martedì 29 novembre 2016

Recensione: Ultime lettere da Montmartre di Qiu Miaojin


Ultime lettere da Montmartre, Qiu Miaojin
Calabuig
176 pagine, € 14.00


Qiu Miaojin (1969-1995) è stata una scrittrice taiwanese, sconosciuta ai più - guardare la desolazione della pagina italiana di Wikipedia per credere. Un oblio immeritato, senza dubbio, perché le informazioni che si possono trovare su di lei su internet ci danno l'idea di un'artista interessante e di talento. Oltre ai suoi studi di psicologia e femminismo, particolarmente importante è la sua attività letteraria: sotto forma di romanzi, racconti, poesie e memoir la Miaojin si inserisce nella narrativa queer, ormai assodata in Occidente, ma rara a Taiwan. Nel 1995, in circostanze misteriose, il suicidio a Parigi.

Al di là della Cina è difficile reperire opere di Qiu Miaojin, anche in lingua inglese. Per quanto riguarda l'Italia, invece, la casa editrice Jaca Book, nella collana Calabuig, ha recentemente pubblicato Ultime lettere da Montmartre, che come suggerisce il titolo è il suo ultimo libro. È quest'opera che oggi ci accingeremo a recensire; ma non sarà un compito semplice, e non solo per la sua frammentarietà. Purtroppo bisogna guardare in faccia la realtà e riconoscere che, a meno di non essere studiosi di letteratura cinese, un lettore italiano non possiede gli strumenti necessari per capire questo libro.

La lettura di Ultime lettere da Montmartre è estremamente difficoltosa e poco lineare. In primis per la varietà degli stili usati dall’autrice, come l'epistolario, il memoir, la poesia, alternati seguendo solo l’istinto e la creatività. La narrazione, se così possiamo chiamarla, si concentra su un periodo particolarmente difficile per la Miaojin, tra delusioni amorose e turbinii emozionali difficili da decifrare, anche per lei stessa. Facile quindi immaginare lo spaesamento del lettore italiano che, ricordiamolo, la incontra per la prima volta in assoluto in queste pagine.

A questi problemi strutturali - che però, a ben guardare, conferiscono anche fascino all’opera, e rendono l’idea del talento dell’autrice - si aggiunge l’edizione, che non fornisce nessun aiuto al lettore. A parte il testo, infatti, non ci sono contenuti aggiuntivi. Non esistono né prefazione né postfazione, la biografia dell’autrice si limita a una manciata di righe. Le uniche informazioni disponibili si trovano sul sito di Calabuig (perlopiù articoli e recensioni); rimane comunque il fatto che l’edizione cartacea è priva di materiali critici. Un dettaglio non di poco conto per un editore che ha l’ambizioso obiettivo di portare in Italia un’autrice sconosciuta. La traduzione del libro - fluida, e supportata ottimamente dall'editing - è firmata da una professoressa universitaria di Lingua e letteratura cinese, Silvia Pozzi; si sarebbero potute usare le sue competenze anche per presentare l'opera al lettore. Purtroppo così non è stato. Anche la scelta editoriale di presentare un'opera autobiografica al mercato italiano rende perplessi: forse avrebbe reso meglio il romanzo Notes of a Crocodile, l’unico ad essere stato anche tradotto in inglese.

Spiace firmare una recensione estremamente vaga, senza neanche un voto finale per aiutare chi legge a valutare l’acquisto, tuttavia Ultime lettere da Montmartre, così com’è nella sua edizione italiana, è difficile da comprendere appieno. Spiace anche essere duri con una casa editrice che ha nella sua mission l’ecletticità e l’ambiziosità: doti sempre positive, sopratutto in un mercato asfittico come quello nostrano, ma che devono essere supportate anche dal pragmatismo. Pubblicare un’opera epistolare senza un degno apparato critico, e quindi senza dare al lettore gli strumenti necessari per goderla, è una scelta non priva di conseguenze. Speriamo, tuttavia, che la storia di Qiu Miaojin in Italia prosegua, perché è una scrittrice che merita più notorietà.



