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venerdì 16 maggio 2014

Salone del libro 2014: fatti, persone, libri



Visioni conturbanti al Salone...
Avrete sentito narrazioni epiche sull'adrenalinica esperienza del Salone del Libro di Torino: passaggi edenici, illuminazioni nirvaniche, templi consacrati a divinità librarie dove recarsi in preghiera.
Ebbene, il Salone del libro non è niente di tutto questo.
È Caos.
È un labirinto infernale dalle cui pareti sbucano demonietti della Mondolibri che cercano di convincerti a concludere il contratto.
È una palestra no-stop con il tapis roulant che si attacca alla suola delle scarpe e da cui non puoi scollarti.
L'immersione è soffocante, in parte eccitante - soprattutto quando individui lo stand del Libraccio e vi trascorri due ore, come nel caso della sottoscritta - ma, credetemi, assolutamente totalizzante: così non immaginate il Salone come il Paradiso Perduto, ma piuttosto come l'Averno Ritrovato.
Tentativi indotti di follia e di ubiquità sono dati dai numerosissimi incontri interessanti allo stesso giorno e allo stesso orario, prestazioni fisiche eccellenti vengono richieste per sostenere la mole di libri durante tutto il corso della giornata. Solo i migliori resistono. Solo i migliori affronteranno il bagno di folla e ne usciranno purificati.
Ordunque, la mia esperienza al Salone è stata di siffatta natura, ha sviluppato le mie capacità orientative - che sono assolutamente scarse -, ha rinforzato i miei bicipiti e ha allargato la mia scatola cranica con nuovi titoli, nuovi nomi, nuove persone, nuove idee.
Sarebbero tantissime le cose da citare, ma mi limiterò a fatti, libri, persone.

Persone:

Il Salone è stata una bellissima occasione per incontrare appassionati che conosco da tempo su facebook e che hanno la mia stima. Non ho trascorso più di un'ora da sola, nonostante mi recassi tutti i giorni al Salone senza qualcuno che mi accompagnasse. In particolare, un grazie per la squisita compagnia è da tribuire a Ilenia Zodiaco, Marco Locatelli, Andrea Pennywise, Spiccy Cullen, Diana D'ambrosio (per il gruppo "youtubers", con cui ho trascorso la gran parte del mio tempo), Elisabetta/Ossimoro del blog Diario di pensieri persi, Sonia De Risi (Cuore d'inchiostro), Camilla Pelizzoli (Bibliomania), La Leggivendola, Mel e Mys di The Bookshelf e innumerevoli persone che ho soltanto salutato (spero di non averne dimenticata qualcuna). 
Ma al Salone devo l'incredibile incontro con Roberto Calasso in seguito a un evento organizzato per la commemorazione dei cinquant'anni di attività di Adelphi (ero seduta in seconda fila, accanto a un tizio sicuramente importante ma che non avevo la minima idea di chi fosse, e l'emozione di avere una persona di altissima caratura a due metri da me - una persona che rappresenta l'esatto ideale che ho di editoria - mi stava sopraffacendo. Dopo sono riuscita a strappargli una foto, ovviamente venuta in modo pessimo, e anche un commento destabilizzante sulla mia impossibile tesi di laurea, per cui probabilmente l'ho amato ancora di più.) I contenuti dell'evento riguardavano il catalogo di Adelphi, l'editoria di Adelphi - un mestiere, dice Calasso, che si tramanda oralmente, piena di segreti che mai si troveranno sui manuali e sui libri - e l'ideologia, con un cappello iniziale dedicato ai libri brutti, "talvolta repellenti", che si trovano in libreria, frutto anche di una richiesta di pubblico che li predilige - alla domanda di Teresa Cremisi se "bello" e "brutto" non fossero una concezione elitaria della vita, Calasso ha risposto che rappresentano più che altro un rischio, quello di porre sotto i riflettori un oggetto che verrà interpretato come l'uno o come l'altro. E che comunque, citando Patagonia di Chatwin, "snob e dandismo sono un'approssimazione verso la santità".
La Porta-Di Paolo-Culicchia
Altre personalità che ho ascoltato e visto al Salone sono state Paolo Di Paolo (tanto amore anche per lui, si è addirittura ricordato della recensione sul blog...), Filippo La Porta (tanta, TANTA stima) Alberto Asor Rosa (che parla ovunque come se stesse tenendo un convegno all'università, e questo non mi dispiace), Luigi Spagnol (che in quanto a eloquenza oratoria dovrebbe prendere lezioni da Asor Rosa...), Stefano Bartezzaghi (curatore della nuova traduzione di Harry Potter), Emanuele Trevi, Giorgio Vasta, Tommaso PincioFrancesco Pecoraro,  Chiara Valerio, Valeria Parrella, Francesco Piccolo e immancabilmente Di Gennaro e Cassini di Mimimum Fax. Per non parlare di Giuseppe Culicchia, che correva da una parte all'altra del Salone per presentare e moderare questo o quell'incontro - usando rigorosamente le stesse parole in ognuno -, perfettamente abbinato in ogni singolo aspetto del look (potrebbe sconvolgervi il fatto che i rombi dei calzini avessero lo stesso colore della giacca e delle minuscole linee orizzontali della cravatta...)


