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martedì 9 aprile 2013

Sulle note di un libro (15): POEtry e The Raven - Lou Reed interpreta Edgar Allan Poe







L'immagine di Edgar Allan Poe (1809-1849) che conosciamo meglio è indelebile e ricorda in un certo senso proprio un corvo letterario: completo scuro, capelli e occhi neri. Quasi duecento anni dopo, l'anima tormentata del poeta dell'incubo rivive in musica grazie a Lou Reed, cantante e artista trasformista che non ha mai smesso di cercare nuovi spunti e ispirazioni: manco a farlo apposta anche lui occhi e capelli scuri e, visto che gli anni sono passati, chiodo nero di pelle, a sottolineare la sua anima rock. Nel 2001, l'ex leader dei Velvet Underground mette in scena, con la collaborazione del visionario regista Robert Wilson, lo spettacolo teatrale POEtry, vero e proprio omaggio al mondo oscuro e malinconico di Edgar Allan Poe: questo musical mette insieme i racconti dello scrittore, tra cui non mancano The Fall of the House of Usher, The Raven e The Pit and the Pendulum, alcune canzoni scritte da Lou, riferimenti biografici e strumenti di ogni tipo, dal violoncello alla chitarra acustica, fino ad arrivare al didgeridoo e al piano. L'apporto della straordinaria arte di Robert Wilson, grazie all'ambientazione surreale e alle luci che variano di colore ed intensità, ricrea sul palcoscenico un'atmosfera a metà tra terrore, ricerca personale e, perché no, ironica visione della condizione umana e dei suoi aspetti più bui.
Visto il successo dello spettacolo teatrale, nel 2003 il cantante decide di pubblicare The Raven, un concept album dal sapore decadente dove raccoglie le nuove canzoni, le letture ed alcuni suoi brani da lui rivisitati ed interpretati: Edgar e Lou, nonostante la lontananza nei secoli, ripercorrono insieme i propri demoni e le ossessioni che li accomunano.
Mr. Reed coglie perfettamente lo spirito dell'opera di Poe, modifica i testi senza stravolgere i significati e aggiunge tutto quello che l'ispirazione gli suggerisce: e allora troviamo stralci di Annabel Lee, la Lenore di The Raven, una versione allucinata e distorta di The Fall of the House of Usher, il duetto arrabbiato e dalle sonorità blues con The Blind Boys of Alabama in I Wanna Know (ispirata a The Pit and the Pendulum), fino ad arrivare a Who Am I? (Tripitena's Song), che ci regala una delle frasi più vere dell'album: "One thinks of what one hoped to be and then faces reality".
Il disco vanta inoltre la partecipazione di David Bowie in Hop Frog e di attori di fama mondiale, tra cui Willem Dafoe, voce in The Conqueror Worm, The Raven, The Cask e Prologue, e Steve Buscemi, che recita in Broadway Song, Old Poe e The Cask.
A conclusione del progetto, nel 2003 esce in Italia per Einaudi anche The Raven (pp. 190, 25,00 euro), libro illustrato dall'artista italiano Lorenzo Mattotti: all'interno troviamo sia le interpretazioni di Lou Reed che le poesie originali di Poe, valorizzate ancora di più dalle immagini di terrore e bellezza realizzate per l'occasione da Mattotti: «Rielaborare Poe su suggerimento di Robert Wilson è stata una delle piú grandi opportunità ed esperienze che abbia mai vissuto (...) Poi è arrivata l'idea finale. Ho visto la maestria del grande Lorenzo Mattotti. Non potevo avere le scene di Bob, ma perché non illustrare queste pagine con l'aggraziata energia e la passione di Lorenzo? Il connubio tra parola e immagine è difficile come ogni unione. La fusione di sensibilità diverse è stata in incubazione da Roma a Parigi ad Amburgo, fino a trovare dimora nelle pagine e fra le illustrazioni di questo libro».
Per chi fosse interessato al disco ne esistono due versioni, entrambe facilmente reperibili: la prima è composta da due dischi, la seconda da uno solo ed è una sorta di best of dei brani contenuti nella prima.

giovedì 14 marzo 2013

Poems (51); Sulle note di un libro (14) : “L’isola sul lago di Innisfree” di William Butler Yeats






L’amore per la natura, tutto ciò che è ameno e arcadico, mai modificato dall’uomo, ha affascinato per secoli l’immaginario dei poeti, ispirando liriche e poemi che hanno fatto la storia. Come dimenticare, infatti, le “Giunchiglie” di Wordworth, i paesaggi marinari di Coleridge e l’amore per l’oceano di Lord Byron? Se per questi poeti romantici la natura era ragione d’evasione dalla vita cittadina e dalle sue etichette, per Yeats, poeta irlandese vissuto a cavallo fra il XIX e il XX secolo, il ricordo dell’incontaminata Innisfree è un modo per obliare gli orrori della prima guerra mondiale. La sua poesia è ricca di simbolismo, con il quale modella la coscienza individuale e collettiva, e fortemente influenzata dalla cultura greca, romana, dalle leggende irlandesi e dall’esoterismo: pare infatti fosse interessato al misticismo e allo spiritualismo, tanto da entrare a far parte della società segreta-magica Hermetic Order of the Golden Dawn (Ordine Ermetico dell'Alba Dorata) con il nome di Festina Lente. L’amore e la memoria sono i temi fondamentali che abbracciano la poetica di Yeats, insieme ad altre dicotomie – il passato e la morte, il poeta e la sua Irlanda - che ben definiscono l’uso dell’antitesi da parte del poeta e soprattutto di figure retoriche come l’ossimoro.
Quella che vi presento oggi è una poesia forse tra le meno note del poeta, del quale forse i più ricorderanno I cigni selvatici a Coole, ma mi ha affascinato tanto all’epoca dei miei studi da maturanda da volervene parlare oggi. Ricordo ancora quando la mia insegnante di letteratura inglese ci offrì non solo una lettura in perfetto inglese dell’Isola sul lago di Innisfree, ma ci regalò anche la possibilità di ascoltare quegli stessi esametri in italiano e per di più musicati. Esiste infatti una meravigliosa versione cantata della poesia, composta dal cantautore italiano Angelo Branduardi, fa parte di un album del 1986  dal titolo Branduardi canta Yeats, nel quale il musicista ha trasposto in musica dieci poesie di William Butler Yeats, i cui testi sono stati tradotti ed adattati da Luisa Zappa – mi servirò proprio del suo testo per riportare la poesia in italiano.

I will arise and go now, and go to Innisfree,
And a small cabin build there, of clay and wattles made:
Nine bean-rows will I have there, a hive for the honeybee,
And live alone in the bee-loud glade.

And I shall have some peace there, for peace comes dropping slow,
Dropping from the wheels of the morning to where the cricket sings;
There midnight’s all a glimmer, and noon a purple glow,
And evening full of the linnet’s wings.

I will arise and go now, for always night and day
I hear lake water lapping with low sounds by the shore;
While I stand on the roadway, or on the pavement grey,
I hear it in the deep heart’s core.

