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martedì 5 novembre 2013

Perché Charlotte Brontë odiava Jane Austen

Come già ho avuto modo di scrivere in un mio precedente post, Jane Austen e le sorelle Brontë sono fra le mie scrittrici britanniche preferite, per questo ho accettato volentieri la proposta di tradurre un articolo a firma di Susan Ostrov Weisser e pubblicato sul sito www.thedailybeast.com , il cui tema è proprio l'ostilità di Charlotte Brontë nei confronti di Jane Austen. Susan Ostrov Weisser è autrice di The glass slipper (“La scarpina di vetro”, NdT), nel quale tratta della rivalità fra le due più famose romanziere d'Inghilterra. Che cosa ne dite? Era vera rivalità quella fra le due grandi autrici inglesi?


Che la grande narratrice dell'amore romantico in epoca vittoriana, Charlotte  Brontë, disprezzasse l'altra grande cronista britannica dell'amore, Jane Austen, e che non potesse davvero comprendere perché fosse così tanto apprezzata dai critici dell'epoca è un'affascinante stranezza della storia della letteratura che sembra andare contro ogni logica: dopo tutto, entrambe appaiono regolarmente in cima alle classifiche degli autori preferiti stilate dai lettori, soprattutto donne, appassionati di romanzi classici d'amore e di tutto ciò è legato al romanticismo.
La prima volta che ho letto dell'opinione che la Brontë aveva di Jane Austen sono rimasta stupita: prima di allora, avevo sempre raggruppato le due autrici insieme, come se fossero naturalmente affini. Dopotutto, entrambe sono state romanziere di spicco di importanza primaria per la tradizione letteraria britannica; entrambe hanno esercitato un'influenza fondamentale nell'ideazione del romanzo romantico come genere moderno ed entrambe hanno scritto storie d'amore che ruotano intorno a questioni di denaro, classe e prestigio sociale. Ma, nella visione di Charlotte Brontë, le loro somiglianze non erano così significative quanto le differenze, inoltre la loro disparità consisteva nell'essenza della vera natura dei loro scopi letterari.
Accade quindi che la percezione che Charlotte Brontë aveva di Jane Austen non solo riveli molto della personalità della Brontë stessa, ma evidenzi anche un importante cambiamento nella definizione, in costante evoluzione, dell'amore romantico nella cultura occidentale. Inoltre, questo mutamento presagisce D.H. Lawrence e la comprensione che oggi abbiamo della malleabile parola “amore”, uno spostamento di significato a cui, mi sento di dire, Charlotte Brontë ha contribuito in maniera sostanziale.
Abbiamo modo di conoscere ciò che Charlotte Brontë pensava di Jane Austen soprattutto dalla sua corrispondenza del 1848 con il rispettato critico letterario George Henry Lewes, che in seguito si legò a un'altra grande autrice vittoriana: George Eliot. Quando Lewes le scrisse per trasmetterle i propri commenti e suggerimenti, la Brontë prese le critiche al nuovo romanzo molto seriamente. Jane Eyre aveva ricevuto una buona recensione dal critico, che voleva comunque sottolineare una pecca del romanzo, vale a dire i momenti di melodramma che definì “adatti per una  biblioteca itinerante”[1] (non un complimento), e prese Jane Austen come modello di saggezza calma ed equilibrata, ottenuta grazie a uno stile più naturalistico. In seguito alle lodi di Lewes nei confronti della Austen, Charlotte Brontë, che aveva trascurato di leggerla, si diede da fare per recuperarne il capolavoro Orgoglio e Pregiudizio.
Ecco che cosa scrisse a Lewes: “Ho trovato il libro e l'ho studiato. E che cosa ci ho trovato? Un accurato ritratto, un dagherrotipo, di una facciata da luogo comune: un giardino altamente coltivato, recintato con attenzione, dai confini ben delineati e con fiori delicati, ma senza uno sguardo alla sua brillante e vivace fisionomia: niente aperta campagna, niente aria fresca, nessuna collina azzurra, nessun grazioso ruscello. Difficilmente avrei piacere a vivere insieme alle sue dame e ai suoi gentiluomini in quelle eleganti, ma confinate case. Queste osservazioni probabilmente la irriteranno, ma correrò il rischio.”
Per Charlotte Brontë, mancava qualcosa di essenziale, un elemento che in seguito lei stessa definì come “qualcosa che vibra veloce, pieno, sebbene nascosto, che scorre attraverso il sangue”. Si tratta, ovviamente, del cuore. Le lodi di Lewer a Jane Austen la fecero risentire perché  l'ammirazione che il critico aveva per la scrittrice di Bath venne interpretata come un requisito per cui un autore, per essere degno di stima, debba eliminare la vita che pulsa al di sotto della superficie, la totalità sanguigna dell'esperienza, inclusa la fosca esperienza dell'amore passionale, a favore della rappresentazione accuratamente costruita delle convenzioni sociali che lei vedeva in Jane Austen. “Le passioni sono perfette sconosciute per lei”, concluse Charlotte Brontë in una lettera del 1850. Di fatto, la stava accusando di essere superficiale, non autentica nei confronti della passione, nonostante la sua crescente reputazione di realista sociale.
La caustica considerazione di Charlotte Brontë nei confronti di Jane Austen ha una particolare ironia se si pensa alla popolare versione cinematografica di Orgoglio e Pregiudizio (2005), con la bella Keira Knightley nel ruolo di Elizabeth Bennet. L'ironia a cui mi riferisco sta nel modo in cui il film rivede e “vende” l'originale storia di amore, caratterizzata da classica armonia ed equilibrio, come una versione “romanticizzata” della stessa: un noto spot televisivo strillava “Il romanticismo non è così sexy da anni!”. Sul New Yorker, il recensore Anthony Lane la vede così: “Ciò che è successo è perfettamente chiaro: Jane Austen è stata «Brontizzata». Si riferisce senza dubbio alla qualità di quella asprezza che disgustava alcuni dei critici contemporanei di Jane Eyre e Cime Tempestose. Ma, esattamente, questo che cosa comporta riguardo a ciò che Charlotte  Brontë, e le sorelle Brontë in generale, hanno contribuito alla nostra definizione di amore e romanticismo? E questa idea moderna equivale al significato di amore romantico per Charlotte Brontë?
La risposta a quest'ultima domanda, mi sento di dire, non è scontata. Ma quello che vorrei affermare a favore di Charlotte Brontë è che lei ha deliberatamente alterato la parola “amore” come si intendeva ai suoi tempi, in modo particolare riferito alle donne, in un modo che ha influenzato la  società ben oltre le sue modeste aspettative e, forse, oltre le sue intenzioni.