Fatti:

Mauri-Culicchia-Asor Rosa
(Prego, notate l'abbinamento giacca/cravatta/calzini!)
I "fatti" - ve ne nomino solo alcuni - riguardano più che altro gli incontri: oltre al già citato Calasso, ho visto per metà l'intervento, davvero terribile, di Sandra Furlan e Edoardo Brugnatelli. La Furlan, responsabile del progetto eBook per la Divisione Libri Trade Mondadori, ha parlato del mercato digitale americano (come sapete molto più inflazionato rispetto a quello italiano) e dei tentativi che stanno facendo per portarvi Camilleri, Licia Troisi, Fabio Volo e Alessandro D'Avenia. Nonostante si tratti di eBook, però, sappiate che purtroppo i blogger americani vogliono le copie cartacee, che loro stanno quindi facendo stampare appositamente. Colgo l'occasione per fare un sentito grazie a Mondadori, che per i blogger italiani non ha nemmeno lontanamente questa cura e a cui si ostina a propinare gli eBook. Forse dovrebbero anche gli italiani cominciare a pretendere di essere trattati come i colleghi americani?

Pincio-Cortellessa-Pecoraro-Trevi
Altrettanto terribile è stato l'evento di venerdì, presso la Sala Professionali, su "Lo stato delle cose. Presente e futuro del libro in Italia": Roberto Montroni, Antonella Agnoli, Maurizio Gatti e Aldo Addis non hanno fatto altro che battibeccare tutto il tempo sulle soluzioni per riportare in auge la cultura libraria in Italia. Se il primo insisteva sull'importanza dei libri in piazza, delle "città del libro" per incuriosire i non lettori alla lettura e sulla forza del volontariato (cosa a dir poco ridicola) la seconda, dopo un preambolo imbarazzantissimo sullo stato delle Biblioteche al Sud e soprattutto in Sicilia, ha focalizzato l'attenzione sull'importanza di rafforzare le infrastrutture per renderle centro e punto d'incontro della comunità cittadina.
Altri "fatti" riguardano i bellissimi incontri all'insegna del titolo "Abbecedario", che ho seguito quasi tutti e che miravano a riproporre autori e libri italiani di valore, per lo più dimenticati o passati sotto silenzio, su consiglio di esperti e scrittori. E, inoltre, la presentazione di Loredana Lipperini e della sua "Pupa", un libro illustrato da Paolo D'Altan per bambini e pre-adolescenti. Un incontro emozionante che mi ha fatto rimpiangere di non aver acquistato il libro.
La location del party Minimum Fax
Il fatto più importante di tutti è stato però la festa strabiliante di Minimum Fax, organizzata a Villa Esperia/Circolo dei canottieri. Non sapevo davvero cosa aspettarmi quando ho preso il flyer presso lo stand al Salone - anche se l'effetto "Mirrorball" dell'invito doveva suggerirmi qualcosa... - e l'impressione nel corso della serata è stata quella di trovarmi in una scena de "La grande bellezza", con lo stesso aspetto un po' decadente che si rifletteva nei ballerini quarantenni dotati di pancia. "Ballerini" è, ovviamente, un' iperbole che conferma un'idea che mi sono fatta da tempo: i letterati/umanisti/editori non sanno ballare. Sono maledettamente calcolati, tenuti a freno da loro stessi, agili come bradipi. Eccezione fanno gli alcol-muniti, anche sin troppo sciolti tra slinguazzamenti vari e musica a palla che stordiva. 
Voto alla festa Minimum Fax: 10.
 Se non ci siete mai andati, andate! Dopo non vedrete più l'editoria con gli stessi occhi.

Libri: 

Questa è la parte dolente (per me si va nell'etterno dolore/per me si va tra la perduta gente). Il numero dei libri che ho acquistato è decisamente inferiore a quello che avrei voluto, per questioni di denaro e/o spazio in valigia. I libri presi, escluso quello di cucina dal peso di circa 1 kg e il flipback che davano allo stand Mondadori, sono stati questi:



Le correzioni, Il mondo nuovo, American Gods sono stati acquistati al Libraccio - fanno parte di quei titoli che vorrei sempre acquistare ma che costano troppo singolarmente e che non mi preoccupo mai di prendere, avendoli già in eBook -, Tropico del Cancro è merito di una delle bancarelle di Via Po che aveva tantissime di queste edizioni  "Biblioteca di Repubblica" che mi piacciono un sacco e prendo quando ne ho l'occasione (a malincuore vi ho lasciato L'amante di Marguerite Duras e altri titoli), Consigli a un aspirante scrittore lo davano gratis allo stand Rcs dopo esserti iscritta alla newsletter, mentre il libro della Smith è il regalo di un'amica.
Molti di più, come vedete, sono i titoli che avrei voluto acquistare (e chissà quanti ne sto dimenticando...):





 

In definitiva, il Salone è una sorta di piovra che succhia tutte le tue energie, ti svuota il portafoglio e non ti lascia mai contento: perché avresti voluto guardare di più (io ad esempio ho dedicato poco tempo a guardare gli stand dei piccoli editori, poiché ho fatto una veloce selezione di quello che mi interessava e di quello che potevo vedere), perché avresti voluto partecipare di più (mi sono persa un sacco di incontri per dono dell'ubiquità non reperito, come dicevo su, e perché la stanchezza fisica ha un limite per me) e perché avresti voluto comprare molto di più. E vogliamo parlare del fatto che non ho aperto libro per ben cinque giorni?
Deleterio, gente, deleterio.
L'anno prossimo, se tutto va bene, sono di nuovo lì.


Torino by night

sabato 27 luglio 2013

Incontro e intervista con Paolo di Paolo: "Mentre scrivevo mi rendevo conto che c'erano infinite connessioni con l'oggi. E anzi, posso dire che mi esplodevano fra le mani."




Lo scorso 6 Giugno mi sono recata presso la libreria Modusvivendi di Palermo per assistere ad un incontro con Paolo Di Paolo, finalista del prestigioso Premio Strega 2013 (terzo classificato). Non avevo mai visitato quel luogo, ma in precedenza ero stata affascinata dalle sue ricercate vetrine. L’atmosfera era impregnata di arte e cultura, mentre sui tavoli e negli scaffali campeggiavano libri interessanti, relegando le trovate commerciali nelle collocazioni più recondite in favore di buone letture. 

