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martedì 13 settembre 2016

Recensione: La famiglia Fang di Kevin Wilson


La famiglia Fang, Kevin Wilson
Fazi editore
2017 pagine, 18.00 euro
Tutte le famiglie infelici si somigliano fra loro, ogni famiglia disfunzionale, invece, è infelice a suo
modo.

Annie e Buster nascondono le cicatrici in profondità, sotto la patina di apparente realizzazione della loro vita da adulti: lei ha ricevuto una nomination agli Oscar, ma non riesce a convivere con le restrizioni della fama e cerca conforto nei bloody mary a colazione. Lui si considera un romanziere fallito e giornalista per necessità, incapace di empatizzare con gli altri, incapace di scendere a patti con le recensioni negative della sua seconda opera.
La causa dei loro traumi sono Caleb e Camille Fang, performer ancora prima che genitori.
Quando i ragazzi si troveranno a tornare a casa, nel Tennessee, tutto quello da cui credevano di essere fuggiti per sempre, le performance, le stranezze, la musica punk sparata a tutto volume durante il processo creativo dei genitori, ma soprattutto il dolore, tornerà a sommergerli.

«Se un film è davvero splendido», rispose Annie, «non è possibile rovinarlo rivelando la trama. La trama è solo accessoria rispetto al resto».

Nonostante l'affermazione di Annie, ben poco si può scrivere della trama di questo romanzo, il primo di Kevin Wilson dopo la pluripremiata raccolta di racconti Scavare fino al centro della terra del 2009, senza rovinare al lettore il piacere di spiare questa vicenda strampalata e crudele. Il mistero al centro della narrazione, tuttavia, è banale rispetto all'eccellenza della scrittura e accessorio alla psicologia dei personaggi, di cui vorresti sapere tutto, senza bisogno di arrivare per forza a quel conflitto necessario alla letteratura.

Aveva trovato qualcosa che era capace di fare. Era capace di creare conflitti e di portarli fino alla fine. E quando la fine arrivava lui era l’unico a rimanere illeso. Era, senza che nessun altro glielo dicesse, uno scrittore.

Un libro ferocemente sarcastico, La famiglia Fang, che come tutti i buoni romanzi parla di alcuni argomenti fingendo di non parlarne.
Difficilmente i lettori avranno avuto genitori pessimi come Caleb e Camille Fang, così concentrati sull'unico aspetto importante della loro vita, l'arte, da trasformare i figli in oggetti di scena della loro performance, togliendo loro il nome proprio, trasformandoli in Bambina A e Bambino B, interferendo nelle loro vite anche quando queste sembrano slegate da quelle della famiglia. Eppure qualsiasi lettore può capire le parole di Camille Fang, forse la figura più umana della coppia, quando ribatte alle accuse della figlia dicendole «Vi renderemo infelici, ma lo facciamo per una ragione. Perché vi amiamo.»

Certo, i Fang fanno tutto ciò per un bene superiore, per un fine inscindibile dal concetto stesso di famiglia, per loro: l'arte, se la amavi, valeva qualunque dolore o infelicità. Se era necessario ferire qualcuno per ottenere quel fine, allora così sia. Se il risultato era abbastanza bello, abbastanza strano, abbastanza memorabile, non aveva importanza. Ne valeva la pena. Ma ogni famiglia, appunto, è infelice a modo suo e questo rende La famiglia Fang un ritratto perfetto dei danni, delle idiosincrasie, degli eterni tentativi di far funzionare un meccanismo rotto da tempo, forse da sempre.

Se Caleb Fang leggesse questa recensione, poi, rabbrividirebbe vedendo paragonare la sua famiglia a una forma artistica obsoleta e irrilevante come quella del ritratto. Il concetto di arte è un tema ricorrente tra le pagine di Wilson. Più volte i personaggi si interrogano sul fine ultimo dell'arte, su cosa sia la bellezza, sulla valenza artistica di un evento annunciato, sui bambini che uccidono l'arte e sull'arte che uccide i bambini.
E se per Oscar Wilde, tutta l'arte doveva essere assolutamente inutile, la conclusione di Caleb Fang è, invece, che tutta l'arte debba essere caos. Un caos distruttivo e prolungato nel tempo, un vortice di follia fagocitante. La famiglia Fang ci parla al cuore perché racconta di quello che crediamo sia importante nella vita, di tutte quelle scelte che pensiamo fatte con il cuore, ma che sono in realtà rappresentazione più alta dell'egotismo, dell'anteporre il bene della famiglia alla famiglia stessa. Di tutte quelle scelte che chiunque, tranne Caleb Fang, si pentirà di aver fatto.

Molto spesso la letteratura è campo di redenzione, di lieti fine e famiglie che, alla fine, trovano la loro felicità, o almeno un loro equilibrio. Ma qua, come nella vita reale, non esistono soluzioni magiche, non ci sono palcoscenici da cui scendere una volta finita la finzione, perché la vita è il teatro e molte volte, l'unica soluzione è tagliare le corde che trattengono il sipario, scendere dal proscenio e camminare senza mai voltarsi indietro.

La famiglia Fang è una storia vera nella sua incredibilità, una fonte di riflessioni e divertimento amaro. Un romanzo che nessuna famiglia infelice potrà non amare.

A cura di Angela Bernardoni

Voto: 

giovedì 14 aprile 2016

LXX Premio Strega: annunciati i 12 semifinalisti

Al via ufficiale la settantesima edizione del Premio Strega: sono stati annunciati oggi i 12 semifinalisti che si contenderanno il prestigioso riconoscimento, vagliati dal Comitato direttivo del Premio - composto da Tullio De Mauro, Giuseppe D’Avino, Valeria Della Valle, Simonetta Fiori, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Enzo Golino,Giuseppe Gori, Melania Mazzucco, Luca Serianni e Maurizio Stirpe- tra le 27 proposte degli Amici della domenica.
A questa scrematura dei partecipanti, seguirà una prima votazione che sancirà la cinquina finalista attraverso lo scrutinio di tutti i voti pervenuti, che si terrà in Casa Bellonci il 15 giugno. La proclamazione del vincitore avverrà, invece, l'8 luglio all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
La kermesse di quest'anno si avvale di una nuova sezione del premio dedicata alla lettura in fascia scolare, denominata come Premio Strega Ragazze e Ragazzi, assegnato il 6 Aprile e deciso da lettori tra i 6 e i 15 anni provenienti dalle scuole di tutta Italia. Le vincitrici sono state due: Susanna Tamaro con Salta, Bart! (Giunti) per la categoria +6 e Chiara Carminati con Fuori Fuoco (Bompiani) per quella dedicata ai ragazzi dagli 11 ai 15 anni.
Le vincitrici del Premio Strega Ragazze e Ragazzi, 
Susanna Tamaro  e Chiara Carminati, al momento della premiazione.
Il 13 Giugno verrà, invece, decretato il Premio Giovani, alla sua terza edizione, tra i 12 finalisti, assegnato da una giuria di circa quattrocento ragazze e ragazzi, di età compresa tra i 16 e i 18 anni, in rappresentanza di quaranta licei e istituti tecnici diffusi su tutto il territorio italiano e all’estero.
Il 14 maggio sarà ufficialmente presentata la cinquina finalista della seconda edizione del Premio Strega Europeo, che vuole rendere omaggio alla cultura del vecchio continente e ai suoi legami con l’Italia attraverso la premiazione di uno degli scrittori recentemente tradotti e pubblicati in Italia che hanno vinto nei Paesi di provenienza un importante riconoscimento nazionale.
La cerimonia si terrà nel Salotto Lazio (Padiglione 3, P102-R101) del Salone Internazionale del Libro (Lingotto Fiere, via Nizza 294, Torino). Per raccontare i libri e gli autori selezionati interverranno Lidia Ravera, assessore alla Cultura della Regione Lazio, Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, Maria Ida Gaeta, direttrice della Casa delle Letterature.

