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giovedì 27 ottobre 2016

"Lo schiavista" ha vinto il Man Booker Prize 2016. Le motivazioni del premio

Lo schiavista di Paul Beatty (nda, The Sellout in originale, in italiano edito Fazi e tradotto da Silvia uno dei premi più prestigiosi per la letteratura in lingua inglese dal 1969.
Castoldi) ha vinto il Man Booker Prize 2016,
«Un romanzo dei nostri tempi» lo ha definito la storica Amanda Foreman, a capo della giuria. Si tratta forse di un libro troppo difficile da digerire, ma, ha sottolineato, la fiction non deve essere un genere di conforto.
«È per questo che il romanzo funziona. Mentre sei fermo lì, incapace di muoverti, sei stato solleticato: è un atto estremo che sprigiona verve, energia e fiducia. Non ci si arrende, né si contrasta. Questa è la scrittura di qualcuno che gioca al di sopra degli schemi (…). The Sellout è uno di quei libri molto rari: è in grado di prendere la satira, una materia difficile e non sempre fatta bene, e immergerla nel cuore della società americana contemporanea con uno spirito selvaggio che non ritrovavo dai tempi di Swift o Twain. Riesce a sviscerare ogni tabù sociale o sfumatura di politicamente corretto, ogni dogma. Pur facendo ridere, ci fa provare imbarazzo. È divertente e doloroso allo stesso tempo».

Paul Beatty ha ritirato il premio, consistente in cinquantamila sterline e una copia in rilegatura speciale del proprio romanzo, visibilmente commosso, e ha sostenuto con orgoglio che «la scrittura mi ha dato una vita». È il primo americano a vincere il Man Booker Prize, battendo altri cinque autori finalisti (Madeleine Thien con Do Not Say We Have Nothing; Deborah Levy con Hot Milk; Graeme Macrae Burnet con His Bloody Project; Ottessa Moshfegh con Eileen e David Szalay con All That Man Is) con il racconto del tentativo di reintrodurre la schiavitù nella moderna Los Angeles.
Il premio sembra aver cominciato a respirare un'aria diversa da due anni a questa parte, con l'estensione della possibilità di partecipazione agli autori di tutte le nazionalità (purché il loro testo sia stato pubblicato originariamente in lingua inglese e nel Regno Unito) per la polemica lanciata proprio dalla critica USA al suo vincolo di territorialità (prima del 2014, potevano parteciparvi solo gli autori del Regno Unito, del Commonwealth, della Repubblica d'Irlanda e dello Zimbabwe).

Piccola curiosità: a vincere per il secondo anno consecutivo è un romanzo edito dalla casa editrice indipendente Oneworld, come a voler dimostrare l'apprezzamento della giuria per un mondo alternativo ai grandi gruppi editoriali che negli ultimi anni, nonostante la forte crisi registrata anche oltre Manica, hanno saputo donare ai lettori testi di qualità e degni del riconoscimento e della visibilità che la vittoria del premio gli ha regalato.

mercoledì 19 ottobre 2016

Speciale Frankfurt Buchmesse 2016: le proposte editoriali delle agenzie americane



Inizia oggi la Frankfurt Buchmesse, l’appuntamento annuale che dal 1949 rappresenta il principale punto di riferimento dell’editoria mondiale. Mai come quest'anno la fiera, con i suoi cinque giorni di esposizioni, mostre, conferenze e discussioni, avrà come trait d'union la celebrazione dello spirito europeo, visti i recenti contraccolpi della Brexit e, soprattutto, gli attentati di Parigi e Bruxelles. A questo si ricollega la scelta di nominare come ospiti d'onore le Fiandre e i Paesi Bassi che, nel padiglione a loro dedicato, presenteranno nuovi concept artistici e una vetrina di 99 autori autoctoni famosi ed esordienti.

Si parlerà di nuove sinergie tra i vari settori dell'arte, di politiche a favore dell'innovazione creativa (ampio spazio sarà dato alla spiegazione dei meccanismi di accesso ai finanziamenti per le attività culturali previsti dai programmi Horizon2020 e Creative Europe), dei mutamenti del mercato culturale e del sempre più necessario connubio tra arte e tecnologia, al fine di rinnovare un settore che nell'ultimo decennio ha dovuto fare i conti con il boom digitale.
Interessanti le attività che si svolgeranno durante le giornate della Buchmesse e che coinvolgeranno anche l'Italia, con un nuovo spazio allargato (si vocifera, grazie al successo che i romanzi di Elena Ferrante hanno avuto nel mondo anglosassone e latino) e la presenza di Nicola Lagioia, Vincenzo Latronico e Fluer Jaeggy.

Per quanto riguarda le proposte che le agenzie letterarie americane presenteranno agli editori europei, abbiamo fatto una piccola cernita ricercando le novità più succulente. Alcuni testi sono già stati pubblicati, altri sono preordinabili nei bookstore online, uno ha già venduto i suoi diritti in 27 paesi, per un altro bisognerà aspettare ancora un po' per una preview (ancora topsecret, ad esempio, la cover del nuovo thriller di Michael Crichton, Dragon Teeth).
Impossibile non notare la tendenza a puntare al thriller, tra storie di spionaggio, connubi tra giallo e sci-fi, horror stories e classiche crime fiction. Pochi i titoli di narrativa e interessanti i volumi per bambini.
Ma andiamo con ordine.