Recensione: Buck e il terremoto, a cura di Serena Bianca De Matteis

Buck e il terremoto, Serena Bianca De Matteis (a cura di)
Self-publishing (CreateSpace Indipendent Publisher)
116 pagine, 2,99€ ebook - 8,50€ cartaceo
Da un’idea di Serena Bianca De Matteis, il 26 agosto 2016  nasce Buck e il terremoto, un progetto sviluppato da un collettivo di autori provenienti dalle più svariate parti d’Italia: diciotto racconti collegati dalle tematiche del terremoto e del rapporto tra uomo e natura.

Gli autori hanno avuto la possibilità di osservare entrambe le facce della natura: quella benigna, tratteggiata dalla relazione tra umani e animali che offrono loro fiducia e soccorso; ma anche quella meno cortese, che riversa tutta la sua potenza nella distruzione di case e nello spezzamento di vite, nonostante l’ideatrice della raccolta abbia sottolineato che il progetto era votato alla redazione di testi che dovevano trasmettere il messaggio della speranza. Sebbene alcuni racconti mostrino contenuti crudi e mettano in scena difficoltà che lasciano avvertire tutta la loro gravità, in effetti si riesce a trovare quella speranza e quella forza di continuare a lottare contro le avversità.

I racconti non sono molto lunghi, la lettura è scorrevole e la prosa gradevole tanto che, potremmo dire, si riescono a divorare in poco tempo. È una lettura leggera che con la sua semplicità riesce a far riflettere su temi importanti e a emozionare. Anche alla luce dell’obiettivo che il collettivo si è posto, l’importanza che riveste questo lavoro balza subito all’attenzione dei lettori. Gli autori e lo staff che ha curato l’edizione del libro sono l’emblematica dimostrazione di come anche la scrittura, generalmente ritenuta un’attività solitaria e - in qualche modo - alienante rispetto al resto del mondo, possa invece risultare una forza ulteriore messa a servizio della collettività bisognosa di aiuto. La somma ricavata dalla vendita di questa antologia – pubblicata sia in formato cartaceo che elettronico – sarà devoluta interamente alla Croce Rossa Italiana a sostegno delle vittime del terremoto che ha colpito il Centro Italia nel 2016.

La bellezza del messaggio solidale che gli autori vogliono inviare non si manifesta solo nelle intenzioni, ma anche nel corso dei racconti dove protagonisti, umani o animali, cercano di aiutarsi vicendevolmente, incuranti della diversità di specie che li separa. Ce lo insegna persino Sonia Anzani, co-autrice decenne integrata perfettamente nella rosa di autori, che riesce a tenere testa anche a quelli più grandi e allenati di lei esprimendo un messaggio di solidarietà con l’avventura di Balù e del salvataggio dell’ “amico uomo” [Buck e il terremoto, p. 74].


La raccolta di racconti non ha l’ambizione di annoverarsi tra le grandi letture, ma nel suo piccolo riesce a ricordare con forza che tutti possiamo dare una mano, o una zampa - come ci insegnano gli autori di quest’antologia -, per rendere migliore il mondo e per stringerci in quella “social catena” [La ginestra] tanto auspicata da Leopardi. 


A cura di Tonino Mangano

lunedì 14 novembre 2016

Recensione: Eccomi di Jonathan Safran Foer


Eccomi, Jonathan Sagran Foer
Guanda
666 pagine, 22 euro
Eccomi, disse Abramo quando Dio lo chiamò.
Eccomi, ripeté sul monte Moria, pronto a sacrificare a quel Dio suo figlio.
Eccomi, sembra cercare di dire Jacob Bloch nella sua vita, senza mai riuscirci completamente.

Uscito a fine agosto per Guanda, il quarto libro di Jonathan Safran Foer sembra essere un inno all'incapacità di tenere le redini di un'esistenza, un catalogo degli eventi senza apparente causa-effetto che formano la vita.
Al centro della narrazione, quattro generazione della famiglia Bloch: il patriarca Isaac, ormai considerato troppo vecchio per vivere da solo; Irv, primo della dinastia Bloch a sentirsi a tutti gli effetti un ebreo americano; Jacob e Julia, vero motore della narrazione; i figli Sam, Max, Benji, ma anche il cane Argo. A smuovere gli eventi e le vite di questi attori inconsapevoli, un Bar Mitzvah che rischia di saltare, un cellulare pieno di messaggi erotici, l'arrivo dei parenti da Israele, una gita scolastica, la vecchiaia come rinuncia dell'indipendenza, la morte virtuale di un avatar, notti allo zoo e una distopica distruzione a opera di un terremoto devastante dello stato di Israele.
Del resto, come scritto da Matteo Persivale su La Lettura del 25 Settembre, “per Foer anche l'Apocalisse sarebbe il contorno del piatto di portata”.

