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lunedì 23 gennaio 2017

Intervista a Lelio Bonaccorso, disegnatore di The Passenger (Tunuè)

A cura di Tonino Mangano

Nell'estate del 2015, in occasione di una piccola fiera del fumetto messinese, ho conosciuto Lelio Bonaccorso. Mi sono avvicinato a questo mondo molto tardi, durante i primi anni universitari, e il suo nome mi è stato fatto per la prima volta dal proprietario di una piccola fumetteria del mio paese, ormai, ahimè, chiusa.

Classe ’82, Lelio è un disegnatore poliedrico che passa dal genere giallo al fumetto d’informazione, interessandosi anche alla satira. Ha all’attivo numerose pubblicazioni in Italia e all’estero, collaborazioni con quotidiani e case editrici del calibro della DC Comics e della Marvel, oltre che della nostrana Bonelli. Il suo ultimo lavoro è una graphic novel pubblicata da Tunuè, The passenger, basata su un soggetto del regista Carlo Carlei e con la sceneggiatura del giornalista Marco Rizzo. La qualità del lavoro e la passione con cui vi si dedica mi hanno colpito sin da subito, ma è soprattutto la vita da fumettista – che con grande sacrificio si fa strada a livello internazionale – a rappresentare un’ispirazione, un esempio da seguire.
Il fatto che tratti di tematiche importanti come mafia e immigrazione mi hanno spinto un giorno ad approfondire la sua storia e quello che c'è dietro il suo lavoro, in modo da farli conoscere al grande pubblico.

Abbiamo quindi fissato un’intervista il 14 novembre. Una serie di vicissitudini, tra cui la chiusura del bar votato come luogo dell’incontro, ci portano a casa sua, nella stanza dove le idee del disegnatore messinese si materializzano sotto forma di matite, acquerelli e colori. Una volta scambiati i saluti, iniziamo a discutere di storia e politica e a scambiarci pareri sulle nostre ultime letture. Quaranta minuti volano via in un soffio, e, quando ce ne rendiamo conto, iniziamo ufficialmente l’intervista.

Ci parli della trama di The Passenger e delle sue origini?

The Passenger nasce da una sceneggiatura del regista Carlo Carlei, quindi prossimamente avrà una versione cinematografica. È una storia inventata, ma è calata in un contesto del tutto realistico: parla di un boss della mafia – che ricorda molto i vari Provenzano, Riina, insomma un mix di queste figure – che, essendo stato tradito, scappa una notte da Palermo e va in cerca della sua vendetta. In questo viaggio molto vorticoso, in quella che può essere paragonata a una discesa negli Inferi, ci sarà l’occasione per osservare il rapporto di un malavitoso con vari aspetti della vita quotidiana, come la religione, i poteri occulti, la famiglia, il cibo. È ambientata nel periodo delle stragi del ‘92, per cui si parla anche di Falcone e di Borsellino. Ci saranno vari colpi di scena, ma chiaramente non li sveliamo in questa sede per non rovinare la sorpresa ai lettori. Si tratta, come ho detto, di una produzione del regista Carlo Carlei, al cui fianco spiccano Marco Rizzo per la sceneggiatura, quattro ragazzi siciliani per il colore: Deborah Allo, Claudio Naccari, Chiara Arena, Carmelo Monaco, i primi tre di Messina, il quarto di Catania. Il lettering è di Maurizio Clausi. Un’équipe abbastanza corposa, insomma.

Hai affrontato l’argomento della mafia varie volte nel corso della tua carriera. Da cosa è nato l’interesse per questo tipo di problematica?

Secondo me, per un narratore siciliano, a un certo punto è inevitabile scontrarsi con un tema simile. Nel senso che, nel contesto in cui siamo immersi, spesso non ci rendiamo conto di questa presenza che aleggia intorno a noi. Diventa quasi necessario lavorare su questi temi, per cercare di capirli. E poi è tutta questione di scelte: per me, fare fumetti ha uno scopo duplice, artistico-lavorativo ma anche sociale. Tra l’altro, parlare di mafia mi ha dato l’occasione di apprezzare molto di più gli aspetti positivi della Sicilia. C’è tanto di buono: persone capaci che ho avuto l’onore di conoscere, come i coniugi Agostino, i genitori di Nino Agostino. Inoltre, sono stato felice di riuscire a comunicare e fare informazione con tanti ragazzini delle scuole, anche quelle di quartieri molto complicati. È stata veramente una fortuna poter entrare in contatto con tutte queste persone e queste diverse realtà.