[1] Le Circulating Library, attive tra il 1725 e il 1966, erano un interessante precursore delle biblioteche pubbliche gratuite di oggi, e raggiunsero l'apice della loro popolarità durante il periodo vittoriano.



domenica 3 novembre 2013

A difesa del libro: il suo ruolo nella formazione contro la società del tweet

Oggi mi sono imbattuta in un interessantissimo articolo del lontano 2007 di Alan Wall, scrittore che di tanto in tanto contribuisce con i suoi pezzi a ReadySteadyBook, blog britannico indipendente nella top 10 del Guardian tra i migliori siti che si occupano di letteratura, che mirava a difendere la “dignità” del libro cartaceo in uno scenario apocalittico che profetizzava la morte dello stesso a causa della digitalizzazione. Curioso è pensare come questo pamplet nasca in un’epoca nella quale non esistevano ancora i dispositivi di lettura che conosciamo oggi e che ci permettono di portare con noi l’intera libreria - il primo ebook reader, il Kindle, arriverà solo due anni dopo la stesura di A defens of the Book –, ma ciò che lo scrittore sottolinea non ha nulla a che fare col formato dei volumi che leggiamo, piuttosto è una chiara denuncia nei confronti della patologica “automizzazione” della conoscenza. Il divertente commento con il quale si apre questo pezzo riguarda la constatazione che si è parlato della morte del libro per oltre quaranta anni e che quest’ultimo, nonostante il progresso tecnologico, non ha ancora perso la sua importanza ed è “ancora con noi”. 
Contrariamente alla logica dell’acquisizione tecnica, legata al download e all’archiviazione per l’uso futuro, il libro gioca ancora un ruolo formativo laddove permette una “reale conoscenza” performante che modifica l’animo umano al momento dell’acquisizione dell’informazione e lo spinge alla partecipazione. La conoscenza moderna non può limitarsi ad essere un archivio di file temporanei da eliminare attraverso la pulizia della cache, ricerca della soluzione momentanea al problema che si presenta di volta in volta. La vera archiviazione dell’esperienza avviene attraverso la lettura, capace di trasmettere competenze teoriche che vanno a farsi supporto di quelle pratiche. Per rafforzare la sua tesi, Wall si avvale dell’esempio del lavoro svolto dai musicisti e dai chirurghi, per i quali a nulla varrebbe l’abilità tecnica se non avessero studiato le note o il modo di suonare lo strumento i primi, l’anatomia umana i secondi. 
Il libro è forse una delle più importanti innovazioni tecnologiche della storia: l’invenzione della stampa lo ha portato ad essere prodotto creato per diffondere la conoscenza, contribuire alla dissertazione sulle cose del mondo (e non), creare aggregati sociali – ricordiamoci che proprio la diffusione delle Sacre Scritture nelle case dei comunitari ha portato alla costruzione della religione protestante, basata proprio sulla possibilità di qualsiasi uomo di affidarsi alla lettura del testo per cogliere l’essenza del divino. In conclusione, il breve saggio di Wall riporta forse uno dei più grandi timori: la pratica dello short message service sta trasformando irrimediabilmente la lingua, così tanto che i giovani non sanno più farne il corretto uso; bisognerebbe sforzarsi di non ridurre i caratteri e leggere di più, ma in questo devono avere un ruolo fondamentale gli insegnanti, che hanno il compito di spronare gli alunni ad un più regolare uso delle forme grammaticali. Mi viene da chiedere cosa penserebbe l’autore dell’articolo dei messaggi da 140 caratteri di Twitter, forse il social network dove si utilizzano maggiormente le abbreviazioni e articoli e congiunzioni perdono la loro funzione – nel 2007 era ancora poco diffuso rispetto ad oggi.
Si parla tanto di quanto il libro digitale stia cominciando a sostituire il cartaceo, ma come dicevo all’inizio, credo che il formato non sia importante, purché si legga. I dati sulla lettura purtroppo non sono rassicuranti, perché nonostante il proliferare di blog letterari, gestiti da amministratori capaci di divorare tra i 50-80 libri (minimo) l’anno, la maggioranza del popolo lettore si limita alla letture di 2-4 libri l’anno. La conoscenza è importante, determina le donne e gli uomini che saremo in futuro, continuate dunque a leggere e, per un’oretta al giorno, dimenticatevi del pc. Il vostro cervello e i voi futuri vi ringrazieranno.


