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martedì 27 maggio 2014

Una marina di libri 2014: 6-8 Giugno alla GAM

Si è tenuta oggi, nei locali del terzo piano della splendida Galleria dell’Arte Moderna di Palermo, la conferenza stampa che ha svelato le iniziative della quinta edizione di Una marina di libri, fiera dell’editoria indipendente di Palermo che avrà luogo dal 6 all’8 Giugno nella splendida cornice dello stesso GAM, coinvolgendo l’intero quartiere della Kalsa. Il comune denominatore dell’incontro è stata la parola “collaborazione”: il festival è diretto dalle case editrici Navarra e Sellerio, che hanno lavorato insieme al Consorzio Centro Commerciale Naturale Piazza Marine & Dintorni per offrire una manifestazione il cui entusiasmo organizzativo si è tradotto in un feedback eccezionale da parte dell’utenza – i visitatori del festival, nel 2013, sono stati circa 10000.
Secondo la direttrice della GAM, Antonella Purpura, Una marina di libri è un nuovo modo di recuperare e valorizzare l’arte del nostro territorio attraverso la letteratura, con un festival che ha riscontrato numerosi consensi, tanto da essere stato inserito da una giuria nazionale tra i dieci migliori festival italiani.
Alla sua voce si aggiunge quella di Alberto Coppola, vicepresidente del CCN e moderatore della conferenza, che ha presentato i vari oratori e ha ricordato, insieme ad Antonio Sellerio e Ottavio Navarra, la grande qualità offerta dal festival nonostante il suo budget molto basso (la kermesse di quest’anno prevede una spesa di circa 15.000 euro, di cui 5000 stanziati dal Comune di Palermo). 
Da sinistra: Antonio Sellerio, Alberto Coppola,
Antonella Purpura e Ottavio Navarra.
“Animazione culturale, relazione e collaborazione sono i punti chiave dai quali deve partire la rinascita della nostra città” ha dichiarato Michele Pavia,  presidente del CCN, al quale ha fatto eco Ottavio Navarra, per cui “quella che sembrava un’idea folle è diventata un luogo d’incontro, elaborazione, confronto e dialogo partendo da uno strumento demonizzato dalla contemporaneità quale il libro. (…) La scommessa è culturale e verte sul pluralismo dell'informazione partendo dall’editoria indipendente”. Dello stesso avviso anche Manfredi Lombardo, presidente dell’Arci Blowup e organizzatore degli eventi che animeranno le serate della Marina, convinto che “grazie alla manifestazione, Palermo respira un’aria europea. (…) Questa capacità di collaborazione deve essere istituzionalizzata e implementata, creando basi forti”.
Ha chiuso la conferenza stampa Maria Gianbruno, ex presidente del CCN, tra i fondatori della manifestazione, visibilmente commossa, che ha parlato della difficoltà della promozione dello sviluppo culturale in una città come Palermo che “ha tutti i crismi per candidarsi a capitale della cultura libraria”.
Saranno 53 le case editrici indipendenti di tutta Italia coinvolte nella manifestazione, tra le quali spiccano Edizioni di passaggio, Edizioni e/o, Iperborea, Marcos y Marcos, Minimum fax, Nottetempo e Voland.
Grandi scrittori attesi, invece, per questa edizione, a cominciare da Andrea Cammilleri che aprirà la serie di appuntamenti pomeridiani venerdì 6 giugno alle 19 con la presentazione del suo ultimo romanzo, La piramide di fango, alla quale seguirà la proiezione di una puntata della fiction sul commissario Montalbano tra quelle votabili sulla pagina facebook della Sellerio Editore. Tra gli ospiti anche Simonetta Agnello Hornby, Alicia Giménez Bartlett, Ester Rizzo, Neige De Benedetti, Adriano Sofri, Carlo D’Amicis, Andrea Cortellessa, Giovanni Renzo, Emiliano Erredia, Davide Orecchio, Livio Sossi, Marco Steiner, Davide Camarrone, Filippo Nicosia, Francesco Abbate e Renato Polizzi.
La cartellina per la stampa con il programma
e le informazioni della quinta edizione.
Non solo incontri con gli autori, ma anche reading e spazi di dibattito, nonché la novità di quest’anno, l’Edicola, dove scrittori e giornalisti si confronteranno sulle notizie culturali dei quotidiani.
Si è voluto arricchire il programma di animazione per i più piccoli con un percorso che ha per tema il libro, al quale sarà possibile partecipare dalle 10 alle 13. Manca, invece, il Librogame, gara che fino all’anno scorso ha coinvolto i ragazzi in età universitaria per la conquista di una pila di libri messi a disposizione dalle case editrici partecipanti.
Vi ricordo che, durante tutta la durata del festival, la Galleria d’Arte Moderna rimarrà aperta al pubblico sino alle 22 e potrà essere visitata gratuitamente.
Vi invito a visitare il sito ufficiale della manifestazione per visionare il programma completo (in aggiornamento sul sito http://unamarinadilibri.it/).




mercoledì 2 ottobre 2013

Femminicidio e violenza domestica: intervista doppia a Loredana Lipperini e Simonetta Agnello Hornby