Eccomi è un romanzo corposo, non solo per le sue 665 pagine, ma anche per l'intento di Safran Foer di farci stare dentro tutto (la vita, l'universo e tutto quanto, direbbe Douglas Adams): ogni esperienza, ogni aspetto della vita matrimoniale e delle dinamiche familiari di un ebreo americano alle prese con le vicende ebree americane degli anni '10 del ventunesimo secolo. Le voci si intrecciano: Julia, amareggiata e stressata da una famiglia che non riesce a donarle quello di cui ha veramente bisogno; Jacob e il suo desiderio di fuggire, senza mai averne davvero il coraggio; Sam, il primo amore, diventare adulti e tornare alla realtà; Max, dieci anni e una dialettica presocratica, un personaggio irreale eppure quello che più sembra essere la colonna portante di questa famiglia che poggia su fondamenta di silenzio e idiosincrasie.
Eccomi è anche un romanzo profondamente ebreo, con il suo bel glossario in appendice e quei ragionamenti che ogni lettore identifica con la letteratura ebraico-americana. C'è il senso di appartenenza a una nazione lontana, ci sono le riflessioni sull'antico testamento, c'è quel sentimento di vergogna riservata che si ritrova in Safran Foer, Roth, Bellow.

Ci sono un sacco di cose, in Eccomi, credo di essere riuscita a far passare il messaggio, forse troppe. Gli eventi, la vita quotidiana, il massiccio uso di prolessi e analessi, tutto concorre a creare una narrazione che vorrebbe essere un luculliano pasto a dodici portate, ma finisce per somigliare a una ciotola di cereali con mandorle, uvetta, fiocchi d'avena e gocce di cioccolato da ricercare scandagliando col cucchiaio i fondali lattei. Non c'è niente che non va, in questo romanzo – del resto mandorle, uvetta e gocce di cioccolato sono buone -, ma la lettura procede affaticata dalla vastità dell'universo che si dispiega davanti agli occhi del lettore, distraendolo dalla bellezza stessa della scrittura di Safran Foer.
Nonostante Eccomi sia un romanzo strutturalmente complesso e non omogeneo, il capitolo finale raggiunge con una stretta decisa l'essenza del romanzo, la presenza come prova di amore, collegando i cavi sfilacciati dei temi seminati tra le pagine e salvando un romanzo per molti versi non proprio riuscito.

Eccomi è un romanzo che debitamente sfrondato avrebbe rappresentato il punto punto più alto della carriera di Safran Foer, che purtroppo però sembra essersi dimenticato di quella regoletta da scrittori che recita kill your darlings. Del resto, come avrebbe detto Max, il fratello di Sam, tre anni dopo nel suo discorso per il Bar Mitzvah: “Alla fine riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare” e Jonathan Safran Foer, in questo romanzo che non è autobiografico, ma potrebbe anche esserlo, si è rifiutato di lasciare andare anche solo un piccolo pezzo.

Recensione a cura di Angela Bernardoni

lunedì 7 novembre 2016

Video: Sono tornata! Novità e libri




Libri nominati:

Scomparsa di Joyce Carol Oates: 3:43
Mentre morivo di Faulkner: 5:34
La scopa del sistema di D.F. Wallace: 10:40
Tempo senza scelte di Paolo di Paolo: 13.23
Schiavi di un dio minore di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini: 14:20
Le ragazze di Emma Cline: 16:23
Da una storia vera di Delphine De Vigan: 18:30
Quando amavamo Hemingway di Naomi Wood: 20:21
La spia del mare di Virginia De Winter: 23:50

Ciao a tutti! Finalmente vi aggiorno sulle ultime novità e sui libri letti. Se volete, potete sentirmi blaterare di libri anche sulla mia pagina facebook:

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E sull'account Instagram:

https://www.instagram.com/malitiainwonderland/

Potete leggere le recensioni che ho nominato a questi link:

Le ragazze di Emma Cline: https://www.goo.gl/WDTCh6

La spia del mare di Virginia De Winter: https://www.goo.gl/lDRIwC

Quando amavamo Hemingway di Naomi Wood: https://www.goo.gl/lqic9n

Se volete, di questo libro si può acquistare anche la copia autografata qui: https://goo.gl/QayGVF

Le recensioni di Tempo senza scelte (con intervista), Scomparsa e Schiavi di un dio minore devono ancora essere pubblicate

mercoledì 2 novembre 2016

Recensione: Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axelsson

Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson
Iperborea
562 pagine, € 19,50
Dagli anni ’60 in poi sono stati pubblicati numerosi memoriali che raccontano le drammatiche Io non mi chiamo Miriam va oltre questo standard ed esplora zone d’ombra spesso dimenticate: ci presenta uno spaccato preciso e completo di quella che era la situazione dei rom, perseguitati dal regime e in seguito condannati alla camera a gas nella cosiddetta “notte degli zingari”, tra il 2 e il 3 agosto del 1944. Nonostante il romanzo sia pura creazione letteraria e non si basi su una storia vera, stupisce per la semplicità e la profondità con cui vengono affrontati alcuni tra i fatti più drammatici e cruenti della storia dell’uomo: per ricreare la vita nel lager, l’autrice Majgull Axelsson ha effettuato ricerche minuziose su documenti dell’epoca, si è servita di fonti rom e ha viaggiato personalmente nei luoghi dell’Olocausto. Tra gli eventi storici realmente accaduti, citiamo la rivolta degli zingari ai sorveglianti nazisti, avvenuta nel campo di sterminio di Auschwitz nel maggio del 1944.
vicende degli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti.

Io non mi chiamo Miriam è molto più di un semplice racconto: può essere considerato anche un romanzo di formazione e di ricerca dell’io; pagina dopo pagina vediamo la protagonista cambiare identità e assumere in definitiva una personalità frammentata, costantemente divisa tra un passato quasi dimenticato e un presente ottenuto con le unghie e coi denti. L’autrice si è documentata sui problemi comuni dei prigionieri e reduci dei lager, colpiti molto spesso da stress post traumatico: a volte, quando è troppo doloroso, si preferisce non pensare al ricordo in questione, addirittura arrivando a cancellarlo.

La trama si dipana attraverso gli occhi di Malika, una ragazzina rom deportata ad Auschwitz insieme al fratellino e alla cugina; durante il successivo trasferimento a Ravensbrück, la giovane cambia il proprio vestito logoro con quello di Miriam, una coetanea ebrea morta durante il viaggio. Per un evento del tutto fortuito la ragazza ottiene una nuova identità e porta avanti il ruolo che il caso le ha affidato: Malika/Miriam non è più né rom né ebrea, solo se stessa. Sente di aver abbandonato il suo popolo, ma è stato l’unico modo per sopravvivere: negli anni cerca con scarsi risultati di vincere il senso di colpa e perdonarsi per quello che percepisce come un profondo tradimento nei confronti della sua gente.

La struttura del romanzo è ampia e complessa e ripercorre quasi tutta la vita della protagonista: molti sono i punti toccanti e intensi che lasciano il lettore ferito e profondamente coinvolto. Tranne alcuni veloci e sporadici riferimenti in prima persona, dedicati alle parti più drammatiche, il romanzo è narrato in terza persona, dal punto di vista di Miriam. La giovane cresce all’interno del campo, fa lì le sue prime esperienze, tocca con mano il dolore fisico e soprattutto quello psicologico: da qui nasce la semplicità e la purezza del suo racconto e, grazie alla capacità dell’autrice di calarsi nei panni della ragazzina, il lettore rimane ancora più colpito e rapito. La maggior parte del volume è dedicata ai ricordi del campo di sterminio, i flashback sono molto presenti e continui: il passaggio dalla Svezia del dopoguerra alle cupe baracche di Ravensbrück è sfumato e onirico e rispecchia la frammentazione della personalità di Miriam. I salti temporali si fanno via via più profondi e significativi, accompagnati da alcune pause nella narrazione, fino ad arrivare alla rivelazione definitiva: la mattina del suo ottantacinquesimo compleanno, ormai anziana e circondata da tutti i suoi affetti, la protagonista svela alla nipote la sua vera identità, complice anche un braccialetto di artigianato zingaro ricevuto come regalo.

