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mercoledì 8 gennaio 2014

La concezione dell'amore in Tolstoj e Anna Karenina





Lev Tolstoj (1828-1910) sposa nel 1862 Sof'ja Bers dopo una sola settimana di fidanzamento. Il loro matrimonio alterna periodi di tranquillità a momenti di conflitto fino ad arrivare alla fuga finale dello scrittore e alla morte ad Astapovo. Queste le ultime parole scritte alla moglie prima di partire: "Ti ringrazio per i quarantotto anni di vita onesta che hai passato con me e ti prego di perdonarmi tutti i torti che ho avuto verso di te, come io ti perdono, con tutta l'anima, quelli che tu hai avuto nei miei riguardi". Fin dalla giovinezza Tolstoj è sempre stato alla ricerca della verità e soprattutto di una giustificazione razionale della vita. Voleva realizzare quello stato naturale che aveva trovato tra i contadini e i Cosacchi del Caucaso: provò inizialmente a ricostruirlo tramite i divertimenti e la vita dissoluta, poi nel matrimonio e nella vita di famiglia, considerata come nido e fondamento per una sana crescita morale e spirituale. Ma qual era realmente la concezione dell'amore nella produzione di Tolstoj? Sicuramente dalle sue opere emerge fin da subito e con forza uno schema di carattere divulgativo e filosofico che viene poi perfezionato a partire dagli scritti successivi e dal romanzo Sonata a Kreutzer (1890). La scrittura infatti per Tolstoj ha senso di esistere solo se tende verso il bene. Ma procediamo con ordine. 
In Anna Karenina (1878), per esempio, troviamo una spiegazione abbastanza esauriente della sua concezione dell'amore, portando a maturazione l'idea di amore cosmico e universale in rapporto a quello romantico che emerge già in Guerra e pace (1865-1869): Pierre Bezuchov, personaggio principale e alter ego dello scrittore, capisce infatti il senso della vita grazie all'amore per Nataša. In Anna Karenina invece incontriamo quattro coppie che incarnano tre tipi diversi d'amore: Stepan e Dolly (rispettivamente fratello e cognata della protagonista) e inizialmente anche la stessa Anna con il marito Karenin rappresentano il vincolo sociale basato su affetti, convenienze e compromessi reciproci; Levin e Kitty ricordano l'unione tra un uomo e una donna che si innamorano sinceramente; e infine Anna e Vronskij diventano veri e propri simboli dell'amore romantico e cupo, capace di scardinare tutte le convenzioni sociali. Qual è l'atteggiamento giusto secondo Tolstoj? Proviamo a capirlo.

Stepan è un personaggio dallo spiccato aspetto sensuale proprio come la sorella Anna. Ha avuto una relazione con l'istitutrice francese dei figli ma nonostante tutto viene perdonato dalla moglie e dallo scrittore perché uomo e perché non ha dato scandalo in società. Il sentimento di Levin e Kitty cresce invece fino al matrimonio: Levin realizza l'ideale di vita famigliare e lavoro dei campi che propugnava Tolstoj e, dopo aver vissuto la morte del fratello e preso coscienza del dolore umano, sente ancora più forte l'orrore dell'esistenza, proprio come lo scrittore in quel periodo. Decide quindi di porre un limite alla conoscenza del creato: la vita non deve essere una ricerca tormentosa ma una saggia accettazione. Il rapporto di Levin e Kitty da sposati nasconde una lieve autocritica di Tolstoj: il matrimonio per amore potrebbe rivelarsi essere più duro di quello combinato. Anna si lascia sedurre dal giovane e bellissimo ufficiale Vronskij, segue il suo cuore e perde tutto per lui, compreso il figlio Sereža. Questo amore, oltre ad aprire un mondo nuovo e colorato, diventa sempre più soffocante e possessivo e rischia di allontanare i due innamorati. La passione infatti rende Anna sempre più insicura e triste. Anna e Vronskij sono uccisi da un amore troppo intenso e ingombrante: lei sotto le ruote di un treno, lui forse più tardi in guerra. 

