Ciao a tutti! Ecco il video tanto paventato sulle letture di agosto. Mi scuso se non sono stata esaustiva: editando il video mi sono accorta che c'erano tante cose che avrei potuto precisare meglio (ho cercato di aggiungerle con le nuvolette a destra), ma ogni volta che parlo di questi libri la materia scivola un po' e tenere sotto controllo tutti gli aspetti del romanzo risulta difficile. Spero di non avervi annoiato troppo e sono curiosa di leggere i vostri commenti, se avete letto il libro.
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lunedì 7 settembre 2015
martedì 12 novembre 2013
By the Keyhole…(13) Fahrenheit 451
Molto
tempo è passato dall’ultima puntata di “By the Keyhole…”, ma oggi si riprende
in grande stile con un classico sì, ma stavolta della fantascienza.
Tanto s’è parlato del futuro dell’editoria e soprattutto del destino dei cari,
vecchi cartacei che rischiano di essere soppiantati dagli ebook. E’ per questo
il romanzo di cui parliamo in questa puntata diventa quanto mai attuale ora
che, tristemente, la distopia di cui si narra sembra non esser più tale.
Insomma, si parla di…
FAHRENHEIT 451
La Trama:
Siamo in
un futuro non precisato, posteriore al 1960. Nella società distopica che
ci viene descrita da Ray Bradbury, possedere e quindi leggere libri è
considerato un reato punito con il rogo immediato dei volumi e delle case che
li ospitano. A tale scopo esiste un
apposito corpo di vigili del fuoco, con il ruolo di bruciare ogni tipo di
volume. Protagonista è Guy Montag, un
vigile del fuoco. Inizialmente Montag è fiero del suo lavoro, tuttavia ogni
cosa cambia quando si impossessa di un libretto, un attimo prima di appiccare
il fuoco alla casa in cui l’ha rinvenuto. A contribuire al cambiamento è anche
l’incontro con Clarisse, una ragazzina dalla mente libera dalle influenze dei
media, cosa resa possibile dal fatto che la famiglia non possiede la televisione
e trascorre il tempo conversando. La vita di Montag così cambia: si accorge di
non amare e di non conoscere nemmeno la moglie, si chiede cosa i libri
contengano e si accorge di come alienata sia la società in cui vive, del tutto
priva di pensieri propri, proiettata in una realtà virtuale controllata dallo
Stato. Da qui comincia il processo che lo vedrà stravolgere del tutto la sua
vita e che lo condurrà alla ricerca di chi, come lui, vede nei libri il
riscatto di un’umanità ormai perduta.
L’autore:
Nasce a Waukegan
nell’Illinois il 22 agosto del 1920, figlio di Leonard Spaulding Bradbury, un
operaio elettrico statunitense di origini inglesi, e di Esther Bradbury (nata
Moberg), una casalinga svedese. Nel 1934, durante la Grande Depressione a causa della quale il padre rimase disoccupato,
si trasferì con la propria famiglia in California dove scoprì il mondo della fantascienza
tanto da iniziare a scrivere alcuni racconti sulle riviste del settore. Tra le
sue prime opere si contano anche dei racconti polizieschi e noir.
Nel 1950 raccolse
in un unico volume le sue Cronache
Marziane (trovate la nostra recensione qui) che ottennero un vasto successo internazionale
non ancora intaccato dal passare degli anni.
L'anno
successivo seguì il capolavoro per cui è maggiormente ricordato, Fahrenheit 451, una sorta di elogio alla
lettura ambientato in una società distopica, che divenne anche un film omonimo
di successo diretto da Francois Truffaut Negli anni successivi Bradbury
intraprese la carriera di sceneggiatore cinematografico, iniziata con Moby Dick la balena bianca di John
Huston, senza però dimenticare la sua carriera di romanziere. Si ricordano infatti Il grande mondo laggiù, Le
meraviglie del possibile, Io canto il corpo elettrico!, Paese d’ottobre, Il
popolo dell’autunno, Viaffiatore del tempo, l’ambizioso giallo Morte a Venice e il più leggero Il cimitero dei folli e Le auree del sole.
Negli ultimi
anni della sua vita si dimostrò sfavorevole ai libri in formato elettronico,
tanto da impedire che le proprie opere venissero pubblicate in forma digitale.
Solo nel 2011 ha consentito di
pubblicare in formato elettronico il suo romanzo di maggior successo, Fahrenheit 451, sostenendo comunque di
preferire il formato cartaceo.
Il 5 giugno 2012
all'età di 91 anni, è morto a Los Angeles nella villa dove si era ritirato.
Nel 2006 è stato
insignito del titolo di duca di Diente de León dal sovrano del Regno della
Redonda.
Il 22 agosto
2012 gli scienziati della NASA coinvolti nel progetto Mas Science Laboratory hanno
dato il nome di Bradbury Landing all'area dell'atterraggio su Martedel rover Curiosity, avvenuto il 6 agosto 2012.
[Fonte: Wikipedia { http://it.wikipedia.org/wiki/Ray_Bradbury}]
Chiunque
legga Fahrenheit 451 oggi non può che
chiedersi se il romanzo è davvero distopico o se non sarebbe meglio definirlo
profetico. In effetti, in un 2013 dominato dai social network, dove l’editoria
è in un momento di dubbia solidità e internet invece ci segue ovunque (basta considerare
semplicemente agli smartphone o, ancora meglio, i google glass), pensare che Bradbury abbia predetto più che
inventato è molto, molto facile.
Certo, non siamo ancora arrivati al punto da bruciare i libri che possediamo –
quando ne possediamo – ma di certo considerare la lettura di un libro per
intero come un’impresa impossibile e per di più inutile è una realtà che non è
affatto difficile individuare. Basta guardarsi un po’ intorno.
La società descritta da Bradbury è, quindi, quanto mai vicina alla nostra. Le
famiglie conversano solo tramite la televisione e solo riguardo ciò che la
televisione mostra loro; i rapporti interpersonali non sono più veri di quelli
con i personaggi delle fiction televisive e persino i matrimoni son frutto di
convenzioni, patti fra i coniugi che decidono, come fosse un calcolo
matematico, di metter su casa insieme per riempirla di schermi tv all’ultimo
grido.
In Fahrenheit 451 troviamo la protesta
viva e profonda di chi si oppone a tutto questo.
Chi ama i libri e tutto ciò che questi
veicolano, non può che leggere e sentir risuonare nell’anima lo stesso canto
che le parole sapienti di Bradbury lasciano filtrare dalla pagina. I buoni
lettori, coloro che credono ancora nella letteratura, nella bellezza e
nella ricchezza della pagina scritta, non
possono che ergersi, eroici - come fanno gli ultimi depositari delle opere
scritte incontrati da Montag nel corso del romanzo - reggendo lo stendardo di una lettura come coscienza, riflessione,
cultura e sapere su cui fondare la società. Significativo è di conseguenza il fatto che la
società alienata da Bradbury sia
sull’orlo di un collasso, impegnata in una guerra nucleare che ne segnerà il
tracollo e di cui tuttavia è ignara, ad opera dei media. Lo Stato, da parte sua, è del tutto consapevole del potere dei libri.
I libri aiutano a pensare, e pensare porta a riflettere e a prendere coscienza
della propria vita in modo problematico, critico e costruttivo. La
problematicità tuttavia può rendere la gente infelice. Ecco perché i libri vanno
eliminati e la società cullata in una beata ignoranza che rende tutti sereni.
E’ così che l’omologazione e il livellamento delle menti dilaga, il
qualunquismo si spande nell’aria come veleno, l’ipocrisia, l’alienazione, la
superficialità appestano ogni cosa.
E’ un urlo di disperazione e rifiuto, tramite la “follia” di Montag, quello
che prende corpo dalle pagine del romanzo, un urlo capace di accendere di un
ardore vero, titanico, chi si lascia prendere da questo solenne inno alla
bellezza della letteratura, della vita vissuta con consapevolezza profonda,
basata sul sapere che l’uomo, con la sua mente eccelsa, sa riversare su pagine
che divengono così patrimonio dell’umanità, base della civiltà.
Il Brano
Scegliere
un brano è impresa ardua, perché ogni parte del libro è profonda e
significativa a suo modo. Riporto così quella che più mi ha fatta “vibrare”,
invitando chi come me si lascerà affascinare da questo capolavoro ad assaporare
ogni pagina.
La scena che riporto si svolge nella casa di un vecchio professore, da cui
Montag con il libro rubato si reca in cerca di istruzioni per, come dice lui, “capire ciò che legge”.
I pori sulla faccia della
vita*
«Permettete?
»
«Oh, scusatemi» Montag gli porse il volume.