I personaggi sono credibili e ben realizzati, grazie a una fine introspezione psicologica e a una precisa ricostruzione caratteriale. La protagonista risulta spaccata e frammentata, divisa tra la piccola Malika, una ragazzina rom cresciuta prima dalle suore e poi in un campo di sterminio, e Miriam, l’ebrea di cui si conosce solo il nome e il numero di matricola; entrambe non sanno come sia realmente la vita fuori dal lager e non sanno come si possa sopravvivere alla libertà stessa. Malika ha perso la madre quando era molto piccola e ha dovuto sempre badare al fratellino Didi, per questo non ha potuto vivere un’infanzia serena, è cresciuta troppo in fretta. Nel dopoguerra crede che la Svezia sia il paese ideale; scopre invece quasi subito che i rom sono perseguitati anche in quello splendido paradiso e decide di diventare qualcuno che non esiste, vivendo nella paura che si scoprano le sue origini. Nel campo le prigioniere ebree erano costantemente vessate dalle sorveglianti, ma i rom erano temuti e tormentati un po’ da tutti, anche dai loro stessi compagni di sventura: per questo la vita di Miriam diventa una menzogna continua, non crede di poter pretendere nulla. Un altro personaggio veramente ben riuscito è Else, una donna determinata e al contempo dolce che decide di prendersi cura della ragazzina, avendo lasciato la figlia in Norvegia: Else diventa per la giovane un’amica e una sorta di figura materna ed è anche grazie a lei se Miriam trova la forza per sopravvivere all’inferno del lager. Il loro rapporto è forte e saldo ed è uno dei più profondi e toccanti di tutto il volume. Nel campo di sterminio si ricreano vere e proprie famiglie e piccoli microcosmi proprio come in una normale comunità.

Tra i personaggi che incontriamo ad Auschwitz e a Ravensbrück e quelli del dopoguerra abbiamo un certo divario: i primi sono impegnati a resistere, risaltano stoici e coraggiosi nella lotta per la sopravvivenza, caratterizzati da problemi reali e potenzialmente mortali; i secondi invece sono rapiti dalle loro vite, spesso anche inutili, distratti da matrimoni sbagliati, decisioni affrettate e lavori stressanti. Sono in tutto e per tutto uomini e donne della nostra epoca che ci fanno ricordare con le loro condotte assurde l’inutilità di alcuni atteggiamenti di fronte a difficoltà più immediate e importanti. Tra tutti spicca Thomas, il figlio adottivo di Miriam, un uomo insicuro e debole che ha cercato in ogni modo di farsi accettare e amare da un padre assente. Oppure la nipote Camilla, alle prese con un bambino, un ex fidanzato e gli studi di medicina da terminare: la ragazza rappresenta il mondo giovane che si sente in colpa e vorrebbe in un certo senso chiedere scusa alla nonna per le persecuzioni e tutto quello che le è stato portato via. Tra i personaggi sono presenti anche alcuni uomini e donne realmente esistiti: incontriamo Dorothea Binz, una sorvegliante particolarmente violenta, e il tristemente noto dottor Mengele che Miriam conosce da vicino e che annovera tra le sue piccole cavie da esperimento anche Didi, il fratellino della ragazza.

Lo stile è realistico e crudo, vario e complesso; alterna momenti di pura narrazione a ricordi in terza persona, brevi e fugaci ma potenti e metaforici. All’interno del lager quei pochi oggetti e cibi che le prigioniere riescono a tenere ottengono una grande importanza: abbiamo descrizioni fortemente oggettive e altre più personali, macchiate dell’emotività della protagonista. Majgull Axelsson dimostra di avere una notevole capacità di raccontare le immagini della mente, situazioni e paesaggi colorati dai sentimenti, sia positivi che negativi.

I dialoghi sono verosimili e pressanti, profondi e ricchi di pathos. Potremmo dire che esistono due diverse protagoniste: Miriam e Malika sentono, parlano e soffrono in modo diverso. La ragazzina rom è più vera e diretta nell’esternare i propri pensieri, mentre la sua controparte ebrea risulta più pacata, tranquilla e in un certo senso irreale e impostata: è affascinante vedere l’alternarsi tra Malika e Miriam, con la coscienza rom che ogni tanto torna fiera in superficie. Sul finale il passato, il presente e le due diverse identità si uniscono in una donna più consapevole che ha ormai trovato la pace e anche un certo equilibrio.

