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venerdì 17 ottobre 2014

La primavera culturale a Palermo: la biblioteca itinerante di Pietro Tramonte e BOOQ



Palermo sta vivendo una primavera culturale.
La frase è forse azzardata, e manifesta, devo ammetterlo, una certa ingenuità. 
Eppure chi è abituato all'apatia culturale di questa città avrà notato dei timidi tentativi di cambiamento. Non parliamo soltanto di Una marina di libri, la fiera dell'editoria indipendente organizzata da quattro anni dalla Navarra Editore. Non soltanto delle innumerevoli e lodevoli iniziative di Modus Vivendi, la libreria che da anni porta a Palermo scrittori nazionali e internazionali, dando vita a presentazioni, reading e gruppi di lettura. E nemmeno delle Nuove pratiche fest che affolleranno i Cantieri Culturali della Zisa nei giorni 17 e 18 ottobre, con workshop e tavole rotonde incentrate sul dibattito culturale, né de Le vie dei tesori che apre la città ai visitatori, né della Repubblica delle Idee che sarà ospitata al Teatro Massimo tra sabato 18 e domenica 19. Non parliamo del fatto che per la prima volta a Palermo (la cui candidatura a capitale europea della cultura è stata meritatamente bocciata) è difficile scegliere a quale evento partecipare, colti dall'imbarazzo di una concomitanza di incontri molto numerosi e di pari livello. 
Parliamo piuttosto di realtà che prendono spazio lentamente e che stanno cambiando l'immagine stessa di Palermo. Realtà che non si trovano esposte tra le vie luminose del centro, ma nei vicoli più stretti, nelle piazze più nascoste del centro storico. Realtà che partono dall'umile iniziativa di cittadini che attuano, da soli, dei veri e propri tentativi di rivoluzione culturale.


Pietro Tramonte
Pietro Tramonte, ex ragioniere ora in pensione, è uno di questi. Poeta "estemporaneo", decide di coronare il
sogno di una vita aprendo una biblioteca itinerante a Piazza Monte S. Rosalia, nei pressi di Via Roma. 
L'operazione non è banale, perché Tramonte propone quello che in questa città ha un suono esotico e decisamente lontano dal linguaggio comune: bookcrossing. 
Inoltrandosi tra le tipiche viuzze che i palermitani ben conoscono, si paleserà all'improvviso un vicolo costeggiato di scaffali pieni di libri. Gran parte delle persone che vi entrano hanno la stessa sensazione: quella di entrare in un mondo incantato, dominato da una pace fuori dal comune  salvo le intrusioni delle canzoni neo-melodiche a tutto volume dei vicini  e proprio alle spalle di una delle strade più trafficate della città. 
Nella sua biblioteca all'aperto, dove circa venticinquemila volumi sono disposti in ordine di genere, è possibile trovare davvero di tutto. E basta cedere i propri libri vecchi per averne in cambio altri, sotto lo sguardo benevolo del proprietario che in questo modo svolge anche un'operazione fondamentale: introduce i libri in un contesto in cui mancano completamente e in cui, invece, ci sarebbe massimo bisogno.

«Se un ragazzino qui intorno mi chiede il dizionario per il compito a scuola, cosa dovrei fare? Non darglielo? E se il giorno dopo sostiene di averlo perso, non dovrei forse lasciare correre?», mi racconta. 
Tramonte si è perfettamente inserito in questo angolo della città che sembra averlo accolto con un'apparente indifferenza, riuscendo a far parlare di sé tramite il passaparola e un articolo pubblicato qualche tempo fa su Repubblica. Affabilità e grande cortesia attirano una "clientela" («sono ospiti») variegata, composta da amici che lo definiscono un "garibaldino"  ma Tramonte tiene sempre a precisare le proprie origini normanne, evidenti dal fenotipo  e lettori che sentono la mancanza di un luogo di raccoglimento in città, nonostante il proprietario lo definisca solo una goccia nell'oceano. Ha anche le idee ben chiare sul futuro del libro: con una disinvoltura che ho notato soltanto nelle generazioni più avanti negli anni  piuttosto che nella mia  mi spiega che il libro, in questo momento, si trova in un periodo di agonia prima del trapasso positivo al formato digitale. La scomparsa del cartaceo, insomma, non lo preoccupa, pur essendogli profondamente affezionato.