Partendo dal presupposto che la violenza è tale a prescindere dal genere, dall'orientamento sessuale o dalla nazionalità - puntualizzazione indispensabile in un momento in cui il femminismo è tacciato di prevaricazione - parlare di femminicidio in Italia sta scatenando una dura polemica: se da una parte si continua a sottolineare l'urgenza del problema, avallata da  una massiccia - e strumentale - campagna mediatica e talvolta politica, dall'altra una grande porzione dell'opinione pubblica considera l'esistenza stessa del termine una discriminazione di genere (maschile, in questo caso).
Con dati alla mano, L'ho uccisa perché l'amavo - Falso dimostra invece l'infondatezza del negazionismo imperversante, che rigetta l'allarme e lo ridimensiona - lo banalizza - rivendicando la sostanziale stabilità del numero dei femminicidi degli ultimi anni. Dimenticando, però, che 

nel rapporto sulla criminalità in Italia si scopre che le donne uccise sono passate dal 15,3% del totale, nel triennio 1992-1994, al 26,6% nel 2006-2008 [...]. In poche parole, se il numero cresce, ed è sempre quel tipo di omicidio, la crescita è il fenomeno, e non il numero, che è effettivamente tra i più bassi del mondo. Significa, per essere più precisi, che se le morti per criminalità organizzata passano da 340 nel 1992 a 121 nel 2006 e quelle per rissa da 105 a 69, i delitti maturati in famiglia o "per passione", che sono in gran parte costituiti da femminicidi, passano da 97 a 192. In altre parole ancora, mentre gli omicidi in Italia sono calati del 57% circa, i delitti passionali sono cresciuti del 98%. [...] Ancora. Nel Rapporto sulla criminalità e sicurezza in Italia 2010, curato da Maurizio  Barbagli e Asher Colombo [...] i risultati sono così sintetizzati: Rispetto alla fase di picco del tasso di omicidi, negli anni Novanta, oggi la quota di donne uccise è straordinariamente cresciuta. Nel 1991 esse costituivano solo l'11% delle vittime di questo reato, mentre oggi superano il 25%. [...] La crescita dipende da una relazione ben nota agli studiosi, per la quale la quota delle donne sul totale delle persone uccise cresce al diminuire del tasso di omicidi. Questo accade perché [...] gli omicidi di famiglia - la categoria in cui le donne sono colpite con maggiore frequenza - è invece più stabile nel tempo e nello spazio.

In Italia si contano circa 150 omicidi l'anno perpetrati da uomini verso le loro compagne. Nonostante questo, leggiamo nel capitolo 5, sono sostanzialmente tre le reazioni al fenomeno: il negazionismo, come già detto; la risposta positiva costruita su un percorso di lotta culturale e politica; la convinzione che il femminicidio sia la conseguenza funesta della guerra ideologica aperta dal femminismo a favore della parità, che avrebbe causato un conflitto tra sessi sfociante nelle violenza sulle donne.
Le ideologie sottintese in tale posizione sono facilmente deducibili: gli uomini non sarebbero in grado di affrontare le spinte verso la sovversione di quello che è definito un "ruolo naturale", e le donne sono colpevoli del loro stesso genocidio, ostinandosi a cercare una parità e una libertà che non si addice - e per questo vengono punite. 
Il concetto di "naturalità" è parte di un background testimoniato non solo dalla cultura popolare, ma anche da molte opere letterarie. I luoghi comuni più fuorvianti, prova di un sistema di pensiero ben radicato, sono dati dai titoli giornalistici: amore, raptus, gelosia sono le inconsce (?) giustificazioni che il linguaggio mediatico tributa a chi si macchia di femminicidio. L'azione violenta viene attribuita a un comprensibile attimo di irrazionalità e a un eccesso di "amore" verso la vittima - essendo gelosia e controllo, nell'immaginario comune, legati inevitabilmente all'amore.
Entrambi i casi derivano invece non solo dal possesso che l'uomo esercita sulla donna ma, ancor prima, dal pensiero che questo possesso sia giustificato dal ruolo naturalmente sottomesso a cui la donna deve attenersi. La pericolosità di una simile concezione - diffusissima, ripeto, e provata dal modo in cui si parla di femminicidio - si rispecchia nella giustezza della punizione sulla donna, che non può permettersi di sviare dal percorso precostituito. Non, quindi, raptus, ma cultura maschilista che sfocia nell'omicidio. Non follia, non irrazionalità - attribuita alla natura dell'uomo, ennesima giustificazione che lo svaluta come essere pensante e lo riporta ai livelli di una istintività ferina - ma lucida prevaricazione e annientamento finale della vittima.
"Certo che l'omicidio ha un sesso" affermano coraggiosamente Lipperini-Murgia - che non risparmiano riflessioni sulla retorica errata delle donne buone sempre e comunque - "ma è difficilissimo ammetterlo, perché se per le donne è difficile mettere in crisi i poteri del materno, per gli uomini è difficilissimo incriminare il potere della forza fisica e l'idea che quella forza garantisca, dal fondo del proprio cervello rettile, un dominio".