«Da quanto tempo!...Non sono un uomo religioso, ma da quanto tempo non ne
vedevo più una! »
Si pose a sfogliarlo, soffermandosi ogni
tanto a leggere qua e là «è proprio come
la ricordavo. Signore, come l’hanno cambiata nei nostri “salotti” al giorno
d’oggi! Cristo è uno della “famiglia”, ora. Mi domando spesso se il buon Dio
riconosca il Suo proprio Figlio sotto i panni con cu l’hanno camuffato,
mascherato. Un vero e proprio bastoncino di menta piperita, è ormai, tutto
zucchero filato e saccarina, quando non lo si colga nell’atto di fare velate
allusioni a certi prodotti commerciali, d cui ogni fedele abbisogna assolutamente.
Il vecchio annusò il volume.
«Sapete» proseguì «anche i libri hanno un po’ l’odore della noce moscata o di
certe spezie d’origine esotica? Amavo annusarli, da ragazzo. Signore, quanti bei
libri c’erano al mondo un tempo, prima che noi vi rinunciassimo!
Faber continuava a voltare le pagine.
«Signor Montag, voi avete davanti un vigliacco. Io vedevo la piega che stavano
sempre più prendendo le cose, ma molto tempo fa; non ho detto nulla; sono uno
degli innocenti che avrebbero potuto parlare chiaro e tondo quando nessuno era
disposto a dar retta al “colpevole”, ma non ho aperto bocca, diventando così
colpevole a mia volta. E quando finalmente si giunse a organizzare legalmente
il rogo della carta stampata , con la creazione delle milizie del fuoco,
brontolai un poco e poi tacqui, perché ormai non c’era più nessuno che
brontolasse o urlasse al mio fianco. Ora è troppo tardi».
Faber chiuse la Bibbia. «Bene, ora, se voleste dirmi il motivo della vostra
visita.. »
«Nessuno più ascolta. Io non posso parlare alle pareti, perchp son le pareti
che urlano verso di me. Non posso parlare con mia moglie, perché sta sentendo
quello che dicono le pareti. Io semplicemente ho bisogno di qualcuno che stia a
sentire quello che ho da dire. E forse, se mi si desse agio di parlare un po’,
potrei anche dire qualcosa di sensato. Ecco perché vorrei m’insegnaste a capire
quello che leggo»
Faber studiò la faccia smunta, dalle fosse livide, di Montag.
«Che cosa vi ha scosso talmente? In che modo la torcia vi è stata strappata di
mano? »
«Non lo
so. Abbiamo tutto
quanto occorre per
essere felici, ma non
siamo felici. Manca qualche cosa. Mi sono guardato intorno. La sola cosa che
abbia visto mancare positivamente sono i libri che io avevo bruciato in
questi ultimi dieci
o venti anni.
E allora ho
pensato che i
libri forse avrebbero potuto
essere utili.»
«Voi siete un
romantico irrimediabile» disse
Faber. «Sarebbe una cosa buffa,
se non fosse
tragica. Non sono
i libri che
vi mancano, ma
alcune delle cose che
un tempo erano
nei libri. Le
stesse cose potrebbero
essere oggi dette nelle
"famiglie del salotto". Le
stesse infinite particolarità
e coscienza potrebbero essere
diffuse e proiettate
da radio e
televisori. Ma ciò non avviene.
No, no, non sono affatto libri le cose che andate cercando. Prendetele dove
ancora potrete trovarle,
in vecchi dischi
fonografici, in vecchi film,
e nei vecchi
amici; cercatele nella
natura e cercatele soprattutto in
voi stesso. I
libri erano soltanto
una specie di
veicolo, di ricettacolo in cui riponevamo
tutte le cose
che temevamo di
poter dimenticare. Non c'è nulla di magico, nei libri; la magia sta solo
in ciò che essi dicono, nel
modo in cui
hanno cucito le
pezze dell'Universo per mettere
insieme così un
mantello onde rivestirci.
Naturalmente, non potevate sapere
tutto ciò, così
come non potete
ancora comprendere che cosa io intenda precisamente quando dico
tutto ciò. Intuitivamente, non vi siete sbagliato, ed è questo che conta. Tre
cose ci mancano:
«Numero uno: sapete perché
libri come questo
siano tanto importanti?
Perché
hanno sostanza. Che cosa significa in questo caso "sostanza"? Per
me significa struttura,
tessuto connettivo. Questo
libro ha pori,
ha caratteristiche sue proprie,
è un libro
che si potrebbe
osservare al microscopio. Trovereste
che c'è della
vita sotto il
vetrino, una vita
che scorre come una
fiumana in infinita
profusione. Maggior numero
di pori, maggior numero
di particolarità della
vita per centimetro
quadrato avrete su di
un foglio di
carta, e più
sarete "letterario". Questa
è la mia definizione, ad ogni modo. Scoprire le particolarità. Particolarità nuove! I buoni scrittori
toccano spesso la vita. I mediocri la
sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e
l'abbandonano. Capite ora perché libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i
pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna
piena, di cera, facce senza pori, senza
peli, inespressive. Viviamo in
un tempo in
cui i fiori
tentano di vivere sui
fiori, invece di
nutrirsi di buona
pioggia e di
fertile limo nero. Perfino i fuochi artificiali, non ostante
tutta la loro eleganza, nascono dalla chimica
della terra. Eppure,
non so come,
riusciamo a credere
di poterci evolvere nutrendoci
di fiori e
di giuochi pirotecnici,
senza conchiudere il ciclo
del ritorno alla
realtà. Conoscete la
leggenda di Ercole
e Anteo, il lottatore gigantesco, dalla forza incredibile,
finché fosse rimasto coi piedi sulla terra? Ma quando Anteo fu tenuto da Ercole
sospeso nel vuoto, senza radici e gli perì facilmente. Se in questa leggenda
non c'è un insegnamento per noi di questi tempi, in questa città, oggi, allora
vuol dire che sono del tutto pazzo. Insomma,
questa è la
prima cosa delle
tre che ci
mancano. Sostanza, tessuto di elementi vitali.»
«E la seconda?»
«Agio, tempo libero.»
«Oh, ma noi abbiamo molte ore libere ogni giorno.»
«Ore libere dal lavoro, sì. Ma tempo di pensare? Quando non conducete la vostra
macchina a cento miglia all'ora, a un massimo in cui non potete pensare ad
altro che al pericolo, allora ve ne state a giocare a carte o sedete in qualche
salotto, dove non potete discutere col televisore a quattro pareti.
Perché? Il televisore
è "reale", è
immediato, ha dimensioni.
Vi dice lui quello
che dovete pensare,
e ve lo
dice con voce
di tuono. Deve
aver ragione, vi dite: sembra
talmente che l'abbia! Vi spinge con tanta rapidità e irruenza alle
sue conclusioni che la vostra
mente non ha
tempo di protestare, di dirsi:
"Quante sciocchezze!".»
«Ma la "famiglia" è gente in carne e ossa.»
«Come, scusate?»
«Mia moglie dice che i libri non sono "reali".»
«E Dio sia lodato per questo. Li si può almeno chiudere, dire: "Aspetta
un momento". Potete
farne ciò che
volete. Ma chi
mai è riuscito
a strapparsi dall'artiglio che
v'imprigiona quando mettete
piede in salotto TV? Vi foggia secondo la foggia che esso
più desidera! L'ambiente in cui vi
chiude è reale
come il mondo.
Diviene e pertanto
è la verità.
I libri possono essere battuti
con la ragione. Ma nonostante tutto quello che so e tutto il
mio scetticismo, non
sono mai stato
capace di discutere
con un'orchestra sinfonica di
cento elementi, a
tutto colore, tre
dimensioni e facente parte
integrale, costitutiva di
questi incredibili salotti.
Come vedete, il mio salotto non è costituito che di quattro semplici pareti
di calce e mattoni. E qui.» Mostrò a Montag due piccoli tamponi di gomma. «Per
le mie povere orecchie, quando sono sui bolidi della ferrovia sotterranea.»
«Dentifricio Denham» disse
Montag, a occhi
chiusi.
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martedì 20 novembre 2012
By the keyhole... (12) Mastro-don Gesualdo
Pronti ad arricciare il naso? Questo mese Looking for books, la nostra rubrica dedicata ai classici, affronta un libricino che tutti abbiamo ritrovato tra i banchi di scuola e odiato - o, nel mio caso, amato. So che sentirete un brivido di terrore alla parola "verismo" e non posso non condividerlo, pur avendo molto apprezzato questo libro e pur essendo conterranea dell'autore di oggi, ma, superati i primi ostacoli, questo libro potrebbe davvero piacervi! Armatevi di coraggio e parliamo di...
Mastro-don Gesualdo
"Mastro don Gesualdo", attraverso le vicende di un muratore arricchito, narra la storia del rivolgimento sociale di una classe che decade e di una classe emergente, del travaglio e della rincorsa affannosa tra patrimonio e matrimonio. Tutta la grande letteratura siciliana ha raccontato il processo di questa crisi e di questo ribaltamento, da Verga a De Roberto sino al canto del cigno di Tomasi di Lampedusa. L'amore supremo per la roba, il sospetto e la difesa contro il prossimo sono le leggi inviolabili che guidano il comportamento di Gesualdo nel suo sforzo di conquistare una più degna posizione sociale. Ma quando si accorge che dovrà inesorabilmente lasciare tutto ciò che ha ammassato per una vita, Gesualdo si ammala senza rimedio. L'abbandono della vita equivale all'abbandono della roba e viceversa. Mentre si avvicina alla fine, il protagonista, sempre più solo, sempre più alienato, assume un'aura eroica e tragica.
