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mercoledì 23 marzo 2016

Il romanzo picaresco che non ti aspetti: da Oliver Twist al Giovane Holden

A cura di Tonino Mangano.

Se scorressimo le pagine di alcune delle opere più famose di Charles Dickens – Grandi Speranze, Oliver Twist, David Copperfield – ci accorgeremmo di come l'autore inglese abbracci, nelle sue narrazioni, un ampio lasso di tempo della vita dei suoi protagonisti, in generale dalla prima giovinezza fino all’età adulta, o concentrandosi in modo peculiare sulla loro infanzia.
L’obiettivo che muove la penna di Dickens nel rappresentare la vita in ogni suo stadio è quello di delineare le problematiche, le aspettative e le reali condizioni in cui i suoi personaggi versano, denunciando le ipocrisie della propria epoca, mostrando le luci e le ombre dell’Età Vittoriana.

Esulando per un momento da questi caratteri, che la critica letteraria riconosce a Dickens e che rappresentano il fil rouge che accomuna le sue opere a quelle di altri autori del tempo (Stevenson, Wilde, Brontë ecc.), si potrebbe focalizzare l’attenzione sul particolare interesse dell’autore inglese per ciò che concerne il mondo dell’infanzia e le sue sfumature.
Queste ultime traspaiono dai suoi giudizi nei confronti dei giovani da lui descritti. Se prendessimo a esempio Oliver Twist, noteremmo le simpatie dell’autore nei confronti di Oliver; caso contrario e accolto con antipatia è Noah Claypole, il garzone dell’impresario funebre Mr. Sowerberry; con occhio diverso vengono guardati i ragazzi alle dipendenze di Fagin. Nel loro caso i giudizi mutano lentamente, in modo quasi impercettibile nel corso della vicenda narrata. In un primo momento potrebbero essere guardati con simpatia, paragonati a dei nuovi compagni di giochi di Oliver (si ricordino il primo aiuto dato a Oliver e la sfida del fazzoletto con Fagin), successivamente resi sfrontati furfanti, per poi diventare vittime innocenti di Bill Sikes e del citato Fagin, e ancora una volta redenti dalla benevolenza e dalla pietà dell’autore e delle autorità inglesi. I ragazzi di Fagin, i ladruncoli dei sobborghi di Londra, così come altri personaggi giovani, disperati e pertanto costretti alla malavita, sono un particolare che ricorre nel genere del romanzo picaresco.

Le radici di questo genere letterario affondano nel periodo del Rinascimento spagnolo (El Renacimiento). La novela picaresca (racconto/romanzo picaresco) si distingue per il realismo contenutistico ed espressivo che contrastava con il carattere idealista della letteratura rinascimentale spagnola, influenzata dalla filosofia neoplatonica.
La prima vera grande opera picaresca è il Lazarillo de Tormes (Lazzarino di Tormes) la cui pubblicazione è attestata intorno al 1554, di autore anonimo. Nelle pagine di questa opera compaiono tutte le caratteristiche che influiranno sulla successiva produzione picaresca, per quanto poi nelle altre letterature nazionali molti di questi caratteri verranno eliminati per coglierne e svilupparne gli elementi essenziali e declinare il genere picaresco alle necessità del contesto culturale di ogni tempo.
La novela picaresca si contraddistingueva per la narrazione autobiografica, infatti il pícaro scriveva in prima persona, ricordando la sua vita dalla nascita fino al momento presente. È evidente anche la presenza di un protagonista antieroico. Il ragazzo, dalle origini familiari poco abbienti, si ritrova, costretto dalla povertà, a commettere atti più o meno corretti per sopravvivere, anche ingannando i molti padroni presso cui presta servizio. Quelli che sono a tutti gli effetti dei tiri mancini vengono definiti picardías, da cui deriva la denominazione del genere. Per concludere il novero delle caratteristiche peculiari dell’originaria novela picaresca, si ricorda la necessità del finale tragico: il protagonista non riesce a integrarsi con successo nella società a causa delle voci sulla sua mancanza di onore o per via della giustizia che fa il suo corso e lo punisce per i crimini compiuti.

Il genere letterario picaresco nacque, così come il romanzo sociale dell’Età Vittoriana inglese, per cristianos nuevos (coloro che si convertirono al cristianesimo in tarda età) o di ebrei convertiti (judíos convertidos, in spagnolo). A loro si aggiungevano anche le nuove sacche di popolazione che erano i risultati delle condizioni socio-politiche spagnole durante El Siglo de Oro (l’Età d’Oro spagnolo) che coincideva con le prime conquiste americane e con l’emigrazione di molti uomini nel Nuovo Mondo. Le conseguenze dell’emigrazione e delle guerre di conquista furono l’aumento dei bambini orfani, degli indigenti e dei mendicanti. La necessità di porre l’accento su queste particolari dinamiche permise lo sviluppo di questo tipo di romanzo realista.
dare voce alle denunce contro le condizioni di vita a cui erano destinati gli emarginati sociali. La massa di esclusi consisteva dei cosiddetti
La parentesi spagnola fu fondamentale per lo sviluppo della letteratura europea in genere. Molti dei suoi caratteri e l’esempio del Lazarillo de Tormes costituirono un modello per generi narrativi simili alla novela picaresca, ma anche per tutti quelli che non guardavano da vicino al mondo di un’infanzia difficile. Il romanzo picaresco fu avvertito come un trampolino di lancio, una svolta improvvisa della narrativa rinascimentale fino ad allora contraddistinta dalle opere cavalleresche, religiose o filosofiche, lasciando invece spazio a nuovi generi dell’età moderna, come il romanzo d’esplorazione e d’avventura, con vicende dai caratteri seriosi più sfumati (I viaggi di Gulliver di Swift, che però ha un chiaro intento satirico, Robinson Crusoe di Defoe).