In definitiva Io non mi chiamo Miriam è un romanzo semplice e profondo in cui nulla è lasciato al caso e va per questo valutato da più punti di vista: non appartiene solo alla cosiddetta letteratura dell’Olocausto e non è per questo una classica testimonianza del campo di sterminio. Può essere considerato anche come uno spaccato della società del dopoguerra, di quello che trapelava al tramontare del nazismo e soprattutto della situazione delle donne. Tra le sue tematiche annovera problematiche attuali come la ricerca dell’identità culturale e personale, il razzismo e le persecuzioni che non hanno mai fine. Nonostante la nostra società si ponga come profondamente solidale e rispettosa di tutte le etnie, la protagonista è stata costretta a subire violenze anche al di fuori del lager. Io non mi chiamo Miriam porta alla riflessione, solleva nuove domande nei lettori e fa inoltre luce sullo sterminio dei Rom avvenuto nel periodo nazista, un dramma passato troppo spesso in sordina e a volte dato per scontato. Majgull Axelsson riesce infine a rappresentare con forza e verità tutto quello che è disposto a fare un uomo pur di essere accettato dalla società: proprio per questo Miriam mantiene il suo segreto e vive nella menzogna e nella paura per circa settant’anni, spinta da un desiderio spesso più forte di qualsiasi altra cosa.

Voto: 


lunedì 31 ottobre 2016

Recensione: Trigger Warning di Neil Gaiman

Trigger Warning, Neil Gaiman
Mondadori
307 pagine, 19,90 euro
C’è una notevole varietà di storie in questa antologia di ventiquattro racconti (in parte inediti, in parte Trigger Warning non è altro che l’avviso che il contenuto di un libro, di un racconto, di un telefilm, di un film potrebbe scatenare effetti sgradevoli su persone particolarmente sensibili.
pubblicati singolarmente in altre raccolte) a firma di Neil Gaiman, sia per quanto riguarda i generi, sia per quanto riguarda la lunghezza. La scelta di inserire delle poesie, abbastanza inconsueta per una pubblicazione di questo tipo, si rivela una scelta di grande effetto, e anche l’introduzione, dove l’autore spiega il significato dell’espressione che ha dato titolo alla raccolta, risulta particolarmente interessante:
Gaiman afferma che tutte le storie dovrebbero portare questa dicitura, perché in grado di condurre a luoghi dove non si pensava di andare, minare le nostre certezze, riportare a un passato dal quale si stava fuggendo o mostrare proprio ciò di cui si ha più paura.

Il lettore viene inoltre avvisato che questo libro non contiene racconti omogenei, e che quasi ognuno di essi non finisce bene per almeno uno dei personaggi. Viene poi spiegata con dovizia di particolari la genesi che ha dato vita ai ventiquattro brani. È lasciata comunque al singolo lettore la facoltà di scegliere se gustarsi semplicemente la lettura dell’antologia, oppure se affiancarla ai commenti scritti dall’autore.

Le storie di Gaiman coprono qualunque ramo del fantastico, dalle storie di fantasmi alla fantascienza, da Doctor Who a Sherlock Holmes, dallo Shadow di American Gods alla Bella Addormentata, passando per poemi, streghe e poesie.
Il suo stile di scrittura è, come al solito, molto pulito e decisamente efficace. I racconti sono sempre ben strutturati, in molti casi inquietanti. Lo stile di Gaiman è sempre riconoscibile, a tratti onirico, malinconico e drammatico laddove necessario, ironico all’occorrenza, talora capace di stupire con dei finali a effetto.

