mercoledì 2 ottobre 2013

Femminicidio e violenza domestica: intervista doppia a Loredana Lipperini e Simonetta Agnello Hornby



Partendo dal presupposto che la violenza è tale a prescindere dal genere, dall'orientamento sessuale o dalla nazionalità - puntualizzazione indispensabile in un momento in cui il femminismo è tacciato di prevaricazione - parlare di femminicidio in Italia sta scatenando una dura polemica: se da una parte si continua a sottolineare l'urgenza del problema, avallata da  una massiccia - e strumentale - campagna mediatica e talvolta politica, dall'altra una grande porzione dell'opinione pubblica considera l'esistenza stessa del termine una discriminazione di genere (maschile, in questo caso).
Con dati alla mano, L'ho uccisa perché l'amavo - Falso dimostra invece l'infondatezza del negazionismo imperversante, che rigetta l'allarme e lo ridimensiona - lo banalizza - rivendicando la sostanziale stabilità del numero dei femminicidi degli ultimi anni. Dimenticando, però, che 

nel rapporto sulla criminalità in Italia si scopre che le donne uccise sono passate dal 15,3% del totale, nel triennio 1992-1994, al 26,6% nel 2006-2008 [...]. In poche parole, se il numero cresce, ed è sempre quel tipo di omicidio, la crescita è il fenomeno, e non il numero, che è effettivamente tra i più bassi del mondo. Significa, per essere più precisi, che se le morti per criminalità organizzata passano da 340 nel 1992 a 121 nel 2006 e quelle per rissa da 105 a 69, i delitti maturati in famiglia o "per passione", che sono in gran parte costituiti da femminicidi, passano da 97 a 192. In altre parole ancora, mentre gli omicidi in Italia sono calati del 57% circa, i delitti passionali sono cresciuti del 98%. [...] Ancora. Nel Rapporto sulla criminalità e sicurezza in Italia 2010, curato da Maurizio  Barbagli e Asher Colombo [...] i risultati sono così sintetizzati: Rispetto alla fase di picco del tasso di omicidi, negli anni Novanta, oggi la quota di donne uccise è straordinariamente cresciuta. Nel 1991 esse costituivano solo l'11% delle vittime di questo reato, mentre oggi superano il 25%. [...] La crescita dipende da una relazione ben nota agli studiosi, per la quale la quota delle donne sul totale delle persone uccise cresce al diminuire del tasso di omicidi. Questo accade perché [...] gli omicidi di famiglia - la categoria in cui le donne sono colpite con maggiore frequenza - è invece più stabile nel tempo e nello spazio.

In Italia si contano circa 150 omicidi l'anno perpetrati da uomini verso le loro compagne. Nonostante questo, leggiamo nel capitolo 5, sono sostanzialmente tre le reazioni al fenomeno: il negazionismo, come già detto; la risposta positiva costruita su un percorso di lotta culturale e politica; la convinzione che il femminicidio sia la conseguenza funesta della guerra ideologica aperta dal femminismo a favore della parità, che avrebbe causato un conflitto tra sessi sfociante nelle violenza sulle donne.
Le ideologie sottintese in tale posizione sono facilmente deducibili: gli uomini non sarebbero in grado di affrontare le spinte verso la sovversione di quello che è definito un "ruolo naturale", e le donne sono colpevoli del loro stesso genocidio, ostinandosi a cercare una parità e una libertà che non si addice - e per questo vengono punite. 
Il concetto di "naturalità" è parte di un background testimoniato non solo dalla cultura popolare, ma anche da molte opere letterarie. I luoghi comuni più fuorvianti, prova di un sistema di pensiero ben radicato, sono dati dai titoli giornalistici: amore, raptus, gelosia sono le inconsce (?) giustificazioni che il linguaggio mediatico tributa a chi si macchia di femminicidio. L'azione violenta viene attribuita a un comprensibile attimo di irrazionalità e a un eccesso di "amore" verso la vittima - essendo gelosia e controllo, nell'immaginario comune, legati inevitabilmente all'amore.
Entrambi i casi derivano invece non solo dal possesso che l'uomo esercita sulla donna ma, ancor prima, dal pensiero che questo possesso sia giustificato dal ruolo naturalmente sottomesso a cui la donna deve attenersi. La pericolosità di una simile concezione - diffusissima, ripeto, e provata dal modo in cui si parla di femminicidio - si rispecchia nella giustezza della punizione sulla donna, che non può permettersi di sviare dal percorso precostituito. Non, quindi, raptus, ma cultura maschilista che sfocia nell'omicidio. Non follia, non irrazionalità - attribuita alla natura dell'uomo, ennesima giustificazione che lo svaluta come essere pensante e lo riporta ai livelli di una istintività ferina - ma lucida prevaricazione e annientamento finale della vittima.
"Certo che l'omicidio ha un sesso" affermano coraggiosamente Lipperini-Murgia - che non risparmiano riflessioni sulla retorica errata delle donne buone sempre e comunque - "ma è difficilissimo ammetterlo, perché se per le donne è difficile mettere in crisi i poteri del materno, per gli uomini è difficilissimo incriminare il potere della forza fisica e l'idea che quella forza garantisca, dal fondo del proprio cervello rettile, un dominio".