I Bildungsroman e i romanzi di denuncia sociale affondano alcune loro radici in questa letteratura cinquecentesca, apportando le necessarie modifiche ai caratteri costituitivi di questo genere. Specialmente nel romanzo di formazione troviamo due splendidi esempi nostrani, anche diametralmente opposti tra loro nel modo di trattare la materia. Edmondo De Amicis, con Cuore, sfrutta un metodo paternalistico nel rimproverare il personaggio più bistrattato, ma forse il più ricordato della sua opera, Franti, un discolo alunno della terza elementare. In lui si ritrovano un certo realismo nel comportamento infantile, l’antieroismo e l’infrazione delle regole con una certa soddisfazione personale. Il mezzo picaresco utilizzato dall’autore non è il fulcro di tutta la vicenda, ma è uno strumento nelle sue mani per formulare quel codice di condotta morale che auspicava fosse appreso dalle future generazioni di italiani. Il «prontuario delle moralità dominanti […] di ciò che l’età postunitaria avrebbe voluto essere» (come Cuore viene definito da Asor Rosa), nel suo intento pedagogico che mira a «fare gli italiani» (secondo la famosa espressione di Carlo D’Azeglio), disarticola le caratteristiche originarie del romanzo picaresco per permettere una denuncia da parte della società scolastica a danno del Franti, con l’intento di delineare una netta demarcazione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, senza riuscire a mediare tra le voci discordanti, che avrebbero offerto un carattere pluralistico alle discussioni riguardanti la storia e l’educazione postunitaria.

Lo scomparso Umberto Eco, nel suo Elogio a Franti, in Diario Minimo, sembra intravedere nel Franti un possibile contraltare, una nuova possibilità di interpretare la realtà, una visione parallela a quella più ortodossa dell’autore di Cuore. Se il riso di Franti viene tacciato di cattiveria, in realtà, secondo Eco, questa risata potrebbe essere una forma diversa di conoscere, giudicare e vivere la realtà in cui ci si trova, un barlume di libertà espressiva e di rinnovamento di tutto ciò che era destinato a cadere e che non funzionava nel sistema ideologico dell’Italia postunitaria. Eco ha, in poche parole, cercato di riabilitare la figura del ragazzino ribelle che, nella sua interpretazione della pars destruens delle convenzioni sociali, si erge a elemento innovatore, a difensore del dinamismo e del cambiamento sebbene questo progredisca con forme “scomode” per la maggior parte della società.

Nella stessa direzione si muove anche un altro autore, molto legato alla figura del ragazzoPinocchio, di Carlo Collodi (pseudonimo di Carlo Lorenzini). La sua simpatia per il ragazzo ribelle e per l’importante funzione pedagogica che questa figura può assolvere lo spinge a creare un’opera che diverte e che mette in discussione la denuncia e il silenzio a cui viene costretto Franti in Cuore. Il burattino di legno non è né bollato come “infame” dal suo stesso creatore, né viene privato della parola per avanzare le proprie idee. «La trasgressione è messa al centro del racconto, e suscita irresistibilmente la partecipazione del lettore. Ne risulta un libro infinitamente più aperto di Cuore, più problematico e moderno»*. Anche in questo caso, così come nella novela picaresca delle origini, attraverso colui che infrange le regole si riescono a smascherare le cattiverie della vita e a denunciare chi se ne macchia. Sarà lo stesso discolo a comprendere e a trovare nelle sue esperienze tutto ciò che lo faccia crescere, lo cambi e gli lasci intravedere la giusta via da seguire per apprendere le regole essenziali a cui sottostare. In Pinocchio molte norme etiche, giuridiche e sociali vengono rovesciate e si scontrano con i limiti che sono loro imposti dai caratteri diversi presentati dai vari casi a loro relativi: ad esempio, c’è differenza fra un normale ladruncolo e un ladro che si macchia del reato di furto per necessità, come nella dicotomia tra le faine e Pinocchio nel campo d’uva. In questo senso, molto attuale può essere l’accento che viene posto sull’attenzione da prestare ai truffatori come gli indimenticabili Gatto e Volpe; o la critica che si ravvisa nei giudizi troppo affrettati delle cariche giurisprudenziali, come nel caso del Giudice della città di Acchiappa-citrulli. Le allegorie sono ben riuscite nell’opera di Collodi e l’elemento fiabesco e picaresco si fondono nel creare una storia che è diventato un cult della letteratura dell’infanzia e del romanzo di formazione. L’ordine non viene imposto dall’autore, ma è il protagonista che, da solo e dopo aver razionalizzato di avere sempre sbagliato nel discernere tra bene e male, riesce a intravedere nella vita stessa e nelle sue esperienze, la figura della vera maestra.
disubbidiente. È il caso di citare una delle fiabe italiane più conosciute al mondo:

Una nota picaresca si avverte anche in due delle opere più conosciute di Mark Twain: Le Avventure di Tom Sawyer e Le Avventure di Huckleberry Finn. È nel secondo che si avverte una maggiore fedeltà alle regole della novela picaresca delle origini, sebbene Mark Twain riesca a operare una sintesi molto originale di più generi: dal romanzo d’avventura al romanzo di formazione, dalla letteratura per l’infanzia al romanzo di carattere realista. Le due opere citate (la prima nel 1876, la seconda nel 1884) sono emblematiche testimonianze dello spirito americano, di quell’anima mai sazia di esplorazione e di ricerca di novità, che si pone in netta contrapposizione con la cultura sempre più stanziale dei coloni dall’animo “vittoriano”, molto legati alla rigidità delle regole e alla sicurezza delle loro comunità. Anche in questo caso, come ne Le Avventure di Pinocchio, i due discoli protagonisti delle storie di Mark Twain riescono a svelare i vizi e le virtù della società di appartenenza. Il carattere picaresco della produzione dell’autore del Missouri si rispecchia nel suo stile narrativo che, a detta di William Faulkner, gli valse l’onore di essere “il primo vero scrittore americano”, come confermeranno anche Ernest Hemingway e un’ampia cultura di critica letteraria. Specialmente con la narrazione in prima persona ne Le Avventure di Huckleberry Finn e con il gergo colorito del suo protagonista – che subì aspre critiche e censure successive alla prima edizione –, Mark Twain appare come un precursore dei diritti della popolazione nera degli USA, da cui discende una strenua opposizione all’imperialismo.

Sebbene non proprio picaresco come i tre titoli precedenti, anche negli anni Cinquanta, J.D. Salinger diede vita a uno dei più fortunati e moderni picari della letteratura contemporanea: Holden Caulfield, Il giovane Holden. Le due caratteristiche salienti che vengono recuperate dalla tradizione picaresca più genuina sono l’autobiografia e la vita solitaria del protagonista, per quanto si possa sindacare sulla solitudine del personaggio, data la presenza dei genitori e di una sorella. Ad ogni modo, anche Il giovane Holden potrebbe annoverarsi tra i titoli della letteratura picaresca, sebbene questa natura sia stemperata dalla mancanza di vere e proprie vicissitudini e avventure che intrappolano Holden in una spirale di problemi. Indubbiamente Salinger presenta accenni di situazioni pericolose in cui il suo personaggio incappa, ma al piacere di presentare un crescendo di peripezie si sostituiranno l’analisi introspettiva del protagonista e la critica alla società che lo circonda nel corso delle sue peregrinazioni newyorkesi.

Un collegamento originale e forse un po’ forzato tra la letteratura di guerra all’italiana (la letteratura del secondo dopoguerra incentrata su storie di resistenza e quelle ambientate durante la ricostruzione) e la letteratura picaresca è quello che trova il suo anello di congiunzione nel primo romanzo di Italo Calvino: Il sentiero dei nidi di ragno, in cui il protagonista Pin, orfano dei genitori e accudito dalla sorella, non diviene un protagonista assoluto della vicenda, ma assurge a vettore dell’autore con cui analizzare le gesta partigiane, dei fascisti e tramite cui avanzare considerazioni generali e più immediate su tematiche relative alla guerra, alla lotta per la libertà e, più specificatamente, all’autodeterminazione dei popoli.

Ricordando le parole di Umberto Eco riferite al personaggio di Franti e per mezzo di uno sguardo rapido sulla letteratura picaresca presa ad esempio, non ci si può esimere dal trarre conclusioni che dovrebbero apparire immediate. La simpatia che in genere viene provata per la tenera età scanzonata è evidente, in quanto foriera di quella natura semplice e diretta, aliena a ogni forte influenza delle convenzioni sociali a cui sono sottoposti gli adulti. È proprio grazie a questa natura libera da ogni condizionamento che questi autori sono riusciti a muovere critiche più o meno aspre, dirette contro costumi atavici e che avrebbero dovuto affrontare da tempo il loro declino, o contro abitudini dall’impatto distruttivo e disumanizzante. Le riflessioni che discendono dalla letteratura picaresca, ci riportano al concetto che potremmo definire “disobbedienza costruttiva”, ipotizzata con altri termini dalla Arendt nel suo saggio Vita Activa; o ricordando l’esempio della disobbedienza di sofoclea memoria, nell’Antigone. Esulando dalla tragicità della rappresentazione teatrale greca o abbandonando il tono accorato delle disquisizioni arendtiane, accostandosi alla letteratura picaresca e alla leggerezza delle vicende presentate, si riescono a cogliere numerose sfumature di critica e spunti di riflessione che afferiscono ai più svariati campi della vita in società.

