Visualizzazione post con etichetta calendario dell'avvento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta calendario dell'avvento. Mostra tutti i post

giovedì 25 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 25 dicembre




Buongiorno lettori,

mentre immagino che starete ultimando il pranzo di Natale - forse - vi dedico l'ultima puntata di questo Calendario dell'avvento, che spero vi abbia dato idee pre e post natalizie. Vi faccio anche tanti auguri di un sereno Natale ricco di libri ;)

E' passato diverso tempo da quando ho letto Il giovane Holden. Quattro anni, per la precisione, anche se a me sembrano molto di più. Mi era piaciuto, ma sul momento non avevo realizzato la grandezza di Salinger - su Anobii è da me valutato solo quattro stelle. In realtà i veri capolavori si riconoscono quando, a distanza di anni, ti sorprendi a pensare proprio a quel libro là. Il giovane Holden mi è tornato in mente diverse volte, perché è l'espressione più bella dell'ingenuità fanciullesca, non condizionata e non opportunistica, che vive di sogni, di idee e di ideali. Holden Caufield rappresenta la parte più nascosta di noi, quella che abbiamo seppellito e dimenticato: e non parlo della parte anticonformista che fa difficoltà a crescere e ad adattarsi al cinico e razionale mondo degli adulti, ma di quella che sa trovare la bellezza nella realtà che ci circonda e riesce a vivere con stupore anche gli eventi più comuni. Così Holden dona i soldi alle suore per la questua  nonostante sia ateo, e preferisce chiacchierare e conoscere una prostituta anziché farle fare quello per cui è stata pagata. Holden è un impacciato ragazzo che vuole scappare. Dalle restrizioni, dalle convenzioni, dalle gabbie sociali che non ti lasciano alternativa: o ti adegui, o vieni lasciato ai margini. Holden preferisce l'ultima opzione. Chissà se poi, questa malattia della fanciullezza, gli sia mai passata.

Non facevamo che tenerci per mano, ad esempio. Vi sembrerà una cosa da niente, lo capisco, ma era fantastica quando la tenevate per la mano. La maggior parte delle ragazze, provate a tenerle per la mano, e quella maledetta mano o muore nella vostra, o loro credono di dover continuare a dimenarla tutto il tempo, come se avessero paura di annoiarvi o che so io. Jane era un'altra cosa. Andavamo in un dannato cinema o in un posto così, e subito cominciavamo a tenerci per mano, e non ci lasciavamo sino alla fine del film. E senza cambiare posizione né farne un affare di stato. Con Jane non stavi nemmeno a pensare se avevi la mano sudata o no. Sapevi soltanto che eri felice. E lo eri davvero.

martedì 23 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 23 dicembre


Cosa vuol dire essere una donna?
No, non è una domanda stupida. Non è una di quelle domande che rientrano nell'ordinario, forse persino nel comprensibile, ed è una domanda che pochi si pongono. Cosa significa nascere donna?
Eppure ci sono cose che non puoi proprio capire se non sei marchiato da questa condanna - è troppo estremo definirla così? Non puoi capire il groviglio allo stomaco che ti toglie il respiro quando senti notizie di stupri o violenze al telegiornale. Non puoi capire l'attesa straziante, una volta al mese, nella speranza di avere/non avere in grembo il frutto dell'amore più grande della tua vita o forse solo della spensieratezza di una notte. E non puoi capire la desolazione e la rabbia di essere considerata una merce di scambio in un branco di lupi che in te vedono spesso solo le gambe e mai qualcosa di più. Una donna è la storia di tutte le donne: violentate, sottomesse, picchiate, calpestate, ignorate, uccise. Uccise come esseri umani, legate indissolubilmente ad un uomo, subordinate al ruolo di vittime e di oggetti. Sibilla Aleramo - al secolo Rina Faccio - ci racconta la sua vita, o una parte di essa. Con commozione, ma allo stesso tempo con fermezza, in maniera elegante, rivelando senza vergogna segreti inconfessabili e denudandosi per quello che è, solo per il suo essere maledettamente donna.

Amare e sacrificarsi e soccombere! Questo il destino suo e forse di tutte le donne?

E' un destino a cui Sibilla-Rina decide di non sottomettersi, anche a costo di rinunciare all'unica persona che la ami e che lei ama veramente. E' la sua una scelta deplorabile? E' una donna meschina, egoista, vigliacca?
No, è una donna e basta, una donna segnata dall'ignoranza di un marito violento e rozzo, una donna che ha tutto il diritto di vivere cercando di fuggire da una realtà che vuole soltanto avvelenarla lentamente.
Così come sua madre, in cui Sibilla rivede tutta se stessa, arrendersi al ruolo di moglie significherebbe morte o pazzia. E così come la sorella, che rappresenta il suo passato da giovinetta, ella crede ancora fondamentalmente nell'amore o nella forma che più gli si avvicina.
Una donna è un romanzo che va letto poco a poco, nonostante la sua scarsa mole, ed inghiottito pezzo per pezzo, assaporandolo a bocconi amari. E poi , alla fine, chiudere il libro e chiederselo veramente... Cosa vuol dire essere donna?


Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell'immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. E' una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l'olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità?

