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sabato 9 novembre 2013

Poems (60) : il poeta “voce” della nazione nel manifesto romantico di Giovanni Berchet


Quando si pensa al Romanticismo, nella nostra mente fanno capolino i grandi scrittori tedeschi o inglesi. Al liceo raramente si accenna al fatto che anche l’Italia ha avuto i suoi “manifesti”, sulla scia di quelli Friedrich Schlegel e Madame de Staël (tradotta dal francese da Piero Giordani nel 1816), e la figura di Giovanni Berchet, rivoluzionario tra i fondatori de “Il Conciliatore”, spesso non viene nemmeno menzionata. Oggi parliamo di un testo che venne pubblica a Milano nel dicembre 1816, ossia Sul “Cacciatore feroce” e sulla “Eleonora” di Goffredo Augusto Bürger. Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo. In questo testo altamente ironico, che si muove dalla traduzione di due ballate del poeta tedesco Bürger, l’autore si mette nei panni del pedagogo erudito e classicista che vuole esporre le teorie romantiche per sconfessarle e allontanare da esse il figlio. Facendo da eco a Madame de Staël - che sosteneva, ne Sulla maniera e la utilità delle traduzioni, che «dovrebbero a mio avviso gli italiani tradurre diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche; onde mostrare qualche novità a’ loro cittadini, i quali stanno contenti all’antica mitologia: né pensano che quelle favole sono da un pezzo anticate, anzi il resto d’Europa le ha già abbandonate e dimentiche» -, Berchet si interroga sul carattere popolare della vera poesia, capace di dare voce ai sentimenti più reconditi dell’animo umano, aggiungendo inoltre la necessità della poesia di essere comprensibile a chiunque, e non più una forma testuale destinata ai soli intellettuali (da qui l’importanza della traduzione dei testi stranieri). Dal testo si evince un’interessante accezione di «nazione», che non rappresenta solo un aggregato di individui che condividono la stessa lingua e gli stessi costumi, piuttosto si tratta di una comunità più vasta caratterizzata da un modo comune di sentire, tipico di quanti «pensano, leggono, scrivono, piangono, fremono e sentono le passioni tutte». Il poeta è dunque colui che concretizza il pensiero di un intero popolo, i suoi sentimenti e le sue passioni. Si nota poi una forte indole rivoluzionaria nel testo che rimanda ad un patriottismo che vede non nella lingua ma nell’attività letteraria una possibile conciliazione e fondazione di un nuovo stato, quello italiano, che avverrà solamente dieci anni dopo la scomparsa di Berchet.