giovedì 24 gennaio 2013

Traduzioni letterarie: interview with... Cristina Volpi

A cura di Glo in Stockholm




Avete mai pensato a quanto sia importante la traduzione quando si legge un'opera straniera? Vi siete mai soffermati a pensare che il traduttore non si limita semplicemente a “volgere” il libro dalla lingua madre a quella di arrivo, ma che compie un vero e proprio lavoro di mediazione fra noi e l'autore e che alla sua sensibilità sono affidati la resa dello stile originale dell'autore? Se avete risposto di sì, i miei complimenti, fate parte di quella rosa (ahimè ristretta) di lettori che riconosce a una professione importante e affascinante il giusto ruolo... Peccato che in Italia, anche a giudicare dai dati a nostra disposizione rivelati dall'AIE (Associazione Italiana Editori), nel giro di 15 anni (dal 1997 al 2012) le traduzioni sono diminuite sensibilmente, passando dal 25% a meno del 20%, con pesanti ripercussioni di carattere culturale e di circolazione delle idee. E qual è la ragione di questo calo? Che la traduzione costa! Risibile, se si pensa che i traduttori non percepiscono certo onorari da capogiro.
Ospitiamo in questo articolo una bravissima traduttrice letteraria - che ho la fortuna di conoscere - che si è resa disponibile a rispondere ad alcune domande che spero possano fornire informazioni interessanti sul mondo della traduzione letteraria. Spero che emerga chiaramente quanto sia interessante la professione del traduttore, ma quanto sia anche difficile e sottovalutata, e che questo articolo contribuisca a smuovere un poco le opinioni dei lettori, che troppo spesso paiono dimenticarlo.





Interview with...

Cristina Volpi



Traduttrice dal francese e dall'inglese, Cristina Volpi collabora con case editrici del calibro di Sperling&Kupfer, Sonzogno, Bompiani e Piemme. Tra le sue traduzioni più recenti, ricordiamo Le cronache di Braveheart di Jack Whyte, Il giardino delle erbe proibite di Deborah Harkness, Sei una Jackie o una Marilyn? di Pamela Keogh, La piccola sarta di Kabul di Gayle Tzemach Lemmon, La notte degli innocenti di Kate Mosse.

D: Innanzitutto Cristina, potresti raccontare come è nata la tua passione per la traduzione, soprattutto per la traduzione letteraria?
R: La mia passione per la traduzione nasce inevitabilmente dalla passione per la lettura, per i libri e per il mondo dell’editoria, il cui fascino mi ha stregata sempre più fino a indurmi a desiderare di farne parte. La traduzione letteraria è un genere che, a mio parere, rispetto alla traduzione tecnica e specialistica, sa coinvolgere ed entusiasmare con più ardore, pur necessitando di ricerche e approfondimenti talvolta in grado di sfiorare il tecnicismo.

D: Secondo te, quali sono gli aspetti più coinvolgenti dell'attività del traduttore letterario?  Quali invece le difficoltà?
R: L’aspetto più coinvolgente di questa attività è senza dubbio la possibilità di calarsi nel testo e di esserne, oltre che primariamente ed esclusivamente lettore, anche “voce”. Allo stesso tempo la difficoltà è proprio trovare la tanto agognata voce narrante, capace di trasmettere al lettore del testo tradotto le emozioni e le sensazioni dell’originale, incappando nel minor numero possibile di tradimenti.

D: So che nel corso della tua attività, hai avuto modo anche di conoscere gli scrittori di cui traducevi le opere. Potresti raccontarci un episodio particolare?
R: Quando ho la possibilità di farlo, cerco sempre di contattare l’autore del testo che devo tradurre perché è sempre utile interrogarlo, scambiarsi opinioni o semplicemente cercare conferme. Oltre ai contatti virtuali, mi è capitato di conoscere personalmente l’israeliano Radu Mihaileanu, in primo luogo regista del noto film Train de vie e autore di Vai e Vivrai, testo da me tradotto e dal quale ha poi ideato il film omonimo uscito nel 2005. Ci siamo visti in occasione di una presentazione del libro in cui lo scrittore era intervistato da Moni Ovadia, il cui cognome peraltro – pessima ironia della sorte – risultava citato e storpiato nel testo italiano a causa di un refuso dovuto al correttore grammaticale automatico. Radu è stato felice di conoscere la sua voce italiana, come del resto tutti gli altri scrittori che ho avuto modo di contattare. Si sono mostrati per lo più disponibili a comprendere le difficoltà legate al passaggio da una lingua all’altra, cosa non sempre semplice per chi non ha la padronanza di entrambe. Altra autrice a me molto cara, che ha con mia grande sorpresa chiesto esplicitamente che fossi io a tradurre anche la sua seconda opera, è Isabel Losada, scrittrice londinese con la quale sono rimasta in contatto e con la quale è nata un’immediata simpatia personale, oltre che professionale.

D: Sono in molti a pensare erroneamente che un bravo traduttore debba essere praticamente bilingue mentre, in realtà, l'ottima conoscenza della lingua straniera è sì un requisito fondamentale, ma entrano in gioco anche altri fattori. Secondo te quali sono le doti di un buon traduttore letterario?
R: Parlando di lingue di lavoro, è necessario partire dal presupposto che un’ottima conoscenza della lingua straniera di partenza è fondamentale, ma mai quanto è d’obbligo una perfetta e impeccabile padronanza lessicale e grammaticale della lingua d’arrivo, in genere la propria lingua madre. Ecco dunque la prima sostanziale dote di un buon traduttore letterario: conoscere, amare e sapere plasmare la propria lingua con brio e passione. Imprescindibile poi è la capacità di acuire i sensi per entrare in sintonia con il testo: bisogna riuscire a sentire voci, suoni, odori, sapori; essere in grado di notare colori e sfumature, oltre che di dare libero corso all’intuito e alla sensibilità. Mi piace partire da doti di cuore come quelle citate, ma naturalmente mai dare per scontate una buona preparazione teorica (la teoria della traduzione è una scienza giovane ed emergente ma ormai ben affermata), lo studio continuo della lingua (straniera e non), la pratica dell’attività traduttiva e l’attenzione maniacale alla revisione del proprio lavoro.

