giovedì 11 agosto 2016

Diario delle letture estive: cinque libri che ho letto in spiaggia



Sono siciliana, ma per anni sono fuggita dal mare, dal caldo e dal sole. Quelle sporadiche volte che mi concedevo un paio di ore in spiaggia le trascorrevo sotto l'ombrellone, con le cuffiette alle orecchie (sempre, incessantemente, Lana Del Rey, senza variazioni) e il desiderio di isolarmi dal mondo. Il mio colorito è rimasto diafano, ma di quelle estati conservo sensazioni che solo la cornice del mare e l'aria salmastra avrebbero saputo imprimere. Ci sono libri che, da soli, costituiscono un'esperienza indimenticabile. E ce ne sono altri che acquisiscono più forza in determinati luoghi e momenti. Così, la lettura da spiaggia ha per me un valore molto più simbolico di quello che gli viene normalmente riconosciuto, perché rappresenta un momento di raccoglimento, oltre che di assoluto relax – una comunione con me stessa, il libro e la natura, in un angolo di paradiso poco affollato e suggestivo, di solito silenzioso, che collima con il desiderio di fare pace col mondo.
La scelta quindi è in tono con il mio umore, libera e non condizionata dal blog o dal lavoro (privilegio), è letteraria ma anche di genere – i primi due libri di agosto 2016, per esempio, sono stati La casa per bambini speciali di Miss Peregrine e Shining di Stephen King – è cartacea e mai digitale.
Le dedico, insomma, un'attenzione particolare, e lei mi ricambia con grandi soddisfazioni: le parole assumono un altro sapore perché ho il tempo di rileggerle con attenzione, la musica fa loro da eco e, quando scelgo libri che hanno una vaga attinenza con l'estate, il paesaggio si fonde con le loro atmosfere.
Ho deciso di condividere con voi quelle che considero le letture più significative delle mie estati: giusto una manciata, appunto perché la lettura da spiaggia è rara e preziosa, anche se quest'anno, dopo il trasferimento a Milano, ho imparato ad approfittare della fortuna di essere nata in un'isola.

  • La lettura assolutamente più intensa che ricordo è quella de L'amante di Marguerite Duras, complice la voce ammaliante dell'autrice francese, l'argomento sensuale e l'elemento del memoir, nonché il sottofondo musicale: c'era qualcosa di doloroso nel modo in cui Young and beautiful riusciva a enfatizzare le scene d'amore. Credo sia uno di quei romanzi che non avrei saputo apprezzare se non lo avessi letto al mare, per la prosa troppo paratattica e per i tempi di lettura che richiede, più lenti, scanditi, intimi.


  • Non molto diversa è stata l'esperienza con Tenera è la notte di Fitzgerald, soprattutto nella prima parte ambientata sulla Costa Azzurra, dove un gruppo di ricchi americani trascorre le vacanze. Difficilmente potrei dimenticare la descrizione della protagonista, Rosemary, il cui corpo «aleggiava delicatamente sull'estremo limite della fanciullezza: aveva diciotto anni, quasi compiuti, ma era ancora coperta di rugiada».


  • Peter Cameron ha uno stile leggero, impalpabile, ma di grande impatto. Ti rimane fastidiosamente appiccicato addosso anche quando sembra discuta del tempo – a volte lo fa – e così, pensando ai suoi romanzi, tornano in mente immagini precise, nitide, pescate da chissà quale anfratto della memoria. Di Andorra, per esempio, potrei ancora oggi descrivere le case, le vie, gli angoli e la stanza circolare con vista mare presa in affitto dal protagonista, in un hotel a forma di torre. È un romanzo inquietante, ma che nella prima parte possiede una luminosità non comune, una forte presenza del colore bianco, una frizzantezza paragonabile alle sere d'estate.


  • Il caldo secco della California infesta invece uno dei più maestosi romanzi che abbia mai letto, Furore di Steinbeck. Non proprio da ombrellone, devo ammettere, neanche per i miei canoni. La poderosità di questo libro non sta tanto nella mole, piuttosto nella granitica coscienza collettiva che dà forma alla narrazione: il possente coro di voci, l'afa, la miseria asfittica di cui sono vittime i personaggi rendono Furore un romanzo accartocciato come una foglia riarsa dalla calura, di una bellezza arida e pura.


  • Infine: Donna Tartt, come Peter Cameron, è un'autrice perfetta per l'estate, nonostante Dio di illusioni sia ambientato in pieno inverno. Ma c'è un racconto denso, conturbante e psicologico, un piccolo mattone che si gode benissimo in spiaggia e fa dimenticare tutto il resto.