Nato a Catania nel 1840, fu il massimo esponente del verismo. La sua prima formazione romantico-risorgimentale si svolse a Catania, dove abbandonando gli studi giuridici, decise di dedicarsi esclusivamente alla letteratura. Trasferitosi a Firenze nel 1865 compose i suoi primi romanzi Una peccatrice e Storia di una Capinera. Successivamente a Milano frequentò l'ambiente degli Scapigliati, rappresentando in modo fortemente critico il mondo aristocratico-borghese (Eva, 1873; Tigre Reale, 1873; Eros,1875). In seguito alla scoperta del naturalismo francese matura la sua svolta decisiva verso il verismo che sarà segnato dai racconti e dai romanzi di ambiente siciliano (Vita dei campi, 1880; I Malavoglia, 1881; Novelle rusticane, 1883; Mastro don Gesualdo, 1889). Lo scrittore crede nel progresso ma si interessa ai vinti e ai deboli; la sua è una visione della vita tragicamente pessimistica che si pone in antitesi con l'ottimismo imperante nei suoi tempi. Rappresenta un mondo di primitivi in lotta con il destino avverso cui inesorabilmente soccombono quando si staccano dalla religione, dalla famiglia e dal lavoro. Il linguaggio verghiano è arditamente innovatore: dando spazio al linguaggio dialettale riesce a raggiungere effetti di grandiosa coralità. Alla produzione narrativa si accompagnò quella teatrale, connotata sempre da una intensa drammaticità (Cavalleria rusticana, 1884; La lupa, 1884; In portineria, 1885; Dal tuo al mio, 1903). Lo scrittore muore nella sua città natale nel 1922.
[Fonte:
[Fonte:
Il sangue e la roba
Si potrebbe pensare di fare un torto a Giovanni Verga, se si asserisse che gli unici temi di un romanzo come Mastro-Don Gesualdo siano il “sangue” e la “roba”. Il romanzo non è infatti solo il racconto plausibile della vita di un uomo mai esistito, ma anche e soprattutto il quadro spietato di una Sicilia arida e venale, di un popolo tisico e ipocrita che trascina con sé i sintomi della fame e della miseria, e con questi affonda. Il “sangue” e la “roba”, tuttavia, sono i due nuclei, perfettamente amalgamati, attorno a cui agiscono i personaggi, in base alla quale vivono e prendono decisioni e grazie a cui, si potrebbe dire, nascono, crescono, e alla fine muoiono. Entrambi i microcosmi coesistono, si assemblano, si rincorrono fino all’ultimo rigo: il “sangue”, l’importanza della famiglia, dei legami parentali, l’orgoglio della stirpe, e la “roba”, termine dietro cui non si nasconde semplicemente il denaro, ma soprattutto l’accumulo delle terre, il desiderio di possedere e di non cadere in miseria. Questo, come già detto, è il binomio fondamentale, ma “Mastro-Don Gesualdo” è molto di più.
L’opera prende il titolo dal suo protagonista, un uomo arricchitosi grazie al sudore e alla fatica, divenuto un possidente invidiato dai suoi compaesani e tiranneggiato persino dalla famiglia, testardo e villano ma dal cuore generoso. Verga fa di lui un uomo vero e quasi palpabile, dotato di caratteristiche fisiche mai descritte ma facilmente intuibili. Vizzini, il paese in cui è ambientata la vicenda, è un luogo chiuso e circoscritto, caratterizzato da una società limitata e arrivista.
L’affetto che nutre Don Gesualdo per Isabella rappresenta l’altro fulcro della vita del protagonista: il sangue. E come lui, anche tutti gli altri personaggi lo chiamano continuamente in causa rivendicando i legami familiari per giustificare il pretesto di essere aiutati economicamente, o di aiutare a loro volta ipocritamente Gesualdo al fine di riceverne il suo favore e parte dell’eredità, come nel caso della sorella Speranza che si occupa di lui all’inizio della sua malattia e afferma “E’ sangue mio infine! Ora che è in questo stato mi rammento solo di essere sua sorella” e “Questo è il sangue vostro! Questi non vi tradiscono!”
La caratterizzazione del personaggio di Isabella, figlia del protagonista, è approfondita e a tratti narrata con poeticità. La ragazza, come affermato più volte all’interno del romanzo, non solo eredita le caratteristiche della famiglia, il “sangue” da cui discende –per esempio nel capitolo quarto della terza parte Verga la descrive: “essa l’aveva sempre lì nella ruga sempre fissa fra le ciglia, nella faccia pallida, nelle labbra strette che non dicevano una parola, negli occhi grigi e ostinati dei Trao che dicevano invece – Sì, sì, a costo di morirne!” – ma riflette anche in maniera speculare il modello di vita della madre, facendo le sue stesse scelte e subendo il suo stesso destino.
Le figure femminili hanno dunque un ruolo predominante, quasi superiore a quelle maschili. Anche gli uomini, tuttavia, non sfuggono all’occhio severo e realista di Verga: un’attenzione particolare viene data alle figure minori e a ciò che rappresentano all’interno del contesto di Vizzini. Le chiacchiere che ruotano attorno alla figura di Don Gesualdo e l’invidia che suscita si concretizzano nella figura del barone Zacco e del canonico Lupi, che viene descritto come un personaggio astuto e a tratti viscido e che suggerisce a Don Ninì, uomo fatuo e vanesio, alcune azioni speculative sulle terre del comune.
Verga dissemina nel romanzo vari indizi sulla concezione che hanno i compaesani di Don Gesualdo, e ce ne rende partecipi sin dalla stesura del titolo. “Mastro-Don Gesualdo”, infatti, etichetta la figura del protagonista come quella di un uomo nato povero, mastro, e arricchitosi in seguito, diventando don. L’ambivalenza di questa condizione condannerà Gesualdo per tutta la vita, e sino alla morte. Nonostante abbia fatto il suo dovere aiutando i famigliari e i vicini –sebbene si mostri qualvolta implacabile nella sventura come nel caso di Don Ninì e non ceda alle preghiere della baronessa Rubiera- la sua morte è triste ed infelice.
Solo e divorato dal cancro allo stomaco, ripensando con aria nostalgica ai giorni passati, osserva, senza poter fare nulla, la dissipazione dei propri amati beni, sottolineando l’incapacità dei nobili di gestire il patrimonio. Pur essendo malato, egli ha sempre il pensiero ai suoi poderi che ora vanno alla malora, alla terra conquistata di cui conosce ogni zolla, a tutto ciò che ha messo da parte nel corso della sua vita e che ora gli viene brutalmente strappato, non solo dal genero, ma soprattutto dalla morte. La stessa presenza all’interno della casa della figlia non è dovuta ad un sentimento affettuoso, ma dalla volontà da parte del genero di estorcergli una delega che lo autorizzi ad amministrare i suoi averi. I natali umili di Don Gesualdo lo penalizzeranno persino nell’ora del suo decesso: disprezzato dal servitore che lo considera suo pari, se non inferiore, morirà senza possibilità di rivedere la figlia un’ultima volta, ignorato e degradato come una bestia.
E’ a questo punto che la potenza comunicativa di Verga esplode, tratteggiando, attraverso un punto di vista differente da quello finora utilizzato, la fine del protagonista.
Lo stile, essenziale ed asciutto, qualvolta poetico, arricchito di alcune espressioni dialettali, non risulta mai ridondante o altisonante. I toni e le espressioni patetiche utilizzate da Verga sono finalizzati alla descrizione degli stati d’animo di don Gesualdo in punto di morte, e delimitati a questo particolare momento. L’autore utilizza insomma lo stile più congruo al contesto che sta descrivendo, tralasciando il superfluo e dipingendo con crudezza e veridicità, sin dai primi tratti, l’ambiente siciliano. In questo modo Verga diventa uno scrittore universale, riesce a toccare il cuore del lettore senza giri di parole ma presentando semplicemente i fatti in tutta la loro nudità. L’abilità descrittiva, la caratterizzazione superba dei personaggi, la vicenda tragica e desolante fanno di “mastro-don Gesualdo” un romanzo indimenticabile ed una perla unica all’interno del panorama dei romanzi “siciliani”.
Il brano
Il brano che ho scelto è estrapolato dalla fine del libro, quando Mastro-don Gesualdo, anziano e ospite presso la figlia infelice (lei sarebbe stata la protagonista di un libro lasciato incompiuto da Verga, La duchessa di Leyra) vede la dote della donna dissipata e la sua povera roba in malora. Anche qui ricorre il tema del sangue ("Confidati a me che dei guai ne ho passati tanti, e non posso tradirti!"), fondendo in un testo brevissimo ma molto espressivo le due principali facce di questo romanzo.