Ed ecco ora mi alzerò, a Innisfree andrò,
Là una casa costruirò, d'argilla e canne io la farò;
là io avrò nove filari ed un alveare, perché le api facciano miele.
E là da solo io vivrò, io vivrò nella radura dove ronzano le api.

E là io pace avrò: lentamente, goccia a goccia,
viene dai veli del mattino fino a dove il grillo canta;
mezzanotte là è un balenio, porpora è mezzogiorno
e la sera è un volo di uccelli.

Ed ecco ora mi alzerò, perché sempre notte e giorno
posso sentire l'acqua del lago accarezzare la riva piano;
mentre in mezzo ad una strada io sto, sui marciapiedi grigi,
nel profondo del cuore questo io sento.

Nella prima e seconda strofa di questa poesia, Yeats utilizza delle immagini vivide che danno al lettore l’impressione di poter immaginare con gli stessi occhi lo stesso paradiso che il poeta sta delineando attraverso i suoi versi. Egli sogna una vita semplice e tranquilla, dove l’unica cosa fondamentale è avere un tetto sulla testa e nulla più, nell’utopia di dedicarsi alla natura e sfuggire alla frenesia della società che lo costringe a dimenticarsi del resto del mondo. Lì, in quella capanna sul lago, il paradiso è ancora protetto e le stelle di notte non vengono nascoste dalle forti luci dei lampioni o dai neri fumi delle fabbriche in funzione, che non permettono dalla città la visione della fantastica rapsodia di colori che muta il cielo in corrispondenza dei diversi momenti della giornata.
Nell’ultima strofa della poesia, Yeats distrugge la visione onirica riportando il lettore alla cruda realtà cittadina, dove non solo le strade e i marciapiedi sono grigi, ma anche i cuori della gente alienata. La vita scorre frenetica, mentre le acque del lago accarezzano piano la riva, dando ad Innisfree la sembianza di un posto senza tempo dove tutto scorre all’infinito, nella tranquillità che rispecchia la consapevolezza dell’eternità.
Ritengo che la poesia sia molto attuale: chi di noi non ha mai sognato la tranquillità di un mondo lontano dalla quotidianità, dalle faccende ordinarie e straordinarie che svolgiamo giorno dopo giorno? La solitudine alla quale aspira il poeta non è malsana, perché non è altro che il desiderio di evasione che percorre la nostra anima allorquando siamo sopraffatti da tutto ciò che ci circonda, blandamente è come sognare le vacanze estive mentre si lavora o si studia. Non si tratta di una situazione esistenziale, bensì della possibilità reale di riposare e ritemprare lo spirito attraverso un fugace, ma bellissimo, sogno ad occhi aperti.

Ed ora vi lascio alla versione musicata di Branduardi, apprezzabile soprattutto perché è innegabile la ricercatezza della melodia, che riporta alla mente gli echi della musica popolare irlandese…





William Butler Yeats (Dublino, 13 giugno 1865 – Roquebrune-Cap-Martin, 28 gennaio 1939)
È stato un poeta, drammaturgo, scrittore e mistico irlandese.
Spesso indicato come W. B. Yeats, fu anche senatore dello Stato Libero d'Irlanda negli anni venti.
È nato a Dublino nel 1865, primo figlio del pittore John Butler Yeats e di Susan Pollexfen. Quando William ha due anni, per permettere al padre John di proseguire la sua carriera di artista, la famiglia si sposta da Sandymount, nella contea di Dublino, alla contea di Sligo e poi a Londra. I figli di Yeats vengono educati in casa e la madre, nostalgica di Sligo, gli racconta le storie e le fiabe della loro contea di origine.
Nel 1877, a Londra, William entra nella Scuola Godolphin che frequenta per quattro anni. È qui che nasce il suo nazionalismo. Continua la sua educazione alla Erasmus Smith High School a Dublino. L'atelier di suo padre non è tanto distante e William vi passa molto tempo frequentando diversi artisti e scrittori della città. Durante questo periodo comincia a scrivere poemi. Nel 1885 le sue prime poesie ed il saggio "Sir Samuel Ferguson" vengono pubblicati sulla rivista Dublin University Review. Dal 1884 al 1886 frequenta la Scuola Metropolitana d'Arte.
In questo periodo la poesia di Yeats è impregnata di miti e folclore irlandese. Percy Bysshe Shelley esercita su di lui una grande influenza e continuerà a farlo per tutta la vita.

Angelo Branduardi 
È nato a Cuggiono, vicino a Milano.
Quando aveva pochi mesi la sua famiglia si trasferì a Genova e lì, presso il Conservatorio Niccolò Paganini, Angelo conseguì il diploma di violino e debuttò come solista con l'orchestra del Conservatorio.
All'età di quindici anni Angelo si trasferì di nuovo, questa volta a Milano, e qui si iscrisse all'Istituto Tecnico per il Turismo, dove conobbe ed ebbe a lungo come insegnante il grande poeta Franco Fortini.
In seguito si iscrisse alla Facoltà di Filosofia ed in quel periodo cominciò a comporre, musicando i testi dei suoi autori preferiti: "Confessioni di un malandrino" dal poeta russo Esenin, ancora oggi una delle sue canzoni più famose, risale infatti a quegli anni.
Agli inizi dagli anni '70, Angelo conobbe Luisa Zappa, che sarebbe poi diventata sua coautrice, oltre che sua moglie.