In attesa dell'uscita del film, a dicembre nelle sale, tra i titoli già pubblicati troviamo Tales of the Peculiar (Dutton), prequel della serie Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children, dove Ramson Riggs raccoglie storie originali annotate da Millard Nullings, studioso che si trova sotto la custodia di Miss Peregrine.

Questo mese viene pubblicato Nobody’s Son di Mark Slouka (Norton), un memoir nel quale l'autore racconta la fuga dei suoi genitori cecoslavacchi dalle purghe staliniste dopo la Seconda Guerra Mondiale. Slouka traccia le cronache del loro viaggio tra Innsbruck e Sydney fino a New York, portando in grembo ricordi di sangue e tradimenti e un figlio non ancora nato.



Il prossimo mese uscirà il dodicesimo volume delle Cronache dei Vampiri di , dal titolo Prince LeStat and the Realms of Atlantis (Knopf). Qui il noto vampiro Lestat de Lioncourt dovrà vedersela con un antico e misterioso potere, quello di Atalantaya legato al perduto mondo di Atlantide, che rischia di distruggere gli equilibri del mondo vampirico.
Anne Rice

Anche l'autrice della saga di Twilight, Stephenie Meyer, si cimenta con il genere thriller con The Chemist (Little, Brown) storia di un'ex agente in fuga che, per scampare a coloro che vogliono farla fuori, accetterà di svolgere un ultimo incarico, rischiando la pelle in un gioco pericoloso e innamorandosi di un uomo che potrebbe compromettere le sue chance di sopravvivenza.



Trevor Noah raccoglie alcuni saggi personali in Born a Crime
(Random/Spiegel & Grau), un volume che racconta la crescita di un ragazzo irrequieto e gli sforzi della madre per strapparlo a una vita di povertà, abusi e violenza. La storia avvincente, stimolante e “comicamente sublime” di un uomo di mezza età che ha visto il tramonto dell'apartheid e le lotte per la libertà degli afroamericani.



A gennaio sarà la volta del nuovo romanzo di Ottessa Moshfegh, candidata al Man Booker Prize 2016 per il suo romanzo d'esordio Eileen. Il libro le è valso il paragone con Shirley Jackson, il primo Vladimir Nabokov ma, soprattutto, il titolo di libro dell'anno dal Washington Post, la nomination al National Book Critics Circle Award e il premio PEN/Hemingway al suo debutto letterario.  Homesick for Another World (Penguin Press) è una raccolta di storie di personaggi instabili che rappresentano la varietà della condizione umana, nelle quali grottesco e scandaloso si mescolano alla compassione e alla tenerezza. Insomma, la Moshfegh racconta un mondo crudele nel quale la bellezza arriva all'improvviso da fonti sconosciute.



Altro mistery, altro debutto: Everything You Want Me to Be (Atria/Bestler) di Mindy Mejia racconta dell'omicidio di una ragazza in una scuola superiore e delle indagini dello sceriffo locale Del Goodman, accompagnati una riflessione sul sottile limite tra innocenza e colpevolezza, realtà e finzione.



Nel mese successivo, uscirà Right Behind You (Dutton) di Lisa Gardner, che si conferma regina del thriller con il settimo volume della serie FBI Profiler dedicata alle indagini di Pierce Quincy, agente dell’ FBI, e della moglie Raine Conner, detective della omicidi, che questa volta avranno a che fare con una serie di delitti apparentemente commessi dal fratello della loro figlia adottiva.





Impeccabile combinazione di suspense, psicologia, dramma erotico e mistero per l'esordio di Sara Flannery Murphy, The Possessions (Harper). L'autrice racconta di Eurydice, che lavora per una società che si occupa di contatti con l'ultraterreno e i morti. Il suo lavoro richiede un certo distacco con i clienti, per evitare coinvolgimenti, ma quest’etica viene meno quando si innamora di Patrick e si mette in contatto con la moglie morta di lui, uccisa in circostanze misteriose.


Riscrittura de La Tempesta di Shakespeare, Miranda and Caliban di Jacqueline Carey (Tor), narra i dodici anni precedenti alla vicenda della commedia del bardo, focalizzandosi sulla ricerca d'identità da parte di Miranda e affrontando le tematiche del potere, del controllo, dell'innocenza e della sessualità, riproponendo in chiave creativa una vicenda classica – a dire dell'editore – pur rimanendovi fedele.



Usciranno poi, a marzo, due romanzi davvero interessanti: il primo è Omega Canyon di Dan Simmons (Little, Brown) che, in bilico tra narrazione storica e toni noir, segue la storia di due fratelli viennesi che viaggiano nell'Europa del primo dopoguerra. La loro vita cambierà quando si occuperanno uno di lavorare come fisico alla costruzione della bomba atomica a Los Alamos e l'altro nel Commando di un operazione speciale inglese
. Mentre uno cercherà di porre fine alla guerra, l'altro dovrà rischiare tutto per salvare la famiglia dell’altro. Una action story audace, che racconta dell'amore fraterno e della lotta per la libertà.