"Povera roba!"
Talché don Gesualdo scendeva raramente dalla figliuola. Ci si sentiva a disagio col signor genero; temeva sempre che ripigliasse l’antifona dell’alter ego. Gli mancava l’aria, lì fra tutti quei ninnoli. Gli toccava chiedere quasi licenza al servitore che faceva la guardia in anticamera per poter vedere la sua figliuola, e scapparsene appena giungeva qualche visita. L’avevano collocato in un quartierino al pian di sopra, poche stanze che chiamavano la foresteria,dove Isabella andava a vederlo ogni mattina, in veste da camera, spesso senza neppure mettersi a sedere, amorevole e premurosa, è vero, ma in certo modo che al pover’uomo sembrava d’essere davvero un forestiero. Essa alcune volte era pallida così che pareva non avesse chiuso occhio neppur lei. Aveva una certa ruga fra le ciglia, qualcosa negli occhi, che a lui, vecchio e pratico del mondo, non andavan punto a genio. Avrebbe voluto pigliarsi anche lei fra le braccia, stretta stretta, e chiederle piano in un orecchio:
– Cos’ hai?... dimmelo!... Confidati a me che dei guai ne ho passati tanti, e non posso tradirti!
Ma anch’ essa ritirava le corna come fa la lumaca. Stava chiusa, parlava di rado anche della mamma, quasi il chiodo le fosse rimasto lì, fisso... accusando lo stomaco peloso dei Trao, che vi chiudevano il rancore e la diffidenza, implacabili!Perciò lui doveva ricacciare indietro le parole buone e anche le lagrime,che gli si gonfiavano grosse grosse dentro, e tenersi per sé i propri guai. Passa-va i giorni malinconici dietro l’invetriata, a veder strigliare i cavalli e lavare le carrozze, nella corte vasta quanto una piazza. Degli stallieri, in manica di camicia e coi piedi nudi negli zoccoli, cantavano, vociavano, barattavano delle chiacchiere e degli strambotti coi domestici, i quali perdevano il tempo alle finestre, col grembialone sino al collo, o in panciotto rosso, strascicando svogliatamente uno strofinaccio fra le mani ruvide, con le barzellette sguaiate, dei musi beffardi di mascalzoni ben rasi e ben pettinati che sembravano togliersi allora una maschera. I cocchieri poi, degli altri pezzi grossi, stavano a guardare, col sigaro in bocca e le mani nelle tasche delle giacchette attillate,discorrendo di tanto in tanto col guardaportone che veniva dal suo casotto a fare una fumatina, accennando con dei segni e dei versacci alle cameriere che si vedevano passare dietro le invetriate dei balconi, oppure facevano capolino provocanti, sfacciate, a buttar giù delle parolacce e delle risate di male femmine con certi visi da Madonna. Don Gesualdo pensava intanto quanti bei denari dovevano scorrere per quelle mani; tutta quella gente che mangiava e beveva alle spalle di sua figlia, sulla dote che egli le aveva dato, su l’A1lia e su Donninga, le belle terre che aveva covato cogli occhi tanto tempo, sera e mattina, e misurato col desiderio, e sognato la notte, e acquistato palmo a palmo, giorno per giorno, togliendosi il pane di bocca: le povere terre nude che bisognava arare e seminare; i mulini, le case, i magazzini che aveva fabbricato con tanti stenti, con tanti sacrifici, un sasso dopo l’altro. La Canziria, Mangalavite, la casa, tutto, tutto sarebbe passato per quelle mani. Chi avrebbe potuto difendere la sua roba dopo la sua morte, ahimé, povera roba!
lunedì 15 ottobre 2012
By the Keyhole (11) Il barone rampante
Trovo finalmente il momento per riesumare la rubrica in un giorno particolare, data di compleanno di uno dei migliori autori contemporanei del nostro paese. Prolifico e poliedrico scrittore, partigiano durante il periodo fascista, amico di personalità come Pavese (che considerò suo maestro) e Che Guevara, il libro di cui è autore è uno degli esempi nostrani più fulgidi di letteratura per ragazzi: un ragazzo di dodici anni decide, a metà del '700, di cominciare a vivere sugli alberi, dove resterà tutta la vita.
C'è bisogno di aggiungere altro? Parliamo de...
Il barone rampante
Chi è l'autore?
Successivamente, ha modo di lavorare con vari giornali e riviste, svolgendo anche attività di consulenza editoriale; inoltre, soggiorna a lungo in Francia.
Politicamente impegnato nel Partito Comunista Italiano, se ne dissocia dopo i fatti d’Ungheria; all’immobilismo del PCI nella circostanza, dedica il feroce apologo de "La Grande Bonaccia delle Antille", pubblicato nel 1957 su "Città aperta".
Tra le sue numerose opere narrative, meritano senz’altro menzione "Il visconte dimezzato" (1952), "Il barone rampante" (1957), "Il cavaliere inesistente" (1959), "La giornata di uno scrutatore" (1963), "Le cosmicomiche" (1965), "Ti con zero" (1968) "Le città invisibili" (1972), "Il castello dei destini incrociati" (1973), "Se una notte d’inverno un viaggiatore" (1979), "Palomar" (1983). Nel 1956, dà alle stampe una selezione di "Fiabe italiane", ricavate dai dialetti d’ogni regione; è, pure, autore d’un celebre libro per ragazzi, "Marcovaldo" (1963). In "Una pietra sopra" (1980), raccoglie numerosi interventi sul dibattito letterario dell’epoca; in "Collezione di sabbia" (1984), prose sparse concepite per particolari occasioni. Dal 1974, collabora per un lustro al "Corriere della Sera" con racconti, resoconti di viaggio, interventi sulla realtà politica e sociale del paese; dal ‘79, continua detta attività sulle colonne di "Repubblica", sino alla morte. Che lo coglie, nel 1985, mentre è ricoverato all’ospedale di Siena.
[Fonte: Italica.rai.it]
Calvino è uno di quegli autori che pur parlando ai ragazzi ammicca costantemente agli adulti, e lo dimostra, in questo caso, la sottile sensualità di Viola - oltre all'ovvia protesta contro la società e le convenzioni da essa imposta. Le avventure e le storie di pirati si amalgamano infatti a risvolti più maturi, partecipando agli intrecci quasi episodici della narrazione, dove ogni capitolo inizia e termina generalmente una storia a sé. Il barone rampante si presenta quindi come un collage di racconti, l'ideale per ragazzi poco attenti ai risvolti narrativi.
Come dicevo, però, il romanzo è pregno di un'impronta più sensuale, adulta, sottilmente ironica oltre che critica. L'amore tormentato tra Cosimo e Viola, la di lei prorompente personalità, i litigi e le riappacificazioni tradiscono una tensione sessuale evidente, talora persino esplicita e di certo singolare per un libro per ragazzi del 1957.
Ma la carica sensuale di Cosimo, che comunque non si consuma solo con Viola, rappresenta soltanto una parte (seppur a mio avviso importante) del personaggio del barone rampante, eroe della resistenza alle convenzioni e invidiabile libertino, laddove la parola vuole indicare anche una liberalità di costumi, di pensiero e di azioni.
Invidiabile davvero perché il sogno segreto dell'avventura -e del riuscire a svestirsi dalle restrizioni razionali -coinvolge i desideri più nascosti dell'uomo. E' facile identificarsi quindi in un personaggio come Cosimo, che non solo desidera dire addio alla società, ma ci riesce anche. La sua storia, bella e piacevole come il finale, coerente fino all'ultimo per il personaggio, coinvolge allora in prima persona il lettore, che insieme alla curiosità di scoprirne gli sviluppi ritrova il lato più fanciullesco di se stesso.
Il brano
Dato che, come avrete capito, i miei capitoli preferiti sono quelli dell'amore tra Cosimo e Viola, vi riporto uno di questi brani.
Pene d'amore*
Lui per esempio: - Con Gian dei Brughi leggevo romanzi, col Cavaliere facevo progetti idraulici...
- E con me?...
- Con te faccio l’amore. Come la potatura, la frutta...
Lei taceva, immobile. Subito Cosimo s’accorgeva d’aver scatenato la sua ira: gli occhi le erano improvvisamente diventati di ghiaccio.
- Perché, cosa c’è. Viola, cos’ho detto?
Lei era distante come non lo vedesse né sentisse, a cento miglia da lui, marmorea in viso.
- Ma no. Viola, cosa c’è, perché, senti...
Viola s’alzava ed agile, senza bisogno di aiuto, si metteva a scendere dall’albero.
Cosimo non aveva ancora capito qual era stato il suo errore, non era riuscito ancora a pensarci, forse preferiva non pensarci affatto, non capirlo, per proclamare meglio la sua innocenza: - Ma no, non m’avrai capito. Viola, senti...