Spaziando ulteriormente nelle riflessioni legate alla letteratura picaresca, non possiamo che cogliere un implicito appello al rispetto della gioventù, intesa in ogni suo aspetto, come previsto dal testo della Dichiarazione di Ginevra dei diritti del fanciullo del 1924 e successivamente della Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia2 del 1989. Oltre all’imprescindibile diritto all’amore familiare, ai diritti alla vita, alla salute e al divieto di discriminazione in ogni sua forma, in questa sede si darà una particolare rilevanza al diritto all’educazione, deputata a garantire l’accesso all’informazione e alle conoscenze che possano permettere ai più giovani di sviluppare un più raffinato senso critico, che eviti loro di vivere le stesse esperienze del picaro del Lazarillo de Tormes, o di incorrere negli stessi errori e pericoli dei protagonisti dei romanzi più moderni, e non solo.
In questo senso, non si può fare altro che sostenere un cammino costante sul sentiero della conoscenza, incoraggiando a proseguire con le parole di Immanuel Kant: Sapere aude!, abbi il coraggio di sapere. Un messaggio che potrebbe estendersi a tutte le fasce d’età.

venerdì 2 ottobre 2015

"Riflessione di uno scrittore", commento alla Lectio Magistralis di Mario Vargas Llosa



Mario Vargas Llosa torna sui temi dell'intrattenimento letterario. Dopo La civiltà dello spettacolo (Einaudi, 2013), il Premio Nobel peruviano afferma ancora con forza l'imprescindibilità del valore civile della letteratura, all'interno di un discorso tenuto il 14 settembre 2015 all'Università di Palermo in occasione del conferimento della laurea Honoris Causa in Lingue e Culture Moderne dell'Occidente e dell'Oriente. Cercando di rispondere alla domanda “A che serve la letteratura?”, Vargas Llosa cita Sartre, secondo cui, ricorda, “le parole sono atti”, in nessun modo riconducibili all'intrattenimento. Mediante la letteratura si influisce sulla vita degli altri e sulla Storia, indirettamente, forgiando le coscienze.

La concezione di Sartre è superata, sostiene Vargas Llosa: in pochi condividono ancora queste idee; eppure, non si può credere che la lettura sia “un'attività senza conseguenze, con l'unico scopo di offrire un momento di svago alle persone”.
Vargas Llosa ha vissuto nei decenni della critica autorevole, in cui imperversavano accesi dibattiti di teoria della letteratura, dove argomenti come l'intenzione dell'autore dietro al testo, la ricezione del lettore, il rapporto tra finzione e realtà venivano analizzati chirurgicamente, con aspirazioni quasi scientifiche, anche quando si trattava di illazioni prettamente dialettiche. È rimasto sullo sfondo, comunque, il tarlo su cosa sia la letteratura e a cosa serva.
Forse perché erede di questa tradizione, Vargas Llosa continua a chiederselo, rimasto, credo, uno dei pochi a pensare che la domanda sia di capitale importanza. Ed è per questo che continua a essere fondamentale l'opinione di un grande scrittore, non solo in virtù del Nobel, quanto, se non di più, perché portavoce di un sistema – che io non credo obsoleto – ormai dimenticato.

Ho sentito dire, una volta, che la letteratura non serve a dare risposte, quanto a farci porre le domande giuste: così, interrogarsi ancora su cosa sia la letteratura – anche se forse non lo sapremo mai –, è imprescindibile per scoprire qualcosa di più anche sui noi stessi in quanto esseri umani.
Vargas Llosa risponde che la letteratura serve per intrattenere, senza dubbio, “non c'è niente che intrattenga di più di una poesia o di un grande romanzo; ma questo intrattenimento non è effimero, lascia un segno segreto e profondo nella sensibilità e nell'immaginazione”.
È una sedimentazione, possiamo dire: nelle menti più fervide, la grande letteratura lascia semi che germogliano in altre storie, o addirittura in azioni.

L'autore, nella stessa Lectio magistralis, d'altronde parla anche di come si scrive un romanzo. Non può allora non partire dalla propria genesi di lettore, cercando di spiegare prima di tutto perché si scriva letteratura. Una scelta totalmente sconveniente, perché poco redditizia, difficile, addirittura una condanna all'emarginazione. Non un hobby, qualcosa da fare nei ritagli di tempo, ma una vocazione a cui dedicare anima e corpo.
«Vocazione» è una parola tanto suggestiva da richiamare un'altra dimensione letteraria. Riempie un'area semantica che si avvicina al divino, alla predestinazione, all'ineluttabilità di un'attività che ti sceglie e davanti a cui non puoi tirarti indietro. Sono allora i temi a scegliere lo scrittore, non viceversa. Sono le esperienze, le letture, a forgiarci, a contribuire alla creazione letteraria, di cui lo scrittore sembra essere solo strumento.

L'idea che ne ho ricavato è che la letteratura non sia altro che una grande, immensa storia composta da piccoli pezzi tutti collegati tra loro. Se nulla si crea, se tutte le storie sono state raccontate, la letteratura diventa referenziale, una rete di rimandi a questo o a quell'altro libro, un pout pourri che rimescola ogni volta gli stessi ingredienti per dare vita a una forma nuova e contemporaneamente antica, atavica, già conosciuta.
Questa storia universale della letteratura crea dei mondi speculari, paralleli, dove i personaggi prendono vita e la dimensione letteraria prende corpo, manifestandosi al di fuori dello scrittore in modo talmente forte da essere percepita anche da chi non l'ha creata.
Ne è un esempio l'esperienza riportata da Vargas Llosa: grandi critici gli hanno infatti spiegato in modo convincente significati e misteri della trama dei suoi romanzi a cui lui non aveva minimamente pensato. Ecco perché è vitale la critica: vede al di là, in profondità, oltre le intenzioni consce dell'autore stesso.

