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mercoledì 15 ottobre 2014

Recensione film: "Grandi Speranze" di Mike Newell

L'adattamento di un romanzo come Grandi speranze, vasto sia per numero di pagine che per varietà di tematiche, pone una scelta precisa a chi decida di portarlo sul grande schermo: ci si domanda infatti se sia meglio dare la precedenza all'introspezione violentemente emotiva dei personaggi o al susseguirsi tumultuoso di fatti e vicende. E se nel 1946 David Lean ha optato per un ottimo connubio dei due elementi, nel 2012 il regista inglese Mike Newell, che ha studiato a Cambridge proprio letteratura inglese, ha preferito una realizzazione basata su una fotografia pressoché perfetta e su una recitazione convincente ma cinematografica, lontana da quella più sottile e di impostazione teatrale di John Mills (Pip nel film del 1946). Ne nasce un grande film in costume dai risvolti romantici che, partendo dal suo illustre predecessore, cerca di raccontare più o meno esplicitamente tutto quello che il film di David Lean non aveva voluto o potuto precisare.
La prima cosa che salta agli occhi fin dai primi minuti è il forte cromatismo della pellicola, ambientata per lo più nel Kent: lo spettatore viene abbagliato da un verde brughiera molto luminoso, lontanissimo dal bianco e nero del primo film, ricco di sfumature ma cupo e dal sapore gotico. I fotogrammi sembrano addirittura quasi colorati in un secondo tempo, proprio come accadeva nell'ambito dell'espressionismo tedesco. Ogni tonalità scelta ha un valore se vogliamo simbolico: sia l'illuminazione serena che l'utilizzo di colori così brillanti riflettono la caratteristica di "paradiso terrestre" propria del villaggio natale del protagonista. Nel viaggio verso Londra invece cambia tutto: le sfumature luminose e solari spariscono, il verde pian piano sbiadisce e viene sostituito da colori più cupi, mentre la luce non è più quella diretta del sole ma proviene sia negli interni che negli esterni da lampade a olio che disegnano ombre inquietanti sulle strade e sui visi dei personaggi. La città appare fin dai primi attimi molto più realistica rispetto a quella che nell'altro film è probabilmente una ricostruzione in studio: nella versione di David Lean non vi è un rapporto così stretto con il cambiamento spirituale del protagonista e Londra mantiene spesso un ruolo di semplice ambientazione. Nel film del 2012 invece, grazie anche al colore e alle nuove tecnologie, Pip interamente vestito di un bianco luminoso scende dalla carrozza, l'inquadratura si sposta sul suo piede che trova all'appoggio un terreno sporco di sangue e fango. Veniamo proiettati in una sorta di mercato rumoroso dove, tra polli e animali macellati, il nostro eroe viene urtato da un passante e comincia la lenta e dolorosa discesa nella perdizione morale e spirituale causata dalle sue grandi speranze. Pip arriva in città vestito di bianco, simbolo di grande purezza, e del tutto impreparato a quello che lo aspetta, ma si sporca velocemente e cambia in rapporto a Londra; i suoi abiti si fanno scuri, i capelli corti e lo sguardo via via più consapevole.
L'atmosfera generale del film non è per nulla inquietante: ricorda forse più quella delle grandi saghe familiari, molto lontana dall'ambientazione quasi gotica e favolistica che aveva l'inizio del primo film. La poca inquietudine che scaturisce dalle scene è ricreata in minima parte dalle parole e dagli sguardi dei personaggi, ma soprattutto dalle inquadrature e da alcuni colori cupi. Satis House viene spesso ripresa dal basso verso l'alto, provocando nello spettatore un senso di vertigine e angoscia. Il romanticismo pervade spesso la scena e poco è lasciato all'immaginazione, tutto è dichiarato e concreto e non più solo delicatamente accennato: Biddy, che in questa versione è coetanea di Pip, lo bacia per dichiarargli il suo amore, e a sua volta Pip bacia Estella al suo secondo addio a Satis House. Dà invece un tocco sognante e alternativo al film il flashback del mancato matrimonio di Miss Havisham: qui l'immagine si fa sfocata e onirica, propria di quella dimensione che ricorda il passato o il sogno. La scena di per sé è molto evocativa e lo spettatore ne rimane affascinato. Questa è una scelta stilistica impossibile per gli anni '40, periodo in cui il classicismo hollywoodiano dettava legge e moda e prevedeva inquadrature frontali, verosimiglianza e concatenazione precisa di cause ed effetti, senza ellissi o improvvisi sbalzi temporali.
Gli attori scelti dal regista sono tutti all'altezza e danno un'ottima prova di recitazione, a partire da un Pip eccessivamente romantico, che cambia in modo concreto ma forse troppo velocemente. Personalmente ho preferito le interpretazioni del film di David Lean: le ho trovate più naturali e il loro spirito più simile a quello dei personaggi del romanzo; dove Dickens suggerisce e lascia intravedere con classe, Newell invece calca e sottolinea. Basta dare un'occhiata alla Miss Havisham interpretata da Helena Bonham Carter che rischia di cadere a tratti nel grottesco, soprattutto se la ascoltiamo con il doppiaggio italiano, che non le rende affatto giustizia. La signora di Satis House che tutti conosciamo e che emerge sia dalle illustrazioni che dal film di David Lean è una donna evanescente, fragile, quasi un fantasma tornato sulla terra per infestare l'antica dimora che l'ha vista soffrire. In questo film invece è molto concreta e materica, ha perso tutta la sua argentea trasparenza e ha conservato una follia che un tempo filtrava leggermente dalle pieghe del suo velo da sposa ma che ora appare troppo calcata e perde ogni commiserazione e comprensione da parte di chi la guarda. Miss Havisham sembra inoltre troppo giovane. E' vero che nel romanzo è una donna di quasi mezz'età ma la sofferenza e la permanenza costante in casa l'hanno fatta invecchiare prima del tempo: questo non è tenuto affatto in considerazione. Ho trovato invece il rapporto con Estella ben realizzato: capiamo come la donna volesse inizialmente fare un buon lavoro con la bambina adottata ma che poi, vuoi per la sofferenza o per la follia degli anni, i suoi insegnamenti le abbiano portato via il cuore per sempre.