martedì 8 gennaio 2013

Sulle note di un libro (13) Fiabe in musica


A cura di Miki


Nelle vacanze siamo o dovremmo essere tutti più buoni e, tra luci, alberi e regali, torniamo anche un po' bambini: per questo voglio dedicare questa "puntata" alla fiaba, uno dei generi narrativi più vari che delizia i piccoli e svela insegnamenti e segreti nascosti agli adulti. Da bambina avevo un libro di fiabe che leggevo prima di dormire: alcune avevano un lieto fine, altre no e lasciavano nei sogni quel tocco di malinconia che avrei imparato ad apprezzare solo più avanti. Spesso e volentieri la musica era tra le protagoniste di questi racconti, a volte aveva uno scopo positivo e solare, altre uno scopo negativo e malvagio: ricordo il gran ballo a cui partecipa Cenerentola, l'allegra musica che aiuta Il pifferaio di Hamelin a vendicarsi e condurre i bambini via dalla città e lo strano concerto che mettono in scena l'asino, il cane, il gatto e il gallo de I musicanti di Brema per ingannare i briganti.
Proseguendo su questa strada, nel 1936 incontriamo il compositore russo Sergej Prokof'ev che sperimenta un nuovo tipo di racconto. Scrive il testo e gli spartiti di Pierino e il lupo, vera e propria fiaba in musica dove ogni personaggio è interpretato da uno strumento diverso: l'uccellino che il bambino incontra nel bosco è un flauto, l'anatra un oboe, il gatto un clarinetto, mentre il lupo cattivo che Pierino decide di cacciare è impersonato dai corni.
Tra le fiabe che leggevo una di quelle che ricordo con più affetto parlava di fate: si riunivano la notte nella radura di un bosco, danzavano fino all'alba e poi tornavano nel loro mondo. Chi le vedeva era perduto: veniva infatti stregato dalla musica e dai loro movimenti morbidi e aggraziati e volava via con loro per non far più ritorno. Ecco perché ho sempre trovato queste piccole e dolci creature alquanto inquietanti. Ma torniamo al punto cardine del mio discorso: la musica.
Un'artista che ci fa respirare un'atmosfera fatata e ci porta col suono della sua arpa in altri mondi è sicuramente Loreena McKennitt. Canadese dell'Ontario ma di origini celtiche, nel suo disco capolavoro The Mask and the Mirror (Quinlan Road, 1994), vero e proprio concept album letterario, Loreena interpreta The Bonny Swans, la fiaba mortale delle due sorelle innamorate dello stesso cavaliere: ispirata ad una ballata inglese che risale alla metà del 1600, questa storia rivive ancora una volta sulle note dell'arpa, del violoncello, della chitarra elettrica e del bodhran celtico (una sorta di tamburo a cornice della tradizione popolare irlandese). Secondo la tradizione, in questa "murder ballad" la sorella mora uccide la sorella bionda per gelosia spingendola nel fiume. Un menestrello trova poi sulla riva il corpo senza vita della ragazza e fa con le ossa un'arpa e con i capelli le corde. Subito dopo va a suonare al matrimonio della sorella mora che nel frattempo aveva conquistato il cavaliere amato da entrambe: l'arpa canta il tradimento e l'omicidio e racconta la sua triste storia. Esistono varie versioni di questa ballad che differiscono leggermente tra loro: in particolare in quella scelta da Loreena McKennitt la ragazza al contatto con l'acqua si trasforma prima in un cigno, poi in un'arpa.
Ulteriore tassello magico di questa rubrica dalle atmosfere fiabesche e fatate è una canzone che ho conosciuto per caso nella sua versione spagnola ma che esiste anche in lingua italiana sempre interpretata dallo stesso gruppo, i Mecano: mi riferisco ovviamente a Hijo de la Luna (contenuta nell'album Entre el cielo y el suelo, 1986) o Figlio della luna che dir si voglia, canzone ispirata ad una leggenda gitana. Una donna chiede alla Luna che il suo compagno torni da lei; la Luna esaudisce il suo
desiderio ma in cambio vuole suo figlio. Quando il bambino nasce l'uomo non lo riconosce come suo perché ha la pelle e gli occhi chiari a differenza dei genitori. Il marito decide quindi di uccidere la moglie e abbandona il bambino alla Luna che si sente per la prima volta madre.
Sperando di farvi cosa gradita vi lascio i link alle canzoni di cui vi ho parlato. Trovate i testi facilmente cercando su Google. Buon 2013 a tutti/e!



mercoledì 12 dicembre 2012

Speciale Jane Austen: Sulle note di un libro (12) La musica di Jane Austen




In attesa del racconto natalizio di oggi vi sorprendiamo con un'altra iniziativa, questa volta dedicata alla mia autrice preferita: Jane Austen, di cui il 16 dicembre ricorrerà l'anniversario di nascita (l'anno scorso le avevo scritto una simpatica letterina QUI). Vi proponiamo quindi una serie di articoli dedicati ad ognuno dei suoi libri, e anche piccoli speciali come quelli di oggi. Miki ha infatti dedicato la puntata di Sulle note di un libro proprio a Jane Austen, concentrandosi su un aspetto celato eppure sempre vivo nei suoi romanzi: la musica.



A cura di Miki


"Sì, sì, avremo un Pianoforte, buono quanto può esserlo uno da 30 Ghinee - e io mi eserciterò nelle contraddanze, affinché possa essere di qualche svago per nipoti maschi e femmine, quando avremo il piacere della loro compagnia."
(Lettera 63 del 27 dicembre 1808, da Jane a Cassandra Austen)

 "Non pongo nessun'altra condizione; ma senza la musica, la vita per me sarebbe vuota" (Emma, volume II capitolo 14)

Non so quanti di voi abbiano visto il film Becoming Jane. In ogni caso, ricordo benissimo l'inizio: Anne Hathaway suona con passione il pianoforte mentre tutti dormono. E la realtà non era molto diversa. Jane Austen infatti amava la musica, si esercitava al pianoforte ogni mattina prima che la casa si svegliasse e prendeva lezioni da George Chard, futuro organista della cattedrale di Winchester; suonava soprattutto per allietare i famigliari e, secondo la nipote Caroline, Jane aveva tra le altre cose un talento naturale per la musica e una bella voce. Tra i suoi pezzi preferiti c'erano le canzoni popolari e folk dell'epoca, i brani classici di Haydn, Beethoven e Bach, arie italiane e molto altro.
Durante la Reggenza inglese, il periodo in cui viveva Jane Austen, era fondamentale che le ragazze sapessero suonare uno strumento, questo le avrebbe favorite nella scelta di un futuro marito. La musica aveva una funzione sociale, come dimostrano molte stampe dell'epoca: alle feste spesso i padroni di casa e gli invitati spostavano i mobili da un lato, arrotolavano i tappeti e improvvisavano balli e danze, come succede probabilmente in Orgoglio e pregiudizio a casa del colonnello Forster per opera di Lydia Bennet e dei suoi amici.
Nonostante la grande diffusione della musica come strumento sociale, era comunque molto costoso acquistare nuovi spartiti: per questo le partiture venivano scambiate tra appassionati, ricopiate e di nuovo prestate. E' arrivata fino a noi una collezione di ben otto volumi di musiche appartenenti alla famiglia Austen, due dei quali scritti proprio da Jane con una calligrafia chiara e precisa: si tratta per lo più di canzoni folk con testi eclettici, dal serio al comico e dal sentimentale al patriottico. Questi spartiti fanno parte del fondo della Chawton House, la casa dove viveva il fratello di Jane, ora diventata museo, biblioteca e centro studi.
La musica rinsaldava continuamente il rapporto tra Jane e i suoi cari. Nel 1811, infatti, l'autrice scriveva così di una serata a casa del fratello Henry a Londra: "Martedì avremo più di ottanta invitati. Il livello della musica sarà davvero alto: cinque professionisti, tre dei quali appartenenti ad un coro, e alcuni dilettanti. Fanny li ascolterà con piacere. Uno dei musicisti è bravissimo a suonare l'arpa, mi aspetto un grande spettacolo". A Londra la scrittrice, oltre a visitare la casa del fratello, probabilmente setacciava i negozi alla ricerca di spartiti e ovviamente di tessuti, libri e regali per la famiglia.
Jane è riuscita a trasmettere il suo stesso amore per la musica anche a molte delle sue protagoniste. In Orgoglio e pregiudizio sia Mary che Elizabeth sono ottime musiciste, la prima dotata di una buona tecnica, la seconda padrona di uno stile più vivace e un canto più espressivo: entrambe queste caratteristiche si riflettono poi nella vita di tutti i giorni e nelle loro qualità come persone. Anne Eliot, protagonista di Persuasione suona spesso il pianoforte, così come Jane Fairfax in Emma e Marianne Dashwood in Ragione e sentimento, felice del regalo ricevuto dal colonnello Brandon. I brani preferiti dalle sue "eroine" sono chiaramente gli stessi che Jane amava: così Mary Bennet suona una selezione di arie scozzesi e irlandesi e Jane Fairfax Robin Adair, un pezzo di G. Kiallmark, trovato in una delle sue variazioni tra gli spartiti della Austen.
Infine nei memoriali James Edward Austen-Leigh, nipote della scrittrice, la ricorda così: "La sera a volte cantava accompagnandosi col pianoforte alcune vecchie canzoni, le cui arie e parole, ora quasi scomparse, persistono nella mia memoria".