N.B.: ripropongo questo consiglio, già pubblicato sul blog in data 19/12/10 

lunedì 22 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 22 dicembre




Chiedendo umile perdono per l'assenza di questi giorni - sono stata fagocitata da tesi, studio e regali natalizi da comprare per mezzo mondo - sottraggo tempo ai libri di linguistica e vi parlo di un romanzo che esprime poesia già dal titolo: Chocolat.
Joanne Harris è una delle mie penne preferite. Di suo ho letto Il fante di cuori e la dama di picche - che, nonostante le recensioni negativissime, è riuscito anni fa a piaciucchiarmi - e Le scarpe rosse, seguito del libro di cui vi parlo oggi.
L'incipit di Chocolat si aggiunge a quelli di cui vi ho parlato in termini entusiastici. Poche autrici sono capaci di ricreare con tanta nitidezza le atmosfere autunnali, i colori e gli odori per le strade, riempiendo non di descrizioni ma di sensazioni pagine e pagine ricche di incanto. La trama, forse la conoscete, parla principalmente di donne - o, meglio, del loro fascino: donne vere e reali che devono reagire a unioni coniugali disastrose, donne piene di segreti, donne, come la protagonista, irriverenti, seducenti e un po' magiche. La magia in Chocolat, contrariamente che ne Le scarpe rosse, non è esplicita. Si tratta solo di un sottofondo lasciato all'aleatorietà - credo sia corretto parlare di realismo magico - e unito a un elemento fortemente erotico: il cioccolato. E Vianne è una donna sola con una bambina figlia di chissà chi, elemento che, nel bigotto paesino dove arriva e decide di aprire la sua cioccolateria, non può passare inosservato. Anche perché è il periodo di Quaresima, e la tentazione del cioccolato e della serafica donna che lo cucina sembra voler catturare i cittadini per spedirli dritto all'Inferno - almeno secondo le parole dell'antagonista, il Curé Reynaud. I temi affrontati sono tanti: la xenofobia, i piaceri della vita, la libertà in tutte le sue declinazioni e la liberazione dalle schiavitù del perbenismo e del moralismo. A coronare personaggi magnifici, profondi e accattivanti c'è, come già accennato, lo stile puro e fatato di Joanne Harris, una scrittura intensa ed elegante che, esattamente come Vianne, non mancherà di ammaliarvi. 

mercoledì 17 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 17 dicembre



Il profumo è uno di quei libri che non esito a definire capolavoro. Ha uno stile particolarissimo: nonostante le pochissime descrizioni,  l'autore riesce a farci immaginare i paesaggi attraverso gli odori. Il protagonista è un uomo brutto e scialbo, un genio o un folle a seconda dei punti di vista, nato in un modo che non è degno di un essere umano, e subito abbandonato. E infatti Grenouille non ha nulla di umano: non ha morale, non ha coscienza, non prova sentimenti, non ha nemmeno un odore che lo rassomigli agli altri uomini. Ma ha una grande capacità: sa fiutare gli odori meglio di qualunque altro, a miglia di distanza, e non vive che per quelli. Non prova amore se non quando, una volta, viene attratto dal profumo squisito di una fanciulla e se ne innamora. Non della ragazza, sia chiaro, ma del profumo. E' un libro perverso, che tocca le corde della natura umana e contemporaneamente se ne dissocia. Suskind crea nel lettore un tale senso di disagio che agli animi più sensibili condizionerà irrimediabilmente la lettura. Il disgusto verso il protagonista, la sua vita, il suo modo di agire e quello in cui diventerà un assassino solleticano le pieghe più profonde della nostra coscienza: perché, come detto, sappiamo che Grenouille dovrebbe essere umano, ma nulla in lui dimostra che lo è. Non parlo della sua stranezza, forse nemmeno della sua tendenza ad uccidere, che per lui rappresenta solo il raggiungimento di uno scopo. Grenouille è animalesco, una bestia fuori dalla nostra comprensione. In lui c'è il male puro e semplice, e l'esistenza del male non psicologicamente motivato è una delle cose che non riusciamo ad accettare.


Aveva un odore semplice, il mare, ma nello stesso tempo così vasto e unico nel suo genere, che Grenouille esitava a suddividerlo in odore di pesce, di sale, di acqua, di alga, di fresco e così via. Preferiva lasciare intatto l'odore del mare, lo custodiva intero nella memoria e lo godeva indiviso. L'odore del mare gli piaceva tanto che avrebbe desiderato una volta averlo puro, non mescolato e in quantità tale da potersene ubriacare. E in seguito, quando apprese dai racconti com'era grande il mare e come si poteva percorrerlo con navi per giorni interi senza vedere terra, nulla gli fu più gradito che immaginare di trovarsi su una di quelle navi, molto in alto nella coffa dell'albero più a prua, e di volare attraverso l'odore senza fine del mare, che in realtà non era più un odore, ma un respiro, un espirare, la fine di tutti gli odori, e gli pareva di dissolversi, in questo respiro, dal piacere.

martedì 16 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 16 dicembre






E' scontato ma assolutamente indispensabile commemorare oggi, nell'anniversario della sua nascita, i libri di Jane Austen. Non vi indirizzerò, per questo consiglio natalizio, verso Orgoglio e pregiudizio, ma piuttosto verso il suo secondo romanzo che preferisco: Northanger Abbey. Non so spiegare nemmeno io le motivazioni che mi inducono a preferirlo a Emma o a Ragione e Sentimento, credo semplicemente che sia l'espressione più potente dell'ironia di Jane, un'intera parodia del genere gotico che in alcuni punti mi ha fatto spuntare le lacrime delle risate. Anche oggi, a distanza di anni, quando rileggo per l'ennesima volta l'incipit, i miei occhi non possono che illuminarsi - ho un amore così viscerale per la scrittura di Jane che l'adorazione supera anche le barriere del tempo, e ogni volta è come la prima. L'incipit di Northanger Abbey è, appunto, uno di quelli che preferisco: sprigiona tanta di quella intelligenza e senso dell'umorismo che mi sento sempre il cuore scoppiare alla presenza della sua genialità - sì, sono terribilmente malata. Mi sorprendo spesso a pensare cosa avrebbe detto la Austen, oggi, di tanti argomenti: se il gotico - Jane si burlava affettuosamente dei libri di Ann Radcliffe - era il suo oggetto di scherzo, cosa oggi catturerebbe la sua attenzione? Purtroppo credo che la sua sana ironia si trasformerebbe in un sarcasmo spietato, quello che cominciò a comparire negli ultimi anni della sua vita. Ma Northanger Abbey è stato terminato nel 1803: l'autrice aveva 28 anni, la possibilità di un matrimonio d'amore era naufragata, ma la sua scrittura non era ancora pervasa dalla mestizia che io trovo in Persuasione. Northanger Abbey è invece frizzante, costruito sugli equivoci, con una protagonista imbranata che fa castelli in aria e si sente quasi un'  "investigatrice" che risolve fantomatici delitti del passato. Ma Catherine Morland è solo una ragazzina ingenua: e la cosa meravigliosa è che è assolutamente uguale a qualsiasi altra del nostro tempo. 