Ma veniamo adesso ai 12 semifinalisti: vi presentiamo qui, come di consueto, i libri che concorreranno al LXX Premio Strega.

L’uomo del futuro (Mondadori) di Eraldo Affinati
A quasi cinquant'anni dalla sua scomparsa don Lorenzo Milani, prete degli ultimi e straordinario italiano, tante volte rievocato ma spesso frainteso, non smette di interrogarci. Eraldo Affinati ne ha raccolto la sfida esistenziale, ancora aperta e drammaticamente incompiuta, ripercorrendo le strade della sua avventura breve e fulminante: Firenze, dove nacque da una ricca e colta famiglia con madre di origine ebraica, frequentò il seminario e morì fra le braccia dei suoi scolari; Milano, luogo della formazione e della fallita vocazione pittorica; Montespertoli, sullo sfondo della Gigliola, la prestigiosa villa padronale; Castiglioncello, sede delle mitiche vacanze estive; San Donato di Calenzano, che vide il giovane viceparroco in azione nella prima scuola popolare da lui fondata; Barbiana, "penitenziario ecclesiastico", in uno sperduto borgo dell'Appennino toscano, incredibile teatro della sua rivoluzione. Ma in questo libro, frutto di indagini e perlustrazioni appassionate, tese a legittimare la scrittura che ne consegue, non troveremo soltanto la storia dell'uomo con le testimonianze di chi lo frequentò. Affinati ha cercato l'eredità spirituale di don Lorenzo nelle contrade del pianeta dove alcuni educatori isolati, insieme ai loro alunni, senza sapere chi egli fosse, lo trasfigurano ogni giorno: dai maestri di villaggio, che pongono argini allo sfacelo dell'istruzione africana, ai teppisti berlinesi, frantumi della storia europea; dagli adolescenti arabi, frenetici e istintivi, agli italiani di Ellis Island, quando gli immigrati eravamo noi; dalle suore di Pechino e Benares, pronte ad accogliere i più sfortunati, ai piccoli rapinatori messicani, ai renitenti alla leva russi, ai ragazzi di Hiroshima, fino ai preti romani, che sembrano aver dimenticato, per fortuna non tutti, la severa lezione impartita dal priore.


La scuola cattolica (Rizzoli) di Edoardo Albinati
Roma, anni Settanta: un quartiere residenziale, una scuola privata. Sembra che nulla di significativo possa accadere, eppure, per ragioni misteriose, in poco tempo quel rifugio di persone rispettabili viene attraversato da una ventata di follia senza precedenti; appena lasciato il liceo, alcuni ex alunni si scoprono autori di uno dei più clamorosi crimini dell’epoca, il Delitto del Circeo. Edoardo Albinati era un loro compagno di scuola e per quarant’anni ha custodito i segreti di quella “mala educación”. Ora li racconta guardandoli come si guarda in fondo a un pozzo dove oscilla, misteriosa e deforme, la propria immagine. Da questo spunto prende vita un romanzo poderoso, che sbalordisce per l’ampiezza dei temi e la varietà di avventure grandi o minuscole: dalle canzoncine goliardiche ai pensieri più vertiginosi, dalla ricostruzione puntuale di pezzi della storia e della società italiana, alle confessioni che ognuno di noi potrebbe fare qualora gli si chiedesse: “Cosa desideravi davvero, quando eri ragazzo?”.
Adolescenza, sesso, religione e violenza; il denaro, l’amicizia, la vendetta; professori mitici, preti, teppisti, piccoli geni e psicopatici, fanciulle enigmatiche e terroristi. Mescolando personaggi veri con figure romanzesche, Albinati costruisce una narrazione potente e inarrestabile che ha il coraggio di affrontare a viso aperto i grandi quesiti della vita e del tempo, e di mostrare il rovescio delle cose. La scuola cattolica è forse il libro che mancava nella nostra cultura.

Dove troverete un altro padre come il mio (Ponte alle Grazie) di Rossana Campo
Rossana Campo, ancora una volta senza infingimenti e con lo stile dirompente e «difforme» che caratterizza la sua produzione letteraria, ma mettendosi in gioco forse più che in ogni altro suo libro, racconta qui il rapporto con Renato, il padre amatissimo e difficile scomparso di recente; o meglio con le molteplici figure, spesso contraddittorie, che Renato ha incarnato lungo tutta la sua vorticosa esistenza: il maestro di vita che fin da piccola esorta la figlia a rifuggire ogni forma di condizionamento e ipocrisia, ma anche l’irresponsabile che per niente e nessuno si separerebbe dalla sua amica più fidata: la bottiglia; l’individuo gioviale e irriducibilmente ottimista, ma anche l’attaccabrighe, dominato da una rabbia incontenibile; e ancora lo «zingaro» che non sopporta alcuna imposizione e non riconosce alcuna autorità, il contaballe prodigioso, il casinista indefesso, il terrone orgoglioso in un Nord che lo respinge… in una parola un essere infinitamente vitale e tremendamente fragile. Ne emerge un racconto, magari spudorato, ma proprio per questo di rara autenticità, della parte più profonda di sé.
  
Dalle rovine (Tunué) di Luciano Funetta
Il collezionista di serpenti Rivera, grazie a un video amatoriale, entra in contatto con l’insolita e seducente scena della pornografia d’arte. Questa esplorazione si trasforma ben presto nella discesa in un abisso popolato da figure oscure, tra le quali spicca un argentino a dir poco enigmatico: Alexandre Tapia.
Proprio attraverso la frequentazione di Tapia, Rivera scoprirà un universo di abiezioni private e catastrofi collettive, vittime invisibili e carnefici rimasti impuniti.










Le streghe di Lenzavacche (e/o) di Simona Lo Iacono
A Lenzavacche, minuscolo paese della Sicilia, vivono il piccolo Felice, la madre Rosalba e la nonna Tilde. È il 1938, e sembra non esserci posto per quel bambino disabile e vivace nell’Italia ossessionata dalla perfezione fisica esaltata dal fascismo. Felice, tuttavia - frutto di un amore appassionato della madre con un arrotino di passaggio, il Santo - riesce a vivere in pienezza nonostante i disagi fisici e l'emarginazione. Perché la sua è una famiglia speciale, di sole donne, le ultime discendenti di un gruppo di “streghe” che nel 1600 trovarono rifugio proprio a Lenzavacche dopo essere state bollate come corruttrici e istigatrici del demonio. Spose abbandonate, mogli gravide, figlie reiette, donne perseguitate che decisero di riunirsi per fronteggiare eventi difficili della vita, affratellandosi in un vincolo di solidarietà umana. Accanto a lui, oltre a queste donne piene di risorse, sostenitrici zelanti del potere benevolo delle streghe, c’è il farmacista Mussumeli, donnaiolo incallito ma benigno protettore della famiglia. E infine Mancuso, il nuovo maestro della scuola elementare, giovane e innamorato della cultura, dominato da un dolore lontano. Tutti insieme si ingegnano per escogitare metodi che possano regalare a Felice movimento, parola e indipendenza. In una Sicilia viziosa e ipocrita, dove c’è sempre qualcuno pronto a giudicare, Felice e il Maestro Mancuso diventano un simbolo di coraggio e fantasia, il segno concreto di una rinascita possibile.

