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venerdì 12 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 12 dicembre




VALENTINA consiglia:


Quando si parla di Natale non si può non pensare al classico per eccellenza, ovvero al Canto di Natale di Charles Dickens, una delle opere più lette e reinterpretate dal cinema e dal teatro. Questo romanzo breve del 1843 si presenta come un testo sempre attuale che, come tutte le opere dello scrittore britannico, critica la società inglese e il suo sistema economico, rappresentato dal protagonista Ebenezer Scrooge. Questo finanziere vecchio e burbero odia tutto quello che gli impone di lasciare chiuso il suo esercizio, rimproverando chiunque gli ricordi il Natale, imponendo al suo unico impiegato di lavorare anche il giorno della vigilia e rifiutando gli inviti a passare le vacanze in famiglia porti dal nipote. Scrooge decide di barricarsi in casa, ma comincerà ad esser perseguitato da rumori di catene terrificanti, finché non vedrà al suo cospetto il fantasma del suo caro amico defunto Marley, destinato a vagare per l'eternità senza poter raggiungere la pace, che gli annuncerà la visita di altri tre spiriti che avranno il compito di mostrargli tutta la sua vita. Gli spiriti del Natale Passato, Presente e Futuro si susseguiranno durante la notte, manifestandosi a Scrooge e ricordandogli la vera essenza del Natale: la gioia della convivialità e dell'armonia col prossimo, la condivisione, l'amore e la salute. Nessun buonismo in questo racconto, che oltre a racchiudere in sé un tributo alla letteratura gotica, affronta tematiche quali la povertà, il divario di classe, lo sfruttamento minorile e l'analfabetismo. Una lettura essenziale per questo periodo di festa, ma anche per chi ama quel genere di letteratura che appartiene al passato, ma che riesce sempre a dimostrarsi specchio dei tempi e della natura umana.

"Ho sempre pensato al Natale come ad un bel momento. Un momento gentile, caritatevole, piacevole e dedicato al perdono. L’unico momento che conosco, nel lungo anno, in cui gli uomini e le donne sembrano aprire consensualmente e liberamente i loro cuori, solitamente chiusi".


"Egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento.
E sapendo che in ogni modo la gente siffatta è cieca, pensò che non aveva nessuna importanza se strizzavano gli occhi in un sogghigno, come fanno gli ammalati di certe forme poco attraenti di malattie.
Il suo cuore rideva e questo per lui era perfettamente sufficiente.
Non ebbe più rapporti con gli spiriti; ma visse sempre, d’allora in poi, sulla base di una totale astinenza; e di lui si disse sempre che se c’era un uomo che sapeva osservare bene il Natale, quell'uomo era lui"