La seguiva fin sul palco più basso: - Viola, non te ne andare, non così. Viola...
Lei ora parlava, ma al cavallo, che aveva raggiunto e slegava; montava in sella e via.
Cosimo cominciava a disperarsi, a saltare da un albero all’altro. - No, Viola, dimmi. Viola!
Lei era galoppata via. Lui per i rami l’inseguiva:
- Ti supplico. Viola, io ti amo! - ma non la vedeva più. Si buttava sui rami incerti, con balzi rischiosi.
- Viola! Viola!
Quand’era ormai sicuro d’averla persa, e non poteva frenare i singhiozzi, eccola che ripassava al trotto, senza levar lo sguardo.
- Guarda, guarda. Viola, cosa faccio! - e prendeva a dar testate contro un tronco, a capo nudo (che aveva, per la verità, durissimo).
Lei nemmeno lo guardava. Era già lontana.
Cosimo aspettava che tornasse, a zig-zag tra gli alberi. - Viola! Sono disperato! - e si buttava riverso nel vuoto, a testa in giù, tenendosi con le gambe a un ramo e tempestandosi di pugni capo e viso. Oppure si metteva a spezzar rami con furia distruttrice, e un olmo frondoso in pochi istanti era ridotto nudo e sguernito come fosse passata la grandine.
Mai però minacciò di uccidersi, anzi, non minacciò mai nulla, i ricatti del sentimento non erano da lui. Quel che si sentiva di fare lo faceva e mentre già lo faceva l’annunciava, non prima.
A un certo punto Donna Viola, imprevedibilmente Com’era entrata nell’ira, ne usciva. Di tutte le follie di Cosimo che pareva non l’avessero sfìora-
ta, una repentinamente l’accendeva di pietà e d’amore. - No, Cosimo, caro, aspettami! - e saltava di sella, e si precipitava ad arrampicarsi per un tronco, e le braccia di lui dall’alto erano pronte a sollevarla.
L’amore riprendeva con una furia pari a quella del litigio. Era difatti la stessa cosa, ma Cosimo non ne capiva niente.
- Perché mi fai soffrire?
- Perché ti amo.
Ora era lui ad arrabbiarsi: - No, non mi ami! Chi ama vuole la felicità, non il dolore.
- Chi ama vuole solo l’amore, anche a costo del dolore.
- Mi fai soffrire apposta, allora.
- Sì, per vedere se mi ami.
La filosofia del Barone si rifiutava d’andar oltre. - Il dolore è uno stato negativo dell’anima.
- L’amore è tutto.
- Il dolore va sempre combattuto.
- L’amore non si rifiuta a nulla.
- Certe cose non le ammetterò mai.
- Sì che le ammetti, perché mi ami e soffri.
*= il titolo del brano è ovviamente arbitrario
sabato 28 gennaio 2012
By the Keyhole (10) Il deserto dei Tartari
Buonasera e bentornati a By the keyhole..., la nostra rubrica mensile dedicata ai classici! Quello di questa puntata è italiano, scelto appositamente perché oggi è l'anniversario di morte dell'autore. Qualcuno lo avrà studiato a scuola, altri, forse, lo conosceranno di nome ma non hanno mai letto nulla di suo. E allora ne parliamo su Dusty pages, cercando di incuriosirvi verso quella che è una snervante opera letteraria. Snervante, proprio così! E ora capirete perché.
Giovanni Drogo, appena nominato ufficiale, parte una mattina di settembre per raggiungere la Fortezza Bastiani. Questa si trova al confine, in una zona arida e isolata, davanti a cui si stende un deserto. Non sabbioso, ovviamente, ma roccioso. Una leggenda gravita su questo luogo: tutti, infatti, attendono l'avvento di qualcosa dal deserto. Un esercito, la guerra, forse i Tartari, che dicono debbano arrivare proprio da laggiù, in quel posto dimenticato da Dio. E la fortezza, bianca, sinistra e ammaliante, sembra avere un potere ipnotico: è impossibile fuggirne. Drogo, ovviamente, spera di andar via da lì il prima possibile. Ma i suoi piani non andranno esattamente come crede...
Avete ricostruito le parole chiave? Stiamo proprio parlando di...
Il deserto dei Tartari
Dino Buzzati Traverso (San Pellegrino, Belluno, 16 ottobre 1906 - Milano, 28 gennaio 1972) è stato un famoso scrittore, giornalista e pittore italiano.
Buzzati crebbe in una famiglia tradizionale; la mamma era veneziana, il padre di antica famiglia bellunese, ma vivevano a Milano, dove il giovane Dino frequenterà il ginnasio Parini e poi la facoltà di Giurisprudenza (per assecondare i desideri del padre che lo vedeva futuro avvocato). Secondo di quattro fratelli, amava molto la musica, il disegno e la montagna, che costituiranno elementi fondamentali del poliedrico talento dell'artista. Nel 1928 appena prima di terminare gli studi di univeristari entra come praticante al Corriere della Sera, del quale diverrà in seguito redattore. Sempre nello stesso anno si laurea in giurisprudenza con una tesi dal titolo La natura giuridica del Concordato Nel 1933 esce il suo primo romanzo, Bàrnabo delle montagne; due anni dopo esce il romanzo Il segreto del Bosco Vecchio. Mentre è del 1940 quello che probabilmente è il suo più grande successo, Il deserto dei Tartari, da cui nel 1976 Valerio Zurlini trae il film omonimo.
Fu un autore molto realistico che affrontava la gente con i temi della solitudine e dell'angoscia. Morì di cancro a Belluno il 28 gennaio 1972.
Il
deserto dei Tartari è una lunga, lenta, agonia. E questo non lo dico -lungi da
me!- per scoraggiarvi, ma perché, se non fosse così, questo romanzo non avrebbe
motivo di esistere. Metafora della routine della vita, della ricerca estenuante
di obiettivi irraggiungibili e del modo in cui sprechiamo il poco tempo che
abbiamo a disposizione, Il deserto dei Tartari vi irriterà, vi deprimerà, vi
angoscerà e, molto probabilmente, vi farà riflettere. C'è un tema, infatti, in
questo romanzo, che mi è capitato più volte di incontrare anche nella vita
quotidiana: il desiderio di immortalità. Non nel senso letterale, come nel caso
de Il ritratto di Dorian Gray -di cui abbiamo parlato la volta scorsa-, ma
della voglia di fama, di distinguerci dalla massa e di sentirci un po'
speciali. Drogo desidera questo per sé: la guerra, la gloria, l'occasione di
trasformare la sua vita in qualcosa di straordinario. I Tartari prima o poi
arriveranno, e lui sarà lì, a combattere strenuamente, perdendo magari una
gamba, ma diventando un eroe. La sua è la speranza di tutta una vita.
Dimenticherà la ragazza con cui avrebbe potuto sposarsi, la madre, l'allegra
vita di paese. Esiste solo la fortezza -dove i soldati perdono l'umanità, diventando meri manichini che impartiscono ed eseguono ordini, secondo la dura e impietosa legge della fortezza stessa- e quell’ ossessione. Ed è
lei, la fortezza, assieme al paesaggio
logorante, a fare da protagonista. Entrambi sembrano esercitare una forza
attrattiva verso coloro che vi vivono, sembrano instillare grandi ambizioni e
una lucida follia. Non è infatti Drogo l’unica vittima di questo incantesimo: Ortiz,
il sergente Tronk, Lagorio e l’intero commando mettono radici in quel posto
asettico, attendendo fino alla fine dei propri giorni. I capitoli del libro
sono lenti, le scelte del protagonista illogiche. Chi sarebbe tanto pazzo da
decidere volontariamente di trascorrere il resto della propria vita in un posto
isolato, attendendo una guerra che non arriverà mai?
E’ però
il finale quello che dà la stoccata ultima ad una storia che non comprendiamo,
o forse magari sì, anche fin troppo: la beffa, il paradosso, l’umiliazione di
non essere arrivati in tempo, di non poter godere di ciò per cui si è
sacrificata la vita, mentre altri –giovani e ignari- raccoglieranno ingiustamente
il frutto di anni di pene. Ovviamente non vi dirò nulla di più sulla fine, ma
sappiate che è stata quella che mi ha quasi portato a strappare il libro o a
buttarlo dalla finestra.
Perché
allora parlare de Il deserto dei Tartari?
Vedete,
ci sono libri che non sempre devono farti piacere. Ti pruderanno talmente tanto
che li odierai, perché ti dicono troppo rudemente verità che non vorresti mai
sentirti raccontare. Il deserto dei Tartari fa questo: ti spinge a chiederti a
cosa stai dedicando la tua vita. Un ideale effimero, un sogno troppo lontano
per cui si dimentica di vivere il presente, la carriera o il denaro che nulla
sanno delle gioie dell’amore: è facile sprecare la giovinezza, si crede sempre
che ci sia tempo. E gli altri sono sempre lì, pronti a fregarti, a scavalcarti... ma allora, per cosa vivere?