La reliquia di Costantinopoli (Neri Pozza) di Paolo Malaguti
1565, Venezia. Il sole non lambisce ancora il camposanto di San Zaccaria, quando il vecchio Giovanni si cala nella tomba del chierico Gregorio Eparco, il suo antico tutore, appena riesumata dai pissegamorti in cambio di tre ducati. Non vuole trafugare la bara di legno marcio o le ossa ricoperte di lanugine e muffa. Sta cercando un libercolo. Un diario «avvolto in una pezza di tela cerata, sigillata da un nastro nero», che lui stesso, cinquant’anni prima, ha nascosto sotto la nuca del maestro, dopo aver giurato di non sfogliarlo né di farne parola con nessuno.
Il giuramento, però, ora può essere infranto, poiché le annotazioni contenute in quell’involucro sono l’unico indizio in grado di condurre ad alcune preziosissime reliquie cristiane andate perdute.
Il diario si apre nel 1452, quando Gregorio – «la barba folta e nera» e un «fisico più da rematore che da mercante» – giunge ad Adrianopoli insieme con il suo socio d’affari, l’ebreo-veneziano Malachia Bassan.
La città, strappata a Venezia dagli Ottomani un secolo prima, offre uno spettacolo raccapricciante agli occhi dei due giovani mercanti. Ventotto marinai di una galea da mercado della Serenissima, accusata di aver disubbidito agli ordini provenienti dalla fortezza di Boghaz-kesen, fatta costruire da Maometto II per controllare il traffico sul Bosforo, sono stati torturati, uccisi e lasciati alla mercé dei cani nelle pubbliche vie.
L’intento del giovane Sultano, un ragazzo di diciannove anni magro e pallido, è chiaro: offrire una dimostrazione di forza prima di cingere d’assedio la città che, per i cristiani, è la madre e la guida di tutto il mondo, l’ancella stessa del Padre: Costantinopoli, l’arca di santità che custodisce il maggior numero di reliquie cristiane.
Mentre uno sparuto esercito di genovesi, greci e veneziani tenta di respingere l’assalto dei turchi, Gregorio ha un’idea: recuperare tutti «i frammenti di Paradiso» appartenuti ai santi e disseminati nelle chiese, nei sotterranei e dentro il Grande Palazzo imperiale di Costantinopoli, per salvare in tal modo la Cristianità. Un’idea allettante anche per Malachia Bassan, nella cui mente si affaccia il pensiero che, male che vada, quelle reliquie così preziose possono pur sempre essere vendute.
Così tra imboscate, fughe ed enigmi, i due giovani mercanti si accingono all’impresa…
Con una documentazione sterminata capace di riprodurre fedelmente l’architettura di Costantinopoli cinta d’assedio dagli Ottomani e le strategie militari, le lingue, i culti e i costumi dell’epoca, Paolo Malaguti scrive un romanzo d’avventura dall’inarrestabile tensione narrativa. E ci consegna due protagonisti memorabili, figli del XV secolo: il saggio e ossequioso chierico Gregorio e l’imprevedibile ebreo Malachia.

Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) di Giordano Meacci
Nell’immaginario paese di Corsignano – tra Toscana e Umbria – la vita procede come sempre. C’è gente che lavora, donne che tradiscono i propri uomini e uomini che perdono una fortuna a carte. C’è una vecchia che ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull’altare, un avvocato canaglia, due bellissime sorelle che eccellono nell’arte della prostituzione e una bambina che rischia la morte. E c’è una comunità di cinghiali che scorrazza nei boschi circostanti. Se non fosse che uno di questi cinghiali acquista misteriosamente facoltà che trascendono la sua natura. Non solo diventa capace di elaborare pensieri degni di un essere umano, ma, esattamente come noi, diventa consapevole anche della morte. Troppo umano per essere del tutto compreso dai suoi simili e troppo bestia per non essere temuto dagli umani: «il Cinghiale che uccise Liberty Valance» si ritrova all’improvviso in una terra di nessuno che da una parte lo getta nella solitudine ma dall’altra gli dà la capacità di accedere ai segreti di Corsignano, leggendo nel cuore dei suoi abitanti. Giordano Meacci scrive un romanzo bellissimo, commovente, appassionante, che racconta l’eterno mistero dei nostri sentimenti e lo fa grazie all’antico espediente di trattare le bestie come uomini e gli uomini come una tra le molte specie viventi sulla Terra.

L’addio (Giunti) di Antonio Moresco
Il mondo dei vivi e quello dei morti sono vicini, comunicanti, e si assomigliano tanto: sono entrambi fittamente popolati, con città piene di grattacieli e di quartieri in rapida espansione. Solo la luce è diversa. E c'è un'altra cosa, che però nessuno sa dire: quale dei due mondi venga prima. Il protagonista di questo romanzo si chiama D'Arco ed è uno sbirro morto, pieno di dolore e di furore. È stato chiamato a compiere una missione impossibile. Deve tornare nel mondo dei vivi, nel quale fu ucciso, per fermare un massacro di vittime innocenti. Ma se il male viene prima, come potrà D'Arco invertire la spirale.









Conforme alla gloria (Voland) di Demetrio Paolin
Amburgo, 1985. Rudolf Wollmer fa il sindacalista, ha una moglie, un figlio adolescente e l’incubo di un padre scomodo, una ex SS che morendo gli ha lasciato in eredità la casa di famiglia. Deciso a sbarazzarsene subito, ritrova, tra gli oggetti del vecchio, un quadro intitolato La gloria. L’immagine è minacciosa ma nasconde un segreto ancora più terrificante. Nel tempo, la vicenda di Rudolf e del quadro si intreccia con quella di Enea Fergnani ‒ ex prigioniero a Mauthausen sfuggito allo sterminio del lager grazie alla sua abilità artistica e proprietario di un negozio di tatuaggi a Torino ‒ e della giovane modella Ana… Un romanzo sorprendente, dallo stile intenso e nitido, che è anche una riflessioni sul rapporto tra vittima e carnefice, su quale sia il confine tra umano e disumano.






La figlia sbagliata (Frassinelli) di Raffaella Romagnolo
Un sabato sera come tanti in una cittadina della provincia italiana. La tv sintonizzata su uno show televisivo, nel lavandino i piatti da lavare. Un infarto fulminante uccide il settantenne Pietro Polizzi, ma Ines Banchero, sua moglie da oltre quarant'anni, non fa ciò che ci si aspetta da lei: non chiede aiuto, non avverte amici e famigliari, non si preoccupa di seppellire l'uomo con cui ha condiviso l'esistenza. Comincia così un viaggio dentro la vita di una coppia normale: un figlio maschio, una figlia femmina, un appartamento decoroso, le vacanze al mare, la televisione e la Settimana Enigmistica. Ma è una normalità imposta e bugiarda, che per quarantacinque anni, per una vita, ha nascosto e silenziato rancori, rimpianti, rimorsi e traumi. E mentre giorno dopo giorno la morte si impadronisce della scena, il confine fra normalità e follia si fa labile.