Anche in questa versione di Grandi speranze la sorella di Pip muore ben presto di una malattia cardiaca. Non viene nominato invece l'aiuto fabbro Orlick, vero e proprio contro altare del protagonista: un personaggio che, ben strutturato e plasmato, darebbe un risvolto ancor più introspettivo e vario a Pip. Per contro è presente l'immancabile Mr. Pumblechook, personaggio divertente ma ben lontano dall'essere unico portavoce dell'ironia arguta di Dickens, qualità che pervade tutto il romanzo e lo eleva stilisticamente. Il personaggio di Estella è abbastanza fedele allo spirito del romanzo. Il tentennare del suo cuore si nota però troppo chiaramente in alcune scene. Gli occhi della ragazza sembrano inoltre amare Pip: questo probabilmente avveniva solo nel suo inconscio, ma mai così in superficie da poter essere letto da una macchina da presa. Quello che lega inizialmente i due personaggi è amicizia e comprensione, il sentirsi entrambi marionette nelle mani di Miss Havisham e della società, ma non amore. Il forzato Magwitch, interpretato da Ralph Fiennes, è forse leggermente troppo giovane, e avrebbe potuto essere sicuramente più introspettivo. La scena della sua morte nel film del 1946 era toccante e intensa, qui decisamente meno, a parte forse il sapiente uso del chiaro scuro che con un gioco di luce dipinge sul viso dell'uomo morente il tormento e la pace dei suoi ultimi attimi.
Per quanto riguarda la trama non abbiamo grandi cambiamenti, a parte l'assenza di Orlick e la morte prematura della sorella di Pip. L'unica scelta "coraggiosa" è forse proporre un epilogo in linea con uno dei due finali originali del romanzo, per intenderci quello in cui Estella non si è risposata dopo la morte di Drummle. Anche qui però i sentimenti tra i due sembrano amplificati: Pip dichiara nuovamente di amare la ragazza e un rapporto che vada oltre l'amicizia appare di nuovo possibile.