Il brano.
Ho scelto un brano molto breve. Drogo, in una sera tranquilla in cui fa la guardia alla fortezza assieme al sergente Tronk, pensa alla sua vita in quel posto sperduto. E non gli dispiace, credendo che per ora conti far carriera. E' giovane e ha tutta la vita davanti, in fondo...
Attento, Giovanni Drogo!
Per la prima volta Drogo montava di guardia alla quarta ridotta.
Appena uscito all'aperto, egli guardò le rupi incombenti a destra, tutte incrostate di ghiaccio e risplendenti sotto la luna. Folate di ventocominciavano a trasportare attraverso il cielo piccole nuvole bianche escuotevano il mantello di Drogo, il mantello nuovo che significava per luitante cose.
Immobile egli fissava le barriere di rupi dirimpetto, le impenetrabililontananze del nord, e le ali del mantello crepitavano come bandiera,drappeggiandosi tempestosamente. Drogo sentiva di avere quella notte unafiera e militaresca bellezza, diritto sul ciglio della terrazza, con losplendido mantello agitato dal vento. Vicino a lui Tronk, infagottato in unlargo pastrano, non sembrava neppure un soldato.
"Dica un po' Tronk" chiese Giovanni con finta aria preoccupata. "E' una mia impressione o la luna questa notte è molto più larga del solito?"
"Non credo, signor tenente" disse Tronk. "Qui alla Fortezza fa sempre quest'impressione."
Le voci risuonavano grandemente, come se l'aria fosse di vetro.Tronk, visto che il tenente non aveva da dirgli altre cose, se n'andò lungo ilciglio della terrazza, per il suo perenne bisogno di controllare il servizio.
Drogo rimase solo e si sentì praticamente felice. Assaporava conorgoglio la sua determinazione di restare, l'amaro gusto di lasciare le piccole sicure gioie per un grande bene a lunga e incerta scadenza (e forse c'era sotto il consolante pensiero che avrebbe sempre fatto in tempo a partire).
Un presentimento – o era solo speranza? – di cose nobili e grandi lo aveva fatto rimanere lassù, ma poteva anche essere soltanto un rinvio, nulla in fondo restava pregiudicato. Egli aveva tanto tempo davanti. Tutto il buono della vita pareva aspettarlo. Che bisogno c'era di affannarsi? Anche le donne, amabili e straniere creature, le prevedeva come una felicità sicura, a lui formalmente promessa dal normale ordine nella vita.Quanto tempo davanti! Lunghissimo gli pareva anche un solo anno egli anni buoni erano appena cominciati; sembravano formare una serie lunghissima, di cui era impossibile scorgere il fondo, un tesoro ancora intatto e così grande da potersi annoiare. Nessuno c'era che gli dicesse: "Attento, Giovanni Drogo!". La vita gli appariva inesauribile, ostinata illusione, benché la giovinezza fosse già cominciata a sfiorire. Ma Drogo non conosceva il tempo. Anche se avesse avuto dinanzi a sé una giovinezza di cento e cento anni come gli dei, anche questo sarebbe statauna povera cosa. E lui aveva invece disponibile una semplice e normale vita, una piccola giovinezza umana, avaro dono, che le dita delle mani bastavano a contare e si sarebbe dissolto prima ancora di farsi conoscere.Quanto tempo dinanzi, pensava. Eppure esistevano uomini – aveva sentito dire – che a un certo punto (strano a dirsi) si mettevano ad aspettare la morte, questa cosa nota ed assurda che non lo poteva riguardare. Drogo sorrideva, pensandoci, e intanto, sollecitato dal freddo, si era messo a camminare.
Filmografia.
mercoledì 30 novembre 2011
By the Keyhole (9) Il ritratto di Dorian Gray
Questo appuntamento di By the Keyhole, la rubrica mensile che spia "dalla serratura" i classici -analizzandoli nel dettaglio e proponendovi brani da loro tratti- avevo inizialmente pensato, data l'uscita nelle sale del film con Mia Wasikowska e il quiz che abbiamo fatto, di dedicarlo a Jane Eyre. Oggi ricorre però l'anniversario della morte di un grandissimo autore e non potevo esimermi dal fargli un tributo parlando del suo capolavoro.
Letto solo una volta -avevo quindici anni e molto voglia di nutrirmi di capolavori- è un romanzo che, nella vita, non necessita di tante riletture, a meno che non si voglia godere ogni volta di quello stile meraviglioso e degli aforismi sagaci. Ma lui era così, cinico e sarcastico, esteta, profondamente innamorato dell'arte (che definisce inutile), un po' misogino -ma il termine è etimologicamente inappropriato, visto che più che un odio per le donne egli le considera semplicemente un "sesso decorativo"-, sensibile e stanco di quella società fatta di cartone, ipocrita e banale perché stereotipata.
Il protagonista del suo racconto è un giovane innocente, bellissimo e dall'animo candido. Un pittore ne sta ritraendo le fattezze, quando riceve la visita di un amico: vedendo il ragazzo, questo lo invita a riflettere sulla fugacità della sua bellezza e della giovinezza. Ricevuto poi in regalo il ritratto portato a termine, il giovane, ancora accaldato dai discorsi appena fatti, pronuncia un terribile desiderio: se solo quel quadro potesse invecchiare al posto suo, e lui restare sempre giovane! Sarebbe pronto a dare qualsiasi cosa...
Anche avendo omesso i nomi, avrete ormai capito che il classico del mese è...
Il protagonista del suo racconto è un giovane innocente, bellissimo e dall'animo candido. Un pittore ne sta ritraendo le fattezze, quando riceve la visita di un amico: vedendo il ragazzo, questo lo invita a riflettere sulla fugacità della sua bellezza e della giovinezza. Ricevuto poi in regalo il ritratto portato a termine, il giovane, ancora accaldato dai discorsi appena fatti, pronuncia un terribile desiderio: se solo quel quadro potesse invecchiare al posto suo, e lui restare sempre giovane! Sarebbe pronto a dare qualsiasi cosa...
Anche avendo omesso i nomi, avrete ormai capito che il classico del mese è...
Il ritratto di Dorian Grey
Il sogno di possedere un ritratto che invecchi al suo posto, assumendo i segni che il tempo dovrebbe tracciare sul suo volto angelico, diviene per Dorian Gray una paradossale, terribile realtà. Ma non saranno tanto le tracce del tempo che passa a fermarsi sul dipinto di quel bellissimo giovane, quanto le nefandezze di cui la sua anima si è macchiata. Un'anima giunta al culmine della dissolutezza, corrotta e degradata, trascinata nell'abisso della turpitudine e del vizio dal cinismo e dalla sfrenata avidità di piaceri di ogni sorta. Dalla sua sfida diabolica alla giovinezza eterna, Dorian uscirà sconfitto, schiavo di un ideale, assurdo desiderio di far coincidere l'arte con la vita. "Il ritratto di Dorian Gray" è considerato il romanzo simbolo del decadentismo e dell'estetismo.
Chi è l'autore?
Oscar Wilde nacque a Dublino nel 1854 in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford dove ebbe come suoi maestri Ruskin e Pater. Il suo ingegno brillante, i successi letterari, le pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici e nei salotti mondani inglesi e francesi. Alternò come residenza Parigi e Londra, con frequenti viaggi in Italia, Grecia, Nordafrica. Nel 1882 Oscar Wilde recò negli Stati Uniti per un fortunato ciclo di conferenze sull'estetismo. Nel 1884 sposò Constance Lloyd, da cui ebbe due figli. Il matrimonio presto naufragò. La sua relazione con lord Alfred Douglas gli mise contro il padre di questi, marchese di Queensberry, e con lui tutta l'aristocrazia e la classe dirigente che fino ad allora lo osannava come un idolo. Subì un processo che suscitò enorme scalpore. Fu condannato per omosessualità a due anni di lavori forzati (1895). Scontata la pena, in miseria e abbandonato da tutti, si rifugiò in Francia dove morì, a Parigi, tre anni dopo, nel 1900.
Il ritratto di Dorian Gray è uno dei capolavori assoluti della
letteratura inglese, e non è difficile capire perché. Potremmo tributare questa
reputazione alle frasi ad effetto di Lord Wottom –il libro rappresenta pur
sempre il manifesto dell’estetismo, ed è quindi perfetto dal punto di vista
estetico- o all’egocentrica personalità dell’autore che in questo personaggio
si rispecchia, ma il vero protagonista, l’elemento che ci attrae –tra l’altro
soprannaturale- e attorno a cui ruota l’intera vicenda è il ritratto. E la
motivazione è esattamente la stessa per cui al giorno d’oggi ci piacciono tanto
i perfetti, immortali e freddi vampiri. Desideriamo la giovinezza eterna.
