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lunedì 2 novembre 2015

Hard News e amore per i libri: intervista a Jeffery Deaver



Mercoledì 28 Ottobre la Scuola Holden di Torino ha ospitato il maestro americano del thriller Jeffery Deaver che ha presentato, all'interno del Salone Off 365, il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia, Hard News.
Il capitolo conclusivo della trilogia di Rune, che in Italia è stata pubblicata da Rizzoli a partire dal 2009, ci trascina nella New York dei notiziari locali dei primi anni novanta, epoca in cui i libri sono ambientati e in cui sono stati scritti.
Hard News è infatti uscito, negli Stati Uniti, nel 1992 e solo adesso i lettori italiani possono goderne nella traduzione di Seba Pezzani.
In questo atto finale della sua storia, la giovane e ambiziosa aiuto cameraman Rune si trova a indagare sul caso di un uomo accusato ingiustamente di omicidio, finendo per smuovere il pantano di un intrigo che avviluppa l'intero network per cui lavora.

Dopo una breve introduzione sul suo metodo di lavoro, Deaver ha risposto alle domande del gruppo di lettura formato dagli alunni della scuola, dimostrando che anni di interviste lo hanno dotato di una grande schiettezza e capacità di summa, davanti ai quesiti del pubblico.

Signor Deaver, Hard News è ambientato a New York, mentre lei è cresciuto a Chicago. Come si riesce a descrivere così bene una città di adozione da renderla un elemento della narrazione?

Il punto fondamentale è la documentazione sul posto, fare molte più ricerche di quanto poi trasparirà dal libro, che è sempre la punta dell'iceberg. La documentazione è la base di quel blocco di ghiaccio. A volte capita, nonostante ti sembri di essere diventato un esperto, di prendere degli abbagli. Per esempio, in un mio libro descrivo un tratto del fiume Hudson come pieno di rapide, ma durante una presentazione una signora mi ha avvicinato dicendomi che viveva proprio lungo quel tratto e che in realtà il fiume era prosciugato da anni. La documentazione è molto importante nel mio lavoro, perché ci sarà sempre qualcuno esperto di quello che stai scrivendo, pronto a notare le tue mancanze. Se succede che un lettore mi indichi delle imprecisioni, io mi scuso, perché quel piccolo dettaglio, che a me pareva insignificante, può aver minato per loro la godibilità del mio racconto.

In questo romanzo il sacrificio è una tematica forte, molto spesso la vita ti mette davanti a scelte che sembrano impossibili. Lei, come scrittore, ha mai dovuto sacrificare qualcosa per la sua carriera?

La domanda che uno scrittore deve porsi, prima di decidere se questa carriera fa per lui è: voglio scrivere un libro, o voglio vivere una vita da scrittore? Perché per scrivere libri c'è un dazio da pagare. Il mio processo creativo mi porta a passare mesi in solitudine, viaggiando. Lo scrittore è una persona sola. Ma ne vale la pena, perché non c'è niente al mondo come mettere in connessione le persone per mezzo delle proprie storie.

Come nascono i suoi personaggi?

Per creare personaggi credibili, lo scrittore deve essere empatico, riuscire a mettersi nei panni degli altri, di qualsiasi età o genere essi siano. Quando creo un personaggio, cerco di scriverne la biografia dal suo punto di vista, come se stessi compilando un curriculum vitae o la sua pagina facebook. A volte capita di affezionarti così tanto a dei personaggi che sapevi di dover far morire, da desiderare di salvargli la vita. Allora modifico la storia e magari li inserisco in un altro romanzo, ma devi avere una struttura molto solida e un'ottima conoscenza dei tuoi personaggi, per poterlo fare.

La sua scrittura è molto seriale, questa di Hard News è una trilogia, ma anche i suoi personaggi più famosi, come Lincoln Rhyme, vivono in più di un romanzo. Quando si rende conto di aver creato un personaggio che ha più di una storia da raccontare? è una sua decisione, quella di continuare una saga o è una proposta che arriva dalla casa editrice?

Gli editori amano le serie, perché ai lettori piace avere dei personaggi con cui poter spendere molto tempo, di cui vedere la crescita interiore. Il tipo di libri che scrivo deve presentare conflitti al suo interno, ostacoli che il protagonista deve superare per rivelarsi e per rivelare che può avere la meglio su ciò che la vita gli impone. Se stai guardando un film d'azione, come Mission Impossible, sai già che per quanto possa essere malmenato, Tom Cruise sarà sempre pronto a rialzarsi e battere il cattivo di turno, magari ricordandosi delle lezioni di karate che ha preso da bambino. I miei personaggi non sono così, sono più meditativi. Lincoln Rhyme non può alzarsi dalla sedia e sconfiggere il nemico fisicamente, dovrà necessariamente agire tramite il ragionamento.

Come si diventa scrittori miliardari?

L'amore per i libri. L'amore per i libri è fondamentale.
Questo e la struttura: nessuno legge un libro per arrivare a metà o per trovarlo noioso, è essenziale cercare idee che coinvolgano il lettore dalla prima all'ultima riga, pianificare la trama attentamente, come se fosse una sinfonia da camera. Come diceva Gustave Flaubert "I libri non si fanno come si concepiscono i bambini: si fanno come le piramidi, attraverso la progettazione e la collocazione di una pietra sull'altra, fino alla sommità".