Contraria alla definizione di femminicidio perché troppo specifica - e non include altri casi - è Simonetta Agnello Hornby, più nota come autrice di romanzi molto apprezzati e avvocato a Londra, dove vive e si occupa di casi di violenza domestica. Il male che si deve raccontare, scritto in collaborazione con Maria Calloni, racconta appunto la sua esperienza in circostanze che non necessariamente sfociano nell'omicidio, e che si estendono alla violenza non solo verso il coniuge, ma anche verso i figli e i soggetti deboli del patriarcato. 
L'idea della Hornby - mi permetto di parlarne con disinvoltura avendola ascoltata personalmente - è che la base della violenza domestica sia da ricercare nell'idea del possesso e del dominio esercitato sull'altro: questo non c'entra con il sesso, come testimoniato dai casi di violenza tra omosessuali o, nei rari casi inversi, di violenza delle donne verso gli uomini.
I casi riportati dalla Hornby, però, riguardano la tradizionale violenza perpetrata dall'uomo e derivano dalla sua esperienza personale. Con il talento della scrittrice e lo spirito pragmatico di avvocato, Simonetta Agnello Hornby descrive le mille dolorose problematiche che circondano tali questioni, senza moralismi e tendendo più volte, anzi, a sottolineare come la denuncia della violenza domestica non porti necessariamente a un esito felice: i minori, segnati dal dolore e destinati a case famiglia, possono assumere comportamenti deleteri per se stessi (assunzione di stupefacenti) o imboccare la via della microcriminalità, sbandati dal fardello che portano sulle spalle. 
Importantissima è la spiegazione dei meccanismi che spingono le donne a subire e a rimanere con l'uomo che le picchia: la dipendenza economica dall'aggressore è la principale causa di legame - la donna che non sa come allevare i figli senza gli introiti del marito, che trattiene tutti i liquidi, è portata a ritornare da lui anche dopo la denuncia - oppure l'avversione della famiglia stessa che spalleggia l'uomo, vittima anche essa di un sistema psicologico. Altrettanto illuminante è la descrizione, costituita esclusivamente da frasi comuni, dell'itinere violento dell'uomo dominatore: dalla fase della seduzione ("Sei così buona! Mi fai dimenticare tutto il brutto della vita", "Mi piace camminare accanto a te. Sento l'invidia degli altri uomini... sanno che non ti merito"), all'isolamento ("Cerchiamo di passare tutti i fine settimana in campagna, quest'anno. Mi piace tanto stare solo con te", "Ma io non ti basto?", "Allora non mi ami"), all'attacco che lede l'autostima della donna e la convince che non è nulla senza il compagno e nessun altro sarebbe disposto ad accoglierla o ad amarla, al primo schiaffo ("Mi sento un verme, non volevo alzare le mani su di te... come faceva mio padre con mia madre", "Mi hai provocato, mi hai disubbidito", "Tu non mi meriti!") fino al dominio assoluto e, infine, l'omicidio. Troviamo un punto in comune con L'ho uccisa perché l'amavo:

Lui è pentito e non lo rifarà più. Non merita la prigione, è stato solo un momento di follia. E poi c'è sempre quel pensiero, nell'uomo comune e nella donna di casa, che forse lei se l'era cercata: il marito l'aveva castigata per essersi comportata male, non intendeva certo ucciderla, si era solo lasciato trasportare. Era stato provocato, non era tutta colpa sua.