D: Che cosa consiglieresti a un/a giovane che vorrebbe intraprendere questa professione?
R: Consiglio senza dubbio di frequentare una scuola di traduzione in cui, in genere, i docenti sono traduttori professionisti che vivono il mondo della traduzione in prima persona, dettaglio non da poco. L’improvvisazione nel mondo della traduzione la fa spesso da padrona, ma di certo non paga. Consiglio inoltre di capire se è davvero l’attività adatta a se stessi: tradurre comporta ore di ricerche a cui appassionarsi, ore di lavoro solitario a cui dedicarsi con la mente e con il cuore e ore di revisione che – se non avessimo scadenze da rispettare – diventerebbero infinite. Se tutto ciò non risulta allettante, è poco probabile che quella del traduttore sia la professione ideale. Solo con una motivazione forte si hanno risultati apprezzabili e soprattutto solo con la passione la traduzione prende vita e il libro nasce una seconda volta.

D: Hai parlato di formazione presso serie scuole di traduzione... quindi, “vade retro” a tutte quelle sedicenti società che promettono di entrare nel mondo della traduzione editoriale, ma nel contempo chiedono di frequentare costosi corsi come condizione necessaria per entrare nella loro banca dati. Quanto è diffuso secondo te questo fenomeno? Conosci qualche traduttore letterario che è incappato in questo genere di situazioni? 
R: Per tradurre letteratura è necessario avere coscienza di presupposti legati a un’analisi testuale approfondita e a tecniche diversificate anche secondo la combinazione linguistica di lavoro che si adotta. Tutto ciò non può e non deve essere improvvisato né, a maggior ragione, travisato da chi non è né esperto né cultore della materia. Ho sentito parlare di corsi da frequentare alle spese dei poveri candidati per posizioni lavorative che non si concretizzeranno mai: non conosco traduttori che siano incappati in situazioni simili, ma posso garantire che circostanze del genere non costituiscono un approccio serio all’attività della traduzione. Per collaborare con una casa editrice è necessaria la costanza e la pazienza di cercare contatti personali con gli editor di narrativa straniera o con i responsabili delle traduzioni, chiedendo di essere sottoposti a una prova di traduzione. Personalmente ho insistito per ottenere una collaborazione per più di un anno e mezzo, a suon di prove di traduzione, e – per fortuna mia o per sfinimento loro – alla fine la collaborazione è nata e ha dato frutto.

D: Parlando dei guadagni... quanto viene mediamente pagato un traduttore letterario? La tariffa viene influenzata da fattori quali la combinazione linguistica?
R: Un traduttore letterario viene pagato a cartella o a forfait. Si conta una cartella letteraria ogni 2000 battute spazi inclusi e la retribuzione di un traduttore – con grandi capacità ma fama medio-bassa – varia da 7-8 euro a 13-15 euro a cartella. Con le traduzioni pagate a forfait – in genere libri di grossa taglia – si guadagna ancor meno. La tariffa viene senz’altro influenzata dalla combinazione linguistica, vale a dire concretamente dalla difficoltà a reperire un traduttore bravo che traduca da lingue meno ovvie; viene influenzata anche dall’andamento del mercato librario e dalla politica interna della singola casa editrice.

D: Quindi, Cristina, ci pare di capire che il lavoro del traduttore letterario è sì molto affascinante, ma certamente non facile né molto considerato purtroppo. Da professionista, non credi si tratti di un ruolo sottovalutato? Penso per esempio, alla mancanza di un ordine professionale, ma non solo... eppure una buona traduzione è un elemento fondamentale per il successo del libro. Che cosa ne pensi a proposito?
R: A questo proposito mi permetto di raccontare un aneddoto che mi è successo nel 2005, quando ho cominciato a tradurre. Mi ero rivolta a un commercialista per capire quali fossero i passi da compiere dal punto di vista fiscale per svolgere un’attività simile, non esistendo – come dici giustamente tu – un albo dei traduttori ufficiale. La persona con cui ho parlato, non avendo nemmeno ben chiaro quale fosse il mio lavoro, mi ha salutata con questa frase che credo non dimenticherò mai: “Per ora procediamo così e speriamo sia giusto. Poi quando troverà un lavoro vero ne riparleremo”. Un non-lavoro: ecco come viene considerata la traduzione, letteraria in special modo. Attualmente esistono alcune associazioni di traduttori professionisti che danno sostegno di ogni tipo a chiunque si accinga a svolgere la professione ma, naturalmente, trovo scandaloso che sia un’attività poco riconosciuta e ignorata.

D: Se non sbaglio, spesso all'estero il nome del traduttore appare in copertina, mentre in Italia quasi si rischia di non essere nominati... fatto per me molto increscioso. Pensi che ci potrà essere un cambio di atteggiamento nel nostro mercato editoriale oppure siamo ancora lontani dall'allinearci?
R: La comparsa del nome del traduttore è una questione alquanto spinosa. Il contratto che firmiamo specifica che il nostro nome comparirà sull’opera tradotta ma, naturalmente, non specifica dove. Quindi è vero che talvolta la ricerca diventa complicata. Poche case editrici riportano il nome del traduttore ben visibile sotto il titolo interno del libro, mentre la maggior parte lo inserisce tra le annotazioni redazionali, trasformandolo così in un’informazione tra le tante e persino difficile da reperire. Non so dire da cosa dipenda l’atteggiamento italiano – storico, ahimè – nei confronti della traduzione, ma posso dire per certo che molti lettori non si rendono affatto conto di ritrovarsi tra le mani un libro tradotto e, seppur di fronte a un autore straniero, non si pongono il problema. Mi chiedo, a questo punto, se l’idea dell’importanza della traduzione potrà mai passare in primo piano.

