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mercoledì 23 ottobre 2013

Novità: Il Signore della Neve e delle Ombre di Sarah Ash







Ispirandosi direttamente alla mitologia e al folklore nord-europeo e asiatico, Sarah Ash presenta finalmente anche in Italia un avvincente romanzo caratterizzato da un calcolato mix di suspense, magia, horror e romanticismo gotico, 10 anni dopo la prima edizione inglese.
Scritto con stile chiaro e asciutto, a parere dei critici anglosassoni Il Signore della Neve e delle Ombre, uscito per Gargoyle il 17 ottobre, poggia su un intreccio ben congegnato ed essenziale, che non cede troppo al dettaglio né si disperde in sottotrame e rivoli narrativi, a vantaggio del coinvolgimento e dell’empatia del lettore, che non può non condividere il travaglio interiore del protagonista Gavril Andar, fatto di paura, rabbia, vendetta, pietas e voglia di amare.
Cosa sembra distinguere questo libro dagli altri fantasy, non tutti di elevato livello, disponibili in libreria? Innanzitutto la facile leggibilità, da molti presentata come una delle migliore caratteristiche dell’autrice, assieme ad un argomento molto affascinante, quello delle creature mitologiche più conosciute, i draghi, presentato da un punto di vista decisamente innovativo.

Un assaggio? Eccolo:
«Voi siete il Drakhaon. Il sangue che scorre nelle vostre vene non è normale sangue umano».
«È quello che mi hai ripetuto centinaia di volte. Ma che cos’è un Drakhaon?»
«Guardate». Kostya alzò il braccio e indicò la randa della nave. Sulla tela bianca era dipinto, in nero e argento, un simbolo […], un’enorme creatura dalle ali adunche che sembrava librarsi in aria a ogni soffio di vento che gonfiava la vela.
«Un drago?», sussurrò Gavril sgomento. «Ma di sicuro… dev’essere una metafora, un titolo, una…»
«Voi siete il Drakhaon, signore», ripeté Kostya ostinato.
«Ma mio padre come poteva essere un uomo… e un… un…» Gavril non riusciva a dirla quella parola; la sola idea era assolutamente ridicola. I draghi erano leggende da libri di favole per bambini.
«Drakhaon non è semplicemente un drago, signore.  Drakhaon è un drago guerriero. Un uomo che può distruggere i suoi nemici con il respiro, che infiamma i combattenti del suo clan con il potere del suo sangue ardente».

Per chiunque fosse interessato alle storie di draghi e vendette, il Signore della Neve e delle Ombre, primo volume dell’attesa trilogia “Le lacrime di Artamon” edita da Gargoyle, è disponibile in libreria dal 24 ottobre.


Trama
Tutto ciò che Gavril Andar conosce della vita è il clima soleggiato e pieno di calore della Smarna, l’ameno principato sito a sud di quello che un tempo è stato l’impero di Rossya, la casa accogliente che divide con la bella e protettiva madre, la passione per la pittura. L’arrivo di uno spietato manipolo di guerrieri provenienti dal Nord infrange tale armonia, segnando per sempre il destino del ragazzo. I soldati vengono ad annunciare che Lord Volkh, il signore del gelido regno di Azhkendir, uomo nelle cui vene scorre il sangue ardente del guerriero-dragone noto come Drakhoul, è stato assassinato. La vendetta è ineluttabile e soltanto Gavril può compierla dal momento che Volkh era suo padre, malgrado il ragazzo ne sia stato finora alloscuro.
Ferito e frastornato da quanto saputo, il giovane viene condotto contro la sua volontà nella fredda e innevata Azhkendir, la sua terra natìa dove vigono leggi, consuetudini e alleanze tribali e cruente assai diverse da quelli cui è abituato.
Rinchiuso nel castello del Drakhaon, Gavril è controllato a vista dai suoi carcerieri; frattanto la notizia del suo arrivo si diffonde nei principati vicini, intenzionati a studiarne le mosse per anticiparle attaccando a sorpresa Azhkendir.
Al centro di mille pressioni, mentre il suo popolo reclama guida e vendetta, il giovane dà inizio alla battaglia più importante della sua vita, quella per salvaguardare la sua parte umana, seriamente minacciata dal suo sangue Drakhoul: Gavril sta diventando, infatti, una creatura che non vuole diventare, una creatura dal potere incommensurabile... assecondarne la forza vuol dire cedere alla barbarie e a orribili crudeltà.
Titolo originale: Lord of Snow and Shadows
Traduzione di Stefania Minacapelli
Editore: Gargoyle
Prezzo: 19 euro
Pagine: 601 pagine