A cura di Angela Bernardoni

martedì 11 agosto 2015

Anteprima: Quello che non uccide, di David Lagercrantz, conclude la saga Millenium



Nel 2004 Stieg Larsson muore colto da un attacco di cuore, lasciando in sospeso la serie thriller  Millenium che si era ormai conquistata una grossa fetta di lettori.
La serie vede protagonisti Lisbeth Salander, una ragazza del tutto particolare, asociale, dotata di memoria fotografica, spiccata intelligenza e un look estremamente punk, e Mikael Blomkvist, un giornalista d'indagine, fondatore di Millenium (da cui il titolo dei libri) attraverso cui porta avanti il suo progetto di giustizia utopistica. Mentre Lisbeth sfugge a ogni definizione e, come una fenice, brucia per risorgere sempre dalle sue ceneri, Mikael è l'esatta copia del cavaliere delle chanson de geste medievali, che cantano di eroi del tutto buoni, senza macchie e disposti a morire per i loro ideali.

Mentre il primo libro, Uomini che odiano le donne, riguarda solo indirettamente le vite private dei due protagonisti e ha come scopo quello di introdurli al lettore e di proiettare quest'ultimo nel loro universo, con i seguiti, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carte, si entra nel passato tormentato di Lisbeth, che torna a reclamarla. Nonostante con il terzo capitolo di Millenium tutti i nodi vengano sciolti, è noto che Stieg Larsson prima di morire fosse al lavoro sul quarto volume.

Si è discusso a lungo sull'eventualità di far concludere la saga a un altro scrittore, e nella rosa dei candidati erano emersi anche nomi molto famosi come quello di Jo Nesbo, ma, sia per questioni legali che per tempi di organizzazione, questo quarto capitolo è stato rimandato a lungo.

Finalmente, per gli appassionati della serie, dopo anni di attesa uscirà  il 27 agosto  in contemporanea mondiale (tranne negli USA dove dovranno attendere il primo settembre) Quello che non uccide (In originale Det som inte dödar oss), firmato da David Lagercrantz. Il libro è stato scritto in silenzio stampa assoluto, tanto che l'autore è stato costretto a lavorare su un computer privo di connessione internet. La trama è quindi ancora un mistero e lo sarà fino all'uscita del libro.

Quello che forse i lettori dovrebbero sapere è che Lagercrantz  non ha usato gli appunti sul quarto capitolo di Larsson, ma ne ha scritto uno di sua inventiva. Il manoscritto in questione è di proprietà di Eva Gabrielsson, collaboratrice di Larsson, che si è espressa a sfavore del progetto e ha criticato pesantemente la scelta dell'autore sostituto.

L'attesa per l'uscita del libro è alle stelle, ma non tutti hanno approvato il modo di procedere. Millenium era una creatura di Larsson, mentre nel nuovo capitolo, come sostenuto da David Lagercrantz stesso, non troveremo né lo stile giornalistico cui siamo abituati, né il famoso manoscritto. Quello che non uccide saprà comunque tenere testa alle aspettative o si rivelerà una pessima manovra editoriale? Ma soprattutto: sapremo mai come Stieg Larsson progettava di proseguire la serie?



venerdì 12 dicembre 2014

Recensione: A bocca chiusa di Stefano Bonazzi




A bocca chiusa, Stefano Bonazzi
Newton Compton
288 pagine, 9.90 euro
A Bocca Chiusa segna l'esordio nel mondo del romanzo lungo di Stefano Bonazzi, giovane artista ferrarese conosciuto grazie alle sue foto e composizioni, oltre che ad alcuni racconti.

La trama ruota attorno a un bambino con una storia familiare piuttosto travagliata. Il padre è assente da sempre e la madre è quindi costretta a estenuanti turni di lavoro per mantenere entrambi. Il bambino si trova quindi a trascorrere lunghi e solitari pomeriggi in custodia del nonno. Un nonno invalido sia fisicamente che mentalmente, reso cinico e incattivito dalla vecchiaia e dalle fatiche della vita, che tende a vedere il mondo esterno come il luogo più pericoloso in cui il nipote possa vivere. Lo tiene quindi segregato in casa, ben al riparo, senza esitare a ricorrere alla violenza fisica e psicologica per fare ciò che lui ritiene giusto. Al bambino non resta che annoiarsi e giocare con i suoi mattoncini, sul suo tappetino, confine invalicabile fra il suo mondo tranquillo e le ire dell’anziano che lo rendono così simile a un orco. A contrapporsi a questo nonno-tiranno arriverà Luca, un ragazzino biondo con cui nascerà una grande amicizia, che non darà però gli effetti sperati. Anzi, l’arrivo di Luca segna un momento ancora più cupo nella storia del protagonista, che per amore del nuovo amico è disposto sempre più a valicare il confine e a subire le punizioni del nonno che diventano ogni volta peggiori. Questi profondi traumi infantili non si faranno da parte con l'età adulta, e il protagonista del libro ne sarà segnato in modo estremamente profondo, fino alla loro liberazione definitiva: una sorta di catarsi in negativo.