Ringrazio Cristina per la sua disponibilità e per la chiarezza con cui ha esposto i suoi punti di vista, rinnovandole l'invito a venirci a trovare sul blog, e perché no, a intervenire ogni tanto per fornire preziosi consigli di lettura!
Vi informo inoltre che la situazione della traduzione letteraria è stata oggetto anche di una puntata della trasmissione Fahrenheit di Radio 3, a cui hanno partecipato traduttori del calibro di Yasmina Melaouah e Ilide Carmignani. Potete accedervi cliccando qui.
E mi raccomando, la prossima volta che leggete una traduzione, cercate il nome del traduttore!!

domenica 20 gennaio 2013

The Secret Life of E.L. James, ovvero l'«eccitante» vita sessuale di Mrs Fifty Shades



A cura di Lamia

Il nome E.L. James, che sia un bene o un male, è ormai conosciuto da un pubblico vastissimo e diversissimo di persone. C'è chi lo adora e chi lo critica, ma come si dice: che se ne parli bene o male, l'importante è che se ne parli. Sembra proprio questo il tipo di scalata che l'autrice ha intrapreso; è riuscita a far leggere i suoi libri anche alla fetta di pubblico che sapeva già di non apprezzarli affatto, spinto da pura e semplice curiosità. Si è arrivati al punto in cui  donne che non chiederebbero mai un porno ad un videonoleggio per pudore, chiedono con estrema nonchalance Fifty Shades of Grey in libreria e lo leggono senza problema alcuno in qualsiasi luogo pubblico, benché ormai tutti sanno che si tratta di un libro erotico.

Erika Leonard James, nata a Londra nel 1963, si gode beata le gioie dell'inaspettata fama derivatale dalla trilogia Fifty Shades, concedendo qualche intervista e apparizione pubblica. Non c'è molto da dire sulla sua vita sia perché, da buona inglese, è molto avara di informazioni, sia perché, scoperto che la James non ha avuto esperienze sadomaso e neppure rocambolesche avventure sessuali, la stampa ha preferito concentrarsi sui libri. Materiale molto più succoso.
L'autrice ha dichiarato in un'intervista che uno dei suoi primi e peggiori lavori fu in una fabbrica di abbigliamento, in cui aveva il compito di mettere cinture alle gonne. In seguito è diventata assistente di un direttore di studio presso la National Film and Television School di Beaconsfield -carriera che la ha portata a conoscere il marito, lo sceneggiatore Niall Leonard, e a diventare madre di due bambini, ormai adolescenti.
Se ve lo state chiedendo, i figli hanno dichiarato pubblicamente di sentirsi mortificati dai romanzi della madre, sentimento più che legittimo: a chi di noi, infatti, piacerebbe conoscere le fantasie erotiche dei genitori? Soprattutto se di questo tipo.

La James, nelle sue interviste ha rivelato di aver scritto la trilogia in seguito a un amore folle per la saga di Twilight (di cui Fifty Shades è una fanfiction). Complice dunque la Mayer e una crisi di mezza età, ecco nascere un libro che rispecchia le sue fantasie sessuali più trasgressive (si fa per dire), ma che come lei stessa ammette nelle interviste, sono belle sulla carta, ma le fanno un po' paura nella realtà. Praticamente mentre il mondo scopre il "sadomaso" grazie alla sua trilogia, lei si scosta con un gentile "no,  grazie".
A questo punto il pensiero corre inevitabilmente al marito che però, assicura l'autrice, è stato d'aiuto prezioso nella stesura del romanzo, anzi, pare che alcune scene di sesso siano state inventante proprio da lui.
Riassumendo, due signori ormai vicini alla mezza età, trovano un seducente giochino per aumentare la loro libido e ne esce un best-seller che frutta un sacco di soldi. Notevole.
Una cosa è certa, le case editrici hanno fiutato l'affare, e la letteratura romantica post-James non è più la stessa. Mentre prima si prediligevano donne interessanti, piuttosto brillanti e divertenti, ora non ci si fa più caso. Perché darsi pena a cercare, quando si può plasmare il/la propria partner come più ci aggrada? Bastano un contratto firmato e una lista di cose che può e non può fare. Semplice, no?

La cosa divertente in tutto ciò, è che chi ancora predilige il romanticismo pre-James, viene tacciato di essere un conservatore represso. Perchè ormai la Fifty Shades mania ha liberato la donna segreta che è in noi, che gode a farsi umiliare e sottomettere. 
Naturalmente, non finisce qui! In molti vogliono una fetta di gloria, e così il biografo Marc Saphiro si è fatto subito avanti pubblicando il 12 dicembre 2012 la biografia di E.L. James, dal titolo The Secret Life of E.L.James. Appurato che la James stessa ammette di non aver nessuna stanza rossa dei giochi, di vivere la sua sessualità con il marito come la maggior parte delle coppie della sua età, di avere una vita perfettamente nella norma, cosa ci sarà mai di tanto segreto da scrivere?
A voi l'ardua sentenza.

The Secret Life of EL James - Marc Shapiro
Scopri i segreti dietro la stanza rossa del dolore.
Quanto è intrigante fare l'amore sul sedile posteriore di una costosa macchina sportiva. Gli alti e bassi della stesura di Cinquanta sfumature di grigio. Scopri da dove deriva realmente il nome E.L. James (credo da Erika Leonard James, ndr).
E infine, gradino dopo gradino, il processo che ha portato questa madre britannica di mezza età, a scrivere un best seller erotico che ha venduto più copie di Harry Potter.