“Quando si scrive, non solo si proietta la parte conscia di se stessi, ma anche la parte oscura della propria personalità […]. Nel processo di creazione, questi stati che i romantici chiamavano ispirazione e che potrebbero chiamarsi eccitazione o sovraeccitazione, affiorano nel momento di scrivere e lasciano anche una traccia. Questo spiega il perché di come quello che lo scrittore voglia dire non coincide sempre con quello che i lettori capiscono. Ma ciò non invalida la sua interpretazione, semplicemente rende manifesta la cecità che a volte ha lo scrittore di fronte a quello che fa”.
Un processo che riguarda molto la creazione artistica, che per Vargas Llosa si traduce in una riscrittura della prima stesura – in un modo che ricorda Carver –, in una elaborazione “che va prendendo forma per eliminazione”, cioè grazie a un'operazione di sottrazione, di correzione e distruzione di quello che si è già scritto.
Vargas Llosa non precisa se si tratta di una rifinitura esclusivamente formale o inerente anche alla trama, ma parla della storia come di una creatura in divenire, una “nebulosa” che non è mai definita, prima di essere trascritta su carta e aver messo il punto definitivo.

La motivazione di tanta fatica nasce dall'insoddisfazione nei confronti del mondo reale. Se la lettura dà la possibilità di “poter viaggiare nello spazio e nel tempo”, di vivere esperienze alternative, la scrittura si pone a sua volta come il tentativo di modificare storie già lette, cambiandone il finale.
Potrei azzardare, pur non volendo traviare le parole del premio Nobel, che si tratta più inconsciamente di un tentativo di modifica della realtà stessa, che si vuole piegare ai propri desideri. C'è allora, nello scrittore, la tendenza a plasmare non tanto il campo della fantasia, ma, come abbiamo avuto modo di intuire, della stessa realtà. Alla fine, credo, leggiamo e scriviamo libri per cambiare il mondo o, quantomeno, per renderlo un posto migliore: affermazione opinabile e del tutto personale, ma che si avvicina forse al motivo per cui Vargas Llosa parla in termini negativi di cultura light, perché non ci restituisce, cioè, gli strumenti per migliorare noi stessi e quello che ci circonda.
Il rapporto tra scrittura e realtà è però biunivoco: come la prima agisce o cerca di agire sulla seconda, così la seconda influisce in maniera sottile sulla prima, instillandosi nella mente dell'autore e mettendovi radici, per trasformarsi, infine, nel nocciolo di una nuova storia.

Mario Vargas Llosa parla con delicatezza ma con fermezza di punti che da una parte sono condivisibili, perché toccano corde a cui è difficile non essere sensibili, dall'altra sono controversi: mi riferisco alle definizioni di intrattenimento e al ruolo attribuito alla lettura che ne consegue, ma anche alle parole finali “sono convinto che le finzioni cinematografiche non possiedono questo corollario lento, ritardato che possiede la letteratura, nel senso si sensibilizzarmi alle mancanze della realtà e di farmi sentire la mancanza della libertà”. Vargas Llosa crede infatti nel potere della letteratura di rendere liberi: un popolo “contaminato dalle finzioni” è difficile da rendere schiavo, è scontento e anticonformista. Che questa esigenza non possa essere veicolata da altri mezzi è affermazione a cui servirebbe forse qualche altra spiegazione di supporto.

Pur condividendo tutto – poiché ho un punto di vista molto netto su ciò che dovremmo aspettarci dalla letteratura, il cui termine viene accostato all'intrattenimento in modo quasi paradossale –, resta aperta la questione sul diritto democratico di convertire il libro – persino il libro – in un prodotto di consumo: conseguenza indesiderata della diffusa alfabetizzazione, che ha reso il gusto della massa l'indice imperante del mercato editoriale.


giovedì 14 maggio 2015

Lo svilimento della "critica", tra lettura emotiva e democrazia del web



Leggere non è mai un'azione passiva, o, almeno, non dovrebbe esserlo. La decodificazione di segni scritti stimola specifiche aree del cervello e, se non sono del tutto convinta che l'esercizio migliori davvero l'empatia, uno degli effetti immediati di cui non stento a riconoscere la validità è l'ampliamento del lessico di chi legge. Senza voler scomodare gli studi di linguistica generale, a un linguaggio ricco e variegato corrisponde una maggiore molteplicità di pensiero: chi è fornito di un vasto vocabolario ha più strumenti per percepire il mondo che lo circonda, per notare le sfumature, per elaborare la complessità. E di complessità siamo circondati: quando veniamo a conoscenza di una notizia, esaminarne i fattori politici, storici, economici, umani, e cercare addirittura di prevederne le conseguenze, non è per nulla semplice. Possedere un lessico adeguato significa quindi dare un nome a elementi di cui, se non ne avessimo appreso il termine, non avremmo nemmeno sospettato l'esistenza.