Se avessero (Garzanti) di Vittorio Sermonti
Una mattina di maggio del 1945 tre (o quattro) partigiani si presentano col mitra sullo stomaco in un villino zona Fiera di Milano alla caccia d'un ufficiale della Repubblica Sociale (o forse di tre), lo scovano, segue un ampio scambio di vedute, e se ne vanno. Da questo aneddoto domestico, sincronizzato bene o male ai grandi eventi della Storia, si dipanano settant'anni di ricordi di un fratello quindicenne, confusi ma puntigliosi, affidati come sono agli «intermittenti soprusi della memoria»: il nero-sangue e il gelo della guerra, la triste farsa di sognarsi eroe, poi il «passaggio dalla parte del nemico» (iscrizione al PCI), e poi ancora un titubante far parte per se stesso; e il rapporto di reciproca protezione con il padre fascista; e la famiglia «feudale» della strana mamma; ma anche una collana di amori malriposti, le letture, il teatro, la musica, il calcio, gli amici. Testa e cuore però non fanno che tornare a quella mattina di maggio, a quell'ipotesi sospesa, a quell'eccidio mancato.
Così, nel tentativo di fare i conti con i propri fantasmi, Vittorio Sermonti ci regala un libro sconcertante, tracciato nella forma di una lunga canzone d'amore per un tu che ha smascherato molti di quei fantasmi del “narrator narrato”, e gli dà ancora la voglia di vivere: un libro che è anche la cronaca minuziosa di un Paese e di un interminabile dopoguerra, e, spesso mimando pensieri, lessico e voce d'un ragazzino d'antan, ci fa riflettere sulla tragica e ridicola ricerca di noi stessi che ci affligge giorno per giorno, uno per uno: «non contiamo niente, perché ognuno conta purtroppo tutto».

La sumera (Fazi) di Valentino Zeichen
Un giorno dopo l’altro, senza grandezze né tragedie, Ivo, Mario e Paolo consumano quel che resta delle loro giovanili inquietudini in una Roma sonnacchiosa e sempre più indifferente. I tre amici si muovono in uno spazio privilegiato, tra la via Flaminia e la Galleria d’Arte Moderna, passando le loro giornate fra minimi spostamenti, pedinamenti di donne, amori impossibili. Sono tre «vecchi ragazzi» scioperati, un po’ come i vitelloni felliniani, che vivono, anzi vivacchiano, nella capitale, «contemporanei al proprio passato». La ricerca di un centro che appare introvabile rivela la fatica di crescere e di cambiare in una realtà alla quale sembra difficile aderire: così il fallimento di Mario diventa lo specchio del fallimento di Ivo e insieme sembrano portare verso un’unica sconfitta, quella di un’intera generazione cresciuta nel segno della marginalità esistenziale. La deriva pare arrestarsi solo davanti a una donna senza nome, che i tre si contenderanno in un balletto quasi moraviano.
In questo romanzo poetico e scanzonato, dal fondo potentemente tragico, Valentino Zeichen ricostruisce con dolente ironia l’itinerario degli anni perduti dei protagonisti, che raggiunge talvolta esiti di irresistibile comicità illuminando quel vuoto così caratteristico delle loro vite come dei nostri tempi.




lunedì 9 settembre 2013

Recensione: Cate, io di Matteo Cellini, vincitore Campiello opera prima 2013


Cate, io - Matteo Cellini
Caterina è un’adolescente e vive in un paesino di provincia, Urbania. La sua vita si divide tra liceo e famiglia, come quella di una diciassettenne qualsiasi. Cate però non è come gli altri: è obesa, come tutti i suoi familiari. Una vita di discriminazioni le ha insegnato che il mondo è diviso in “persone” e “non-persone”, a seconda della taglia. Caterina è una “non-persona” che fa uno sforzo sovrumano ogni volta che esce di casa. Il coraggio che sfodera per camminare in pubblico la trasforma in una supereroina: “Cater-pillar”, “Super-Cate”, “Cate-ciccia”; una tutina stretta su un corpo enorme, ingombrante e ridicolo è il segno della sua diversità. 
Convinta che il mondo dei “normali” sia ostile per natura agli obesi, Cate usa tutta la sua intelligenza per anticipare e neutralizzare le cattiverie che gli altri sicuramente le rivolgeranno. Due persone tentano di forzare la solitudine di Caterina: la sua professoressa d’italiano, amica e complice nell’amore per la letteratura, e Anna, compagna di classe a cui Cate ha impietosamente rifilato il nomignolo “annoievole”. Ma c’è dell’altro a terrorizzare Caterina: l’imminente 17 dicembre, giorno del suo diciottesimo compleanno, simbolico giro di boa e passaggio dalla gabbia confortevole della famiglia a un’emancipazione bramata e insieme spaventosa.
Editore: Fazi
Pagine: 216
Prezzo: 16.00 euro


Voto: 


Caterina, per tutti Cate, ha a malapena diciotto anni, ma sa già fin troppo bene come il mondo possa essere crudele. Tutti, nella sua famiglia – lei compresa – sono obesi, e perciò regolarmente soggetti a limitazioni e discriminazioni. Gli unici modi che Cate trova per sopravvivere alla vita scolastica sono cucirsi addosso un alone di isolamento autoimposto, il benvolere della prof. di italiano e soprattutto la promessa di un avvenire migliore all'università, dove verrà giudicata per quello che vale e non per quanto pesa. Ma prima di arrivare a questo traguardo la nostra dovrà superare diversi scogli, sia esterni che soprattutto interni, che si presentano sotto la forma di una banale festa di compleanno...

Si possono dire tante cose della trama ideata da Matteo Cellini, ma non, purtroppo, che sia originale. Protagonista giovane con un qualcosa che la rende una specie di reietta – in questo caso l'obesità – ma allo stesso tempo talentuosa e intelligente, con tanto di insegnante che fa “il tifo” per lei. Lo stesso si può dire della composizione della sua famiglia: madre iperprotettiva, padre che prova ma non riesce a manifestare i suoi sentimenti, fratello maggiore dalla vita misteriosa, fratellino alla ricerca della sua identità, una nonna sorprendentemente perspicace.
Tutti ingredienti già visti, è inutile negarlo: sono sicura che voi, leggendo queste righe, avrete già trovato chissà quante opere con queste caratteristiche. Ma non ci dilungheremo sui punti di somiglianza con questo e quel romanzo. Perché anche una trama già sentita può funzionare, se l'autore riesce a gestirla, e per fortuna questo è il nostro caso. Cellini sceglie di affidare la narrazione alla stessa Cate, un personaggio dalla voce ben riconoscibile; e già qui si dà una patina nuova a questa vecchia idea (e non è scontato). Inoltre, i pochi colpi di scena – quelli concessi da questo genere di trama, si intende – sono dosati con cura, dando alla narrazione un ritmo né troppo veloce né troppo lento.

Senza mezzi termini possiamo dire che la carta vincente del romanzo sia proprio lei, Caterina. La sua personalità, infatti, è assolutamente credibile e scandagliata nei minimi dettagli. Le sue sconsolate riflessioni sull'obesità e su come la società la rendano un problema non solo di salute, quanto più che altro di estetica ci fanno capire di trovarci di fronte ad una ragazza acuta e soprattutto dalla grande sensibilità – anche se lei non lo ammetterebbe mai. Questo la porta a mascherare la sua carenza di autostima – il fatto che si ritenga una “nonpersona” la dice lunga – con un atteggiamento ai limiti della scontrosità, mostrandosi estremamente disillusa sulla condizione sua e di quella della famiglia. Forse persino troppo. E l'autore non ne nasconde i difetti caratteriali solo in virtù del fatto che è la protagonista, al contrario li fa diventare spunti narrativi e li mette in discussione. Naturalmente, come ogni romanzo di formazione che si rispetta, il lieto fine è dietro l'angolo, ma è bello vedere come si arrivi a questo risultato.