Quello descritto da Stefano Bonazzi è un mondo grigio, popolato da un'umanità altrettanto grigia. I suoi personaggi sono anonimi abitanti di provincia, tanto anonimi che non conosciamo nemmeno il nome del protagonista, il cui punto di vista filtra tutta la narrazione. Vivono la loro vita in solitudine e preda delle miserie umane, sono personaggi tristi, sottomessi dal destino e consapevoli di esserlo, senza qualsiasi volontà di lottare. Sono isolati, i vicini non rappresentano altro che un nuovo carico di fallimenti e problemi che è meglio evitare. È un mondo pesante a tal punto che riemergene è quasi come riempire di nuovo di aria i polmoni, eppure non è affatto irreale.
Da questo mondo, l'autore estrae una storia estremamente cupa e desolata, che racconta alla perfezione, complice uno stile rapido, che dedica poco spazio alle descrizioni esterne –  il mondo del protagonista altro non è che il suo tappeto rosso con i mattoncini e lo scintillio invitante di ciò che sta oltre la finestra – preferendo di gran lunga il microcosmo personale dei suoi personaggi. Cosa, quest'ultima, che gli riesce molto bene. È uno stile fluido, fatto di pennellate rapide ma efficaci che dipingono una storia come tante che è, però, resa eccezionale dall’attenzione che vi viene dedicata. Stefano Bonazzi, richiama nella scrittura le immagini che crea lui stesso, grazie a cui è conosciuto, tanto che ci si trova di fronte a un susseguirsi di scene illuminate da sprazzi di flash che tornano poi buie e inquietanti subito dopo. Un momentaneo sguardo a un volto dal finestrino di un treno in corsa e l’oblio immediato che segue subito dopo.

La narrazione prosegue con una tensione continua, che non può fare a meno di catturare il lettore e portarlo dritto fino alla fine, senza troppe interruzioni. Non è assente un colpo di scena ben assestato che rappresenta, appunto, questa “catarsi in negativo” e che libererà forse in definitiva il protagonista da tutti i suoi spauracchi infantili. Il finale è pregno di significato e di riflessioni sospese che non vengono sviluppate spingendo così il lettore a una riflessione personale.

Un punto negativo di questo libro è la sistemazione dei capitoli che spesso non ha davvero senso. Ci sono capitoli lunghi anche solo una pagina, il cui capitolo seguente costituisce il naturale proseguimento di quello che si sta leggendo. L’ultima frase di uno, e la prima del successivo sono strettamente legate fra loro e in perfetta continuità narrativa. Il modo in cui l’intero libro è suddiviso manca di logica e genera quindi un senso di fastidio nel lettore. Soprattutto in chi è abituato a orientarsi nella lettura in base ai capitoli.

A Bocca Chiusa è un racconto quasi onirico, in bilico continuo fra la realtà è i meandri più reconditi della psiche umana. L’autore sa sicuramente raccontare il dolore e nemmeno per un momento la scrittura vacilla o si tira indietro di fronte alla grande sfida di dar voce a un protagonista così complesso come quello da lui creato: l'infanzia, l'evoluzione del suo trauma nel mondo adulto e il compiersi di un destino ineluttabile, sono tutti passaggi trattati in modo profondo e si nota una certa analiticità e una grande voglia di mettersi in gioco e di raccogliere la sfida di un argomento così complesso. Il risultato non può che essere una narrazione dura e angosciante, sicuramente non adatta ai lettori più sensibili, ma di grande efficacia evocativa, capace di creare nel lettore un senso di partecipazione elevato.

Voto: 


lunedì 17 novembre 2014

Recensione: L'estate di Ulisse Mele di Roberto Alba



L'estate di Ulisse Mele, Roberto Alba
Piemme
208 pagine, 14,50 euro
L'estate di Ulisse Mele è un giallo inquietante e drammatico che tiene il lettore col fiato sospeso fino all'ultima pagina e che fa riflettere con intelligenza. È un romanzo sicuramente diverso rispetto al precedente dell'autore, La spiaggia delle anime, di cui mantiene però la profondità e sensibilità nel trattare tematiche anche scottanti.
La trama ruota intorno alla famiglia del piccolo Ulisse e alla sparizione della sorella maggiore Betta, uscita una mattina per andare al mare con il fidanzato e mai rientrata. La vicenda è narrata in prima persona da Ulisse, bambino di nove anni sordomuto che stupisce per intelligenza, intuizione e profondità di giudizio e che è, in fin dei conti, il punto di forza di tutto il romanzo. Ulisse conquista il lettore fin dalle prime pagine e dimostra di essere un bambino forte che ha capito perfettamente il mondo degli adulti: questi ad ogni difficoltà chiudono gli occhi e si rifugiano in fretta nella corazza che si sono costruiti a fatica, e che spesso impedisce loro di vedere le cose in modo chiaro e semplice come da piccoli.

La narrazione rispecchia con precisione e realismo le dinamiche e i lunghi procedimenti della cronaca nera contemporanea:  troviamo ricostruiti i dubbi che gli addetti ai lavori si pongono ma anche la difficoltà nella soluzione di alcuni casi di cui a volte, vuoi per la mente distorta degli accusati o per la mancanza di prove effettive, è quasi impossibile venire a capo con certezza. Il romanzo scava a fondo dentro a una delle problematiche più taciute ai nostri giorni: la violenza in famiglia e i segreti non detti che minano i rapporti di parentela. Ben descritto è anche l'atteggiamento della stampa, colpevole nei confronti delle famiglie colpite da omicidi e drammi personali di fare un reality show della disperazione umana. Viene sottolineata inoltre la facilità con cui l'opinione pubblica e gli uomini condannano subito il presunto colpevole anche in assenza di prove certe.

L'intreccio del giallo alla base della vicenda è ben strutturato: alcuni indizi vengono lasciati qua e là nel testo per chi vuole intendere e approfondire. Non viene però collegato o precisato nulla, ma solo accennato: questo basta comunque a far gelare il sangue nelle vene anche al lettore più navigato. Affidare inoltre una vicenda così terribile alle parole semplici e candide di un bambino, seppur molto intelligente e acuto per la sua età, fa diventare i fatti ancor più crudi, drammatici e dannatamente umani.