Secondo te, che già sul tema della mafia, come fumettista, stai facendo molto, le istituzioni e la società si stanno muovendo con sempre maggiore convinzione, determinazione e efficacia o si potrebbe fare di più? Se sì, cosa?

Cosa si potrebbe fare… queste sono domande complicate! Da fumettista cerco di dare input che facciano riflettere, perché qualsiasi problematica di questo genere si può combattere solo se c’è una presa di coscienza generale. Le istituzioni, se vogliamo definirle così, sono il chiaro riflesso dei cittadini: quando andiamo a votare, stiamo eleggendo persone che fanno parte del popolo, individui che hanno una loro storia e determinate relazioni con le criticità del territorio. Questo, nel bene o nel male, sortisce degli effetti. Credo inoltre che ci voglia una maggiore consapevolezza del problema, e soprattutto coraggio. È qualcosa di necessario. Come diceva Falcone, la paura c’è, è normale che ci sia, ma l’importante è che, insieme alla paura, ci sia anche il coraggio di affrontare le cose.

Ti sei anche occupato della satira attraverso i fumetti. Alla luce di ciò che è successo a e con Charlie Hebdo, e delle critiche che gli sono state mosse in seguito, come consideri la satira fumettistica? Deve avere dei limiti o secondo te ci sono dei canoni che devono essere rispettati e che salvaguardino il “buongusto”?

Nel caso specifico di Charlie Hebdo può piacere o non piacere: c’è chi ha reagito di pancia e ha espresso, giustamente, il suo disaccordo. Però la satira è un elemento fondamentale dell’aspetto civile di una società, e non può essere censurata, sarebbe un ossimoro dire che debba avere dei limiti. Poi si può discutere o meno se sia di buono o cattivo gusto. Ma è anche vero che ci sono tantissime cose di cattivo gusto che nessuno si allarma di censurare.

Per quanto riguarda il fumetto, secondo te è un genere che sta andando sempre più per la maggiore in Italia oppure c’è sempre qualche freno, come in passato?

Il fumetto ha avuto nei decenni dei momenti di sviluppo, pensiamo agli anni Settanta/Ottanta, quando spopolava. Poi c’è stato un momento di flessione, ma oggi, secondo me, è in ripresa. Innanzitutto perché affronta determinate tematiche con una freschezza e un’originalità che tanti media come il cinema – che sono forse anche un po’ più strumentalizzati – non dimostrano. E poi perché, anche nel contesto più commerciale, proprio grazie al cinema ottiene molta più visibilità, e The Passenger ne è un esempio. Credo che il trend del fumetto sarà costantemente in crescita, anche grazie ai social network che riescono a veicolarne l’espansione. Molte persone si avvicinano, iniziano a leggere, si incuriosiscono e appassionano. Basta vedere il fenomeno Zerocalcare, per esempio. Ha venduto decine di migliaia di copie, è stato candidato al Premio Strega, e questo permette, a tante persone che non leggevano fumetti, di avvicinarsi a Zerocalcare e di conseguenza di passare anche ad altro. Questo secondo me è un sintomo molto positivo.

Cosa puoi dirci invece dei tuoi attuali impegni lavorativi e dei tuoi progetti futuri?

Al momento sto lavorando su un reportage che uscirà il prossimo anno intitolato Sinai, iniziato dopo il mio viaggio a contatto con i beduini: è un lavoro sulla loro cultura e sulla situazione degli italiani che vivono e che ho conosciuto lì in Egitto, ma anche su quella che è stata la mia esperienza nel periodo in cui l’ISIS compiva stragi e attentati. La gente mi diceva “Sei pazzo ad andare in Egitto”, ma ho passato quaranta giorni lì e sono stati bellissimi. Mi sembra un segno di come la stampa italiana tenda a gonfiare in modo spropositato le notizie che filtra dall’estero. Il reportage, e questo ci tengo a dirlo, sarà pubblicato da Beccogiallo, ed è scritto insieme a Fabio Brucini, un mio caro amico che vive in Egitto per parte dell’anno. Sto lavorando poi a un grosso lavoro per una casa editrice francese, Glénat, una delle più importanti d’oltralpe. È una storia che parla della Turchia, del rapporto tra la Turchia, il fondamentalismo islamico e la Francia, della situazione delle banlieues francesi e soprattutto della vita di Mustafà Kemal che incarna l’aspetto laico della Turchia, oggi sempre più islamizzata dall’attuale presidente Erdogan. È una storia abbastanza tosta. Altri progetti… ce n’è uno sui Vespri Siciliani a Messina che sto portando avanti pian piano, per vedere se si riesce a sviluppare.