Ma i due libri - eccellenti, necessari, graffianti - pur impostati in maniera diversa hanno tantissime analogie. Differiscono, invece, nel divario tra il modo in cui la violenza viene affrontata giuridicamente in Inghilterra e il modo in cui succede in Italia. I primi capitoli de Il male che si deve raccontare descrivono infatti l'operato di Patricia Scotland, fondatrice della Corporate Alliance Against Domestic Violences e la Eliminate Domestic Violence Global Foundation. La Scotland, che ha ricevuto la nomina alla Camera dei Lord durante il governo Blair, ha creato un sistema che si basa sulla velocità del soccorso a chi chiede aiuto e sull'immediata protezione, sul sostegno morale ed economico, sulla fornitura di abitazioni - "a costo di trovarlo sul mercato privato" - entro solo ventiquattro ore. Questo ha portato alla diminuzione dei costi per la società - la vittima è messa in condizione di continuare a lavorare - e della recidività. 

Le posizioni di due delle coautrici - Loredana Lipperini da una parte, Simonetta Agnello Hornby dall'altra - 
sono molto simili, se non convergenti. Ho cercato di metterle a confronto in un'intervista a cui si sono prestate, gentilissime, per chiarire l'importanza della discussione intorno alla violenza sulle donne.



Femminicidio è una parola che nasce già nei primi dell’ ‘800 ma si diffonde a partire dagli anni Novanta, per indicare l’omicidio di una donna dovuto a pregiudizi di genere. Di recente L’accademia della crusca ha chiarito l'importanza della sua esistenza, ma molti non concordano ancora con l’esigenza di utilizzare un termine che designi l’omicidio esclusivamente femminile. Cosa ne pensate?

Loredana Lipperini: Credo che negare la parola significhi cercare di minimizzare i fatti. Le parole non sono innocenti: contestare il termine femminicidio perché è esteticamente sgradevole (capita) o perché, come spesso si dice, non esiste l’omicidio di genere, significa negare i fatti. La maggior parte delle vittime viene uccisa in circostanze quasi identiche. Guardiamo alle oltre cento donne morte nel 2012. Antonella Riotino, 21 anni: il fidanzato le taglia la gola perché voleva lasciarlo. Stefania Mighali, 39 anni, viene trucidata insieme alla madre e alla figlia bambina dal marito che non accettava la separazione. Sharna viene strangolata con una sciarpa dal fidanzato geloso. Leda muore dopo due mesi di agonia perché il convivente le aveva dato fuoco. Domenica si prende quattro colpi di pistola per aver lasciato il partner. A Rosanna spara il marito da cui si era separata. Il cuore di Antonia viene trafitto da una stilettata da parte dell’ex compagno.  Edyta viene soffocata per gelosia. Gabriella per un sms trovato dal marito sul cellulare. Per gelosia l’ex uccide Francesca, il nuovo compagno, la figlia e il fidanzatino di lei. Una pistola per Esmeralda, perché la storia era finita. Una pallottola per Concetta e una per Annamaria, dai mariti, perché “possedute dal demonio”. Il coltello per Hane, perché il marito era disoccupato e lei manteneva la famiglia. Un martello per Camilla, il fucile per Giacomina, i pugni per Enza. Cambiano le armi, ma i motivi sono quasi identici: lei se n’era andata, oppure lui supponeva che l’avrebbe lasciato, magari perché aveva il diavolo in corpo.

Simonetta Agnello Hornby:  Noto che l’accademia della crusca riconosce questa parola, con piacere…  ma non sono d’accordo che sia usata per tutti i casi di violenza domestica e noto che non è usata nella convenzione di Istanbul e nella legislazione britannica in materia. 
La violenza domestica non è soltanto di coppia; è sui figli e sulle sorelle dell’aggressore. Femminicidio esclude la violenza di coppia degli omosessuali che in vari paesi del mondo, compreso il Regno Unito, hanno un riconoscimento legale nella “civil union”. Dunque una legislazione basata sul femminicidio (un omicidio commesso da un uomo su una donna nel contesto di genere e in particolare di violenza domestica) escluderebbe le coppie omossessuali, sia maschili che femminili. L’uccisione di una lesbica da parte della compagna sarebbe femminicidio o no? Se la risposta è no, sarebbe un’ingiustizia e una discriminazione intollerabile per tutte le vittime di violenza domestica omosessuali.