Marc Saphiro ha scritto anche le biografie della Rowling e di Justin Bieber. Credo proprio che non serva commentare i motivi che muovono questo signore e di conseguenza quanta veridicità ci sia nei suoi libri.



martedì 9 ottobre 2012

"Abolite la Legge Levi". Ma l'editoria indipendente dice no




7,3% in meno è la percentuale di libri venduti rispetto al 2011, prima delle Legge Levi. L'anno che sta per concludersi ci conferma che, a distanza di quindici mesi, la legge promulgata a favore della piccola editoria per livellare gli sconti e garantire il libero mercato si è rivelata una tenaglia non solo per i lettori in difficoltà, costretti a comprare di meno o addirittura non comprare, ma anche per le case editrici ed i loro incassi.
Quanto abbia giovato ai piccoli editori la legge non ci è dato saperlo: certo è, comunque, che gli italiani leggono sempre meno, che gli e-book stanno tentando di soppiantare i libri cartacei (grazie anche alla pirateria virtuale che permette di leggerne gratis comodamente sul proprio e-reader) e che ad imperversare tra i best sellers non sono certo i libri dei piccoli editori, ma i casi editoriali importati dall'estero o comunque pubblicati dai maggiori gruppi editoriali.
Quanto è stata resa dunque democratica la concorrenza tra grandi e piccoli editori? Noi pensiamo nulla: semmai la Legge Levi rassomiglia ad un palliativo, uno specchietto per le allodole per illudere i piccoli editori su una uguaglianza che non esiste e forse non esisterà mai.
Eppure loro ci credono ancora in questa uguaglianza, che vuole andare a discapito del consumatore-lettore e che ucciderà definitivamente il mercato del libro anziché favorirlo (perché non bisogna essere dei piccoli geni per capire che , in un momento di crisi, l'individuo comune non pensa certo a fare un favore all'editoria ma a come salvaguardare il proprio portafogli) facendo sempre maggiore spazio all'avanzata degli ebook scaricati illegalmente.

E' di pochi giorni fa, infatti, la notizia che L'autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha proposto l'abrogazione della Legge Levi motivandola con la seguente:


L’Autorità ritiene che la previsione di tetti massimi agli sconti sul prezzo dei libri possa limitare la libertà di concorrenza dei rivenditori finali, senza produrre sostanziali benefici per i consumatori in termini di servizi offerti o di ampliamento del numero di libri immessi sul mercato. Un sistema di imposizione di tetti agli sconti sui prezzi di rivendita rischia infatti di tradursi in un aumento dei prezzi dei prodotti editoriali che, in un contesto di grave crisi economica quale quello attuale, non può che comportare una riduzione delle quantità vendute, almeno per quella consistente fascia di lettori i cui acquisti sono influenzati dal prezzo. Tale sistema può inoltre consolidare l’esistenza di strutture distributive inefficienti.

Una rappresentanza di editori indipendenti, tra cui spiccano Minimum Fax, Marcos Y Marcos, Neri Pozza, Mesogea, Sellerio, Iperborea, Voland, Il Saggiatore e Nottetempo, non ha esitato a rispondere in senso contrario, rivolgendosi all'Antitrust citando l'abbassamento del prezzo dei libri a cui avrebbe contribuito la Legge Levi (e che avrebbe addirittura contenuto la recessione del mercato librario). Peccato che alcune case editrici come la TimeCrime, inizialmente nate come economiche o per lo meno con un "occhio attento al prezzo di copertina", abbiano già cominciato ad aumentarli sensibilmente (in questo caso da 7.70 euro a ben 16.90 euro delle prossime uscite).
La lettera aperta pubblicata su La Repubblica, che potete leggere QUI, vuole dunque fermare questa proposta, aggrappandosi con tutte le proprie forze a questi sconti che hanno rovinato il libero mercato. Che siano un capro espiatorio per giustificare la propria incapacità di reagire al potere capitalistico dei gruppi editoriali sembra tristemente ovvio, la domanda che sorge è però per quale motivo debbano diventarne vittime le tasche dei lettori, l'ultimo indispensabile anello della catena editoriale, senza la quale non può sopravvivere. La cultura del libro, che nel nostro paese non esiste, si sta infognando sempre più in un circolo viziosamente fiscale in cui si perdono di vista le reali esigenze dei lettori. Domanda ancora più importante: la salvaguardia della bibliodiversità, legittima ed anzi fondamentale, non possiede davvero altri mezzi per tutelarsi che quelli di attaccarsi ostinatamente a leggi corrosive ed omicide, nella speranza di riguadagnare un mercato che, a causa delle difficoltà del Paese, sta contribuendo a far fallire?



mercoledì 5 settembre 2012

L’insostenibile banalità della trama (ovvero: dov’è finita la fantasia degli scrittori?)



A cura di Lizy



Ogni anno in Italia e nel mondo nascono nuovi fenomeni letterari che stimolano l’immaginario di stormi di lettori, attraverso intrecci che sanciscono la commistione di generi letterari, lo sposalizio del reale col fantastico, ma la cui fragranza ha un non so che di… già sentito. E il povero lettore si trova costretto a rileggere, parafrasato e ricucito, dialoghi e situazioni che ad una lettura più attenta convergono verso un incontro letterario avvenuto in precedenza.