Due delle arie tanto amate da Jane:






martedì 6 novembre 2012

Sulle note di un libro (11): Cime tempestose tra letteratura e musica



A cura di Miki

Il 30 luglio del 1818 nasceva a Thornton, piccolo villaggio dello Yorkshire, Emily Brontë, scrittrice e poetessa inglese destinata a diventare una delle pietre miliari della letteratura mondiale e a sconvolgere il pubblico vittoriano con il suo romanzo Cime Tempestose. Centoquaranta anni dopo nel 1958 nasceva a Bexleyheath, nel sud est di Londra, Kate Bush, cantautrice e artista dai gusti raffinati e dall'incredibile estensione vocale, entrata nella storia del rock a soli 19 anni con l'incisione di un brano ispirato appunto al romanzo di Emily Brontë.

Cosa ha spinto Kate a scegliere come pezzo di debutto proprio il brano Wuthering Heights? È presto detto. Nel 1970 esce al cinema l'ennesimo adattamento di Cime Tempestose, diretto questa volta da Robert Fuest e interpretato tra gli altri da un giovanissimo Timothy Dalton: a differenza delle versioni precedenti, tra cui spicca soprattutto per la bellezza della fotografia e l'emozionante recitazione di Laurence Olivier l'americano La voce nella tempesta (1939), il Cime Tempestose inglese di Robert Fuest cerca di dare una connotazione più moderna al racconto e al tempo stesso un'interpretazione della storia molto più libera. Kate lo va a vedere, rimane conquistata dall'atmosfera magica, dai personaggi e in particolare dalle scene finali del film: decide quindi di leggere il libro e di scrivere un brano sulla favola romantica e disperata di Heathcliff e Catherine. Le parole della canzone vengono fuori come un fiume in piena in poche ore, ispirate dalla luce della luna che si vede dalla finestra della camera di Kate. 

È Cathy Earnshaw che parla e racconta il suo amore per Heathcliff con la brughiera ventosa e selvaggia sullo sfondo: il periodo dei giochi in cui tutto è facile, la gelosia, le passioni troppo forti e incontrollabili, la difficoltà nel gestire i sentimenti e il carattere deciso di entrambi. Nel testo troviamo anche un riferimento preciso ad un episodio del libro: quel “sogni cattivi nella notte” si riferisce infatti alla confessione notturna che Cathy fa alla governante Nelly Dean e che viene disgraziatamente captata anche da Heathcliff. Per tutto il brano vediamo il mondo con gli occhi di una Cathy pentita, che sa di aver perso una battaglia importante e che torna come fantasma a prendere l'uomo per cui forse anni prima non aveva trovato il coraggio di lottare. Nel ritornello Catherine è dietro la finestra e chiede ripetutamente di poter entrare per scaldarsi: vorrebbe “avere e strappare via l'anima” di Heathcliff proprio come lui desiderava quando, appena morta, le aveva chiesto di tormentarlo e non lasciarlo mai solo.

Il singolo viene inciso nel 1977 e pubblicato nel 1978 dalla casa discografica EMI come apripista del futuro album The Kick Inside (EMI, 1978) insieme al B-side Kite, in inglese “aquilone”: musicalmente Wuthering Heights è una ballata folk rock coronata da un assolo di chitarra suonato da Ian Bairnson, chitarrista scozzese per lungo tempo membro del gruppo prog rock The Alan Parsons Project. Il singolo ha un grandissimo successo nelle classifiche e nei negozi di tutta Europa e viene apprezzato anche dalla Brontë Society: grazie al suo Wuthering Heights Kate Bush è la prima donna ad aver raggiunto il primo posto della chart inglese con un brano autografo. In Italia Kate vince anche l'edizione del Festivalbar del 1978 con una presenza memorabile, soprattutto dal punto di vista coreografico. 

Kate Bush, infatti, oltre ad essere cantante, è anche ballerina e realizza per il singolo Wuthering Heights due diversi videoclip: il primo nel 1978 arricchito da coreografie ed effetti speciali dove Kate, con un vestito bianco, “interpreta” il fantasma di Catherine e un secondo ambientato in una foresta dove l'artista indossa un abito rosso e danza sull'erba. Per quanto riguarda il suo modo di usare la voce e la scelta di cantare Wuthering Heights con note così alte, Kate ha dichiarato più volte di aver optato per questa soluzione artistica perché “ho sentito che così doveva essere. Il libro ha un'atmosfera misteriosa e io volevo che il brano la riflettesse”. Tantissime e di vari stili sono le cover uscite negli anni: in Italia il brano Wuthering Heights è stato interpretato da Mia Martini nell'album Miei compagni di viaggio, nella sua versione originale da Elisa nel live Mechanical Dream Tour, da Cristina Donà come seconda traccia del singolo Invisible girl e da Zenima nel 2001 in versione italiana e ritornello inglese.

Wuthering Heights – Kate Bush

Out on the wiley, windy moors
We'd roll and fall in green.
You had a temper like my jealousy:
Too hot, too greedy.
How could you leave me,
When I needed to possess you?
I hated you. I loved you, too.

Bad dreams in the night.
They told me I was going to lose the fight,
Leave behind my wuthering, wuthering
Wuthering Heights.

Heathcliff, it's me--Cathy.
Come home. I'm so cold!
Let me in-a-your window.

Heathcliff, it's me--Cathy.
Come home. I'm so cold!
Let me in-a-your window.

Ooh, it gets dark! It gets lonely,
On the other side from you.
I pine a lot. I find the lot
Falls through without you.
I'm coming back, love.
Cruel Heathcliff, my one dream,
My only master.

Too long I roam in the night.
I'm coming back to his side, to put it right.
I'm coming home to wuthering, wuthering,
Wuthering Heights,

Heathcliff, it's me--Cathy.
Come home. I'm so cold!
Let me in-a-your window.

Heathcliff, it's me--Cathy.
Come home. I'm so cold!
Let me in-a-your window.

Ooh! Let me have it.
Let me grab your soul away.
Ooh! Let me have it.
Let me grab your soul away.
You know it's me--Cathy!

Heathcliff, it's me--Cathy.
Come home. I'm so cold!
Let me in-a-your window.

Heathcliff, it's me--Cathy.
Come home. I'm so cold!
Let me in-a-your window.

Heathcliff, it's me--Cathy.
Come home. I'm so cold!