Per quanto riguarda la tua storia di fumettista: come sei nato, quali sono stati i tuoi primi passi? Magari, quali sono i consigli che daresti a chi vuole accostarsi a questo mondo?

Primo consiglio: bisogna crederci profondamente. Sfatiamo un mito: in Sicilia si possono fare questi mestieri. Esiste la Scuola del Fumetto di Palermo, che è la cellula principale da cui sono partiti molti autori giovanissimi che ora lavorano ad altissimi livelli. Bisogna crederci, richiede parecchi sacrifici, serve molto impegno per imparare a disegnare, a fare fumetti. A differenza di quello che si pensa non è un fatto di manualità – certo, c’è anche quello – piuttosto è un lavoro che dipende dalla tua mente, dal modo in cui si guarda e si conosce il mondo e dal modo con cui esprimi tutto questo. È questo, quello che fa la differenza. Io ho cominciato nel 2004, perciò non tanto tempo fa tutto sommato, dalla Scuola del Fumetto di Palermo. Non c’era nulla a Messina, niente. C’erano solo le Scuole di Firenze, di Roma. Io non ci potevo andare ed ho optato per quella di Palermo che aveva aperto quell’anno. C’è da dire che ho frequentato l’Istituto d’arte, alle superiori, l’Ernesto Basile di Messina, classe di oreficeria. Dopo il diploma ho avuto una breve esperienza alla facoltà di Architettura, ma poi ho capito che non faceva per me. Dopo un'esperienza non proprio positiva all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, mi sono rivolto alla Scuola del Fumetto di Palermo. Subito dopo aver iniziato a lavorare ho attivato dei corsi, sia insieme alla Scuola del Fumetto di Palermo, sia da solo: fortunatamente la cosa sta funzionando, i ragazzi sanno che c’è una possibilità dalle nostre parti e io non volevo che gli altri passassero le stesse cose che ho passato io. Non sapevo sinceramente dove andare a sbattere la testa. E oggi è più semplice, ci sono più opportunità, più occasioni.

Stai anche seguendo un progetto con la Triskelion. Di cosa si tratta?

La Triskelion è un’etichetta specializzata in produzioni cinematografiche e di animazione, che ho fondato con altri tre professionisti messinesi: Antonello Piccione che sta alla regia, Gianluca Vecchio, che lavora a Londra con personalità del calibro di Ridley Scott e si occupa di compositing, Luciano Cucinotta, un attore. In questo momento stiamo lavorando su un cortometraggio animato sulla guerra in Siria, quindi un prodotto di breve durata, ma molto intenso, che vedrà la luce l’anno prossimo. Per progetti futuri… vedremo!

L’intervista registrata si interrompe. Abbiamo continuato a parlare del più e del meno, spinti dalla mia curiosità – forse eccessiva – e dalla gentilezza con cui Lelio si è intrattenuto oltre.
Abbiamo sfogliato le storyboard, le matite e gli inchiostri (tre fasi della lavorazione del disegno), alcune pagine di suoi vecchi lavori (tra cui un’encomiabile produzione di “disegni in 24 ore non stop”) e abbiamo parlato delle sue esperienze di viaggio.

Mentre mi parlava del Sinai mi ha mostrato disegni e tavole che aveva realizzato in estemporanea durante la sua permanenza in Egitto.  Lelio si è mostrato per quello che è veramente, senza maschera alcuna, sincero dall’inizio fino alla fine: un disegnatore e una personalità sui generis. Non è solo un fumettista, ma un vero “narratore di immagini”. Con o senza l’ausilio dei disegni, sarebbe riuscito a dipingere nitidamente nell’immaginazione degli ascoltatori le scene che ha vissuto in quelle regioni africane. Alla base del suo lavoro sul Sinai ha messo esperienze di vite di abitanti del posto, ha riportato storie che passano di bocca in bocca tra i nomadi delle infinite distese desertiche, rappresentando quella che, a suo dire, è una “realtà senza tempo”. I popoli che abitano quelle sabbie sterminate sembrano percepire l’essenzialità della vita, ma palesano una cognizione del tempo inconcepibile per la cultura occidentale. Nel deserto nessuno si preoccupa di che ore siano, nessuno ricorda la propria data di nascita e tutti comprendono il valore dell’aiuto reciproco, anche nei confronti di perfetti sconosciuti. Tra le dune, tutti danno un enorme valore alle promesse fatte a voce (anche quelle di carattere contrattuale, di scambio commerciale) e questa cultura orale delle popolazioni nomadi rende sconosciuti ai più i tesori che Lelio sta cercando di rievocare e far conoscere con il suo lavoro. Lelio riesce a trasmettere agli ascoltatori un grande interesse per il suo lavoro, li meraviglia, li affascina anche con il tono di voce che, purtroppo, non può trasparire dalla trascrizione dell’intervista.