Nessuno che avesse conosciuto Catherine Morland nella sua infanzia avrebbe mai immaginato che fosse nata per essere un'eroina. La sua condizione sociale, il carattere del padre e della madre, il suo aspetto e la sua indole, era tutto ugualmente contro di lei. Il padre era un ecclesiastico, né reietto né povero, e un uomo molto rispettabile - sebbene si chiamasse Richard - e non era mai stato bello. Aveva una considerevole indipendenza economica, oltre a due buoni benefici ecclesiastici, e non aveva nessuna tendenza a tenere le figlie segregate. La madre era una donna pratica e assennata, con un buon carattere, e, cosa ancora più degna di nota, con una buona costituzione. Aveva avuto tre figli maschi prima che nascesse Catherine, e invece di morire mettendo al mondo quest'ultima, come chiunque si sarebbe aspettato, continuò a vivere; a vivere tanto da avere altri sei figli, vederseli crescere intorno e godere lei stessa di ottima salute.

domenica 14 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 14 dicembre



La bellezza delle cose fragili è uno dei libri più belli che ho letto nel 2014. Lo dico senza esitazione perché Taiye Selasi, che forse ricorderete come giudice di Masterpiece, è un talento: una scrittura così raffinata e allo stesso tempo scorrevole - anche se l'autrice ha la tendenza al preziosismo e ad alcuni periodi complessi - poche volte si incontra tra gli scrittori contemporanei, specie se così giovani.
Quali che siano gli eventuali difetti dello stile della Selasi - e io davvero ne individuo pochi -, ha tutto il tempo e tutte le capacità per limarli. Ma il cuore sostanziale della sua narrazione, tangibile e concreto, non si può negare: Taiye Selasi è brava. E questo libro è meraviglioso.
La bellezza delle cose fragili è una saga familiare che racconta la storia di una coppia ghanese trapiantata in America. Come avevamo anticipato in tempi non sospetti, l'autrice si fa portavoce di una tendenza letteraria chiamata afropolitan che descrive il disagio degli africani emigrati in Occidente, istruiti e con lavori prestigiosi, in bilico tra due culture diverse: quella delle origini e quella con cui sono cresciuti. La morte del capofamiglia Kweku, divorziato dalla moglie anni prima e colto da infarto quando ormai si è trasferito di nuovo in Africa e ha trovato un'altra donna, risveglierà le ferite profonde dei quattro figli, attivando una macchina di flashback in cui l'uomo appare sotto diversi punti di vista. I rapporti familiari e i personaggi stessi vengono sviscerati senza esitazione: da questa incredibile perizia derivano verità sconvolgenti e caratterizzazioni a tutto tondo, dalle forti impronte psicologiche. Ancora più forte è il legame apparentemente sottile con l'Africa e da non sottovalutare è il licenziamento, per motivi razziali, di Kweku: i protagonisti non si sentono a loro agio nella propria pelle, ed ecco che quella terra d'origine che non hanno mai visto e che visiteranno per la prima volta in occasione del funerale del padre, risanerà, almeno in parte, le ferite.
Le immagini che l'autrice crea sono di strabiliante vividezza e intimità, rese con pennellate forti nonostante la narrazione sia esterna: ecco che la Selasi, dal suo focus, descrive la scena con limpidezza e poeticità, ma senza mai edulcorarla.
Ho amato ogni parola di questo libro, a partire dall'incipit che è uno dei più belli che mi sia capitato di leggere:

Kweku muore scalzo, una domenica all'alba, le pantofole all'uscio della camera, come cani. In questo istante è fermo, tra la veranda e il giardino, indeciso se tornare a prenderle. Non lo farà. In quella camera dorme Ama, la sua seconda moglie: le labbra dischiuse, la fronte leggermente aggrottata, la guancia che cerca calda uno scampolo di fresco sul cuscino, e Kweku non vuole svegliarla. Non potrebbe neanche se volesse.


E' che loro, i Sai, sono senza peso, cinque persone sparse per il mondo, una famiglia senza gravità. Una famiglia che non ha sotto niente di così pesante come i soldi, che servono per tenerli fermi allo stesso pezzo di terra, un asse verticale, sotto di loro niente radici, nessun nonno vivente, senza storia, orizzontali - sono andati alla deriva, si sono dispersi verso l'esterno, o verso l'interno, notando a malapena quando un altro familiare si è allontanato.

venerdì 12 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 12 dicembre




VALENTINA consiglia:


Quando si parla di Natale non si può non pensare al classico per eccellenza, ovvero al Canto di Natale di Charles Dickens, una delle opere più lette e reinterpretate dal cinema e dal teatro. Questo romanzo breve del 1843 si presenta come un testo sempre attuale che, come tutte le opere dello scrittore britannico, critica la società inglese e il suo sistema economico, rappresentato dal protagonista Ebenezer Scrooge. Questo finanziere vecchio e burbero odia tutto quello che gli impone di lasciare chiuso il suo esercizio, rimproverando chiunque gli ricordi il Natale, imponendo al suo unico impiegato di lavorare anche il giorno della vigilia e rifiutando gli inviti a passare le vacanze in famiglia porti dal nipote. Scrooge decide di barricarsi in casa, ma comincerà ad esser perseguitato da rumori di catene terrificanti, finché non vedrà al suo cospetto il fantasma del suo caro amico defunto Marley, destinato a vagare per l'eternità senza poter raggiungere la pace, che gli annuncerà la visita di altri tre spiriti che avranno il compito di mostrargli tutta la sua vita. Gli spiriti del Natale Passato, Presente e Futuro si susseguiranno durante la notte, manifestandosi a Scrooge e ricordandogli la vera essenza del Natale: la gioia della convivialità e dell'armonia col prossimo, la condivisione, l'amore e la salute. Nessun buonismo in questo racconto, che oltre a racchiudere in sé un tributo alla letteratura gotica, affronta tematiche quali la povertà, il divario di classe, lo sfruttamento minorile e l'analfabetismo. Una lettura essenziale per questo periodo di festa, ma anche per chi ama quel genere di letteratura che appartiene al passato, ma che riesce sempre a dimostrarsi specchio dei tempi e della natura umana.

