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lunedì 6 luglio 2015

Blogtour: Florence di Stefania Auci. Recensione e approfondimento storico-politico-letterario

Anche Dusty pages in Wonderland partecipa al blogtour di Florence, il nuovo libro di Stefania Auci che uscirà ufficialmente l'8 luglio per Baldini &Castoldi (416 pagine, 18.00 euro). Mi è stato chiesto dall'autrice uno speciale sul periodo storico e, in particolare, sulla disputa tra interventisti e neutralisti. Ho unito la recensione a questo approfondimento, che spero non sia eccessivamente noioso, ma che mi sembra importante per inquadrare il background molto curato costruito dall'autrice.





Florence si adagia su un letto irto di spine, quelle della Grande Guerra e della lotta intellettuale, ma anche della passione adultera e dell'emancipazione femminile: elementi che si alternano in maniera più o meno bilanciata, sebbene la storia sentimentale rappresenti il cardine della vicenda.

È l'estate del 1914.
Il clima è rovente, e non solo perché è agosto. È scoppiata la guerra in Europa, e l'eccitazione per questo evento serpeggia nei salotti più blasonati. L'eroismo e la difesa della patria esaltano gli intellettuali – primo tra tutti, ovviamente, Gabriele D'Annunzio, fondatore dell'Associazione Nazionalista Italiana – e infiammano l'opinione pubblica, fomentata dalle riviste più influenti.
È bene sottolineare (Stefania Auci lo fa) il peso del quarto potere: i redattori, i giornalisti, i cronisti indirizzano il dibattito, lo creano, lo alimentano, lo forgiano. Lacerba, con il suo gusto provocatorio e spesso fine a se stesso, intitola la prima pagina con lo slogan “Amiamo la guerra!”. Giovanni Papini, che sbuca dalle pagine del romanzo, ha infatti trasformato una rivista che era stata fino a quel momento solo eminentemente artistica in una delle più vivaci (per non dire violente) sostenitrici dell'interventismo.

La Voce, guidata da Prezzolini (lo sarà fino alla fine del 1914, quando l'indirizzo diverrà esclusivamente letterario, grazie alla conduzione del critico Giuseppe De Robertis) si è trasformata nel manifesto di Giovanni Gentile, il filosofo che sarà poi l'ideologo del fascismo. E persino i socialisti caldeggiano l'entrata dell'Italia in guerra: un editoriale interventista di Benito Mussolini, direttore de L'avanti, gli costerà la cacciata dal giornale e, in seguito, dal Psi. Sono solo alcuni dei protagonisti di quella estate. La guerra, incoraggiata anche dalle correnti artistiche (in particolare dal futurismo di Marinetti) sembra solo essere l'ultima che si aggiunge a una lunga fila: è diffusa la convinzione che durerà appena qualche mese, e che porterà grandi vantaggi, tra cui la restituzione delle terre “irredente”, Trento e Trieste, che si trovavano sotto il dominio austriaco. Ma sono cambiate diverse cose: la propaganda, le armi, il modo stesso di fare la guerra la rendono totalmente differente da quella dell'Ottocento. Adesso, mitragliatrici, cannoni, granate, gas asfissianti uccidono gli uomini come mosche, o, meglio, come topi braccati nelle trincee. Saranno 10 milioni a morire, un numero impressionante e mai visto, costituito da soldati imbevuti di ideologie nazionaliste che l'Europa farà fatica ad abbandonare (e che ancora oggi avvelenano certi estremismi di destra).
Sono molti i neutralisti – ma gli interventisti strepitano più forte: il Papa, Benedetto XV, che nella sua prima enciclica (Ad beatissimi Apostolorum, 1 novembre 1914) invoca la pace appellandosi ai governanti delle nazioni; Giovanni Giolitti, ex presidente del Consiglio, da poco sostituito da Salandra, che poi firmerà il patto di Londra con la Triplice Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia) trascinando l'Italia nella guerra; i socialisti sono spaccati, ma molti aborrano ancora la guerra.