Ingresso di Booq
Ma un'altra giovanissima realtà è quella di Booq, una delle più sorprendenti. Un gruppo di appassionati ha deciso di sfruttare dei locali del centro storico di proprietà del comune, fatiscenti e abbandonati a loro stessi, e di rimetterli in sesto per trasformarli in una biblioteca. Ed ecco Booq, la biblio-officina occupata di quartiere, che fa della sua momentanea precarietà il baluardo della protesta contro la decadenza  anche estetica  della città. Booq è un locale che ha ancora bisogno di essere sistemato, ma una delle sue stanze comprende settemila volumi di tutti i tipi  dai fumetti alla saggistica  e risulta agevole per la lettura e lo studio: è aperta infatti lunedì, mercoledì, giovedì e domenica.
E Booq non si limita a questo, rendendosi protagonista di grandi eventi culturali, uno dei quali svoltosi ieri: la presentazione de L'armata dei sonnambuli in compagnia degli autori Wu Ming 2 e Wu Ming 4  rispettivamente Giovanni Cattabriga e Federico Guglielmi  e di Franco Berardi, critico vivace della produzione del collettivo.
L'incontro, che ha riunito almeno un centinaio di lettori, si è snodato per due ore in una piazza a pochi metri dalla biblioteca. Con nient'altro che alcune sedie e un sistema di amplificazione, Booq ha realizzato un evento fortemente interessante e significativo, dimostrando che la cultura può nascere anche in un luogo sterile e manomesso o in una piazza comune del centro storico. L'intento è proprio quello di riappropriarsi della città agendo autonomamente in un quadro lassista e inefficiente, con scarsa fiducia nelle istituzioni  a cui non si vuole chiedere nulla.

L'evento dei Wu Ming è stato il primo dei tre che fanno parte della rassegna Booquinista  dal nome deibouquinistes, venditori di libri che si collocavano lungo la Senna sin dal XVII secolo  e sarà seguito dall'incontro con Nicola Lagioia domenica 19 ottobre alle 20.30 (l'autore sarà presente anche la mattina da Modus Vivendi alle ore 11.00, in via Quintino Sella) e da quello con Francesco Maino, autore di Cartongesso, giorno 21 ottobre alle 20.30.

La riflessione sulla necessità di azioni forti e al limite della legalità per riabilitare spazi che dovrebbero essere restituiti ai palermitani dal Comune, e non certo dagli stessi concittadini, non manca. E il Comune ha anzi ben saputo "minacciare" l'esistenza di booq, inviando agenti della polizia municipale per identificare gli occupanti.
Ma forse, giustamente, sembra al momento impegnato in emergenze ben maggiori che far sgomberare uno spazio culturale  e totalmente gratuito  al servizio dei palermitani. Booq avrà lunga vita, se Leoluca Orlando saprà dimostrare che "il sindaco lo sa fare".



domenica 12 ottobre 2014

Le serie tv sono la nuova letteratura



Per il quarto anno consecutivo, l'Italia registra una flessione del numero dei lettori. Si tratta di percentuali inferiori al 43% rilevato lo scorso anno, grazie alla quale ci posizioniamo secondi in Europa, dopo la Grecia, per “analfabetismo culturale”. Definisco infatti la crisi dell'editoria nient'altro che questo: il totale disinteresse per l'ambito culturale in tutte le sue forme. Libri, teatro e arte, canali tradizionali dell'espressione culturale, si avviano verso un inesorabile declino, e la cultura trova nuovi sbocchi sostanziali. E quindi, se gli italiani sembrano voler reprimere i settori sopracitati, solo uno di questi sfugge alla mannaia implacabile del loro giudizio: le serie tv, che meritatamente possono rientrare nella definizione di “cultura” intesa nella sua eccezione più estesa.

La sottoscritta fa fatica ad inquadrare le fiction nell'ambito strettamente culturale – un po' come mettere il David di Michelangelo e Game of Thrones nello stesso contenitore – ma è inutile negare che le serie tv siano ormai l'espressione più significativa dei nostri tempi, "ree" - lo dico ironicamente - di star lasciando morire tutte quelle su cui, nei secoli, si è costruito il mondo occidentale.
E non solo loro: videogiochi dagli elevati livelli per contenuti e grafica, altamente partecipativi e coinvolgenti, invogliano a stare davanti allo schermo più che a un noioso libro. Ma anche nel campo dei videogames è stato registrato un calo di titoli significativi, spesso accompagnato da un innalzamento della facile giocabilità: meno il gioco è difficile, più sarà popolare. Ed è nell'accessibilità, a mio avviso, la chiave di volta della sostituzione del prodotto-libro al prodotto-serie tv.