Roberto Alba realizza con pochi tratti dei personaggi davvero indimenticabili e realistici: oltre alla drammatica innocenza del piccolo Ulisse, autore di vere e proprie perle sulla vita umana, il lettore resta colpito dall'atteggiamento composto e stanco della madre, dal silenzio sconvolto del padre e da tutte le dinamiche sotterranee che emergono pian piano durante le indagini.

Di Betta non sappiamo invece molto se non quello che ci racconta Ulisse: una ragazza tranquilla con una ferita nel cuore che scriveva e sognava di universi incantanti per non pensare al presente drammatico che viveva. I dialoghi sono immediati e verosimili ma è dalle riflessioni di Ulisse che scaturiscono le rivelazioni più forti.

Lo stile è concreto, realistico e drammatico. Roberto Alba fa parlare il cuore e i pensieri di Ulisse in modo profondo, libero e sincero. Il discorso diretto è invece maggiormente efficace e immediato, più consono forse a un bambino di nove anni. L'insieme di queste due voci è comunque completo e il risultato violento ed espressivo. In particolare le descrizioni della natura selvaggia e quasi incontaminata della campagna sarda, che si tinge dei pensieri di Ulisse, raggiungono attimi di intensità notevole. Il ritmo è altalenante, per lo più blando e pacato, ma subisce delle impennate improvvise che sconvolgono e turbano il lettore.
In conclusione L'estate di Ulisse Mele è un giallo atipico con atmosfere e accenni che sfiorano il noir, ricco di tematiche attuali, dotato di una narrazione intensa e profonda e di un protagonista simpatico e indimenticabile, per il quale il lettore fa il tifo fin dalla prima pagina.


Voto: 


venerdì 24 ottobre 2014

Recensione: Phobia di Wulf Dorn e intervista all'autore



Phobia, Wulf Dorn
Corbaccio 
16,60 euro, 324 pagine
Prima di “Phobia”, non avevo mai letto nulla dello scrittore di thriller tedesco Wulf Dorn; avevo sentito parlare con toni entusiastici de “La Psichiatra”, la sua prima opera pubblicata in Italia e, incuriosita, mi ero ripromessa di leggerla; ma, come tanti buoni propositi, è finito nel dimenticatoio. La spinta a leggere “Phobia” è nata quando ho ricevuto l'invito a partecipare a un incontro con l'autore presso gli uffici della casa editrice Corbaccio, aperto ai blogger. Ovviamente non potevo partecipare senza avere la minima idea di che cosa trattasse il libro, quindi mi sono data da fare e l'ho “affrontato” con interesse e curiosità.

Come dice il titolo stesso, “Phobia” è la narrazione di una paura oscura, innata e comune a tanti di noi: quella di uno sconosciuto, emblema di una minaccia ignota, che si insinua come un morbo nella nostra vita. L'esistenza di una dei protagonisti della vicenda, Sarah Bridgewater, moglie e madre in crisi, persa nella rete delle sue paure, viene improvvisamente sconvolta quando una notte, invece del marito Stephen, si ritrova in casa un uomo che non aveva mai visto che si spaccia per lui, con indosso i suoi stessi vestiti e che pare conoscere tanti particolari della loro vita a due. Sarah è ovviamente terrorizzata: chi è quest'uomo? Perché ha deciso di tormentare proprio la loro famiglia? Che fine ha fatto Stephen? È ancora vivo? La vicenda si fa ancora più intricata perché Sarah non viene creduta dalla polizia, che sembra considerarla una donna un po' fragile di nervi con un marito che volontariamente ha deciso di allontanarsi. Ad aiutare Sarah ci pensa Mark Behrendt, un vecchio amico di infanzia, ritornato a Londra dopo un periodo in Germania (Mark è per metà tedesco e svolgeva lì la professione di psichiatra) su invito postumo di un vecchio professore universitario, George Otis, un uomo spezzato a sua volta per via della tragica morte della fidanzata investita da un pirata della strada, ma forse non per puro caso...

Sarah e Mark sono due anime affini, perché legate da una grande amicizia e a loro volta ingabbiate nelle proprie paure, che si uniscono per scovare la verità. A tenere salde le redini della vicenda sembra proprio lo Sconosciuto, quest'uomo ignoto, sfigurato e malato, uno psicopatico che ha deciso di mettere in atto una sorta di percorso di redenzione e giustizia: redenzione per Sarah, che vuole aiutare a uscire dal suo confino mentale; giustizia verso una vita che non va come dovrebbe e verso una persona, Stephen, che forse ha qualche cosa da nascondere. Sarah e Mark diventano quindi una sorta di coppia investigativa, pronti a scandagliare ogni singolo indizio e a scavare nel passato, nel tentativo non solo di trovare sì il marito scomparso, ma anche di capire perché la famiglia Bridgewater sia diventata la vittima di quello che appare un gioco crudele.

Si potrebbe dire che “Phobia” sia una vicenda che si gioca tra i contrasti: vita e finzione, paura e coraggio, passato e presente, apparenza e profondità, con lo Sconosciuto come giudice auto-proclamato, implacabile come una sentenza del destino. Questo personaggio nasconde un terribile segreto, che, una volta dipanato, lo rende paradossalmente più umano e fa nascere nel lettore un sentimento ambiguo: se da una parte emerge tutta la sua mostruosità, dall'altro viene rivelata pure la sua vulnerabilità e il suo essere raccapricciante a causa di una tragedia che ne ha compromesso del tutto la sanità, sia fisica che mentale. Lo Sconosciuto, che in un certo punto del libro si fa chiamare Giobbe, non è banalmente malvagio, ma la sua malvagità è nata da un trauma.