Wuthering Heights di Kate Bush con immagini tratte dal film omonimo del 1992, caratterizzato da atmosfere più cupe e quasi gotiche e da Juliette Binoche e Ralph Fiennes che, nei panni di Catherine e Heathcliff, risultano piuttosto convincenti e uniti dalla stessa passione disperata.
Elisa canta Wuthering Heights accompagnandosi al pianoforte a Che tempo che fa nel 2010.

La versione di Cristina Donà

Versione interamente in italiano interpretata da Mia Martini

Wuthering Heights cantata da Zenima

giovedì 18 ottobre 2012

Poems (48); Sulle note di un libro (10): "La più bella" e Francesco Guccini





A cura di OracoloDiDelfi


Se la poesia fosse intesa come un porto di mare da cui intraprendere viaggi verso mete lontane, Guido Gozzano esibirebbe, senz’ombra di dubbio, il vascello più maestoso e veloce.

Le onde di quest’oceano di fantasia spingono il lettore, strofa per strofa, nella direzione della mitica “Isola Non Trovata”, un luogo leggendario, raggiunto attraverso  un percorso ricco d’immaginazione che costituisce una fuga reattiva nell’irrazionale, un modo per risolvere le contraddizioni del presente inventandosi un mondo legato alla favola e al sogno.

La nostalgia, la disillusione e il desiderio di una libertà spirituale senza confini rappresentano la spinta esistenziale che mette in viaggio il lettore verso quest’isola che pare introvabile; serve infatti una piccola dose di stupore infantile e una certa dimestichezza con le atmosfere fiabesche per cogliere, nel mare infinito dell’immaginazione, questo piccolo e prezioso atollo mitologico.

Gozzano traduce in poesia un viaggio fisico che egli stesso compì nel Ceylon tra il dicembre del 1912 e il febbraio del 1913.
Sul modello della letteratura d’esplorazione, il testo poetico celebra un’avventura alla scoperta di un’isola misteriosa,  
di cui non restano che vani ricordi sbiaditi, e sensazioni vaghe, come suoni arcani e profumi esotici e vanescenti.

Le parole creano, con grande sapienza poetica, un’atmosfera fantastica e mitica, che coincide, per l’autore, con la profonda ricerca di un senso che si cela dietro ogni piccolo o grande viaggio.

Prima di ‘avventurarvi’ nella lettura di questo testo, vi consiglio, così come potrebbe consigliarvi Gozzano, di chiudere gli occhi, e di estendere la vostra fantasia ai confini più remoti del vostro cuore, per cogliere il profumo dell’oceano, la carezza del vento, e il desiderio bruciante della scoperta di un’isola mai trovata, e di un senso esistenziale che più pare esserci vicino, più al contrario ci sfugge, allontanandosi sempre più.


Guido Gozzano, “La più bella

I.
Ma bella più di tutte l'Isola Non-Trovata:
quella che il Re di Spagna s'ebbe da suo cugino
il Re di Portogallo con firma sugellata
e bulla del Pontefice in gotico latino.

L'Infante fece vela pel regno favoloso,
vide le fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera
e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso
quell'isola cercando... Ma l'isola non c'era.

Invano le galee panciute a vele tonde,
le caravelle invano armarono la prora:
con pace del Pontefice l'isola si nasconde,
e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.

II.
L'isola esiste. Appare talora di lontano
tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:
"...l'Isola Non-Trovata!" Il buon Canarïano
dal Picco alto di Teyde l'addita al forestiero.

La segnano le carte antiche dei corsari.
...Hifola da - trovarfi? ...Hifola pellegrina?...
È l'isola fatata che scivola sui mari;
talora i naviganti la vedono vicina...

Radono con le prore quella beata riva:
tra fiori mai veduti svettano palme somme,
odora la divina foresta spessa e viva,
lacrima il cardamomo, trasudano le gomme...

S'annuncia col profumo, come una cortigiana,
l'Isola Non-Trovata... Ma, se il pilota avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell'azzurro color di lontananza...



Il testo del poeta torinese ispirerà poi una canzone del cantautore Francesco Guccini, intitolata appunto “L’Isola Non Trovata” (Casa Discografica Emi, dicembre 1970).




Guccini, oppresso da una delusione sentimentale, appena tornato da un viaggio (appunto, un viaggio!) in America che aveva rivelato la grandissima utopia del ‘mito americano’ con cui tutta la sua generazione era illusoriamente cresciuta, trova nel testo di Gozzano un interlocutore fedele a cui confessare il senso di perdizione che provava di fronte alla  realtà del tempo, e nell’Isola non trovata identifica invece un luogo di rifugio dove  esercitare tutta la fantasiosa libertà dell’immaginazione che di fatto costituiva la sola via di scampo rispetto a una vita quotidiana ricolma di illusione e delusioni.

La rima ‘sparsa’ di Gozzano vede la prevalenza di distici  di doppi settenari, e Guccini ne riprende pari pari l’attacco (recitato e non cantato nell’esecuzione del pezzo), modificando solamente qualche elemento grafico attraverso la separazione delle due strofe incipitarie:

“…...Ma bella più di tutte l' isola non trovata, quella che il Re di Spagna s' ebbe da suo cugino,
il Re di Portogallo, con firma suggellata
e "bulla" del pontefice in Gotico-Latino...”

Per proseguire autonomamente nella propria canzone, Guccini prende le mosse dalla citazione diretta di Gozzano per poi passare metricamente alla prevalenza del novenario, distaccandosi dall’affollamento di nomi tipico del testo gozzaniano:

“…Il Re di Spagna fece vela
 cercando l' isola incantata,
però quell' isola non c'era
e mai nessuno l'ha trovata:
svanì di prua dalla galea
 come un' idea,
come una splendida utopia, è andata via
 e non tornerà mai più...”

“…Le antiche carte dei corsari portano un segno misterioso
e ne parlan piano i marinai con un timor superstizioso:
nessuno sa se c'è davvero od è un pensiero,
se, a volte, il vento ne ha il profumo è come il fumo che non prendi mai…”

Guccini interpreta in maniera originale anche il finale della poesia, instaurando un prezioso ‘dialogo intertestuale’ col poeta torinese; così Gozzano conclude la lirica:

“S'annuncia col profumo, come una cortigiana,
l'Isola Non-Trovata... Ma, se il pilota avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell'azzurro color di lontananza...”

Ed ecco invece Guccini che, esordendo in endecasillabo, approda infine al distico di doppi settenari, chiudendo la propria ‘rilettura’ della poesia con un’erudita chiusura ad anello, citando nuovamente, come fece nell’incipit, le precise parole del poeta torinese:
“Appare a volte avvolta di foschia
Magica e bella, ma se il pilota avanza
Sui mari misteriosi è già volata via
Tingendosi d’azzurro, color di lontananza…”

Chi sono gli autori
Guido Gozzano nasce a Torino nel 1883.
Discendente da parte paterna di una ricca famiglia borghese di Torino, affronta un’infanzia difficile, perennemente afflitto da spinte nostalgiche e da sentimenti di disarmonia, diplomandosi a fatica al Liceo Classico Cavour di Torino dopo aver subito varie bocciature.
L’attività poetica di Gozzano rientra nelle liriche ‘crepuscolari’, un particolare movimento lirico che coniuga il pessimismo tipicamente decadente all’incertezza etica, politica e cultura che affligge gli intellettuali dell’inizio del ‘900.
Si riunisce in un fervente gruppo di intellettuali torinesi chiamato “La società della Cultura”, e, in seguito all’iscrizione alla facoltà di legge, abbandona i corsi di giurisprudenza per interessarsi alle lezioni di letteratura e filosofia.
Tra le sue raccolte poetiche di maggior successo e diffusione si annoverano “Primavere romantiche”, “La Via del Rifugio”, “Verso la cuna del mondo: Lettere dall’India”, e “La principessa si sposa”.