Anche se Estella è ora in grado di capire i sentimenti del protagonista ed esserne felice, nel romanzo di Dickens non è previsto un lieto fine per i due personaggi: sono stati infatti corrotti dalla società, chi dagli insegnamenti sbagliati di una donna malata, chi dalle sue grandi speranze. È in ogni caso un epilogo molto più fedele al libro rispetto al finale romantico e positivo del 1946: nel film di David Lean infatti Pip salvava Estella da una Satis House in rovina strappando le tende e lasciando entrare il sole come in un incantesimo.

In conclusione l'adattamento di Grandi speranze diretto da Mike Newell è un film visivamente molto bello, dal ritmo incessante, senza tempi morti e pause narrative. È una versione più moderna, aggiornata e anche amplificata del film di David Lean ma soprattutto del capolavoro di Charles Dickens. Nel tentativo di attualizzare e trasporre visivamente la portata dei temi e delle interpretazioni sotterranee di Grandi Speranze, il regista ha però forse finito per allontanarsi almeno in parte da quello che era lo spirito originale dell'opera, dotata di una sottile ironia e di un preciso schema morale. Non dobbiamo infatti dimenticare che Grandi Speranze è soprattutto un romanzo di formazione che segue il passaggio del protagonista Pip dalla fanciullezza all'età adulta e ha per questo un significato di fondo che va ben oltre la semplice storia d'amore.


venerdì 3 maggio 2013

Recensione film: Anna Karenina di Joe Wright






Dopo Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen ed Espiazione di Ian McEwan prosegue la fruttuosa collaborazione tra il regista inglese Joe Wright e l'attrice Keira Knightley. Questa volta la scelta è toccata a Lev Tolstoj con il suo Anna Karenina, romanzo d'amore e di società pubblicato a puntate dal 1875 al 1877 sul periodico Il messaggero russo e definito da Vladimir Nabokov come il capolavoro assoluto della letteratura del XIX secolo. Durante la stesura del romanzo Tolstoj si sente responsabile dell'universo da lui creato ma ottiene il risultato opposto rispetto a quello che voleva: invece di punire la donna adultera la esalta e Anna diventa il simbolo dell'amante coraggiosa che sfida la società borghese benpensante. Questo getta Tolstoj nello sconforto e in una crisi che lo porta poi verso un nuovo tipo di scrittura.

Joe Wright ci regala una versione di Anna Karenina diversa, estremamente raffinata e patinata, anche e soprattutto nella scelta stilistica del mezzo teatrale che proietta fin dalle prime battute lo spettatore in un ambiente personale ed onirico: Anna Karenina si presta sicuramente ad una trasposizione di questo tipo, sia per la lunghezza che per la divisione in parti, ma mediare il teatro attraverso le potenzialità del cinema è sicuramente un tentativo interessante e innovativo. La scena si apre addirittura a sipario ancora chiuso, in un limbo dove possiamo percepire l'orchestra accordare gli strumenti: il romanzo che Tolstoj aveva definito realista quindi lo diventa in un certo senso anche nella sua esecuzione.

Le scelte di tempi, suoni, inquadrature, colori e cambi di luce sono inoltre davvero azzeccate e permettono allo spettatore di restare solo col personaggio in una serie di attimi che si fanno magici ed eterni: come dimenticare la straordinaria forza espressiva del ballo tra Anna e Vronskij, passionale e quasi frenetica in un magnetico gioco di sguardi e di movimenti o la corsa all'ippodromo dove l'attenzione va dal ventaglio di Anna agli occhi del marito geloso? 
Anna Karenina è stata anche tra i film protagonisti alla notte degli Oscar 2013 e ha  ottenuto il premio come migliori costumi, davvero sontuosi e perfetti: tra i punti forti del film di Joe Wright ci sono inoltre le musiche, realizzate dall'italiano Dario Marianelli, e le scenografie, quasi pittoriche e delicate.