Mi sono aggirata come un tipo di biblioteca curiosando e aggiornandomi sui volumi candidati ai premi letterari e venendo attratta dal fornitissimo reparto di saggistica. Ho atteso, composta e impaziente, l’inizio dell’incontro, stringendo la mia copia di Mandami tanta vita – che avevo concluso da qualche settimana, e di cui trovate la mia recensione QUI.

Qualcuno nell’attesa discuteva di Pennac e le insegnanti presenti si consultavano sui libri da assegnare per le vacanze agli alunni, altri sfogliavano i romanzi meno recenti dello scrittore romano. Io stringevo in modo fiero il io taccuino e la mia copia di Mandami tanta vita, contenta di non essere impreparata e piacevolmente colpita dalla disponibilità che Di Paolo ha dimostrato al suo arrivo, conversando amabilmente con chi gli poneva le sue domande prima dell’inizio ufficiale dell’incontro.

A prendere per prima la parola è stata la poetessa Beatrice Agnello, che ha riportato il pubblico all’atmosfera del romanzo, la Torino umiliata degli anni Venti, senza dimenticare il confronto con la contemporaneità. I personaggi di Di Paolo, a suo avviso, ricordano non solo una fetta di storia della letteratura, riferendosi chiaramente ai personaggi di Vittorini e Moravia, ma anche al cinema italiano di Fellini, in particolare al film I Vitelloni. Il risultato è «un romanzo di grande sensibilità», conclude la Agnello, «la storia di due personaggi antipodici».

Il microfono è passato a Paolo Di Paolo, che ammette immediatamente di aver scelto di scrivere una storia volendo togliersi dal presente, lavorando su temi che, per evitare di rendere didascalici, ha preferito fungessero da atmosfera. Voleva raccontare la storia di Piero Gobetti, dapprima pensando al genere saggistico, decidendo poi di farne un racconto. Si è parlato dell’importanza che gli scritti di Croce avevano per Gobetti – che gli scrisse una lettera a soli diciassette anni -, con una piccola critica ai programmi universitari che tendono ad escludere l’insegnamento del filosofo. Di Paolo era affascinato dalla vita breve di Gobetti, morto a soli venticinque anni; ha recuperato nel 2008 l’epistolario tenuto con la moglie Ada ed è rimasto conquistato dal “tempo delle lettere”. 

Si è parlato del primo incontro tra i protagonisti del romanzo, Piero e Moraldo: il primo tiene una conferenza sul bolscevismo con dei dotti e il pubblico lo contesta. Si tratta di una verità storica, che Di Paolo ha sfruttato trasformandola in verità immaginaria, aggiungendo al pubblico Moraldo, ragazzo che vuole assomigliare a Gobetti e scisso dalla volontà di avvicinarlo e nello stesso tempo dal rancore per non essere al suo posto. Questo personaggio che ricorda un po’ l’inetto di Svevo è servito per raccontare una diversa sensibilità umana, riuscendo a mettere a nudo due anime molto differenti e svelando la dolcezza sotto l’«aridezza» e l’austerità di Gobetti (emblematica l’esortazione finale di Piero ad Ada: «Mandami tanta vita»).

Alla fine dell’incontro i presenti hanno posto le loro domande e poi si è passato alla “sessione di autografi”. 

In seguito all’incontro e successivamente al risultato ottenuto al Premio Strega, abbiamo avuto l’onore di poter intervistare Paolo Di Paolo.


Interview with...

Paolo di Paolo




1. Il suo ultimo romanzo, “Mandami tanta vita”, è stato candidato al Premio Strega 2013, aggiudicandosi il terzo posto nella cinquina finalista. Un bel risultato, che segue il Premio Mondello Opera italiana e il Superpremio Vittorini 2012 per “Dove eravate tutti”. Si aspettava di arrivare sul podio?

Naturalmente è stata una bella sorpresa. E anche una grande emozione. Lo Strega dà al libro un'ampia visibilità e sono più che soddisfatto del risultato che ho avuto.


2. “Mandami tanta vita” è la storia di due uomini antitetici: Piero e Moraldo, l’uno reale e l’altro immaginario, il primo è risoluto e il secondo è perso nella sua indecisione. Due uomini diversi, che mostrano una diversa sensibilità. Com’è nata l’idea di questo percorso parallelo dei due protagonisti?

Volevo evitare il romanzo storico-biografico tradizionale, trovare un modo diverso per raccontare la storia di un personaggio ispirato a un personaggio storico. Ho inventato così Moraldo, che doveva appunto essere l'opposto di Piero e allo stesso tempo il mio "filtro" romanzesco per accostare la grande personalità di Piero (Gobetti).


3. Piero è, come abbiamo già detto, un personaggio realmente esistito: Piero Gobetti, giornalista italiano antifascista morto alla giovane età di 25 anni. Come si è approcciato alla sua storia? Ha utilizzato delle fonti storiche?

La prima lettura che mi ha avvicinato a Gobetti è stata quella del bellissimo epistolario fra Piero e sua moglie Ada. Sono lettere straordinarie (e il titolo del mio romanzo viene da lì). Poi ovviamente ho letto tantissimo (la bibliografia su Gobetti è sterminata), fino al punto in cui ho sentito che potevo cominciare a raccontare la mia storia senza più essere vincolato alle fonti.