Il minestrone riscaldato che ci propinano gli scrittori
Sebbene si possa ribadire a tale affermazione che l’impudenza è da ricercare nello schema di Propp, linguista russo del secolo scorso che ha postulato le trentuno situazioni tipiche che vengono presentate nella fiaba e nel racconto in generale (“Morfologia della fiaba: Le radici storiche dei racconti di magia”), ciò non giustifica il ricorso a veri e propri plagi letterari nei quali gli autori si avvalgono di una ben costruita raccolta di situazioni “prese in prestito” da altri romanzi, da bravi fanatici del patchwork, lasciando però intendere che il loro intreccio abbia un non so ché di originale e mai letto. Personalmente mi chiedo, da lettrice e da scarabocchiatrice di grafemi, che gusto ci sia a creare una storia usufruendo di qualcosa già creato da qualcun altro: secondo me viene a perdersi il gusto della scrittura, la soddisfazione di aver scritto qualcosa partorito dalla propria fantasia. Il mondo è un continuo divenire, e questo permette non solo di sperimentare in nuovi campi, ma di tuffarsi in qualcosa di realmente nuovo che chiede solo di fare capolino nel nostro immaginario. Eppure noto che piuttosto che cimentarsi in nuovi orizzonti, si pensa a riproporre in chiave riveduta e corretta motivi classici, nel chiaro meccanismo delle cover musicali, per il quale le situazioni rimangono le stesse ma i personaggi indossano il loro vestito nuovo, venendo trasportati in un’altra epoca o in alcuni casi spogliandosi dei loro abiti per rendere il tutto più piccante. La fortuna di chi propone queste opere è che gli autori originali non possano pronunciarsi rispetto al loro operato, altrimenti ne avrebbero di cose da dire in merito, e non sarebbero di certo lusinghiere.

Il terrificante scenario di ogni libreria
Altra cosa che dopo un quarto di secolo di vita non riesco a concepire è il fenomeno per il quale si creano le tendenze letterarie: basta che faccia scalpore un libro sui vampiri che se ne vengano pubblicati un’altra centinaia nello stesso anno, così come per gli angeli, i romance a sfondo culinario e la (finta) letteratura erotica.
Mi chiedo dunque se il problema non sia la volontà degli scrittori di creare un prodotto di mero consumo, che scali le classifiche non per la sua originalità o per lo stile, o ancor peggio l’abbassamento degli standard del lettore, che non ricerca più la concreta valenza di un’opera, bensì un diletto dallo stesso valore intellettuale di un reality show. Francamente spero che non si sia ancora arrivati a questo punto.
In conclusione, basterebbe abbandonare il desiderio di creare bestseller e focalizzarsi maggiormente sui contenuti, perché se gli standard dei lettori si abbassano tanto da spingerli a leggere qualcosa di sconclusionato ma “alla moda”, probabilmente ci si dovrebbe cominciare ad interrogare su cosa si voglia davvero fare: creare una letteratura che sappia muovere le coscienze o che le costringa all’atarassia derivante da una dilagante banalità delle trame?

giovedì 16 agosto 2012

La nuova generazione di lettori? Merita i porno-classics pubblicati da Total-E-Bound

Alla luce del successo milionario della trilogia 50 sfumature, sta per cominciare l'assalto editoriale del genere da porno-mum che allieterà le appassionate e dispererà il resto dei lettori. Se prima non bastavano i libri qualitativamente infimi di alcune case editrici confezionate appositamente, ora anche tutte le altre si stanno attrezzando per imitare il fenomeno. Ne abbiamo già scovato qualche esemplare in libreria, cominciano a fioccare le parodie... ma non eravamo pronti a questo.
O, per lo meno, io non lo ero.
I toni apocalittici riflettono la costernazione con cui comunico la pubblicazione presso la casa editrice inglese Total-E-Bound di alcuni classici arricchiti di scene piccanti. L'idea non è proprio nuova: Orgasmo e pregiudizio, pubblicato in Italia da Newton Compton e valutato due stelline su Anobii, metteva i personaggi di Jane Austen al centro di scene squallide dove persino la zoofilia era concessa. Non si tratta di manomissioni, ma di aggiunte ai testi originali, una vera e propria collana che recita:

Learn what Sherlock really thought of Watson, what Mr Darcy really wanted to do to Miss Elizabeth Bennet, and unveil the sexy escapades of Mr Rochester and Jane Eyre. We’ll show you the scenes that you always wanted to see but were never allowed. Come on, you know you can’t resist...open the pages and delve inside.

Impara cosa pensava veramente Sherlock di Watson, cosa voleva davvero fare Mr Darcy a Elizabeth Bennet e scopri le sexy scappatelle di Mr Rochester e Jane Eyre. Ti mostreremo le scene che hai sempre desiderato vedere ma che non sono mai state consentite. Andiamo, sai che non puoi resistere... apri le pagine e fruga dentro.

I Clandestine Classics vengono presentati da Claire Siemaszkiewicz, fondatrice della casa editrice, con un certo orgoglioso senso di giustizia. Non solo la pretesa, assurda e mortificante, di "avvicinare i classici ad una nuova generazione di lettori", ma anche la convinzione di restituire agli autori un diritto che, a causa della censura vigente ai loro tempi, era stato loro tolto: quello di scrivere scene di sesso.

Tutte le giustificazioni, che sto per argomentare, non sono comunque valide quanto il dichiarato e spudorato vero intento dell'editrice: la gente l'amerà o l'odierà. Ma siamo convinti al 100% che ci sia un bel marketing sotto ("People are going to either love it or hate it. But we're 100% convinced that there's a market there").

"A new generation of readers". 

Siamo la generazione di Cinquanta sfumature di grigio, quella avida da sesso grossolano e del romanticismo da quattro soldi, quella che spasima per un amplesso scritto male, quella che scambia lo stalking per romanticismo.
Siamo la generazione che non conosce la parola cultura, che ha bisogno di questo per avvicinarsi ai classici.
Questa è l'affermazione di Claire Siemaszkiewicz, che ha individuato nell'evoluzione dei nuovi lettori l'esigenza dello scandalo, del sesso senza veli e senza eleganza, della povertà della narrazione purché sia scorrevole.
Cosa commentare se non "ce lo siamo meritato"?