Alla domanda: “a cosa serve la lettura?”, io rispondo spesso così: a interpretare la realtà. La lettura è lo strumento attraverso il quale amplio i miei orizzonti, faccio nuove esperienze e le problematizzo, per poi trasferirle nel reale. 1984 di George Orwell, ad esempio, è stato fondamentale per capire alcune dinamiche che mi sono tornate utili. La stessa funzione hanno svolto, per i loro contemporanei, Victor Hugo sulla prostituzione, o Flaubert sull'adulterio.
“Lettura” è, però, un termine molto generico. Non è lettura quella delle etichette della confezione di shampoo, né quella delle istruzioni del nuovo mobile Ikea. Non è lettura, a mio avviso, nemmeno quella dei romanzi caratterizzati da elementarità di pensiero, lessico ripetitivo, situazioni stereotipate, banalità e, soprattutto, assenza di profondità. O, meglio, si tratta di una lettura che toglie il senso stesso del leggere, e che va bene quando fatta per passatempo, ma in modo assolutamente consapevole. Il distinguo tra Lettura e lettura sta proprio in questo: nella consapevolezza di chi legge. La consapevolezza, così come la complessità, è un traguardo difficile da raggiungere, e non è affatto scontato. Chi legge a ripetizione libri di contenuto pressoché uguale e di linguaggio elementare, ne è dotato? A mio avviso, no. Il giudizio parrà severo, ma è quello che mi è capitato di osservare frequentando un gruppo su Facebook che fa della lettura consapevole il proprio baluardo. Si chiama Billy, ilvizio di leggere, ed è gestito dal palermitano Angelo Di Liberto. Le regole sono semplici: quando si consiglia un libro, non basta dire su questo che è “bellissimo” e che “tiene incollati fino all'ultima pagina”; si deve cercare di motivare per quale motivo un altro utente dovrebbe ascoltare il consiglio letterario. Va da sé che “ricco di colpi di scena” ed “emozionante” non sono indicazioni sufficienti. Quando, però, l'utente disattento viene rimbrottato o incoraggiato a spiegare meglio le proprie motivazioni, ad andare oltre e a non limitarsi al giudizio superficiale, la reazione è spesso aggressiva, indolente, refrattaria. Frequenti le accuse di snobismo, perché è più giusto accontentarsi di una riga che non dice nulla piuttosto che chiedere – viene percepito quasi come un'offesa – di esercitare il proprio giudizio.

Mi sono fatta l'idea che la lettura critica (da cui si vuole trarre, cioè, un giudizio critico – non in senso filologico – sull'opera) è inesistente in chi si limita alla fagocitazione di prodotti di serie – il fatto che questi prodotti, che non mi va di chiamare libri, snaturalizzino la lettura in quanto gymnasium, palestra intellettuale, per ritornare al discorso sull'interpretazione del reale, non è argomento da affrontare in questa sede. Non è solo inesistente, ma non ha nemmeno la possibilità di crescere e germogliare: il rifiuto categorico di fare il salto di qualità impedisce quasi sempre nettamente che una lettrice accanita di letteratura di consumo, e solo di questa, senta il bisogno di allargare i propri orizzonti. Esiste, è vero, la possibilità che questo accada. Ma la massima “qualsiasi cosa, purché si legga” è essenzialmente sbagliata: senza che venga introdotta la consapevolezza – che dovrebbe nascere da sé, ma non sempre accade – il lettore occasionale non trarrà alcun vantaggio dalla lettura, se non quello di aver trascorso un paio d'ore di tempo con la stessa fruttuosità di chi lo passa su un social network. Una riflessione estemporanea può essere inoltre fatta – ma la lasciamo alla sua aleatorietà – sull'incapacità della scuola di formare un individuo dotato di pensiero proprio, nonostante abbia completato il percorso di studi, e di saperlo esprimere. Le difficoltà linguistiche, come accennato, giocano un ruolo molto importante della formulazione del giudizio.

Sappiamo, d'altronde, che la narrativa di consumo odierna è spesso indirizzata a creare prodotti  riempitivi. Utilizzo questo termine per indicare un tipo di lettura che vuole riempire alcuni vuoti emotivi, una vita noiosa o problematica, un disagio interiore. Lo fa regalando emozioni: sull'emozione ruota l'intera sfera dell'industria libraria. Si tratta sempre di un'emozione positiva, anche quando vuole essere dolorosa. Non è infrequente la richiesta, da parte soprattutto di un pubblico femminile, di un libro che faccia piangere. E, per lo stesso motivo, non si riesce a descrivere un libro se non come “emozionante”: perché, al di là dell'emozione – tra l'altro, di plastica – non possiede altro. Sull'onda dell'emozione sono stati magnificati libri come “Fai bei sogni” di Massimo Gramellini o “Va' dove ti porta il cuore”, di Susanna Tamaro. Non da adolescenti, spesso tacciati di essere privi di strumenti interpretativi, ma da adulti incapaci di scorgere la banalità, la furberia, la grossolanità.