4. Nel romanzo, la parte “viva” è rappresentata dal “tempo delle lettere” tra Piero e la moglie Ada. In questo epistolario che si amalgama al resto del racconto, la parola ci regala bellissimi giochi semantici che lasciano intendere il forte legame tra i due: Piero riesce quasi ad esprimere il grande valore del loro rapporto solo attraverso la scrittura, tanto che il titolo del romanzo è tratto da un’esortazione che Piero lascia ad Ada in una delle sue ultime lettere…

Sì, è proprio così. Mi ha colpito questa comunicazione tanto intensa che passava per una via così "fragile". Le lettere non sono semplici lettere d'amore, ma sono segni di una complicità, di un autentico sodalizio che si costruisce giorno per giorno. C'è – oltre a un progetto familiare – anche un progetto intellettuale da portare a compimento.


5. Gobetti parla di crisi dell’editoria, sostenendo che sia solo “un alibi” in un mondo che ha deciso di smettere di produrre cultura. È anche il suo pensiero?

È una frase che ho trovato nei suoi scritti e mi è sembrato giusto riproporla in un tempo come il nostro: le difficoltà ci sono, sono oggettive, ma spesso le usiamo come alibi e attenuante per non avere osato qualcosa in più.


6. Che ruolo ha avuto la contemporaneità e la sua complessità in questo romanzo che sembra raccontare una storia in realtà non molto lontana da quello che viviamo oggi giorno?

Mentre scrivevo, non volevo alludere al presente, non volevo nemmeno attualizzare una storia di quasi un secolo fa. Ma mi rendevo conto che c'erano infinite connessioni con l'oggi. E anzi, posso dire che mi esplodevano fra le mani.


7. Piero “dialoga” con Croce, Nietzsche e Gogol. Quali sono gli scrittori e filosofi con cui Paolo Di Paolo ama “conversare”?

Fin da adolescente ho cercato anche io di dialogare con personalità del passato e del presente. Quelle del passato le cercavo, oltre che nei loro libri, anche negli epistolari, nelle tracce della loro vita "privata". Quelle del presente spesso le ho avvicinate in modo diretto, provando ad aprire un dialogo effettivo. È capitato per esempio con Montanelli, con Dacia Maraini, con Tabucchi, con Debenedetti. Persone molto diverse da cui ho imparato molto.


8. Nei suoi personaggi c’è l’eco della storia e della letteratura, nel caso di “Mandami tanta vita” penso specialmente ai protagonisti dei romanzi di Vittorini e Moravia. La sua conoscenza del Novecento letterario italiano ha in qualche modo contribuito al risultato finale di questo romanzo?

Sì, senza dubbio. Non ho solo letto libri storiografici, documenti ecc. Ma ho provato a reimmergermi nei romanzi scritti negli anni che raccontavo. Mi fa piacere la citazione di Vittorini, perché uno dei romanzi a cui pensavo era "Il garofano rosso". Poi Moravia, certo, e Pavese, Lalla Romano. Ma anche – su un piano perfino "concettuale" - "Una questione privata" di Fenoglio.


9. Lei è uno scrittore molto prolifico nonostante la giovane età, ma nella sua produzione, oltre che romanzi, vi sono numerosi libri-intervista. Qual è stato il personaggio che ha trovato più stimolante intervistare?

Da ciascuno ho appreso qualcosa. Non credo che l'intervista sia un genere minore. Se ben fatta, è un'occasione di dialogo e di confronto di grande valore. Tra le interviste più sorprendenti, posso citare un'intervista telefonica a Gianni Celati, che diceva cose bellissime, e una di persona a Salman Rushdie, di cui mi ha colpito il distacco auto-ironico. Se ne hanno tracce nell'ultimo suo romanzo, "Joseph Anton" (Mondadori), che mi ha molto colpito.


10. L'anno scorso è venuto a mancare un grande letterato italiano, Antonio Tabucchi, che lei ha avuto modo di intervistare in "Ogni viaggio è un romanzo", ricordare in "Una giornata con Tabucchi" e che ha scritto proprio del suo romanzo "Dove eravate tutti" nel 2011 per Repubblica. Quale è stato il suo rapporto con questo personaggio?

Tabucchi mi manca moltissimo. Era, nei miei confronti, paterno. E dunque protettivo ma anche brusco come un padre-maestro. Senza di lui ho la sensazione che manchi lo scrittore italiano nella cui letteratura mi specchiavo completamente. Lo cerco nei suoi libri, li rileggo, li sfoglio spesso. Ma non basta.




Paolo di Paolo (Roma, 1983)
Scrittore italiano. Nel 2003 entra in finale al Premio Italo Calvino per l'inedito, con i racconti "Nuovi cieli, nuove carte". Ha pubblicato libri-intervista con scrittori italiani come Antonio Debenedetti, Raffaele La Capria e Dacia Maraini. È autore di "Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi" (2007) e di "Raccontami la notte in cui sono nato" (2008). Ha lavorato anche per la televisione e per il teatro: "Il respiro leggero dell'Abruzzo" (2001), scritto per Franca Valeri; "L'innocenza dei postini", messo in scena al Napoli Teatro Festival Italia 2010. Nel 2011 pubblica "Dove eravate tutti" (Feltrinelli, vincitore del premio Mondello, Superpremio Vittorini e finalista al premio Zocca Giovani), nel 2012 nella collana di ebook "Zoom" Feltrinelli "La miracolosa stranezza di essere vivi" e nel 2013 "Mandami tanta vita" (Feltrinelli), finalista al Premio Strega 2013.