Contraria alla definizione di femminicidio perché troppo specifica - e non include altri casi - è Simonetta Agnello Hornby, più nota come autrice di romanzi molto apprezzati e avvocato a Londra, dove vive e si occupa di casi di violenza domestica. Il male che si deve raccontare, scritto in collaborazione con Maria Calloni, racconta appunto la sua esperienza in circostanze che non necessariamente sfociano nell'omicidio, e che si estendono alla violenza non solo verso il coniuge, ma anche verso i figli e i soggetti deboli del patriarcato. 
L'idea della Hornby - mi permetto di parlarne con disinvoltura avendola ascoltata personalmente - è che la base della violenza domestica sia da ricercare nell'idea del possesso e del dominio esercitato sull'altro: questo non c'entra con il sesso, come testimoniato dai casi di violenza tra omosessuali o, nei rari casi inversi, di violenza delle donne verso gli uomini.
I casi riportati dalla Hornby, però, riguardano la tradizionale violenza perpetrata dall'uomo e derivano dalla sua esperienza personale. Con il talento della scrittrice e lo spirito pragmatico di avvocato, Simonetta Agnello Hornby descrive le mille dolorose problematiche che circondano tali questioni, senza moralismi e tendendo più volte, anzi, a sottolineare come la denuncia della violenza domestica non porti necessariamente a un esito felice: i minori, segnati dal dolore e destinati a case famiglia, possono assumere comportamenti deleteri per se stessi (assunzione di stupefacenti) o imboccare la via della microcriminalità, sbandati dal fardello che portano sulle spalle. 
Importantissima è la spiegazione dei meccanismi che spingono le donne a subire e a rimanere con l'uomo che le picchia: la dipendenza economica dall'aggressore è la principale causa di legame - la donna che non sa come allevare i figli senza gli introiti del marito, che trattiene tutti i liquidi, è portata a ritornare da lui anche dopo la denuncia - oppure l'avversione della famiglia stessa che spalleggia l'uomo, vittima anche essa di un sistema psicologico. Altrettanto illuminante è la descrizione, costituita esclusivamente da frasi comuni, dell'itinere violento dell'uomo dominatore: dalla fase della seduzione ("Sei così buona! Mi fai dimenticare tutto il brutto della vita", "Mi piace camminare accanto a te. Sento l'invidia degli altri uomini... sanno che non ti merito"), all'isolamento ("Cerchiamo di passare tutti i fine settimana in campagna, quest'anno. Mi piace tanto stare solo con te", "Ma io non ti basto?", "Allora non mi ami"), all'attacco che lede l'autostima della donna e la convince che non è nulla senza il compagno e nessun altro sarebbe disposto ad accoglierla o ad amarla, al primo schiaffo ("Mi sento un verme, non volevo alzare le mani su di te... come faceva mio padre con mia madre", "Mi hai provocato, mi hai disubbidito", "Tu non mi meriti!") fino al dominio assoluto e, infine, l'omicidio. Troviamo un punto in comune con L'ho uccisa perché l'amavo:

Lui è pentito e non lo rifarà più. Non merita la prigione, è stato solo un momento di follia. E poi c'è sempre quel pensiero, nell'uomo comune e nella donna di casa, che forse lei se l'era cercata: il marito l'aveva castigata per essersi comportata male, non intendeva certo ucciderla, si era solo lasciato trasportare. Era stato provocato, non era tutta colpa sua.

Ma i due libri - eccellenti, necessari, graffianti - pur impostati in maniera diversa hanno tantissime analogie. Differiscono, invece, nel divario tra il modo in cui la violenza viene affrontata giuridicamente in Inghilterra e il modo in cui succede in Italia. I primi capitoli de Il male che si deve raccontare descrivono infatti l'operato di Patricia Scotland, fondatrice della Corporate Alliance Against Domestic Violences e la Eliminate Domestic Violence Global Foundation. La Scotland, che ha ricevuto la nomina alla Camera dei Lord durante il governo Blair, ha creato un sistema che si basa sulla velocità del soccorso a chi chiede aiuto e sull'immediata protezione, sul sostegno morale ed economico, sulla fornitura di abitazioni - "a costo di trovarlo sul mercato privato" - entro solo ventiquattro ore. Questo ha portato alla diminuzione dei costi per la società - la vittima è messa in condizione di continuare a lavorare - e della recidività. 

Le posizioni di due delle coautrici - Loredana Lipperini da una parte, Simonetta Agnello Hornby dall'altra - 
sono molto simili, se non convergenti. Ho cercato di metterle a confronto in un'intervista a cui si sono prestate, gentilissime, per chiarire l'importanza della discussione intorno alla violenza sulle donne.



Femminicidio è una parola che nasce già nei primi dell’ ‘800 ma si diffonde a partire dagli anni Novanta, per indicare l’omicidio di una donna dovuto a pregiudizi di genere. Di recente L’accademia della crusca ha chiarito l'importanza della sua esistenza, ma molti non concordano ancora con l’esigenza di utilizzare un termine che designi l’omicidio esclusivamente femminile. Cosa ne pensate?

Loredana Lipperini: Credo che negare la parola significhi cercare di minimizzare i fatti. Le parole non sono innocenti: contestare il termine femminicidio perché è esteticamente sgradevole (capita) o perché, come spesso si dice, non esiste l’omicidio di genere, significa negare i fatti. La maggior parte delle vittime viene uccisa in circostanze quasi identiche. Guardiamo alle oltre cento donne morte nel 2012. Antonella Riotino, 21 anni: il fidanzato le taglia la gola perché voleva lasciarlo. Stefania Mighali, 39 anni, viene trucidata insieme alla madre e alla figlia bambina dal marito che non accettava la separazione. Sharna viene strangolata con una sciarpa dal fidanzato geloso. Leda muore dopo due mesi di agonia perché il convivente le aveva dato fuoco. Domenica si prende quattro colpi di pistola per aver lasciato il partner. A Rosanna spara il marito da cui si era separata. Il cuore di Antonia viene trafitto da una stilettata da parte dell’ex compagno.  Edyta viene soffocata per gelosia. Gabriella per un sms trovato dal marito sul cellulare. Per gelosia l’ex uccide Francesca, il nuovo compagno, la figlia e il fidanzatino di lei. Una pistola per Esmeralda, perché la storia era finita. Una pallottola per Concetta e una per Annamaria, dai mariti, perché “possedute dal demonio”. Il coltello per Hane, perché il marito era disoccupato e lei manteneva la famiglia. Un martello per Camilla, il fucile per Giacomina, i pugni per Enza. Cambiano le armi, ma i motivi sono quasi identici: lei se n’era andata, oppure lui supponeva che l’avrebbe lasciato, magari perché aveva il diavolo in corpo.