“Phobia” è anche una storia che si sviluppa con innesti, punti di vista ed esistenze diverse che si irradiano verso l'alto, si intrecciano e si avviluppano, creando una solida impalcatura dove passato e presente sono uno a servizio dell'altro: il passato sostiene il presente, e il presente aiuta il passato a risolvere gli enigmi. Tanti rami che nascono da un tronco e aiutano a supportarlo: storie secondarie che si uniscono nel dramma che vive una famiglia alla ricerca del “perché”. Una ricerca interiore che va di pari passo con quella esterna, all'identità di questo Sconosciuto che resterà fatalmente ignota.
“Phobia” è un romanzo coinvolgente, non confinato al solo genere thriller, è un libro che non termina semplicemente con “THE END”, ma lascia alcune domande nel lettore e soprattutto induce a riflettere. Un ottimo prodotto per chi ama il filone, ma anche per chi vuole accostarsi a una vicenda che mozza il fiato per il succedersi degli eventi e che crea inquietudine intorno al personaggio intangibile ma sempre presente: la paura.
Concludo la mia recensione riportando alcune domande (con relativa risposta) emerse durante la partecipazione all'incontro con l'autore.

N.B. Non ho registrato le risposte, solo preso appunti: pertanto quello che segue è un “riassunto” di quanto espresso dall'autore, non la trascrizione parola per parola.


Interview with...

Wulf Dorn


D: Perché è stato scelto il tema della paura?
R: La decisione di scrivere sulla paura è stata ispirata da due fatti: il primo è il furto avvenuto in casa di alcuni amici, con la conseguente inquietudine di aver scoperto al mattino la prova tangibile (vestiti sparsi, disordine, ecc) della presenza in casa dei ladri, a cui è seguita la terribile domanda: “Che cosa sarebbe successo se mi fossi svegliato e loro fossero stati lì?”. Il secondo è legato alla sensazione di pericolo, esasperata soprattutto dagli attentati terroristici alla metropolitana di Londra, che ha cambiato le persone, ora divenute più diffidenti e pronte a guardarsi le spalle, ma non a conoscersi reciprocamente. Questi due fatti raccontano la storia su due livelli diversi, personale e globale.

D: Ci sarà una trasposizione cinematografica di “Phobia”? Le piacerebbe?
R: Dipende dalle società di produzione. Se questa trasposizione fosse fatta bene, mi piacerebbe. Si era parlato di trasformare “La psichiatra” in un film, ma ho rifiutato perché la storia era troppo diversa. Era rimasto solo il titolo!

D: Che regista vorrebbe per un ipotetico film tratto da “Phobia”? Con quale cast di attori?
R: Come regista vedrei bene Dario Argento. Per Mark Behrendt Johnny Depp oppure Ashton Kutcher, anche se è difficile mettere a fuoco un attore che potrebbe interpretarlo, perché Mark è stato ideato pensando a un amico. Per Sarah Bridgewater penserei Gwyneth Paltrow, anche tenendo a mente la sua interpretazione in Seven, con Brad Pitt. Per George Otis sceglierei Peter O'Toole e per lo Sconosciuto Kevin Spacey.

D: Quando ha deciso di essere uno scrittore?
R: L'ho deciso fin da giovanissimo. Ho sempre amato raccontare storie, avevo cinque anni e già dicevo in giro che avrei scritto un libro. È un onore per me fare questo mestiere, e sono grato al destino.

D: Nel suo libro ha stabilito fin da subito che il “cattivo” è l'opposto di quello che dovrebbe essere?
R: La parola psicopatico è una definizione che già crea un “problema”, nei thriller si parla quasi sempre di psicopatici, mai di avversari. Volevo rompere questo cliché e mostrare che ognuno di noi ha dentro di sé una violenza potenziale, che può sempre scattare. Non è tutto bianco o nero, a volte succede qualcosa e il male ha il sopravvento sul bene. Quando inizio a scrivere una storia ne ho già in mente l'andamento, ma, affinché sia credibile, devo avere presente tutti i miei protagonisti. Mi piacciono tutti, anche gli antagonisti, che devono avere però qualcosa di buono.

D: Perché un'ambientazione inglese per questo romanzo?
R: Ho scelto di ambientare la storia a Londra perché la storia stessa lo richiedeva, come ben si comprende alla fine del romanzo. Il prossimo libro invece tornerà ad essere ambientato in Germania.

D: In Italia no?
R: In passato una produzione italiana si è interessata a me, ma il progetto non ha poi preso corpo. Ma in futuro chissà... L'Italia è piena di meravigliosi posti pieni di mistero.

R: Qual è il suo rapporto con i social network?
I social network sono ok, perché aiutano a mantenere i contatti su grande distanze. Con le persone a me vicine utilizzo tecnologie più classiche, come sms e email. Con un amico che vive in Nuova Zelanda parlo via skype. Avere contatti è fondamentali, ma con Facebook non sono possibili i veri contatti personali che si hanno con altri mezzi. I social media sono importanti per uno scrittore, anche per quanto riguarda il rapporto con i lettori, e in questo Facebook è un ausilio molto utile.