"Ho sempre pensato al Natale come ad un bel momento. Un momento gentile, caritatevole, piacevole e dedicato al perdono. L’unico momento che conosco, nel lungo anno, in cui gli uomini e le donne sembrano aprire consensualmente e liberamente i loro cuori, solitamente chiusi".


"Egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento.
E sapendo che in ogni modo la gente siffatta è cieca, pensò che non aveva nessuna importanza se strizzavano gli occhi in un sogghigno, come fanno gli ammalati di certe forme poco attraenti di malattie.
Il suo cuore rideva e questo per lui era perfettamente sufficiente.
Non ebbe più rapporti con gli spiriti; ma visse sempre, d’allora in poi, sulla base di una totale astinenza; e di lui si disse sempre che se c’era un uomo che sapeva osservare bene il Natale, quell'uomo era lui"


giovedì 11 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 11 dicembre








Quando ho letto L'urlo e il furore, ho impiegato più di dieci giorni – metà dei quali a imprecare e cercare informazioni su internet per capire che acciderbolina stesse succedendo. Perché? Perché due sezioni su quattro – il libro è diviso in 4 giornate – sono incomprensibili. La seconda straordinaria sezione è piena di flussi di coscienza. La prima è scritta dalla prospettiva di un malato mentale. Immaginate.



Poi, quando capisci, quando il quadro diventa chiaro – in teoria dovrebbe diventarlo definitivamente grazie all’appendice posta alla fine del romanzo, ma io ovviamente non potevo sclerare dietro ai personaggi senza capire a cosa si riferissero – si palesa la bellezza, la genialità, l’eclettismo di questo autore che riesce a tracciare la decadenza della famiglia Compson con tecniche ogni volta diverse e non meno stupefacenti. Sarà sperimentalismo – e grazie a Faulkner ho capito che non sarò pronta a Joyce prima di venti o trent’anni -, sarà complesso e talvolta irritante, ma, cavolo, questa è letteratura, quella che si rinnova, che non ristagna nelle classiche modalità, che non ti semplifica la vita, che ti sfida a capire, farti delle domande, e poi ti lascia così, sospeso, con i suoi personaggi straordinari, crudeli, abietti – che ti sono rimasti dentro, perché, dopo che leggi il flusso di coscienza di Quentin Compson, aspirante suicida a causa della sorella Caddy che ama, ma che è rimasta incinta di uno e sposerà a breve un altro, non puoi non sentirtelo rimbombare nella testa – e la sensazione è quella dello stupore: nonostante la tecnica che sembra essere intenzionata a non farti capire nulla, ricordi sorprendentemente ogni frase e ogni istante, e la storia è diventata un mosaico di prospettive, parole non dette, omogeneo nonostante tutto. La scena finale, l’urlo e il furore, è di un’epicità aggressiva, e in effetti il libro assume questi toni, da letteratura epica, tragediografia greca, in cui Quentin paga il pegno della sua hybris – l’amore per la sorella – con la morte, e Jason, la caricatura dell’uomo avaro, misogino e senza scrupoli, con la rovina.

E la stessa cosa è il tema dell’ereditarietà del destino – Quentin, figlia di Caddy così chiamata in memoria dello zio – che ricalca le sembianze e il percorso della madre – Puttana una volta, puttana per sempre, dice Jason. Dal quadro decadente degli Stati Uniti del Sud negli anni Trenta escono moralmente indenni solo i negri, Dilsey in particolare, la vecchia serva di cui Jason cerca inutilmente di liberarsi. E’ la sua prospettiva quella più limpida, più lirica, più comprensibile, bellissima e senza macchie. Faulkner è un trasformista tanto versatile che non si direbbe sia lo stesso autore che ha scritto tutte e quattro le sezioni. Il suo è un Nobel meritatissimo. Se, nonostante la fatica, un libro mi spinge a leggere altro dello stesso autore, significa che è andato al centro, che ha lasciato molto più di una storia: un’impronta chiara e visibile, impressa con forza, una malinconia aspra che colora gli occhi, anche se tutte le tinte vorrebbero mirare verso il cupo grigio e il nero.




mercoledì 10 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 10 dicembre




Questo consiglio natalizio è già stato pubblicato da me sul blog anni fa - quando ancora era giovanissimo -, ma lo ripropongo perché, a distanza di quattro anni, si trova ancora lì dov'era quando l'ho terminato: nel cuore e nelle viscere, diventando uno dei mattoni fondamentali della mia formazione di lettrice.