Simonetta Agnello Hornby:  Noto che l’accademia della crusca riconosce questa parola, con piacere…  ma non sono d’accordo che sia usata per tutti i casi di violenza domestica e noto che non è usata nella convenzione di Istanbul e nella legislazione britannica in materia. 
La violenza domestica non è soltanto di coppia; è sui figli e sulle sorelle dell’aggressore. Femminicidio esclude la violenza di coppia degli omosessuali che in vari paesi del mondo, compreso il Regno Unito, hanno un riconoscimento legale nella “civil union”. Dunque una legislazione basata sul femminicidio (un omicidio commesso da un uomo su una donna nel contesto di genere e in particolare di violenza domestica) escluderebbe le coppie omossessuali, sia maschili che femminili. L’uccisione di una lesbica da parte della compagna sarebbe femminicidio o no? Se la risposta è no, sarebbe un’ingiustizia e una discriminazione intollerabile per tutte le vittime di violenza domestica omosessuali.

Il male che si deve raccontare si concentra sulla violenza domestica in Inghilterra, L’ho uccisa perché l’amavo - Falso parla invece del fenomeno della violenza sulle donne in Italia. E’ evidente che tra i due paesi ci sia un abissale differenza. In che modo, Loredana, le forze dell’ordine e lo stato combattono questo tipo di violenza in Italia? E in che modo avviene invece nel Regno Unito, Simonetta?

L.L.: Mentre scrivo questa risposta, è in discussione il cosiddetto decreto legge sul femminicidio presentato all’inizio di agosto, dove a meno di modifiche sostanziali si affronta la questione in chiave securitaria e repressiva. Invece, da più parti si chiede (lo ha fatto di recente anche la direttora centale Istat Linda Laura Sabbadini) un intervento culturale, che cominci a incidere su un’eredità millenaria. E dunque, educazione al genere e all’affettività fin dalla scuola materna, formazione degli insegnanti, cura dei libri di testo per le scuole elementari, attenzione ai media. Inoltre, moltiplicazione e soprattutto finanziamento dei centri antiviolenza e dei centri (pochissimi) di ascolto per uomini abusanti. Nessuna norma restrittiva potrà intaccare il fenomeno se non si lavora su questi punti.

S.A.H.: La differenza esiste, ma forse non è abissale. Le misure introdotte dalla Baroness Scotland quando era ministro laburista sostanzialmente creano un sistema di collaborazione tra le varie agency coinvolte in casi di violenza (i Marac) che risparmia tempo e lavoro, offre supporti inderogabili nei casi di maggiore violenza e rischio e inoltre crea una nuova professionalità. La IDVA (Indipendent Domestic Advisor) che tutela e accompagna per almeno tre mesi la vittima attraverso la burocrazia, il processo e nelle difficoltà che incontrerà vivendo da sola con i figli nella comunità senza la prigione/protezione dell’aggressore. La Scotland ha anche introdotto in Inghilterra la Corporate Alliance, sul modello degli USA, un’associazione di datori di lavoro che hanno creato un protocollo per identificare e sostenere le loro impiegate vittime di violenza di coppia.

La violenza sulle donne ha tratti ovunque identici, in Inghilterra come in Italia. Come spieghiamo questo fenomeno? Perché  le donne, in qualsiasi parte del mondo, vengono annientate con la stessa brutalità e per gli stessi motivi?

L.L.: Se è per questo, il numero più alto dei femmiicidi è nei paesi scandinavi. Una risposta univoca non è mai possibile se non quella più diretta: nel momento in cui i rapporti fra donne e uomini sono in profonda mutazione, la parte più fragile del maschile reagisce con la distruzione dell’altra. Ripeto: una parte. Parlare di femminicidio non significa sostenere che le donne sono buone per natura e gli uomini violenti per natura. Questa è una semplificazione voluta ad arte: non esiste la natura, esiste la cultura. E sulla cultura del maschile non si è ancora ragionato abbastanza. Almeno, non in Italia.

S.A.H.:  Come spieghiamo questo fenomeno?  Lo spieghiamo riconoscendo che la violenza sulla donna non ha etnia, religione, classe sociale: è la stessa ovunque nel mondo. I tratti sono gli stessi. Come avviene anche nella violenza sui minori e nella pedofilia: esistono ovunque e sono identici.  Perché  le donne, in qualsiasi parte del mondo, vengono annientate con la stessa brutalità e per gli stessi motivi? Perché in tutto il mondo nei rapporti di coppia eterosessuale l’uomo ha storicamente una posizione di potere e supremazia. Anche se la donna lo accetta ed è sottomessa la società esige per esempio che la donna abbia minore libertà e indipendenza o addirittura diventi schiava dei meschi di famiglia e la sua anima posseduta come il suo corpo dai maschi al potere in famiglia. 
La brutalità non è sempre la stessa. 
Il motivo invece è sempre lo stesso: Potere.

C’è stato un incremento di femminicidi negli ultimi anni? E se c’è stato un incremento, a cosa è dovuto secondo voi?