Il secondo è la nuova storia dell'autrice di Fiore di neve e il ventaglio segreto, Lisa See, intitolata The Tea Girl of Hummingbird Lane (Scribner) e ambientata tra una piccola località della Cina famosa per il tè e Pasadina, una cittadina della California. Ancora una volta si affronta il problema della separazione familiare e del rapporto madre-figlia, la ricerca d'identità di chi è adottato e vuole conoscere le proprie origini, raccontando l'Oriente sconosciuto, anacronistico e affascinante come solo la See sa fare
.



Aprile ancora all'insegna del thriller, con quello che si ritiene essere uno dei titoli che le case editrici europee si contenderanno, ossia One Perfect Lie (St. Martin’s) di Lisa Scottoline, la vicenda di una madre single che cerca di salvare il figlio timido ed estremamente talentuoso, destinato ad un futuro nella major-league di baseball, dall'oscura piega che sta prendendo la sua vita a causa della sua amicizia con un coetaneo dalla personalità disturbata. Un dramma familiare avvincente e ricco di suspense, secondo l'agenzia che lo propone, per nulla scontato e assolutamente realistico.

Sci-fi thriller per Cory Doctorow, che con Walkaway (Tor), regala il racconto umoristico e crudo di Hubert, comunista, e Natalie, una ricchissima ereditiera che tenta di fuggire al padre oppressivo. I due amanti scoprono l'unica cosa per cui i ricchi ucciderebbero: il segreto per battere la morte. Tra intrighi, distruzione e lotta per la sopravvivenza, Doctorow ci porta in un futuro lontano di cento anni, ma tragicamente vicino alla realtà contemporanea.

Vi segnaliamo, inoltre, altri testi che verranno presentati alla Buchmesse, ma di cui si hanno ancora poche informazioni. Uno di questi è un volume di Design e Fotografia omonimo del famosissimo Tumblr di Mihaela Noroc, Atlas of Beauty, ritratti di donne comuni che la fotografa rumena ha raccolto in giro per il mondo, che verrà pubblicato in USA nell'autunno del prossimo anno. In ultimo, attesissimi il memoir dell'ex chitarrista dei Sex Pistols Steve Jones, il debutto letterario di Mattew Weiner (creatore della serie cult Mad Men) e I'm so pregnant dell'illustratrice e animatrice norvegese Line Severinsen che, con sagacia e ironia, affronta i problemi più imbarazzanti della gravidanza affidandosi al cartoons.

giovedì 9 giugno 2016

Recensione: La via del male di Robert



La via del male, Robert Galbraith
Salani Editore
608 pagine, 18,60 euro
Cambiare genere narrativo non è semplice. Ci vogliono coraggio, inventiva, sensibilità e soprattutto doti eccellenti di scrittura. Queste qualità non mancano sicuramente a J. K. Rowling, che è stata in grado di passare dal romanzo per ragazzi al thriller senza perdere un centesimo del suo talento. Anzi, in un certo senso, le indagini di Cormoran Strike le hanno permesso di esprimersi ancora meglio e privarsi di tutte quelle sovrastrutture che la mostravano erroneamente al mondo solo come la "mamma" di Harry Potter. In questo terzo volume, La via del male, l’autrice fa un ulteriore passo avanti verso un’idea narrativa più concreta, regalandoci questa volta un thriller più tradizionale. Dopo Il richiamo del cuculo, primo tentativo in cui erano presenti tutti gli ingredienti ma doveva ancora in un certo senso aggiustarne le dosi, e un secondo romanzo, Il baco da seta, caratterizzato da un’idea di base originale ma con un finale abbastanza tirato e rocambolesco, J. K. Rowling ci regala una trama più elaborata e rischiosa, che coinvolge direttamente ed emotivamente i protagonisti e pesca nei rispettivi passati, forse la formula migliore di thriller tra i tre pubblicati finora.

Come in un classico alla Agatha Christie, vengono proposti alcuni tra gli indizi principali e presentati i possibili colpevoli, così da poter partecipare quasi attivamente alle indagini. La trama si dipana inizialmente in modo piuttosto lineare: Robin riceve un pacco anonimo contenente la gamba di una donna; Strike, fermamente convinto che il mittente sia una sua vecchia conoscenza, comincia le indagini e si ritrova a fare i conti con il proprio passato. La via del male è un thriller avventuroso e ben congegnato, che nel cercare il suo colpevole apre molte porte e sfiora ricordi tesi e dolorosi: l’autrice scava a fondo nei vissuti di Robin e Strike, che crescono entrambi in modo esponenziale. Il detective vede e legge il caso filtrato attraverso quelli che sono e sono stati i suoi traumi; lo conosciamo meglio proprio grazie alle indagini e ai sospettati, ognuno dei quali ha lasciato profonde cicatrici nel cuore del protagonista. Percorrendo questa sorta di inferno terreno e rivivendo le sue esperienze peggiori, Cormoran esorcizza parte dei suoi problemi e in un certo senso ritrova se stesso.
Il lettore vede a sua volta la narrazione con gli occhi di Strike, della sua assistente e anche dell’omicida: J. K. Rowling entra sorprendentemente bene nella mente del killer, è credibile e ci restituisce scene raggelanti, crude, realistiche e dotate di una certa efferatezza, in particolare i resoconti delle notti in cui l’assassino, quasi una sorta di Jack Lo Squartatore moderno, va a caccia, scova e in ultimo uccide le sue vittime. Lo leggiamo pedinare Robin, vediamo le sue azioni dall'esterno in modo estremamente inquietante, e aspettiamo con timore il momento in cui la sua furia calerà inesorabile sulla ragazza.

