parlare in questi termini de La ragazza tatuata, l’ultimo libro, in ordine di pubblicazione italiana, di Joyce Carol Oates, uno dei più grandi nomi della letteratura contemporanea. Binomi, dicotomie, opposti paralleli che graffiano tutta la narrazione e si insinuano nei personaggi. Feriscono, disturbanti, costringendoli a farli uscire alla luce del sole. Non c’è scampo per il lettore che, frastornato, viene portato via in balia delle loro emozioni, sconvolgenti, egoiste ed implosive.
Un quadro tragico ma lineare. Gli eventi che si susseguono tra le pagine contengono infatti pochissimi dialoghi: sono i pensieri e le evoluzioni dei personaggi a raccontare una vicenda che, nella sua anonimia, intravede sottopelle un tumulto di suggestioni invisibili agli occhi estranei. La ragazza tatuata è, insomma, una vicenda muta. Una vicenda che, se vi fosse raccontata, non potreste comprendere. La Oates, con grande maestria, indaga invece la psicologia, la storia, la nevrosi dei suoi antitetici protagonisti, Joshua Siegl e Alma Busch.
Il primo, scrittore trentottenne di origine ebrea, si lascia vivere nel rimorso del suo romanzo –scritto in età giovanile- in cui racconta le vicende, ispirate a quelle dei propri nonni, di alcuni deportati a Dachau.
La seconda, Alma, è, “come veniva chiamata da alcuni osservatori, La ragazza tatuata”: sul viso porta infatti un disegno dalla forma anomala –una falena- e ferite che non sono solo fisiche, ma anche e soprattutto psicologiche. Di umili origini, poco istruita, lenta e trasandata, in Alma troviamo uno dei primi contrasti del libro, quello tra realtà e apparenza. Da una parte timida e impaurita, dall’altra determinata, scaltra, e, contemporaneamente, profondamente ingenua. Esattamente come una bambina, piena di pregiudizi che le hanno instillato, Alma sembra il ritratto della mitezza. Nasconde però un feroce antisemitismo, una volontà maligna come solo l’ignoranza può esserlo.
Siegl e Alma sono due anime opposte accomunate dallo stesso destino. Il corso del libro è lento, una narrazione che apre il lettore alla parte più intima della loro natura, agli istinti più folli e tormentati.
La trama può essere sintetizzata velocemente: Siegl, alla ricerca di un assistente, dopo lunghe quanto inconcludenti ricerche finisce per assumere Alma, arrivata da poco in città e sedotta dal cameriere Dmitri, per cui nutre un’ossessione. Il libro accompagna, fino al suo apice, la maturazione della malattia neurologica di Siegl, a cui si intrecciano i sentimenti, le manie e i pensieri di Alma, che vengono messi in primo piano.
La Oates descrive un personaggio denso, di sui cogliamo la drammaticità nei gesti estremi, nell’odio cieco, nei pensieri incoerenti. Siegl, razionale e colto, incarna un’altra forma di infelicità, un ritratto apatico e alternativamente schizofrenico. I personaggi di contorno, che tratteremo meglio in seguito, non sono da meno, anche se molte parte del libro –compreso il mistero dei tatuaggi- vengono lasciate insolute. Interessante è, per esempio, la figura di Jet, sorella di Siegl, esuberante fino al limite dell’esaltazione, estrema e infantile nelle sue reazioni, superstiziose quanto paranoica. Non esiste un solo soggetto, in questo romanzo, che possa definirsi mentalmente sano: e forse nessuno di noi lo è realmente, immerso nella sacca amniotica della propria egoistica individualità. Nel gioco di ambiguità della Oates la banale Alma Busch diventa un soggetto pericoloso, l’erudito Siegl un intellettuale depresso. Il dislivello tra i due si palesa nella differenza di intelletto, di condizione sociale, di superiorità razziale. L’antisemitismo di Alma non è in realtà connaturato, ma abbastanza forte perché odi Siegl per tre quarti del libro. E tuttavia non è questo il vero problema, essendovi, di nuovo sottopelle, un disagio sociale, sia di derivazione ambientale che personale.
L’ambiente è infatti un altro elemento fondamentale della storia, così come lo sono i rapporti umani, in particolare quelli di Siegl. Sondra Blumenthal, sua vecchia amica e in parte collega, rappresenta un altro nodo di tensione. Il rapporto tra Alma e Siegl subirà una continua e inesorabile evoluzione, mentre parole non dette, gelosie e rancori incideranno ferite significative.
La malattia di Siegl è l’altra faccia della medaglia.La sua agonia subisce picchi di depressione e sublimazione, il suo sapere –vasto ma estromettente- con l’approssimarsi sempre più palpabile della morte appare vacuo e inutile.
Una vasta gamma di chiaroscuri arricchisce un libro profondamente riflessivo e psicologico. Con intelligenza ed eleganza la Oates racconta disturbo e dolore. Lo stile è discorsivo, corposo, coinvolgente, sovente costellato da magnifiche metafore. Il finale, paradossale e insensato, ultima il quadro d’odio, ingiustizia e discriminazione di cui Alma, prima intrisa, sarà poi vittima.
La ragazza tatuata è una storia scritta per riflettere, un pozzo di delirio dove il male non trova collocazione e dove, nascosto sotto invisibili cortecce, potreste persino rispecchiarvi. 

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