L.L.: Rispondo con le parole del Rapporto sulla criminalità e sicurezza in Italia 2010, curato da Marzio Barbagli e Asher Colombo per Ministero dell’Interno − Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Fondazione ICSA e Confindustria: “Rispetto alla fase di picco del tasso di omicidi, negli anni Novanta, oggi la quota di donne uccise è straordinariamente cresciuta. Nel 1991 esse costituivano solo l’11% delle vittime di questo reato, ma oggi superano il 25%. In Italia, quindi oltre 1/4 delle vittime è donna. La crescita dipende da una relazione ben nota agli studiosi, per la quale la quota di donne sul totale delle persone uccise cresce al diminuire del tasso di omicidi. Questo accade perché, mentre il tasso di omicidi dovuto alla criminalità comune e a quella organizzata è molto variabile, gli omicidi in famiglia − la categoria in cui le donne sono colpite con maggiore frequenza − è invece più stabile nel tempo e nello spazio””.
Significa che nel nostro paese il femminicidio è un fenomeno strutturale, purtroppo. Per moltissimi motivi: non ultima, la cultura del possesso che ha portato all’abolizione del delitto d’onore solo negli anni Ottanta. L’altro ieri.

S.A.H.: Nel Regno Unito non si può sapere con certezza perché le statistiche non esistevano prima e quelle che abbiamo non sono indicative. Probabilmente non c’è stato un aumento, ma oggi la polizia e i PM; identificano meglio e correttamente gli omicidi di donne da parte dei compagni e mariti (o padri e fratelli) come tali, mentre in passato sarebbero stati considerati suicidi o addirittura morti da incidenti domestici o stradali. Molte morti erano nascoste e le vittime considerate persone scomparse.
Se c’è stato un incremento, a cosa è dovuto secondo voi? Dovrei pensare a una maggiore violenza nel rapporto di coppia dovuta al fatto che le donne non sono remissive e servili come un tempo e sono consce dei loro diritti umani: per riaffermare il proprio ruolo tradizionale di supremazia basato sul potere, l’uomo uccide la compagna/moglie/figlia.

Cultura e violenza:  sono innumerevoli – dall’Otello alla Carmen, da te la ricordi Lella, quella ricca di Lando Fiorini a Il rosso e il Nero – che mostrano, con connotati tragici e eroici, figure di donne uccise dai propri uomini . Credete che anche queste opere abbiano contribuito a creare un immaginario “romantico” (nel significato duplice di corrente letteraria e del sinonimo “sentimentale”) che pone l’accento sulla passione per motivare il femminicidio, o che si limitino a riprendere un sostrato popolare già ampiamente forte e presente?

L.L.: Ovviamente sì, ma questo non significa che quelle opere vadano criminalizzate: anche perché in molti casi si tratta di capolavori della letteratura e della musica. Va semmai compreso il contesto in cui nascono, che è appunto quello di una cultura del possesso. Grazie al cielo, però, esistono anche altre narrazioni. Stephen King racconta da anni di uomini  abusanti e di centri antiviolenza: lo ha fatto esplicitamente in due romanzi, Rose Madder e Insomnia, dove si schiera dalla parte delle femministe che cercano di sottrarre vittime a ex mariti folli di gelosia e possesso, e sullo sfondo delle sue opere c’è sempre una minaccia, una possibilità che va contenuta e combattuta perché non si trasformi in orrore. Lo ha fatto Derek Raymond, ne Il mio nome era Dora Suarez, e  James Ellroy, e Stieg Larsson nella trilogia di Millennium, e Murakami Haruki in 1Q84.  Uomini che non odiano le donne, che delle donne assumono il punto di vista e si chiedono perché, invece, ad altri possa capitare di odiare. E’ qualcosa. E’ un inizio.

S.A.H.:  Sia l’uno che l’altro. La base della violenza sulla donna è di mostrare il potere dell’uomo sulla compagna/moglie/figlia/sorella. La passione poco ha a che vedere con queste uccisioni. Esistono ovviamente delitti passionali, ma sono più rari di quanto si pensi. 

Perché il soggetto violentatore si scaglia sulla vittima, fino a ucciderla? Quali sono i meccanismi che lo portano alla sopraffazione dell’altro?

L.L.: Non sono una psicologa e non posso rispondere con competenza medica o scientifica sul punto. Annientare, però, significa rivendicare un possesso e rivendicare un “io” forte. Viviamo in una non-cultura di “io” isolati e fragili. Credo che l’attuale condizione di narcisistica solitudine e di mancanza di sostegno comunitario sia un ulteriore, e drammatico, elemento che porta al femminicidio.

S.A.H.:  Per sadismo e per affermare il proprio potere.  Quali sono i meccanismi che lo portano alla sopraffazione dell’altro?  Disobbedienza da parte della vittima e problemi personali dell’aggressore, come disoccupazione, pressioni al lavoro ecc. La donna ne paga le conseguenze.

In entrambi i libri viene precisato che la violenza – di genere o domestica -  non conosce ceto sociale. Ma il benessere economico o l’istruzione non dovrebbero agevolare la formazione di una mentalità sana e aperta?

L.L.: No. Perché anche il benestante e l’istruito vivono immersi in quella stessa cultura di cui abbiamo parlato. Per questo è importante agire su di essa, e non, semplicemente, sulle norme.

S.A.H.: Istruzione e benessere economico non riducono le caratteristiche della natura umana, buone o cattive. Molti efferati omicidi di donne sono stati pianificati e messi in atto da gente colta e ricca. Se fosse vero che i ricchi e i colti godessero di una mentalità più sana e aperta di quella dei poveri, dovremmo accettare l’osceno concetto che i poveri sono inferiori ai ricchi anche in questo. Infatti potrebbe essere il contrario: che l’ozio e i vizzi che la ricchezza può assecondare rendono peggiori i ricchi e creano pregiudizi, ristrettezza di vedute e classismo.