Verso la fine della conversazione, Lelio ha dimostrato anche un profondo interesse per la cultura in ogni sua forma: ha raccontato che in quest’ultimo periodo ha condotto la campagna Apriti Museo (vedi la pagina Facebook) rivolto alle istituzioni di ogni livello (dalla Regione Siciliana alla Presidenza della Repubblica) per sollecitare la riapertura del Museo Regionale di Messina, rimasto chiuso da più di vent’anni. Nel perseguire questo scopo è intervenuto varie volte in trasmissioni dei canali nazionali. Grazie al suo impegno, e ovviamente a quello degli altri attivisti, il 9 dicembre ha segnato, sebbene in modo parziale, la riapertura di questo nevralgico polo per la cultura dello Stretto e dell’Italia intera. È un percorso che però ha bisogno di essere ancora battuto, in modo da portare un miglioramento dei servizi museali di cui la popolazione è stata da troppo tempo privata.

giovedì 14 aprile 2016

LXX Premio Strega: annunciati i 12 semifinalisti

Al via ufficiale la settantesima edizione del Premio Strega: sono stati annunciati oggi i 12 semifinalisti che si contenderanno il prestigioso riconoscimento, vagliati dal Comitato direttivo del Premio - composto da Tullio De Mauro, Giuseppe D’Avino, Valeria Della Valle, Simonetta Fiori, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Enzo Golino,Giuseppe Gori, Melania Mazzucco, Luca Serianni e Maurizio Stirpe- tra le 27 proposte degli Amici della domenica.
A questa scrematura dei partecipanti, seguirà una prima votazione che sancirà la cinquina finalista attraverso lo scrutinio di tutti i voti pervenuti, che si terrà in Casa Bellonci il 15 giugno. La proclamazione del vincitore avverrà, invece, l'8 luglio all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
La kermesse di quest'anno si avvale di una nuova sezione del premio dedicata alla lettura in fascia scolare, denominata come Premio Strega Ragazze e Ragazzi, assegnato il 6 Aprile e deciso da lettori tra i 6 e i 15 anni provenienti dalle scuole di tutta Italia. Le vincitrici sono state due: Susanna Tamaro con Salta, Bart! (Giunti) per la categoria +6 e Chiara Carminati con Fuori Fuoco (Bompiani) per quella dedicata ai ragazzi dagli 11 ai 15 anni.
Le vincitrici del Premio Strega Ragazze e Ragazzi, 
Susanna Tamaro  e Chiara Carminati, al momento della premiazione.
Il 13 Giugno verrà, invece, decretato il Premio Giovani, alla sua terza edizione, tra i 12 finalisti, assegnato da una giuria di circa quattrocento ragazze e ragazzi, di età compresa tra i 16 e i 18 anni, in rappresentanza di quaranta licei e istituti tecnici diffusi su tutto il territorio italiano e all’estero.
Il 14 maggio sarà ufficialmente presentata la cinquina finalista della seconda edizione del Premio Strega Europeo, che vuole rendere omaggio alla cultura del vecchio continente e ai suoi legami con l’Italia attraverso la premiazione di uno degli scrittori recentemente tradotti e pubblicati in Italia che hanno vinto nei Paesi di provenienza un importante riconoscimento nazionale.
La cerimonia si terrà nel Salotto Lazio (Padiglione 3, P102-R101) del Salone Internazionale del Libro (Lingotto Fiere, via Nizza 294, Torino). Per raccontare i libri e gli autori selezionati interverranno Lidia Ravera, assessore alla Cultura della Regione Lazio, Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, Maria Ida Gaeta, direttrice della Casa delle Letterature.