Le saghe sudamericane sanno di caldo afoso, parole ridondanti, spezie e antiche leggende.
La storia di Oscar, denominato Wao, sa di una terribile parola: fukù.
Il fukù è una maledizione che incombe sulla famiglia di Oscar dai tempi della dittatura di Trujillo, si ripercuote su ogni membro ricordando quelle tragedie greche senza fine in cui le colpe dei padri ricadono sui figli e patricidi, matricidi, fratricidi sono protagonisti di sventure da cui non si può sfuggire. Tutti saranno sterminati, alla fine.
Oscar non è da meno. La sua breve e favolosa vita trascorre tra film di fantascienza, libri di Stephen King, racconti interminabili che non può fare a meno di scrivere. E sogni. Tantissimi sogni ad occhi aperti in cui lui non è lui, in cui è un eroe, il protagonista di un fumetto Marvel, salva la principessa rapita dagli alieni e lei, dopo una lunghissima attesa, gli dona l’amore e anche qualcos’altro. Ma Oscar non è niente di tutto questo: è un 
nerd dominicano, grasso e sfigato (nel senso letterale della parola) la cui missione nella vita è perdere la verginità e diventare un grande scrittore. Oscar si innamora perdutamente, ininterrottamente, ci va vicino, diventa amico di molte… Ma a chi potrebbe piacere un individuo che per rimorchiarti ti dice “se fossi in un mio gioco, ti assegnerei diciotto punti carisma”? Ecco, appunto.Oscar è simpatico, intelligente, sensibile, ma con le ragazze non ci sa fare. Alla sua vita si intrecciano quelle della madre, della sorella, dei nonni. Un affresco meraviglioso di spietata realtà, l’epoca del “trujillato” che non risparmia nessuno, miete vittime e dipinge con cruda nettezza la vita di donne orgogliose e ribelli, tutte segnate dalla stessa frequente parola. Tra apparizioni mistiche, citazioni improbabili, gangster sudati e amori carnali (fa molto “chierichetto”, lo so) lo stile spumeggiante di Dìaz non risparmia nessuno, non sorvola, ti spiaccica in faccia senza mezzi termini ogni attimo, ogni parola, come un pugno allo stomaco. Ti prende per l’ombelico ( a mo’ di passaporta, quella di Harry Potter) e ti trascina in un universo che non hai mai visto, e dove tutto è familiare. Poi, quando lo finisci, è un’altra botta, una spallata. E ne senti giù la mancanza.



martedì 9 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 9 dicembre




Una serie di sfortunati eventi, forse a voi nota per il film con Jim Carrey, è una spettacolare saga di tredici libri che narra le (dis)avventure di tre bambini rimasti orfani, Violet, Klaus e Sunny Baudelaire, perseguitati dal malefico Conte Olaf, intenzionato a impossessarsi della loro eredità. Tra i tredici episodi si dipana, dopo i primi cinque libri, un filo continuo: la trama diventa meno ripetitiva e più varia, leggermente distante dallo schema a cui Snicket ci abitua. L'autore, appunto Lemony Snicket (pseudonimo di Daniel Handler), è un personaggio integrante della storia: la sua vicenda personale è legata a quella dei Baudelaire e continui sono i suoi richiami alla perduta Beatrice, di dantesca memoria. Ed è proprio questa la particolarità - almeno la mia preferita - della scrittura di Snicket: tutti i libri sono intrisi di riferimenti letterari e culturali, come il cognome Baudelaire può già suggerirvi. Ma sono così tanti che non sperereste di coglierli tutti, alcuni decisamente colti. Ovviamente questa è solo una parte infinitesimale dei libri di Lemony Snicket: i livelli di lettura che li rendono versatili e godibili pure per gli adulti, l'ironia e soprattutto lo humor nero - l'incredibile presenza della morte, anche con vicende macabre e forse poco adatte ai bambini: zie divorate da voraci esserini marini e amici crudelmente assassinati sono un esempio - costellano i romanzi in maniera frizzante e mai banale, divertendo e facendo riflettere, certe volte anche commuovendo. I tre orfani riescono a superare ogni pericolo solo grazie al loro ingegno e alle loro qualità: quelle di Klaus che derivano dai libri, quelle di Violet dalle incredibili capacità inventive. I cattivi, invece, che riescono sempre a cavarsela, sono ignoranti, disprezzano i libri e fanno di tutto per arrivare ai loro scopi, anche uccidere. Non c'è mai, però, una morale consolante: i tre ragazzi restano sempre tre ragazzi soli, uniti solo dall'affetto l'uno per l'altro, in perenne lotta contro il mondo, traditi e abbandonati anche dalle persone a cui vogliono bene. Per questo si tratta di una serie per ragazzi strabiliante: lontana dagli stereotipi, dai romanticismi, non edulcora la realtà e non offre immaginari rosei. Unica consolazione alla malvagità del mondo sono la cultura, l'intelligenza, i libri e l'amore. E scusate se è poco.

domenica 7 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 7 dicembre



BARBARA consiglia:

Molti di voi avranno ormai visto l'ultima fatica di Wes Anderson: Grand Budapest Hotel. Un bellissimo film che come tipico del regista si presenta bizzarro e scanzonato eppure racchiude in sé riflessioni importanti e accurate. Sulla trama del film si legge come questo sia un omaggio a un grande scrittore del XX secolo: Stefan Zweig.
Stranamente Zweig è un autore di cui non si parla spesso, nonostante le sue opere siano tanto e meritevoli.
La novella degli scacchi è l'ultimo racconto da lui scritto a Petropolis, luogo culmine del suo vagabondare dopo che i nazisti bruciarono le sue opere e lo costrinsero a fuggire dall'Austria.
La storia si svolge a bordo di una nave su cui si trova imbarcato Mirko Czentovič, celebre tanto per la sua bravura negli scacchi quanto per la sua ignoranza in qualsiasi altro campo. Mirko è un campione imbattuto, almeno fino a quando, a bordo, non incontra un anonimo dottor B. Nonostante l'evidente talento, quest'ultimo è, però, particolarmente restio a sedere alla scacchiera e solo le più insistenti preghiere degli altri passeggeri lo convinceranno infine a sfidare Mirko.
È lo stesso narratore della vicenda, uno degli uomini imbarcati, che si premura di scoprire da dove derivi la reticenza del dottor B., arrivando a svelare una storia che ha dell'incredibile.
La novella degli scacchi è all'apparenza un racconto privo di avvenimenti, ma sono le vite dei personaggi che lo popolano a essere affascinanti, essendo costruite in modo da portare a un'esasperazione delle caratteristiche più particolari - cosa che permette all'autore di evidenziare il suo pensiero e di analizzare la società in cui vive. Mirko è arrogante e fiero della sua grande conoscenza in un solo campo quanto dell'ignoranza negli altri, è un uomo che vive per guadagnare e che non esita a sfruttare tutte le occasioni per lucrare, perfetto esempio di come Zweig vedeva quanti popolavano la allora decadente Europa preda del nazismo. Il dottor B. al contrario è un uomo elegante ed educato, che trova nella cultura e nella compagnia dei suoi simili il suo godimento, è colui in cui sopravvivono i vecchi valori aristocratici, l'esatto opposto di Mirko. La partita a scacchi fra i due diventa forse un braccio di ferro fra il vecchio e il nuovo mondo, fra la figura dell'uomo che va in cerca del piacere della cultura e di quello che cerca invece di massimizzarne il ricavo che ne può trarre, specializzandosi il più possibile.
Attraverso questi due personaggi Zweig compie un'attenta analisi dell'umanità, eppure lo fa in un modo che, lungi dall'annoiare, affascina dalla prima all'ultima pagina. A questo si aggiunge una scrittura curata e acuta, che gioca perfettamente a suo agio fra il grottesco Mirko e il distinto dottor B. Leggendo questo racconto, si ha l'impressione che Zweig potrebbe rendere affascinante perfino la lista della spesa, tanto è forte il suo talento descrittivo e narrativo.
La novella degli scacchi, complice anche la riedizione in versione economica della Newton & Compton, è un ottimo modo per riscoprire questo autore e per passare un paio di giornate in modo piacevole.