La resa dei personaggi è come sempre uno dei punti di forza dell'autrice: buoni e cattivi sono ben delineati e realistici, compreso il killer, i sospettati e addirittura la prima vittima, che conosciamo tramite i ricordi e ciò che ha lasciato. Robin e Strike sono la vera scoperta del romanzo: l’assistente si fa più seria e complessa e svela finalmente le sue ombre, mentre l’investigatore diventa meno “algido” e più umano; i due crescono e si avvicinano gradualmente, cominciando a costruire un rapporto complicato e affascinante, che è a tutti gli effetti uno dei protagonisti del volume.

Rispetto ai classici thriller che vediamo spesso in libreria, La via del male gode di un livello ulteriore di originalità: è ambientato infatti nel mondo dell’apotemnofilia, una sindrome che spinge il malato a desiderare di subire un’amputazione, soprattutto degli arti. Nelle forme più lievi l’obiettivo è solo quello di apparire disabile, mentre nei suoi sviluppi più gravi può portare al disturbo dell’identità dell'integrità corporea: in questo caso l’arto viene percepito addirittura come estraneo e il malato può arrivare anche a forme estreme di auto-amputazione. J. K. Rowling presenta questa zona d’ombra da vicino, in modo quasi morboso ma senza mai essere scontata; descrive il problema con precisione, proponendo al lettore anche il mondo dei forum online dedicati a questa patologia. Sappiamo che la Rowling ama i problemi psicologici, le stranezze del genere umano e le analizza con una libertà e una profondità notevoli. Questa volta però supera veramente se stessa e descrive questa malattia senza limiti o barriere etiche, alternando la psicologia clinica alla sensibilità: riesce quasi a partecipare di questi disturbi, a farli propri e a renderli al lettore in modo acuto e oggettivo, vagliando anche le motivazioni che possono spingere una persona a farsi letteralmente a pezzi. Questa tematica così estrema ed agghiacciante è secondo me il vero orrore che risiede ne La via del male: la condanna di queste pratiche è implicita e affidata alla figura stessa di Strike, unico vero mutilato del romanzo. L'autrice riesce inoltre a darci una comprensione ulteriore e privilegiata del personaggio di Robin che, da ex studentessa di psicologia, si fa carico delle indagini all’interno di questo particolare mondo e ci mostra le sue incredibili doti di profiler. È infine piuttosto facile tessere un collegamento di puro umorismo nero tra chi soffre di questa patologia, un killer che vorrebbe più corpi da profanare e Cormoran Strike, invalido di guerra che ha perso una gamba in un'azione militare e ancora ne soffre le conseguenze. Il romanzo percorre in definitiva i vari modi in cui il male si può esprimere nelle nostre vite: non mancano infatti tra le tematiche anche la pedofilia e la violenza sulle donne, argomenti scottanti e delicati che popolano quotidianamente i nostri giornali e i notiziari televisivi.

La via del male, in origine Career of Evil, deve il suo titolo ad un pezzo dei Blue Öyster Cult, gruppo rock nato sul finire degli anni ’60; il testo era opera di Patti Smith, all’epoca compagna del tastierista e chitarrista ritmico. I capitoli vengono introdotti da uno o più versi tratti dalle loro canzoni, mentre le pagine dedicate al killer sono precedute dal titolo di un loro brano. Questa scelta, oltre a sottolineare gli ottimi gusti dell’autrice, denota ancora una volta un grande lavoro di ricerca. I testi e di conseguenza le musiche di questa band ricreano inoltre l'atmosfera perfetta: inquietante, notturna e metallica come la lama di un coltello.
I dialoghi sono realistici e introspettivi, rivelano molto dei personaggi e non risultano mai noiosi. La narrazione procede seguendo più spunti e prospettive, mantenendo un ritmo incalzante e a tratti quasi da cardiopalma.

Lo stile è sempre quello che ha reso famosa J. K. Rowling: impeccabile, musicale ed estremamente espressivo, in grado di investire il lettore delle sensazioni dei protagonisti. L'autrice percorre con questi nuovi romanzi la società e le nostre debolezze, analizzandole a fondo: le nefandezze che caratterizzano il genere umano si fanno di volume in volume più turpi e inaccettabili, fino a raggiungere ne La via del male un elevato grado di orrore. Potremmo quasi dire che J. K. Rowling abbia scelto il thriller come nuovo corso creativo perché l'essenza della civiltà umana è alla fine caratterizzata da una forte dose di violenza e circondata da muri di crudeltà ed egoismo.