Ma veniamo adesso ai 12 semifinalisti: vi presentiamo qui, come di consueto, i libri che concorreranno al LXX Premio Strega.

L’uomo del futuro (Mondadori) di Eraldo Affinati
A quasi cinquant'anni dalla sua scomparsa don Lorenzo Milani, prete degli ultimi e straordinario italiano, tante volte rievocato ma spesso frainteso, non smette di interrogarci. Eraldo Affinati ne ha raccolto la sfida esistenziale, ancora aperta e drammaticamente incompiuta, ripercorrendo le strade della sua avventura breve e fulminante: Firenze, dove nacque da una ricca e colta famiglia con madre di origine ebraica, frequentò il seminario e morì fra le braccia dei suoi scolari; Milano, luogo della formazione e della fallita vocazione pittorica; Montespertoli, sullo sfondo della Gigliola, la prestigiosa villa padronale; Castiglioncello, sede delle mitiche vacanze estive; San Donato di Calenzano, che vide il giovane viceparroco in azione nella prima scuola popolare da lui fondata; Barbiana, "penitenziario ecclesiastico", in uno sperduto borgo dell'Appennino toscano, incredibile teatro della sua rivoluzione. Ma in questo libro, frutto di indagini e perlustrazioni appassionate, tese a legittimare la scrittura che ne consegue, non troveremo soltanto la storia dell'uomo con le testimonianze di chi lo frequentò. Affinati ha cercato l'eredità spirituale di don Lorenzo nelle contrade del pianeta dove alcuni educatori isolati, insieme ai loro alunni, senza sapere chi egli fosse, lo trasfigurano ogni giorno: dai maestri di villaggio, che pongono argini allo sfacelo dell'istruzione africana, ai teppisti berlinesi, frantumi della storia europea; dagli adolescenti arabi, frenetici e istintivi, agli italiani di Ellis Island, quando gli immigrati eravamo noi; dalle suore di Pechino e Benares, pronte ad accogliere i più sfortunati, ai piccoli rapinatori messicani, ai renitenti alla leva russi, ai ragazzi di Hiroshima, fino ai preti romani, che sembrano aver dimenticato, per fortuna non tutti, la severa lezione impartita dal priore.


La scuola cattolica (Rizzoli) di Edoardo Albinati
Roma, anni Settanta: un quartiere residenziale, una scuola privata. Sembra che nulla di significativo possa accadere, eppure, per ragioni misteriose, in poco tempo quel rifugio di persone rispettabili viene attraversato da una ventata di follia senza precedenti; appena lasciato il liceo, alcuni ex alunni si scoprono autori di uno dei più clamorosi crimini dell’epoca, il Delitto del Circeo. Edoardo Albinati era un loro compagno di scuola e per quarant’anni ha custodito i segreti di quella “mala educación”. Ora li racconta guardandoli come si guarda in fondo a un pozzo dove oscilla, misteriosa e deforme, la propria immagine. Da questo spunto prende vita un romanzo poderoso, che sbalordisce per l’ampiezza dei temi e la varietà di avventure grandi o minuscole: dalle canzoncine goliardiche ai pensieri più vertiginosi, dalla ricostruzione puntuale di pezzi della storia e della società italiana, alle confessioni che ognuno di noi potrebbe fare qualora gli si chiedesse: “Cosa desideravi davvero, quando eri ragazzo?”.
Adolescenza, sesso, religione e violenza; il denaro, l’amicizia, la vendetta; professori mitici, preti, teppisti, piccoli geni e psicopatici, fanciulle enigmatiche e terroristi. Mescolando personaggi veri con figure romanzesche, Albinati costruisce una narrazione potente e inarrestabile che ha il coraggio di affrontare a viso aperto i grandi quesiti della vita e del tempo, e di mostrare il rovescio delle cose. La scuola cattolica è forse il libro che mancava nella nostra cultura.