sabato 6 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 6 dicembre



Non bisogna amare il fantasy per amare L'età sottile. Francesco Dimitri è un autore italiano approdato a Salani dopo una trafila da Gargoyle e Marsilio - con cui ha pubblicato Pan, che io ho apprezzato poco. L'età sottile è, invece, un libro splendido: calibrato, quasi perfetto in ogni componente - se non fosse per una risoluzione finale un po' patetica, nel senso etimologico del termine, e un'affezione per i ruoli tipicamente fantasy (mi riferisco a quello di mentore e apprendista, con stereotipi reiterati) poco originale.
Ma parliamo piuttosto della meraviglia di questo libro: il protagonista, il sedicenne Gregorio, dopo la proposta di un vecchio bizzarro, si dà alla magia. Non pensate a Hogwarts, a mondi fatati o a scope volanti. La magia è intorno a noi, è dentro di noi, può essere esercitata e suscitata attraverso difficili esercizi psico-fisici o attraverso pratiche di sciamanesimo che possono includere l'utilizzo di stupefacenti. Attraverso le scariche di energia sessuale e di adrenalina, con il pagamento, però, di un pegno. All'interno del ciclo, nulla può essere tolto se non viene restituito qualcosa in cambio. Così la magia non è solo una pratica da trattare con cautela - non buona né cattiva - ma anche qualcosa di estremamente inebriante. Al di sopra di tutto: delle leggi umane, della vita dei comuni mortali. La storia si dipana così tra le prove, le lezioni di magia con gli altri apprendisti, e le atroci esperienze di vita, fino al momento della comparsa di un nemico comune. Dimitri sa rendere in maniera magistrale i risvolti psicologici del protagonista, partecipando del suo viaggio sofferto verso la maturità, che richiede rinunce, assunzioni di responsabilità, sacrifici e la capacità di prendere decisioni corrette - e per corrette non intendo moralmente giuste. L'età sottile, infatti, non è altro che un ottimo libro di formazione, indirizzato non solo - o forse non proprio - ai ragazzi, in cui le vicende incidono così tanto l'individualità del protagonista da renderlo, alla fine, quasi irriconoscibile. Lo stile di Dimitri è coinvolgente ma mai banale, pregno di riflessioni motivate dalla prima persona: Gregorio ripercorre le tappe della sua crescita con una distanza "partecipata". Le vicende, indietro nel tempo, lo riguardano solo relativamente. Eppure non sfugge una certa nostalgia, l'amarezza e il richiamo all'età dell'innocenza. Ma nel mondo di Dimitri non c'è spazio per l'innocenza: mors tua vita mea. Anche se l'amicizia, la fedeltà, l'amore, ritornano. Forse, alla fine, sono davvero loro a contare più di tutto. 



"A sedici anni il suicidio è presente nella tua vita come non lo sarà mai più. Forse sei tu a pensarci, o forse hai una compagna di classe che lo minaccia a giorni alterni. Di solito non è una cosa seria; si parla di suicidio come si parla di un torneo di calcetto, o di una ragazza che ti piace. Il suicidio è, in un certo senso, il gioco di prestigio dell'adolescenza, soltanto fumo e specchi - un trucco, un inganno scenico, un modo per sentirsi un po' più Sylvia Plath e un po' meno signor Rossi. A quell'età tutto sembra un grande affare, ogni piccola onda, un maremoto. Poi, a volte, il maremoto arriva davvero."

venerdì 5 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 5 dicembre



Richard Yates ha il vezzo di dilaniarti lentamente.
All'inizio quasi non te ne accorgi: non percepisci la stonatura di una situazione così palesemente normale. In Easter Parade, due sorelle, Sarah e Emily, vivono vite parallele. Una casalinga e destinata al matrimonio sin da giovane, l'altra emancipata e sentimentalmente incostante, accomunate dall'ammirazione e dalla competizione per l'affetto del padre - che divorzia dalla loro madre, una donna vanesia, all'inizio della vicenda. La drammaticità della storia sta nella sua paradossale ordinarietà: la vita di Sarah, e soprattutto di Emily, viene descritta nel suo patetico svolgersi, tra una verginità rubata e l'aspirazione a una intellettualità che lascia intravedere un'esigenza identitaria. 
Anche le apparenti felicità si rivelano un fuoco fatuo, soprattutto nella vita matrimoniale di Sarah: in quella di Emily, invece, le difficoltà affettive/sentimentali e quelle lavorative corrodono un animo profondamente solo e a volte egoista. Sembra in realtà che quella di Emily sia solo una parvenza di amore - ha storie di qualche anno al massimo, e tra l'una e l'altra cambia frequentemente partner - e che lei non sia in grado di darne. Analogo e addirittura peggiore è il destino di Sarah, schiacciata per tutta la vita dalla stessa assenza di amore, ammantata di uno strato di ipocrisia e perbenismo che rende impossibile la comunicazione sincera con la sorella. L'ipocrisia è, infatti, l'altro tema del libro: la vita e le parole di tutti i personaggi sono dense di sottintesi e di egotismi. Con pochissimi elementi Yates racconta di una famiglia normale, di una vita normale in cui tragicamente potresti riconoscerti. Il risultato sembra scivolarti addosso. Almeno fino a quando, nel profondo, non ti chiedi se pure tu potresti essere una protagonista di Yates.