Uniche pecche del romanzo sono ancora una volta da imputare al finale: sicuramente meglio congegnato rispetto alle due indagini precedenti, rimane comunque leggermente brusco e tirato, soprattutto per quanto riguarda la scoperta del colpevole che era, secondo me, da un certo punto in poi, facilmente individuabile. La tensione, creata anche dal continuo alternarsi dei capitoli dedicati al killer, cala di colpo dopo l'attentato a Robin. A quel punto la ricerca dell'identità dell'assassino passa in un certo senso in secondo piano rispetto alla risoluzione dei problemi tra i due protagonisti. Il rapporto tra Strike e la sua assistente si fa sempre più teso, fino a sfociare in un furbissimo epilogo, aperto, maturo e imprevedibile, che non mancherà di disturbare o deliziare i fan e lasciare tutti col fiato sospeso: in questo J. K. Rowling si supera e si dimostra ancora una volta bravissima nell'aprire la narrazione e soprattutto le dinamiche affettive tra i personaggi. Tocchiamo così da vicino quello che è uno dei grandi quesiti dell'intera vicenda: il detective e la sua assistente diventeranno una coppia? In che modo verrà realizzata quest’unione? Mettendo i due faccia a faccia con i loro traumi e incubi più oscuri, l’autrice è riuscita a mostrare quanto Robin e Strike siano in realtà simili, ognuno in fuga da un passato troppo gravoso da sopportare.

Nonostante la tensione raggiunga il suo apice forse troppo presto, la lettura comunque procede a rotta di collo e non subisce brusche fermate. La via del male è un romanzo magnetico da cui è difficile staccarsi, sia per lo stile, sia per l'espressività di personaggi, che per la varietà delle tematiche. Interessante è inoltre la scelta dei sospettati che va ad aprire finalmente il vissuto di Strike, improvvisamente più umano e vicino al lettore. Scopriamo infatti molto del suo passato. Potremmo dire che questa indagine sia quasi un mezzo per avvicinarci ulteriormente a lui e rendercelo, se possible, ancora più “appetibile”. E che dire, funziona perfettamente.

Voto: 



venerdì 18 dicembre 2015

Recensione: La resistenza del Maschio di Elisabetta Bucciarelli



La resistenza del maschio, Elisabetta Bucciarelli
NN Editore
234 pagine, 10 euro
La resistenza del Maschio è un romanzo che fa dell'inanità la caratteristica dell'ultimo stadio evolutivo dell'uomo. Il retaggio appartiene alla letteratura del secolo scorso, ma ha un risvolto più intimistico, caratterizzato da elementi formali prettamente “contemporanei”: brevità, schiettezza, minimalismo, agilità, assenza di parole superflue, immagini che danno spazio a voci più che a suoni e colori.

C'è quindi L'Uomo, che avrebbe potuto chiamarsi Adamo, solo nella narcisistica percezione di se stesso, e ci sono tre donne, riunite per un pomeriggio nella sala d'attesa di uno studio medico, tre diverse prospettive dell'amore o, per meglio dire, della relazione di coppia.

L'uomo è un professore d'arte con il pallino della misurazione e probabilmente con un concetto di bellezza e perfezione legato alla simmetria (quindi alla razionalità), a cui è imputata la colpa della rinuncia alla riproduzione: la Moglie vuole un figlio che lui non ha intenzione di concederle, perché non ha istinto paterno e perché non desidera che un individuo dipenda da lui. Per quale motivo lei desideri questo figlio, invece, non è chiaro, se non per un'esigenza conformista (di derivazione sociale o biologica) che, alla soglia dei quarant'anni, le impone di mettere al mondo una nuova vita. Bucciarelli non si premura di spiegarlo, prendiamolo quindi come un dato di fatto. Le tensioni che si creano tra L'Uomo e la Moglie sono molto alte ed esemplificate da un episodio in particolare, dove l'incontro con la terapista restituisce l'idea di un marito innamorato, le cui parole sembrano però recitate da un attore di palcoscenico. La Moglie, isterica ma più autentica, ha un rigetto violento per la calma serafica con cui lui rifiuta il ruolo della paternità. L'Uomo ha intanto conosciuto un'altra donna con cui intraprende una relazione fatta soltanto di sms, e non certo per scrupoli di fedeltà: la noia di un rapporto concreto, quindi responsabile, abitudinario, soggetto alle usure del tempo lo fanno desistere dall'intenzione di incontrare questa donna, che accetta passivamente l'egotismo di una storia condotta secondo le regole di lui. L'unica relazione giusta, per l'Uomo, sembra essere la non-relazione, salvo poi frequentare fisicamente altre donne.

Quasi tutti i personaggi sono guidati dal proprio egoismo e presi da se stessi, e ciò che emerge, potente, è la banalità di queste vite, di questi desideri, di questi microcosmi che nulla desiderano se non la realizzazione di misere aspirazioni. Uomini piccoli e donne piccole che agiscono in una dimensione teatrale, scandita da precise battute di tempo e da dialoghi concisi, a volte aforismatici, pronunciati soprattutto dalle tre donne che, dall'alto dell'esperienza personale, sentenziano sulla vita e sull'amore. Tutto questo ha un sentore di ridicolezza, di povertà umana, di incapacità di staccarsi dai luoghi comuni: sono personaggi “bassi”, perciò incredibilmente simili a noi e che possono essere giudicati nei limiti in cui giudichiamo noi stessi. L'Uomo è un sottile (forse inconsapevole) aguzzino, la cui erudizione e capacità affabulatorie concorrono a delineare molto bene l'immagine di un inconsistente fanfarone: malgrado la rispettabile decisione di non avere figli, di non adeguarsi a un ruolo impostogli che dovrebbe salvarlo dalla consuetudinarietà, è evidente che la sua sia una posizione di non-responsabilità, di comoda immobilità (tipica della “specie in mutazione dei maschi che resistono, quella che si sottrae, che non fa il suo dovere, non protegge, non mantiene, non fa figli, non fa un beato cavolo di niente” – l'uomo irrita, quindi, perché non assolve neanche ai suoi doveri di maschio biologico, perdendo di utilità); la Moglie non-è, esiste solo nel desiderio della maternità e sembra non avere altra caratteristica. L'efferatezza (più palpabile nel caso di una, meno evidente in quello dell'altro) ha consumato un amore che, nel caso dell'Uomo, è plausibile non sia mai esistito. Non esistono giustificazioni per nessuno dei due, e il punto di maggiore forza del romanzo consiste nell'ambiguità dei ruoli e nell'impossibilità di schierarsi da una parte o dall'altra, ma soprattutto nell'eventualità che tutto quello che ho scritto possa essere ribaltato dalla sensibilità di un altro lettore, che ha percepito tutt'altro. Lo stile è appositamente impersonale, distaccato, guarda con occhio oggettivo alla scena, quasi fosse una telecamera che riprende una sequenza.