Sarah Ash

Si è diplomata in Musica e Drammaturgia presso il Murray Edwards, College femminile dell’Università di Cambridge, ed è autrice di otto romanzi e diverse raccolte di racconti. La sua formazione la porta a rivestire ruoli di dirigenza e insegnamento nella scuola, dove valorizza con passione giovani talenti anche nella veste di autrice e produttrice di musical. Contemporaneamente scrive, allinizio degli anni Novanta, la sua short story «The Mabinogion Mice» (mai pubblicata in volume) che entra nella classifica dei dieci migliori racconti per l’infanzia del quotidiano Guardian, e nel 1992 la nota rivista Interzone pubblica il suo racconto «Moth Music». Il successo arriva nel 2003 con l’uscita del romanzo Lord of Snow and Shadows, primo episodio della trilogia The Teas of Artamon (Le lacrime di Artamon), che le fa ottenere una grande popolarità tra i lettori anglosassoni e francesi. Da allora Sarah Ash si dedica completamente alla narrativa. Vive nel Kent con il marito e i due figli.

lunedì 21 gennaio 2013

Speciale Jane Austen e giveaway "Lost in Austen": perché Jane Austen non è un'autrice romance? Intervista a Stefania Auci








Tipica copertina da romanzo rosa
L’ultima puntata dello speciale Jane Austen che, per motivi tecnici –ho il pc in riparazione-, si è fatta attendere, è dedicata ad una questione spinosa che mi sta particolarmente a cuore. Già l’anno scorso avevo scritto, con vena polemica, una lettera aperta alla nostra autrice sul fatto che, nel terzo millennio, venisse ancora ricordata esclusivamente per matrimoni a lieto fine e per una dissacrante trasformazione in autrice “romance” (QUI). Dissacrante, innanzitutto, perché anacronistica, e perché nemmeno lontanamente paragonabile al genere romance/rosa che si è affermato solo nel Novecento, con cliché e stereotipi estranei alla scrittura e all’intelligenza di Miss Austen.
Frequente confusione è quella che si fa tra il genere romantico, nell’accezione di genere appartenente alla corrente del romanticismo, e genere rosa/romance/romantico, che, come ho accennato, ha caratteristiche assolutamente differenti: al primo appartengono infatti classici come Cime Tempestose, prettamente romantico per l’esaltazione dei sensi, della follia, delle passioni. L’estremizzazione di queste caratteristiche è tipica di un flusso letterario ristretto all’Ottocento, che, seppur chiamato romantico, diciamolo una volta per tutte, non c’entra nulla con il genere rosa.
La seconda categoria è infatti nata in Gran Bretagna nei primi decenni del secolo scorso, e, pur avendo la pretesa di ispirarsi a Jane Austen, la fraintende nelle fondamenta del suo pensiero.

Viandante sul mare di nebbia, Caspar David Friedrich,
1818.
Classico esempio di pittura romantica.
Il genere romance impone dei topos che sono quello della protagonista ingenua e virginea che incontra il seduttore perfetto e dominante e viene da lui iniziata al sentimento amoroso, quello dell’assenza di descrizioni perché considerate noiose, quello del lieto fine a tutti i costi. Quest’ultimo, in particolare, è un criterio fisso che non ha mai abbandonato il genere romance nonostante le evoluzioni da esso subito. A metà degli anni ’50, con il successo della casa editrice statunitense Harlequin, vengono introdotti l’erotismo e alcune tematiche sociali. Ma il genere si è ormai diversificato dal romance inglese, che continua ad essere ambientato nel periodo Regency (proprio quello di Jane Austen) e prevede protagonisti raffinati.
Jane Austen, che invece si trovava anni luce lontana dal pensiero di costruire una schermaglia di vicende amorose fine a se stessa, per quanto fosse considerata superficialmente dai suoi contemporanei, pone in realtà le vicende amorose sullo sfondo di quella che è una grande critica e analisi della società, tanto che i suoi sono romanzi di costume, non racconti rosa. Il lieto fine diventa quasi uno specchietto per le allodole, quando in realtà è il calcolo freddo e talvolta rassegnato (Marianne Dashwood e il Colonnello Brandon) del cinismo imposto dalla società. Jane Austen descrive cioè il mondo che la circonda, un universo gretto in cui i buoni sentimenti riescono, grazie a lei che ne è la regista, a trionfare, ma che non può esimersi da un durissimo faccia a faccia con la realtà. Tema in assoluto più importante dell’amore è infatti il denaro: la dote e la ricchezza personale sono al primo posto nella caratterizzazione del personaggio. Ironia e sarcasmo condiscono questi aspetti e queste narrazioni dove, dietro crine e balli, troviamo un sorriso pratico di benevolenza come di derisione.
Tutto questo è assolutamente assente nei romance che, come ci ha spiegato meglio Stefania Auci, autrice romance per Harlequin Mondadori con all’attivo due romanzi –Il fiore di Scozia e La rosa bianca-, hanno dei precisi paletti.  