Dopo aver scoperto il sentimento più folle della sua vita, Anna comincia ad odiare Karenin, di vent'anni più anziano; il marito viene inoltre accusato di pensare solo alla carriera e di essere troppo pragmatico. Non riesce ad esprimere concretamente l'amore che prova per Anna: non sembra essere geloso, si dimostra sempre magnanimo e buono, tiene per sé tutti i sentimenti e tende ad essere freddo perfino con il figlio. Non sfida a duello Vronskij, si preoccupa solo per la reazione che la società russa avrebbe potuto avere nei confronti di Anna e dei problemi che questa poteva generare a entrambi. In poche parole combatte il suo rivale con la comprensione e con la ragione ma non capisce che una battaglia di questo tipo può essere vinta solo con il cuore e con la violenza dei sentimenti. Il tradimento di Anna è inoltre facilmente accostabile a quello che avviene in uno dei più celebri racconti di Cechov: La signora col cagnolino (1899). Qui l'omonima protagonista Anna Serge'evna inizia una relazione con il banchiere moscovita Dmitrij Gurov. Il motivo alla base del tradimento è però completamente diverso: se quello di Karenina era dettato dalla passione, quello narrato da Cechov è dettato dal desiderio di evasione, e come tale almeno in apparenza giustificabile. 

Anna Karenina diventa alla fine per Tolstoj il simbolo della donna adultera da punire per aver tradito il marito e soprattutto per aver distrutto la famiglia, sede di sacrosanti principi. Secondo lo scrittore infatti Anna avrebbe dovuto con l'intelletto contenere il desiderio e porre un limite cognitivo e morale alle proprie aspirazioni. Il conflitto tra gli ideali naturali e l'attività della ragione, tema fondamentale del libro, si può risolvere in un certo senso nella semplice accettazione della propria vita, un po' come facevano i contadini di un tempo, credendo in Dio e non ponendosi troppe domande. Ne emerge la figura di un romanziere perennemente in crisi con il mondo e alla ricerca continua di una momentanea panacea per i suoi mali spirituali. La sua concezione dell'amore è per questo variabile, forse più vicina seppur con qualche riserva a quello di Levin e Kitty, ma sicuramente molto lontana dal sentimento torbido che avvolge Anna e Vronskij. 

Poco importa comunque se Tolstoj voleva punire la sua protagonista e attribuirle una connotazione negativa. Anna resta in ogni caso un personaggio che emerge con straordinaria forza espressiva dal fondale cupo e pessimista creato appositamente da Tolstoj per lei; è una sorta di eroina ribelle che lotta con tutte le forze contro una società chiusa e un Dio che si fa sempre più tragico, incombente e sinistro. Alla fine Anna viene sconfitta e paga con il sangue il suo stesso ardire ma entra per diritto nell'immaginario collettivo e nel gotha dei personaggi più complicati, definiti e tridimensionali di sempre; e questo anche grazie al suo modo estremo di amare, condannato dallo scrittore ma pur sempre apprezzato dai lettori.


venerdì 3 maggio 2013

Recensione film: Anna Karenina di Joe Wright






Dopo Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen ed Espiazione di Ian McEwan prosegue la fruttuosa collaborazione tra il regista inglese Joe Wright e l'attrice Keira Knightley. Questa volta la scelta è toccata a Lev Tolstoj con il suo Anna Karenina, romanzo d'amore e di società pubblicato a puntate dal 1875 al 1877 sul periodico Il messaggero russo e definito da Vladimir Nabokov come il capolavoro assoluto della letteratura del XIX secolo. Durante la stesura del romanzo Tolstoj si sente responsabile dell'universo da lui creato ma ottiene il risultato opposto rispetto a quello che voleva: invece di punire la donna adultera la esalta e Anna diventa il simbolo dell'amante coraggiosa che sfida la società borghese benpensante. Questo getta Tolstoj nello sconforto e in una crisi che lo porta poi verso un nuovo tipo di scrittura.

Joe Wright ci regala una versione di Anna Karenina diversa, estremamente raffinata e patinata, anche e soprattutto nella scelta stilistica del mezzo teatrale che proietta fin dalle prime battute lo spettatore in un ambiente personale ed onirico: Anna Karenina si presta sicuramente ad una trasposizione di questo tipo, sia per la lunghezza che per la divisione in parti, ma mediare il teatro attraverso le potenzialità del cinema è sicuramente un tentativo interessante e innovativo. La scena si apre addirittura a sipario ancora chiuso, in un limbo dove possiamo percepire l'orchestra accordare gli strumenti: il romanzo che Tolstoj aveva definito realista quindi lo diventa in un certo senso anche nella sua esecuzione.