D: Ci parli della figura del professor George Otis (il professore universitario che richiama il protagonista Mark a Londra).
R: Recentemente ho perso persone importanti, per età e malattia. La figura di Otis riassume queste le caratteristiche di queste due persone, che mi mancano molto e da cui ho imparato molto. Ho scelto di chiamare questo personaggio Otis in omaggio a Wilde, riferendomi alla famiglia Otis de Il fantasma di Canterville.

D: “Phobia” ha un messaggio per il lettore?
R: Deve procedere nella lettura con la propria interpretazione, è molto bello quando un lettore dice di aver trovato qualcosa di importante per lui. Se vogliamo trovare un messaggio, direi che sia quello di affrontare sempre le proprie paure.

D: Come è cambiato lo scrittore Wulf Dorn?
R: La tecnica e il modo in cui approccio una storia non è diverso, ma più scrivo più imparo che la lingua è come una melodia, che cambia registro. Come con uno strumento, ora lo conosco meglio, sono un professionista. Ricordo ancora lo stupore del grande successo del mio primo romanzo. È stato grandioso, ma mi ha anche spaventato. Lo scorso anno ero in tour promozionale in Sud America, per incontrare i lettori. Ti devi abituare, è impressionante vedere quanta gente si avvicina e si appassiona ai libri. Ma come a tutto, anche al successo ci si abitua.

D: Come è il suo approccio alla scrittura? Ci sono orari prestabiliti o scrive secondo ispirazione?
R: Scrivo seguendo orari da ufficio, pianifico la storia e i personaggi, faccio tutte le ricerche necessarie. Generalmente inizio verso le 7-7.30 e proseguo fino all'ora di pranzo, con una pausa a metà mattina. Poi proseguo nel pomeriggio per 2-3 ore. Io credo che la disciplina aiuti e che sia sbagliato scrivere solo sullo slancio dell'ispirazione, l'ispirazione stessa deriva dalla disciplina.

D: Prossimi progetti di scrittura?
R: Sì, sono impegnato con un nuovo libro che sarà dato alle stampe in autunno in Germania. Ho un progetto per un romanzo ancora successivo, ma prima di procedere, tendo a chiudere con l'opera precedente. Ma non svelo nulla!







lunedì 21 luglio 2014

Recensione: Nome in codice: Diva di Jason Matthews



Nome in codice: Diva, Jason Matthews
De Agostini
541 pagine, 17,90 euro
BookMe, nuovo marchio di De Agostini Libri dedicato ai titoli di narrativa per adulti e cross over, fa il suo esordio con - titolo originale - Red Sparrow. Disponibile nelle librerie italiane dal 10 giugno, questo spy thriller dal ritmo incalzante racconta un’ipotetica operazione di spionaggio e controspionaggio ambientata ai giorni nostri.
Punto di forza di Nome in codice: Diva è l’affidabilità e la credibilità dell’autore, Jason Matthews, che pur essendo alla sua prima esperienza come scrittore può vantare oltre trent’anni di lavoro come agente alla CIA, la Central Intelligence Agency. Oltreoceano il libro ha già riscosso grande successo, vincendo il premio Edgard Award 2014 come miglior romanzo americano d’esordio, e sembra inoltre che i diritti siano stati recentemente acquistati dalla 20th Century Fox per una trasposizione diretta da regista David Fincher.
Tralasciando marketing e pubblicità, il libro ha il pregio di rendere semplici degli argomenti altrimenti ostici, come i rapporti e le gerarchie di CIA, NSA e FBI (per la parte americana) e SVR, FSB e GRU (per quella russa), spiegando sigle, legislazioni, procedure operative e rendendo avvincenti anche lunghe riunioni, scrittura cirillica e cablogrammi in codice. Gli episodi di azione, centellinati lungo tutto il volume, sono spettacolari e molto realistici, permettendo alla storia di non soffrire mai cali di tensione.

Altro punto di forza risiede nel personaggio principale, Dominika Egorova. Ballerina mancata per via di un brutto infortunio, ora agente dell’SVR, possiede una dote particolare: la sinestesia, ovvero la capacità di capire - o meglio percepire - le intenzioni e i caratteri dei suoi interlocutori grazie ai colori delle aure che vede emanarsi attorno ai volti delle persone. Il suo essere in bilico fra la fedeltà alla Russia e l’insofferenza verso la corruzione e il nepotismo delle alte gerarchie del suo stesso Paese la rende un personaggio fuori dagli schemi, decisamente anticonvenzionale, sempre sul ciglio di un precipizio.
Nathaniel Nash, l’altro protagonista del libro, risulta invece un personaggio più tradizionale, con meno contraddizioni e relativamente “piatto”: giovane agente della CIA con il pensiero rivolto alla carriera, arriva ben presto a mescolare professionalità e amore, come da classico copione del buon agente segreto che siamo stati abituati a conoscere attraverso il cinema (vedi 007).

Attorno a Nash e Dominika gravitano diversi personaggi secondari, alcuni davvero ben caratterizzati, con un’unica pecca: è fin troppo evidente l’atteggiamento filoamericano dell’autore. Non si trova, infatti, nessun personaggio positivo all’interno dei servizi russi, dipinti come malvagi e corrotti, mentre la controparte americana, in particolare la CIA, è dipinta come dura ma “illuminata”.
Decisamente coraggiosa e poco politically correct la scelta di far comparire nel romanzo, come personaggio marginale, anche il presidente russo Vladimir Putin che nel libro, per usare un eufemismo, non fa sicuramente una bella figura.
La scrittura di Matthews è dunque molto americana, nel bene e nel male. Spettacolare e cinematografica, gli permette di costruire una trama ricca di suspense, sparatorie e inseguimenti, ma al contempo risulta molto lineare nella forma e con un linguaggio poco innovativo.
Al centro di tutto ci sono le operazioni di spionaggio e controspionaggio, talpe da scovare e nuovi agenti da reclutare. Nel presentare queste atmosfere l’autore, grazie alla sua esperienza lavorativa, riesce a dare il massimo, denotando un talento particolare nel descrivere azioni movimentate e veloci con grande realismo.