Chi ha apprezzato American Gods, romanzo che è valso allo scrittore numerosi premi letterari, sarà lieto di leggere il racconto Cane Nero, ambientato nel medesimo universo narrativo, con protagonista Shadow Moon. La sensazione di déjà vu non finisce qui: l'antologia contiene infatti anche Le Niente in Punto, in cui il protagonista è nondimeno che il celebre Doctor Who dell’omonima serie TV, di cui lo stesso Gaiman ha sceneggiato alcuni episodi (in questo racconto c’è però una piccola stonatura: la nota cabina del telefono blu, macchina del tempo nonché astronave del Dottore, viene tradotta come la Tardis, anziché il Tardis come in tutte le versioni televisive italiane). Come se non bastasse, ritroviamo un perfetto Sherlock Holmes nel racconto Il Caso della Morte e del Miele, che ci metterà di fronte ai fatti che precedono e seguono la morte di Mycroft, fratello maggiore del noto detective.
Particolarmente riuscito anche il racconto Arancione, una sorta di esercizio di stile in cui la storia si deve estrapolare dalle risposte date da una ragazza a un interrogatorio, di cui è riportata la mera trascrizione.
In Click-Clack Sacchetto sbatacchiante troviamo la conferma che le storie per bambini possono essere le più paurose. Soprattutto quando a raccontarle è un bambino.

In conclusione: l’antologia di racconti Trigger Warning, la terza firmata da Neil Gaiman, si pone nel solco già tracciato dall’autore, che conferma di riuscire a lavorare abilmente con il genere fantastico in modo semplice e naturale, riuscendo ad affrontare molteplici tematiche e diversi punti di vista. È poi la capacità di reinventarsi in ogni racconto che rende difficile al lettore allontanare gli occhi dalle pagine del libro.

Voto: 


giovedì 27 ottobre 2016

"Lo schiavista" ha vinto il Man Booker Prize 2016. Le motivazioni del premio

Lo schiavista di Paul Beatty (nda, The Sellout in originale, in italiano edito Fazi e tradotto da Silvia uno dei premi più prestigiosi per la letteratura in lingua inglese dal 1969.
Castoldi) ha vinto il Man Booker Prize 2016,
«Un romanzo dei nostri tempi» lo ha definito la storica Amanda Foreman, a capo della giuria. Si tratta forse di un libro troppo difficile da digerire, ma, ha sottolineato, la fiction non deve essere un genere di conforto.
«È per questo che il romanzo funziona. Mentre sei fermo lì, incapace di muoverti, sei stato solleticato: è un atto estremo che sprigiona verve, energia e fiducia. Non ci si arrende, né si contrasta. Questa è la scrittura di qualcuno che gioca al di sopra degli schemi (…). The Sellout è uno di quei libri molto rari: è in grado di prendere la satira, una materia difficile e non sempre fatta bene, e immergerla nel cuore della società americana contemporanea con uno spirito selvaggio che non ritrovavo dai tempi di Swift o Twain. Riesce a sviscerare ogni tabù sociale o sfumatura di politicamente corretto, ogni dogma. Pur facendo ridere, ci fa provare imbarazzo. È divertente e doloroso allo stesso tempo».

Paul Beatty ha ritirato il premio, consistente in cinquantamila sterline e una copia in rilegatura speciale del proprio romanzo, visibilmente commosso, e ha sostenuto con orgoglio che «la scrittura mi ha dato una vita». È il primo americano a vincere il Man Booker Prize, battendo altri cinque autori finalisti (Madeleine Thien con Do Not Say We Have Nothing; Deborah Levy con Hot Milk; Graeme Macrae Burnet con His Bloody Project; Ottessa Moshfegh con Eileen e David Szalay con All That Man Is) con il racconto del tentativo di reintrodurre la schiavitù nella moderna Los Angeles.
Il premio sembra aver cominciato a respirare un'aria diversa da due anni a questa parte, con l'estensione della possibilità di partecipazione agli autori di tutte le nazionalità (purché il loro testo sia stato pubblicato originariamente in lingua inglese e nel Regno Unito) per la polemica lanciata proprio dalla critica USA al suo vincolo di territorialità (prima del 2014, potevano parteciparvi solo gli autori del Regno Unito, del Commonwealth, della Repubblica d'Irlanda e dello Zimbabwe).

Piccola curiosità: a vincere per il secondo anno consecutivo è un romanzo edito dalla casa editrice indipendente Oneworld, come a voler dimostrare l'apprezzamento della giuria per un mondo alternativo ai grandi gruppi editoriali che negli ultimi anni, nonostante la forte crisi registrata anche oltre Manica, hanno saputo donare ai lettori testi di qualità e degni del riconoscimento e della visibilità che la vittoria del premio gli ha regalato.

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