Anche tra le cronache – ricordiamo, ad esempio, il caso della Miss operata in ospedale per  emorragia interna ed asportazione della milza, dovute a percosse subite dal compagno, che, dopo qualche giorno di degenza, ha dichiarato di volerlo perdonare e tornare da lui -, nonché su Il male che si deve raccontare, ritroviamo situazioni in cui è la donna che subisce consciamente la violenza, affetta da un meccanismo di dipendenza psicologica. Perché accade? Cosa spinge le donne a rimanere nel silenzio? E’ solo mancanza di coraggio, paura, o le donne non possono fare a meno dei loro aggressori?

L.L.: Non parlerei di mancanza di coraggio: ogni storia è diversa e i fattori possono essere infiniti, dalla preoccupazione per i figli alla dipendenza economica, né penso ci si possa accontentare del celebre verso della Plath, “tutte le donne adorano un fascista”. Quando parlo di cambiare la cultura, non vale solo per gli uomini. Perché l’ostacolo, come sempre, si configura in quelli che vengono chiamati stereotipi e che vogliono che donne e uomini, con il primo vagito, assorbano anche le caratteristiche che li accompagneranno fino alla morte.  Le bambine docili e accudenti, i bambini forti e furiosi, come racconta la sociologa Irene Biemmi dopo aver analizzato le definizioni delle prime e dei secondi nei libri di testo per la scuola elementare.

S.A.H.: Perché accade?  E’ il risultato dell’esercizio del potere psicologico e fisico. La donna diventa una schiava.
Cosa spinge le donne a rimanere nel silenzio?  Paura, vergogna, isolamento, ostracismo dalla famiglia per avere reagito e coinvolto le forze dell’ordine e la giustizia, da un lato e dall’altro; la mancanza di un sistema creato dalla società civile e dallo stato che la assista, la protegga e la accompagni, insieme ai propri bambini, nei primi mesi della vita da sola.  L’effetto della violenza ripetuta distrugge animo e corpo: la donna diventa incapace di gestire la propria libertà senza supporti veri e duraturi.
Solo mancanza di coraggio, paura, o le donne non possono fare a meno dei loro aggressori? Pochissime donne non possono fare a meno dei loro aggressori e in questi casi si tratta di un plagio. Ritornano dall’aggressore spesso perché non sanno gestire figli, spese d’affitto, malattie e la vita giornaliera. Raramente per amore. L’introduzione dell’IDVA nel sistema britannico ha ridotto notevolmente i casi di ritorno all’aggressore.

Che cosa si può fare, concretamente, per diminuire la violenza domestica?

L.L.: Credo di averlo già detto. Moltiplicare i centri antiviolenza, renderli in grado di funzionare, aprire centri di ascolto per gli uomini, cambiare la cultura che si rivolge alle bambine e ai bambini.

S.A.H.: “Il male che si deve raccontare” è esplicito in materia su ciò che la società e le istituzioni possono e devono fare. Vorrei dare dei consigli agli individui che vorrebbero contribuire personalmente.

Immediatamente: .
Imparare in cosa consista la violenza domestica, perché, quando e come avviene. Ne “il Male che si deve raccontare” questo è spiegato in pieno. 
Visitare centri anti violenza, rifugi, ostelli e il sito di “Pangea”, una ONLUS che si occupa della tematica.
Offrirsi di lavorare da volontario in un centro, offrirsi per piccole cose: accompagnare madri e figli per visite mediche, fare giocare i bambini, aiutare le donne vittime di violenza negli studi, ad imparare la lingua italiana e il sistema italiano se sono straniere, ecc. 
Contribuire ai fondi delle ONLUS e dei rifugi.

Subito dopo:

Parlare della violenza domestica come un male che è nelle nostre famiglie e nella nostra società e che si può abolire.
Imparare a riconoscere in famiglia, al lavoro e tra gli amici le vittime di violenza dai loro comportamenti, dai cambiamenti d’umore ecc. e osservarle.
Avvicinarle senza essere intrusivi, manifestare stima e amicizia, fare capire che sono persone importanti e rispettate da noi.
Ascoltare i bambini, le altre grandi vittime della violenza domestica (diretta o indiretta), perché da adulti saranno probabilmente vittime e aggressori. Aiutarli, distrarli e fare capire loro che vogliamo il loro bene e che sono importanti e “valgono”. Se parlano della violenza sulla madre, bisogna ascoltarli senza mostrare sorpresa, orrore, sdegno (né tanto meno criticare il genitore non violento) e spiegare al minore che la violenza in casa non è accettabile.
Quando le vittime rivelano la violenza bisogna aiutarle e incoraggiarle a chiedere aiuto attraverso quello che è a disposizione nel posto in cui vivono: forze dell’ordine, sanità, medico curante, sacerdote, servizi sociali, ONLUS, sportello al tribunale, avvocato ecc.
Cercare supporto per loro dai familiari, che spesso sono stati allontanati dall’aggressore o dalla vittima stessa e che potrebbero rifiutare di aiutare la figlia che aveva respino il consiglio dei genitori di non andare a vivere con quel “poco di buono"

