lunedì 23 marzo 2015

Recensione: Il maledetto di Joyce Carol Oates



Il maledetto, Joyce Carol Oates
Mondadori
627 pagine, 25.00 euro
Della pressoché sterminata produzione di Joyce Carol Oates è stata tradotta, in Italia, una parte infinitesimale. Il quinto libro della cosiddetta Gothic Saga, ad esempio, è stato pubblicato senza che vedessimo traccia dei precedenti quattro: Bellefleur (1980), A Bloodsmoor Romance (1982), Mysteries of Winterthurn (1984) e My Heart Laid Bare (1998). Il danno non è ingente, dato che si tratta di romanzi autoconclusivi, ma dà prova della parzialità delle informazioni letterarie che abbiamo su questa autrice – fatta eccezione, ovviamente, per chi la legge in Lingua. 

Il maledetto non dispone, quindi, di pietre di paragone con altri romanzi dello stesso genere scritti dalla Oates – non nella mia esperienza di lettura, almeno, ma sono quasi sicura che non siano stati pubblicati in Italia altri suoi libri simili a questo. E quindi ci avviamo dentro a un campo quasi del tutto sconosciuto: Joyce Carol Oates che indaga il soprannaturale, in verità, non l'avevamo mai vista. Il risultato è un romanzo che conserva moltissime delle caratteristiche tipiche di questa scrittrice: già la finzione narrativa parte da una presunta verità storica e il libro è disseminato di personaggi realmente esistiti, alcuni dei quali svolgono la funzione di protagonisti.

Imponente il lavoro di ricerca che si nota alle spalle di questo tomo di 600 pagine, e che riesce a rendere in maniera fedele le atmosfere e il modo di vivere di una cittadina americana del primo Novecento. L'azione è svolta a Princeton – dove l'autrice vive e insegna – e racconta di una Maledizione che sembra essersi scagliata contro la comunità: ragazze di buona famiglia che fuggono con misteriori sconosciuti, apparizioni di fantasmi, omicidi senza spiegazione. 

I punti di vista adottati sono molteplici ma tutti accattivanti, il libro scorre con pochi momenti di noia, caratterizzato dall' alternarsi di eventi realistici e fantastici – questi ultimi dotati di una grande potenza espressiva e da richiami ai maestri del genere. Memorabile il capitolo con la descrizione di un decadente castello orrorifico, dove trionfano personaggi grotteschi e spaventosi – nonostante si ricavi l'impressione che, di questi, non si parli abbastanza approfonditamente. Ma il motivo è semplice: il lato sovrannaturale, che resta sempre immerso in un clima onirico e che ha confini sfumati, viene affidato a una narrazione riportata da terzi. E il richiamo alla razionalità è presente nelle parole di chi collaziona queste vicende, uno storico che, ottant'anni dopo, ricostruisce minuziosamente gli eventi susseguitesi nei quattordici mesi tra il 1905 e il 1906. I suoi interventi all'interno del romanzo tendono spesso a chiarire verità ambivalenti, di cui i personaggi – voci narranti – non sono a conoscenza; ma anche a contestualizzare e a ribattere alle probabili critiche che i “colleghi storiografi” potrebbero muovergli. Già da subito il racconto è infatti presentato come una cronaca, e l'intenzione principale di chi la racconta è quella di riportare, nei minimi dettagli, fatti che erano stati da altri taciuti perché considerati frutto di farneticazioni. Diari personali, epistolari, confessioni scritte concorrono a formare il quadro documentario del lavoro di ricerca, e tingono di mistero e brivido le pagine del romanzo. Mai, in realtà, il lettore prova paura o terrore: la narrazione della Oates è quella sospesa tipica del primo genere fantastico – “Lo Strano caso del Dr Jeckyll e del Signor Hyde” – e le situazioni che vengono a costruirsi rimandano all'horror puro. Vari e differenziati i personaggi, tormentati, razionali, pusillanimi o temerari, forse troppi per il complesso di pagine e alcuni dei quali un po' abbandonati a se stessi – avrei preferito, ad esempio, una maggiore caratterizzazione di Wilhelmina, che rivela un potenziale inespresso. 

Decisamente piacevole questo ultimo lavoro di Joyce Carol Oates, sebbene mi fossi aspettata qualcosa di diverso e sebbene si noti una certa differenza con gli altri romanzi dell'autrice – dove è innegabile ci sia maggiore pregnanza e incisività. Tuttavia la penna risulta essere l'autentica manifestazione del talento di Joyce Carol Oates: con una scrittura che oserei definire maschile, che non cede alle digressioni sentimentali ma che riporta analiticamente gli eventi in modo asciutto e oggettivo, la scrittrice americana riconferma il suo talento indiscutibile di narratrice.


Voto: 

6 commenti:

  1. Ce l'ho in ebook ma ho timore di iniziarlo perchè sarebbe il mio primo Oates e credo di dover cominciare con un altro suo libro!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, secondo me meglio cominciare da altro. Io consiglio sempre La ragazza tatuata

      Elimina
  2. Vabbè, rosico più di prima ora!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ahaha, non è una lettura stupenda, ma molto piacevole!

      Elimina
  3. Ciao, ti ho nominata per il Liebster Award, spero ti faccia piacere: http://whisperlavocedeltempo.blogspot.it/2015/03/liebster-award-2015.html .
    A prestissimo :D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie, sono passata dal tuo blog!

      Elimina

Grazie per aver condiviso la tua opinione!

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...