FlorenceIn Florence, le due parti sono efficacemente rappresentate dai protagonisti: Ludovico è un convinto interventista, che cambierà idea soltanto dopo l'esperienza diretta come cronista sul fronte della Marna, ma che si rifiuterà di modificare il taglio dei propri articoli per calcoli arrivisti. Irene è una diciottenne relegata al ruolo di giovane donna, con tutti gli oneri che comporta in Italia: l'obbligo di concludere al più presto un matrimonio, l'impossibilità di proseguire una carriera accademica, il peso del bigottismo che la rende un personaggio scomodo, perché troppo libero per il proprio sesso.
Irene comprende subito la crudeltà della guerra e si oppone alla spinta bellicista di Ludovico, un uomo di ventotto anni in cerca di riscatto dalle umili origini. Ed è il riscatto, possiamo dire, che muove per vari motivi (personali e patriottici) chi vuole aprirsi alla guerra.

Intessendo una vicenda immersa in questo clima, Stefania Auci trae il meglio del background storico intrecciandolo con la storia d'amore tra i due protagonisti, facendo emergere gli aspetti più salienti del dibattito intorno alla guerra, caratterizzando bene il periodo anche dal punto di vista sociale. Sia nell'ambizioso Ludovico, che vuole scalare i vertici della piramide sociale sfruttando le conoscenze dell'amante (moglie di un noto avvocato), che in Irene, ragazza intollerante al conformismo francamente insopportabile dell'ambiente fiorentino, si rispecchiano le increspature di una società variegata, complessa e claustrofobica. Sarà la guerra – e questo non le si può negare – a cambiare le cose quando, nell'epilogo, noteremo una situazione molto diversa.

Stefania Auci ha il vezzo di intarsiare lo stile, ma è nei dialoghi che dà il meglio di sé, inserendo toscanismi e adattando bene il linguaggio a quello dei primi del Novecento, senza farlo per questo risultare pesante o eccessivo.
Florence risulta un prodotto scorrevole, che si fa leggere velocemente malgrado la mole. Alla terza prova letteraria della scrittrice, notiamo il ricorrere dei temi storici, l'affezione per determinati luoghi geografici e la caratterizzazione abbastanza ferrata dei vari personaggi. Un romanzo che non deluderà anche le più affezionate al romance, malgrado le scene crude di guerra e il dibattito politico che si fa invece seguire con molto interesse.

lunedì 21 gennaio 2013

Speciale Jane Austen e giveaway "Lost in Austen": perché Jane Austen non è un'autrice romance? Intervista a Stefania Auci








Tipica copertina da romanzo rosa
L’ultima puntata dello speciale Jane Austen che, per motivi tecnici –ho il pc in riparazione-, si è fatta attendere, è dedicata ad una questione spinosa che mi sta particolarmente a cuore. Già l’anno scorso avevo scritto, con vena polemica, una lettera aperta alla nostra autrice sul fatto che, nel terzo millennio, venisse ancora ricordata esclusivamente per matrimoni a lieto fine e per una dissacrante trasformazione in autrice “romance” (QUI). Dissacrante, innanzitutto, perché anacronistica, e perché nemmeno lontanamente paragonabile al genere romance/rosa che si è affermato solo nel Novecento, con cliché e stereotipi estranei alla scrittura e all’intelligenza di Miss Austen.
Frequente confusione è quella che si fa tra il genere romantico, nell’accezione di genere appartenente alla corrente del romanticismo, e genere rosa/romance/romantico, che, come ho accennato, ha caratteristiche assolutamente differenti: al primo appartengono infatti classici come Cime Tempestose, prettamente romantico per l’esaltazione dei sensi, della follia, delle passioni. L’estremizzazione di queste caratteristiche è tipica di un flusso letterario ristretto all’Ottocento, che, seppur chiamato romantico, diciamolo una volta per tutte, non c’entra nulla con il genere rosa.
La seconda categoria è infatti nata in Gran Bretagna nei primi decenni del secolo scorso, e, pur avendo la pretesa di ispirarsi a Jane Austen, la fraintende nelle fondamenta del suo pensiero.