E poi:
Continuare quanto di sopra ed essere sempre all’erta. Insistere con le istituzioni che la lotta per eliminare la violenza domestica è un dovere sociale. Diminuendo i fondi stanziati a ciò, si aumenta la spesa pubblica. 
Spiegare che l’investimento istituzionale nella lotta contro la violenza, la prevenzione e il supporto alle vittime porta grandi risparmi alla spesa pubblica. 
Incoraggiare il proprio datore di lavoro o discutere con i co-proprietari l’introduzione dei supporti per le impiegate vittime di violenza all’interno della propria azienda. 

giovedì 30 maggio 2013

Una giornata al Salone Internazionale del Libro di Torino: David Grossman e Simonetta Agnello Hornby







Sabato 18 maggio è stata una giornata davvero speciale: dopo averlo desiderato per molti anni, finalmente sono riuscita ad andare a Torino in occasione del Salone Internazionale del Libro. A onor del vero, devo ringraziare la mia amica Lucia, che ha lanciato l'idea durante uno dei nostri aperitivi dove parliamo di tutto e l'argomento libri riesce in qualche modo a essere sempre presente! Abbiamo quindi aspettato pazienti che il programma fosse pubblicato, abbiamo scorto e valutato gli eventi di ogni giornata e deciso per sabato 18 maggio che proponeva, fra gli altri, nomi del calibro di David Grossman e Simonetta Agnello Hornby.
Ammetto che da sempre ho un debole per la letteratura israeliana contemporanea - fra le mie letture preferite ci sono i libri di Amos Oz (primo fra tutti La scatola nera), così come quelli di Grossman e Yeoushua –, non sorprende quindi che fossi particolarmente entusiasta all'idea di assistere dal vivo a una conversazione letteraria con uno degli scrittori che apprezzo di più.
Così, dopo un'ora trascorsa in piedi in coda ad aspettare di entrare nell'ampia sala dell'Auditorium del Lingotto, siamo riuscite ad “accaparrarci” degli ottimi posti nelle prime file, pronte a gustarci l'incontro. Grossman era a Torino per parlare della sua ultima fatica, Caduto fuori dal tempo edito da Mondadori, e la conversazione era guidata dallo scrittore Gian Luca Favetto. L'incontro si è aperto in modo molto suggestivo e coinvolgente, con Favetto impegnato nella lettura in italiano di un breve estratto del libro, seguito dalla lettura in ebraico dello stesso passo da parte di Grossman. Sarà stato per la lingua ebraica, morbida e sconosciuta, per la voce ben modulata dello scrittore israeliano, per la profondità del testo... ma credo che un incipit simile sarà difficile da dimenticare.
Dopodiché, grazie all'alternarsi di domande e risposte (ottimamente tradotte da una bravissima interprete, di cui purtroppo non ricordo il nome), è stato possibile scoprire di più su Caduto fuori dal tempo. Si tratta di un libro particolare, non un vero romanzo e nemmeno una testo lirico, “qualcosa che sta in mezzo”, un mezzo letterario per parlare del viaggio verso il luogo dove la vita tocca la morte. Grossman dice di parlare a chi non possiamo più sentire e, sentendo questo, il mio pensiero era subito volato al figlio Uri, morto nel 2006 durante l'ultima guerra che ha visto schierati Israele contro il Libano. Per lui scrivere un libro è come avere un dialogo interiore, si comprendono cose e aspetti della vita che non si potrebbero capire in altro modo. A questo punto, ci svela la “genesi”, se così si può dire, di Caduto fuori dal tempo: afferma di aver superato la paura di esporsi, di lasciar trapelare le emozioni della propria vita intima, proprio grazie alla stesura di questo testo, “un libro contro l'istinto di protezione”, che ha iniziato a scrivere dopo la scomparsa del figlio. Racconta infatti di aver deciso di non volere essere protetto dal dolore (dopo una perdita simile, cerchi a tutti i costi di aggrapparti all’istinto di autoprotezione),  perché vivere una vita troppo protetta equivale a non vivere davvero. Inoltre essere uno scrittore è un privilegio, in quanto ti dà la possibilità di poter raggiungere e affrontare il “posto” dentro di te che più ti spaventa.
Favetto riporta il discorso sulla forma narrativa del libro, lo shir ebraico (canto e poesia, azione teatrale, canto corale) e chiede a Grossman la ragione che lo hanno indotto a fare una scelta simile. La risposta dello scrittore è disarmante: “It found me”, non aveva cercato quella forma, la forma aveva cercato lui, lo stile è la “pelle” del libro, cresce con esso. Non c'era altra scelta, quel libro doveva essere scritto perché altrimenti la sua vita sarebbe stata intollerabile. Inizialmente il romanzo era stato concepito come una prosa, ma non poteva proseguire in tal modo: la morte di un figlio è un evento contro natura, contro le regole che vogliono i figli sopravvivere ai genitori e un'opera simile richiedeva una rottura delle regole della scrittura. Particolarmente bella una frase della moglie di Grossman “Poetry is the closest to silence” (La poesia è la più vicina al silenzio), la forma di scrittura che permette di dire e non dire allo stesso tempo.
Favetto prosegue chiedendogli in quale dei suoi personaggi si riconosce di più: il duca, lo scriba, il centauro, l'uomo. Grossman dice di essere dentro ogni personaggio, ma di essere più vicino all'uomo, identificandosi nella sua incapacità di parlare, nel suo senso di soffocamento, che però riesce a vincere semplicemente cominciando a camminare. E qui nasce una bella riflessione sulle catastrofi e su come possiamo cercare di superarle: l'aspetto peggiore delle catastrofi è che ci paralizzano, ci trasformano in pietre; avere la possibilità di descriverle con le proprie parole è una forma di ribellione che ci rende non solamente vittime, ma ci permette di trascendere e di non accettarne i dettami, determinando la capacità di agire.