Elisabetta Bucciarelli consegna un libro dal taglio affilato e dalle atmosfere chirurgiche, asettiche, specchio dell'aridità del protagonista ma anche di un'intera società anaffettiva e automatica, dove gli attori delle relazioni interpersonali vedono nell'altro soltanto il proprio riflesso.

Voto: 



venerdì 20 novembre 2015

"Non scrivere di me": intervista a Livia Manera Sambuy



Per via dell'immaginario che ho sempre avuto del giornalismo culturale, Non scrivere di me diventa l'espressione più rappresentativa di un'incontenibile invidia – la mia, ovviamente. Inevitabile che si veda l'aspetto più romantico del mestiere – la conoscenza diretta con i maggiori scrittori contemporanei, i viaggi di lavoro –, malgrado questo, scrive Livia Manera Sambuy, non sia ormai lo stesso dalla crisi economica del 2008. “Mi svegliavo con l'angoscia che il mio lavoro di giornalista letteraria non avesse più valore”, e da qui la decisione di dare una svolta alla propria vita e trasferirsi a Parigi.
Più che di cambiamento, è forse l'esigenza di una evoluzione a trascinare l'autrice in una città dove non conosce nessuno e a scrivere un libro che esula i modelli del giornalismo e della critica letteraria.
È una nuova forma di racconto: un diario dove i ritratti di scrittori come Mavis Gallant e Philip Roth si allacciano a riflessioni e interrogativi intimi, dove ci si addentra nella sfera personale per poi rendersi conto della straordinarietà di queste anime. Tormentate, arroganti, fuori dagli schemi, generose, il compendio di personalità è tanto vario da lasciare il lettore attonito nel tentativo di adeguarsi, a ogni capitolo, al nuovo personaggio che si trova davanti. Sullo sfondo, città come Parigi e New York, immerse in una dimensione incantata, vengono descritte non solo attraverso gli autori protagonisti, ma anche grazie ai libri che sono menzionati. Il rapporto tra metropoli e narrazione è indissolubile, e il paesaggio urbano è solo l'espressione fisica di uno stile di vita.
Raccontare la letteratura anglo-americana così, nell'intreccio di vita e scrittura, lascia spaesati per la potenzialità inespressa di ciò che si sarebbe potuto dire e che si è, per rispetto e riservatezza, taciuto.
Il libro sedimenta nel cuore anche per questo, e inoltre per la capacità di diventare, nonostante lo stretto collegamento con chi l'ha scritto, una creatura autonoma, un insieme di voci distinte che si rifrangono nella bolla implosa della letteratura contemporanea.

Livia Manera Sambuy si è prestata a rispondere con immensa cortesia ad alcune domande che le ho posto. La ringrazio calorosamente sperando che questa intervista possa raccontare di “Non scrivere di me” più di quello che sono stata capace di esprimere a parole.


“Non scrivere di me” è il duro monito che Le lanciò Philip Roth dopo una conversazione intima al telefono. Eppure, scrivere è un'esigenza, un dovere morale, forse anche una condanna. Qual è il suo rapporto con la scrittura e quale crede sia quello che ha con essa Philip Roth?

Non posso parlare per Roth, ovviamente. So che per lui scrivere è stata una necessità ossessiva, e che liberarsi da questa ossessione poco prima degli ottant’anni gli ha dato sollievo. Quindi sì, forse in qualche modo è stata una condanna che si è inflitto da solo. Ma non lo è per chiunque? Per me scrivere è semplicemente il mio mestiere: una cosa che ho imparato a fare con molti anni di lavoro, che a volte mi dà soddisfazione, a volte mi lascia frustrata, ma quasi sempre mi fa scoprire cose sugli altri e su me stessa che non avrei saputo immaginare altrimenti.

Non pensa che scrivere sia la forma più alta di egocentrismo?

Dipende da quello che si scrive. Se il soggetto è il proprio io, esiste certamente questo pericolo. E il narcisismo è senza dubbio l’anima di ciò che chiamiamo arte. Ma mi sembra che ci siano al mondo molti altri soggetti, argomenti che gli scrittori seri sanno affrontare con umiltà mettendo il proprio io da parte.