Viandante sul mare di nebbia, Caspar David Friedrich,
1818.
Classico esempio di pittura romantica.
Il genere romance impone dei topos che sono quello della protagonista ingenua e virginea che incontra il seduttore perfetto e dominante e viene da lui iniziata al sentimento amoroso, quello dell’assenza di descrizioni perché considerate noiose, quello del lieto fine a tutti i costi. Quest’ultimo, in particolare, è un criterio fisso che non ha mai abbandonato il genere romance nonostante le evoluzioni da esso subito. A metà degli anni ’50, con il successo della casa editrice statunitense Harlequin, vengono introdotti l’erotismo e alcune tematiche sociali. Ma il genere si è ormai diversificato dal romance inglese, che continua ad essere ambientato nel periodo Regency (proprio quello di Jane Austen) e prevede protagonisti raffinati.
Jane Austen, che invece si trovava anni luce lontana dal pensiero di costruire una schermaglia di vicende amorose fine a se stessa, per quanto fosse considerata superficialmente dai suoi contemporanei, pone in realtà le vicende amorose sullo sfondo di quella che è una grande critica e analisi della società, tanto che i suoi sono romanzi di costume, non racconti rosa. Il lieto fine diventa quasi uno specchietto per le allodole, quando in realtà è il calcolo freddo e talvolta rassegnato (Marianne Dashwood e il Colonnello Brandon) del cinismo imposto dalla società. Jane Austen descrive cioè il mondo che la circonda, un universo gretto in cui i buoni sentimenti riescono, grazie a lei che ne è la regista, a trionfare, ma che non può esimersi da un durissimo faccia a faccia con la realtà. Tema in assoluto più importante dell’amore è infatti il denaro: la dote e la ricchezza personale sono al primo posto nella caratterizzazione del personaggio. Ironia e sarcasmo condiscono questi aspetti e queste narrazioni dove, dietro crine e balli, troviamo un sorriso pratico di benevolenza come di derisione.
Tutto questo è assolutamente assente nei romance che, come ci ha spiegato meglio Stefania Auci, autrice romance per Harlequin Mondadori con all’attivo due romanzi –Il fiore di Scozia e La rosa bianca-, hanno dei precisi paletti.  

  1. Perché è nato questo fraintendimento su Jane Austen come autrice Romance?
Suppongo che questo equivoco sia legato al setting dei romanzi della Austen. Oggi, nel romance, va molto di moda il regency, ossia il romanzo d’amore ambientato tra il 1800 e il 1820. E’ una forchetta abbastanza ristretta,se ci si pensa, ma pare che le lettrici prediligano questo periodo, più del vittoriano o del medioevale.
Ora. Jane Austen ambientava i suoi romanzi in un contesto sociale che conosceva bene. Parlo della piccola borghesia rurale, della gentry, cui ella stessa apparteneva. Se esaminiamo con occhio scevro da pregiudizi la sua produzione ci rendiamo conto che nel sue protagoniste si muovevano in un ambiente con scarsissima mobilità sociale; aspetto, questo, rimarcato ad esempio in Ragione e sentimento dove le due sorelle finiscono per sposare esponenti della loro stessa classe, ossia un curato di campagna e un militare di carriera che aveva fatto fortuna nell’esercito. La nobiltà terriera le ha ricusate. Jane Austen non era romantica. Era pratica, realistica, talvolta sarcastica e sempre, profondamente critica nei confronti di un certo modo di essere delle donne del suo tempo. Non era di certo la scrittrice dell’amore romantico, così come noi lo intendiamo. Personalmente direi che ha descritto la versione pragmatica dell’amore.
  1. Stefania Auci
    Visto che a molti non è chiaro, quali sono le differenze tra Romanticismo e Romance?

