A cura di Surymae Rossweisse
Salve a tutti, e benvenuti ad
un'altra puntata de “Il tempio degli Otaku”. Oggi parliamo, tanto per cambiare, di un'opera non molto conosciuta in Italia: la sua versione animata – che a
dire il vero ha diverse differenze con l'originale – non è mai stata licenziata,
e la pubblicazione del manga procede a
rilento. Lo stesso discorso però non si applica per l'autore, Mohiro Kitoh, ormai diventato una
specie di scherzo tra gli appassionati per la sua fissazione per tematiche
dalle tinte forti, come la perdita dell'innocenza o la fine del mondo. La sua
reputazione è tale che, quando ha annunciato che la sua prossima opera si
sarebbe incentrata su una ragazza che va in mountain bike, la gente si è
chiesta più o meno scherzosamente se la bici si sarebbe rivelata un'arma di
distruzione di massa...
Naturalmente, non sarà certo
della ragazzina in bici che parleremo oggi: nah, argomenti troppo positivi.
Molto meglio concentrarsi invece su “Bokurano
– Il nostro gioco” di Mohiro Kitoh.
Buona lettura!
Quindici ragazzi si ritrovano a
partecipare insieme ad un campo estivo in un villaggio in riva al mare. In un
momento morto, decidono di esplorare i dintorni. In una grotta i nostri
incontrano un uomo, Kokopelli, che
propone subito loro di partecipare ad un gioco. Lui, infatti, dice di essere un
programmatore di videogiochi, e la sua ultima creazione è un multiplayer in cui
bisogna guidare un gigantesco robot per difendere la Terra.
Sin dalla simulazione condotta da
Kokopelli, però, i nostri si accorgono
che tutto è reale: dalla cabina di guida – che ripropone le loro sedie preferite,
senza alcun errore – al combattimento vero e proprio. Il destino della Terra è davvero nelle loro mani... e in quelle di Koemushi, curiosa creatura dall'aspetto
molto più rassicurante e gentile di quanto non sia veramente, che fa loro da
“mentore”. Non solo: alla fine del primo combattimento “ufficiale” il pilota di
turno, Waku Takashi, muore. Si pensa
ad un tragico incidente, ma così accade anche ai ragazzi successivi: fino a
quando i rimanenti giocatori non capiscono, con orrore, che il robot funziona con la loro energia
vitale.
Parlando più nello specifico, Koemushi distrugge praticamente da solo
tutti gli stereotipi sulle mascotte: sempre disponibili, sempre gentili,
che non nascondono mai niente ai loro protetti e che anzi diventa quasi un
amico per il valido sostegno offerto sia durante gli scontri che la vita di
tutti i giorni. No. Scordatevi tutte queste cose. Il nostro ha un linguaggio estremamente rude, si prende
il lusso di sottacere verità importanti o addirittura mentire, ed è evidente
che vede i ragazzi soltanto come armi e non come persone. E' impossibile
farselo amico, ma sempre meglio che farselo nemico, come scoprirà a proprie
spese chiunque ci proverà.
Ho accennato poco sopra a cosa accade all'esterno durante le
battaglie; questo è un altro elemento che distingue il manga dalla
concorrenza, e che lo rende realistico. In genere, infatti, l'attenzione dello
spettatore viene posta tutta sulle battaglie e sui piloti: il resto non conta. Non ci è dato sapere cosa ne pensi
l'opinione pubblica di tutta questa situazione, nessuna autorità si
intromette mai negli scontri armati. Quando i protagonisti sono molto giovani,
poi, il discorso si estende anche alle famiglie: o convenientemente morte,
oppure del tutto ignare che il loro pargolo è l'eroe che sta salvando il mondo
dalla distruzione.
Naturalmente, però, il centro del manga sono gli sfortunati
piloti: e la carne al fuoco non mancherà. Penserete che abbia usato
l'aggettivo “sfortunato” in riguardo al loro triste fato; sì, ma non solo. Ad
eccezione di uno – il primo, non a caso – tutti i ragazzi hanno alle spalle
storie davvero drammatiche. Il parterre è molto ampio: si passa dal classico
ragazzo che deve crescere i fratellini perché la madre è morta ed il padre è
sparito dalla circolazione, fino ad arrivare agli abusi in famiglia, il tutto senza
dimenticare l'adolescente che vorrebbe donare – letteralmente – il suo cuore al
proprio migliore amico.
Il realismo non è lo scopo
principale di Kitoh. E per fortuna,
perché parliamo di giovani disillusi dalla vita, la cui causa di sofferenze è
data quasi esclusivamente dagli adulti che dovrebbero aiutarli. Non ci sono
terapisti di sorta, e questo si ripercuoterà sulle battaglie. Ma non è neanche
questo il succo del discorso, anche se qua e là è evidente una critica alla
società, rea di creare queste tragedie e non far nulla per risolverle.
Più in generale, comunque, c'è
differenza tra i primi ad affrontare la morte e gli ultimi. I secondi sono da
un lato più rassegnati, perché hanno visto troppe battaglie per non sapere cosa
succederà, ma allo stesso tempo più determinati, perché hanno qualcosa o
qualcuno da proteggere, per cui vale la pena sopportare tutto questo dolore. Gli altri, invece, è più facile che si
facciano prendere dal panico e che la tensione accumulata gli si ritorca contro:
e come biasimarli?
Il tratto di Mohiro Kitoh è senza dubbio personale, nel bene e nel male. E'
semplice, e sporco: le figure sono appena abbozzate, a tal punto che è
difficile distinguere i personaggi, alle volte persino se sono uomini o donne. I retini vengono usati il minimo
indispensabile, ma spesso non ci sono sfondi. Paradossalmente, però, le
pagine a colori sono fatte in maniera ottima, con una grande scelta dei toni
giusti. Questione di stile...
...E per oggi è tutto, cari
amici. Arrivederci alla prossima settimana, con “Il tempio degli Otaku”!
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