Ho l'impressione che questo libro sia stata una summa, un “tirar di conti”, ad un certo punto della Sua vita, con la carriera professionale e con il proprio percorso personale. È così? È stata un'esperienza catartica?

È stato un modo di assolvere un dovere verso me stessa. Un modo di riassumere il senso che ha avuto per me leggere tanti libri e incontrare tanti scrittori. Di rileggere la mia vita attraverso questo filtro. Ed è stata un’esperienza difficile, proprio perché molto personale. Ho scoperto che quando avevo reticenza ad affrontare un argomento, quello era l’argomento che andava affrontato. Un po’ come misurarsi con un mostro, anche se non un grande mostro. La sincerità sulla pagina ha una grande forza. Ma cercarla costa fatica.

All'interno del libro emergono ritratti di autori fuori dal comune, quasi romanzeschi per tormenti, idiosincrasie e per un modo anticonformista di stare al mondo. Per diventare grandi scrittori è evidente non sia sufficiente rientrare nel quadro della “normalità”, servono piuttosto una prospettiva diversa e l'evasione dall'ordinarietà; non tanto, forse nello stile di vita, quanto nel mondo di pensarla. È d'accordo con questa affermazione? In merito agli autori da Lei descritti, quale le sembra sia il confine tra persona e personaggio?

Loro sono persone. Personaggio lo diventano, forse, nei miei racconti, o in quelli di altri. Quanto all’essere fuori dalla norma, è una cosa che nessuno di loro ha cercato. Nessun artista è “normale”.

Lei accenna alla difficoltà di documentarsi su uno scrittore che si è amato, come Salinger, dato il rischio di rimanere delusi dal lato umano di maestri che tendiamo a divinizzare. Qual è l'autore citato in Non scrivere di me che, più di tutti, ha contravvenuto alle aspettative che si era creata?

Nessuno. Ognuno di loro mi ha dato qualcosa. Altrimenti non ne avrei scritto. Con l’eccezione, forse di David Foster Wallace e James Purdy, che erano persone molto estreme e difficili da “raggiungere”, tutti i personaggi del mio libro sono persone a cui sono stata o sono tutt’ora molto legata sul piano emotivo.

In questo libro c'è moltissimo della Sua vita e del rapporto con la letteratura e i libri che ne hanno caratterizzato la quotidianità. A Parigi, dove, racconta, è andata in una sorta di “esilio”, ha incontrato Mavis Gallant, i cui racconti hanno accompagnato lo “spaesamento” di vivere in una città senza conoscerne la lingua. In che modo Parigi si è intrecciata con la letteratura, in quel primo periodo? E che ruolo hanno avuto i libri, di volta in volta, a New York e a Milano? L'esperienza di lettura sarebbe stata la stessa, se fossero stati letti dentro ad altri scenari?

La letteratura, come diceva Mavis, è un ponte. Con lei ho condiviso una certa diffidenza per gli aspetti più presuntuosi e magari fossilizzati della cultura francese, e l’amore per la bellezza di questa città. Gli autori americani sono invece indissolubili dal mio rapporto con New York. Ovunque, a Manhattan, la città mi parla di loro. Non l’ho scoperta attraverso i loro occhi, perché ci ho vissuto in prima persona. Ma il suo ricordo passa senza dubbio per il filtro di una certa letteratura che mi ha sempre accompagnata.

Durante la conversazione con David Foster Wallace, questo dice che la narrativa che gli interessa è quella che si confronta con i possibili significati dell'American Life, tanto giustamente disprezzata dal resto del mondo. Il vostro incontro è avvenuto in un McDonald's. Questo disprezzo dell'americanità per Wallace contemplava, a suo avviso, anche un disprezzo di se stesso?

Wallace era un uomo terribilmente tormentato. Credo che a tratti si vedesse per il genio che era, e che a tratti, sì, si disprezzasse. Ma non in quanto americano. In quanto essere umano, fallace come lo siamo tutti.

Judith Thurman afferma invece: “ho pensato a quanto spesso mi senta oppressa da un senso di inautenticità, persino adesso, parlando con te, non riesco ad accorciare la distanza tra il mio vero io e quello falso, che è quello che ascolto esibirsi”. Senza accennare a querelle decennali di critica letteraria sul rapporto tra finzione e realtà, quanta autenticità c'è nella letteratura, quanto ha potuto constatare ce ne fosse nei libri degli autori che ha conosciuto e, soprattutto, quanto è importante questa problematica per gli scrittori americani?

Ma questa è una domanda folle! Ci vorrebbero volumi interi per rispondere. L’unica cosa che posso dire è che un’opera letteraria è vera letteratura quando scaturisce da un’esigenza autentica, quando è necessaria. Altrimenti è intrattenimento. O virtuosismo. L’ “urgenza” non mente: è uno spartiacque molto preciso. Di qua ci stanno i libri necessari, di là quelli di cui si può fare a meno.

“La letteratura è niente di più niente di meno che una questione di vita o di morte”, per ritornare a Mavis Gallant. È anche un impegno civile?

Per alcuni sì. Franzen, per esempio, Roth, senz’altro. DeLillo. E per tutti gli scrittori francesi fedeli alla tradizione dell’écrivain engagé. Ma esiste anche una letteratura che può dirsi tale senza essere fondata sull’impegno civile, o morale. Come dice Nicole Krauss, non leggiamo Philip Roth per la sua saggezza morale, ma per la sua ambiguità morale.