Un’idea molto gradevole e simpatica è quella di presentare, al termine di ogni capitolo, la ricetta di uno dei piatti assaggiati dai personaggi nelle pagine precedenti. In totale quarantuno ricette provenienti da tutto il mondo, spiegate in maniera semplice e chiara, come se fossero appunti copiati dai personaggi da un libro di cucina.

Nome in codice: Diva è senza dubbio un libro da leggere per gli amanti dei thriller, una storia di spie e agenti segreti intensa e cinematografica, senza cali di tensione, con una scrittura diretta e semplice. 

Voto: 


Jason Matthews
è stato per oltre trent’anni un agente della CIA, ha coordinato operazioni di intelligence per la sicurezza nazionale e ha prestato servizio in varie parti del mondo, reclutando spie nell’Europa dell’Est, in Medio ed Estremo Oriente. Ha gestito operazioni di controspionaggio negli stati-canaglia volte a sabotare progetti di armamento di distruzione di massa e preso parte ad azioni internazionali di antiterrorismo. Vive nel Sud della California. Questo è il suo primo romanzo.




sabato 30 marzo 2013

Recensione: A casa del diavolo di Romano De Marco


A casa del diavolo - Romano De Marco

Giulio Terenzi è un trentenne ambizioso e un impenitente seduttore: ma proprio quando ogni cosa sembra andare per il meglio, la sua promettente carriera di bancario viene stroncata dall'improvviso trasferimento a Castrognano, un borgo sperduto tra i monti dell'Abruzzo dove si ritrova a gestire, da solo, la piccola filiale della banca per cui lavora. L'impatto con il paese si presenta a dir poco scoraggiante. Il vecchio direttore della filiale, Rinaldi, muore in un misterioso incidente stradale subito dopo aver passato le consegne al giovane collega; esaminando i depositi e i conti correnti, Terenzi nota poi delle gravi anomalie che fanno pensare a una truffa architettata ai danni della baronessa De Santis, una ricchissima ottuagenaria che vive nel palazzo situato di fronte alla banca. Col passare del tempo, gli eventi misteriosi si moltiplicano: strani simboli appaiono all'ingresso di abitazioni i cui proprietari sono scomparsi nel nulla; un bambino inizia a seguirlo come un'ombra, mostrandogli disegni che rappresentano allucinate scene di morte; si vocifera di strani rituali celebrati nei boschi, cui Terenzi non può e non vuole dar credito...




Voto: 

A casa del Diavolo è il thriller che inaugura la collana Nero Italiano di Time Crime (Fanucci). Il protagonista, Giulio Terenzi, risponde alla tipica definizione dell'anti-eroe: è un seduttore ma non si innamora, ed è poco interessato agli altri se non nella misura in cui può ricavarci qualcosa per sé stesso. In seguito a una delle sue avventure amorose con una collega, stroncata senza alcun riguardo per i sentimenti di lei, al giovane, come punizione, viene affidata la direzione della banca di Castrognano, un piccolo paesino all'apparenza inutile e noioso, ma che come nei classici film horror si rivela in realtà un luogo a dir poco infernale.Un po' per gioco, un po' per noia, Terenzi si trova ad indagare sulla morte del suo predecessore lì a Castrognano, il direttore Rinaldi, e sui conti della baronessa De Santis, l'unica cliente ricca della banca del posto, i cui soldi sono gestiti dal figlio in un modo piuttosto inusuale. Le indagini del giovane non arrivano che a sfiorare la soluzione del mistero di Castrognano, quando gli eventi gli precipitano addosso e Terenzi si trova a dover lottare per la sua stessa vita.A casa del Diavolo non appartiene certo all'alta letteratura, ma è comunque una lettura abbastanza piacevole. Lo stile di De Marco è accattivante, fluido, anche se piuttosto semplice, ma questo dipende probabilmente dal tentativo - riuscito - di rendere bene il carattere del protagonista, Terenzi, che racconta in prima persona con toni menefreghisti e lamentosi. 

La prima parte del libro non mi è piaciuta molto, in parte perché Terenzi è un personaggio che sa essere davvero antipatico, in parte perché è abbastanza blanda per un thriller. Ci troviamo davanti alle scene di vita quotidiana del protagonista, e alle sue continue lamentele su quanto è noioso Castrognano, su quanto sono vecchi i suoi abitanti, su quanto è stato antipatico il suo capo a mandarlo lì, e via dicendo, in un vittimismo senza fine. 
La seconda parte è migliore: De Marco scatena l'azione e la sostiene abbastanza bene, riuscendo a destare l'attenzione del lettore e a tenerla viva fino alla fine. Purtroppo, quando ci si ferma a pensare a quello che si è letto, ci si rende conto del miscuglio senza logica che l'autore è stato in grado di creare. Ci sono i satanisti, ci sono le orge notturne nei boschi, ci sono pericolosi e altrettanto attempati assassini, ladri poco brillanti e il classico bambino autistico che per dare un senso di mistero va sempre bene. Naturalmente c'è la dama in difficoltà, per cui Terenzi andrà incomprensibilmente contro il suo stesso carattere, arrivando a rischiare la vita pur di salvarla, un gesto che ha dell'incredibile per un simile personaggio. Solitamente nei libri le varie disavventure fanno maturare il protagonista, ma così non è per Terenzi, che continua a pensare sempre le stesse cose, cioè che le donne esistono per soddisfare la sua vanità e che la sua vita è più importante di qualsiasi altra cosa al mondo, eppure rischia tutto per salvare Assunta, fra l'altro, lanciandosi nella mischia a casaccio. Lui non sa dove sia la donna, né tanto meno se sia realmente in pericolo, ma pensa bene di piombare, da solo, nel quartier generale dei satinisti per cercarla. Una mossa davvero stupida e insensata, come del resto scoprirà Terenzi, a sue spese.