La recitazione, invece, è convincente ma non indimenticabile, anche se Jude Law con il suo Karenin conferma di aver davvero compreso l'aspetto compassato e quasi mistico del suo personaggio. Keira Knightley nei panni dell'eroina russa dimostra una maturità maggiore rispetto agli altri film in costume da lei interpretati ma non stupisce e soprattutto non supera affatto il paragone con attrici del calibro di Greta Garbo (film del 1927 e del 1935) e Vivien Leigh (1948).
In conclusione la nuova Anna Karenina di Joe Wright è rischiosa e affascinante, forse a tratti un po' pesante e fredda, ma nell'insieme un ottimo risultato che dà una nuova interpretazione ad uno dei romanzi russi cult e dipinge con attenzione la situazione di quel periodo. Troviamo sottolineati in questa versione i risvolti più moderni di Anna: il regista e gli attori rispettano infatti gli aspetti che hanno reso questo libro un mito ma smitizzano quelli che non sono mai stati citati attualizzandoli.
Il rovescio della medaglia, a voler essere pignoli, è che il film esprime perfettamente l'ironia e la sottile critica alla società presente in tutto Tolstoj ma, in un certo senso, rimane profondamente europeo e non coglie i caratteri di una Russia da sempre sospesa tra oriente ed occidente.

sabato 9 marzo 2013

Riflessioni sragionate su Warm Bodies - il film




Per un insolito sadico spirito masochista, certe volte, vado appositamente a godermi l’ultima roba trash uscita al cinema che so farà impazzire le quindicenni (quando parlo di quindicenni non mi riferisco ad un’età anagrafica ma ad un’età mentale). La maggior parte delle volte porto con me il mio ragazzo, che sorbisce pazientemente le cose più disparate in modo molto più coraggioso di quanto farei io – non sono fortunata?
Per quanto riguardava Warm Bodies, però, nemmeno lui aveva dubbi sul fatto che andasse visto.  C’erano gli zombie – a lui piacciono gli zombie. C’era la storiella d’amore alla Twilight – davanti cui ero pronta a rabbrividire, in fondo cosa c’è di più spaventoso?
C’era il trailer che ci lasciava con il sopracciglio inarcato.
Insomma, anche il trash ha la sua dignità e ha il diritto di essere visto come qualsiasi altro film. Ok, forse Warm Bodies non rientra nella categoria “trash con dignità”, ma una possibilità deve essere data a tutti.
Pur essendo pronta (lo giuro, ero davvero davvero davvero pronta!) Warm Bodies è riuscito a stupirmi.
Assolutamente.

Allora, i presupposti per apprezzare questo film sono due: fare finta di essere regrediti ad una fase pre-natale (quando il cervello non è ancora ben formato) o magari semplicemente a pochi anni di vita, in modo che le funzioni cerebrali non siano completamente attive, e fare conto di trovarsi davanti ad un film della Disney.
“Ma questo è un film per young adult!!!” direte voi.
No, non è vero.
E’ un film della Disney. Di conseguenza, fatemi il favore di seguirmi in questo delirio e di fingere di avere appena compiuto un lustro d’età.
Il momento del primo incontro con Julie, non vi sembra
ispirato?
La trama la sapete: uno strano virus ha colpito la popolazione mondiale che si è trasformata in zombie. Nel gruppo di resistenza ancora “sano” ci sono  Julie e il suo ragazzo. Durante un attacco zombie lui viene purtroppo fatto fuori da uno zombie, R, che, ehy, non è uno zombie come tutti gli altri!
Lui pensa.
“Ma gli zombie non pensano!!!”.
A questo punto è obbligatorio chiarire una cosa importante: ogni scrittore ha il diritto di “inventare” vampiri vegetariani sbrilluccicosi, troll superfighi con una leggera venatura verdastra della pelle, zombie che pensano, parlano e sono capaci di intendere e di volere. Zombie che AMANO. OK?!?!? Cè io non kapisko, allora la fantasia dv’è?? Voi x cs avete mai visto 1 zombie??? Sapete se si può innamorare? Sapete se i vampiri brillno?!? Nn siete innovativi!!
Ovviamente creare una creatura che sia: bella, ricca, figa, di stirpe reale, con una tendenza all’iracondia e un’allergia per le scarpe e chiamarla troll è perfettamente logico. Non lo so, a questo punto poteva anche chiamarsi Winx. O Ballerina Volante. Che cambia?

