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giovedì 14 maggio 2015

Lo svilimento della "critica", tra lettura emotiva e democrazia del web



Leggere non è mai un'azione passiva, o, almeno, non dovrebbe esserlo. La decodificazione di segni scritti stimola specifiche aree del cervello e, se non sono del tutto convinta che l'esercizio migliori davvero l'empatia, uno degli effetti immediati di cui non stento a riconoscere la validità è l'ampliamento del lessico di chi legge. Senza voler scomodare gli studi di linguistica generale, a un linguaggio ricco e variegato corrisponde una maggiore molteplicità di pensiero: chi è fornito di un vasto vocabolario ha più strumenti per percepire il mondo che lo circonda, per notare le sfumature, per elaborare la complessità. E di complessità siamo circondati: quando veniamo a conoscenza di una notizia, esaminarne i fattori politici, storici, economici, umani, e cercare addirittura di prevederne le conseguenze, non è per nulla semplice. Possedere un lessico adeguato significa quindi dare un nome a elementi di cui, se non ne avessimo appreso il termine, non avremmo nemmeno sospettato l'esistenza.

Alla domanda: “a cosa serve la lettura?”, io rispondo spesso così: a interpretare la realtà. La lettura è lo strumento attraverso il quale amplio i miei orizzonti, faccio nuove esperienze e le problematizzo, per poi trasferirle nel reale. 1984 di George Orwell, ad esempio, è stato fondamentale per capire alcune dinamiche che mi sono tornate utili. La stessa funzione hanno svolto, per i loro contemporanei, Victor Hugo sulla prostituzione, o Flaubert sull'adulterio.
“Lettura” è, però, un termine molto generico. Non è lettura quella delle etichette della confezione di shampoo, né quella delle istruzioni del nuovo mobile Ikea. Non è lettura, a mio avviso, nemmeno quella dei romanzi caratterizzati da elementarità di pensiero, lessico ripetitivo, situazioni stereotipate, banalità e, soprattutto, assenza di profondità. O, meglio, si tratta di una lettura che toglie il senso stesso del leggere, e che va bene quando fatta per passatempo, ma in modo assolutamente consapevole. Il distinguo tra Lettura e lettura sta proprio in questo: nella consapevolezza di chi legge. La consapevolezza, così come la complessità, è un traguardo difficile da raggiungere, e non è affatto scontato. Chi legge a ripetizione libri di contenuto pressoché uguale e di linguaggio elementare, ne è dotato? A mio avviso, no. Il giudizio parrà severo, ma è quello che mi è capitato di osservare frequentando un gruppo su Facebook che fa della lettura consapevole il proprio baluardo. Si chiama Billy, ilvizio di leggere, ed è gestito dal palermitano Angelo Di Liberto. Le regole sono semplici: quando si consiglia un libro, non basta dire su questo che è “bellissimo” e che “tiene incollati fino all'ultima pagina”; si deve cercare di motivare per quale motivo un altro utente dovrebbe ascoltare il consiglio letterario. Va da sé che “ricco di colpi di scena” ed “emozionante” non sono indicazioni sufficienti. Quando, però, l'utente disattento viene rimbrottato o incoraggiato a spiegare meglio le proprie motivazioni, ad andare oltre e a non limitarsi al giudizio superficiale, la reazione è spesso aggressiva, indolente, refrattaria. Frequenti le accuse di snobismo, perché è più giusto accontentarsi di una riga che non dice nulla piuttosto che chiedere – viene percepito quasi come un'offesa – di esercitare il proprio giudizio.

Mi sono fatta l'idea che la lettura critica (da cui si vuole trarre, cioè, un giudizio critico – non in senso filologico – sull'opera) è inesistente in chi si limita alla fagocitazione di prodotti di serie – il fatto che questi prodotti, che non mi va di chiamare libri, snaturalizzino la lettura in quanto gymnasium, palestra intellettuale, per ritornare al discorso sull'interpretazione del reale, non è argomento da affrontare in questa sede. Non è solo inesistente, ma non ha nemmeno la possibilità di crescere e germogliare: il rifiuto categorico di fare il salto di qualità impedisce quasi sempre nettamente che una lettrice accanita di letteratura di consumo, e solo di questa, senta il bisogno di allargare i propri orizzonti. Esiste, è vero, la possibilità che questo accada. Ma la massima “qualsiasi cosa, purché si legga” è essenzialmente sbagliata: senza che venga introdotta la consapevolezza – che dovrebbe nascere da sé, ma non sempre accade – il lettore occasionale non trarrà alcun vantaggio dalla lettura, se non quello di aver trascorso un paio d'ore di tempo con la stessa fruttuosità di chi lo passa su un social network. Una riflessione estemporanea può essere inoltre fatta – ma la lasciamo alla sua aleatorietà – sull'incapacità della scuola di formare un individuo dotato di pensiero proprio, nonostante abbia completato il percorso di studi, e di saperlo esprimere. Le difficoltà linguistiche, come accennato, giocano un ruolo molto importante della formulazione del giudizio.