Il male che si deve raccontare si concentra sulla violenza domestica in Inghilterra, L’ho uccisa perché l’amavo - Falso parla invece del fenomeno della violenza sulle donne in Italia. E’ evidente che tra i due paesi ci sia un abissale differenza. In che modo, Loredana, le forze dell’ordine e lo stato combattono questo tipo di violenza in Italia? E in che modo avviene invece nel Regno Unito, Simonetta?

L.L.: Mentre scrivo questa risposta, è in discussione il cosiddetto decreto legge sul femminicidio presentato all’inizio di agosto, dove a meno di modifiche sostanziali si affronta la questione in chiave securitaria e repressiva. Invece, da più parti si chiede (lo ha fatto di recente anche la direttora centale Istat Linda Laura Sabbadini) un intervento culturale, che cominci a incidere su un’eredità millenaria. E dunque, educazione al genere e all’affettività fin dalla scuola materna, formazione degli insegnanti, cura dei libri di testo per le scuole elementari, attenzione ai media. Inoltre, moltiplicazione e soprattutto finanziamento dei centri antiviolenza e dei centri (pochissimi) di ascolto per uomini abusanti. Nessuna norma restrittiva potrà intaccare il fenomeno se non si lavora su questi punti.

S.A.H.: La differenza esiste, ma forse non è abissale. Le misure introdotte dalla Baroness Scotland quando era ministro laburista sostanzialmente creano un sistema di collaborazione tra le varie agency coinvolte in casi di violenza (i Marac) che risparmia tempo e lavoro, offre supporti inderogabili nei casi di maggiore violenza e rischio e inoltre crea una nuova professionalità. La IDVA (Indipendent Domestic Advisor) che tutela e accompagna per almeno tre mesi la vittima attraverso la burocrazia, il processo e nelle difficoltà che incontrerà vivendo da sola con i figli nella comunità senza la prigione/protezione dell’aggressore. La Scotland ha anche introdotto in Inghilterra la Corporate Alliance, sul modello degli USA, un’associazione di datori di lavoro che hanno creato un protocollo per identificare e sostenere le loro impiegate vittime di violenza di coppia.

La violenza sulle donne ha tratti ovunque identici, in Inghilterra come in Italia. Come spieghiamo questo fenomeno? Perché  le donne, in qualsiasi parte del mondo, vengono annientate con la stessa brutalità e per gli stessi motivi?

L.L.: Se è per questo, il numero più alto dei femmiicidi è nei paesi scandinavi. Una risposta univoca non è mai possibile se non quella più diretta: nel momento in cui i rapporti fra donne e uomini sono in profonda mutazione, la parte più fragile del maschile reagisce con la distruzione dell’altra. Ripeto: una parte. Parlare di femminicidio non significa sostenere che le donne sono buone per natura e gli uomini violenti per natura. Questa è una semplificazione voluta ad arte: non esiste la natura, esiste la cultura. E sulla cultura del maschile non si è ancora ragionato abbastanza. Almeno, non in Italia.

S.A.H.:  Come spieghiamo questo fenomeno?  Lo spieghiamo riconoscendo che la violenza sulla donna non ha etnia, religione, classe sociale: è la stessa ovunque nel mondo. I tratti sono gli stessi. Come avviene anche nella violenza sui minori e nella pedofilia: esistono ovunque e sono identici.  Perché  le donne, in qualsiasi parte del mondo, vengono annientate con la stessa brutalità e per gli stessi motivi? Perché in tutto il mondo nei rapporti di coppia eterosessuale l’uomo ha storicamente una posizione di potere e supremazia. Anche se la donna lo accetta ed è sottomessa la società esige per esempio che la donna abbia minore libertà e indipendenza o addirittura diventi schiava dei meschi di famiglia e la sua anima posseduta come il suo corpo dai maschi al potere in famiglia. 
La brutalità non è sempre la stessa. 
Il motivo invece è sempre lo stesso: Potere.

C’è stato un incremento di femminicidi negli ultimi anni? E se c’è stato un incremento, a cosa è dovuto secondo voi?