Cosa ne pensate di questa carrellata? Se volete seguire le mie letture estive, potete farlo sulla pagina facebook o sul profilo instagram, che sono costantemente aggiornati. Presto, invece, uscirà un nuovo video sul canale YouTube con la mia TBR estiva, sulla lunghezza d'onda di quella dello scorso anno. Stay tuned!


mercoledì 29 giugno 2016

L'editoria per ragazzi oggi. Intervista a Fiammetta Giorgi

A distanza di un anno dall'intervista a Beatrice Masini, torno a parlare di Young Adult con un'altra delle protagoniste di questo segmento, Fiammetta Giorgi, ex responsabile editoriale dei Libri Mondadori per Ragazzi e editor da un paio d'anni della narrativa Yong Adult di Giunti. Trovo interessante esplorare il punto di vista degli addetti ai lavori per fare un po' di luce su un settore sempre più imperante, ma che penso debba essere maggiormente responsabilizzato nei contenuti: Fiammetta Giorgi rappresenta un ottimo esempio dentro un sistema che spinge per la commercializzazione estrema (in senso negativo) e che poco bada all'età del pubblico se non in termini di trend e di vendibilità sul mercato. Abbiamo parlato dei criteri di selezione dei manoscritti da pubblicare, di libri già pubblicati, di lettori giovani e non: una piacevole full immersion che spero potrà esservi utile per analizzare tutti al meglio questo settore.

L'editoria per ragazzi vive da qualche anno un momento di forte espansione, e sembra essere, attualmente, l'unico settore a registrare segni positivi, sia per la produzione che per le vendite (fonte: Rapporto sullo stato dell'editoria in Italia 2015). Possiamo dire che gode, quindi, di ottima salute, o c'è qualcosa di perfettibile nell'industria per ragazzi italiana?

L’editoria per ragazzi dimostra grande vitalità non solo in Italia, ma in gran parte del mondo e ciò nonostante c’è ancora moltissimo da fare. Nel nostro paese, in particolare, per quanto si stiano registrando di recente segnali molto positivi, ci sarebbero enormi spazi di miglioramento. Rispetto ad altri paesi l’attenzione e le risorse dedicate alla promozione della lettura sono ancora molto scarse, sono rare le biblioteche scolastiche realmente funzionanti come pure gli spazi dedicati dai media alla letteratura contemporanea per ragazzi. È complicato perfino fare in modo che il corpo insegnanti possa agevolmente aggiornarsi sulle novità editoriali del settore, il che penalizza soprattutto alcuni libri di qualità meno immediati, che avrebbero bisogno di essere veicolati dal consiglio di chi li abbia letti e apprezzati.

Molti libri per bambini e ragazzi presentano tratti borderline, tanto da rendere obiettivamente difficile l'assegnazione di un target orientativo a beneficio delle librerie. In base a quali criteri viene stabilita la fascia d'età, specie nel confine tra ragazzi (11-13 anni) e Young Adult (14-18 anni)?

L’assegnazione di un target di lettura in base all’età è un criterio estremamente soggettivo, lo si indica in base a un insieme di fattori quali i temi trattati, l’età dei protagonisti, l’elaborazione stilistica del testo, ma all’unico scopo di agevolare la disposizione in libreria e la selezione da parte di chi prenderà in mano il libro. L’effettiva adeguatezza di un certo libro a un certo lettore dipende però da infiniti fattori: un lettore forte predilige spesso libri per un target di età superiore alla sua, ma lo stesso lettore a seconda dei momenti potrà preferire libri più impegnativi o più leggeri.

Ci sono libri che non vendono e che sono, però, necessari. Quando scatta la volontà di pubblicare, malgrado la consapevolezza che il ritorno economico sarà molto basso? Esiste davvero un conflitto tra il libro commerciale, di facile vendita, e il libro complesso, ma di qualità, che sarà difficilmente acquistato? E a Lei è mai capitato di dover sacrificare la qualità per un guadagno certo?

Il fascino dell’editoria è proprio nell’esistenza di infinite tipologie di libro che possono piacere a lettori diversi. Nessuno può mai avere la certezza assoluta di quale libro diverrà un bestseller ma senz’altro qualsiasi editor con una certa esperienza riesce a immaginare quale abbia maggiore possibilità di altri di catturare un pubblico più ampio e questo non sempre coincide con i proprio gusti personali, ma il nostro ruolo, che io onestamente trovo bello, è quello di individuare anche libri che piacciano ad altri. A volte mi è capitato di fare volentieri libri di più facile successo anche perché i ricavi economici che ne sarebbero derivati mi avrebbero permesso di pubblicare con maggiore tranquillità altri romanzi che amavo di più ma che avevano minori potenzialità commerciali. Un criterio che cerco sempre di seguire è quello di selezionare libri che mi farebbe piacere regalare a una persona cara: il che mi tiene lontana dai libri che mi appaiono brutti. Comunque finora ho avuto la fortuna di non dover mai rinunciare a priori ai libri che ho amato di più: nel mondo editoriale prima di pubblicare un libro bisogna affrontare una trattativa economica e non sempre si può vincere in caso di competizione con altri editori ma da questo punto di vista mi ritengo fortunata.

 Ho parlato l'anno scorso con Beatrice Masini della responsabilità che si assume l'editoria quando pubblica libri indirizzati a persone così giovani. Al giorno d'oggi, moltissimi Young Adult veicolano messaggi sbagliati, come quelli in cui le protagoniste vivono amori pericolosi con soggetti violenti e poco raccomandabili. Qual è la sua posizione a riguardo? L'editoria per ragazzi dovrebbe essere più attenta a queste problematiche?

La risposta a questa domanda discende in parte da quella appena precedente: usando come criterio quello di pubblicare libri che regalerei volentieri a persone care mi risulta difficile selezionare libri che trasmettano messaggi ambigui.