  1. Perché è nato questo fraintendimento su Jane Austen come autrice Romance?
Suppongo che questo equivoco sia legato al setting dei romanzi della Austen. Oggi, nel romance, va molto di moda il regency, ossia il romanzo d’amore ambientato tra il 1800 e il 1820. E’ una forchetta abbastanza ristretta,se ci si pensa, ma pare che le lettrici prediligano questo periodo, più del vittoriano o del medioevale.
Ora. Jane Austen ambientava i suoi romanzi in un contesto sociale che conosceva bene. Parlo della piccola borghesia rurale, della gentry, cui ella stessa apparteneva. Se esaminiamo con occhio scevro da pregiudizi la sua produzione ci rendiamo conto che nel sue protagoniste si muovevano in un ambiente con scarsissima mobilità sociale; aspetto, questo, rimarcato ad esempio in Ragione e sentimento dove le due sorelle finiscono per sposare esponenti della loro stessa classe, ossia un curato di campagna e un militare di carriera che aveva fatto fortuna nell’esercito. La nobiltà terriera le ha ricusate. Jane Austen non era romantica. Era pratica, realistica, talvolta sarcastica e sempre, profondamente critica nei confronti di un certo modo di essere delle donne del suo tempo. Non era di certo la scrittrice dell’amore romantico, così come noi lo intendiamo. Personalmente direi che ha descritto la versione pragmatica dell’amore.
  1. Stefania Auci
    Visto che a molti non è chiaro, quali sono le differenze tra Romanticismo e Romance?

    Romanticismo è una corrente letteraria della Seconda metà dell’Ottocento (Shelley, Byron, Keats, i moti di indipendenza, il nazionalismo, Chopin, Schubert, quella roba lì per capirci…) Romance è un genere letterario contemporaneo. Esso si emancipa da altri generi per acquistare dignità letteraria nei primi del Novecento, e si rivolge a un pubblico femminile. Dal romanzo di appendice e dal Feuilleton pubblicato a puntate si estrapolano alcuni aspetti che poi diverranno nel corso degli anni le colonne portanti del romance. E dunque avventura, mistero un amore contrastato. Non dimentichiamo che nella seconda metà del Novecento nascono anche i fotoromanzi, anch’essi dedicati alle donne e con una funzione analoga a quella delle soap e delle telenovelas degli anni Ottanta: regalare al pubblico femminile un sogno a basso costo e personaggi con cui potersi identificare.