    Romanticismo è una corrente letteraria della Seconda metà dell’Ottocento (Shelley, Byron, Keats, i moti di indipendenza, il nazionalismo, Chopin, Schubert, quella roba lì per capirci…) Romance è un genere letterario contemporaneo. Esso si emancipa da altri generi per acquistare dignità letteraria nei primi del Novecento, e si rivolge a un pubblico femminile. Dal romanzo di appendice e dal Feuilleton pubblicato a puntate si estrapolano alcuni aspetti che poi diverranno nel corso degli anni le colonne portanti del romance. E dunque avventura, mistero un amore contrastato. Non dimentichiamo che nella seconda metà del Novecento nascono anche i fotoromanzi, anch’essi dedicati alle donne e con una funzione analoga a quella delle soap e delle telenovelas degli anni Ottanta: regalare al pubblico femminile un sogno a basso costo e personaggi con cui potersi identificare.

  1. Parlaci del genere rosa: quali sono le sue caratteristiche e i suoi cliché?
Difficile dirlo. Perché in Italia, in realtà, abbiamo una visione parziale e molto conservatrice del romance. All’interno di questo grande scatolone abbiamo tante piccole confezioni. Esiste lo storico che si suddivide in tanti sottogeneri: il regency, di cui ho parlato sopra, il medioevale, il western, il vittoriano, il peplum (ambientato nell’antica Roma). Poi c’è l’erotico, filone che sta vivendo una grande fase di espansione con il BDSM, i menage et similia. Ma ci sono anche altri generi che qui in Italia hanno un’importanza marginale. Penso allo scy-fi romance, al romantic crime che ha pochissimo spazio (poiché non vende, pare…), agli omosex (M/M e lesbian), o ancora a quelli con protagoniste un po’ ageé e un uomo più giovane, senza parlare, ovviamente dell’immenso bacino del paranormal romance. Perché anche qui, è bene fare un chiarimento. In Italia, di Urban fantasy propriamente detto, ne è arrivato poco, pochissimo. Quello che le case editrici hanno spacciato come tale è in realtà paranormal romance e/o paranormal young adult.
Qui in Italia la lettrice tipo di romance vuol essere rassicurata: vuole una lei che non sia troppo “vissuta” e un lui tenebroso, fascinoso e ricco quanto basta. Vuole rilassarsi, ed è giusto che sia così. E’ un peccato, però, che le case editrici non provino a inserire elementi nuovi. Non è solo la domanda a creare l’offerta: chi studia economia sa che l’offerta può sollecitare e far variare la domanda. Purtroppo, il periodo storico e la crisi epocale che sta vivendo l’editoria scoraggiano esperimenti di questo tipo… ma spero, un giorno, di poter scrivere una storia d’amore omosessuale. Mi piacerebbe sul serio.
  1. Alla luce di questo, quali sono i motivi per cui Jane Austen NON è un'autrice romance?
Perché è un’autrice che descrive il suo tempo e la sua società. Parla della società inglese, del mondo in cui le sue protagoniste sono considerate e sono immerse. Il lieto fine, a ben leggere, è gettato lì per contentare i lettori poiché la vera attenzione dell’Autrice è focalizzata sui personaggi.
La Austen non è una scrittrice che possa esser facilmente inquadrata in uno schema. In lei troviamo satira sociale, uno sguardo disincantato, un tagliente humour che è del tutto lontano dagli archetipi del romance. Nel romance vi sono dei paletti: incontro, innamoramento, seduzione; crisi, recupero del rapporto, happy end.
La Austen, invece, presenta figure femminili che talora incarnano ciò che lei detestava nelle donne del suo tempo: l’affettazione, il cedere all’emozione, la ricerca di un buon matrimonio. Di certo, Jane Austen è stata una donna libera e ha scelto di raffigurare le donne del suo tempo senza timor reverentialis, anzi: mettendo in luce ipocrisie e falsità. Basti pensare a L’Abbazia di Northanger. Il primo romanzo di Jane Austen, pubblicato però dopo alcuni anni dalla sua stesura è, insieme con Emma, la più tagliente e sarcastica descrizione del modo in cui le donne vivevano il proprio ruolo e la propria femminilità nel XIX secolo. Se di antesignane del romance dobbiamo parlare, allora sarebbe il caso di rivolgersi più alla Manfield che con i suoi villains, i castelli e le fanciulle caste e pure getta le basi di un certo tipo di letteratura d’evasione che ritroviamo poi nei primi del Novecento. (leggasi: Carolina Invernizio)
  1. Qual è il pubblico del romance? Cosa apprezza e cosa non apprezza?
La lettrice italiana ama il lieto fine, essere consolata. Ama l’evasione a un costo contenuto. Non ama il western, i romanzi ambientati in America o gli omosex, come spiegavo sopra, e non ama che i protagonisti si discostino troppo dai clichè del genere. Vuol vivere ciò che la vita moderna e lo stress le impediscono di avere nella vita reale: il sogno. Di solito la tradizione vuole lei bella e pura e lui bello e ricco, magari con un passato burrascoso. Difficilmente si trova il contrario. Rari sono i casi di protagoniste bruttine, o ricche, o con una storia sentimentale alle spalle; così come rari sono i casi di uomini poveri e gentili. Ovviamente, si ragiona sui grandi numeri. Le eccezioni ci sono, ma non sono numerose, e comunque parliamo del mercato italiano. Il mercato anglosassone è molto più variegato.
Per mia personale esperienza, ho notato che le lettrici non disdegnano un buon approfondimento storico e la cura dei dettagli nelle descrizioni. Purtroppo, c’è stato un progressivo abbassamento qualitativo dei prodotti venduti. Spesso le autrici americane peccano di approssimazione (del tipo: ritrovarsi LENINIGRADO citata in un romanzo del periodo Tudor), e purtroppo, a pagarne le conseguenze sono le lettrici, che si ribellano, sentendosi trattate come delle mentecatte. Il pubblico romance è molto vario, va dalla casalinga fiera di esserlo alla professionista, dalla ragazza all’ottuagenuaria. Se c’è una caratteristica saliente che il romance ha, è di essere trasversale, sia per età che per titolo di studio.
Poi vi sono dei clichè che io personalmente giudico piuttosto discutibili, e che ancora allignano nel genere. Mi riferisco all’uomo violento che la donna seduce e cambia con il suo amore. Vi sono autrici che hanno narrato di stupri che poi si trasformano in grandi storie d’amore. Mi perdoneranno le lettrici, ma questa… it’s not my cupo of tea, come dicono al di là della Manica. Questo non è un sogno. E’ un incubo. E non capisco come si possa considerare questo “amore.”