Moltissimi libri per ragazzi vengono letti da ultratrentenni, soprattutto quelli che non posseggono diversi livelli di lettura ma che sono stati, al contrario, specificatamente creati per un pubblico giovane e inesperto. Quale spiegazione ha dato, Lei, a questo fenomeno?

Anche per quanto riguarda i cosiddetti crossover, pensati per un pubblico ma capaci di conquistare anche altre fasce di età, il panorama è così variegato che è difficile dare una risposta univoca. Esistono alcuni romanzi molto commerciali e abbastanza superficiali che vengono acquistati anche da adulti per la loro capacità di intrattenimento, come facile svago, e ci sono romanzi di qualità che piacciono per la rapidità di trama o per l’efficace descrizione di protagonisti che vivono l’adolescenza, un’età piena di emozioni, possibilità di scelta, passioni di ogni genere, chiaroscuri che la rendono affascinante anche nel ricordo di lettori adulti.

In editoria è comune l'uso di incasellare il lettore dentro uno scomparto, al fine di tracciare un profilo-tipo che risponda alle aspettative di vendita. La realtà è, ovviamente, molto più complessa, specie quando si parla di un'età dinamica e iridescente come quella adolescenziale. A quale tipo di ragazzo pensa quando acquista un nuovo libro? E tiene conto anche della componente “adulta” che consuma YA?

Personalmente mi diverte cercare libri che piacciano a lettori diversi e nella collana di cui sono attualmente responsabile, la Waves di Giunti, amo mescolare sapori e generi diversi. Il primo ad aprirlo è stato Rebel. Il deserto in fiamme, un fantasy tra i più originali che mi siano capitati negli ultimi anni: uno stupefacente connubio tra Kill Bill di Quentin Tarantino e Le mille e una notte, con personaggi sexy, ironici, sopra le righe, e un’ambientazione in un deserto durissimo e affascinante popolato di creature magiche che ricordano la mitologia persiana o iraniana. Accanto a lui si sono però già schierati tra gli altri Hyperversum Next, un nuovo volume della saga di ambientazione medievale che ha reso celebre Cecilia Randall; Una presenza in quella casa di Paige McKenzie, un paranormal romance che si tinge di sfumature horror e gotiche; A Time for Dancing, un romanzo realistico molto intenso, ispirato a una storia vera e perfino Tutti i miei futuri sono con te di Marwan, un autentico fenomeno editoriale in Spagna: una poesia urbana del quotidiano, notturna, carnale, inquieta e ribelle, che ha avuto successo in quanto strumento di espressione giovane, rapidissimo eppure profondo, facilmente condivisibile in rete. Prediligo romanzi che offrano la possibilità di un’esperienza di lettura immersiva, che abbiano perciò trame capaci di catturare, ma anche personaggi credibili, a tutto tondo, caratteristiche che in genere permettono di attrarre sia ragazzi molto giovani che gli adulti.

È stata responsabile per nove anni della divisione ragazzi della Mondadori, credendo e insistendo molto su un prodotto come Shadowhunters. Si può dire che abbia toccato con mano la vitalità del fandom, lo stesso che adesso sta protestando a gran voce contro la traduzione errata dell'ultimo libro della saga, Signora della mezzanotte. Pro e contro di un seguito tanto fidelizzato?

La cosa che mi piace di più del pubblico dei romanzi per giovani adulti è la reattività. Appena un libro è pubblicato immediatamente arrivano commenti appassionati sulla trama, le copertine, le traduzioni... A volte possono essere anche negativi ma si ha sempre la sensazione di un rapporto molto vivo con i lettori. Le critiche più ardenti spesso segnalano il desiderio di entrare in contatto diretto con gli autori, quasi a dimostrare che quel romanzo che i lettori amano meritava di essere trattato meglio. Spesso nell’editoria si lavora con tempi troppo accelerati, in pochi a gestire una mole di lavoro ambiziosa e non fa mai piacere a nessuno lasciarsi scappare delle sviste ma il fatto che i lettori si facciano vivi fa comunque piacere: spesso l’editor è appassionato dei propri autori quanto i fan che li leggono.

Hunger Games, come Shadowhunters, è un altro libro che è stato pubblicato sotto la sua direzione, ma che ha impiegato anni a raggiungere il grande pubblico. Alla luce della Sua lunga esperienza, saprebbe dirmi quali sono gli elementi che decretano il successo di un libro?

Sono mille e spesso imprevedibili. Di Hunger Games mi sono innamorata nelle prime trenta pagine e quando un romanzo ti cattura così si intuisce subito che possa avere delle potenzialità, ma era diverso dai romanzi che avevano successo in Italia in quel momento e proprio questo all’inizio ne ha reso difficile la partenza. Ovviamente sono la trama, la forza dei personaggi e della scrittura a contare, ma a volte bastano una copertina, uno strillo per far decollare o meno un romanzo.


Si è da poco conclusa la Bologna Children's Book Fair, appuntamento fondamentale per l'acquisto e la cessione dei diritti con l'estero. Può anticiparci qualcosa sulle prossime uscite Giunti? Quali temi e che tipo di storie troveremo in libreria?