***




Tutti gli uomini, da Adamo in giù fino al calzolaio che ti fa i begli stivali, hanno nel fondo dell’anima una tendenza alla poesia. Questa tendenza, che in pochissimi è attiva, negli altri non è che passiva, non è che una corda che risponde con simpatiche oscillazioni al tocco della prima.
La natura, versando a piene mani i suoi doni nell’animo di que’ rari individui ai quali ella concede la tendenza poetica attiva, pare che si compiaccia di crearli differenti affatto dagli altri uomini in mezzo a cui li fa nascere. Di qui le antiche favole sulla quasi divina origine de’ poeti, e gli antichi pregiudizi sui miracoli loro, e l’«est deus in nobis». Di qui il più vero dettato di tutti i filosofi: che i poeti fanno classe a parte, e non sono cittadini di una sola società ma dell’intero universo. (...) Il poeta dunque sbalza fuori delle mani della natura in ogni tempo, in ogni luogo. Ma per quanto esimio egli sia, non arriverà mai a scuotere fortemente l’animo de’ lettori suoi, né mai potrà ritrarre alto e sentito applauso, se questi non sono ricchi anch’essi della tendenza poetica passiva. Ora siffatta disposizione degli animi umani, quantunque universale, non è in tutti gli uomini ugualmente squisita.
Lo stupido ottentoto, sdraiato sulla soglia della sua capanna, guarda i campi di sabbia che la circondano, e s’addormenta. Esce de’ suoi sonni, guarda in alto, vede un cielo uniforme stendersegli sopra del capo, e s’addormenta. Avvolto perpetuamente tra ’l fumo del suo tugurio e il fetore delle sue capre, egli non ha altri oggetti dei quali domandare alla propria memoria l’immagine, pe’ quali il cuore gli batta di desiderio. Però alla inerzia della fantasia e del cuore in lui tiene dietro di necessità quella della tendenza poetica.
Per lo contrario un parigino agiato ed ingentilito da tutto il lusso di quella gran capitale, onde pervenire a tanta civilizzazione, è passato attraverso una folla immensa di oggetti, attraverso mille e mille combinazioni di accidenti. Quindi la fantasia di lui è stracca, il cuore allentato per troppo esercizio. Le apparenze esterne delle cose non lo lusingano (per così dire); gli effetti di esse non lo commovono più, perché ripetuti le tante volte. E per togliersi di dosso la noia, bisogna a lui investigare le cagioni, giovandosi della mente. Questa sua mente inquisitiva cresce di necessità in vigoria, da che l’anima a pro di lei spende anche gran parte di quelle forze che in altri destina alla fantasia ed al cuore; cresce in arguzia per gli sforzi frequenti a’ quali la meditazione la costringe. E il parigino di cui io parlo, anche senza avvedersene, viene assuefacendosi a perpetui raziocini o, per dirla a modo del Vico, diventa filosofo.
Se la stupidità dell’ottentoto è nimica alla poesia, non è certo favorevole molto a lei la somma civilizzazione del parigino. Nel primo la tendenza poetica è sopita; nel secondo è sciupata in gran parte. I canti del poeta non penetrano nell’anima del primo, perché non trovano la via d’entrarvi. Nell’anima del secondo appena appena discendono accompagnati da paragoni e da raziocini: la fantasia ed il cuore non rispondono loro che come a reminiscenze lontane. E siffatti canti, che sono l’espressione arditissima di tutto ciò che v’ha di più fervido nell’umano pensiero, potranno essi trovar fortuna fra tanto gelo? E che maraviglia se, presso del parigino ingentilito, quel poeta sarà più bene accolto che più penderà all’epigrammatico?
Ma la stupidità dell’ottentoto è separata dalla leziosaggine del parigino fin ora descritto per mezzo di gradi moltissimi di civilizzazione, che più o meno dispongono l’uomo alla poesia. E s’io dovessi indicare uomini che più si trovino oggidì in questa disposizione poetica, parmi che andrei a cercarli in una parte della Germania.
A consolazione non pertanto de’ poeti, in ogni terra, ovunque è coltura intellettuale, vi hanno uomini capaci di sentire poesia. Ve n’ha bensì in copia ora maggiore, ora minore; ma tuttavia sufficiente sempre. Ma fa d’uopo conoscerli e ravvisarli ben bene, e tenerne conto. Ma il poeta non si accorgerà mai della loro esistenza, se per rinvenirli visita le ultime casipole della plebe affamata, e di là salta a dirittura nelle botteghe da caffè, ne’ gabinetti delle Aspasie, nelle corti de’ principi, e nulla più. Ad ogni tratto egli rischierà di cogliere in iscambio la sua patria, ora credendola il capo di Buona speranza, ora il cortile del Palais-royal. E dell’indole dei suoi concittadini egli non saprà mai un ette.
Ché s’egli considera che la sua nazione non la compongono que’ dugento che gli stanno intorno nelle veglie e ne’ conviti; se egli ha mente a questo: che mille e mille famiglie pensano, leggono, scrivono, piangono, fremono e sentono le passioni tutte, senza pure avere un nome ne’ teatri; può essere che a lui si schiarisca innanzi un altro orizzonte, può essere che egli venga accostumandosi ad altri pensieri ed a più vaste intenzioni.
L’annoverare qui gli accidenti fisici propizi o avversi alla tendenza poetica; il dire minutamente come questa, del pari che la virtù morale, possa essere aumentata o ristretta in una nazione dalla natura delle instituzioni civili, delle leggi religiose e di altre circostanze politiche; non fa all’intendimento mio. Te ne discorreranno, o carissimo, a tempo opportuno, i libri ch’io ti presterò. Basti a te per ora il sapere che tutte le presenti nazioni d’Europa – l’italiana anch’essa né più né meno – sono formate da tre classi d’individui: l’una di ottentoti, l’una di parigini e l’una, per ultimo, che comprende tutti gli altri individui leggenti ed ascoltanti, non eccettuati quelli che, avendo anche studiato ed esperimentato quant’altri, pur tuttavia ritengono attitudine alle emozioni. A questi tutti io do nome di «popolo».
Della prima classe, che è quella dei balordi calzati e scalzi, non occorre far parole. La seconda, che racchiude in sé quei pochi i quali escono dalla comune in modo da perdere ogni impronta nazionale, vuole bensì essere rispettata dal poeta, ma non idolatrata, ma non temuta. Il giudizio, che i membri di questa classe fanno delle moderne opere poetiche, non suole derivare dal suffragio immediato delle sensazioni, ma da’ confronti. Negli anni del fervore eglino hanno trovato il bello presso tale e tal altro poeta; e ciò che non somiglia al bello sentito un tempo pare loro di doverlo ora ricusare. Le opinioni scolastiche, i precetti bevuti pigramente un tempo come infallibili, reggono tuttavia il loro intelletto, che non li mise mai ad esame, perché d’altro curante. Però l’orgoglio umano, a cui è duro il dover discendere a discredere ciò che per molti anni s’è creduto, il più delle volte li fa tenaci delle massime inveterate. E il più delle volte eglino combattono per esse come per l’antemurale della loro riputazione. Allora ogni arme, ogni scudo giova. E perché una serie di secoli non si brigò più che tanto di discutere l’importanza di quelle massime, eccoti in campo un bello argomento di difesa nel silenzio delle generazioni. «Chi tace non parla», diciamo noi. Ma «chi tace approva», dicono essi, e il sopore dei secoli lo vanno predicando come consenso assoluto di tuttaquanta la ragione umana alla necessità di certe regole chiamate, Dio sa perché, di «buon gusto»; e però via via d’ugual passo sgozzano ad esse ogni tratto qualche vittima illustre. La lode, che al poeta viene da questa minima parte della sua nazione, non può davvero farlo andare superbo; quindi anche il biasimo ch’ella sentenzia non ha a mettergli grande spavento. La gente ch’egli cerca, i suoi veri lettori stanno a milioni nella terza classe. E questa, cred’io, deve il poeta moderno aver di mira, da questa deve farsi intendere, a questa deve studiar di piacere, s’egli bada al proprio interesse ed all’interesse vero dell’arte. Ed ecco come la sola vera poesia sia la popolare: salve le eccezioni sempre, come ho già detto; e salva sempre la discrezione ragionevole, con cui questa regola vuole essere interpretata.