Sull'onda dell'emozione, inoltre, la soggettività, il “de gustibus” e la democrazia del web – che pur si deve ringraziare – vengono elevati a criteri assoluti. All'appiattimento di pensiero dovuto a libri dai contenuti vuoti, segue l'appiattimento di giudizio. La critica deperisce dietro al “like” che nega, costantemente, il dissenso: siamo tutti d'accordo – mentre chi non lo è può manifestarlo solo grazie al proprio silenzio, difficile da notare – e un pensiero superficiale vale quanto quello che fa lo sforzo di rompere la barriera dell' accondiscendenza: “io la penso così”, leggo spesso giustificarsi, barricarsi dietro un'intenzione pacifica, “ma è solo un pensiero personale, non la verità assoluta, il mondo è bello perché è vario, sai che noia se la pensassimo tutti allo stesso modo”.
La faticosa oggettività – il metro attraverso cui si dovrebbe valutare un libro, che include criteri come: scrittura corretta e non ripetitiva, originalità di trama, psicologia dei personaggi approfondita e non stereotipata – cade sotto le sprangate del populismo, si annichilisce, viene derisa nella convinzione che tutti abbiano ragione. Ma il giudizio motivato, per quanto possa essere erroneo, presenta un margine di discussione.
Il problema non sta nell'arbitrarietà del giudizio, quindi, ma nella sua profondità. E questa sarà negata, fin quando si leggeranno libri come si scorre la bacheca di Facebook, si rivendicherà il diritto di farlo e si annullerà il rilievo della critica.

Si arriva al paradosso assoluto: nessun libro è brutto. È il triste trionfo della soggettività che non applica il discrimen, che confonde Tolstoj con Fabio Volo, che dà risalto all'illetterato, che toglie dignità alla letteratura mettendola sullo stesso livello di apprezzamento dell'ultimo best seller erotico. Nessun libro è brutto perché non deve essere urtata la sensibilità di nessuno. Nessuno deve sentirsi al di sotto degli altri. Nessuno, quindi, deve essere spinto a migliorarsi, perché va bene così, orgogliosi di quello che si è: l'ignoranza è motivo di vanto, nella felice e arrogante convinzione di essere diversi dai cosiddetti “snob”, convinzione che assume sfumature esistenziali quando si finisce per evidenziare, addirittura, la propria superiorità morale.
La critica urta perché crea una disarmonia, una crepa, costringe a rivedere la propria posizione, ad ammettere errori di valutazione, a considerare sopravvalutate quelle emozioni che ci aveva regalato la lettura, nel momento in cui questa non ci ha dato altro. Per questo, la critica deve essere screditata, soprattutto quando veemente, dissacrante, ma principalmente onesta. Per questo, tutti i giudizi hanno pari dignità, tutte le opinioni sono legittime: eguagliare una critica motivata e una che non sa andare oltre lo sterile “bellissimo”, o rivendicare l'importanza del mero gusto personale sull'obiettività, significa, per chi avverte il difetto della propria incompetenza, dimostrare di essere “alla pari”. E, nella società della frustrazione e dell'invidia strisciante – verso il ricco, il colto, o la persona di successo –, non c'è nulla di più importante.


giovedì 19 giugno 2014

In difesa del diritto di critica



Le critiche non piacciono a nessuno, ammettiamolo: per quanto lo scrittore incompreso si nasconda dietro a un sibillino sorriso o a espressioni come "rispetto la tua opinione" ― il cui sottinteso è: in realtà della tua recensione non me ne frega niente, ho decine di altri fessi che mi leccano... l'ego ―,  dentro di lui mille fuochi stanno ardendo dall'ira e dallo sdegno. 
Taluni lo nascondono, altri fanno una piazzata o, mantenendosi anonimi, lasciano decine di insulti sotto al commento di uno sventurato che si è permesso di dire che quel libro, ohibò, fa schifo. Magari lo ha detto persino gentilmente, o ha lasciato un commento disinteressato che certo non si aspettava sarebbe stato ripreso e messo sotto processo dall'autore sul suo profilo facebook. Il poveretto non se lo aspettava ― non sa che gli scrittori seriali monitorano ogni commento in rete, ogni stellina in più o in meno che si aggiunge ai social network dedicati ai libri ―  ma non importa: ha peccato, terribilmente peccato di libertà di critica. Non solo questo, ha fatto di peggio: ha completamente ignorato la fatica e la mole di studio che l'autore ha impiegato per scrivere il libro. Impegno che, da solo, dimostra senza ombra di dubbio che sia un capolavoro. Come si è permesso, il criminale, di criticare lo stile piatto? L'autore ha letto decine di manuali di scrittura creativa e affini. Non è possibile che sia piatto, non lo è. E, d'altronde, tutti dicono che il libro è avvincente, emozionante, spettacolare ― N.B.: "tutti" potrebbe comprendere un bacino di lettori tra i dodici e i vent'anni, ma è ininfluente, è il pubblico. L'opinione di questa mosca bianca, un lettore anche lei, non vale niente. Forse non è una, sono due, tre, dieci. Ad ogni modo, sono poche. 
Ma l'autore non riesce a rimanere soddisfatto dalla semplice convinzione che non valga niente: è così, per carità, ma tutti devono sapere che qualcuno ha osato dire tanto. Lo metteremo sul torchio, in pasto alla folla sdegnata. 
È questo il caso di Keira Cass, ad esempio, che ha aggredito verbalmente ― anche con termini quali bitch ― una ragazza su Goodreads rea di aver scritto una recensione negativa molto votata. Ha poi chiamato le sue adepte sui vari social, non ultima l'agente, che si sono scagliate contro la vittima ― ops, scusate, il criminale. Lo scrittore non fa mai il lavoro sporco da solo e questo è ciò che si meritano quegli incompetenti che vanno in giro a dire che il libro è scritto male. Lo scrivessero loro, il libro, se sono capaci.
Ma il punto è che non lo sono: sono invece degli invidiosi. Sissignori, invidiosi. E irrispettosi di chi fa il proprio lavoro con impegno, fatica e onestà. Per non parlare di tutto lo staff che c'è dietro: editor, correttori di bozze, grafici. Vogliamo forse dire che un intero staff non ha capito che quel libro era scritto male?
No, non lo diremmo mai. 
Forse ora il criminale e i suoi simili ― ce ne sono tantissimi di criminali, in  rete, che si permettono di divulgare siffatte infamie ― smetteranno di scrivere spensieratamente che quel libro non è perfetto, anzi, è il contrario. 
Vincere, e vinceremo.
Ma sono troppi, questi criticoni, per estirparli come erbacce. L'autore, comunque, ci prova. Si è stancato delle critiche. 