mercoledì 15 ottobre 2014

Recensione film: "Grandi Speranze" di Mike Newell

L'adattamento di un romanzo come Grandi speranze, vasto sia per numero di pagine che per varietà di tematiche, pone una scelta precisa a chi decida di portarlo sul grande schermo: ci si domanda infatti se sia meglio dare la precedenza all'introspezione violentemente emotiva dei personaggi o al susseguirsi tumultuoso di fatti e vicende. E se nel 1946 David Lean ha optato per un ottimo connubio dei due elementi, nel 2012 il regista inglese Mike Newell, che ha studiato a Cambridge proprio letteratura inglese, ha preferito una realizzazione basata su una fotografia pressoché perfetta e su una recitazione convincente ma cinematografica, lontana da quella più sottile e di impostazione teatrale di John Mills (Pip nel film del 1946). Ne nasce un grande film in costume dai risvolti romantici che, partendo dal suo illustre predecessore, cerca di raccontare più o meno esplicitamente tutto quello che il film di David Lean non aveva voluto o potuto precisare.
La prima cosa che salta agli occhi fin dai primi minuti è il forte cromatismo della pellicola, ambientata per lo più nel Kent: lo spettatore viene abbagliato da un verde brughiera molto luminoso, lontanissimo dal bianco e nero del primo film, ricco di sfumature ma cupo e dal sapore gotico. I fotogrammi sembrano addirittura quasi colorati in un secondo tempo, proprio come accadeva nell'ambito dell'espressionismo tedesco. Ogni tonalità scelta ha un valore se vogliamo simbolico: sia l'illuminazione serena che l'utilizzo di colori così brillanti riflettono la caratteristica di "paradiso terrestre" propria del villaggio natale del protagonista. Nel viaggio verso Londra invece cambia tutto: le sfumature luminose e solari spariscono, il verde pian piano sbiadisce e viene sostituito da colori più cupi, mentre la luce non è più quella diretta del sole ma proviene sia negli interni che negli esterni da lampade a olio che disegnano ombre inquietanti sulle strade e sui visi dei personaggi. La città appare fin dai primi attimi molto più realistica rispetto a quella che nell'altro film è probabilmente una ricostruzione in studio: nella versione di David Lean non vi è un rapporto così stretto con il cambiamento spirituale del protagonista e Londra mantiene spesso un ruolo di semplice ambientazione. Nel film del 2012 invece, grazie anche al colore e alle nuove tecnologie, Pip interamente vestito di un bianco luminoso scende dalla carrozza, l'inquadratura si sposta sul suo piede che trova all'appoggio un terreno sporco di sangue e fango. Veniamo proiettati in una sorta di mercato rumoroso dove, tra polli e animali macellati, il nostro eroe viene urtato da un passante e comincia la lenta e dolorosa discesa nella perdizione morale e spirituale causata dalle sue grandi speranze. Pip arriva in città vestito di bianco, simbolo di grande purezza, e del tutto impreparato a quello che lo aspetta, ma si sporca velocemente e cambia in rapporto a Londra; i suoi abiti si fanno scuri, i capelli corti e lo sguardo via via più consapevole.
L'atmosfera generale del film non è per nulla inquietante: ricorda forse più quella delle grandi saghe familiari, molto lontana dall'ambientazione quasi gotica e favolistica che aveva l'inizio del primo film. La poca inquietudine che scaturisce dalle scene è ricreata in minima parte dalle parole e dagli sguardi dei personaggi, ma soprattutto dalle inquadrature e da alcuni colori cupi. Satis House viene spesso ripresa dal basso verso l'alto, provocando nello spettatore un senso di vertigine e angoscia. Il romanticismo pervade spesso la scena e poco è lasciato all'immaginazione, tutto è dichiarato e concreto e non più solo delicatamente accennato: Biddy, che in questa versione è coetanea di Pip, lo bacia per dichiarargli il suo amore, e a sua volta Pip bacia Estella al suo secondo addio a Satis House. Dà invece un tocco sognante e alternativo al film il flashback del mancato matrimonio di Miss Havisham: qui l'immagine si fa sfocata e onirica, propria di quella dimensione che ricorda il passato o il sogno. La scena di per sé è molto evocativa e lo spettatore ne rimane affascinato. Questa è una scelta stilistica impossibile per gli anni '40, periodo in cui il classicismo hollywoodiano dettava legge e moda e prevedeva inquadrature frontali, verosimiglianza e concatenazione precisa di cause ed effetti, senza ellissi o improvvisi sbalzi temporali.
Gli attori scelti dal regista sono tutti all'altezza e danno un'ottima prova di recitazione, a partire da un Pip eccessivamente romantico, che cambia in modo concreto ma forse troppo velocemente. Personalmente ho preferito le interpretazioni del film di David Lean: le ho trovate più naturali e il loro spirito più simile a quello dei personaggi del romanzo; dove Dickens suggerisce e lascia intravedere con classe, Newell invece calca e sottolinea. Basta dare un'occhiata alla Miss Havisham interpretata da Helena Bonham Carter che rischia di cadere a tratti nel grottesco, soprattutto se la ascoltiamo con il doppiaggio italiano, che non le rende affatto giustizia. La signora di Satis House che tutti conosciamo e che emerge sia dalle illustrazioni che dal film di David Lean è una donna evanescente, fragile, quasi un fantasma tornato sulla terra per infestare l'antica dimora che l'ha vista soffrire. In questo film invece è molto concreta e materica, ha perso tutta la sua argentea trasparenza e ha conservato una follia che un tempo filtrava leggermente dalle pieghe del suo velo da sposa ma che ora appare troppo calcata e perde ogni commiserazione e comprensione da parte di chi la guarda. Miss Havisham sembra inoltre troppo giovane. E' vero che nel romanzo è una donna di quasi mezz'età ma la sofferenza e la permanenza costante in casa l'hanno fatta invecchiare prima del tempo: questo non è tenuto affatto in considerazione. Ho trovato invece il rapporto con Estella ben realizzato: capiamo come la donna volesse inizialmente fare un buon lavoro con la bambina adottata ma che poi, vuoi per la sofferenza o per la follia degli anni, i suoi insegnamenti le abbiano portato via il cuore per sempre.