Alla fine di questo Speciale, che spero vi abbia appassionato o invogliato a leggere i libri di questa memorabile autrice, ho pensato ad un piccolo giveaway: entro il 28 gennaio, data del bicentenario di Orgoglio e pregiudizio, una di voi riceverà a casa il libro della Hop edizioni  "Lost in Austen", di cui abbiamo parlato QUI. Lasciatemi un link a questo post o a quello sul libro e tra dieci giorni saprete a quale fortunata andrà il regalo ;)




Stefania Auci 
è nata a Trapani ma vive da anni a Palermo, dopo aver girato l’Italia. Insegnante, ex avvocato, ex cancelliere, si dedica alla narrativa urban fantasy, horror e romance sin dall’adolescenza. A ottobre 2011 è uscito il suo romance di esordio, Fiore di Scozia, edito da Harlequin Mondadori. Nel 2010 ha pubblicato con edizioni 0111 Hidden in the dark, breve raccolta di racconti urban fantasy tratti dalla saga di Moray Place 12, Edimburgo.

venerdì 7 dicembre 2012

Recensione: La rosa bianca di Stefania Auci


La rosa bianca - Stefania Auci 
Francia/Scozia, 1745 - Indipendente e misteriosa, Annette Pontmercy è l'amante di un capitano francese al seguito di Carlo Stuart, e per questo, quando Cameron Grant, ribelle giacobita e abile seduttore, cerca di conquistarla, lei lo tiene a distanza con ironia e intelligenza. Presto, tuttavia, Cam comprende che lei è ben altro che l'affascinante compagna di un ufficiale, e che nasconde un oceano di segreti. Ma solo alla vigilia della battaglia di Culloden Annette rivelerà infine il suo vero volto, e allora Cameron dovrà prendere una decisione che lo cambierà per sempre.
Disponibile in edicola dal 1° dicembre
Editrice: Harlequin Mondadori
Pagine: 315
Prezzo: 6.00 euro