Dove troverete un altro padre come il mio (Ponte alle Grazie) di Rossana Campo
Rossana Campo, ancora una volta senza infingimenti e con lo stile dirompente e «difforme» che caratterizza la sua produzione letteraria, ma mettendosi in gioco forse più che in ogni altro suo libro, racconta qui il rapporto con Renato, il padre amatissimo e difficile scomparso di recente; o meglio con le molteplici figure, spesso contraddittorie, che Renato ha incarnato lungo tutta la sua vorticosa esistenza: il maestro di vita che fin da piccola esorta la figlia a rifuggire ogni forma di condizionamento e ipocrisia, ma anche l’irresponsabile che per niente e nessuno si separerebbe dalla sua amica più fidata: la bottiglia; l’individuo gioviale e irriducibilmente ottimista, ma anche l’attaccabrighe, dominato da una rabbia incontenibile; e ancora lo «zingaro» che non sopporta alcuna imposizione e non riconosce alcuna autorità, il contaballe prodigioso, il casinista indefesso, il terrone orgoglioso in un Nord che lo respinge… in una parola un essere infinitamente vitale e tremendamente fragile. Ne emerge un racconto, magari spudorato, ma proprio per questo di rara autenticità, della parte più profonda di sé.
  
Dalle rovine (Tunué) di Luciano Funetta
Il collezionista di serpenti Rivera, grazie a un video amatoriale, entra in contatto con l’insolita e seducente scena della pornografia d’arte. Questa esplorazione si trasforma ben presto nella discesa in un abisso popolato da figure oscure, tra le quali spicca un argentino a dir poco enigmatico: Alexandre Tapia.
Proprio attraverso la frequentazione di Tapia, Rivera scoprirà un universo di abiezioni private e catastrofi collettive, vittime invisibili e carnefici rimasti impuniti.










Le streghe di Lenzavacche (e/o) di Simona Lo Iacono
A Lenzavacche, minuscolo paese della Sicilia, vivono il piccolo Felice, la madre Rosalba e la nonna Tilde. È il 1938, e sembra non esserci posto per quel bambino disabile e vivace nell’Italia ossessionata dalla perfezione fisica esaltata dal fascismo. Felice, tuttavia - frutto di un amore appassionato della madre con un arrotino di passaggio, il Santo - riesce a vivere in pienezza nonostante i disagi fisici e l'emarginazione. Perché la sua è una famiglia speciale, di sole donne, le ultime discendenti di un gruppo di “streghe” che nel 1600 trovarono rifugio proprio a Lenzavacche dopo essere state bollate come corruttrici e istigatrici del demonio. Spose abbandonate, mogli gravide, figlie reiette, donne perseguitate che decisero di riunirsi per fronteggiare eventi difficili della vita, affratellandosi in un vincolo di solidarietà umana. Accanto a lui, oltre a queste donne piene di risorse, sostenitrici zelanti del potere benevolo delle streghe, c’è il farmacista Mussumeli, donnaiolo incallito ma benigno protettore della famiglia. E infine Mancuso, il nuovo maestro della scuola elementare, giovane e innamorato della cultura, dominato da un dolore lontano. Tutti insieme si ingegnano per escogitare metodi che possano regalare a Felice movimento, parola e indipendenza. In una Sicilia viziosa e ipocrita, dove c’è sempre qualcuno pronto a giudicare, Felice e il Maestro Mancuso diventano un simbolo di coraggio e fantasia, il segno concreto di una rinascita possibile.