Le scelte di tempi, suoni, inquadrature, colori e cambi di luce sono inoltre davvero azzeccate e permettono allo spettatore di restare solo col personaggio in una serie di attimi che si fanno magici ed eterni: come dimenticare la straordinaria forza espressiva del ballo tra Anna e Vronskij, passionale e quasi frenetica in un magnetico gioco di sguardi e di movimenti o la corsa all'ippodromo dove l'attenzione va dal ventaglio di Anna agli occhi del marito geloso? 
Anna Karenina è stata anche tra i film protagonisti alla notte degli Oscar 2013 e ha  ottenuto il premio come migliori costumi, davvero sontuosi e perfetti: tra i punti forti del film di Joe Wright ci sono inoltre le musiche, realizzate dall'italiano Dario Marianelli, e le scenografie, quasi pittoriche e delicate.

La recitazione, invece, è convincente ma non indimenticabile, anche se Jude Law con il suo Karenin conferma di aver davvero compreso l'aspetto compassato e quasi mistico del suo personaggio. Keira Knightley nei panni dell'eroina russa dimostra una maturità maggiore rispetto agli altri film in costume da lei interpretati ma non stupisce e soprattutto non supera affatto il paragone con attrici del calibro di Greta Garbo (film del 1927 e del 1935) e Vivien Leigh (1948).
In conclusione la nuova Anna Karenina di Joe Wright è rischiosa e affascinante, forse a tratti un po' pesante e fredda, ma nell'insieme un ottimo risultato che dà una nuova interpretazione ad uno dei romanzi russi cult e dipinge con attenzione la situazione di quel periodo. Troviamo sottolineati in questa versione i risvolti più moderni di Anna: il regista e gli attori rispettano infatti gli aspetti che hanno reso questo libro un mito ma smitizzano quelli che non sono mai stati citati attualizzandoli.
Il rovescio della medaglia, a voler essere pignoli, è che il film esprime perfettamente l'ironia e la sottile critica alla società presente in tutto Tolstoj ma, in un certo senso, rimane profondamente europeo e non coglie i caratteri di una Russia da sempre sospesa tra oriente ed occidente.

giovedì 28 marzo 2013

“Anna Karenina”: una storia d'amore? Riflessioni sul libro dal The New Yorker




Un paio di settimane fa, sono stata al cinema con un'amica a vedere “Anna Karenina” e ne sono rimasta piacevolmente colpita. Mi è piaciuta la recitazione dei protagonisti, le ambientazioni, persino le musiche e i meravigliosi costumi. Piena di entusiasmo, volevo scrivere un pezzo su questo film, quando però mi sono imbattuta in internet in un articolo molto interessante pubblicato sul sito di “The New Yorker”, una delle pubblicazioni più interessanti dal punto di vista culturale in lingua inglese. Propongo qui la traduzione di una parte di questo articolo, che offre una lettura interessante della storia e del personaggio di Anna. Buona lettura!

Tratto dall'edizione online di “The New Yorker”

“Anna Karenina”: una storia d'amore?
di Joshua Rothman, pubblicato il 23 novembre 2012



Joe Wright
Qualche settimana fa, era un mercoledì nevoso, mia moglie e io siamo andati a vedere la nuova versione cinematografica di “Anna Karenina”, première newyorkese del film. Prima dell'inizio, il regista Joe Wright, un inglese dai capelli scuri in abito grigio, si è alzato per pronunciare un breve discorso. Ha presentato Keira Knightley, che interpreta Anna, insieme ad Alicia Vikander e Domhnall Gleeson, gli attori che impersonano rispettivamente Kitty e Levin. Wright ha raccontato con grande partecipazione, come un orgoglioso fratello maggiore, di aver lavorato con la Knightley fin dai tempi di “Orgoglio e Pregiudizio”, quando era solo “un'attrice ingenua”. Nel frattempo, ha aggiunto che il suo nuovo film era incentrato sull'amore e su tutti i modi che ha l'amore per renderci umani. Dopodiché, Wright e i suoi attori sono usciti da una porta laterale e il film è cominciato.