Anche in questa versione di Grandi speranze la sorella di Pip muore ben presto di una malattia cardiaca. Non viene nominato invece l'aiuto fabbro Orlick, vero e proprio contro altare del protagonista: un personaggio che, ben strutturato e plasmato, darebbe un risvolto ancor più introspettivo e vario a Pip. Per contro è presente l'immancabile Mr. Pumblechook, personaggio divertente ma ben lontano dall'essere unico portavoce dell'ironia arguta di Dickens, qualità che pervade tutto il romanzo e lo eleva stilisticamente. Il personaggio di Estella è abbastanza fedele allo spirito del romanzo. Il tentennare del suo cuore si nota però troppo chiaramente in alcune scene. Gli occhi della ragazza sembrano inoltre amare Pip: questo probabilmente avveniva solo nel suo inconscio, ma mai così in superficie da poter essere letto da una macchina da presa. Quello che lega inizialmente i due personaggi è amicizia e comprensione, il sentirsi entrambi marionette nelle mani di Miss Havisham e della società, ma non amore. Il forzato Magwitch, interpretato da Ralph Fiennes, è forse leggermente troppo giovane, e avrebbe potuto essere sicuramente più introspettivo. La scena della sua morte nel film del 1946 era toccante e intensa, qui decisamente meno, a parte forse il sapiente uso del chiaro scuro che con un gioco di luce dipinge sul viso dell'uomo morente il tormento e la pace dei suoi ultimi attimi.
Per quanto riguarda la trama non abbiamo grandi cambiamenti, a parte l'assenza di Orlick e la morte prematura della sorella di Pip. L'unica scelta "coraggiosa" è forse proporre un epilogo in linea con uno dei due finali originali del romanzo, per intenderci quello in cui Estella non si è risposata dopo la morte di Drummle. Anche qui però i sentimenti tra i due sembrano amplificati: Pip dichiara nuovamente di amare la ragazza e un rapporto che vada oltre l'amicizia appare di nuovo possibile.


Anche se Estella è ora in grado di capire i sentimenti del protagonista ed esserne felice, nel romanzo di Dickens non è previsto un lieto fine per i due personaggi: sono stati infatti corrotti dalla società, chi dagli insegnamenti sbagliati di una donna malata, chi dalle sue grandi speranze. È in ogni caso un epilogo molto più fedele al libro rispetto al finale romantico e positivo del 1946: nel film di David Lean infatti Pip salvava Estella da una Satis House in rovina strappando le tende e lasciando entrare il sole come in un incantesimo.