sabato 6 luglio 2013

Recensione: Mandami tanta vita di Paolo Di Paolo



Mandami tanta vita – Paolo Di Paolo

Febbraio 1926. Moraldo arriva a Torino per una sessione di esami, si porta dietro una strana rabbia e una valigia più pesante di quanto gli sembrasse alla partenza da Casale Monferrato. Dagli anziani coniugi Bovis, che lo ospitano, Moraldo apre la valigia e scopre che deve averla scambiata con quella di un fotografo di strada. Come per chiudere un conto in sospeso, Moraldo si mette ancora una volta sulle tracce di un suo coetaneo. Si chiama Piero. Moraldo gli ha scritto due lettere senza ottenere risposta, l'ha visto passare all'università circondato dal gruppo dei suoi amici. Qualcuno li definisce l'Accademia dei Patiti, ma Moraldo ammira quella vivacità intellettuale proteste, riunioni, giornali, libri. Ma l'ammirazione, nel silenzio, diventa invidia, e l'invidia diventa rancore. A volte si trova a spiarlo mentre passa sotto i portici, senza avere il coraggio di avvicinarlo. Ma adesso di Piero, a Torino, non c'è traccia. Con i suoi occhiali di miope, che sempre gli sfuggono dal volto, Piero ha percepito la minaccia e il pericolo di restare. Lo strappo non è facile: c'è Ada da lasciare sola, con il piccolo Paolo che ha appena un mese. Mentre Piero cerca una sistemazione e si ammala, Moraldo incontra il fotografo che ha preso la sua valigia. È una ragazza: leggera, disinvolta e imprendibile come un fantasma. Ma sarà proprio lei a tenere i fili del destino. Fino all'istante in cui Piero e Moraldo staranno finalmente per sfiorarsi.
Editore: Feltrinelli
Pagine: 160
Prezzo: € 13,00


Voto: 

Leggere questo romanzo è come guardare un film di altri tempi, ambientato negli spietati anni del fascismo e della censura della stampa. È la fotografia della vita di due uomini diversi, Moraldo e Piero, che vivono il sogno della scrittura, nonostante tutto sembri giocare a loro sfavore. Piero ha lasciato Torino per cercare un futuro migliore a Parigi, dove lo raggiungeranno presto Ada, la giovane moglie, e Paolo, il loro figlioletto neonato. Moraldo vive invece la realtà universitaria, arriva a Torino proprio quando Piero la sta “abbandonando”, si accorge di aver scambiato la valigia con un fotografo e si rende conto che ha perso i libri per l’imminente esame. Sistemata la questione dello scambio di bagaglio con un incontro, Moraldo si trova davanti Carlotta, fotografa disillusa, quasi annoiata e anticonformista, prototipo della donna autorevole e autonoma, reale identità di quell’ uomo che aveva immaginato essere il proprietario delle fotografie. Lui è confuso dai suoi comportamenti, ma si perde in lei volentieri dopo averle scattato una foto. Piero invece vive di Kant e filosofia, incontra vecchi amici e pensa ad Ava mentre cammina e scruta il Louvre rischiararsi delle prime luci del mattino. Sopporta l’esilio scrivendo e leggendo Croce, sottovalutando la malattia che lo sta lentamente consumando.

Il romanzo di Di Paolo è molto particolare, un racconto che è intervallato dalle lettere che Piero spedisce ad Ava da Parigi. In esso si alternano le speranze e le sconfitte dei due protagonisti, in un contesto storico grave e difficile che scatena l’immaginario dei due. Sono semplici storie di vita reale che raccontano la difficoltà di dar sfogo alla propria creatività in un tempo difficile quale quello del primo dopoguerra. Il personaggio di Piero, tra l’altro, pare sia riconducibile alla figura di Piero Gobetti, letterato italiano morto giovanissimo, del quale Di Paolo avrebbe letto il carteggio con la moglie e tentato di riproporlo nel modo più fedele possibile, nonostante gli intermezzi narrativi. Si tratta di una storia con pochi dialoghi, sostituiti da flussi di coscienza che fanno immediatamente pensare alla narrativa di Joyce, che in alcuni passi abbandona la prosa per lasciar spazio alla poesia: le parole sono calcolate, indelebili e, mai come in questo romanzo, hanno il loro peso. Mi ha colpito, a pagina 108, una profonda riflessione sul mondo dell’editoria che credo rispecchi perfettamente la situazione attuale, nella quale si parla non solo di crisi, ma anche di svalutazione della cultura e deperimento di ideali:
«Questo è il bello di fare l’editore, il compito grande delle tipografie: fare esistere le parole, le idee. Con un occhio ai conti, quattro librerie modello per stare dietro alle oscillazioni del mercato, si può fare tutto, senza rinunciare a fare cultura. La crisi è sempre esistita e continuerà, è soltanto un alibi».
La scrittura di Piero è impegnata, nei suoi scritti si ode l’eco della RIVOLUZIONE, scritta in maiuscolo sul titolo di un giornale, la parola diventa onnipotente così come l’editore stesso che diventa un dio impegnato nell’atto della creazione. Moraldo, anche lui scrittore, non ha lo stesso spirito di iniziativa di Piero, non ha che una becera considerazione dei suoi scritti, tant’è che ha quasi paura che Carlotta li abbia letti mentre questi erano in suo possesso a causa dello scambio di valigie. Non si reputa virile, almeno quando pensa alla ragazza, convinto di avere fatto una brutta impressione lasciando a lei l’iniziativa. L’unica cosa che sembra riuscire a decidere è quella di tracciare caricature sul suo quaderno, rendendosi sempre più conto che la gente indossa maschere che poi diventano pian piano il loro stesso viso. Per il resto vive di occasioni perdute e rimpianti che lo lacerano, anche se prende una decisione che forse ci fa ribaltare questa convinzione (almeno per un breve istante).

Di Paolo ci racconta con ritmo incalzante che a tratti diventa lento, due personalità, due vite differenti, il diverso modo di affrontare la vita e l’impegno civile, l’amore e le delusioni, in un romanzo appassionante dove la vera protagonista è la parola, viva e semanticamente ricca di significato. Un romanzo breve eppure davvero ricco, che vi consiglio vivamente di leggere.