"Però smise bruscamente di piangere quando si rese conto che anche quella era una menzogna: quelle lacrime, come sempre finora nella sua vita, erano per se stessa."

giovedì 4 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 4 dicembre



VALENTINA consiglia:

Memoria delle mie puttane tristi è un racconto intenso e narrativamente stimolante, giocato sulla terza età del protagonista e la sensibilità che egli acquista nel corso della storia. Un diario di formazione volto a svelare la l'amore nella sua forma più aulica, quella di contemplazione viva di un'opera d'arte - quale può essere il corpo nudo di una donna, privo della malizia legata alla sessualità.  Marquez, che sembra abbia volutamente parafrasato la follia di Orlando nell' Orlando Furioso di Ariosto - ma in realtà la sua ispirazione è dovuta soprattutto al libro di Kawabata "La casa delle belle addormentate" -  trasferisce il medesimo sentimento in un giornalista ormai novantenne che, il giorno del suo compleanno, decide di trascorrere una notte d'amore con una vergine. A partire da quest'esperienza, passata a contemplare la ragazza che dorme senza però sfiorarla, il protagonista  rivoluzionerà la propria vita, il modo di approcciarsi ai suoi libri e alla musica classica, oltre che quello di scrivere - nonostante in novant'anni non si fosse mai lasciato trascinare da nessuna passione, se non quella intellettuale, limitandosi ad assecondare l'istinto sessuale grazie a donne pagate per dargli piacere. L'incontro con Delgadina segnerà l'inizio della resa dei conti con il passato, poiché il confine tra desiderio, sogno e memoria è così labile da risultare altamente simbolico. Più che racconto, o romanzo breve, Memoria delle mie puttane tristi è un testo poetico libero da versi e rime, un metatesto che offre, insieme al piacere della lettura, spunti di riflessione su tematiche sempre centrali per la poesia, ma anche su altre opere letterarie che hanno cantato l'amore in tutte le sue forme.

"Mi domando come abbia potuto soccombere a questa vertigine perpetua che io stesso provocavo e temevo. Fluttuavo fra nuvole erratiche e parlavo con me stesso davanti allo specchio nella vana illusione di accertare chi ero. Erano tali i miei vaneggiamenti, che in una manifestazione studentesca con pietre e bottiglie, dovetti fare di necessità virtù per non mettermi alla testa con una scritta che consacrasse la mia verità: Sono pazzo d’amore".


mercoledì 3 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 3 dicembre






"Natale non sarà più Natale, senza regali".
Chi è che non conosce uno degli incipit più famosi della storia della letteratura? 
Buonista, smaccato e inverosimilmente americano, Piccole donne è il meraviglioso ritratto di una famiglia di sole donne - quattro sorelle e la loro madre -  in perenne lotta con le difficoltà economiche, che riescono a superare con il sorriso sulle labbra e la forza dell'amore e dell'amicizia. Meg, Jo, Beth e Amy March sono le diversissime protagoniste di questa storia senza tempo, che deve essere assolutamente letta durante l'età dell'incanto: diversamente, vi sorprenderete della leziosità di queste ragazze già pronte a diventare delle perfette mogli e madri di famiglia, il cui imperativo è la bontà d'animo e l'onestà. Unica eccezione sembra l'anticonformista Jo, sedicenne pratica e poco incline alle sdolcinatezze, con il sogno nel cassetto di diventare una scrittrice. Messe da parte le fatiche della giornata, le sorelle March allestiscono teatrini scritti da Jo, suonano il piano, cantano e imparano a limare i loro difetti, protette da una mamma che si fa in quattro non solo per loro, ma anche per tutti i poveri del circondario. Al di là di quella che è una storia di perbenismo inficiato dalla morale borghese, Piccole donne ispira tanti di quei buoni sentimenti che, in fondo, vi lascerete conquistare da questa atmosfera chepiùnatalizianonsipuò, dove lo sforzo di essere gentili viene ricompensato dalla generosità altrui - sì, davvero bello il mondo della Alcott!
Piccole donne è un libro prezioso, per me, perché è quello che mi ha iniziato alla lettura. Avevo otto anni e non conoscevo parole come "fardello", e di certo non potevo capire i riferimenti a Ivanhoe, ma ne ricordo ogni capitolo. Ricordo anche la forza delle quattro sorelle, la capacità di Jo di uscire fuori da quel quadro di "femminilità" (inteso nell'accezione patriarcale del termine) in cui volevano inserirla, la frustrazione della povertà. In fondo, se non ad accondiscendere quasi sempre - cosa sbagliatissima - e a mortificare la propria vanità, Piccole donne insegna ad andare avanti nonostante le difficoltà, rifugiandosi nel proprio mondo immaginario e nell'amore della propria famiglia.