Quindi, questo zombie abbastanza figo pensa (cosa che invece non state facendo voi ora, giusto? Ve l’ho detto:  per apprezzare Warm Bodies dovete spegnere il cervello, regredire. Ripetete con me: èunfilmdelladisneyèunfilmdelladisneyèunfilmdelladisney).
Non sono uguali???
Memorabile la scena del primo incontro tra R e Julie. Ancora prima che lui mangi il cervello del ragazzo di lei (wow, finalmente una scena da zombie!! Non cantate vittoria, è l’unica di tutto il film) è già scattata la scintilla. Lei tra l’altro, intendo l’attrice, Teresa Palmer, assomiglia in maniera spaventosa a Kristen Stewart. Ciò per me ha rappresentato un incubo durante tutto il corso del film.
R decide di salvarle la vita e portarla con sé, in mezzo ad altri zombie –che sarebbero pronti a mangiarsela da un momento all’altro, ma sono così stupidi da non accorgersi che è umana.
“Ma come? Non pensavano?”.
Allora, solo R è diverso. Gli altri sono zombie veri, o quasi.
La porta al sicuro, dicevo, e la intrattiene con il suo senso dell’humor, la musica ipnotizzante, la sua palese abilità nella conversazione. Tutta roba che farebbe impazzire una ragazza.
Nel frattempo lui divora di nascosto il cervello del ragazzo di lei, assorbendone i ricordi. Tra tentativi di fuga ben riusciti solo grazie ad aitanti zombie con la battuta pronta, i due giungono fuori città.
“Ma da chi fuggono???”.
Fuggono dagli Ossuti, che rappresentano lo stadio ultimo della trasformazione zombie: sono orripilanti scheletrici esseri che emettono suoni strani (come dei veri zombie in pratica, o almeno ci si avvicinano molto più di quelli di Marion) e mica si fanno fregare da quattro mossettine come gli altri zombie. Lo capiscono subito che Julie è umana, cribbio!
Quando giungono ad una casa R, con la sua eloquenza, comunica a Julie che è stato lui ad uccidere il suo ragazzo. Lei, comprensibilmente, si allontana e torna dal padre, il generale Grigio, che è il capo degli sterminatori per eccellenza.
Ricongiungendosi con la migliore amica, le racconta quindi la sua eccitante esperienza presso gli zombie.
Se il film è stato finora godibile, bastano due parole per mandarlo completamente a puttane e segnare l’inizio della fine:
“Mi manca”.
Divertirsi con uno zombie: istruzioni per l'uso
Ti manca??? Ma chi?? Quello che quando cercavi di giocare a battimani nemmeno reagiva – della serie “ti piace vincere facile”?? Quello che ti guardava con la bava alla bocca e gli occhi stralunati biascicando “buuun…uiannnaoand…crrrrrtnjn… fame…”, quello che si è mangiato il cervello del tuo ragazzo??? Non è che il cervello l’ha mangiato a te e non te ne sei accorta??
Ecco, questo è il momento di dire: è un film della Disney.
Ma sorpresa, R la segue e si reca sotto il suo balcone, proprio mentre Julie sospira malinconica la sua mancanza, scimmiottando qualcosa alla Romeo e Giulietta (Julie ed R… l’avevate capito?), entra in casa ed è lì che l’amica di lei impazzisce: “uno zombieeeeee!!! Che fiQo!!! Dài, trucchiamolo”.
Sì, lo truccano davvero. E gli mettono il fard sugli zigomi. Io tenterei un’istanza per abuso su individuo non in grado di difendersi.
Ovviamente, se lo state pensando, la risposta è “no”: non gli passa manco per il cervello –quello che non  ha- di mangiarsi l’amica di lei, magari un ditino mentre gli stende il rossetto.
Alla base-zombie, però, è successo qualcosa di sorprendente. Agli zombie comincia a battere il cuore. Julie e R, con il loro incommensurabile amore, hanno fatto scattare qualcosa.
Non ha uno sguardo tremendamente intelligente? Chi non se
ne innamorerebbe?
“Come?? Ma com’è possibile??”
Dio mio, vi ho detto mille volte che è un film della Disney! Non importa se non è possibile, è così punto e basta! Spegnetevi  ‘sto ca… di cervello per cinque minuti!