L'introspezione psicologica degli altri personaggi è pesantemente condizionata dalla percezione che ha di loro la protagonista, ma non è un difetto, anzi. Spesso si creano delle discrepanze – volute – tra come li vede Cate e cosa fanno durante la narrazione: le due cose si completano a vicenda, evitando così di creare personaggi bidimensionali. Un ottimo esempio potrebbe essere Anna, una dei pochi compagni di scuola che è amichevole nei suoi confronti. Perché? Per la nostra è senza dubbio per pietà; per il lettore, invece, dietro potrebbe “persino” esserci del genuino affetto. Anche il resto del cast, chi più chi meno, ha una buona caratterizzazione, dovuta principalmente al crescere della consapevolezza di Caterina su di loro, come dimostrano Gionata, suo fratello maggiore, ed ancor più il padre. A onor del vero non sempre questo metodo funziona, e alle volte si vede la mano di Cellini che dall'alto dirige i personaggi secondo le indicazioni della trama: è il caso della prof. di italiano, che compie una scelta per niente coerente con il suo carattere, ma necessaria per l'economia della storia. In generale, comunque, il quadro è positivo.

Lo stile di Matteo Cellini è elaborato per essere un romanzo d'esordio. E' piuttosto duttile, si affida molto alla lunghezza della frase e alla sua impaginazione per convogliare le sensazioni di Caterina. Inoltre – cosa ahimè niente affatto scontata – vengono usati anche segni di punteggiatura diversi dagli onnipresenti punti e virgole. Come tutte le cose, però, c'è il rovescio della medaglia: la presenza abbondante di espressioni un po' troppo forti che vogliono chiaramente suscitare la meraviglia del lettore; tuttavia non sempre riescono nell'intento. Se teniamo conto del fatto che a narrare è una diciottenne, infatti, queste sembrano poco credibili ed artefatte. Parti come “il caffè macchia di un odore forte l’aria come un cane dalmata” o “sono una crepa sui loro calici di birra, una crepa preoccupante sui loro digestivi” avrebbero potuto e dovuto essere limate in fase di editing o quantomeno riadattate alla voce narrante. Questi, comunque, sono gli unici momenti in cui si nota la mano dell'autore in sede di scrittura e non del personaggio.

Pur non aggiungendo niente di realmente nuovo, “Cate, io” è un romanzo che ha molto da dire, considerando anche che è la prima opera di Cellini, che rielabora in maniera personale e sentita una trama già testata da molti altri. E, mi si permetta di aggiungere, che dipinge una figura di giovane realistica, a cui è facile credere e rapportarsi, che non vuole tanto esporre una morale – per quanto ben presente – quanto, semplicemente, raccontare una storia. Cosa purtroppo non scontata nel nostro panorama letterario, dove la narrativa per adolescenti alle volte appare troppo didascalica e “mirata” a veicolare un determinato messaggio più o meno condivisibile. Come dimostrano anche i successi letterari del romanzo, vincitore del premio Campiello ed entrato nella selezione dello Strega di quest'anno, Matteo Cellini è senza dubbio un autore “da tenere d'occhio”.   




Motivazione premio Campiello opera prima: 

"Opera di forte maturità e di elegante felicità stilistica, racconta con leggerezza la condizione di sofferenza propria di chi, diciottenne e smisuratamente obesa, si trova a fare i conti non solo con se stessa e il proprio fisico, ma anche con una famiglia di autentici "eroi della dismisura". Il racconto si sviluppa nel segno d'una tenera, amabile, sorridente autoironia proprio grazie allo spirito combattivo di Cate, tanto da farne uno "stile di sopravvivenza""


Matteo Cellini 
è nato a Urbino nel 1978, vive a Urbania e insegna lettere in una scuola media. Cate, io è il suo primo romanzo.

mercoledì 5 giugno 2013

Anteprima: I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout





Esce il 6 giugno (domani), per Fazi, I ragazzi Burgess (pp. 448 - euro 18,50) della scrittrice americana Elizabeth Strout, già vincitrice nel 2009 del Premio Pulitzer per la narrativa con Olive Kitteridge (edito sempre da Fazi e vincitore anche del Premio Bancarella nel 2010), romanzo familiare in racconti ambientato nel Maine. The Burgess Boys, questo il titolo originale del volume, raggiunge quasi le quattro stelle su Goodreads e si preannuncia un titolo da mettere nella propria wishlist per i mesi di magra estivi. Anche questa volta la Strout si sofferma sulla complessità delle relazioni e dei legami familiari che ci segnano per sempre ovunque ci rifugiamo: così succede ai fratelli Jim, Bob e Susan Burgess, divisi dalla morte accidentale del padre avvenuta anni prima e costretti a riavvicinarsi per un evento fortuito che porterà al risveglio degli antichi attriti mai sedati. La storia, divisa in quattro parti, ci viene presentata dalle voci di personaggi diversi e, solo riunendo i vari punti di vista come in un puzzle, arriviamo ad avere una percezione completa della trama. Rispetto ai romanzi precedenti, ne I ragazzi Burgess Elizabeth Strout si fa via via più complessa e raffinata ma non smette mai di stupirci e di illuminarci su ogni aspetto saliente della vita, arrivando a creare dei personaggi che, vista la sua cristallina bravura nell'introspezione psicologica, sembrano quasi uscire dalla pagina e stringerci la mano con tutti i loro problemi, le loro ansie e i loro segreti.

I ragazzi Burgess – Elizabeth Strout
I fratelli Burgess sono nati a Shirley Falls, nel Maine, ma sono passati decenni da quando Jim e Bob si sono trasferiti a New York, mentre la sorella Susan è rimasta lì dove sono cresciuti. Fu la morte accidentale del padre a sconvolgere la vita familiare e a sospingere i due fratelli lontano da casa. Jim è il fratello di successo, socio di un grande studio con un appartamento di lusso nel cuore della Brooklyn elegante, a Park Slope. Anche Bob è avvocato, ma di tutt’altro calibro, vive in una casa senza pretese e da qualche tempo Pam, la moglie, lo ha lasciato. E Susan, la sorella che da ragazza non dava mai nell’occhio, quella meno interessante, la gemella irascibile che ora si ritrova con un figlio di diciannove anni introverso e senza un marito. E dato che le famiglie spezzate dalle intemperie degli affetti sanno ritrovarsi quando capita un evento eccezionale, è a causa di una bravata di Zach, il figlio di Susan, che i tre si riavvicinano. L’emergenza fa rianimare il legame di sangue, ma non dà tregua agli antichi conflitti, che riemergono scomposti, disordinati, molesti e finiscono per cambiare la loro vita per sempre. Un romanzo corale, una storia di legami familiari e di amore fraterno in cui Elizabeth Strout dà vita a due poderosi protagonisti di grande umanità le cui sconfitte e trionfi appartengono a tutti noi.