Proprio in questi giorni è uscito il romanzo di esordio di un autore inglese che amo molto: Cercando l’onda di Christopher Vick. È un romanzo di formazione di qualità, una bellissima storia d’amore sulle coste della Cornovaglia, con scene di mare meravigliose, visto che il gruppo di ragazzi protagonisti sono appassionati di surf. A ottobre pubblichiamo invece Capolinea per le stelle un romanzo steampunk di Philip Reeve, prestigioso autore inglese che sarà in Italia a fine ottobre, ospite di Lucca Comics & Games.




Un libro che è particolarmente fiera di aver pubblicato e un libro della concorrenza che avrebbe voluto pubblicare?

Fatico a scegliere di quale romanzo sono più fiera perché ne ho amati più di uno, però dovendo scegliere direi Sette minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness (ndr: a detto di molti, uno dei migliori libri per ragazzi uscito in Italia). Quanto ai libri della concorrenza, anche se all’epoca non ero ancora editor, avrei voluto pubblicare Harry Potter, e non solo per il suo straordinario successo: mi affascina molto vedere come nella letteratura di genere alcuni scrittori sono capaci di prendere gli spunti presenti nella tradizione e rielaborarli in modo da renderli completamente propri e dargli nuova vita.

martedì 28 giugno 2016

Invito al POP16, primo premio letterario del master in editoria della Fondazione Mondadori








Come ormai sapete, sto frequentando da alcuni mesi il master in editoria della Fondazione Mondadori. Tra le tante iniziative, quest'anno abbiamo lanciato niente meno che un premio letterario e, dopo aver valutato una rosa di sedici titoli, cinque sono selezionati per la finale. Si tratta de Il grande animale di Daniele di Fronzo (Nottetempo), La teologia del cinghiale di Gesuino Némus (Elliott), Appalermo! Appalermo! di Carlo Loforti (Baldini e Castoldi), Maria di Isili di Christian Mannu (Giunti) e Italia di Fabio Massimo Franceschelli (Del Vecchio). Ma chi sarà il vincitore?
Abbiamo organizzato una serata di proclamazione che si terrà domani alle 21 al Laboratorio Formentini, a Milano. Saranno presenti gli autori, noi masterini e alcune figure del mondo editoriale. L'ingresso è libero e siete tutti invitati: nel caso voleste venire, scrivetemi!

mercoledì 22 giugno 2016

Una Marina di Libri 2016: l'edizione dell'Orto è la migliore di sempre


Tra il 9 e il 12 Giugno si è tenuta a Palermo Una Marina di Libri, festival dell'editoria indipendente promosso dalle case editrici Navarra Editore e Sellerio e dal Centro Commerciale Naturale Piazza Marina & Dintorni. Giunta alla sua settima edizione, la manifestazione suscita un grande fermento nel panorama cittadino, grazie al suo carattere universale che coinvolge grandi e piccini alla scoperta della magia del libro. Quest'anno sono state tante le novità, a partire dalla location: per la prima volta, Una Marina di Libri è approdata all'Orto botanico, simbolo della bellezza del nostro territorio e della sua accoglienza - in esso sono ospitate piante provenienti da tutto il mondo -, vero e proprio museo a cielo aperto che si è trasformato in un perfetto scenario per le ottanta case editrici indipendenti presenti. Lontani dalla ben nota formula di disposizione circolare alla quale eravamo abituati dalle ultime edizioni allo Steri, alla Storia Patriae e alla GAM, gli stand dei vari editori hanno "invaso" la zona retrostante il Gymnasium e la navata centrale dell'orto, fino a circondare la famosa vasca delle ninfee.
Seminari, presentazioni, reading, mostre, spettacoli e dibattiti si sono susseguiti nelle varie sale e sfruttando i simboli dell'Orto all'esterno, come lo spazio vicino al ficus magnolioide. Tra gli eventi ai quali ho partecipato con molto interesse ci sono stati la presentazione di Caffè Amaro di Simonetta Agnello Hornby (Feltrinelli), scrittrice che apprezzo moltissimo e che non smette mai di ammaliarmi con la sua grande eloquenza, e l'intramontabile umorismo di Guido Catalano. Da standing ovation la performance di Roberto Soldatini, che ha intervallato il racconto di come è nato il libro Sinfonie Mediterranee (Nutrimenti) con dei brani di Bach suonati al violoncello e con una lettura musicata di Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne.

Ma parliamo dei libri esposti al festival. Tra quelli che hanno attirato la mia attenzione, menzione d'onore alla Tunué con le proposte di narrativa e graphic novel per grandi e piccini. Uno dei volumi più interessanti tra quelli esposti è il racconto illustrato della vita di Gabriel Garcia Marquez, ossia Gabo. Memorie di una vita magica di Pantoja, Bustos, Camargo, Córdoba e Naranj.

Altro stand che mi ha colpito è stato quello di Quodlibet, con proposte di narrativa e saggistica davvero particolari. Tra i libri che vi segnalo, un romanzo poco conosciuto di Fëdor Dostoevskij, Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti, e una raccolta di racconti di Gianni Celati divisa nei volumi Costumi degli italiani 1. Un eroe moderno e Costumi degli italiani 2. Il benessere arriva in casa Pucci.


