venerdì 20 marzo 2015

Recensione: Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli


Atti osceni in luogo privato, Marco Missiroli
Feltrinelli
256 pagine, 16.00 euro
La foto di Erwin Blumenfeld troneggia sulla copertina, il titolo strizza l'occhio al lettore e il complesso è così esteticamente bello, intrigante e ben architettato che oserei dire sia l'unica cosa riuscita di Atti osceni in luogo privato. O, almeno, una delle poche.
Di storie di formazione siamo pieni fino al collo. Di sesso, pure. Unire i due elementi non risulta particolarmente originale; se poi vogliamo inserire, nel mezzo, anche una contrapposizione piuttosto ridondante tra purezza e oscenità, con tappe banali che scandiscono la fine della prima e l'inizio della seconda – e vogliamo anche mettere la retorica su quanto l'oscenità sia, in realtà, “un tumulto privato che i liberi vivono”, tanto per non essere costretti a mostrarla davvero in questo libro? – comprendiamo forse quanto il “già visto” e la mancanza assoluta, nell'ordine, di: genialità, quid creativo, profondità, abbia cominciato a stancare. A stancare me.

La storia vuole ricostruire la formazione sessuale dell'italo-francese Libero Marsell, dall'età puberale fino a quella adulta. Poche le figure maschili di riferimento – direi solo una, il padre –, moltissime invece quelle femminili da cui il protagonista è ugualmente attratto indipendentemente che si tratti della madre, dell'amica più grande o della ragazza di turno. La sua "educazione" è caratterizzata dal susseguirsi di queste donne e da un'ascesa verso l'oscenità che farebbe ridere a crepapelle Henry Miller. Ma cosa credete, sciocchi, sappiamo tutti che la vera oscenità è quella del cuore. Libero – che impiega tutta la vita a “meritarsi il suo nome” – gode, tronfio, della propria “meravigliosa indecenza”: aver spinto la propria ragazza a una palpatina con uno sconosciuto e averle detto “zitta, negra” durante un rapporto. È così che Libero, reo di fantasie che comprendono il tradimento – della sua ragazza – perde la purezza e si inoltra in un mondo torbido solo a parole.

In questo percorso è accompagnato, poi, da una serie di libri e film di alto spessore, per lo più accennati in un gioco intellettuale che non fa che rendere il protagonista irritante: quel declamato candore – maschera della presunta perversione – non può che essere costituito da cultura, libri, letteratura, Federico Fellini, addirittura dalla professione di educatore; e latente, sotto, si trova però il pensiero “impuro”. Tutto questo è raccontato in maniera così poco viva e graffiante che Libero sembra la caricatura di se stesso, un personaggiucolo senza verve che piacerà a tanti perché mai eccessivo, mai davvero trasgressivo, anzi così comune che a un pubblico “perbene” sembrerà di scorgere il riflesso di se stesso. L'impressione, in effetti, è proprio questa: che Libero sia costruito sull'italiano medio per rispettare il buon gusto di tutti, per non fare storcere il naso a nessuno, per accarezzare l'argomento della perversione accompagnandola però – ci mancherebbe altro – all'educazione sentimentale. L'esito è terribilmente buonista. Ma scrivere un libro carino – e in fondo Atti osceni in luogo privato lo è – non è difficile; scrivere un libro sconvolgente, intelligente, colto, raffinato e perturbante è cosa che appartiene solo al genio.
Potrei aggiungere, con un velo di cattiveria, che se la letteratura ha il potere di svelarci qualcosa di noi stessi – questa, per fortuna, non lo è – Missiroli dà poche speranze all'umanità: probabilmente è ridicola quanto il suo protagonista.

Ad aggravare la trama già scontata arriva poi l'inevitabile struttura ciclica che vede Libero padre dopo la dipartita dei genitori e il lieto fine dato dall'adultità e dal ricambio generazionale, momento in cui comincia a sentire di essere libero, per fortuna non necessariamente con la monogamia.
Nulla è raccontato con vera partecipazione, ma la prima parte risulta migliore rispetto alla seconda – quando il complesso comincia davvero a scadere nella banalità e i personaggi si rivelano delle macchiette che trapelano soltanto dalle azioni del protagonista, che è anche io narrante. Fatte le dovute eccezioni, non mi è dispiaciuta la ricercatezza stilistica: penso che l'autocompiacimento dell'autore, più che in questa, si palesi nella costruzione finto-trasgressiva di Libero, e lo sforzo – perché di sforzo si tratta, non certo di un'esternazione naturale e neanche molto attentamente studiata, piuttosto di un'ispirazione grossolana ma non disprezzabile – non dà esiti spesso tanto brutti. Credo anzi che lo stile renda più interessante una vicenda che, se fosse stata raccontata altrimenti, in quanto editor avrei personalmente cestinato.


Voto: 





Marco Missiroli 
è nato a Rimini nel 1981. Con il suo romanzo d’esordio, Senza coda (Fanucci, 2005), ha vinto nel 2006 il premio Campiello Opera prima. Per Guanda ha pubblicato Il buio addosso (2007), Bianco (2009; premio Comisso e premio Tondelli) e Il senso dell’elefante (2012; premio Selezione Campiello 2012, premio Vigevano e premio Bergamo). Per Feltrineli, Atti osceni in luogo privato (2015). È tradotto in Europa e negli Stati Uniti. Scrive per il “Corriere della Sera”.

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