La reliquia di Costantinopoli (Neri Pozza) di Paolo Malaguti
1565, Venezia. Il sole non lambisce ancora il camposanto di San Zaccaria, quando il vecchio Giovanni si cala nella tomba del chierico Gregorio Eparco, il suo antico tutore, appena riesumata dai pissegamorti in cambio di tre ducati. Non vuole trafugare la bara di legno marcio o le ossa ricoperte di lanugine e muffa. Sta cercando un libercolo. Un diario «avvolto in una pezza di tela cerata, sigillata da un nastro nero», che lui stesso, cinquant’anni prima, ha nascosto sotto la nuca del maestro, dopo aver giurato di non sfogliarlo né di farne parola con nessuno.
Il giuramento, però, ora può essere infranto, poiché le annotazioni contenute in quell’involucro sono l’unico indizio in grado di condurre ad alcune preziosissime reliquie cristiane andate perdute.
Il diario si apre nel 1452, quando Gregorio – «la barba folta e nera» e un «fisico più da rematore che da mercante» – giunge ad Adrianopoli insieme con il suo socio d’affari, l’ebreo-veneziano Malachia Bassan.
La città, strappata a Venezia dagli Ottomani un secolo prima, offre uno spettacolo raccapricciante agli occhi dei due giovani mercanti. Ventotto marinai di una galea da mercado della Serenissima, accusata di aver disubbidito agli ordini provenienti dalla fortezza di Boghaz-kesen, fatta costruire da Maometto II per controllare il traffico sul Bosforo, sono stati torturati, uccisi e lasciati alla mercé dei cani nelle pubbliche vie.
L’intento del giovane Sultano, un ragazzo di diciannove anni magro e pallido, è chiaro: offrire una dimostrazione di forza prima di cingere d’assedio la città che, per i cristiani, è la madre e la guida di tutto il mondo, l’ancella stessa del Padre: Costantinopoli, l’arca di santità che custodisce il maggior numero di reliquie cristiane.
Mentre uno sparuto esercito di genovesi, greci e veneziani tenta di respingere l’assalto dei turchi, Gregorio ha un’idea: recuperare tutti «i frammenti di Paradiso» appartenuti ai santi e disseminati nelle chiese, nei sotterranei e dentro il Grande Palazzo imperiale di Costantinopoli, per salvare in tal modo la Cristianità. Un’idea allettante anche per Malachia Bassan, nella cui mente si affaccia il pensiero che, male che vada, quelle reliquie così preziose possono pur sempre essere vendute.
Così tra imboscate, fughe ed enigmi, i due giovani mercanti si accingono all’impresa…
Con una documentazione sterminata capace di riprodurre fedelmente l’architettura di Costantinopoli cinta d’assedio dagli Ottomani e le strategie militari, le lingue, i culti e i costumi dell’epoca, Paolo Malaguti scrive un romanzo d’avventura dall’inarrestabile tensione narrativa. E ci consegna due protagonisti memorabili, figli del XV secolo: il saggio e ossequioso chierico Gregorio e l’imprevedibile ebreo Malachia.

Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) di Giordano Meacci
Nell’immaginario paese di Corsignano – tra Toscana e Umbria – la vita procede come sempre. C’è gente che lavora, donne che tradiscono i propri uomini e uomini che perdono una fortuna a carte. C’è una vecchia che ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull’altare, un avvocato canaglia, due bellissime sorelle che eccellono nell’arte della prostituzione e una bambina che rischia la morte. E c’è una comunità di cinghiali che scorrazza nei boschi circostanti. Se non fosse che uno di questi cinghiali acquista misteriosamente facoltà che trascendono la sua natura. Non solo diventa capace di elaborare pensieri degni di un essere umano, ma, esattamente come noi, diventa consapevole anche della morte. Troppo umano per essere del tutto compreso dai suoi simili e troppo bestia per non essere temuto dagli umani: «il Cinghiale che uccise Liberty Valance» si ritrova all’improvviso in una terra di nessuno che da una parte lo getta nella solitudine ma dall’altra gli dà la capacità di accedere ai segreti di Corsignano, leggendo nel cuore dei suoi abitanti. Giordano Meacci scrive un romanzo bellissimo, commovente, appassionante, che racconta l’eterno mistero dei nostri sentimenti e lo fa grazie all’antico espediente di trattare le bestie come uomini e gli uomini come una tra le molte specie viventi sulla Terra.

L’addio (Giunti) di Antonio Moresco
Il mondo dei vivi e quello dei morti sono vicini, comunicanti, e si assomigliano tanto: sono entrambi fittamente popolati, con città piene di grattacieli e di quartieri in rapida espansione. Solo la luce è diversa. E c'è un'altra cosa, che però nessuno sa dire: quale dei due mondi venga prima. Il protagonista di questo romanzo si chiama D'Arco ed è uno sbirro morto, pieno di dolore e di furore. È stato chiamato a compiere una missione impossibile. Deve tornare nel mondo dei vivi, nel quale fu ucciso, per fermare un massacro di vittime innocenti. Ma se il male viene prima, come potrà D'Arco invertire la spirale.









Conforme alla gloria (Voland) di Demetrio Paolin
Amburgo, 1985. Rudolf Wollmer fa il sindacalista, ha una moglie, un figlio adolescente e l’incubo di un padre scomodo, una ex SS che morendo gli ha lasciato in eredità la casa di famiglia. Deciso a sbarazzarsene subito, ritrova, tra gli oggetti del vecchio, un quadro intitolato La gloria. L’immagine è minacciosa ma nasconde un segreto ancora più terrificante. Nel tempo, la vicenda di Rudolf e del quadro si intreccia con quella di Enea Fergnani ‒ ex prigioniero a Mauthausen sfuggito allo sterminio del lager grazie alla sua abilità artistica e proprietario di un negozio di tatuaggi a Torino ‒ e della giovane modella Ana… Un romanzo sorprendente, dallo stile intenso e nitido, che è anche una riflessioni sul rapporto tra vittima e carnefice, su quale sia il confine tra umano e disumano.