Sappiamo, d'altronde, che la narrativa di consumo odierna è spesso indirizzata a creare prodotti  riempitivi. Utilizzo questo termine per indicare un tipo di lettura che vuole riempire alcuni vuoti emotivi, una vita noiosa o problematica, un disagio interiore. Lo fa regalando emozioni: sull'emozione ruota l'intera sfera dell'industria libraria. Si tratta sempre di un'emozione positiva, anche quando vuole essere dolorosa. Non è infrequente la richiesta, da parte soprattutto di un pubblico femminile, di un libro che faccia piangere. E, per lo stesso motivo, non si riesce a descrivere un libro se non come “emozionante”: perché, al di là dell'emozione – tra l'altro, di plastica – non possiede altro. Sull'onda dell'emozione sono stati magnificati libri come “Fai bei sogni” di Massimo Gramellini o “Va' dove ti porta il cuore”, di Susanna Tamaro. Non da adolescenti, spesso tacciati di essere privi di strumenti interpretativi, ma da adulti incapaci di scorgere la banalità, la furberia, la grossolanità.

Sull'onda dell'emozione, inoltre, la soggettività, il “de gustibus” e la democrazia del web – che pur si deve ringraziare – vengono elevati a criteri assoluti. All'appiattimento di pensiero dovuto a libri dai contenuti vuoti, segue l'appiattimento di giudizio. La critica deperisce dietro al “like” che nega, costantemente, il dissenso: siamo tutti d'accordo – mentre chi non lo è può manifestarlo solo grazie al proprio silenzio, difficile da notare – e un pensiero superficiale vale quanto quello che fa lo sforzo di rompere la barriera dell' accondiscendenza: “io la penso così”, leggo spesso giustificarsi, barricarsi dietro un'intenzione pacifica, “ma è solo un pensiero personale, non la verità assoluta, il mondo è bello perché è vario, sai che noia se la pensassimo tutti allo stesso modo”.
La faticosa oggettività – il metro attraverso cui si dovrebbe valutare un libro, che include criteri come: scrittura corretta e non ripetitiva, originalità di trama, psicologia dei personaggi approfondita e non stereotipata – cade sotto le sprangate del populismo, si annichilisce, viene derisa nella convinzione che tutti abbiano ragione. Ma il giudizio motivato, per quanto possa essere erroneo, presenta un margine di discussione.
Il problema non sta nell'arbitrarietà del giudizio, quindi, ma nella sua profondità. E questa sarà negata, fin quando si leggeranno libri come si scorre la bacheca di Facebook, si rivendicherà il diritto di farlo e si annullerà il rilievo della critica.

Si arriva al paradosso assoluto: nessun libro è brutto. È il triste trionfo della soggettività che non applica il discrimen, che confonde Tolstoj con Fabio Volo, che dà risalto all'illetterato, che toglie dignità alla letteratura mettendola sullo stesso livello di apprezzamento dell'ultimo best seller erotico. Nessun libro è brutto perché non deve essere urtata la sensibilità di nessuno. Nessuno deve sentirsi al di sotto degli altri. Nessuno, quindi, deve essere spinto a migliorarsi, perché va bene così, orgogliosi di quello che si è: l'ignoranza è motivo di vanto, nella felice e arrogante convinzione di essere diversi dai cosiddetti “snob”, convinzione che assume sfumature esistenziali quando si finisce per evidenziare, addirittura, la propria superiorità morale.
La critica urta perché crea una disarmonia, una crepa, costringe a rivedere la propria posizione, ad ammettere errori di valutazione, a considerare sopravvalutate quelle emozioni che ci aveva regalato la lettura, nel momento in cui questa non ci ha dato altro. Per questo, la critica deve essere screditata, soprattutto quando veemente, dissacrante, ma principalmente onesta. Per questo, tutti i giudizi hanno pari dignità, tutte le opinioni sono legittime: eguagliare una critica motivata e una che non sa andare oltre lo sterile “bellissimo”, o rivendicare l'importanza del mero gusto personale sull'obiettività, significa, per chi avverte il difetto della propria incompetenza, dimostrare di essere “alla pari”. E, nella società della frustrazione e dell'invidia strisciante – verso il ricco, il colto, o la persona di successo –, non c'è nulla di più importante.