  1. Parlaci del genere rosa: quali sono le sue caratteristiche e i suoi cliché?
Difficile dirlo. Perché in Italia, in realtà, abbiamo una visione parziale e molto conservatrice del romance. All’interno di questo grande scatolone abbiamo tante piccole confezioni. Esiste lo storico che si suddivide in tanti sottogeneri: il regency, di cui ho parlato sopra, il medioevale, il western, il vittoriano, il peplum (ambientato nell’antica Roma). Poi c’è l’erotico, filone che sta vivendo una grande fase di espansione con il BDSM, i menage et similia. Ma ci sono anche altri generi che qui in Italia hanno un’importanza marginale. Penso allo scy-fi romance, al romantic crime che ha pochissimo spazio (poiché non vende, pare…), agli omosex (M/M e lesbian), o ancora a quelli con protagoniste un po’ ageé e un uomo più giovane, senza parlare, ovviamente dell’immenso bacino del paranormal romance. Perché anche qui, è bene fare un chiarimento. In Italia, di Urban fantasy propriamente detto, ne è arrivato poco, pochissimo. Quello che le case editrici hanno spacciato come tale è in realtà paranormal romance e/o paranormal young adult.
Qui in Italia la lettrice tipo di romance vuol essere rassicurata: vuole una lei che non sia troppo “vissuta” e un lui tenebroso, fascinoso e ricco quanto basta. Vuole rilassarsi, ed è giusto che sia così. E’ un peccato, però, che le case editrici non provino a inserire elementi nuovi. Non è solo la domanda a creare l’offerta: chi studia economia sa che l’offerta può sollecitare e far variare la domanda. Purtroppo, il periodo storico e la crisi epocale che sta vivendo l’editoria scoraggiano esperimenti di questo tipo… ma spero, un giorno, di poter scrivere una storia d’amore omosessuale. Mi piacerebbe sul serio.
  1. Alla luce di questo, quali sono i motivi per cui Jane Austen NON è un'autrice romance?
Perché è un’autrice che descrive il suo tempo e la sua società. Parla della società inglese, del mondo in cui le sue protagoniste sono considerate e sono immerse. Il lieto fine, a ben leggere, è gettato lì per contentare i lettori poiché la vera attenzione dell’Autrice è focalizzata sui personaggi.
La Austen non è una scrittrice che possa esser facilmente inquadrata in uno schema. In lei troviamo satira sociale, uno sguardo disincantato, un tagliente humour che è del tutto lontano dagli archetipi del romance. Nel romance vi sono dei paletti: incontro, innamoramento, seduzione; crisi, recupero del rapporto, happy end.
La Austen, invece, presenta figure femminili che talora incarnano ciò che lei detestava nelle donne del suo tempo: l’affettazione, il cedere all’emozione, la ricerca di un buon matrimonio. Di certo, Jane Austen è stata una donna libera e ha scelto di raffigurare le donne del suo tempo senza timor reverentialis, anzi: mettendo in luce ipocrisie e falsità. Basti pensare a L’Abbazia di Northanger. Il primo romanzo di Jane Austen, pubblicato però dopo alcuni anni dalla sua stesura è, insieme con Emma, la più tagliente e sarcastica descrizione del modo in cui le donne vivevano il proprio ruolo e la propria femminilità nel XIX secolo. Se di antesignane del romance dobbiamo parlare, allora sarebbe il caso di rivolgersi più alla Manfield che con i suoi villains, i castelli e le fanciulle caste e pure getta le basi di un certo tipo di letteratura d’evasione che ritroviamo poi nei primi del Novecento. (leggasi: Carolina Invernizio)
  1. Qual è il pubblico del romance? Cosa apprezza e cosa non apprezza?
La lettrice italiana ama il lieto fine, essere consolata. Ama l’evasione a un costo contenuto. Non ama il western, i romanzi ambientati in America o gli omosex, come spiegavo sopra, e non ama che i protagonisti si discostino troppo dai clichè del genere. Vuol vivere ciò che la vita moderna e lo stress le impediscono di avere nella vita reale: il sogno. Di solito la tradizione vuole lei bella e pura e lui bello e ricco, magari con un passato burrascoso. Difficilmente si trova il contrario. Rari sono i casi di protagoniste bruttine, o ricche, o con una storia sentimentale alle spalle; così come rari sono i casi di uomini poveri e gentili. Ovviamente, si ragiona sui grandi numeri. Le eccezioni ci sono, ma non sono numerose, e comunque parliamo del mercato italiano. Il mercato anglosassone è molto più variegato.
Per mia personale esperienza, ho notato che le lettrici non disdegnano un buon approfondimento storico e la cura dei dettagli nelle descrizioni. Purtroppo, c’è stato un progressivo abbassamento qualitativo dei prodotti venduti. Spesso le autrici americane peccano di approssimazione (del tipo: ritrovarsi LENINIGRADO citata in un romanzo del periodo Tudor), e purtroppo, a pagarne le conseguenze sono le lettrici, che si ribellano, sentendosi trattate come delle mentecatte. Il pubblico romance è molto vario, va dalla casalinga fiera di esserlo alla professionista, dalla ragazza all’ottuagenuaria. Se c’è una caratteristica saliente che il romance ha, è di essere trasversale, sia per età che per titolo di studio.
Poi vi sono dei clichè che io personalmente giudico piuttosto discutibili, e che ancora allignano nel genere. Mi riferisco all’uomo violento che la donna seduce e cambia con il suo amore. Vi sono autrici che hanno narrato di stupri che poi si trasformano in grandi storie d’amore. Mi perdoneranno le lettrici, ma questa… it’s not my cupo of tea, come dicono al di là della Manica. Questo non è un sogno. E’ un incubo. E non capisco come si possa considerare questo “amore.”




Alla fine di questo Speciale, che spero vi abbia appassionato o invogliato a leggere i libri di questa memorabile autrice, ho pensato ad un piccolo giveaway: entro il 28 gennaio, data del bicentenario di Orgoglio e pregiudizio, una di voi riceverà a casa il libro della Hop edizioni  "Lost in Austen", di cui abbiamo parlato QUI. Lasciatemi un link a questo post o a quello sul libro e tra dieci giorni saprete a quale fortunata andrà il regalo ;)




Stefania Auci 
è nata a Trapani ma vive da anni a Palermo, dopo aver girato l’Italia. Insegnante, ex avvocato, ex cancelliere, si dedica alla narrativa urban fantasy, horror e romance sin dall’adolescenza. A ottobre 2011 è uscito il suo romance di esordio, Fiore di Scozia, edito da Harlequin Mondadori. Nel 2010 ha pubblicato con edizioni 0111 Hidden in the dark, breve raccolta di racconti urban fantasy tratti dalla saga di Moray Place 12, Edimburgo.

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