In conclusione l'adattamento di Grandi speranze diretto da Mike Newell è un film visivamente molto bello, dal ritmo incessante, senza tempi morti e pause narrative. È una versione più moderna, aggiornata e anche amplificata del film di David Lean ma soprattutto del capolavoro di Charles Dickens. Nel tentativo di attualizzare e trasporre visivamente la portata dei temi e delle interpretazioni sotterranee di Grandi Speranze, il regista ha però forse finito per allontanarsi almeno in parte da quello che era lo spirito originale dell'opera, dotata di una sottile ironia e di un preciso schema morale. Non dobbiamo infatti dimenticare che Grandi Speranze è soprattutto un romanzo di formazione che segue il passaggio del protagonista Pip dalla fanciullezza all'età adulta e ha per questo un significato di fondo che va ben oltre la semplice storia d'amore.


venerdì 19 settembre 2014

Recensione film: "Grandi Speranze" di David Lean

Il film Grandi Speranze del 1946 diretto da David Lean è considerato da molti critici una delle migliori trasposizioni cinematografiche di Charles Dickens che siano mai state girate. Il regista, poi anche autore di Oliver Twist (1948), non ha voluto apportare grosse modifiche alla storia principale e ha scelto le parti e le scene del romanzo più convincenti e commoventi, tralasciandone altre che sarebbero risultate forse di impatto emotivo minore: ecco perché il film può sembrare ad una prima analisi una versione ridotta del libro, anche se non manca nulla per una buona comprensione della trama. Grandi Speranze è comunque sostanzialmente una pellicola drammatica adatta a chi cerca la suspense, l'avventura, il brivido e le storie d'amore travagliate e sofferte, proprio come recita la locandina originale.
La fotografia è senza dubbio una delle parti meglio riuscite del film e si può quasi dire che le varie immagini e le scene presentate di volta in volta parlino da sole: lo spettatore si ritrova così come il lettore catapultato tra le paludi del Kent e si sposta poi nella caotica Londra del XIX secolo. Inizialmente l'ambientazione è gotica e di forte impatto, e il bianco e nero ne aumenta l'effetto, coadiuvato anche dalle musiche inquietanti ed evocative. Le scene in cui Pip corre nella nebbia per portare il pasticcio e la lima al forzato Magwitch sono convincenti ed esprimono con chiarezza quello che Dickens ci vuole trasmettere sin dai primi capitoli. In particolare in questo passaggio, così come nel romanzo, i luoghi e gli oggetti riflettono le emozioni e le inquietudini dei personaggi: le cortecce degli alberi sembrano quasi racchiudere volti umani e le pietre vivere di vita propria, esprimendo in questo modo un universo trasfigurato dalle paure e dai timori del protagonista. Anche se le immagini del film sono molto evocative e precise, non riescono comunque a sostituirsi del tutto alle splendide, espressive e a tratti ironiche descrizioni dell'autore.
Con l'arrivo di Pip a Londra notiamo invece alcune differenze tra la trasposizione cinematografica e il suo originale cartaceo: la capitale sembra da subito molto radiosa e vivace e troviamo pochi riferimenti alla situazione malsana e caotica in cui i cittadini vivevano. La città appare infatti poco caratterizzata negli esterni: la maggior parte delle scene è ambientata in interni, soprattutto appartamenti, uffici e case private. Mancano completamente i pensieri di Pip all'arrivo a Londra, secondo lui sopravvalutata, e anche le passeggiate nelle zone malfamate di Smithfield e Newgate, già descritte nella poesia A Description of a City Shower di Jonathan Swift. Lo spettatore vede la capitale tramite gli occhi di Pip: per questo l'ambiente in apparenza idilliaco cambia via via che le pene del protagonista crescono. Dopo la condanna e la morte di Magwitch, infatti, il ragazzo comincia a sentire su di sé tutto il caos della grande città. Qui Londra perde il fascino e le aspettative che aveva nei sogni di Pip e diventa in parte forse più realistica.
Per quanto riguarda i personaggi, vengono presentati quasi tutti quelli che ruotano intorno al protagonista, tranne Mr. Wopsle e purtroppo Mr. and Mrs. Pocket, forse tra le più divertenti caricature di tipi umani amaramente derisi da Charles Dickens. Il regista riconosce inoltre la sapiente ironia che lo scrittore incarna nel dipingere l'anziano padre di Mr. Wemmick e gli dedica un siparietto molto divertente. Il vecchietto quasi del tutto sordo risulta davvero simpatico, anche se nel romanzo gli vengono dedicate più pagine. E' bellissimo in particolare il rapporto che ha con il figlio e la premura con cui quest'ultimo lo tratta. Per quanto riguarda l'avvocato Jaggers, viene più o meno rispettata l'idea che ne dà il romanzo di uomo acuto e duro ma anche il suo vezzo più riconoscitivo, ovvero il lavarsi spesso le mani dopo ogni uscita per le vie di Londra, come a volersi pulire dal sudiciume reale e spirituale della prigione di Newgate.
David Lean apporta un cambiamento sostanziale al personaggio di Biddy: la ragazza non è più un'amica d'infanzia con un sincero affetto e anche qualcosa di più per Pip, ma una governante più grande che insegna tra l'altro a leggere e scrivere al ragazzo; in questo modo perdiamo i toccanti e profondi dialoghi tra i due amici ma riusciamo forse a comprendere meglio il matrimonio finale tra Biddy e Joe, ora più vicini anche come età.