Francesco Guccini nasce a Modena nel 1940.
Dopo tre mesi dalla nascita, a causa dell’imperversare del secondo conflitto mondiale, si trasferisce dai nonni paterni residenti a Pavana, una piccola città dell’Appennino tosco emiliano in provincia di Pistoia.
L’infanzia del giovane Francesco trascorre felice in questo ‘rifugio’ di montagna, dove le prime esperienze di vita e d’amore s’intrecciano con una crescente passione verso poesia e letteratura.
Per proseguire gli studi, il giovane Guccini fa prima ritorno a Modena, per poi stabilirsi a Bologna, dove frequenta i corsi universitari.
Mancando di poco la laurea presso la facoltà del Magistero di Bologna, l’appena  ventenne Francesco coniuga l’inesperta occupazione di giornalista presso un piccolo giornale locale con il progetto musicale che lo vede al centro di un ‘complesso’.
Lasciata la redazione di provincia della ‘Gazzetta di Modena’, insegue i propri sogni canori incidendo il disco “Folk Beat n.1”.
E’ il marzo del 1967, e canzoni come “Auschwitz”, “Noi non ci saremo”, “L’atomica cinese” e “In Morte di S.F” lo conducono dritto al successo discografico nazionale, che verrà ufficialmente sancito non prima del 1972, con “Radici”, a sua volta preceduto da due cupe produzioni come “Due anni dopo” e “L’Isola Non Trovata”.
La figura artistica di Francesco Guccini non si limita alla sola musica, ma si estende anche al campo della letteratura attraverso la pubblicazione di romanzi come “Croniche Epafaniche” (Feltrinelli, 1989), “Vacca d’un cane” e “Cittanova Blues”; nel marzo del 2012 Mondadori pubblica la sua ultima opera “Il dizionario delle cose perdute”, ossia un elenco di oggetti e abitudini di vita che lo scorrere del tempo ha tristemente cancellato, riscuotendo un grande successo sia dalla critica che dal pubblico.

mercoledì 26 settembre 2012

Ghost Brothers of Darkland County, un musical per Stephen King e John Mellencamp


A cura di Miki


Due fratelli e un proiettile. Due amanti e un salto nel buio. Tre fantasmi che conoscono la verità su quella notte

Cosa fareste se dopo aver comprato una bella casa per le vacanze scopriste che tempo addietro era stata scena di un delitto? Fuggireste appena saputa la macabra notizia o decidereste di rimanere sfidando la paura? Questo è proprio quello che è successo a John Mellencamp. Il cantante e compositore americano con all'attivo ben 26 album e 13 nomination ai Grammy ha infatti comprato un cottage nell'Indiana e solo dopo ha scoperto che mezzo secolo prima era stato teatro di un triangolo d'amore letale tra due fratelli interessati alla stessa donna: il più giovane aveva colpito con un attizzatoio il maggiore ed era scappato con la ragazza. Vuoi per l'agitazione dell'omicidio, vuoi per l'orrore di quello che aveva fatto, il ragazzo aveva guidato accidentalmente l'auto nel lago e i due amanti sfortunati erano affogati. Inutile dire che questa storia ha spaventato non poco John Mellencamp che, forse anche per esorcizzare il ricordo di questa inquietante scoperta, ha deciso di trasformarla in un musical per cui ha scritto i testi e le musiche. Per quanto riguarda la sceneggiatura John sognava di poter avere la collaborazione di Stephen King: i due si sono incontrati nella casa del Re dell'horror in Florida e, tra una discussione e qualche accordo di chitarra, King ha accettato con entusiasmo la proposta. Questa è a grandi righe la genesi di Ghost Brothers of Darkland County, progetto a cui hanno partecipato, tra gli altri, come direttore artistico Susan V. Booth e come direttore musicale il leggendario produttore T Bone Burnett. Dall'idea iniziale John Mellencamp ha sviluppato un sound tra blues, rock e una punta di folk: durante lo spettacolo i brani sono eseguiti da 19 interpreti e una band di quattro elementi.

La storia è ambientata nella cittadina di Delight (Mississippi) dove in una notte del 1967, a seguito di una lite, una terribile disgrazia unisce per sempre nell'omicidio i destini di due fratelli e della ragazza che entrambi amano: il delitto diventa ben presto leggenda locale e quarant'anni dopo la famiglia McCandless va ad abitare proprio in quella casa e deve fare i conti con le energie, la violenza rimasta e ovviamente i fantasmi che non hanno mai abbandonato il luogo della loro morte. Joe McCandless conosce la verità su quella notte ma non sa se gli spiriti lo aiuteranno a risolvere i suoi problemi; spera inoltre di riuscire a svelare i fatti del 1967 in tempo per salvare i suoi figli, la sua famiglia e anche se stesso. La storia viaggia tra presente e passato e si alterna tra mistero, tragedia e racconto di fantasmi: la premiata ditta King & Mellencamp ci promette una storia coinvolgente e sovrannaturale, una musica ricca e pulita e, perché no, anche un tocco di gore. Il musical è già andato in scena in anteprima all'Alliance Theatre di Atlanta (GA) in aprile e maggio di quest'anno e speriamo presto di rivederlo in altre date, magari prima o poi anche qui in Italia.

Il trailer di Ghost Brothers of Darkland County

Stephen King che parla del musical

La musica per il Re dell'horror è sempre stata una grande passione fin da piccolo. Grazie alla radio e alle canzoni che venivano trasmesse ha spesso dichiarato in varie interviste di aver scoperto la sua identità, un po' come i protagonisti del racconto Il corpo, tratto dalla raccolta Stagioni Diverse e reso ancora più famoso dal film Stand By Me - Ricordo di un'estate: i brani che ascoltano Gordon e compagni nel loro viaggio verso l'età adulta sono infatti gli stessi che ascoltava e per cui impazziva il giovane Stephen, classici e super-hit, pezzi rock and roll e blues. Il primo disco che Stephen ha comprato, per esempio, è stato un 78 giri di Hound Dog, gettonatissimo pezzo di Elvis Presley. I libri di King sono spesso infarciti di citazioni musicali: la radio di Christine - La macchina infernale (1983) trasmette solo brani degli Everly Brothers, mentre il precedente L'ombra dello scorpione (1978) inizia con un verso di (Don't Fear) the Reaper (Agents of Fortune, 1976) dei Blue Oyster Cult e prosegue con un potpourri di pezzi da novanta come Buddy Holly, Bob Dylan, Chuck Berry, Simon & Garfunkel e Bruce Springsteen.
Stephen King suona inoltre la chitarra ritmica in un gruppo, i Rock Bottom Remainders, in cui ha militato anche Matt Groening, padre dei Simpson. La band si occupa soprattutto di classici e pezzi anni '70 ed è capitato più di una volta che musicisti del calibro di Bruce Springsteen e Al Kooper si esibissero insieme a loro ai concerti.