Scommetto che, intimamente, avete
pensato “non è vero, io no”. Suvvia, non mentite a voi stessi. Chi non si
farebbe prendere dal panico se qualcuno gli dicesse: “avete soltanto pochi anni
da vivere veramente. Quando la vostra gioventù se ne sarà andata, avrete
perduto anche la vostra bellezza, e vi renderete conto d'un tratto che non ci
sono più vittorie per voi, o che dovete accontentarvi di quelle banali vittorie
che la memoria del vostro passato renderà più amare delle sconfitte. Ogni mese
che passa vi avvicina a qualche cosa di orrendo. Il tempo è geloso di voi, e si
accanisce sui vostri colori di giglio e di rosa. Le vostre tinte appassiranno,
le guance si faranno cave, si appannerà il vostro sguardo. Soffrirete tremendamente...”?
La vecchiaia, che avanza
inesorabilmente, anno dopo anno, ora dopo ora, colpisce tutti, ed è una lenta
malattia. E assieme ad essa sparisce la bellezza. Dorian è bellissimo, e tale
vuole rimanere. Perché la bellezza ti rende affascinante per la società e attraente
per gli amanti. I creditori ti cederanno volentieri i loro soldi, le donne si
uccideranno per il tuo amore. Ma Dorian non è solo bello, è angelico… i suoi
ricci sono d’oro, l’incarnato è roseo, gli occhi azzurri e le labbra rosse. E’
accattivante, ha buone maniere, mantiene la sua aria di fanciullesca innocenza.
Per restare così, Dorian ha però stretto quello che è un patto col diavolo: ha
ceduto la sua anima rappresentata nel ritratto, che, infatti, non invecchia
solo al posto di Dorian, ma ne riflette anche i turpi peccati e imbruttisce
tremendamente assieme alla gravità delle sue azioni. Il primo delitto di cui si
macchia è la responsabilità del suicidio di Sibilla Vane, attrice della cui arte
si era innamorato ma che lascia perché, la sera successiva al fidanzamento, la
ragazza, presa dall’amore, aveva recitato male. In seguito a questo episodio
Dorian nota un leggero cambiamento nel quadro, “si sarebbe detto che vi era,
nelle labbra, una nota di crudeltà”. E’ il principio di omicidi e terribili
vizi che deturpano orribilmente il quadro, l’anima di Dorian. In lui non vi
sono però i segni di questa corruzione, è sempre il solito bellissimo giovane. Oscar
Wilde diceva che dentro questo romanzo c’era una terribile morale, “l’unico
errore del libro”: la condanna dell’eccesso, che richiede un adeguato castigo. I
tre personaggi principali nei quali si rispecchia (il pittore Basil, Dorian e
Lord Wottom) eccedono nella ricerca della bellezza, oppure rimangono spettatori
della vita senza prenderne parte. Ma “chi respinge la battaglia rimane ferito
più profondamente di chi vi prende parte” e Henry Wottom, con le sue profonde e
sarcastiche riflessioni, che si diverte
a giocare con Dorian e con tutto quello che gli sta intorno, non vive. Niente
lo emoziona. Dorian e Basil, d’altronde, vivono forse più di lui? Il primo si
dedica agli eccessi, il secondo si nutre del riflesso della bellezza del ragazzo,
di cui probabilmente è innamorato. In fondo Il
ritratto di Dorian Gray è la dimostrazione dell’inutilità, persino della
nocività, della bellezza - o dell’uso che ne fa l’uomo. La bellezza è solo
bellezza e l’artista ha il compito di svelarla, e tuttavia è così alta e
problematica –o semplicemente se stessa- da non essere mai compresa, idealizzata
o sminuita che sia. E questo rende l’uomo grezzo e inferiore e così la bellezza
rimane il valore assoluto, l’aspirazione che non potrà mai essere raggiunta. C’è
speranza solo per gli spiriti colti, “coloro che scorgono bei significati nelle
cose belle. Essi sono gli eletti per cui la cosa bella significa soltanto
bellezza”. Tutti i vari aspetti del romanzo riconducono alla bellezza, alla sua
labilità, al profumo ammaliatore. E sarà un caso se Il ritratto di Dorian Gray
inizia con le parole “Lo studio era impregnato dell’intenso odore delle rose”…?
Il brano.
Il brano che ho deciso di
proporvi è tratto dal secondo capitolo: l’incontro tra Dorian e Lord Henry che
cambierà per sempre la mentalità e la vita del ragazzo. Henry considera Dorian
quasi un oggetto di studio per via della sua immacolata persona, Dorian vede
Henry come un uomo intrigante. Quella bellezza che gli è sempre stata decantata
è, si rende conto, vera, concreta, vive in lui… ma è destinata a scomparire.
Dorian salì sulla piattaforma,
con l'aria di un giovane martire bizantino, e fece una piccola moue di disappunto a Lord Henry che già
lo attraeva molto. Era così diverso da Basil. Accanto a lui formava
un raffinato contrasto. Poco dopo
gli disse: «Avete veramente una così cattiva influenza, Lord Henry? Cattiva
come pretende Basil?»
«Non esistono influenze buone,
Gray. Ogni influenza è immorale, immorale dal punto di vista scientifico.»
«Perché?»
«Perché influenzare un individuo
vuol dire trasfondergli la propria anima. Egli non pensa pensieri naturalmente
suoi, e non arde delle proprie naturali passioni. Le sue virtù non sono una
realtà, e i suoi peccati, ammesso che i peccati esistano, sono presi a
prestito. Diventa l'eco della musica di qualcun altro, l'attore di una parte
che non fu scritta per lui. Lo scopo della vita è lo sviluppo del proprio io.
Il completo sviluppo di se stessi – ecco la ragione d'essere di ognuno di noi.
Gli uomini oggi hanno paura di se stessi. Hanno dimenticato i doveri più sacri;
quelli che si hanno verso di sé. Sono caritatevoli. Nutrono chi ha fame, e
vestono chi è nudo. Ma il loro spirito è affamato e ignudo. La nostra razza non
ha più coraggio. Forse in fondo non ne ha mai avuto. Il terrore della società,
che è la base della morale; il terrore di Dio, che è il segreto della
religione: questi sono i sentimenti che ci dominano. E però...»
«Dorian, siate bravo, volgete la
testa un tantino più a sinistra» disse il pittore, profondamente assorto nel
suo lavoro, rilevando soltanto che nel viso del giovane balenava una luce che
non c'era mai stata prima.
«Eppure» continuò Lord Henry, con
quella sua voce bassa e armoniosa, e con quell'aggraziato ondeggiare della mano
che gli era particolare fin dai tempi di Eton «io credo che se un uomo dovesse
vivere la vita pienamente e completamente, desse forma a ogni sentimento,
espressione a ogni pensiero, realtà a ogni sogno, credo che il mondo si
rinsanguerebbe di un così puro fiotto di gioia, che dimenticheremmo tutte le
malattie del medievalesimo, e torneremmo all'ideale ellenico -e forse a qualche
cosa di migliore e di più ricco dell'ideale ellenico. Ma anche il più
coraggioso di noi ha paura di se stesso. Le automutilazioni del selvaggio si
ritrovano tragicamente nella autorepressione che martirizza la nostra vita.
Siamo puniti per quello che rifiutiamo a noi stessi.
Ogni impulso che tentiamo di
soffocare, germoglia nella mente, e ci intossica. Il corpo pecca una volta, ed
il peccato è finito, perché l'azione è un modo di purificazione. Non rimane che
il ricordo del piacere, o la voluttà di un rimpianto. L'unico modo di liberarsi
da una tentazione è di abbandonarsi ad essa. Resistete, e vedrete la vostra
anima intristire nel desiderio di ciò che s'è inibito, di ciò che le sue leggi
mostruose hanno reso mostruoso e illegale. Dicono che i grandi eventi
dell'umanità si svolgono nello spirito. Ed è nello spirito, solo nello spirito,
che si commettono i grandi peccati dell'umanità. Voi stesso, Gray, nella vostra
immacolata infanzia, e nella vostra rosea gioventù, avete avuto passioni che vi
hanno fatto paura, che vi hanno riempito di terrore, sogni a occhi aperti, e
sogni nel sonno, il cui solo ricordo potrebbe farvi arrossire...»
«Basta» balbettò Dorian Gray.
«Basta! Voi mi sconvolgete. Non so quello che vorrei dire. Ci dev'esser qualche
argomento da opporvi, ma non riesco a trovarlo. Tacete. Lasciatemi pensare. O
fate che io tenti di non pensare.» Per quasi dieci minuti rimase così,
immobile, le labbra semiaperte, gli occhi stranamente lucenti. […]
Lord Henry lo guardava,
sorridendo del suo sorriso triste. Intuì l'esatto momento psicologico nel quale
bisognava tacere. Era profondamente curioso. Era stupefatto dell'immediata
impressione che le sue parole avevano prodotto, e, ricordando un libro che
aveva letto a sedici anni, si chiedeva se Dorian Gray in quel momento stesse
provando una simile emozione. Si era limitato a scagliare una
freccia nell'aria. Aveva colpito?