Parlare di sostituzione è, ovviamente, precoce. I dati sulla lettura sono parziali e non indicano quale, in realtà, sia stata la destinazione del tempo di quegli ex lettori scomparsi dalle percentuali. Probabilmente lettori deboli che, se prima leggiucchiavano, adesso hanno totalmente smesso, avendo trovato un modo migliore di impiegare il tempo: social network? Format televisivi? Serie tv?

Il modo in cui gli italiani impiegano il tempo libero, mi dicono, è marginale. Ognuno preferisce fare una cosa diversa dall'altro, con motivazioni ogni volta differenti. E invece io penso che lo studio del tempo libero dei nostri connazionali sia un elemento di vitale importanza per carpirne la forma mentis. Per capire quale sarà la società di domani, una società, sono totalmente convinta, che sarà priva di romanzi, priva di arte grafica, priva di opera, ma ricca di serie tv. La domanda è: cosa cambia in una società che ha trovato la sua espressione preferenziale nella serie tv – espressione che raggiunge livelli molto alti, ma che sostituisce l'immagine al logos, su cui abbiamo costruito più di duemila anni di storia?

Probabilmente non cambierà niente, o forse cambierà tutto.
Cambierà l'utilizzo della lingua, sempre più improntata sulla dialogicità e sui termini di uso comune. A questo proposito, non va sottovalutata la letterarietà di alcune serie tv – faccio un esempio: Criminal Minds tende a proporre aforismi colti di grandi scrittori o pensatori – e i livelli complessi di lettura che solo un background culturale approfondito riesce a cogliere in pieno.
Accessibilità, quindi, solo nella forma, ma non sempre nei contenuti: eppure la forma – l'immagine e il video, anziché la partecipazione impegnata nella decodificazione del linguaggio richiesta dai libri – è sufficiente per soppiantare – parlo sempre in termini apocalittici – una millenaria cultura basata sulla parola scritta, che comunque è più giovane di quella orale, a cui sembra vogliamo tornare.

A chi attribuire il merito (o il demerito) di questo cambiamento?
La risposta sembra scontata: le nuove tecnologie, improntate sulla velocità, richiedono tempi veloci, contenuti multimediali, slogan brevi e d'effetto, molte immagini, poche parole, poca libertà di opinione – i famosi 160 caratteri di Twitter – e gli stessi blog, prima frequentatissimi, hanno ora lasciato spazio a Facebook, dove l'interazione è più immediata.

La seconda motivazione potrebbe dipendere da un fattore ancestrale: l'intrattenimento. Abbiamo innata la ricerca dello storytelling, attraverso cui si dovrebbero veicolare messaggi importanti e spunto di riflessioni. È questo che fanno alcune serie tv, ed è questo che è successo, nel campo dei libri, fino a pochi decenni fa, prima che la sopraffazione dell'intrattenimento - che questa volta fa riferimento a quello becero, goliardico e poco intelligente - avesse la meglio. Prima che l'editoria rinunciasse a educare il lettore e a saziarlo di contenuti vacui e prima che si formasse quello che Giancarlo Ferretti definisce “l'apparato”: la marcata divisione e la progressiva prevalenza dei dirigenti-manager e del marketing sui letterati-editori. I libri hanno smesso di sembrare tali e hanno cominciato a somigliare a telefilm di quart'ordine. Nonostante i prodotti mediocri siano sempre esistiti, la differenza sta nel fatto che sono diventati prerogativa dell'editoria al fine di allargare una fetta di pubblico che adesso, per la sua indifferenza, sta facendo affondare tutto il settore. Un lettore diseducato, o educato solo alla mediocrità, difficilmente pretende di meglio e rinuncia, altrettanto facilmente, a un passatempo che può sostituire con qualcosa di più semplice.

Giangiacomo Feltrinelli diceva che “il grado di civiltà del nostro paese dipenderà anche, e in larga misura, da cosa, anche nel campo della letteratura di consumo, gli italiani avranno letto”. La letteratura di consumo offerta dall'editoria ha creato una società indifferente al libro.
In questo senso, le serie tv potrebbero addirittura salvare la letteratura. Trasposta in un canale più immediato, mantenendo quasi le stesse prerogative del romanzo – riflessione su tematiche etiche e sociali, intrattenimento intelligente – la letteratura sopravviverebbe in un'altra forma, una forma che il mercato librario non può più garantire.

Con buona pace dei nostri volumi polverosi, degli ebook, e dello spazio lasciato all'immaginazione.




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