Voto: 



Il genere romance, unito al paranormal romance, è sempre stato un grande tabù della mia carriera di lettrice, proprio quel genere che ho sempre indicato come l’unico a cui non mi approccio volentieri e che evito a tutti i costi. Poche, pochissime, le eccezioni, in cui rientrano tuttavia brillanti esempi come la trilogia di Kushiel di Jacqueline Carey, che unisce ad aspetti fortemente romance uno stile superbo e mai volgare, un background intrigante e fantasioso e una laboriosa componente politica e fantastorica.
Lo spirito con cui mi accingo a parlare de La rosa bianca, di Stefania Auci, è quello di una lettrice digiuna di Harmony, ignorante del mondo che vi ruota intorno e dei suoi canoni. Solo negli ultimi giorni ho potuto documentarmi sui cliché che ammorbano il genere, riuscendo più o meno ad individuare gli elementi di innovazione che la Auci ha apportato in questa sua seconda fatica. Il voto è comunque condizionato dal confronto con le mie letture abituali, davanti a cui La rosa bianca perde punti a causa delle lacune di cui risente il suo genere di appartenenza.
La storia è ambientata nel 1745 in Scozia, data di grande importanza per la storia locale. Annette Portmercy, cortigiana d’alto bordo ma, in realtà, spia presso un’organizzazione segreta che fa capo al re di Francia, viene incaricata di proteggere, assieme al sedicente amante Delaunay, Carlo Stuart, pretendente al trono inglese e unica speranza per la Scozia di rivendicare la propria indipendenza. Del  seguito dello Stuart fanno parte i Fedelissimi, un gruppo di uomini votati alla causa tra cui spicca Cameron Grant, eterno dongiovanni, impetuoso e abile combattente, caratterialmente opposto all’amico Oliver Gordon, marito fedele e innamorato, saggio e riflessivo.
Le vicende tra i due protagonisti decollano subito, lasciando un senso di frettolosità che tuttavia scompare dopo aver terminato il libro e aver assistito a tutte le vicende. L’infatuazione tra Annette e Cameron, soprattutto da parte di quest’ultimo, è infatti istantanea. L’uomo avverte subito che la ragazza ha qualcosa di diverso dalle altre, struggendosi in pene d’amore velate da una dose di immaturità. Anche lei, d’altra parte, respinge fermamente la sua corte, arroccandosi dietro giustificazioni professionali ed emotive. Se la situazione vi sembra scontata e tipicamente rosa, vi avverto che, per quanto possa essere banale il cliché dell’uomo conquistato dalla donna che gli resiste, i canoni del genere pongono che uno dei protagonisti goda di una netta superiorità, in termini di esperienza amorosa, sull’altro. In questo caso, invece, sia Annette che Cameron non sono ragazzini alle prime armi ma vantano un numero elevato di amanti. La Auci, inoltre, non descrive amplessi stravolgenti, anzi: le due uniche scene di sesso presenti nel romanzo –all’inizio e alla fine- sono abbastanza sobrie, nel secondo caso vi è addirittura solo un accenno. La parte sentimentale diventa predominante nelle ultime sessanta  pagine, concludendosi con un happy ending –dovuto, visto il genere- già all’inizio facilmente intuibile e che guasta la suspance delle scene di pericolo. L’autrice, nonostante questo, riesce ugualmente ad introdurre una nota amara, seppure ancora una volta mitigata con una notizia finale scontata che riuscirà a coronare definitivamente la relazione di Annette e Cameron.
Le sfaccettature dei personaggi cadono talvolta nello stereotipo, ma riescono a trovare ugualmente una voce forte e personale. Cameron, nello specifico, matura un’evoluzione non indifferente, molto meglio definita di quella di Annette, la cui storia passata e i cui timori da essa suscitata risultano ancora una volta punti da un pizzico di ovvietà. Se la storia d’amore non potrà però soddisfare i lettori avvezzi ad altri tipi di libri, il grande lavoro storico attuato dall’autrice risolleva nettamente le sorti del romanzo. Sono ben studiate, attraverso la figura di Cameron, le motivazioni dell’importanza della missione di Annette:

<<Questa non è una causa come le altre, madame. E’ la ragione di una vita, della mia vita, e di quella di un’intera nazione. Cosa sapete voi di quello che ci hanno fatto gli Inglesi? Siete Francese! […] Hanno strappato ogni diritto alla Scozia. Non c’è libertà per la mia gente: ci hanno tolta la terra, ci hanno privato del nostro Parlamento e delle nostre leggi. Arrivano, si prendono soldi e merci e ci lasciano in ginocchio. Ai cattolici non è permesso avere proprietà o esercitare un mestiere. Sapete che Oliver Gordon ha dovuto giurare di essere protestante per poter lavorare come avvocato? E che Marcus è stato espropriato dei suoi beni perché è stato denunciato da un delatore? Non ha più nulla>>.

La componente storica è quindi fortemente presente e indispensabile agli intrecci della trama, che comprende battaglie ed esecuzioni sanguinose e, pur non eccedendo nel sangue, dà una fortissima impronta al romanzo, superiore a quella romance – tuttavia mai eccessivamente sdolcinata. La parte centrale, in particolar modo, si fa apprezzare per l’avvicendarsi degli episodi conseguenti la fuga di Carlo Stuart, tutti storicamente verificabili, che non risultano funzionali alla storia d’amore ma che costituiscono la struttura del libro. Non una scusa, quindi, per parlare della relazione tra i protagonisti –che matura lentamente e trova davvero poco spazio in questa sezione del libro-, ma la ruota motrice della narrazione.
Ciò che non è assolutamente scontato, soprattutto ricordando il fatto che si tratta di un romance della Harlequin, è pertanto l’urgenza di dare spazio a tematiche più delicate e ad episodi più cruenti e avventurosi. A proposito di questo la Auci non risparmia morti inaspettate, che riescono a sorprendere il lettore, e momenti più comici e rilassati.
Lo stile dell’autrice è abbastanza buono –il libro risulta sicuramente ben scritto- con  espressioni che hanno accolto il mio favore ed esprimono una certa potenzialità. Per distinguersi dalla marea di scrittori e scribacchini serve però una voce più forte e consapevole, che credo che la Auci sia ampiamente in grado di raggiungere. Altra pecca sono le scarse descrizioni del suggestivo paesaggio scozzese, ma sono dell’idea che il libro sia stato fortemente castrato dal genere a cui è dovuto legarsi, distaccandosene parecchio in certi punti –la prominenza dell’ambito storico ne è un lampante esempio- e dovendogli rimanere fedele in altri. Questo gli ha tarpato le ali, costringendolo ad alcuni cliché e ad alcune soluzioni scontate che ne hanno minato il salto di qualità. E’ davvero apprezzabile, comunque, il fatto che risulti godibile anche per coloro che non leggono Harmony. Non c’è generosità né avarizia nelle mie “tre tazzine” di voto: La rosa bianca è un romanzo discreto che riesce ad osare e a raggiungere un pubblico variegato, sicuramente monito per l’autrice dei grandi risultati che, con più esperienza e senza legami di alcun genere, riuscirà ad ottenere.




Stefania Auci 
è nata a Trapani ma vive da anni a Palermo, dopo aver girato l’Italia. Insegnante, ex avvocato, ex cancelliere, si dedica alla narrativa urban fantasy, horror e romance sin dall’adolescenza. A ottobre 2011 è uscito il suo romance di esordio, Fiore di Scozia, edito da Harlequin Mondadori. Nel 2010 ha pubblicato con edizioni 0111 Hidden in the dark, breve raccolta di racconti urban fantasy tratti dalla saga di Moray Place 12, Edimburgo.

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