In Caduto fuori dal tempo l'uomo va “laggiù”. Ma che luogo è “laggiù”? Dove si trova? Lo scrittore spiega che il “laggiù” dell'uomo è un posto dove è possibile parlare di ciò che era successo, un punto di incontro fra vita e morte. Non possiamo saperne di più, non sappiamo ciò che c'è dopo; Grossman si è avvicinato il più possibile, l'ha sfiorato e ha fatto ritorno. Ma nei suoi libri forse è diverso: in un libro possono esistere contemporaneamente assenza e presenza.
Infine Grossman parla di sé, rivelando che ama soprattutto raccontare storie. Alcune sere in Israele  gli capita di leggere a voce alta, davanti a un pubblico stanco, che però si riscuote pieno di interesse e con gli occhi scintillanti quando viene condotto per mano verso una storia. La conversazione si chiude in modo circolare, con l'autore di Gerusalemme che legge nella lingua madre un passo del romanzo, dedicato al tempo se ben ricordo.
Mi ha fatto piacere notare che il pubblico in sala (1900 spettatori secondo alcuni fonti) è stato attento per tutta la durata dell'evento, se si esclude qualche improvvido cellulare fortunatamente subito spento, e uscendo dalla sale ho potuto ascoltare commenti entusiasti di persone che, come me sono rimaste conquistate dalla dialettica e dalla profondità di David Grossman. Tanta era la voglia di applaudire, ma tutti i partecipanti hanno rispettato il “consiglio” dello scrittore, che ha invitato a rimandare gli applausi a fine incontro e solo se meritati! Per quanto mi riguarda, si è trattata di una vera e propria emozione, e se già ero convinta di voler leggere Caduto fuori dal tempo, ora non vedo l'ora.
Nel pomeriggio è stata la volta di Simonetta Agnello Hornby, scrittrice siciliana e avvocato residente a Londra, che ha presentato il suo Il Veleno dell'Oleandro (Feltrinelli). L'incontro, breve ma ricco di verve, ha visto l'autrice (che in sala è stata veramente simpatica) presentarsi da sola, in centro al palco, senza moderatore, e rivelare i tanti temi che sono presenti nella sua ultima fatica, composta in un momento difficile della propria vita, ossia dopo la morte della madre. In ogni libro, Simonetta Agnello Hornby va contro un tabù; in questo addirittura i tabù da affrontare sono due: la bisessualità e le donne mature “accompagnate” da uomini più giovani. Secondo la Hornby, quello dei bisessuali  è un mondo ancora poco conosciuto e compreso, probabilmente vittima di pregiudizi sia da parte eterosessuale che omosessuale; mentre per le donne in là con l'età che hanno ancora occhi per i giovani (leggi tardone in giovane compagnia) sembra sussistere ancora il vecchio pregiudizio, secondo cui agli uomini queste sbandate vengono concesse con indulgenza, mentre alle donne sono invece riservate solo battutine, feroce ironia e implacabile giudizio sociale. 
Inoltre, ne Il veleno dell'oleandro, l'autrice ha voluto toccare anche il tema della famiglia - che anche in Sicilia, come in tutta Italia, tende a disgregarsi - e delle nuove malattie del benessere, come l'anoressia. Altro argomento rilevante è quello della proprietà, la “roba” (che reminiscenze di verghiana memoria!), molto sentito nella regione mediterranea, Sicilia inclusa: si parla di un'eredità, i classici gioielli di famiglia da utilizzare per cercare di risollevare le sorti della casa, che in questo caso, appartenevano a una nonna un po' libertina.
L'aspetto forse più interessante dell'incontro è stato cogliere il vivo coinvolgimento della scrittrice nel tema spinoso della violenza familiare: nel romanzo, una donna subisce violenza da parte del marito e l'Agnello Hornby racconta senza mezze misure di quanto sia difficile e disturbante scriverne. Del resto, non dobbiamo dimenticare che l'autrice è da anni impegnata in prima linea nella lotta contro la violenza domestica: ha fondato nel 1979 a Londra il primo studio legale con una sezione dedicata ai casi di questo tipo e dal 2012 collabora con la Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence, attiva in Italia attraverso l'affiliata EDV Italy. Per non dimenticare il suo impegno, ha ricordato la recente pubblicazione (8
maggio) de Il male che si deve raccontare, il libro scritto con Marina Calloni, professoressa di filosofia politica e sociale all'Università Bicocca di Milano, che non è solo un libro-denuncia, ma anche un testo che mostra come combattere la violenza domestica e proteggere le vittime. I proventi di questo libro saranno devoluti proprio a EDV Italy. Simonetta Agnello Hornby mi ha molto colpito, soprattutto quando ha parlato dell'importanza di mantenere le proprie origini (lei mantiene infatti il proprio accento siciliano nonostante gli anni trascorsi all'estero), ma anche di quella di aprirsi al paese nel quale si è ospiti: ha raccontato con una punta di rammarico dei suoi nipotini che non conoscono l'italiano (tranne uno) perché, a tutti gli effetti, questi bambini sono inglesi (anche se, secondo me, conoscere più lingue dalla primissima infanzia è un grande arricchimento). Una donna che è stato un piacere incontrare, seppure dall'altra parte del palco.
Bilancio della giornata? Più che positivo, sono tornata a casa soddisfatta del pieno di emozioni vissute e con un paio di libri da aggiungere alla lista dei desideri... Non aggiungo altro, se non che sicuramente è un'esperienza da ripetere!

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