L'Orma Editore mi ha stupito con proposte raffinate, tra le quali spiccano Il gatto Murr di E.T.A Hoffman, nella splendida edizione rilegata che è entrata subito nella mia wishlist, e Storie Assassine di Bernard Quiriny, racconti dell'assurdo da tener sicuramente in libreria.

In ultimo vi segnalo L'uomo che aveva sete di Hubert Mingarelli che, insieme a Il mistero del mare di Bram Stoker, rappresentano due piccoli gioielli del catalogo Nutrimenti.

Non dimentichiamo le altre case editrici che hanno partecipato, tra le quali non posso non citare Minimum Fax, Iperborea, Navarra, Sellerio, Voland, Corrimano, Glifo, Gorilla, Il Palindromo, Kalos, Nottetempo e Qanat - devo ammettere che sono quelle che mi hanno tenuto incollata agli stand nel tempo che passava tra una presentazione e l'altra.

Vorrei sottolineare un pensiero che mi ha attraversato mentre mi trovavo ospite della Marina: per quanto ci sembri assurdo, la cultura resta uno dei fondamentali cardini che muove la nostra società, e ciò è stato ampiamente dimostrato dalla forte affluenza a tutte le ore del giorno da parte degli avventori. Con enorme piacere, ho visto che gli eventi che hanno destato interesse, oltre alla presenza di Francesco De Gregori e Roberto Lipari, sono stati i reading dedicati agli autori scomparsi, in ordine l'omaggio ad Umberto Eco di Gianfranco Marrone e Gigi Borruso, l'apprezzatissimo ritratto di Emilio Salgari di Michele Mari e la lettura di Virginia Woolf di Paolo Briguglia e Sara Scarafia.

Ben organizzata e, soprattutto, dedicata a tutte le età, è stata la migliore Marina di Libri di sempre. Un auspicio portato alla voce da tutti i visitatori è stato quello di conservare anche per l'anno prossimo la splendida location dell'Orto Botanico, simbolo di intreccio in germoglio tra cultura e natura che non smette mai di fiorire se trattato con le dovute cautele.


giovedì 16 giugno 2016

Video: Come avete scoperto il vostro libro preferito ~ Wattpad e i nuovi modi di leggere

Ciao a tutti! Nuovo video dove torno a parlare di YA e, in particolare, di Wattpad e dei nuovi modi di leggere.
E voi come avete scoperto il vostro libro preferito? Vediamo come stanno cambiando le cose di anno in anno ^-^



venerdì 10 giugno 2016

Piccola guida di scrittura per dilettanti




La scrittura è l'ignoto. Prima di scrivere non si sa niente di ciò che si sta per scrivere e in piena lucidità.
Writing, Marguerite Duras

In un paese dove nessuno legge, tutti vogliono scrivere. E se siete degli attenti lettori, o se producete voi stessi contenuti – romanzi, articoli o liste della spesa –, non vi sarà sfuggita la goffagine di questo incipit, che potrebbe persino degenerare. Si potrebbe aggiungere, ad esempio, la definizione di “goffagine” riportata sul dizionario: “L’essere, il mostrarsi goffo: g. di modi, di movimenti; non riesce a vincere la sua goffaggine”. E, per chiudere in bellezza, una disquisizione come “cosa è la goffagine, se non l'inclinazione a disvelare la verace natura di un umano turbamento?” potrebbe uccidere definitivamente la possibilità che esca qualcosa di buono dalle nostre nobili intenzioni.

Scrivere è un atto masochistico. Richiede freddezza, rigore logico, concentrazione, chiarezza, tempo, autocritica, costanza, umiltà e abilità linguistiche leggermente sopra la media. In definitiva, uno sforzo tale da non giustificare forse il supplizio. Scrivere è difficile e snervante, certe volte addirittura doloroso e, a meno che non siate Cortazar che scrisse Rayuela di getto, esige preparazione e studio. Non guasta qualche nozione di comunicazione, soprattutto in ambito “social” dove le competenze non dovrebbero essere inferiori a quelle dei blogger e degli aspiranti scrittori.
Chi non ha confidenza con il foglio bianco, con le parole che si inceppano e con un'insicurezza mai troppo prudente spesso si lancia nella scrittura con risultati indesiderabili. Di solito non è consapevole di essere un dilettante, malgrado lo stile sia rimasto immutato dai tempi del tema in classe – quello dove prendeva otto, proprio quello.

Per recuperare l'esempio iniziale, il dilettante comincia l'articolo con una citazione. Ispirato dall'ultima serie tv mainstream, dal verso di una canzone o da una frase di Oscar Wilde, lascia che le parole scorrano in libertà, portavoce di un sentire comune che rasenta la banalità. Infatti, primo strumento di cui dotarsi per iniziare a scrivere è il senso critico – che non dovrebbe mancare a un buon lettore. Secondo, più in generale, la volontà di trascendere il facile commento da bar o da social network, e questo non sembri un monito scontato: il tempo che il lettore sta sprecando nell'approcciare il vostro testo va ripagato. Se è probabile che quel che state scrivendo passi già per la testa della maggior parte della popolazione, fermatevi: non è un contributo necessario. Informatevi. Mettetevi in discussione. Cercate in profondità. Leggete un libro in più, un saggio in più, un articolo in più e, soprattutto, come accennato, non fatevi ambasciatori di concetti che ritenete universali (stereotipi di genere di cui andate fieri, ad esempio, a meno che non stiate facendo ironia) dimostrando così di non possedere il senso della realtà.
(Piccola parentesi: il ruolo delle lettura, se non sono stata abbastanza esplicita, è fondamentale. La qualità e la quantità dei libri letti influisce inevitabilmente sulla caratura della scrittura e, anche se la prima è senza dubbio più importante della seconda, il numero dovrebbe aggirarsi intorno ai trenta all'anno, ma meglio se dai cinquanta in su.)