Pip è interpretato molto fedelmente da un John Mills trentottenne, all'epoca accusato di essere troppo "vecchio" per interpretare un ragazzo di circa vent'anni: vengono in parte limitati i suoi problemi interiori, così come per Biddy e Joe che appare più tonto di quello che poi in realtà è, ma sempre a favore di una maggiore fluidità di trama.
Miss Havisham è forse resa in modo un po' troppo materiale: nel romanzo dà l'impressione di essere quasi incorporea, scheletrica e più simile ad un fantasma che aleggia sulla casa. Inoltre rispetto al libro l'entrata in scena di Miss Havisham perde in parte di pathos: la stanza sembra piccola e a tratti troppo illuminata. Già alla seconda visita di Pip a Satis House la situazione migliora: cambia l'inquadratura e vediamo ragnatele e abbandono ovunque.
Per quanto riguarda Estella invece il personaggio appare alquanto semplificato, forse più convincente da bambina che da adulta: durante i primi incontri con Pip, Estella ha infatti piglio deciso e occhi fermi e come nel libro è superba, distaccata e insolente. Tratta Pip malissimo e lo considera solo un ragazzino plebeo con le mani rozze.
Il finale è uno degli aspetti in cui il film e il libro sono più diversi. Nel film infatti Pip va da Estella, che ormai vive al buio di Satis House, non ha marito perché Drummle ha mandato all'aria il matrimonio dopo aver scoperto i foschi natali della ragazza e non sono passati anni come nel romanzo: i tempi del libro vengono infatti grosso modo rispettati tranne appunto la conclusione. Estella decide di vivere lontano dai problemi del mondo come un tempo aveva scelto Miss Havisham; la ragazza percepisce inoltre la presenza della madre adottiva sempre vicino a lei, quasi fosse davvero un fantasma. Pip allora decide di sfidarla, strappa via le tende e fa entrare finalmente la luce nella stanza. Estella ha paura ma il ragazzo le dice: "Ci apparteniamo e ricominceremo a vivere insieme". Questo la convince e conforta e i due se ne vanno via mano nella mano.
Il finale del libro invece non è così romantico. Pip ama Estella forse più per quello che lei rappresenta, come un sogno di bambino. Estella non ama Pip però i due possono diventare amici. Estella non ha paura dell'amore, come potrebbe trasparire dal finale del film, più che altro nessuna fiducia nel genere maschile così come le aveva insegnato Miss Havisham. Crede invece nel rapporto di amicizia con Pip tanto da temere di farlo soffrire. Estella si sposa fondamentalmente perché non riesce a liberarsi dal giogo di Miss Havisham, come da una sorta di vera e propria stregoneria, e forse perché è preda in parte di un atteggiamento di ribellione e autodistruzione.
Great Expectations può essere considerato ad un'ultima analisi come un romanzo sull'innocenza perduta. Né Pip né Estella, infatti, possono redimersi e tornare all'inizio: uno è stato corrotto dalle sue grandi speranze, l'altra dalla società che l'ha allevata nella persona di Miss Havisham. Pip desidera appartenere al mondo del denaro e del lusso e si allontana in questo modo dai puri di cuore come Joe, Biddy ed in parte anche l'amico Herbert, gli unici che saranno poi effettivamente felici.