MA GLI OSSUTI HANNO CAPITO TUTTO. Hanno capito che R e Julie sono una minaccia. Gli zombie stanno tornando in vita grazie alla forza dell’amore!!! The power of love!!! Loro  –sì, quelli che hanno perso l’umanità, hanno il cervello marcito, vivono per istinto di sopravvivenza- hanno addirittura capito che R e Julie stanno cambiando gli zombie, quindi si dirigono verso la fortezza degli umani per assaltarli.
R e Julie e l’amichetta cercano di convincere il generale Grigio che gli zombie sono buoni, ma l’allarme-Ossuti è ormai imminente.  In loro difesa accorrono gli zombie con il cuore che batte, inizia una lotta spaventevole e R e Julie, per scappare, sono costretti a buttarsi dall’alto su una piscina.
Quando riemergono, manco fosse una fonte miracolosa, R è umano!!! Tadàààààààààà!!!
Un bacio non può non sancire il coronamento del vero amore –“ma lo avrebbe baciato anche da zombie?” mi chiedo- se non fosse per l’ultimo piccolo ostacolo.
Il generale Grigio spara a R. Tranquilli, non è una brutta notizia. Ora R sanguina, è la prova tangibile che grazie all’ammmore lui è tornato umano, è vivo, yuppi!!!
La fonte dei miracoli
Nemmeno il generale Grigio può evitare di arrendersi alla forza dei sentimenti. Tutto questo zucchero nell’aria, non so… non vi eccita? Non vi rende appagati?
A me no.
A me fa sentire presa fortemente in giro.
Mi fa sentire presa in giro perché il buonismo stucchevole che c’è in questo film mi ha lasciato con la bocca aperta. Lo so, vi ho detto di considerarlo un film della Disney: lieto fine, buoni sentimenti, l’amore può guarire tutto, anche l’impossibile.
Ma Dio mio, il pubblico a cui è destinato questo film è un po’ più grandicello di quello destinato ai film Disney! Se fosse stato un cartone animato per bambini sarebbe stato molto più coerente.
Davvero una spiegazione come “l’amore vince su tutto”, riuscendo persino a trasformare un essere decadente e mostruoso come uno zombie in un essere umano grazie all’ammmore, basta?
Davvero smagliature della trama e zombie buoni possono essere giustificati da un finale con il contentino, in cui l’amore trionfa senza giusta causa e senza logica solo per servire un mare di melassa su un piatto d’argento?

La fonte dei miracoli II: non gli ha lasciato addosso nemmeno
le cicatrici
Ed è così che il film per adolescenti mantiene esattamente tutte le promesse che ci si aspetta da qualcosa destinato agli adolescenti –notoriamente stupidi, no?-: una trama facilona, i due fighetti protagonisti belli e dannati, un epilogo che sfida qualsiasi legge della fisica e della natura (perché tanto è fantasy, mica deve seguire un filo logico…) e che pone al centro della sua storia non il dissidio interiore dei personaggi (quello di Julie è talmente evidente che, subito dopo scoperto che R le ha mangiato il fidanzato, corre dall’amichetta a confessarle che le manca), non il conflitto post-apocalittico (al limite c’è una divisione manichea e tipicamente infantile tra buoni e cattivi) ma la solita, sdolcinata e inverosimile storia d’amore -ripeto- alla Twilight. Ma lo avranno capito, questi adolescenti, che meritano un po’ di più?



domenica 27 gennaio 2013

Giornata della Memoria: pellicole per non dimenticare








Come abbiamo già detto stamani, in questa giornata particolare vi presentiamo una rassegna di letture e pellicole dedicate all’orrore dell’Olocausto.
È giunto il momento di parlare dei film, alcuni dei quali tratti da romanzi, altri una rappresentazione tratta dalle testimonianze dei sopravvissuti. Ecco le nostre proposte.