Altra cosa che proprio non mi è chiara è il motivo per cui De Marco abbia aggiunto i satanisti. Non ho compreso il nesso logico con il brillante piano per rapinare la baronessa, e dubito seriamente che esista. Probabilmente l'autore aveva solo bisogno di più carne da mettere al fuoco, ma il risultato è un minestrone di sceneggiature diverse tenute assieme in qualche modo con dello scotch, neanche troppo buono. La parte del gruppo di satanisti fila molto bene, ma quando si scopre da dove il tutto nasce - non ve lo rivelo per non anticiparvi nulla - si rimane perplessi.

Ma veniamo al modo di gestire le indagini di Terenzi, che, dopo pochi giorni dal suo insediamento nella banca di Castrognano, si ritrova con il pallino del detective e decide, senza l'ausilio di indizi, che l'incidente di Rinaldi è in realtà un omicidio e che il figlio della De Santis è un drogato che usa i soldi per loschi affari. Terenzi non ha davvero in mano nulla, se non una fervida immaginazione. Quando, infatti, chiama i colleghi alla banca centrale per far controllare i conti della De Santis, viene preso per un pazzo visionario. Gli indizi successivi si fanno più concreti ma piovono dal cielo, in veste di un bambino autistico con la passione per il disegno macabro e di uno dei satanisti poco furbo, che rivela fin troppi dettagli al nostro Terenzi. 
Un po' come se si fosse costituito, chissà perché. I colpi di scena non sono sempre riusciti, in particolare quello ripreso da Psycho, ma non con altrettanta maestria, sebbene siano comunque interessanti.

Come vi anticipavo, nonostante il miscuglio inspiegabile di più filoni del genere, il libro risulta piacevole, soprattutto grazie alla capacita di De Marco di descrivere le scene d'azione, che sono ben fatte. L'importante è non voler trovare una risposta logica a ciò che succede. Un po' come i classici film d'azione all'amaricana, godibili mentre si guardano, ma finita la visione non rimane proprio nulla.



sabato 14 maggio 2011

Anteprima Buio d'estate

Mons Kallentoft è uno scrittore svedese da 300.000 copie in patria, famoso per la sua serie di thriller incentrati sulla figura della detective Malin Fors. Esordisce in Italia grazie all'editore Nord con il suo primo romanzo, Sangue di mezz'inverno, e finalmente ritorna con un nuovo episodio: Buio d'estate sarà in libreria dal 19 marzo al prezzo di 18.60 euro (per 412 pagine).

Buio d'estate - Mons Kallentoft
Non ricorda nulla, Josefin. Camminava nel parco, poi è stata aggredita. Infine il buio. Quando guarda gli occhi di quella fragile quindicenne, violata nel corpo e nell’anima, Malin Fors vede gli occhi di sua figlia e sa di dover fare giustizia. Nel giro di pochi giorni, però, la situazione precipita: altre due adolescenti vengono aggredite e violentate. E, questa volta, Malin non può neppure guardarle negli occhi. Perché sono state uccise, i cadaveri abbandonati in riva al lago che costeggia Linköping, coperti soltanto di sabbia. Ma il caldo asfissiante che opprime la città sembra rallentare anche il corso delle indagini: prima i sospetti si appuntano su un gruppo di extracomunitari; poi, quando le analisi scientifiche certificano che il colpevole non può essere un uomo, gli investigatori si concentrano sulla comunità lesbica di Linköping. Scatenando così l’ira e l’indignazione dell’opinione pubblica, che non esita ad accusare la polizia di razzismo e d’intolleranza. Tuttavia Malin è l’unica a capire che, per fermare l’assassino, è necessario scavare in un passato oscuro e tormentato, lasciandosi guidare da quegli occhi: gli occhi delle vittime, ma anche dei colpevoli. Per ascoltare le loro storie, per vivere le loro paure, per conoscere le loro verità.

"Kallentoft è uno scrittore unico:
un giallo non può essere più bello di così."
Kristianstadsbladet


Mons Kallentoft 
è nato nel 1968 a Linköping. Da giovane non legge granché: preferisce giocare a calcio e a hockey. Poi, all’età di 14 anni, un infortunio gli impedisce di proseguire l’attività agonistica e gli fa scoprire la narrativa. Ma devono ancora passare vari anni, parecchi viaggi e un lavoro da pubblicitario prima che Mons decida di dedicarsi completamente alla scrittura. Il successo è immediato: osannato dalla critica, Sangue di mezz’inverno - il primo romanzo con protagonista Malin Fors - vende più di 300.000 copie in Svezia e, con la pubblicazione in altri 12 Paesi europei, diventa un caso editoriale internazionale. 

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