"The Bronte sisters, if they were alive today, would have gone down the erotic romance route"

Offesa ben più grave, però, è forse quello che viene fatto ad autori del calibro di Jane Austen, Charlotte ed Emily Bronte, Jules Verne. Autori che non hanno mai avuto bisogno dello scandalo, che sono passati alla storia per una sensualità velata, elegante, delicata. La pretesa arrogante di ridar loro voce, di sapere cosa avrebbero scritto, come lo avrebbero scritto e soprattutto di essere certi che avrebbero scritto queste scene -se solo avessero potuto- basterebbe da sola ad aberrare questa iniziativa. Ma a peggiorare ulteriormente lo squallore della collana c'è la disarmante dichiarazione di Claire Siemaszkiewicz:

100% marketing.

E qua potremmo tornare al primo punto. Buttiamo via i nostri soldi in libri senza valore e senza dignità, favoriamo l'ascesa degli incompetenti, svalorizziamo il talento ed elogiamo chi non ce l'ha.
Fin quando non torneremo a pretendere la qualità, questo è quello che ci verrà dato. 




domenica 12 agosto 2012

Etichetta Young Adult: ne abbiamo bisogno?


A cura di Surymae Rossweisse


Recentemente mi è capitato sotto mano un articolo sull'ambiguità della definizione “Young Adult”, termine entrato di recente nell'uso quotidiano per designare i libri destinati agli adolescenti - genere di cui si occupa, per l'appunto, colei che ha sollevato la questione, la scrittrice Beth Kephart.
E' infatti una classificazione piuttosto generica: c'è differenza, ad esempio, tra le serie “Gossip Girl” di Cecily von Ziegesar - una misteriosa blogger racconta le vicende più scabrose di un liceo americano d'élite – e la saga di “Twilight” di Stephenie Meyer, in cui predomina l'elemento fantastico. E allora perché sono nella stessa categoria? In base a quale principio si dà per scontato che piacciano entrambe allo stesso tipo di lettore quando l'unico elemento in comune è il target di riferimento?

Se è ragionevole distinguere tra narrativa per bambini e narrativa per adulti, nel pubblico di età intermedia questa “ghettizzazione” risulta quantomeno azzardata, in quanto la durata dell'adolescenza è costante oggetto di dibattito. Tutti, inoltre, sappiamo che mai come in questa fase la maturità fisica e quella psichica viaggiano su binari talvolta anche molto diversi fra loro. Abbiamo quindi editori che considerano gli YA adatti a partire dai bambini di dieci anni e altri che arrivano fino ai venticinque. Se proprio dobbiamo dividere i romanzi per fasce d'età, almeno cerchiamo di istituire dei parametri riconosciuti da tutti!

Una simile confusione non giova a nessuno, né agli addetti ai lavori né al giovane lettore, che magari viene dissuaso dal comprare un determinato romanzo per paura che i suoi contenuti siano troppo infantili. Quando invece sono mamma e papà ad occuparsi dell'educazione letteraria del pargolo, la vaghezza di questa etichetta rischia di far prendere loro dei bei granchi, magari regalando al figlio diciassettenne “Le Cronache di Narnia” ((<<In fin dei conti ha divorato “Eragon”!>>) e al fratellino di nove “The Hunger Games”. 

Non va inoltre sottovalutato il fatto che a volte dietro a questa definizione si celano delle vere e proprie trovate commerciali nate per cavalcare, fin quando è possibile, la moda del momento, rendendo il libro in questione quasi un prodotto usa-e-getta. D'accordo che a quell'età la lettura non è tra gli hobby più popolari, ma non bisognerebbe mai sacrificare la qualità in nome di qualche migliaio di copia in più. Se il lettore scoprisse il trucco potrebbe assumere che tutti gli YA siano fatti alla stessa maniera e con le stesse finalità. Cosa sarebbe successo se si fosse applicato lo stesso (vago) metro di valutazione anche a romanzi più datati? “Il Giovane Holden” avrebbe avuto lo stesso successo? E Mark Twain avrebbe digerito lo smacco di vedere sulla quarta di copertina di “Tom Sawyer”, da lui ritenuto per adulti, la dicitura “Dai sei anni in su”?

La tesi della Kephart è che, anche volendo fare chiarezza sul concetto di YA, non sarebbe possibile in quanto non vi sono mai state reali esigenze di istituire una simile categoria. Cito direttamente le sue parole: << Sicuramente l'etichetta YA non sta “proteggendo” gli adolescenti da letture scandalose (in qualunque modo oggigiorno i lettori scelgano di definire “scandaloso”); non è l'equivalente, in altre parole, di un rating PG. E di certo la definizione YA non ci dice molto riguardo la storia che stiamo per leggere, o sul suo modo di fare arte. “YA” ci dice soltanto che uno o più teenager sono coinvolti. Ma non è importante, in realtà, perché lo stesso accade anche in diversi romanzi per adulti. >>
Un buon libro – ma anche un buon film, un buon disco... - trascende il target a cui è rivolto, e lo dimostrano gli YA che sono riusciti ad imporsi sul grande pubblico, primo tra tutti la saga di Harry Potter. L'età del protagonista – ma anche quella di chi legge - non è e non dovrebbe essere uno dei criteri principali per etichettare e leggere un romanzo. Qualora quest'ultimo sia destinato a diventare un classico, lo farà a prescindere da tutto il resto. Nel frattempo tutto quello di cui abbiamo bisogno, per dirlo con le parole della Kephart, è di un libro a cui credere.

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