Fare giornalismo come lo ha fatto Lei, instaurando poi una relazione personale con molti di questi scrittori, significa anche porsi nei confronti dell'intervistato come una sorta di psicologa, intuendone la personalità, rispettando i limiti e cercando di trarre il meglio e, forse, anche un po' del peggio di quella persona. Qual è la ricetta per fare una buona intervista?

Conoscere bene l’opera di un autore. Documentarsi a fondo su di lui. Preparare con cura le domande. Poi metterle da parte e dimenticarle. E a quel punto, semplicemente, ascoltare.


giovedì 5 novembre 2015

Il ritorno di JK Rowling al mondo della magia



Era il 21 luglio del 2007 quando, dopo l’uscita nelle librerie dell’ultimo capitolo della saga dedicata al suo maghetto, J.K. Rowling annunciava di voler prendersi una pausa a tempo indeterminato da Harry e dal suo mondo. Sono seguite le uscite de Il Seggio Vacante, prima opera della scrittrice estranea all’universo Potteriano e i tre gialli dedicati all’ispettore Cormoran Strike, pubblicato con lo pseudonimo inizialmente segreto di Robert Gailbrait. Negli ultimi due anni, però, in opposizione a quella che sembrava la sua originaria intenzione, la Rowling ha invece fatto ritorno al mondo della magia proponendo nuovi contenuti che sono andati – e andranno – ad aggiungersi al corpus originale della Saga.



La prima novità, di cui già avevamo parlato sul nostro blog, è che il 13 ottobre hanno avuto inizio le riprese del film inspirato al libro Gli Animali Fantastici: dove trovarli, pubblicato sotto lo pseudonimo di Newt Scamander, che sarà proprio il protagonista della pellicola. Dalle informazioni rilasciate il 22 settembre e il 13 ottobre, abbiamo appreso che a interpretare questo ruolo sarà Eddie Redmayne – vincitore dell’Oscar 2015 come miglior attore protagonista nei panni di Stephen Hawking ne La teoria del tutto –, cui andranno ad aggiungersi Katherine Waterston nella parte di Porpentina Goldstein, Colin Farrell in quella di Graves, Ezra Miller nel ruolo di Crence, Alison Sudol in quello di Queenie, Dan Fogler in quello di Jacob e Samanta Morton in quello di Mari Lou.
Probabilmente questi nomi vi diranno poco, al momento, ma non temete, le notizie continueranno ad arrivare.
A quanto riportano i corrispondenti di Pottermore.com, i lavori procedono in modo lento ma meticoloso, con il massimo impegno da parte del cast artistico e tecnico.

“La cinepresa si accende. L’azione ha inizio.

Non saprei dirvi cosa esattamente quello che accade in questa scena, in parte perché non ho idea di quel che sta succedendo e in parte perché la ripresa perfetta richiede molto tempo. Siamo qui seduti da venticinque minuti a osservare la stessa sequenza che viene ripetuta senza sosta. Una cosa però la so: è un momento molto importante per Newt (Eddie), Tina (Katherine) e Graves (Colin) a New York. Veramente molto importante.
Con una precisione perfetta, Katherine Waterstone poggia delicatamente a terra un oggetto fondamentale. Colin Farrell inarca un sopracciglio in modo molto eloquente. Altri attori meravigliosamente vestiti recitano e reagiscono agli stessi gesti fino a quando una parte della scena è stata completata.
Questo processo, stando a quanto ci dice una fonte interna affidabile, si ripeterà ancora e ancora per ore, giorni e mesi, sino a quando ogni singolo fotogramma non sarà pronto per il montaggio finale.”

Ma le novità riguardanti il maghetto non si limitano al mondo del cinema.
Dagli inizi di settembre, infatti, J.K Rowling aveva inviato un messaggio a tutti gli utenti iscritti a Pottermore, annunciando un cambiamento della veste grafica e dei contenuti del sito.
All’interno del nuovo, labirintico Pottermore è ancora possibile divertirsi a scovare contenuti speciali, ma non sarà più necessario registrarsi e loggarsi attraverso i vecchi account. In poche parole, il sito si è trasformato in una vera e propria enciclopedia multimediale totalmente gratuita, attraverso cui l’autrice e gli amministratori della piattaforma potranno veicolare nuove informazioni sul mondo di Harry Potter.
Ed è proprio attraverso questa nuova, sensazionale vetrina che sono state divulgate le prime indiscrezioni sullo spettacolo teatrale Harry Potter and the Cursed Child, sceneggiato dalla stessa Rowling e da Jack Thorne. Stando a quanto dichiarato, la pièce – che ruoterà intorno al personaggio di Albus Severus Potter, il figlio minore di Harry e Ginny Weasley – sarà divisa in due parti e debutterà il 30 Luglio 2016 al Palaxe Theatre di Londra per la regia di John Tiffany.


Il 28 ottobre si è svolta la prevendita di una parte dei biglietti, destinata a coloro che avevano effettuato la prenotazione prioritaria attraverso Pottermore, ma altre date sono attualmente disponibili al seguente indirizzo. http://www.harrypottertheplay.com/ticket-information/.

A cura di Tonino Mangano e Chiara Messina.

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