L.L.: Rispondo con le parole del Rapporto sulla criminalità e sicurezza in Italia 2010, curato da Marzio Barbagli e Asher Colombo per Ministero dell’Interno − Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Fondazione ICSA e Confindustria: “Rispetto alla fase di picco del tasso di omicidi, negli anni Novanta, oggi la quota di donne uccise è straordinariamente cresciuta. Nel 1991 esse costituivano solo l’11% delle vittime di questo reato, ma oggi superano il 25%. In Italia, quindi oltre 1/4 delle vittime è donna. La crescita dipende da una relazione ben nota agli studiosi, per la quale la quota di donne sul totale delle persone uccise cresce al diminuire del tasso di omicidi. Questo accade perché, mentre il tasso di omicidi dovuto alla criminalità comune e a quella organizzata è molto variabile, gli omicidi in famiglia − la categoria in cui le donne sono colpite con maggiore frequenza − è invece più stabile nel tempo e nello spazio””.
Significa che nel nostro paese il femminicidio è un fenomeno strutturale, purtroppo. Per moltissimi motivi: non ultima, la cultura del possesso che ha portato all’abolizione del delitto d’onore solo negli anni Ottanta. L’altro ieri.

S.A.H.: Nel Regno Unito non si può sapere con certezza perché le statistiche non esistevano prima e quelle che abbiamo non sono indicative. Probabilmente non c’è stato un aumento, ma oggi la polizia e i PM; identificano meglio e correttamente gli omicidi di donne da parte dei compagni e mariti (o padri e fratelli) come tali, mentre in passato sarebbero stati considerati suicidi o addirittura morti da incidenti domestici o stradali. Molte morti erano nascoste e le vittime considerate persone scomparse.
Se c’è stato un incremento, a cosa è dovuto secondo voi? Dovrei pensare a una maggiore violenza nel rapporto di coppia dovuta al fatto che le donne non sono remissive e servili come un tempo e sono consce dei loro diritti umani: per riaffermare il proprio ruolo tradizionale di supremazia basato sul potere, l’uomo uccide la compagna/moglie/figlia.

Cultura e violenza:  sono innumerevoli – dall’Otello alla Carmen, da te la ricordi Lella, quella ricca di Lando Fiorini a Il rosso e il Nero – che mostrano, con connotati tragici e eroici, figure di donne uccise dai propri uomini . Credete che anche queste opere abbiano contribuito a creare un immaginario “romantico” (nel significato duplice di corrente letteraria e del sinonimo “sentimentale”) che pone l’accento sulla passione per motivare il femminicidio, o che si limitino a riprendere un sostrato popolare già ampiamente forte e presente?

L.L.: Ovviamente sì, ma questo non significa che quelle opere vadano criminalizzate: anche perché in molti casi si tratta di capolavori della letteratura e della musica. Va semmai compreso il contesto in cui nascono, che è appunto quello di una cultura del possesso. Grazie al cielo, però, esistono anche altre narrazioni. Stephen King racconta da anni di uomini  abusanti e di centri antiviolenza: lo ha fatto esplicitamente in due romanzi, Rose Madder e Insomnia, dove si schiera dalla parte delle femministe che cercano di sottrarre vittime a ex mariti folli di gelosia e possesso, e sullo sfondo delle sue opere c’è sempre una minaccia, una possibilità che va contenuta e combattuta perché non si trasformi in orrore. Lo ha fatto Derek Raymond, ne Il mio nome era Dora Suarez, e  James Ellroy, e Stieg Larsson nella trilogia di Millennium, e Murakami Haruki in 1Q84.  Uomini che non odiano le donne, che delle donne assumono il punto di vista e si chiedono perché, invece, ad altri possa capitare di odiare. E’ qualcosa. E’ un inizio.

S.A.H.:  Sia l’uno che l’altro. La base della violenza sulla donna è di mostrare il potere dell’uomo sulla compagna/moglie/figlia/sorella. La passione poco ha a che vedere con queste uccisioni. Esistono ovviamente delitti passionali, ma sono più rari di quanto si pensi. 

Perché il soggetto violentatore si scaglia sulla vittima, fino a ucciderla? Quali sono i meccanismi che lo portano alla sopraffazione dell’altro?

L.L.: Non sono una psicologa e non posso rispondere con competenza medica o scientifica sul punto. Annientare, però, significa rivendicare un possesso e rivendicare un “io” forte. Viviamo in una non-cultura di “io” isolati e fragili. Credo che l’attuale condizione di narcisistica solitudine e di mancanza di sostegno comunitario sia un ulteriore, e drammatico, elemento che porta al femminicidio.