Paolo Di Paolo
È nato nel 1983 a Roma. Nel 2003 entra in finale al Premio Campiello Giovani e, con i racconti Nuovi cieli, nuove carte, al Premio Italo Calvino. È autore tra l’altro di Ogni viaggio è un romanzo (2007) e di Raccontami la notte in cui sono nato (2008). Per Feltrinelli ha pubblicato Dove eravate tutti (2011, Premio Mondello e Premio Vittorini) e, nella collana digitale Zoom, La miracolosa stranezza di essere vivi (2012).


venerdì 5 luglio 2013

Walter Siti vince il LXVII Premio Strega 2013

Ieri sera si è svolta al Ninfeo di Villa Giulia a Roma la tanto attesa proclamazione del vincitore del prestigioso Premio Strega 2013, che in molti hanno potuto seguire in diretta tv su Rai1. Fin dalle primissime immagini trasmesse, è stato lampante che, rispetto all’edizione precedente nella quale c’era stato un vero e proprio testa a testa all’ultimo voto tra Piperno (vincitore della scorsa edizione e presidente della giuria quest’anno) e Trevi, quest’anno la “lotta” si è mantenuta viva sul secondo e terzo posto.
A trionfare è stato Walter Siti, autore di Resistere non serve a niente (Rizzoli), con ben 165 voti, seguito poi da Alessandro Perissinotto con Le colpe dei padri (Piemme, 78 voti) che ha soffiato nell’ultimo range di voti il secondo posto a Paolo Di Paolo (Mandami tanta vita, Feltrinelli, 77 voti). A quarto posto, con soli 4 punti di differenza dal terzo, Romana Petri con Figli dello stesso padre (Longanesi), mentre Simona Sparaco con Nessuno sa di noi (Giunti) chiude la cinquina con soli 26 voti.

Un emozionato (ma sobrio) Siti ha accettato il premio e dichiarato:
 «Non dedico il premio a nessuno in particolare. Ci sono persone a cui tengo e spero il libro sia stato scritto per loro».

Resistere non serve a niente racconta la vita quotidiana di un giocoliere della finanza, in un ambiente che svela i legami tra criminalità e finanza e dove il potere del denaro ha la meglio sulla legge.
Rizzoli conquista il suo decimo Premio Strega a dieci anni di distanza dalla vittoria di Melania G. Mazzucco con Vita.

La votazione è il risultato dei 412 voti espressi su 460, che comprendono 400 voti da parte degli Amici della domenica (eredi degli intellettuali di casa Bellonci, in cui sono inclusi i voti collettivi di scuole, istituti culturali e circoli di lettura) e 60 voti dei lettori “forti” segnalati da altrettante librerie associate all’ALI distribuite in tutto il Paese.
A questo proposito avrei una piccola rimostranza da fare: in Italia si legge poco, triste verità che viene sottolineata fin dall’inizio della diretta, dimostrata anche dai dati che avevamo riportato in un nostro recente articolo, ma è giusto considerare lettore “forte” chi legge almeno dodici libri all’anno? Non sarebbe ora di considerare nuove “misure” per arginare la crisi dell’editoria?

Resistere non serve a niente – Walter Siti
Molte inchieste ci hanno parlato della famosa “zona grigia” tra criminalità e finanza, fatta di banchieri accondiscendenti, broker senza scrupoli, politici corrotti, malavitosi di seconda generazione laureati in Scienze economiche e ricevuti negli ambienti più lussuosi e insospettabili. Ma è difficile dar loro un volto, immaginarli nella vita quotidiana. Walter Siti, col suo stile mimetico e complice, sfrutta le risorse della letteratura per offrirci un ritratto ravvicinato di Tommaso: ex ragazzo obeso, matematico mancato e giocoliere della finanza; tutt’altro che privo di buoni sentimenti, forte di un edipo irrisolto e di inconfessabili frequentazioni. Intorno a lui si muove un mondo dove il denaro comanda e deforma; dove il possesso è l’unico criterio di valore, il corpo è moneta e la violenza un vantaggio commerciale. Conosciamo un’olgettina intelligente e una scrittrice impegnata, un sereno delinquente di borgata e un mafioso internazionale che interpreta la propria leadership come una missione. Un mondo dove soldi sporchi e puliti si confondono in un groviglio inestricabile, mentre la stessa distinzione tra bene e male appare incerta e velleitaria. Proseguendo nell’indagine narrativa sulle mutazioni profonde della contemporaneità, sulle vischiosità ossessive e invisibili dietro le emergenze chiassose della cronaca, Siti prefigura un aldilà della democrazia: un inferno contro natura che chiede di essere guardato e sofferto con lucidità prima di essere (forse e radicalmente) negato.
Editore: Rizzoli
Pagine: 324
Prezzo: € 17.00

Walter Siti
Originario di Modena, vive a Roma. Ha insegnato nelle università di Pisa, Cosenza e L’Aquila. È il curatore delle opere complete di Pier Paolo Pasolini. Tra i suoi libri ricordiamo La magnifica merce (2004), Troppi paradisi (2006) e Il contagio (2008), di cui Il canto del diavolo è la naturale prosecuzione.