"Natale non sarà Natale senza regali", borbottò Jo, stesa sul tappeto.
"Che cosa tremenda esser poveri!", sospirò Meg, lanciando un'occhiata al suo vecchio vestito.
"Non è giusto, secondo me, che certe ragazze abbiano un sacco di belle cose e altre nulla", aggiunse la piccola Amy, tirando su col naso con aria offesa.
"Abbiamo papà e mamma, e abbiamo noi stesse", disse Beth, col tono di chi s'accontenta, dal suo cantuccio.
I quattro giovani visi, illuminati dalla vampa del caminetto, s'accesero alle consolanti parole, ma tornarono a oscurarsi quando Jo aggiunse tristemente: "Papà non l'abbiamo e non l'avremo per un bel pezzo". Non disse "forse mai più", ma ognuna, in cuor suo, lo pensò, andando con la mente al padre lontano sui campi di battaglia."

martedì 2 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 2 dicembre





Buongiorno lettori! Per il secondo appuntamento stavo vertendo verso qualcosa di più classico - magari lo riproporrò nei prossimi giorni -, ma siccome questa non vuole essere una rubrica che vi indirizzi verso i soliti libri (per quanto bellissimi) o verso i più famosi, ho deciso di propendere per questo romanzo uscito nel 1941.

Mildred Pierce è un romanzo un po' atipico per l'epoca in cui è stato scritto: parla dell'ascesa sociale di una donna americana, all'indomani della crisi economica del 1929, che, dopo aver divorziato dal marito nullafacente, diventa imprenditrice di se stessa fino a raggiungere uno stato economico agiato, con la sola forza del duro lavoro. Mildred, assoluta protagonista, è quindi il simbolo del salf made (wo)man, è una donna orgogliosa e pratica, nata povera ma arricchitasi con quello che la figlia, Veda, definirebbe il volgare sudore della fronte. Non speculare, né complementare, è infatti questa bambina (prima) e ragazza (poi) che, al bando ogni innocenza, tiranneggia la madre e ne denigra i sacrifici. Uno dei personaggi femminili più diabolici, a mio avviso, su cui sia mai stato scritto, assieme alla figlia di Hester, Pearl, la "bambina folletto" de La lettera scarlatta di Hawthorne. 
Le vicende di Mildred Pierce, su cui esiste una miniserie della HBO con Kate Winslet e un film di Michael Curtiz datato 1945, si susseguono scorrevolissime, attraversando gli anni senza scalfire il carattere di un personaggio emancipato, forte, indipendente dagli uomini eppure, nello stesso tempo, fragile. 
Mildred non è un'eroina, commette degli errori - anche con la figlia - ma riesce sempre a rialzarsi e sollevare la testa dopo la caduta. Cain disegna un quadro fortemente classista dell'America, e la stessa Mildred è una donna materiale che, esattamente come tutti gli individui provenienti da una condizione di povertà, cerca di accumulare beni, soldi, imprese da offrire alla figlia, di farle frequentare i luoghi della buona società (perché ancora considerata l'unica vera rispettabile compagnia) e di impartirle la migliore istruzione allo scopo di renderla distante dall'ambiente servile e volgare del lavoratore imborghesito. Dall'altra parte del fiume c'è quindi il ceto sociale alto, quello che, dopo la crisi, mantiene il suo nome ma non sempre le sue proprietà, e soprattutto accumula debiti proprio da quegli "arricchiti" che solevano tanto disprezzare.  
Lo stile di James M. Cain è diretto, asciutto, mai prolisso, con un utilizzo spartano dei vocaboli che riesce a rendere la lettura davvero agile. 


Disse con voce tremante: "Come hai potuto fare una cosa simile? Se tu amassi quel ragazzo non avrei niente da dire. Non ti ho detto una parola, non ti ho fatto un rimprovero, finché ho creduto che l'amassi. Ogni donna ha il diritto di amare, e quando ti accadrà spero che tu ti dia tutta, senza contare. Ma fingere di amarlo per farlo cadere in un tranello, per spogliarlo... come hai potuto?" 
"Semplicemente seguendo le orme di mia madre"



lunedì 1 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 1 dicembre



Come annunciato su Facebook, inauguriamo un appuntamento natalizio che consiste nel semplice consiglio di un libro random ogni giorno fino al 25 dicembre. Sarà un post veloce e semplice che andrà a sommarsi a quelli quotidiani del blog. Spero che possiate trarre qualche spunto per fare un regalo, visto che è un libro è sicuramente il miglior dono che si possa fare!

Pensando al Natale - anche se non è questo, in verità, il tema della rubrica - mi è venuta in mente una storia invernale e malinconica, piena di speranze e dialoghi emozionanti, che lascia alla fine un sapore dolce e amaro. Non può che influire il fatto che Dostoevskij sia uno dei miei due scrittori preferiti, ma nessuno che leggerà Le notti bianche potrà evitare di rimanere incantato da questa prosa ricca e dalla storia toccante, nonché dalla personalità del protagonista: un sognatore, un uomo che vive nel suo fantastico torpore, nella solitudine e nella speranza di incontrare qualcuno. Una vita povera, delusa, ma nutrita dei sogni di chi la vive, a cui si affaccerà una ragazza che assumerà le sembianze di un raggio di luce tra le tenebre - e così sfuggente da sembrare, forse, un sogno lei stessa. Gli argomenti che l'autore riesce a concentrare in questa storia breve sono quelli umani e universali con cui il lettore si indentificherà totalmente, sentendosi parte del racconto e, in un certo senso, del pulsante microcosmo di fantasticherie in cui trova rifugio ogni essere umano.




E ti chiedi: dove sono mai i tuoi sogni? e scuoti la testa, dici: come volano in fretta gli anni! E di nuovo ti chiedi: cosa hai fatto dei tuoi anni? Dove hai sepolto il tuo tempo migliore? Hai vissuto o no? Guarda, ti dici, guarda come il mondo è diventato freddo. Passeranno altri anni, e con loro arriverà la tetra solitudine, arriverà con le grucce la malferma vecchiaia, e con loro l'angoscia e lo sconforto. Si farà pallido il tuo mondo fantastico, moriranno, appassiranno i tuoi sogni e cadranno, come foglie ingiallite dagli alberi... Oh, Nasten'ka! Sarà triste restare da solo, completamente da solo, e non avere nemmeno cosa rimpiangere - niente, assolutamente niente... perché tutto ciò che ho perduto, tutto ciò, era tutto un niente, uno stupido e tondo zero, era solo un sogno!

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...