giovedì 23 maggio 2013

Poems (59): Mémoire di Arthur Rimbaud










Il poeta è un vagabondo, spesso coperto di fango, una valigia di esperienze e idee alla mano, le muse sulla spalla a sussurrare all’orecchio parole evocative. Suo è il compito di interpretare la natura e i suoi misteri, fissarli con l’inchiostro e renderli leggibili. Questa descrizione ricorda vagamente l’idea del poeta di Charles Baudelaire, invece si rincarna nella vita reale di Arthur Rimbaud. Intellettuale controverso, adolescente romantico, anarchico e anticonformista, Rimbaud si riteneva un veggente della lirica, convinto che al poeta spettasse il compito demiurgico di creare una lingua universale. La sua vita fu breve, ma intensa, caratterizzata da una profonda e morbosa relazione con Verlaine, dai suoi scritti che circolavano su fogli volanti, e dai suoi viaggi. La sua poetica è considerata pienamente decadente, intima e evocativa, capace di rendere esplicite emozioni e sensazioni forti che attraversano l’animo umano.
Mémoire è una delle poesie più conosciute di Rimbaud. Nelle cinque stanze che la compongono si raccontano alcuni episodi dell’infanzia del poeta dal sapore meramente bucolico. Nelle prime due strofe si ha un tripudio di colori, che va dal bianco dei corpi di donna all’oro della corrente nel fiume, che riflette la luce del sole, fino al blu terso del cielo e il verde delle vesti delle donne che ricordano il fiorire delle valli. Da questo mondo in pace e in armonia si passa alla vita reale, dove una Signora (la madre del poeta) viene abbandonata insieme coi figli dal marito. Il poeta sembra osservare da lontano il suo passato, ma anche la quiete bucolica di quei colori sgargiante che vede da lontano, mentre si trova accerchiato dall’acqua su un canotto. La sua volontà protende verso il colore, ma la corrente spinge il suo mezzo verso il buio, la tragedia. Credo questo sia uno dei più aulici esempi di poesia maledetta.