Jona che visse nella balena – Roberto Faenza
Tratto da Anni d'infanzia (1977) di Jona Oberski, fisico nucleare, è la storia di un bambino olandese di quattro anni, arrestato nel 1942 dai tedeschi e deportato a Bergen-Belsen dove gli muore il padre. Perde la madre nel 1945, subito dopo la liberazione. Il piccolo Jona è adottato da una coppia di olandesi che con lui dovranno patire non poco. Fedele al libro, Faenza adotta l'ottica del suo piccolo protagonista, lo sguardo inconsapevole dell'infanzia che dell'atroce realtà che lo circonda coglie soltanto alcuni particolari. Non a caso nella seconda parte quando Jona ha sette anni, il film cambia stile perché lo sguardo s'è fatto più adulto. Film sulla tenacia dell'amore: semplice, asciutto, intenso senza concessioni al dolorismo né al sensazionalismo.

L’isola in via degli uccelli –  Soren Kragh-Jacobsen
Nel ghetto di Varsavia, prima di essere rastrellato e deportato con gli altri ebrei, un padre ordina al figlioletto Alex (Kiziuk) di nascondersi tra le rovine di una vecchia fabbrica, promettendogli che tornerà a riprenderlo. In compagnia di un bianco topino e di una copia sgualcita del Robinson Crusoe di D. Defoe, Alex comincia la dura lotta per la sopravvivenza, allietata soltanto dall'idillio con la piccola Stasja (Liquorich). Film di molti meriti (da un romanzo di Uri Orlev): l'interpretazione del piccolo Kiziuk; il modo con cui il regista danese si muove nel microcosmo cadente della fabbrica e dei suoi cunicoli per il quale lo scenografo Norbert Schere si è ispirato alle acqueforti delle Carceri di Piranesi; le musiche di Zbigniew Preisner, il compositore preferito di Kieslowski; l'esplicita denuncia delle connivenze tra tedeschi nazisti e cattolici polacchi.  Dall’omonimo romanzo di Uri Orlev.

Train de vie. Un treno per vivere – Radu Mihaileanu
Una sera del 1941 Schlomo, chiamato da tutti il matto, irrompe allarmato in un piccolo villaggio ebreo della Romania: i nazisti, fa sapere, stanno deportando tutti gli abitanti ebrei dei paesi vicini e fra poco toccherà anche a loro. Durante il consiglio dei saggi, che subito si riunisce, Schlomo tira fuori una proposta un po' bizzarra che però alla fine viene accolta: per sfuggire ai tedeschi, tutti gli abitanti organizzeranno un falso treno di deportazione, ricoprendo tutti i ruoli necessari, gli ebrei fatti prigionieri, i macchinisti, e anche i nazisti in divisa, sia ufficiali che soldati. Così riusciranno a passare il confine, ad entrare in Ucraina, poi in Russia per arrivare infine in Palestina, a casa. Il folle progetto viene messo in atto, il treno parte tra speranza e paura. Gli inconvenienti non mancano, e non sono solo quelli che arrivano da fuori (i controlli alle stazioni) ma, inaspettatamente, anche dall'interno del gruppo: Mordechai, falso ufficiale nazista, comincia a dare ordini sul serio, e, all'opposto, il giovane Yossi abbraccia l'ideologia comunista, proclama che la religione è morta e instaura nei vagoni le cellule marxiste-leniniste. A un certo punto vengono fermati da un altro treno, che però risulta pieno di zingari che avevano escogitato lo stesso stratagemma. Procedono allora tutti insieme, fino all'arrivo sulla linea di confine con le bombe che sparano dalle parti opposte. Ormai possono considerarsi salvi. Come già all'inizio, appare in primo piano il viso del matto, che informa sui successivi destini di alcuni dei protagonisti, tutti viventi tra Russia, Palestina, America. Ma poi l'immagine si allarga e il viso di Schlomo, il matto, guarda da dietro un reticolo di filo spinato. Sullo sfondo, la lugubre sagoma di un campo di concentramento.