Potremmo quasi dire che questa trasposizione cinematografica di Grandi Speranze sia una sorta di racconto corale politicamente corretto che parla meno di sporcizia, disonore e dolore rispetto al libro ma che ci regala il classico lieto fine senza particolari colpi di testa.


domenica 16 giugno 2013

Anteprima: La casa sfitta di Charles Dickens, Elizabeth Gaskell, Wilkie Collins, Adelaide Anne Procter

Presentato in anteprima al Salone del Libro di Torino lo scorso mese, approda il 28 Giugno in libreria in edizione Jo March (prezzo: 12,00 €) un prezioso racconto a quattro mani inedito che porta la firma di quattro grandi scrittori dell’epoca vittoriana.
La casa sfitta (A House to let è il titolo originale) è un racconto di Charles Dickens, Wilkie Collins, Elizabeth Gaskell e Adelaide Anne Procter. È stato originariamente pubblicato nel 1858 sull’edizione natalizia di Household Words, rivista diretta da Dickens. Ciascuno dei collaboratori ha scritto un capitolo, mentre l’editing è stato affidato allo stesso Dickens. La short story è stata la prima collaborazione tra i quattro scrittori, anche se Collins e Dickens avevano già collaborato con la Procter a dei racconti natalizi nel 1854, 1855, e 1856. I quattro autori avrebbero scritto di nuovo insieme nel 1859 The Haunted House, che apparve nel supplemento natalizio di Household Words come il sequel di A House to let. Nel progetto iniziale dovevano essere coinvolti solo Dickens e Collins, ma poi la Gaskell e la Procter vennero chiamate a contribuire con alcuni capitoli.
La storia racconta di un’anziana donna, Sophonisba, che nota strani indizi di “presenze” in una casa apparentemente vuota e disabitata che si trova proprio di fronte al proprio stabile. Decide così di farsi aiutare da Jabez Jarber, suo vecchio ammiratore, e dalla sua serva, Trottle, per scoprire ciò che sta accadendo all'interno dell’edificio.
Il volume si compone di sei capitoli, di cui il primo e l’ultimo sono stati scritti da Dickens e Collins (che hanno poi firmato singolarmente un capitolo a testa) e due capitoli affidati rispettivamente alla Gaskell e alla Procter. 

Ecco la corretta successione dei capitoli nella versione originale:
Over the Way, scritto da Charles Dickens e Wilkie Collins
The Manchester Marriage, scritto da Elizabeth Gaskell
Going into Society, scritto da Charles Dickens
Three Evenings in the House, scritto da Adelaide Anne Procter
Trottle’s Report, scritto da Wilkie Collins
Let at Last, scritto da Charles Dickens e Wilkie Collins

La traduzione italiana è curate da Camilla Caporicci, Valeria Mastroianni, Lorenza Ricci (le ultime due hanno lavorato anche alla versione italiana, sempre per Jo March, de La storia di una bottega di Amy Levy).

La casa sfitta – Charles Dickens, Elizabeth Gaskell, Wilkie Collins, Adelaide Anne Procter
Mute testimoni di relazioni umane, le mura di una casa custodiscono nel silenzio i segreti degli uomini che le hanno abitate. Eppure certe case hanno assorbito così profondamente il loro contenuto, che esso si palesa all’esterno in tutto il suo inquietante aspetto.
Nido, o prigione? Quale mistero avvolge la casa sfitta che ossessiona la signora Sophonisba? Cosa si cela dietro le persiane scorticate e il fango che oscura i vetri dai quali nessuno parrebbe più affacciarsi?
Due investigatori speciali tenteranno di mettere pace nel cuore della loro prediletta: il fedele Trottle e il premuroso Jarber si sfideranno a colpi di manoscritti, di senili e tenere scenate di gelosia, e di coraggiose sortite nella casa.
Mettetevi comodi: un regista d’eccezione come Charles Dickens ha scritturato i migliori Autori sulla piazza per svelare, attraverso un intreccio impeccabile e una scrittura potente che lasciano semplicemente senza fiato, l’arcano della perturbante casa sfitta.