L'urgenza della scrittura va quindi ridimensionata dalla capacità di guardarsi con occhi esterni e di accantonare in parte il proprio ego. Dall'assenza di argomenti dipende poi la tendenza del dilettante a rimestare più volte gli stessi contenuti, espressi negli stessi termini in articoli lunghi e pieni di luoghi comuni. Il pericolo è insito anche nelle formule utilizzate: il dilettante, appunto, cita il dizionario perché non saprebbe come cominciare altrimenti; utilizza le domande retoriche e le ripetizioni a effetto per rendere il tono della prosa enfatico, toccante, genuino – anche se l'artificio è sin troppo palese –, sfociando però in un patetismo ricercato che lui crede un pregio, ma che relega il testo al rango di Studio Aperto o, al peggio, di Massimo Gramellini. Ad accentuare questo effetto, il dilettante assume un registro quasi aulico e iperaggettivato con cui invoca giustizia, fratellanza e, perché no, la pace nel mondo, che in un altro contesto gli farebbe vincere lo scettro di Miss Universo. Il dilettante, poi, fa un uso personale della punteggiatura, spezza le frasi in modo da creare suspense, ama i puntini di sospensione.

È facile intuire come questo omologhi lo stile a quello di tanti altri, sebbene il dilettante pensi che il suo sia unico – anche se non si cura di rileggere, di cancellare le ripetizioni e gli errori di grammatica/battitura.
Al di là di queste imprecisioni, che possono essere risolte aprendo un manuale, l'intervento di un editor è necessario: per evitare le sbavature, per correggere la sintassi e per confutare passaggi che l'autore, seguendo il proprio filo, dà per scontati, ma che risultano non esserlo. Tanto più che la scrittura è un'attività liquida e stratificata su cui è possibile intervenire all'infinito anche dopo aver messo il punto, dato che è sempre perfettibile e, oltre ad aver bisogno di ritmo, richiede un largo ventaglio di sinonimi.
Uno stile prolisso, che tende a girare intorno ai concetti o a essere sovrabbondante, deve poi applicare strenuamente la prima regola dell'editing: tagliare tutto il tagliabile. A volte non serve molto per snellire un testo verboso e pretenzioso.
(Sì, anche questo post, come tutti quelli che scrivo, è soggetto a revisione – ciao, Ale.)

Se non disponete di un editor, il tempo dedicato alla scrittura va decuplicato e speso nella rilettura attenta, magari a distanza di qualche giorno dalla prima stesura. Prima di questo, avrete già impiegato ore per:
- Trovare l'idea;
- Fare ricerche, se necessario;
- Prendere appunti;
- Fissare gli spunti principali e sviluppare il concept;
- Stendere il post o l'articolo.
Di solito l'ultima fase è la più complessa, e non è detto che avere una certa dimistichezza con la scrittura aiuti ad accelerare il processo. Lo facilitano il rigore, senz'altro, una tecnica collaudata e l'assenza di distrazioni: è pleonastico dire che un'attività come questa ha bisogno di pace, quindi trovare un luogo adatto e solitario contribuisce molto alla riuscita del pezzo, così come l'isolamento da Facebook e Whatsapp.
A ogni modo, anche se non c'è una formula prestabilita, uscire dal limbo del dilettante non è un'utopia. Il rischio di conformarsi a uno stile o a un contenuto mediocre può essere evitato acquisendo i corretti strumenti critici: attraverso lo studio attento delle tipologie testuali che ci interessano e, soprattutto, grazie all' esercizio quotidiano e a una lettura costante e instancabile.

Nota personale:

- Scrivere per me è sempre stato difficile, uno sforzo che mi lascia prosciugata e insoddisfatta. Avendo poi scritto poco per il blog negli ultimi tempi, riprendere in mano la penna mi è costato qualche crisi (perché, come abbiamo detto, la scrittura è una creatura che va nutrita giorno per giorno, e quando smetti di praticarla ti dà l'impressione di aver disimparato. Tra l'altro, io vado molto spedita con le recensioni, ma niente affatto con gli articoli). Quando il caso mi sembra disperato, comunque, lascio stare il pc e inizio a scrivere a mano su un blocco note di fogli bianchi. Questo mi ricollega a una dimensione più intima e mi riporta a un tempo in cui non avevo tante pretese da me stessa. Di solito, riesco a scrivere meglio.