I diritti imprescrittibili del lettore.

  1. Il diritto di non leggere
  2. Il diritto di saltare le pagine
  3. Il diritto di non finire il libro
  4. Il diritto di rileggere
  5. Il diritto di leggere qualsiasi cosa
  6. Il diritto al bovarismo (malattia testualmente contagiosa)
  7. Il diritto di leggere ovunque
  8. Il diritto di spizzicare
  9. Il diritto di leggere ad alta voce
  10. Il diritto di tacere
  11. Il diritto di criticare.



sabato 16 novembre 2013

Mondello 2013: a Valerio Magrelli il MondelloGiovani e il SuperMondello


La XXXIX edizione del Premio Letterario Internazionale Mondello (di cui DustyPages si è occupata qui), in occasione del rifiuto da parte di Busi dello stesso) continua a elargire riconoscimenti e così, il 15 Novembre, sono stati assegnati il Premio SuperMondello e il Premio MondelloGiovani 2013
Il vincitore, per entrambi, è stato Valerio Magrelli, con Geologia di un padre, della Einaudi.
Magrelli era già uno dei vincitori del Premio Opera Italiana - prerequisito necessario per accedere al Supermondello-  indicati dal Comitato di Selezione la scorsa primavera, insieme ad Andrea Canobbio con Tre anni luce (Feltrinelli) e Walter Siti con Resistere non serve a niente (Rizzoli).  I tre autori sono stati scelti in quell’occasione da tre giovani critici letterari fra i più autorevoli in Italia, ovvero  Daniele Giglioli, Raffaele Manica, Matteo Marchesini

A decretare la vincita per il Supermondello invece è stata una particolare giuria, composta da 240 lettori qualificati dislocati in tutta Italia, indicati dai librai di 24 librerie segnalate dall’inserto Domenica de Il Sole 24Ore.
Nei mesi scorsi, le librerie hanno inviato alla Segreteria del Premio un elenco di 10 lettori ‘forti’,  ovvero in grado di formulare un adeguato giudizio critico-letterario. I 240 lettori così selezionati hanno potuto esprimere la loro preferenza votando online in un’apposita sezione del sito dedicato al Premio. 
A Magrelli sono andati ben 105 voti delle 230 preferenze totali espresse dai lettori, superando così le 75 aggiudicatesi da Canobbio e le 54 andate a Walter Siti che, pur essendo vincitore dello Strega e del Mondello (come vi abbiamo raccontato qui), non sembra dominare invece in quest’ultima competizione.
Oltre al Super Mondello, i tre autori vincitori del Premio Opera Italiana concorrevano per il MondelloGiovani, assegnato da una giuria costituita da una selezione di studenti siciliani. Cento di essi provenivano da dieci istituti superiori di Palermo, cui si sono aggiunti dieci studenti di Enna e altri dieci studenti di Noto, in provincia di Siracusa. 
Ciascuno dei centoventi studenti ha, nei mesi scorsi, letto le tre opere scelte per il Premio Opera Italiana e ha dovuto votare per una sola di queste, allegando la motivazione della scelta. Centrotredici studenti su centoventi hanno partecipato e ben 50 voti sono andati a Magrelli, che si è aggiudicato così anche il MondelloGiovani.
Anche le tre motivazioni migliori espresse dagli studenti nel corso delle votazioni sono state premiate e così un riconoscimento è stato assegnato a Angelo Chianello dell’Istituto Superiore Statale Damiani Almeyda - F. Crispi di Palermo, il secondo a Sara Ashtari, del Liceo Classico Meli di Palermo e il terzo, a pari merito, a Marco Benigno, dell’Istituto Superiore Statale Damiani Almeyda - F. Crispi di Palermo e a Lucio Fiorentino, del Liceo Classico Garibaldi di Palermo.
Durante la cerimonia, svoltasi a Palermo presso la sede della Società Siciliana per la Storia Patria, sono stati premiati anche il Premio per la critica letteraria anche a Maurizio Bettini, per Vertere. Un’antropologia della traduzione nella cultura antica (Sellerio), e quello Speciale per la Narrativa di Viaggio a Marina Valensise per Il sole sorge a Sud. Viaggio contromano da Palermo a Napoli via Salento (Marsilio).
Pomeriggio intenso quindi a Palermo che, pur non essendo uno dei centri culturali italiani più vivi per antonomasia, si dimostra attiva e interessata alla letteratura contemporanea nazionale e internazionale, coinvolgendo per altro critici autorevoli, figura di spicco e giovani interessati al mondo della letteratura e della critica. 

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