«Elizabeth Strout scrive romanzi a tutto tondo, romanzi alla vecchia maniera eppure nuovi, romanzi corposi, classici, avvolgenti».
Paolo Giordano, Corriere della Sera

«Un romanzo giocato con pazienza e intelligenza da scacchista su parole e situazioni sospese, non dette né raccontate mai scopertamente, sempre alluse o allusive, che solo a squarci, in minuscole sfolgoranti epifanie, vengono condivise con qualcuno (il lettore, magari) in intima complicità».
Ruggero Bianchi, TuttoLibri


Elizabeth Strout
Elizabeth Strout è nata a Portland (Maine) nel 1956. Oltre che di Olive Kitteridge, con cui ha vinto numerosi premi sui quali spicca il premio Pulitzer nel 2009, che l’ha consacrata nel pantheon dei maggiori scrittori americani contemporanei, è autrice di Amy e Isabelle (Fazi Editore 2000, nuova edizione 2010 con l’introduzione di Valeria Parrella) e Resta con me (Fazi Editore 2010). Vive a New York.

giovedì 3 gennaio 2013

Recensione: Incarceron di Catherine Fisher

Incarceron - Catherine Fisher
Incarceron è una prigione avvenieristica e invisibile, dove i discendenti dei prigionieri originari vivono in un mondo oscuro scosso da rivalità e violenze. È un incrocio di inquietanti tecnologie, un edificio vivente, un Grande Fratello vendicativo e sempre in guardia, corredato di camere di tortura, sotterranei e passaggi segreti. In questo luogo un giovane prigioniero, Finn, ha delle visioni della sua vita precedente e non riesce a convincersi di essere nato e cresciuto lì. Nel mondo esterno Claudia, figlia del direttore di Incarceron, è intrappolata in un altro tipo di prigione - un universo tecnologico ma costruito con meticolosa cura affinché appaia come un'epoca antica - dove la attende un matrimonio combinato con un ricco playboy che lei odia. Ma arriverà un momento in cui Claudia e Finn, contemporaneamente, troveranno un oggetto, una chiave di cristallo, attraverso la quale potranno parlarsi. E allora sarà solo questione di tempo prima che i due mondi, finora separati dagli spessi muri di Incarceron, entrino in contatto...
Editore: Fazi
Collana: Lain
Data di Pubblicazione: Ottobre 2012
Pagine: 374


A cura di Giulia

Voto: 




"Chi può sondare l'immensità di Incarceron?"
Ecco la domanda con cui la Fisher apre il suo romanzo distopico rivolto al giovane pubblico, edito in Italia dalla Fazi. Una domanda per i lettori, per se stessa e per i protagonisti del libro che vivono dentro Incarceron, una prigione enorme -quasi senza confini- dalla quale nessuno può entrare e nessuno può uscire. Solo una figura mitica e leggendaria, Sapphique, si narra che sia riuscita ad uscire da Incarceron. 
Il romanzo ruota tra la vita di Claudia e quella di Finn, che ad un tratto si incontreranno e diverranno indispensabili l'uno per la salvezza dell'altro. Claudia è la figlia del guardiano di Incarceron ed è costretta a sposare il figlio sfaticato della regina, Finn invece vive dentro la prigione, ma sente di non essere nato lì dentro a causa di visioni, forse ricordi, che a volte lo assalgono. Due chiavi di cristallo con un'aquila coronata al centro metteranno in contatto Claudia e Finn, unendo, anzi riunendo, i loro destini.

Dilemma centrale sotteso in ogni angolo del libro è l'incertezza di dove alberghi il male e se sia possibile allontanarlo dall'animo umano. Su questo punto la Fisher torna più volte e sembra che ci voglia spingere ad una riflessione: il male nasce con l'uomo a prescindere dalla società in cui vive o è il mondo corrotto a suscitarlo? 

Forse questa analisi è troppo profonda ed è un ultimo tentativo di trovare un qualche significato in questo romanzo: è un ragionamento, infatti, su cui mi sono soffermata e che potrebbe essere il punto di partenza per rivalutare, almeno in questo, il testo. In fondo, basta creare una mega prigione in cui stipare tutti i criminali e qualche saggio che li rieduchi al bene per cancellare il male? 

Secondo la nostra autrice non è sufficiente. Il male non è controllabile e rinasce sia nella prigione -ideata con lo scopo di realizzare un mondo utopico privo di influssi maligni- sia nel mondo reale che, per volere della regina,  deve far finta di essere fermo ad un'era tecnologicamente limitata, così che il progresso non possa turbare gli equilibri del regno. E sono proprio queste caratteristiche a creare un'associazione tra la prigione e il mondo reale, il quale non differisce di molto dalla natura coercitiva di una reclusione.

Una prigionia che Claudia sente da quando era piccola e che la soffoca nel sontuoso palazzo dove, circondata da servitori e accontentata in ogni capriccio, suo unico amico è il precettore, fedele ascoltatore e quasi padre per lei. È una protagonista come tante: ha un rapporto difficile col genitore, che la porta a gioire nel farlo arrabbiare, ma anche ad averne paura. Nasconde il desiderio di essere amata, è destinata a sposare il fratello cattivo del principe di cui era innamorata ed è la classica ragazzina ricca e scontenta di ciò che ha, che deve ribellarsi ad ogni costo. A questa piatta protagonista, che suscita una certa antipatia, si accosta un Finn altrettanto banale e inconsistente

È lui l'unico che, grazie alle visioni, potrebbe riuscire ad uscire da Incarceron: nessuna dote o talento particolare, solo un'assoluta indifferenza nei confronti della propria vita e di quella degli altri, caratteristica che potrebbe essere scambiata per coraggio ma che io definirei più che altro incuria della propria sopravvivenza. Il suo unico legame affettivo è con Keiro, fratello acquisito e spalla destra nella comunità degli Scum -balordi che attaccano e saccheggiano tutto ciò che incontrano e vivono senza alcuna legge, sotto il controllo del più potente. Ma lo stesso Finn si chiede se il loro vincolo sia reale o un semplice obbligo dettato dalle circostanze. 

Figura interessante e che si distanzia un po' dagli altri personaggi è quella della schiava-cane, Attia, una ragazza che seguirà Finn e lo proteggerà per ringraziarlo di averla salvata dagli Scum. Sembra essere l'unica a conservare un briciolo di umanità e calore nel cuore, pur essendo nella situazione peggiore poiché considerata meno di uno schiavo. La sua presenza esplicita quanto il progetto iniziale di rieducazione al bene sia fallito o, meglio, non si sia sviluppato come previsto e sia stato quasi auto-sovvertito. Infatti la riformazione dei prigionieri non ha portato a niente di buono e col passare del tempo la vita dentro la prigione è diventata sempre più terribile e oscura. 

Ognuno dentro Incarceron ha la consapevolezza di essere osservato e seguito in ogni mossa: la prigione è uguale agli occhi del Grande Fratello di Orwell, registra ovunque ogni piccolo movimento. Incarceron diventa  essa  stessa  personaggio  e  la  sua  personificazione  è  presente  sin  dalle  prime  pagine, quando Finn lotta per cercare di capire come sfuggire al suo sguardo e le parla. La prigione risponderà e mostrerà la propria dimensione umana e la propria solitudine, che la porta a desiderare ciò che agognano i suoi stessi prigionieri: conoscere il mondo esterno. Perciò colei che tiene reclusi tutti -entità senziente che non potrà però mai realizzare la propria ambizione, essendo priva di qualsiasi elemento che la renda umana- condivide con loro la stessa sete di conoscenza, e proprio a causa questo punto debole cede e si mostra nella propria natura ai suoi figli: i prigionieri nascono dalle sue viscere, poiché tutto viene assorbito e riutilizzato -soprattutto la materia organica che ormai scarseggia, al punto che la maggior parte di loro è composta anche da una parte non organica. La capacità di Incarceron di riportare in vita ciò che non serviva più è un modo per controllare ancora più da vicino le proprie creazioni senza lasciare vie di fuga a nessuno. 