domenica 3 novembre 2013

A difesa del libro: il suo ruolo nella formazione contro la società del tweet

Oggi mi sono imbattuta in un interessantissimo articolo del lontano 2007 di Alan Wall, scrittore che di tanto in tanto contribuisce con i suoi pezzi a ReadySteadyBook, blog britannico indipendente nella top 10 del Guardian tra i migliori siti che si occupano di letteratura, che mirava a difendere la “dignità” del libro cartaceo in uno scenario apocalittico che profetizzava la morte dello stesso a causa della digitalizzazione. Curioso è pensare come questo pamplet nasca in un’epoca nella quale non esistevano ancora i dispositivi di lettura che conosciamo oggi e che ci permettono di portare con noi l’intera libreria - il primo ebook reader, il Kindle, arriverà solo due anni dopo la stesura di A defens of the Book –, ma ciò che lo scrittore sottolinea non ha nulla a che fare col formato dei volumi che leggiamo, piuttosto è una chiara denuncia nei confronti della patologica “automizzazione” della conoscenza. Il divertente commento con il quale si apre questo pezzo riguarda la constatazione che si è parlato della morte del libro per oltre quaranta anni e che quest’ultimo, nonostante il progresso tecnologico, non ha ancora perso la sua importanza ed è “ancora con noi”. 
Contrariamente alla logica dell’acquisizione tecnica, legata al download e all’archiviazione per l’uso futuro, il libro gioca ancora un ruolo formativo laddove permette una “reale conoscenza” performante che modifica l’animo umano al momento dell’acquisizione dell’informazione e lo spinge alla partecipazione. La conoscenza moderna non può limitarsi ad essere un archivio di file temporanei da eliminare attraverso la pulizia della cache, ricerca della soluzione momentanea al problema che si presenta di volta in volta. La vera archiviazione dell’esperienza avviene attraverso la lettura, capace di trasmettere competenze teoriche che vanno a farsi supporto di quelle pratiche. Per rafforzare la sua tesi, Wall si avvale dell’esempio del lavoro svolto dai musicisti e dai chirurghi, per i quali a nulla varrebbe l’abilità tecnica se non avessero studiato le note o il modo di suonare lo strumento i primi, l’anatomia umana i secondi. 
Il libro è forse una delle più importanti innovazioni tecnologiche della storia: l’invenzione della stampa lo ha portato ad essere prodotto creato per diffondere la conoscenza, contribuire alla dissertazione sulle cose del mondo (e non), creare aggregati sociali – ricordiamoci che proprio la diffusione delle Sacre Scritture nelle case dei comunitari ha portato alla costruzione della religione protestante, basata proprio sulla possibilità di qualsiasi uomo di affidarsi alla lettura del testo per cogliere l’essenza del divino. In conclusione, il breve saggio di Wall riporta forse uno dei più grandi timori: la pratica dello short message service sta trasformando irrimediabilmente la lingua, così tanto che i giovani non sanno più farne il corretto uso; bisognerebbe sforzarsi di non ridurre i caratteri e leggere di più, ma in questo devono avere un ruolo fondamentale gli insegnanti, che hanno il compito di spronare gli alunni ad un più regolare uso delle forme grammaticali. Mi viene da chiedere cosa penserebbe l’autore dell’articolo dei messaggi da 140 caratteri di Twitter, forse il social network dove si utilizzano maggiormente le abbreviazioni e articoli e congiunzioni perdono la loro funzione – nel 2007 era ancora poco diffuso rispetto ad oggi.
Si parla tanto di quanto il libro digitale stia cominciando a sostituire il cartaceo, ma come dicevo all’inizio, credo che il formato non sia importante, purché si legga. I dati sulla lettura purtroppo non sono rassicuranti, perché nonostante il proliferare di blog letterari, gestiti da amministratori capaci di divorare tra i 50-80 libri (minimo) l’anno, la maggioranza del popolo lettore si limita alla letture di 2-4 libri l’anno. La conoscenza è importante, determina le donne e gli uomini che saremo in futuro, continuate dunque a leggere e, per un’oretta al giorno, dimenticatevi del pc. Il vostro cervello e i voi futuri vi ringrazieranno.


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