I

L’acqua chiara! come il sale di lacrime infantili,

  l’assalto al sole dei corpi biancheggianti delle donne;

  la seta, in ressa e di giglio puro, degli orifiammi

  sotto le mura che un giorno difese una pulzella;

 5 i sollazzi degli angeli; – No… la corrente d’oro in moto,

  muove le braccia, nere, e pesanti, e fresche soprattutto, d’erba.

  Oscura, col Cielo blu come cielo d’alcova, vuole per cortine

  l’ombra del colle e del ponte.



     II

  Eh! il vetro umido stende le sue limpide bolle!

 10 L’acqua arreda d’oro pallido e senza fondo gli strati pronti.

  Le vesti verdi e stinte delle fanciulline

  fanno i salici, donde sbrigliati scattano gli uccelli.

  Più pura d’un marengo, gialla e calda pupilla,

  la ninfea – è la tua fede coniugale, o Sposa! –

 15 Nel lesto meriggio, dal suo specchio appannato, invidia

  al cielo grigio d’afa la sfera rosa e cara.



     III

  La Signora sta troppo in piedi nella prateria

  vicina su cui nevicano i fi li del lavoro; coll’ombrello

  fra le dita calpesta l’umbella; troppo fi era per lei;

 20 in quel fi orito verdeggiare, fanciulli leggono

  il libro di marocchino rosso! Ahimè, Lui, come

  mille angeli bianchi che si separano per via,

  s’allontana al di là della montagna! Lei,

  freddissima, e nera, corre! dopo la partenza dell’uomo!



     IV

25 Rimpianto delle braccia sode e fresche d’erba pura!

  Oro delle lune d’aprile nel cuore del letto santo! Gioia

  dei cantieri rivieraschi in abbandono e in preda

  alle sere d’agosto che facevano germinare le putrescenze!

  Che adesso ella pianga sotto i bastioni! l’alito

 30 dei pioppi di lassù è per la sola brezza.

  Poi, la distesa, senza riflessi, senza fonte, grigia:

  un vecchio draga e, nella barca immobile, s’affatica.



     V

  Zimbello di quest’occhio d’acqua, io non posso prendervi,

  o canotto immobile! oh! braccia troppo corte! né l’uno

 35 né l’altro fiore: né quello giallo che mi infastidisce,

  là; né quell’azzurro, amico dell’acqua color della cenere.

  Ah! la polvere dei salici scossa da un’ala!

  Le rose dei giunchi da tempo divorate!

  Il mio canotto, sempre fisso; e la sua catena trascinata

 40 in fondo a quest’occhio d’acqua senza sponde, – verso quale fango?


(La traduzione qui utilizzata è tratta da Opere, trad. di I. Margoni, Feltrinelli, Milano, 1964)




Arthur Rimbaud

Poeta francese della scuola simbolista. Nato e cresciuto a Charleville e di grande precocità intellettuale, cominciò a scrivere poesie all'età di 10 anni. A 17 anni, scrisse una poesia estremamente originale, Il battello ebbro (1871), che inviò a Paul Verlaine. La sua opera fu profondamente influenzata da Baudelaire, per le sue lezioni sull’occulto e sulla religione. La sua esplorazione del subconscio dell'individuo e la sua sperimentazione con il ritmo e le parole, che impiegava per il loro valore evocativo, hanno i toni del movimento simbolista (decadente), tanto che spinsero un impressionato Verlaine ad incoraggiare il giovane poeta di trasferirsi a Parigi. Qui nacque il loro rapporto di amicizia che si trasformò in un rapporto burrascoso e instabile che durò per due anni, dal 1872 al 1873. Viaggiarono insieme per l'Inghilterra e il Belgio. In quest'ultimo paese, Verlaine, tentò due volte di uccidere il giovane poeta per le sue infedeltà, ferendolo gravemente nel secondo tentativo: Rimbaud finì in ospedale e Verlaine in carcere. Rimbaud offre un racconto allegorico su questo argomento in Una stagione all'inferno (1873). Lasciato l'ospedale, viaggiò in Europa, in Nord Africa e visse a Harar e Shoa, in Abissinia centrale. Verlaine, convinto che Rimbaud fosse morto, raccolse le sue poesie in Illuminations (1886). Nel 1891 Rimbaud ritornò in Francia per curare un tumore al ginocchio, a seguito della quale morì  in ospedale a Marsiglia nel novembre di quello stesso anno. La forza delle sue poesie scritte tra i 10 e 20 anni porta la figura più originale tra i poeti francesi di tutti i tempi e ha avuto una profonda influenza su tutta la successiva produzione poetica.