Charles Dickens (1812 – 1870)
Nato nel 1812 a Portsmouth, trascorre un'infanzia serena fino a quando, per un grave dissesto finanziario, il padre viene imprigionato per debiti. È una tragedia che sconvolge tutta la famiglia: il giovane Charles lascia la scuola per andare a lavorare in una fabbrica, sperimentando le condizioni disumane dei lavoratori di quel tempo.
L'esperienza dura solo sei mesi, ma è un vero inferno e lascerà nel suo animo profonde ferite e ricordi incancellabili.
A venticinque anni è apprendista in uno studio legale, poi cronista e stenografo parlamentare. Intanto comincia a scrivere e nel 1936 pubblica, a puntate settimanali, Il Circolo Pickwick, a cui fanno seguito Le avventure di Oliver Twist, a puntate mensili, e, a distanza di pochi anni, La bottega dell'antiquario, l'ultimo capolavoro, David Copperfield, esce nel 1850. Tutte le sue opere incontrano subito un grandissimo successo, favorito dalle letture pubbliche che l'autore tiene negli Stati Uniti, in Canada, in Italia, a Parigi, in Scozia, in Irlanda. Nel 1867 Dickens comincia ad avere problemi di salute, finché viene colpito da un attacco al cuore che lo stronca nel 1870.

Elizabeth Gaskell (1810 - 1865)
Amica di Charles Dickens, pubblicò numerosi racconti e romanzi tra i quali Mary Barton nel 1848, Ruth e Cranford nel 1853, serie di racconti pubblicati in origine sulla rivista "Household Words". Ambientate nella cittadina di provincia di Cranford, le storie descrivono una serie di donne, in gran parte nubili, e i loro sforzi per conservare, pur con poco denaro, le apparenze dell'eleganza e del garbo borghese. Ottima è la biografia di Charlotte Brontë (1857), sua amica.
Cousin Phillis apparve a puntate sul Cornhill Magazine a partire dal 1863. Il suo romanzo più famoso è Nord e Sud, recentemente pubblicato in versione italiana dalla casa editrice Jo March. 

Wilkie Collins (1824 – 1889)
Scrittore inglese, amico e collaboratore di Charles Dickens.
La sua produzione letteraria, e in particolare quella fantastica, è di assoluto rilievo, ma non vi è dubbio che a tutt'oggi sia maggiormente conosciuto dal grande pubblico per i romanzi gialli La donna in bianco, La Pietra di Luna, La legge e la signora e La follia dei Monkton. Questo senza nulla togliere ai molti altri romanzi e ai numerosissimi racconti da lui scritti. G.K. Chesterton ebbe una volta modo di scrivere relativamente a Dickens e Collins: "Erano due uomini che nessuno può superare nello scrivere storie di fantasmi".



Adelaide Anne Procter (1825 – 1864)
Poetessa e filantropa britannica. Si è battuta in favore delle donne disoccupate e senza fissa dimora, ed è stata attivamente coinvolta in associazioni e riviste femministe. Non si è mai sposata (cosa che ha dato il via ad alcune speculazioni circa le sue inclinazioni sessuali). Ha sofferto di problemi di salute, forse a causa del suo lavoro di carità, ed è morta di tubercolosi all'età di 38 anni.
La carriera letteraria della Procter comincia da adolescente, le sue poesie sono state pubblicate principalmente sulla rivista Household Words di Charles Dickens e in seguito pubblicate in un libro. Il suo lavoro di carità e la sua conversione al cattolicesimo romano sembrano aver fortemente influenzato la sua poesia, che si occupa degli ultimi, dei senzatetto e della povertà. La Procter era la poetessa preferita della regina Vittoria. 


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