Come era interessante quel ragazzo!
[…] «Basil, sono stanco di
posare» disse Dorian Gray improvvisamente «voglio uscire e sedermi in giardino.
Si soffoca, qui.» […]
«Andiamo a sederci all'ombra»
disse Lord Henry. «Parker ha portato da bere. Se rimarrete ancora nel
riverbero, vi sciuperete, e Basil non vorrà più dipingervi. Non fatevi
abbronzare dal sole. Non vi starebbe bene.»
«E che importa?» esclamò Dorian
Gray ridendo, e sedette sulla sedia in fondo al giardino.
«Può premere molto a voi, Gray.»
«Perché?»
«Perché godete la più splendida
gioventù, e la gioventù è l'unica cosa al mondo che valga la pena d'esser
posseduta.»
«Non me ne accorgo, Lord Henry.»
«Non ve ne accorgete ora. Un
giorno, quando sarete vecchio e rugoso, e brutto, quando la meditazione avrà
scavato i suoi solchi sulla vostra fronte, e la passione avrà corrotto le
vostre labbra con il suo tremendo ardore, lo sentirete spaventosamente. Ora,
dovunque andiate, riempite di gioia chi vi vede. Sarà sempre così? Avete un
viso meraviglioso, Gray. Non abbiatevene a male. È così. E la bellezza è una
specie di genio – in verità più grande del genio, perché non ha bisogno di spiegazione.
È una delle cose grandi del mondo, come la luce solare, o la primavera, o il riflesso
nell'acqua cupa di quella conchiglia d'argento che chiamiamo luna. Non è una
cosa che si possa discutere. Ha un divino diritto alla regalità. Quelli che la
possiedono sono principi. Sorridete? Oh, non sorriderete quando l'avrete
perduta... Si dice a volte che la bellezza è una cosa superficiale. Può essere.
Ma non è mai tanto superficiale quanto il pensiero. Per me la bellezza è la
meraviglia delle meraviglie. Solo la gente meschina non giudica secondo le
apparenze. Il vero mistero del mondo è quello che si vede, non l'invisibile...
Sì, gli dèi furono benigni con voi, Gray. Ma gli dèi, dopo breve tempo
rivogliono i loro doni. Avete soltanto pochi anni da vivere veramente. Quando
la vostra gioventù se ne sarà andata, avrete perduto anche la vostra bellezza,
e vi renderete conto d'un tratto che non ci sono più vittorie per voi, o che
dovete accontentarvi di quelle banali vittorie che la memoria del vostro
passato renderà più amare delle sconfitte. Ogni mese che passa vi avvicina a qualche
cosa di orrendo. Il tempo è geloso di voi, e si accanisce sui vostri colori di
giglio e di rosa.
Le vostre tinte appassiranno, le
guance si faranno cave, si appannerà il vostro sguardo. Soffrirete tremendamente...
Godete della vostra giovinezza finché la possedete! Non sprecate il tesoro dei vostri
giorni ascoltando la gente noiosa, cercando di consolare i predestinati
all'insuccesso, donando la vostra vita agli incolti, ai mediocri, ai volgari.
Queste sono tendenze morbose, idee false della vostra età. Vivete! Vivete la
meravigliosa vita che è in voi! Nulla deve andar perduto per voi. Cercate
continuamente nuove sensazioni. Non abbiate paura di nulla... Un nuovo
edonismo! Di questo ha bisogno il nostro secolo. Potreste esserne il simbolo
visibile. Nulla è vietato alla vostra persona. Il mondo è vostro, per una
stagione... Quando vi vidi, m'accorsi che voi ignorate completamente quello che
siete in realtà, quello che voi in realtà potreste essere. Tante cose di voi mi
piacquero, che io sentii di dovervi svelare qualche cosa di voi stesso.
Immaginai il vostro dramma se voi viveste inutilmente. Perché la vostra
gioventù durerà un tempo così breve – così breve! Gli umili fiori di prato
avvizziscono, ma rifioriranno ancora. Quest'altro giugno l'acacia sarà d'oro,
come è ora. Fra un mese la clematide sarà coperta di stelle purpuree, e anno
per anno, la verde notte delle sue foglie imprigionerà quelle stelle purpuree.
Ma noi non torniamo mai alla nostra giovinezza. L'onda di gioia che pulsa in
noi a vent'anni, si fa tarda. Le membra non ci ubbidiscono più, i sensi si
consumano. Diventiamo ripugnanti fantocci, perseguitati dal ricordo delle
passioni di cui abbiamo avuto timore e delle squisite tentazioni alle quali non
avemmo il coraggio di cedere. Gioventù! Gioventù! Non c'è nulla al mondo che
valga la giovinezza!»
Trasposizioni cinematografiche
Nel 1910 viene girata la prima versione cinematografica del racconto di Oscar Wilde, intitolata Dorian Grays Portræt. Il film danese è diretto da Axel Strøm e interpretato da Valdemar Psilander, nella parte di Dorian Gray.
Del 1913 la prima versione statunitense, The Picture of Dorian Gray, diretta da Phillips Smalley e interpretata da Wallace Reid nella parte di Dorian Gray, Lois Weber e Phillips Smalley.
Nel 1915 ne viene realizzata una versione russa, Portret Doryana Greya, per opera di Vsevolod Meyerhold e Mikhail Doronin. A interpretare il protagonista è Varvara Yanova, mentre Vsevolod Meyerhold è Lord Henry Wotton.
Sempre del 1915 un'altra versione statunitense, The Picture of Dorian Gray, diretto da Eugene Moore e interpretato da Harris Gordon (Dorian Gray), Helen Fulton (Evelyn), Ernest Howard (Basil Hayward) e W. Ray Johnston (Lord Henry Wotton).
Appena un anno dopo, nel 1916 ne viene realizzato un remake, sempre statunitense, The Picture of Dorian Gray, diretto da Fred W. Durrant e interpretato da Henry Victor, Pat O'Malley, Sydney Bland, Dorothy Fane e Jack Jordan.
Nel 1917 viene girata la prima versione tedesca, Das Bildnis des Dorian Gray, diretta da Richard Oswald, con Bernd Aldor, Ernst Pittschau e Ernst Ludwig.
Del 1918 la versione ungherese Az élet királya, diretta da Alfréd Deésy, in cui appare un giovane Bela Lugosi (qui con il nome di Arisztid Olt) nella parte di Lord Henry Wotton, accanto a Norbert Dán che interpreta Dorian Gray.
Nel 1945 esce negli USA il film Il ritratto di Dorian Gray (The Picture of Dorian Gray), regia di Albert Lewin. Con Lowell Gilmore, Peter Lawford, Angela Lansbury (che diverrà popolare durante gli anni ottanta grazie al ruolo di Jessica Fletcher nella serie televisiva La Signora in Giallo), Donna Reed e George Sanders.
Nel 1974 Massimo Dallamano dirige il film Il dio chiamato Dorian, versione cinematografica italiana con un pizzico di erotismo del romanzo di Wilde. Nel film compaiono Helmut Berger, nella parte di Dorian; Herbert Lom in quella di Henry Wotton; Richard Todd, in quella di Basil Hallward. Tra gli altri interpreti: Margaret Lee, Maria Rohm, Beryl Cunningham, Isa Miranda ed Eleonora Rossi Drago.
Nel 1976 il regista spagnolo Jesus Franco ne dirige una versione per adulti intitolata Doriana Gray, in cui la protagonista è interpretata da Lina Romay
Del 1977 è una versione francese del racconto di Wilde, intitolata Le portrait de Dorian Gray. Il film, diretto da Pierre Boutron vede protagonisti Raymond Gérôme (Lord Henry Wotton), Patrice Alexsandre (Dorian Gray), Marie-Hélène Breillat (Sybil) e Denis Manuel (Basil Hallward).
Un film del 2001 di Allan A. Goldstein, dal titolo Dorian, con Malcolm McDowell ed Ethan Erickson, è stato liberamente tratto dal capolavoro di Oscar Wilde.
Nel 2003 Gray compare anche come antagonista nel film La leggenda degli uomini straordinari, ispirato al fumetto La Lega degli Straordinari Gentlemen.
Nel 2004 viene realizzato un film horror, ispirato all'opera di Oscar Wilde, intitolato The Picture of Dorian Gray - Il ritratto del male, con Josh Duhamel nei panni di Dorian Gray.
Nel 2005 ne viene realizzato uno short intitolato semplicemente Dorian, diretto da Vincent Kirk e interpretato da Matthew Jaeger.
Del 2007 è l'adattamento di Duncan Roy per la pellicola The Picture of Dorian Gray, con David Gallagher nella parte di Dorian.
Nel novembre 2009 è uscito un film, ispirato all'opera di Wilde, intitolato semplicemente Dorian Gray, interpretato dall'attore inglese Ben Barnes nei panni del protagonista.
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