La Fisher mette insieme tanti personaggi caratterizzati da una propria storia e personalità, e cerca di farli incontrare e confrontare. Purtroppo non ci riesce,  poiché ognuno rimane intrappolato nel suo punto di vista e anche chi, come Attia, cerca di aprire il proprio cuore a chi l'ha aiutata, rimarrà schiva e distaccata con gli altri prigionieri. Tutto questo, unito alla prevedibilità della trama e agli stereotipi incarnati dai personaggi, porta ad un'ulteriore svalutazione del romanzo.
Devo ammettere di aver letto il romanzo abbastanza velocemente e non di certo grazie alle qualità del libro, che risulta una delle tante storielle che ci hanno abituato a propinarci. Le ultime cento pagine, molto intuibili già dalla seconda parte del testo, accentuano l'antipatia nei confronti di Claudia e, per chi come me ha provato una leggera simpatia per Attia, infastidiscono doppiamente.

Spero solo che il  sequel si arricchisca con qualche colpo  di scena  che rinnovi la  trama  abbondantemente scontata,  e  che  la  Fisher  riesca  a  smentire  le  mie  supposizioni  sull'evidenza  del  contenuto  di Sapphique.

Ultima riflessione: se il libro, che notoriamente è migliore di ogni sua rappresentazione cinematografica, si presenta così scialbo, cosa ne sarà del film?

lunedì 12 novembre 2012

Recensione: Il giocattolaio di Stefano Pastor e intervista all’autore


Il giocattolaio - Stefano Pastor
Non si sa molto del passato di Massimo, il bambino di 11 anni appena arrivato nel Quartiere. Accolto in casa dello zio, alcolizzato e violento, Massimo ha subito l'impressione di essere precipitato all'inferno. Ma il male, quello vero, non si annida tra le mura domestiche. C'è qualcosa, infatti, nel Quartiere; un'energia malefica che si sente sulla pelle, che s'intuisce ma non si vede tra i palazzoni abbandonati e le vie semideserte di quest'area suburbana depressa e grigia, dove diversi bambini sono recentemente spariti senza lasciare traccia. La paura del mostro scivola sulle coscienze degli adulti, arroccati nella loro irriducibile distanza rispetto al mondo dell'infanzia. Soltanto Peter, il gentile titolare di un banco di pegni zeppo soprattutto di giocattoli, sembra in grado di colmare quella distanza e di comunicare davvero con i desideri e le paure dei bambini. Quando il cadavere di uno di questi viene rinvenuto con i segni di orribili torture, i sospetti si concentrano sul giocattolaio. Massimo si rende conto che il prossimo a sparire sarà proprio lui, è la vittima perfetta, quella designata. Nessuno è in grado di aiutarlo, nessuno è in grado di impedire che si compia il suo destino. Nessun adulto, almeno. Ne "Il giocattolaio", romanzo d'esordio di Stefano Pastor, la presenza del male s'insinua nella frattura tra il mondo dei grandi e quello dei piccoli, nutrendosi dei sogni agitati dell'infanzia, per poi balzare nella realtà e diventare qualcosa di concreto, tangibile.


Editore: Fazi Editore
Pagine: 397 pagine 
Formato: rilegato 
Prezzo: € 9,90

Voto: 


A cura di Giulia Gugliotta 

Il giocattolaio di Stefano Pastor, scrittore e musicista, è una recente pubblicazione della Fazi Editore. Pastor nasce a Ventimiglia e per diversi anni si occupa del commercio di musica e film, la sua carriera da scrittore si apre con la vittoria del Premio Letterario Città di Ventimiglia con il libro Holiday. Pubblica altri romanzi di diverso genere, thtiller, fantascienza, horror, avventura e nel 2010 vince anche il Premio Le Fenici con il libro L’intervista.
La storia de Il giocattolaio ruota intorno ad un quartiere morto, pieno di palazzi abbandonati, nei quali i bambini giocano incuriositi. Massimo, appena arrivato nel quartiere, è l’unico che non riesce a giocare in quei luoghi e non riesce a non avere paura, perché lui ne ha sempre avuta. Malgrado sei bambini siano scomparsi dal quartiere, nessuno li cerca, gli adulti dicono che sono scappati perché sono ragazzi difficili.  Ritrovato il cadavere torturato di uno dei bambini, le accuse si concentrano su un inusuale abitante del quartiere, “il giocattolaio”.

La vicenda si sviluppa in nove giorni e prima dell’epilogo si protrae per qualche settimana. Questa scelta riesce a proiettare il lettore all’interno delle vite dei personaggi, facendolo vivere insieme a loro giorno dopo giorno. Ognuno viene raccontato attraverso la prospettiva di più personaggi, in modo da avere una visione completa delle vicende che accadono uno stesso giorno. Coinvolge con un ritmo incalzante e coinvolgente non soffermandosi troppo sui particolari, senza però lasciare zone d'ombra nella trama, che si rivela un thriller con un lieto fine quasi fiabesco. Adotta uno stile lineare con frasi brevi e semplici, che dà spazio ai dialoghi per dire ciò che è meno importante, la verità o i sentimenti spesso non sono espressi ad alta voce. Poco convincente il finale che non è molto realistico e lascia una sorta di disorientamento rispetto la concretezza del mondo circostante. Riesce molto bene Pastor a far appassionare alle vite di questi protagonisti bambini, tra i quali spicca  la figura del giocattolaio che non lo è più ma che ne ha mantenuto l'animo. Una persona innocua di cui poter approfittare, così lo vedono tutti quelli del quartiere, tranne Mina, una ragazzina troppo sveglia per la sua età che lo considera più di un amico e che ha capito quale sia la sua vera natura. Dopo il ritrovamento del cadavere di uno dei bambini scomparsi queste considerazioni cambiano: “il giocattolaio” sembra essere l'unico che sia giusto accusare per questo assassinio.

Il quartiere desolato dove si svolge la narrazione, anche se in via di totale abbandono è pieno di bambini che si nascondono tra i palazzi in rovina e fanno di questi posti tetri dei luoghi di gioco, come il “fortino” di Grillo e i suoi amici, in realtà una vecchia fabbrica abbandonata. Il mondo dei bambini, con i loro giochi e le loro paure, è in totale antitesi e conflitto con quello degli adulti. I primi cercano di instaurare un contatto con quei grandi tanto diversi da loro, ma risulta tutto inutile, per loro sono troppo impegnativi per occuparsene. Proprio per questo la scomparsa di alcuni bambini non suscita alcun timore tra gli adulti, per loro è un peso in meno dover pensare ai propri figli. L’unica figura di contatto tra questi due mondi è quella del “giocattolaio”, l’unico che cerchi di ascoltare e giocare con i bambini, ma allo stesso tempo, è l’unico su cui ricade ogni sospetto della loro scomparsa.