- Prima di andare a vivere da sola preferivo scrivere la notte, quando c'era silenzio e potevo raccogliere i pensieri – l'unico problema era il sonno che bussava alla porta, spesso nelle vesti di mia madre.
Adesso invece che posso farlo in qualunque momento mi rendo conto di quanto sia importante un ambiente privato per sviluppare le idee e dare loro una forma.

- Ho letto con sollievo che anche Annamaria Testa non scrive velocemente e che, tra l'altro, usa il mio stesso metodo: pensare a lungo alla frase. Scriverla. Leggerla. Riscriverla. Rileggerla. Moltiplicato per cento.
Grazie a questo sistema avanguardistico ho compilato la tesi al ritmo di una pagina al giorno. Ma, ehi, era una signora tesi.

giovedì 9 giugno 2016

Recensione: La via del male di Robert



La via del male, Robert Galbraith
Salani Editore
608 pagine, 18,60 euro
Cambiare genere narrativo non è semplice. Ci vogliono coraggio, inventiva, sensibilità e soprattutto doti eccellenti di scrittura. Queste qualità non mancano sicuramente a J. K. Rowling, che è stata in grado di passare dal romanzo per ragazzi al thriller senza perdere un centesimo del suo talento. Anzi, in un certo senso, le indagini di Cormoran Strike le hanno permesso di esprimersi ancora meglio e privarsi di tutte quelle sovrastrutture che la mostravano erroneamente al mondo solo come la "mamma" di Harry Potter. In questo terzo volume, La via del male, l’autrice fa un ulteriore passo avanti verso un’idea narrativa più concreta, regalandoci questa volta un thriller più tradizionale. Dopo Il richiamo del cuculo, primo tentativo in cui erano presenti tutti gli ingredienti ma doveva ancora in un certo senso aggiustarne le dosi, e un secondo romanzo, Il baco da seta, caratterizzato da un’idea di base originale ma con un finale abbastanza tirato e rocambolesco, J. K. Rowling ci regala una trama più elaborata e rischiosa, che coinvolge direttamente ed emotivamente i protagonisti e pesca nei rispettivi passati, forse la formula migliore di thriller tra i tre pubblicati finora.

Come in un classico alla Agatha Christie, vengono proposti alcuni tra gli indizi principali e presentati i possibili colpevoli, così da poter partecipare quasi attivamente alle indagini. La trama si dipana inizialmente in modo piuttosto lineare: Robin riceve un pacco anonimo contenente la gamba di una donna; Strike, fermamente convinto che il mittente sia una sua vecchia conoscenza, comincia le indagini e si ritrova a fare i conti con il proprio passato. La via del male è un thriller avventuroso e ben congegnato, che nel cercare il suo colpevole apre molte porte e sfiora ricordi tesi e dolorosi: l’autrice scava a fondo nei vissuti di Robin e Strike, che crescono entrambi in modo esponenziale. Il detective vede e legge il caso filtrato attraverso quelli che sono e sono stati i suoi traumi; lo conosciamo meglio proprio grazie alle indagini e ai sospettati, ognuno dei quali ha lasciato profonde cicatrici nel cuore del protagonista. Percorrendo questa sorta di inferno terreno e rivivendo le sue esperienze peggiori, Cormoran esorcizza parte dei suoi problemi e in un certo senso ritrova se stesso.
Il lettore vede a sua volta la narrazione con gli occhi di Strike, della sua assistente e anche dell’omicida: J. K. Rowling entra sorprendentemente bene nella mente del killer, è credibile e ci restituisce scene raggelanti, crude, realistiche e dotate di una certa efferatezza, in particolare i resoconti delle notti in cui l’assassino, quasi una sorta di Jack Lo Squartatore moderno, va a caccia, scova e in ultimo uccide le sue vittime. Lo leggiamo pedinare Robin, vediamo le sue azioni dall'esterno in modo estremamente inquietante, e aspettiamo con timore il momento in cui la sua furia calerà inesorabile sulla ragazza.

La resa dei personaggi è come sempre uno dei punti di forza dell'autrice: buoni e cattivi sono ben delineati e realistici, compreso il killer, i sospettati e addirittura la prima vittima, che conosciamo tramite i ricordi e ciò che ha lasciato. Robin e Strike sono la vera scoperta del romanzo: l’assistente si fa più seria e complessa e svela finalmente le sue ombre, mentre l’investigatore diventa meno “algido” e più umano; i due crescono e si avvicinano gradualmente, cominciando a costruire un rapporto complicato e affascinante, che è a tutti gli effetti uno dei protagonisti del volume.