La versione di “Anna Karenina” di Joe Wright non è un adattamento diretto del romanzo, ma un'affascinante reinterpretazione espressionista, basata su una sceneggiatura consapevole di Tom Stoppard. Le ambientazioni sono innovative e metafictional, Keira Knightly interpreta Anna con una sensualità drammatica, la scena della corsa a cavallo di Vronsky è vivida e intensa, la storia di Kitty e Levin è dolce, paziente, persino spirituale. Tuttavia, se conoscete e amate il romanzo, troverete che nel film c'è qualcosa che non va. Il problema, credo, è che è troppo romantico. Come nelle promesse di Wright, si tratta di un film sull'amore, ma il romanzo di Tolstoj non è una storia d'amore. Se non altro, “Anna Karenina” è un avvertimento contro il mito e il culto dell'amore.

Quando, dieci anni fa, ho iniziato a leggere “Anna Karenina” per la prima volta – ne sono ossessionato e l'ho riletto sette volte da allora – anche io pensavo che si trattasse di una storia d'amore. Avevo 23 anni e pensavo al matrimonio, per me era ovvio che nel romanzo si parlasse dell'amore, quello buono e quello cattivo, quello saggio e quello avventato. L'ho letto come si legge un libro incentrato sul matrimonio e sull'adulterio. Pensi ai protagonisti e alle loro scelte, “fai il tifo” per un lieto fine. Se succede, ne sei contento, e pensi che se lo siano meritato; se non succede, cerchi di capire che cosa hanno fatto di sbagliato. Ma questa idea “da love story” dell'amore non è propria di “Anna Karenina”. Tolstoj, quando scrisse il romanzo, stava pensando all'amore in modo diverso: un genere di destino, o maledizione, o giudizio; un mezzo attraverso il quale l'universo distribuisce felicità e infelicità, in maniera ingiusta e apparentemente casuale.

Questi pensieri non sono molto romantici, ma sono molto “tolstojani”. Quando iniziò a lavorare ad “Anna Karenina”, Tolstoj semplicemente non aveva abbandonato le tematiche di “Guerra e Pace”. Al contrario, trovò il modo di pensare a molte delle tematiche che lo avevano da sempre interessato - destino, opportunità, la nostra impotenza di fronte alle circostanze e la nostra determinazione a cambiarle – in un contesto diverso. Nel 1873, quando cominciò a scrivere “Anna Karenina”, era occupato a pianificare un romanzo storico su Pietro il Grande. A partire dal 1870, si chiuse nel suo studio a Yasnaya Polyana, a leggere e a prendere appunti, mentre la moglie e l'enorme branco di figli cercavano di mantenere tutt'intorno il più quieto possibile. Ma Pietro il Grande era risultato un argomento troppo epico pure per lui […]. Tolstoj aveva bisogno di un soggetto più maneggiabile, quando fece una scoperta: fra i suoi argomenti si era inserito qualcosa di non pretenzioso e storico, bensì personale, intimo e triste. Nella sua biografia di Tolstoj, Henry Troyat spiega così l'origine del romanzo:

Improvvisamente ebbe un'illuminazione. Si ricordò di un fatto che lo aveva profondamente colpito un anno prima. Un vicino e amico, Bibikov […] viveva con una donna di nome Anna Stepanovna Pirogova, una donna alta, dal viso largo e una natura franca e spontanea, che era diventata la sua amante. Ma negli ultimi periodi l'aveva trascurata a favore della governante tedesca del figlio. Si era persino deciso a sposare la bionda Freulein. Venuta a conoscenza del tradimento, la gelosia di Anna Stepanovna divenne inarrestabile: fuggì via con un mucchio sfatto di vestiti e vagò per la campagna per tre giorni, pazza di dolore. Quindi si gettò sotto un treno merci alla stazione di Yasenki. Prima di morire, inviò a Bibikov un messaggio “Tu sei il mio assassino. Sìì felice, se un assassino può essere felice. Se vuoi, potrai vedere il mio cadavere sui binari di Yasenki.”. Era il 4 gennaio del 1872. Il giorno seguente, Tolstoj si recò alla stazione come spettatore, mentre l'autopsia venne effettuata in presenza di un ispettore di polizia. In piedi in un angolo riparato, aveva osservato ogni dettaglio del corpo della donna disteso sul tavolo, insanguinato e mutilato […]. Che vergogna, pensò, eppure è così casta. […] Cercò di immaginare l'esistenza di quella povera donna che aveva dato tutto per amore, solo per andare incontro a una morte tremenda.