S.A.H.:  Per sadismo e per affermare il proprio potere.  Quali sono i meccanismi che lo portano alla sopraffazione dell’altro?  Disobbedienza da parte della vittima e problemi personali dell’aggressore, come disoccupazione, pressioni al lavoro ecc. La donna ne paga le conseguenze.

In entrambi i libri viene precisato che la violenza – di genere o domestica -  non conosce ceto sociale. Ma il benessere economico o l’istruzione non dovrebbero agevolare la formazione di una mentalità sana e aperta?

L.L.: No. Perché anche il benestante e l’istruito vivono immersi in quella stessa cultura di cui abbiamo parlato. Per questo è importante agire su di essa, e non, semplicemente, sulle norme.

S.A.H.: Istruzione e benessere economico non riducono le caratteristiche della natura umana, buone o cattive. Molti efferati omicidi di donne sono stati pianificati e messi in atto da gente colta e ricca. Se fosse vero che i ricchi e i colti godessero di una mentalità più sana e aperta di quella dei poveri, dovremmo accettare l’osceno concetto che i poveri sono inferiori ai ricchi anche in questo. Infatti potrebbe essere il contrario: che l’ozio e i vizzi che la ricchezza può assecondare rendono peggiori i ricchi e creano pregiudizi, ristrettezza di vedute e classismo.

Anche tra le cronache – ricordiamo, ad esempio, il caso della Miss operata in ospedale per  emorragia interna ed asportazione della milza, dovute a percosse subite dal compagno, che, dopo qualche giorno di degenza, ha dichiarato di volerlo perdonare e tornare da lui -, nonché su Il male che si deve raccontare, ritroviamo situazioni in cui è la donna che subisce consciamente la violenza, affetta da un meccanismo di dipendenza psicologica. Perché accade? Cosa spinge le donne a rimanere nel silenzio? E’ solo mancanza di coraggio, paura, o le donne non possono fare a meno dei loro aggressori?

L.L.: Non parlerei di mancanza di coraggio: ogni storia è diversa e i fattori possono essere infiniti, dalla preoccupazione per i figli alla dipendenza economica, né penso ci si possa accontentare del celebre verso della Plath, “tutte le donne adorano un fascista”. Quando parlo di cambiare la cultura, non vale solo per gli uomini. Perché l’ostacolo, come sempre, si configura in quelli che vengono chiamati stereotipi e che vogliono che donne e uomini, con il primo vagito, assorbano anche le caratteristiche che li accompagneranno fino alla morte.  Le bambine docili e accudenti, i bambini forti e furiosi, come racconta la sociologa Irene Biemmi dopo aver analizzato le definizioni delle prime e dei secondi nei libri di testo per la scuola elementare.

S.A.H.: Perché accade?  E’ il risultato dell’esercizio del potere psicologico e fisico. La donna diventa una schiava.
Cosa spinge le donne a rimanere nel silenzio?  Paura, vergogna, isolamento, ostracismo dalla famiglia per avere reagito e coinvolto le forze dell’ordine e la giustizia, da un lato e dall’altro; la mancanza di un sistema creato dalla società civile e dallo stato che la assista, la protegga e la accompagni, insieme ai propri bambini, nei primi mesi della vita da sola.  L’effetto della violenza ripetuta distrugge animo e corpo: la donna diventa incapace di gestire la propria libertà senza supporti veri e duraturi.
Solo mancanza di coraggio, paura, o le donne non possono fare a meno dei loro aggressori? Pochissime donne non possono fare a meno dei loro aggressori e in questi casi si tratta di un plagio. Ritornano dall’aggressore spesso perché non sanno gestire figli, spese d’affitto, malattie e la vita giornaliera. Raramente per amore. L’introduzione dell’IDVA nel sistema britannico ha ridotto notevolmente i casi di ritorno all’aggressore.

Che cosa si può fare, concretamente, per diminuire la violenza domestica?

L.L.: Credo di averlo già detto. Moltiplicare i centri antiviolenza, renderli in grado di funzionare, aprire centri di ascolto per gli uomini, cambiare la cultura che si rivolge alle bambine e ai bambini.

S.A.H.: “Il male che si deve raccontare” è esplicito in materia su ciò che la società e le istituzioni possono e devono fare. Vorrei dare dei consigli agli individui che vorrebbero contribuire personalmente.