giovedì 16 maggio 2013

Poems (58): “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke





Benché non sia molto ferrata sulla letteratura tedesca – la mia conoscenza è limitata agli scritti filosofici di Hegel, Hölderlin e Nietzsche, ai romanzi di Goethe e Hoffman e al teatro di Brecht –, conservo gelosamente in un quaderno dove raccolgo le poesie che più mi hanno affascinato un piccolo brano che vorrei condividere con voi. Si tratta di un alcuni versi di uno dei più grandi poeti tedeschi (o meglio austriaci) dello scorso secolo, Rainer Maria Rilke, la cui opera letteraria è ancora in parte inedita in Italia, maggiormente conosciuto per la raccolta di corrispondenze pervenuta a noi con il titolo famosissime Lettere ad un giovane poeta.
In questo epistolario, destinato al giovane poeta Kappus e scritto tra il 1903 e il 1908, ci sono importantissimi argomentazioni riguardo la natura della poesia e della prosa, il ruolo dello scrittore e il significato della vita, ma soprattutto il modo in cui un poeta deve approcciarsi ai propri versi, lasciandoli cantare e ascoltandoli come se fossero versi di qualcun altro. Il poeta non crea dal nulla, ma si fa interprete di ciò che gli viene trasmesso dalla realtà attraverso l’ascolto attento e privo di condizionamenti esterni, che possano alterarne la percezione e il significato. Sembra quasi che Rilke abbia seguito l’esempio di Hegel, scrivendo quella che può essere considerata una “fenomenologia” dell’arte poetica che ricorda vagamente l’Epistola ai Pisoni (Ars Poetica) di Orazio.
Sebbene Rilke sia considerato il poeta dell’inquietudine e dell’introspezione, quella che vi propongo oggi è una riflessione sulla vita molto positiva, dalla quale trasuda la volontà dell’autore di aiutare un amico che si trova combattuto tra la via della letteratura e la carriera militare. Davanti ad un dolore, ad un’ombra che incombe su di noi, siamo tutti scoraggiati, vittime inermi; è proprio quel sentimento a riportarci a tu per tu con la nostra umanità, il senso ultimo della nostra vita, a farci rendere conto che siamo vivi, nel dolore più che mai. Il buio ci ricorda che c’è la luce, che bisogna contare sulle proprie forze per risalire a galla, ci impaurisce così tanto da richiamare una risalita. Questa è la vita, il motore di tutto, dove i pericoli e i draghi, prima o poi, si trasformano in principesse.



Come potremmo dimenticare quegli antichi miti
che stanno all'origine di tutti i popoli, i miti dei draghi
che nell'attimo estremo si tramutano in principesse?
Forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse
che attendono solo di vederci una volta belli e coraggiosi.
Forse tutto l'orrore non è in fondo altro che l'inerme,
che ci chiede aiuto.
E allora tu non devi spaventarti se davanti a te sorge una tristezza,
grande quanto non ne hai mai vedute prima;
se una inquietudine, come luce e ombra di nuvole,
scivola sulle tue mani e su tutto il tuo agire.
Devi pensare che qualcosa accade in te,
che la vita non ti ha dimenticato,
che ti tiene in mano e non ti lascerà cadere.



Rainer Maria Rilke
René Karl Wilhelm Johann Josef Maria Rilke (4 dicembre 1875 - 29 dicembre 1926), meglio conosciuto come Rainer Maria Rilke, fu un poeta boemo-austriaco e romanziere. Diversi critici hanno descritto l'opera di Rilke come intrinsecamente "mistica". Le sue opere comprendono un romanzo, diverse raccolte di poesie, e di diversi volumi di corrispondenza in cui si invocano immagini ossessive che si concentrano sulla difficoltà di comunione con l'ineffabile in un'epoca di incredulità, solitudine e profonda ansia.
Rilke è nato a l'impero austro-ungarico, viaggiò molto in tutta Europa e Nord Africa, tra cui Russia, Spagna, Germania, Francia, Italia, e nei suoi ultimi anni si stabilì in Svizzera. Benché Rilke sia più noto per i suoi contributi alla letteratura tedesca, oltre 400 poesie sono state originariamente prodotte in francese e dedicate al cantone Vallese, in Svizzera. Le sue opere più importanti tradotte in italiano: Lettere a un giovane poeta (Adelphi, Matteoli, Mondadori, Nova Delphi), Elegie duinesi (Dalai, Feltrinelli, Rizzoli), I quaderni di Malte L. Brigge (Adelphi, Edizioni Clandestine e Garzanti), Sonetti a Orfeo (Feltrinelli, Garzanti, Passigli).