La figlia sbagliata (Frassinelli) di Raffaella Romagnolo
Un sabato sera come tanti in una cittadina della provincia italiana. La tv sintonizzata su uno show televisivo, nel lavandino i piatti da lavare. Un infarto fulminante uccide il settantenne Pietro Polizzi, ma Ines Banchero, sua moglie da oltre quarant'anni, non fa ciò che ci si aspetta da lei: non chiede aiuto, non avverte amici e famigliari, non si preoccupa di seppellire l'uomo con cui ha condiviso l'esistenza. Comincia così un viaggio dentro la vita di una coppia normale: un figlio maschio, una figlia femmina, un appartamento decoroso, le vacanze al mare, la televisione e la Settimana Enigmistica. Ma è una normalità imposta e bugiarda, che per quarantacinque anni, per una vita, ha nascosto e silenziato rancori, rimpianti, rimorsi e traumi. E mentre giorno dopo giorno la morte si impadronisce della scena, il confine fra normalità e follia si fa labile.





Se avessero (Garzanti) di Vittorio Sermonti
Una mattina di maggio del 1945 tre (o quattro) partigiani si presentano col mitra sullo stomaco in un villino zona Fiera di Milano alla caccia d'un ufficiale della Repubblica Sociale (o forse di tre), lo scovano, segue un ampio scambio di vedute, e se ne vanno. Da questo aneddoto domestico, sincronizzato bene o male ai grandi eventi della Storia, si dipanano settant'anni di ricordi di un fratello quindicenne, confusi ma puntigliosi, affidati come sono agli «intermittenti soprusi della memoria»: il nero-sangue e il gelo della guerra, la triste farsa di sognarsi eroe, poi il «passaggio dalla parte del nemico» (iscrizione al PCI), e poi ancora un titubante far parte per se stesso; e il rapporto di reciproca protezione con il padre fascista; e la famiglia «feudale» della strana mamma; ma anche una collana di amori malriposti, le letture, il teatro, la musica, il calcio, gli amici. Testa e cuore però non fanno che tornare a quella mattina di maggio, a quell'ipotesi sospesa, a quell'eccidio mancato.
Così, nel tentativo di fare i conti con i propri fantasmi, Vittorio Sermonti ci regala un libro sconcertante, tracciato nella forma di una lunga canzone d'amore per un tu che ha smascherato molti di quei fantasmi del “narrator narrato”, e gli dà ancora la voglia di vivere: un libro che è anche la cronaca minuziosa di un Paese e di un interminabile dopoguerra, e, spesso mimando pensieri, lessico e voce d'un ragazzino d'antan, ci fa riflettere sulla tragica e ridicola ricerca di noi stessi che ci affligge giorno per giorno, uno per uno: «non contiamo niente, perché ognuno conta purtroppo tutto».

La sumera (Fazi) di Valentino Zeichen
Un giorno dopo l’altro, senza grandezze né tragedie, Ivo, Mario e Paolo consumano quel che resta delle loro giovanili inquietudini in una Roma sonnacchiosa e sempre più indifferente. I tre amici si muovono in uno spazio privilegiato, tra la via Flaminia e la Galleria d’Arte Moderna, passando le loro giornate fra minimi spostamenti, pedinamenti di donne, amori impossibili. Sono tre «vecchi ragazzi» scioperati, un po’ come i vitelloni felliniani, che vivono, anzi vivacchiano, nella capitale, «contemporanei al proprio passato». La ricerca di un centro che appare introvabile rivela la fatica di crescere e di cambiare in una realtà alla quale sembra difficile aderire: così il fallimento di Mario diventa lo specchio del fallimento di Ivo e insieme sembrano portare verso un’unica sconfitta, quella di un’intera generazione cresciuta nel segno della marginalità esistenziale. La deriva pare arrestarsi solo davanti a una donna senza nome, che i tre si contenderanno in un balletto quasi moraviano.
In questo romanzo poetico e scanzonato, dal fondo potentemente tragico, Valentino Zeichen ricostruisce con dolente ironia l’itinerario degli anni perduti dei protagonisti, che raggiunge talvolta esiti di irresistibile comicità illuminando quel vuoto così caratteristico delle loro vite come dei nostri tempi.




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