mercoledì 12 giugno 2013

Proclamata la cinquina dei finalisti per il Premio Strega 2013




Anche quest'anno lo Strega ha decretato i suoi cinque finalisti, dopo lo spoglio dei voti effettuato pochi minuti fa a a Casa Bellonci da Alessandro Piperno, "new entry" del circuito del più famoso premio letterario d'Italia e vincitore della scorsa edizione con "Inseparabili.Il fuoco dei ricordi".
Prevedibili tre nomi su cinque, quelli di Perissinotto (Le colpe dei padri, Piemme, 69 voti), Siti (Resistere non serve a niente, Rizzoli, 66 voti) e Di Paolo (Mandami tanta vita, Feltrinelli, 45 voti). Un'assoluta sorpresa, invece, quella delle altre due finaliste, entrambe donne in un premio che non vede vincitrici femminili da ben dieci anni - aveva vinto, nel 2003, Melania Mazzucco con Vita, edito da Rizzoli - : Romana Petri (Figli dello stesso padre, Longanesi, 49 voti) e Simona Sparaco (Nessuno sa di noi, Giunti, 36 voti).
Grande delusione per l'esclusione di Cognetti, il cui romanzo, "Sofia veste sempre di nero" (Minimum Fax), ha ottenuto recensioni molto positive.
Nel frattempo è di questa mattina la notizia che è Apnea, di Lorenzo Amurri (Fandango), il candidato tra i dodici semi-finalisti 2013 più votato dai 200 ragazzi del progetto Un anno stregato: appartenenti a 30 scuole secondarie, tra i 16 e i 18 anni, gli studenti hanno seguito l'iniziativa sostenuta dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci in collaborazione con la Fondazione Romaeuropa, che prevede una serie di incontri con gli autori e, appunto, la declamazione di un romanzo vincitore.



Le colpe dei padri - Alessandro Perissinotto
Guido Marchisio, torinese, 46 anni, è un uomo arrivato.Dirigente di una multinazionale, appoggiato dai vertici, compagno di una donna molto più giovane e bellissima: la sua è una vita in continua ascesa.Fino al 26 ottobre 2011, una data che crea una frattura tra ciò che Guido è stato e quello che non potrà mai più essere. Quella mattina, infatti, un incontro non previsto insinua in lui il dubbio: possibile che esista da qualche parte un suo sosia, un gemello dimenticato, un suo doppio misterioso e sfuggente?Giorno dopo giorno, il dubbio diventa ossessione e l'esistenza dell'ingegner Marchisio inizia, prima piano poi sempre più velocemente, a percorrere la stessa rovinosa china della sua azienda e della sua città.Di tutte le sicurezze costruite col tempo, non rimane più nulla: il suo ruolo di freddo tagliatore di teste, di manager di successo, la sua figura di uomo affascinante, tutto, per colpa di quel sospetto sembra scivolare via da lui, come se accompagnasse l'emorragia che lentamente svuota l'industria italiana.Andare a fondo significherà per Guido affacciarsi all'orlo di un baratro e accettare l'inaccettabile.Nessuno come Alessandro Perissinotto sa fondere sentimenti personali e conflitti sociali in una storia grande che lascia il segno.
Editore: Piemme
Pagine: 322
Prezzo: € 17.50

Alessandro Perissinotto 
Alessandro Perissinotto
Docente presso l’Università di Torino e autore di diversi saggi, approda alla narrativa nel 1997 con il romanzo poliziesco L’anno che uccisero Rosetta (Sellerio), al quale fanno seguito La canzone di Colombano e Treno 8017 (Sellerio, 2000 e 2003). Nel 2004 pubblica per Rizzoli il noir epistolare Al mio giudice (Premio Grinzane Cavour 2005 per la Narrativa Italiana), seguito nel 2006 da Una piccola storia ignobile (Rizzoli), un’indagine della psicologa Anna Pavesi, che torna anche in L’ultima notte bianca e L’orchestra del Titanic. Nel 2008 la riflessione sul poliziesco si sviluppa anche in forma saggistica con La società dell’indagine (Bompiani), mentre la sua produzione narrativa evolve verso il romanzo politico con Per vendetta (2009). Le sue opere sono state tradotte in numerosi paesi europei e in Giappone. Collabora inoltre con La Stampa di Torino e con Il Mattino di Napoli.




Resistere non serve a nienteResistere non serve a niente - Walter Siti
Molte inchieste ci hanno parlato della famosa “zona grigia” tra criminalità e finanza, fatta di banchieri accondiscendenti, broker senza scrupoli, politici corrotti, malavitosi di seconda generazione laureati in Scienze economiche e ricevuti negli ambienti più lussuosi e insospettabili. Ma è difficile dar loro un volto, immaginarli nella vita quotidiana. Walter Siti, col suo stile mimetico e complice, sfrutta le risorse della letteratura per offrirci un ritratto ravvicinato di Tommaso: ex ragazzo obeso, matematico mancato e giocoliere della finanza; tutt’altro che privo di buoni sentimenti, forte di un edipo irrisolto e di inconfessabili frequentazioni. Intorno a lui si muove un mondo dove il denaro comanda e deforma; dove il possesso è l’unico criterio di valore, il corpo è moneta e la violenza un vantaggio commerciale. Conosciamo un’olgettina intelligente e una scrittrice impegnata, un sereno delinquente di borgata e un mafioso internazionale che interpreta la propria leadership come una missione. Un mondo dove soldi sporchi e puliti si confondono in un groviglio inestricabile, mentre la stessa distinzione tra bene e male appare incerta e velleitaria. Proseguendo nell’indagine narrativa sulle mutazioni profonde della contemporaneità, sulle vischiosità ossessive e invisibili dietro le emergenze chiassose della cronaca, Siti prefigura un aldilà della democrazia: un inferno contro natura che chiede di essere guardato e sofferto con lucidità prima di essere (forse e radicalmente) negato.
Editore: Rizzoli
Pagine: 324
Prezzo: € 17.00

Walter Siti
WalterSiti
Walter Siti, originario di Modena, vive a Roma. Ha insegnato nelle università di Pisa, Cosenza e L’Aquila. È il curatore delle opere complete di Pier Paolo Pasolini. Tra i suoi libri ricordiamo La magnifica merce (2004), Troppi paradisi (2006) e Il contagio (2008), di cui Il canto del diavolo è la naturale prosecuzione.