Il giocattolaio è un libro pieno di colpi di scena e di suspense, elementi tipici della scrittura di Pastor, ma allo stesso tempo vi sono percorsi di crescita e riflessioni da parte dei personaggi che aiutano lo stesso lettore a ragionare e a porsi delle domande sul proprio modo di essere. Mina, una dei protagonisti, cambia profondamente il suo modo di vivere e di essere nel corso della storia a causa o grazie alle situazione che deve affrontare. Ci aiuta a pensare come si cambi senza neanche accorgersene e si diventi qualcuno che non si riconosce più, ma i sentimenti più ingenui e le persone meno probabili aiutano Mina a ritrovare la propria innocenza di giovane ragazza. Infine proprio quei bambini, ritenuti superflui dai propri genitori, mostrano maturità e coraggio, affrontano la vita qualsiasi cosa li aspetti, al contrario degli adulti che continuano a sbagliare e a perdere ciò che è importante senza neanche accorgersene.
 

Interview with...

Stefano Pastor



Buonasera Stefano e benvenuto su Dusty Pages in Wonderland e grazie per aver accettato l'intervista. Può parlarci brevemente di se stesso e presentarsi ai lettori?
Buonasera a voi, vi ringrazio per questa opportunità. Su di me non c’è molto da dire, sono arrivato alla letteratura piuttosto tardi, a cinquant’anni suonati, l’ho fatto solo per divertirmi, poi ci ho preso gusto e… le cose si sono evolute da sole, la passione è diventata qualcosa di più serio. Nella vita mi sono occupato per vent’anni di commercio di musica e film, ma è un’attività che adesso ho abbandonato. Il mio sogno è di riuscire a mantenermi solo con i libri che scrivo.

Ha iniziato la sua carriera all'interno del mondo della musica, cosa l'ha spinta ad iniziare a scrivere?
È una passione molto antica, fin da quando andavo al liceo. Se allora l’ho abbandonata perché ero convinto di non essere in grado di mettere su carta le mie storie, in tempi più recenti ci ho riprovato, spinto da un’amica, senza alcuna velleità di essere pubblicato, solo per me stesso. Scrivere è risultato molto più facile di quanto pensassi e da allora non ho mai smesso.

Ogni suo libro coniuga al proprio interno diversi generi di romanzo, così anche Il giocattolaio. In che genere inserirebbe questo libro e da dove nasce questa necessità?
Tutti i miei libri incorporano più generi, o forse sarebbe meglio dire che non sono facilmente inseribili in un genere specifico. Fa parte di un bisogno innato di essere il meno prevedibile possibile e di riuscire a sorprendere il lettore, spero in modo positivo. Il giocattolaio è una fiaba dei nostri giorni, e come ogni fiaba che si rispetti è piena di suspence e ha una componente horror. È anche fortemente immersa nel background sociale della nostra epoca, anche questo fattore essenziale di ogni buona fiaba. Rispecchia la vita ma celebra la fantasia. Questi sono tratti comuni di molti dei miei libri.

In questo romanzo sembra netta la divisione tra mondo dei bambini e degli adulti, questa separazione rispecchia la sua visione del mondo?
Decisamente sì. Senza giungere agli estremi dei miei romanzi, sono comunque convinto che il mondo dei giovani e quello degli adulti sia nettamente separato e sia molto difficile creare un ponte tra queste due realtà. Gli adulti dimenticano facilmente di essere stati bambini e i bambini si rifiutano di accettare che gli adulti sono bambini cresciuti. Questo è forse l'ordine naturale delle cose, ma anche fonte di conflitti a volte insanabili.

Il personaggio del giocattolaio, tramite tra questi due mondi, è stato effettivamente costruito come un Peter Pan dei giorni nostri?
Come ogni bambino, Peter ha una fragilità innata unita a una forza inestinguibile. È lui il ponte tra i due mondi, il bambino che è stato costretto a crescere ma che non ha mai scordato ciò che era. L’infiltrato, un bambino travestito da adulto in un mondo di adulti, che finge di essere quello che non è. Anche se si è rifiutato di crescere non riesce però ad avere la spensieratezza di un Peter Pan, perché non ha la sua Neverland in cui essere felice. Ma farà di tutto per crearsela.

Ci parli di Mina, l'adolescente cresciuta troppo presto e, a parer mio, personaggio tra i più affascinanti.
Mina è il cuore del libro, ancor più di Peter. In un certo senso Mina è proprio il suo opposto: la bambina che ha scelto di crescere anzitempo e diventare adulta. È stata una scelta cosciente, nella convinzione che da adulta avrebbe avuto mezzi che a una bambina sarebbero mancati. Una scelta che si rivela errata, perché anche in questo caso l’apparenza è tutto, a occhi estranei sembrerà sempre una bambina. Nella sua solitudine, in parte scelta e in parte no, Mina ha coltivato una grande empatia verso bambini più sfortunati di lei. Come un supereroe vorrebbe aiutarli, salvarli tutti, ma la sua esistenza è costellata di fallimenti. Da ciò deriva la rabbia violenta che la divora. Mina è un personaggio che si svela poco a poco, nel corso del libro, mostrando una forte carica umana di cui all’inizio sembrava carente.

Cosa l'ha spinta a terminare questo romanzo con un finale quasi fiabesco?
Ho voluto un finale fiabesco proprio perché questo libro è stato concepito come una fiaba. Anche se nella stesura e ancor più nelle revisioni la componente thriller-horror è diventata dominante, questo libro è stato ispirato da fiabe come Pollicino e Hansel & Gretel. Storie antiche, accomunate dalla stessa base di partenza: bambini abbandonati nel bosco dai genitori sono costretti a combattere contro mostri per salvare la loro vita. Quello che mi ha sempre irritato di queste fiabe e che in entrambi i casi i bambini, sconfitti i malvagi, trovano un tesoro e subito lo portano da mamma e papà, perché così i genitori non saranno più costretti ad abbandonarli di nuovo. Ecco, a me questo lieto fine ha sempre fatto storcere il naso. Certi genitori non meritano un’altra possibilità, specie quando sono recidivi. Se un bambino è costretto a lottare contro il male da solo, allora ha diritto di decidere della propria vita. Il finale del mio libro è forse fiabesco, magari sembrerà esagerato a più di un lettore, però è fortemente voluto. E a ben guardare non è neanche tanto dolce come può sembrare, ma ha un fondo di amaro.

La famiglia, con la sua assenza e i suoi problemi, è al centro di questo romanzo. Cos'è per lei?
La famiglia è di vitale importanza, per la crescita di un bambino, ma ai nostri giorni è sempre più assente. Se da un lato è oppressiva e nel timore di perderlo non lo lascia neppure respirare, dell’altro tende a delegare a estranei i compiti più essenziali. Istitutori e nonni hanno sostituito quasi completamente i genitori, assenti giustificati. Sempre più “la famiglia” vengono a essere gli amici, quelli che contano davvero, che ci sono quando si ha bisogno. Sempre più i genitori diventano fantasmi irraggiungibili. Il fatto che nel mio libro tutte le famiglie presentate siano disfunzionali non implica che ciò avvenga anche nella realtà. Anche se quelli che mostro sono casi estremi, ciò non toglie che il problema esiste veramente.

Una piccola curiosità. Ha avuto una maestra alle elementari un po' troppo severa a cui si è ispirato?
La mia maestra alle elementari è stata… una suora! E devo dire che l’adoravo. Una persona fantastica, di cui ancora ricordo il nome: Suor Celina. Giuro di non essermi ispirato a lei, del resto tutti i miei personaggi sono sempre immaginari.

Grazie per la collaborazione e la aspettiamo presto su Dusty Pages in Wonderland con un suo nuovo libro.
Grazie a voi, e speriamo di tornare molto presto. Un saluto a tutti.

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