La chiave di Sarah –  Gilles Paquet-Brenner
Julia Jarmond è una giornalista americana, moglie di un architetto francese e madre di una figlia adolescente. Da vent'anni vive a Parigi e scrive articoli impegnati e saggi partecipi. Indagando su uno degli episodi più ignobili della storia francese, il rastrellamento di tredicimila ebrei, arrestati e poi concentrati dalla polizia francese nel Vélodrome d'Hiver nel luglio del 1942, 'incrocia' Sara e apprende la sua storia, quella di una bambina di pochi anni e ostinata resistenza che sopravviverà alla sua famiglia e agli orrori della guerra. Impressionata e coinvolta, Julia approfondirà la sua inchiesta scoprendo di essere coinvolta suo malgrado e da vicino nella tragedia di Sara. Con pazienza e determinazione ricostruirà l'odissea di una bambina, colmando i debiti morali, rifondendo il passato e provando a immaginare un futuro migliore. Tratto dall’omonimo romanzo di  Tatiana de Rosnay.

Il Pianista – Roman Polanski
Sei anni di vita del musicista polacco Wladislaw Szpilman, dal Settembre del 1939 al crollo del Terzo Reich. Essendo di religione ebraica, l'uomo è costretto a fuggire la deportazione insieme alla sua famiglia, nascondendosi nel ghetto di Varsavia. Rintanato in vari nascondigli, soffre la fame, la paura e sperimenta tutte le sofferenze e le umiliazioni della guerra riuscendo a sopravvivere grazie alla solidarietà di tante persone e di un ufficiale tedesco che, avendolo sentito suonare, decide di aiutarlo. Tratto dall’omonimo romanzo biografico di Wladislaw Szpilman.




Schindler’s list – Steven Spielberg
Cracovia, 1939. L'industriale tedesco Oskar Schindler, bella presenza e temperamento avventuroso, manovrando i vertici nazisti tenta di rilevare un fabbrica per produrre pignatte e marmitte. Già reclusi nel ghetto di Podgorze, ed impossibilitati a commerciare, alcuni ebrei vengono convinti da Schindler a fornire il denaro per rilevare l'edificio: li ripagherà impiegandoli nella fabbrica, pagandoli con utensili da scambiare e sottraendoli al campo di lavoro comandato dal sadico criminale tedesco Amon Goeth. Dopo aver ricevuto la breve visita di Emilie, la moglie che subito torna in Moravia vista la vita di libertino impenitente del marito, Schindler, sempre più nelle grazie dell'alto comando nazista e di Goeth, costruisce un campo per i suoi operai, dove le milizie non possono entrare senza la sua autorizzazione. Infine, scatenatosi lo sterminio, decide di attivare, dando fondo a tutte le sue risorse finanziarie, una fabbrica di granate nella natia Brinnlitz. Con l'aiuto dell'inseparabile Itzhak Stern, il contabile ebreo, compila una lista di 1100 persone ebree perché vengano a lui affidate come operai. Mentre gli uomini arrivano a destinazione, le donne vengono per errore tradotte ad Auschwitz, e solo con grande rischio ed impiegando a fondo risorse e conoscenze, Schindler riesce a strapparle alla morte. Per sette mesi la fabbrica produce appositamente granate difettose, finché l'armistizio non trova l'industriale senza denaro. I suoi operai gli donano un anello d'oro con su incisa una frase del Talmud: "Chiunque salva una vita salva il mondo intero". Tratto da La lista di Schindler di Thomas Keneally, basato sulla vera storia di Oskar Schindler.

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