venerdì 10 maggio 2013

Poems (57): “Varsavia, 1960” di Nazim Hikmet









Quando sento parlare di poesia contemporanea, non posso che confessare di pensare immediatamente alla produzione poetica che l’autore turco Nazim Hikmet ha a noi consegnato, una poesia particolare improntata sulla capacità della parola di comunicare e condurre il lettore ad una riflessione sulla società e la realtà storica. I versi dovevano essere utili, solleticare l’orecchio, dare piacere all’anima, ma anche dargli modo di pensare. Ciò non vuol dire che Hikmet scrisse solo strofe impegnate, ma anche liriche amorose – sicuramente, tra le sue opere più famose vi è “Anima mia”, poesia molto evocativa che con la leggerezza di un tessuto bianco e leggero che avvolge la donna e l’accompagna nel suo sonno. Quella che voglio proporvi oggi è “Varsavia, 1960”, una lirica molto particolare, che ricorda un po’ un monologo interiore. Sembra il delirio febbricitante di un uomo che si è dovuto allontanare dalla donna che ama, il cui ricordo sui binari lo accompagna per tutto il viaggio. Il poeta è affranto, si chiede se la passione è ancora viva nella donna, la rivede nel paesaggio dal cupo e buio inverno alla primavera, la sente domandargli se è ancora nei suoi pensieri. In realtà lui avrebbe voluto scendere dal treno, ma nella vita non ha fatto altro che viaggiare e allontanarsi da chi amava, pervenendo alla nuda verità che è stata la sua tristezza a scandire la maggior parte degli attimi che hanno popolato la sua vita, una nostalgia che lo ha reso solitario e pieno di rimorso per un passato che non può più tornare.



La mia donna è venuta con me fino a Brest
è scesa dal treno è rimasta sul marciapiede
si è fatta più piccola più piccola più piccola
un seme di grano nell'azzurro infinito
poi, eccetto i binari, non ho visto più niente.

E poi mi ha chiamato, dalla terra polacca non potevo rispondere
non potevo chiederle dove sei, mia rosa, dove sei
mi ha detto vieni ma non potevo andare da lei
il treno correva come se non dovesse fermarsi più
soffocavo dalla tristezza.

E poi sulla terra i pezzi di neve si scioglievano
e a un tratto ho capito che la mia donna mi vedeva
mi chiedeva mi pensi ancora mi pensi ancora
mentre la primavera camminava coi nudi piedi fangosi sul cielo
e le stelle scendevano a posarsi sui fili del telegrafo
e l'oscurità batteva come pioggia sul treno
la mia donna restava in piedi sui pali del telegrafo
e il suo cuore batteva - tac tac - come se stesse tra le mie braccia
i pali si muovevano e passavano ma lei non si muoveva di lì
il treno correva come se non dovesse fermarsi mai
soffocavo dalla tristezza.

E poi ho capito che da anni da lunghi anni stavo in quel treno
ma come l'ho capito e perché mi stupisce ancora
come cantando la grande canzone della speranza
m'allontano dalle città dalle donne amate
porto la nostalgia di loro come ferita che non rimargina
nella mia carne
ma vado sempre, per avvicinarmi in qualche luogo a
qualcosa.

Nazim Hikmet (Salonicco 1902 - Mosca 1963)
Poeta, romanziere, autore di teatro, saggista e giornalista, è conosciuto soprattutto per le sue Poesie d'amore (nella collezione Oscar Mondadori). Durante gli anni Venti visse in Russia dove entrò in contatto con le avanguardie. Rientrato in Turchia, per la sua opposizione al regime di Kemal Atatürk trascorse dodici anni in carcere, dal 1938 al 1950. Liberato, si trasferì a Mosca, dove morì.

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