Rispetto ai classici thriller che vediamo spesso in libreria, La via del male gode di un livello ulteriore di originalità: è ambientato infatti nel mondo dell’apotemnofilia, una sindrome che spinge il malato a desiderare di subire un’amputazione, soprattutto degli arti. Nelle forme più lievi l’obiettivo è solo quello di apparire disabile, mentre nei suoi sviluppi più gravi può portare al disturbo dell’identità dell'integrità corporea: in questo caso l’arto viene percepito addirittura come estraneo e il malato può arrivare anche a forme estreme di auto-amputazione. J. K. Rowling presenta questa zona d’ombra da vicino, in modo quasi morboso ma senza mai essere scontata; descrive il problema con precisione, proponendo al lettore anche il mondo dei forum online dedicati a questa patologia. Sappiamo che la Rowling ama i problemi psicologici, le stranezze del genere umano e le analizza con una libertà e una profondità notevoli. Questa volta però supera veramente se stessa e descrive questa malattia senza limiti o barriere etiche, alternando la psicologia clinica alla sensibilità: riesce quasi a partecipare di questi disturbi, a farli propri e a renderli al lettore in modo acuto e oggettivo, vagliando anche le motivazioni che possono spingere una persona a farsi letteralmente a pezzi. Questa tematica così estrema ed agghiacciante è secondo me il vero orrore che risiede ne La via del male: la condanna di queste pratiche è implicita e affidata alla figura stessa di Strike, unico vero mutilato del romanzo. L'autrice riesce inoltre a darci una comprensione ulteriore e privilegiata del personaggio di Robin che, da ex studentessa di psicologia, si fa carico delle indagini all’interno di questo particolare mondo e ci mostra le sue incredibili doti di profiler. È infine piuttosto facile tessere un collegamento di puro umorismo nero tra chi soffre di questa patologia, un killer che vorrebbe più corpi da profanare e Cormoran Strike, invalido di guerra che ha perso una gamba in un'azione militare e ancora ne soffre le conseguenze. Il romanzo percorre in definitiva i vari modi in cui il male si può esprimere nelle nostre vite: non mancano infatti tra le tematiche anche la pedofilia e la violenza sulle donne, argomenti scottanti e delicati che popolano quotidianamente i nostri giornali e i notiziari televisivi.

La via del male, in origine Career of Evil, deve il suo titolo ad un pezzo dei Blue Öyster Cult, gruppo rock nato sul finire degli anni ’60; il testo era opera di Patti Smith, all’epoca compagna del tastierista e chitarrista ritmico. I capitoli vengono introdotti da uno o più versi tratti dalle loro canzoni, mentre le pagine dedicate al killer sono precedute dal titolo di un loro brano. Questa scelta, oltre a sottolineare gli ottimi gusti dell’autrice, denota ancora una volta un grande lavoro di ricerca. I testi e di conseguenza le musiche di questa band ricreano inoltre l'atmosfera perfetta: inquietante, notturna e metallica come la lama di un coltello.
I dialoghi sono realistici e introspettivi, rivelano molto dei personaggi e non risultano mai noiosi. La narrazione procede seguendo più spunti e prospettive, mantenendo un ritmo incalzante e a tratti quasi da cardiopalma.

Lo stile è sempre quello che ha reso famosa J. K. Rowling: impeccabile, musicale ed estremamente espressivo, in grado di investire il lettore delle sensazioni dei protagonisti. L'autrice percorre con questi nuovi romanzi la società e le nostre debolezze, analizzandole a fondo: le nefandezze che caratterizzano il genere umano si fanno di volume in volume più turpi e inaccettabili, fino a raggiungere ne La via del male un elevato grado di orrore. Potremmo quasi dire che J. K. Rowling abbia scelto il thriller come nuovo corso creativo perché l'essenza della civiltà umana è alla fine caratterizzata da una forte dose di violenza e circondata da muri di crudeltà ed egoismo.

Uniche pecche del romanzo sono ancora una volta da imputare al finale: sicuramente meglio congegnato rispetto alle due indagini precedenti, rimane comunque leggermente brusco e tirato, soprattutto per quanto riguarda la scoperta del colpevole che era, secondo me, da un certo punto in poi, facilmente individuabile. La tensione, creata anche dal continuo alternarsi dei capitoli dedicati al killer, cala di colpo dopo l'attentato a Robin. A quel punto la ricerca dell'identità dell'assassino passa in un certo senso in secondo piano rispetto alla risoluzione dei problemi tra i due protagonisti. Il rapporto tra Strike e la sua assistente si fa sempre più teso, fino a sfociare in un furbissimo epilogo, aperto, maturo e imprevedibile, che non mancherà di disturbare o deliziare i fan e lasciare tutti col fiato sospeso: in questo J. K. Rowling si supera e si dimostra ancora una volta bravissima nell'aprire la narrazione e soprattutto le dinamiche affettive tra i personaggi. Tocchiamo così da vicino quello che è uno dei grandi quesiti dell'intera vicenda: il detective e la sua assistente diventeranno una coppia? In che modo verrà realizzata quest’unione? Mettendo i due faccia a faccia con i loro traumi e incubi più oscuri, l’autrice è riuscita a mostrare quanto Robin e Strike siano in realtà simili, ognuno in fuga da un passato troppo gravoso da sopportare.

Nonostante la tensione raggiunga il suo apice forse troppo presto, la lettura comunque procede a rotta di collo e non subisce brusche fermate. La via del male è un romanzo magnetico da cui è difficile staccarsi, sia per lo stile, sia per l'espressività di personaggi, che per la varietà delle tematiche. Interessante è inoltre la scelta dei sospettati che va ad aprire finalmente il vissuto di Strike, improvvisamente più umano e vicino al lettore. Scopriamo infatti molto del suo passato. Potremmo dire che questa indagine sia quasi un mezzo per avvicinarci ulteriormente a lui e rendercelo, se possible, ancora più “appetibile”. E che dire, funziona perfettamente.

Voto: 



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