martedì 11 settembre 2012

Sulle note di un libro (8) Il Frankenstein di Mary Shelley e il Rocky Horror Picture Show



A cura di Miki


E' una notte buia e tempestosa nel giugno del 1816, l'anno ricordato come "anno senza estate" per l'abbassamento delle temperature un po' in tutta l'Europa settentrionale e la scarsità dei raccolti. La location è Villa Diodati, residenza svizzera del poeta romantico Lord Byron: immaginatevi una bellissima casa sul lago circondata da alberi, un panorama splendido e una deliziosa facciata ad archi. Considerate poi che la notte e la pioggia fanno risplendere i luoghi di ombre e misteri, tanto più se questi sono antichi. Seduti intorno al fuoco ci sono i suoi ospiti: il poeta Percy B. Shelley, la compagna Mary Wollstonecraft Godwin, Claire Clairmont, sorellastra di Mary e il medico e scrittore John Polidori; leggono a voce alta Tales of the Dead, un'antologia horror molto popolare all'epoca. In questa ambientazione inquietante e produttiva per le fantasie dei protagonisti, Lord Byron propone una sfida a colpi di storie di fantasmi. Da questa "gara" nasceranno alcune opere, tra cui le più famose sono Il Vampiro di Polidori e soprattutto Frankenstein di Mary Shelley.

Da allora sono trascorsi quasi due secoli e questo grandissimo capolavoro ha ispirato alcune canzoni, in larga parte della scena metal, tra cui Dr. Stein degli Helloween (Keeper of the Seven Keys, Pt. 2, 1988), Frankenstein degli Iced Earth (Horror Show, 2001) e anche Some Kind of Monster dei Metallica (2004). Ma non finisce qui. Andiamo su un comunissimo sito di cinema e digitiamo la parola Frankenstein. Usciranno sicuramente tantissimi risultati, alcuni famosi, altri meno. Molti di questi film hanno la pecca di non aver capito l'opera di Mary Shelley fino in fondo e aver per lo più frainteso i temi morali alla base del romanzo: Frankenstein, infatti, non è lo scienziato folle che spesso emerge dalle trasposizioni cinematografiche, piuttosto un uomo romantico e idealista, ossessionato dalla possibilità di una scoperta incredibile. Il Mostro, invece, è una creatura intelligente che, rifiutato dal mondo per la sua bruttezza, come un bambino abbandonato, si ribella ad un padre assente. Ed è proprio su queste due grandi figure e sul loro dualismo che si basano tutte le dinamiche del romanzo. Una delle canzoni di cui vi parlavo sopra, mi riferisco a Frankenstein degli Iced Earth, illustra benissimo quello che voglio dire: "Un uomo che gioca a fare Dio per creare la vita con le proprie mani e scoprirne il significato. E quando la mostruosità prende vita, il Dottore volta le spalle a quello squilibrato bambino. Chi è il mostro? Chi è la vittima? Non penso alle conseguenze, devo conoscere il significato della vita".

Ma torniamo a noi. Siamo nel 1974, in una notte tempestosa forse come quella del 1816 e stiamo per incontrare i protagonisti di una delle più famose parodie ispirata a Frankenstein: il musical The Rocky Horror Picture Show, in scena per la prima volta nel 1973 a Londra, e diventato poi un film nel 1975, con testi e musiche di Richard O'Brien. Brad Majors e la sua fidanzata Janet sono in viaggio verso la casa del loro vecchio professore quando si guasta l'auto e nella tempesta trovano rifugio in un antico castello dove è in corso una strana riunione. Fanno ben presto conoscenza con il padrone di casa, il dottor Frank N. Furter, un "dolce travestito" che proviene dalla galassia Transylvania: il suo nome è ispirato per metà a quello dello scienziato del romanzo di Mary Shelley e per l'altra metà ad una piazza di Berlino, la Frankfurter Tor, situata nel quartiere di Friedrichshain, famoso per la variopinta vita culturale negli anni '70. Il Dottore, interpretato dal bravissimo Tim Curry, canta la provocatoria I Can Make You a Man: "Posso fare di te un uomo, in soli sette giorni con un po' di palestra". Frank ha creato infatti l'amante perfetto: un uomo bellissimo, muscoloso, depilato e soprattutto.. stupido! Nel laboratorio completamente rosa del Dottore, Brad e Janet assistono increduli alla nascita di Rocky, così si chiama le versione sexy della creatura di Mary Shelley: coperto di bende ed immerso in una sorta di grande "acquario" di cristallo, il corpo piano piano si anima dopo aver ricevuto l'impulso vitale dalle apparecchiature. Rocky emerge dalle acque ma il primo attimo della sua vita è già coperto di paura, come canta in The Sword of Damocles: gli sembra infatti di non appartenere alla società in cui è nato e sente la vita come qualcosa di incredibilmente misero. Come per il Frankenstein di Mary Shelley, anche il Dottore ha preso tutte le parti che compongono Rocky dai cadaveri, in particolare da quello del suo ex amante Eddie, il motociclista interpretato dal rocker Meat Loaf che, prima di essere ucciso, canta la famosa Hot Patootie davanti al suo pubblico. Nel romanzo originale sono pochi i riferimenti al reperimento dei cadaveri, mentre nel musical durante il compleanno di Rocky vediamo proprio il corpo di Eddie squartato in più punti e scopriamo con orrore, e gli ospiti con noi, che è proprio lui il piatto forte della serata.

Nonostante tutte le precauzioni prese da Frank, anche in questo caso la creatura si ribella al suo creatore e non riesce a resistere alle tentazioni del piacere che il suo creatore tanto ama. In The Floor Show/Rose Tints My World, Rocky, a sole sette ore dalla sua nascita, si rende conto di non avere controllo sulla sua libido e di trovare in essa un rifugio dalle difficoltà e dal dolore. L'esperimento del Dottore verso la creazione dell'uomo del futuro è stato quindi un fallimento e ha portato alla distruzione di entrambi. E se la fine del romanzo di Mary Shelley è una disfatta completa soprattutto per la sete di scienza e conoscenza di Victor Frankenstein, l'unica pecca che porta alla distruzione di Frank del Rocky Horror Picture Show è forse quella di aver fatto del piacere una vera e propria filosofia di vita e averlo ricercato con ogni metodo possibile e immaginabile.

martedì 28 agosto 2012

Sulle note di un libro (7) 1984 di George Orwell tra David Bowie e i Muse



A cura di Miki

Nel romanzo distopico per eccellenza 1984 George Orwell considerava la musica uno strumento di controllo politico. Mi chiedo cosa penserebbe quindi il Grande Fratello se sapesse che nel corso di circa 6 decenni il suo sistema di governo ha ispirato arte, canzoni e addirittura alcuni album. Negli anni '70, infatti, il re del glam rock David Bowie, rimasto folgorato dall'opera rivoluzionaria di Orwell, aveva deciso di allestire una rappresentazione teatrale ispirata a Nineteen Eighty-Four, ma non riuscì ad ottenere il permesso della moglie dello scrittore che non gli lasciò i diritti. Del materiale per questo "musical" sono rimaste alcune canzoni che potete ascoltare nel cd Diamond Dogs (RCA, 1974), un concept album basato in parte sul capolavoro di Orwell e in parte sulle fantasie di un mondo post-apocalittico in perfetto stile Bowie. Cominciamo con We Are The Dead, canzone antefatto basata sulla frase che il protagonista Winston Smith dice alla sua Julia e che rappresenta in un certo senso la loro storia d'amore e il loro continuo tentativo di emergere e rimanere a galla in un mondo cattivo. 