Immediatamente: .
Imparare in cosa consista la violenza domestica, perché, quando e come avviene. Ne “il Male che si deve raccontare” questo è spiegato in pieno. 
Visitare centri anti violenza, rifugi, ostelli e il sito di “Pangea”, una ONLUS che si occupa della tematica.
Offrirsi di lavorare da volontario in un centro, offrirsi per piccole cose: accompagnare madri e figli per visite mediche, fare giocare i bambini, aiutare le donne vittime di violenza negli studi, ad imparare la lingua italiana e il sistema italiano se sono straniere, ecc. 
Contribuire ai fondi delle ONLUS e dei rifugi.

Subito dopo:

Parlare della violenza domestica come un male che è nelle nostre famiglie e nella nostra società e che si può abolire.
Imparare a riconoscere in famiglia, al lavoro e tra gli amici le vittime di violenza dai loro comportamenti, dai cambiamenti d’umore ecc. e osservarle.
Avvicinarle senza essere intrusivi, manifestare stima e amicizia, fare capire che sono persone importanti e rispettate da noi.
Ascoltare i bambini, le altre grandi vittime della violenza domestica (diretta o indiretta), perché da adulti saranno probabilmente vittime e aggressori. Aiutarli, distrarli e fare capire loro che vogliamo il loro bene e che sono importanti e “valgono”. Se parlano della violenza sulla madre, bisogna ascoltarli senza mostrare sorpresa, orrore, sdegno (né tanto meno criticare il genitore non violento) e spiegare al minore che la violenza in casa non è accettabile.
Quando le vittime rivelano la violenza bisogna aiutarle e incoraggiarle a chiedere aiuto attraverso quello che è a disposizione nel posto in cui vivono: forze dell’ordine, sanità, medico curante, sacerdote, servizi sociali, ONLUS, sportello al tribunale, avvocato ecc.
Cercare supporto per loro dai familiari, che spesso sono stati allontanati dall’aggressore o dalla vittima stessa e che potrebbero rifiutare di aiutare la figlia che aveva respino il consiglio dei genitori di non andare a vivere con quel “poco di buono"

E poi:
Continuare quanto di sopra ed essere sempre all’erta. Insistere con le istituzioni che la lotta per eliminare la violenza domestica è un dovere sociale. Diminuendo i fondi stanziati a ciò, si aumenta la spesa pubblica. 
Spiegare che l’investimento istituzionale nella lotta contro la violenza, la prevenzione e il supporto alle vittime porta grandi risparmi alla spesa pubblica. 
Incoraggiare il proprio datore di lavoro o discutere con i co-proprietari l’introduzione dei supporti per le impiegate vittime di violenza all’interno della propria azienda. 

3 commenti:

  1. io direi che ognuno di noi è natura, cultura e storia intrecciati insieme poi è chiaro che le donne non sono tutte docili nè gli uomini tutti violenti: siamo pari moralmente e intellettualmente nel bene e nel male.
    Rivendicare un "io" forte non è di per sè negativo..dipende da come lo si fa.
    Quanto a Otello e Carmen sì sono capolavori..non so dire se abbiano responsabilità per quanto riguarda il femminicidio..sicuramente sono figlie della loro epoca la narrativa descrive sempre l'umano e la società e non c'è colpa in questo. La violenza domestica è responsabilità di chi la commette in primo luogo e della sua incapacità o non volontà di gestire e incanalare la rabbia e la frustrazione. (so che nessuno lo mette in dubbio ma è bene ribadirlo)
    Quanto all'itinere del violento, le frasi della "fase della seduzione" possono essere pronunciate anche da uomini e donne che violenti, non sono o almeno non sono violenti col partner.
    Anche la gelosia in sè non è pericolosa, se non diventa ossessiva e soffocante se è tenuta a bada dal fatto che ogni vero rapporto amoroso prevede la fiducia reciproca. Si può essere gelosi ma questo non giustifica mai violenze verso la persona che diciamo di amare e tantomeno l'omicidio

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    1. comunque sono d'accordo che la letteratura popolare (king, Larsson, ma anche Lansdale) ha raccontato la violenza sulle donne con grandissima sensibilità

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    2. E' vero, non è detto che siano violenti, ma una persona che ti vessa psicologicamente con frasi come "senza di me non saresti nessuno" e che cerca di allontanarti dagli altri con la pretesa di spendere tutte le energie su di te ("altrimenti non mi ami") sta appunto facendo una violenza psicologica. E certe frasi possono essere indizio di una personalità manipolatrice, se non violenta potenzialmente nociva

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