Credo che sia amore, ma quello che davvero interessava Tolstoj non era l'amore in se stesso, ma le sue estreme conseguenze. Quando iniziò a scrivere “Anna Karenina”, introdusse anche altri personaggi e altre storie, fra cui quella di Kitty e Levin, ma senza il “balsamo” della loro vicenda romantica, il fulcro del romanzo è quello che accadde ad Anna Stepanovna. Ciò lo rende diverso da altre storie, nelle quali l'amore è benefico e positivo: se ce l'hai sei felice, se non ce l'hai non lo sei (pensiamo ad esempio a Elizabeth Bennet e Charlotte Lucas in “Orgoglio e pregiudizio”). In “Anna Karenina” l'amore può essere insieme maledizione e benedizione, forza elementare degli affari umani, come la genialità o la rabbia o la forza o la ricchezza. A volte è buono, altre è tremendo, crudele, persino pericoloso. Che Kitty e Levin si innamorino è meraviglioso, ma Anna sarebbe stata molto meglio se non si fosse mai invaghita di Vronsky.

Questa visione dell'amore è accettabile, in teoria, ma in pratica si fa fatica ad accettarla, perché si scontra con la mitologia del sentimento, secondo cui gli amanti che il destino hanno fatto incontrare sono più romantici, più innamorati del resto di noi. Una mitologia che ci spinge a considerare la morte di Anna come un nobile sacrificio. È un modo di pensare seducente, ma folle. Il fatto è che dalla passione fra Anna e Vronsky non è venuto niente di buono, e tutti sarebbero stati meglio se nulla fosse accaduto. La loro relazione è stata una catastrofe per Anna, ovviamente, ma anche per Vronsky, Karenin e il loro figlio Seryozha.
[…]

Se Anna non è l'eroina del romanzo – se non è una martire dell'Amore – che cosa è allora? Decidere cosa pensare della protagonista è una delle sfide centrali di “Anna Karenina”. Alcuni lettori, forse perché si sentono traditi da lei, finiscono per mettere in discussione il suo personaggio, la sua capacità di giudizio e le sue motivazioni. Incapaci di vederla sotto una luce positiva, finiscono per giudicarla in modo negativo. Keira Knightley, durante un'intervista registrata nel corso della prèmiere newyorkese, sembra pensarla così: “[...] molte persone, in molti adattamenti cinematografici (e non li ho visti tutti) hanno considerato Anna come un'eroina, un'innocente, una sorta di creatura santa che viene tradita dal mondo, dal marito, da tutto. Non ho pensato per forza questo l'ultima volta che ho letto il libro. Penso che si possa dire questo di Anna, ma penso anche che lei sia un'anti-eroina”. […] In fin dei conti, forse “anti-eroina” è un termine troppo forte per Anna: Tolstoj, come sostenuto dal critico G. S. Morson, era sensibile all'idea che molte cose cattive non accadono per mala fede, ma per ignoranza. Anna compie atti sbagliati, ma spesso perché sottovaluta le conseguenze negative delle sue scelte. Non ha pianificato di innamorarsi di Vronsky, così per gioco (non è una panterona scatenata) e una delle ragioni per l'infelicità che verrà è che andando a letto con lui, lei ha deluso se stessa. Nel romanzo (così come nel film) Anna si reca a Mosca per fare da paciere tra suo fratello Stiva e la moglie Dolly, che lui ha tradito. Allontanandosi, non vede l'ora di tornare dalla famiglia a San Pietroburgo: “Grazie al cielo” pensa “domani rivedrò Seryozha e Alexei Alexandrovich, e la mia solita vita pia proseguirà come prima.”
[…] Il suo affair con Vronsky è più una tragedia comandata dal destino, che una storia d'amore. E Tolstoj è attento a mostrare che lo stesso vale, anche se in modo opposto, anche per Levin e Kitty, che semplicemente sono stati fortunati, mentre Anna non lo è stata. […] Levin e Kitty non avrebbero potuto finire insieme se non fosse stato per Anna, che ruba Vronsky a Kitty durante un ballo come descritto nelle prime pagine del libro. Quasi una provocazione. Tolstoj mette questo fatto, ossia che l'adulterio di Anna ha gettato le basi per il matrimonio felice dei due, al centro del romanzo dove rimane come un promemoria muto e ironico di quanto i nostri successi possono dipendere dai disastri altrui.

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