Bowie canta questo pezzo con una sottile malinconia, quasi a voler ricordare qualcosa di già passato, fino ad arrivare al finale, reso più particolare dai toni distorti e sofferti. Passiamo a 1984 che, con la sua chitarra wah wah, il suo ritmo irresistibile e le sue influenze funk e soul, rappresenta l'arresto e il drammatico interrogatorio di Winston ad opera di Mr. O'Brien, uno dei momenti culmine del libro. Qui David Bowie si sbizzarrisce, ci cattura nel suo mondo e ci racconta, in un crescendo di disperazione, un futuro apocalittico in cui il Grande Fratello ci può convincere di qualunque cosa dopo aver riempito il nostro cervello d'aria. Proseguiamo con il libro e arriviamo alla traccia Big Brother. In 1984 il lavaggio del cervello di Winston è ormai completo e il protagonista ama il Grande Fratello come tutti gli altri: per questo nella canzone Big Brother i toni sono più tranquilli e corali; finalmente il protagonista ha trovato qualcuno da seguire e in cui credere, qualcuno che può costruire per lui un grande rifugio di vetro dove vivere. Concludiamo questo viaggio nel mondo "totalitario" di Bowie con la canzone Chant of the Ever Circling Skeletal Family che, dopo aver ripetuto per sei volte le quattro frasi di cui è composta, si conclude con la ripetizione ossessiva del suono "bruh-bruh-bruh", prima sillaba della parola "brother", come se il disco si fosse rotto: questa traccia rappresenta con la sua follia l'effetto che i Due minuti d'odio hanno sulla mente dei cittadini di Oceania.



Facciamo ora un salto di oltre trent'anni, armiamoci di cuffie e ascoltiamo i Muse con il CD The Resistance, registrato sul lago di Como nel 2009 e vincitore di un Grammy come Best Rock Album nel 2011. Il quinto album in studio di Matthew Bellamy e soci è ispirato in larga parte al libro di George Orwell e, oltre alle tematiche politiche e sociali, ripercorre la storia d'amore tra Winston e Julia. Cominciamo con Uprising, il primo pezzo dell'album, una critica al potere, ai politici e alle banche. Ci soffermiamo poi sulla seconda traccia Resistance, brano più rappresentativo e terzo singolo estratto, che racconta gli incontri di Winston e Julia e di come valga la pena a volte di rischiare per amore: la voce di Bellamy e le chitarre alternano qui momenti di innata dolcezza a momenti più violenti e convinti in un crescendo di emozioni. Il terzo brano, Undisclosed Desires, è il preferito di Matt e anche il più diverso dal suono "Muse": racconta dei piccoli e grandi segreti che a volte gli innamorati condividono. 

E se la quarta traccia United States of Eurasia prende il suo nome da uno dei tre super stati di 1984 e racconta di una guerra inutile in cui le uniche vittime sono gli abitanti, la struggente Guiding Light riprende la storia d'amore tra Winston e Julia ed esplode in un assolo incredibilmente toccante. Arriviamo ora alla protesta di Unnatural Selection: il sesto pezzo di The Resistance ci rapisce con la sua grande energia e ci porta verso la settima traccia MK Ultra che stigmatizza il lavaggio del cervello e la manipolazione psicologica dei media e dei governi. Il ritmo rallenta invece con I Belong To You, cantata in parte in francese, che si conclude con un assolo di clarinetto: ritorna qui la tematica amorosa e l'importanza di questo sentimento. L'album si conclude con Exogenesis: Symphony, traccia divisa in tre parti, Overture, Cross Pollination e Redemption, suonata da un'orchestra di circa quaranta musicisti e ispirata a Rachmaninov, Richard Strauss, Chopin e ai Pink Floyd. La canzone racconta la storia di un'umanità stanca che lascia la terra per popolare un nuovo posto nell'universo: l'uomo inizia a porsi le classiche domande "chi siamo?" e "da dove veniamo?", comincia a sognare le stelle e finisce per cercare se stesso altrove dopo aver distrutto il bellissimo pianeta su cui è nato.



Nineteen Eighty-Four - George Orwell
L'azione si svolge in un futuro prossimo del mondo (l'anno 1984) in cui il potere si concentra in tre immensi superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia. Al vertice del potere politico in Oceania c'è il Grande Fratello, onnisciente e infallibile, che nessuno ha visto di persona ma di cui ovunque sono visibili grandi manifesti. Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un'esistenza "sovversiva". Scritto nel 1949, il libro è considerato una delle più lucide rappresentazioni del totalitarismo.





George Orwell
George Orwell è nato a Motihari, nella regione indiana del Bengala, nel 1903. Il suo vero nome è Eric Arthur Blair. Nella prima giovinezza fu arruolato nella polizia imperiale indiana, dal 1922 al 1927, quando tornò in Europa. Questa esperienza gli ispirò il suo primo romanzo, Giorni in Birmania del 1934, in buona parte autobiografico. Entrò a far parte dell'esercito repubblicano spagnolo nel 1936, e vi restò in condizioni di vita pessime, fino al 1939, quando fu colpito da un proiettile e, dopo una rocambolesca fuga insieme alla moglie, sfuggì alle giustizie sommarie del riassestamento politico della nazione. Su quegli avvenimenti scrisse Omaggio alla Catalogna, un'autobiografia di guerra: accorata, evocativa, in cui già si intravede la grandissima chiarezza espressiva che l'ha reso celebre. Nel 1936 scrive Fiorirà l'aspidistra, un sentito romanzo contro il miraggio del perbenismo borghese. Nel 1937 scrive La strada per Wigan Pier, ambientato tra i minatori disoccupati dell'Inghilterra. L'ultima parte della sua vita è all'insegna della ribellione verso il potere, per la libertà del singolo e per combattere qualsiasi regime autoritario. In quest'ottica convergono i suoi due romanzi più celebri: La fattoria degli animali del 1945 e 1984 del 1949 (ma il titolo è l'anagramma dell'anno di scrittura del romanzo, il 1948). Morì a Londra nel 1950, immerso in una lotta contro il tempo per la pubblicazione di 1984. Oltre che romanziere, Orwell fu anche saggista e scrittore di articoli.

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