Figli dello stesso padre - Romana Petri
Figli dello stesso padre, ma di due donne diverse, Germano ed Emilio si rivedono dopo un lungo silenzio. Sono diversissimi, accomunati unicamente dall’amore insoddisfatto per il padre Giovanni, una figura possente, passionale ed egocentrica, che ha abbandonato la madre di Germano perché la sua nuova donna aspettava un figlio, Emilio, per poi abbandonare poco dopo anche lei come tutte le altre donne della sua vita.
Germano, pur essendo sempre stato il preferito del padre, non ha mai perdonato al fratello piccolo di essere la causa del divorzio dei genitori. Emilio, cresciuto sapendo di essere il figlio non voluto, ha sempre cercato, invano, l’affetto del padre e del fratello. Nei pochi giorni che trascorreranno insieme, le antiche rabbie e il richiamo del sangue riemergeranno furiosi.
Editore: Longanesi
Pagine: 304
Prezzo:  € 16.40


Romana Petri 
è autrice di vari romanzi e raccolte di racconti con i quali ha vinto il premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour ed è stata finalista al premio Strega. con Tutta la vita ha vinto il premio Bottari Lattes Grinzane. Le sue opere sono state tradotte in Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Germania, Olanda e Portogallo. È editrice e traduttrice e collabora con Il Messaggero e il Corriere della Sera. Vive tra Roma e Lisbona.







Mandami tanta vitaMandami tanta vita - Paolo Di Paolo
Febbraio 1926. Moraldo arriva a Torino per una sessione di esami, si porta dietro una strana rabbia e una valigia più pesante di quanto gli sembrasse alla partenza da Casale Monferrato. Dagli anziani coniugi Bovis, che lo ospitano, Moraldo apre la valigia e scopre che deve averla scambiata con quella di un fotografo di strada. Come per chiudere un conto in sospeso, Moraldo si mette ancora una volta sulle tracce di un suo coetaneo. Si chiama Piero. Moraldo gli ha scritto due lettere senza ottenere risposta, l'ha visto passare all'università circondato dal gruppo dei suoi amici. Qualcuno li definisce l'Accademia dei Patiti, ma Moraldo ammira quella vivacità intellettuale proteste, riunioni, giornali, libri. Ma l'ammirazione, nel silenzio, diventa invidia, e l'invidia diventa rancore. A volte si trova a spiarlo mentre passa sotto i portici, senza avere il coraggio di avvicinarlo. Ma adesso di Piero, a Torino, non c'è traccia. Con i suoi occhiali di miope, che sempre gli sfuggono dal volto, Piero ha percepito la minaccia e il pericolo di restare. Lo strappo non è facile: c'è Ada da lasciare sola, con il piccolo Paolo che ha appena un mese. Mentre Piero cerca una sistemazione e si ammala, Moraldo incontra il fotografo che ha preso la sua valigia. È una ragazza: leggera, disinvolta e imprendibile come un fantasma. Ma sarà proprio lei a tenere i fili del destino. Fino all'istante in cui Piero e Moraldo staranno finalmente per sfiorarsi.
Editore: Feltrinelli
Pagine: € 13.00
Prezzo: 160

Paolo Di Paolo 
è nato nel 1983 a Roma. Nel 2003 entra in finale al Premio Campiello Giovani e, con i racconti Nuovi cieli, nuove carte, al Premio Italo Calvino. È autore tra l’altro di Ogni viaggio è un romanzo (2007) e di Raccontami la notte in cui sono nato (2008). Per Feltrinelli ha pubblicato Dove eravate tutti (2011, Premio Mondello e Premio Vittorini) e, nella collana digitale Zoom, La miracolosa stranezza di essere vivi (2012).



Nessuno sa di noi - Simona Sparaco
Quando Luce e Pietro si recano in ambulatorio per fare una delle ultime ecografie prima del parto, sono al settimo cielo. Pietro indossa persino il maglione portafortuna, quello tutto sfilacciato a scacchi verdi e blu delle grandi occasioni. Ci sono voluti anni per arrivare fin qui, anni di calcoli esasperanti con calendario alla mano, di ''sesso a comando'', di attese col cuore in gola smentite in un minuto. Non appena sul monitor appare il piccolo Lorenzo, però, il sorriso della ginecologa si spegne di colpo. Lorenzo è troppo ''corto''. Ha qualcosa che non va. ''Nessuno sa di noi'' è la storia di un mondo che si lacera come carta velina. E di una donna di fronte alla responsabilità di una scelta enorme. Quale è la cosa giusta quando tutte le strade portano a un vicolo cieco? Che cosa può l'amore? E quante sono le storie di luce e buio vissute dalle persone che ci passano accanto? Come le ricorderanno le lettrici della sua rubrica e le numerose donne che incontra sul web, Luce non è sola. Una scrittrice di grande talento, un romanzo che tiene sospesi sul filo delle emozioni più vere, fino all'ultima pagina.
Editore: Giunti
Pagine: 256
Prezzo: € 12.00





Simona Sparaco
Scrittrice e sceneggiatrice, è nata a Roma. Dopo aver preso una laurea inglese in Scienze della Comunicazione, spinta dalla passione per la letteratura, è tornata in Italia e si è iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Spettacolo. Ha poi frequentato diversi corsi di scrittura creativa, tra cui il master della scuola Holden di Torino. Per Newton Compton ha pubblicato i romanzi Lovebook e Bastardi senza amore, tradotto anche in lingua inglese. Vive tra Roma e Singapore.






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