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mercoledì 22 giugno 2016

Una Marina di Libri 2016: l'edizione dell'Orto è la migliore di sempre


Tra il 9 e il 12 Giugno si è tenuta a Palermo Una Marina di Libri, festival dell'editoria indipendente promosso dalle case editrici Navarra Editore e Sellerio e dal Centro Commerciale Naturale Piazza Marina & Dintorni. Giunta alla sua settima edizione, la manifestazione suscita un grande fermento nel panorama cittadino, grazie al suo carattere universale che coinvolge grandi e piccini alla scoperta della magia del libro. Quest'anno sono state tante le novità, a partire dalla location: per la prima volta, Una Marina di Libri è approdata all'Orto botanico, simbolo della bellezza del nostro territorio e della sua accoglienza - in esso sono ospitate piante provenienti da tutto il mondo -, vero e proprio museo a cielo aperto che si è trasformato in un perfetto scenario per le ottanta case editrici indipendenti presenti. Lontani dalla ben nota formula di disposizione circolare alla quale eravamo abituati dalle ultime edizioni allo Steri, alla Storia Patriae e alla GAM, gli stand dei vari editori hanno "invaso" la zona retrostante il Gymnasium e la navata centrale dell'orto, fino a circondare la famosa vasca delle ninfee.
Seminari, presentazioni, reading, mostre, spettacoli e dibattiti si sono susseguiti nelle varie sale e sfruttando i simboli dell'Orto all'esterno, come lo spazio vicino al ficus magnolioide. Tra gli eventi ai quali ho partecipato con molto interesse ci sono stati la presentazione di Caffè Amaro di Simonetta Agnello Hornby (Feltrinelli), scrittrice che apprezzo moltissimo e che non smette mai di ammaliarmi con la sua grande eloquenza, e l'intramontabile umorismo di Guido Catalano. Da standing ovation la performance di Roberto Soldatini, che ha intervallato il racconto di come è nato il libro Sinfonie Mediterranee (Nutrimenti) con dei brani di Bach suonati al violoncello e con una lettura musicata di Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne.

Ma parliamo dei libri esposti al festival. Tra quelli che hanno attirato la mia attenzione, menzione d'onore alla Tunué con le proposte di narrativa e graphic novel per grandi e piccini. Uno dei volumi più interessanti tra quelli esposti è il racconto illustrato della vita di Gabriel Garcia Marquez, ossia Gabo. Memorie di una vita magica di Pantoja, Bustos, Camargo, Córdoba e Naranj.

Altro stand che mi ha colpito è stato quello di Quodlibet, con proposte di narrativa e saggistica davvero particolari. Tra i libri che vi segnalo, un romanzo poco conosciuto di Fëdor Dostoevskij, Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti, e una raccolta di racconti di Gianni Celati divisa nei volumi Costumi degli italiani 1. Un eroe moderno e Costumi degli italiani 2. Il benessere arriva in casa Pucci.


L'Orma Editore mi ha stupito con proposte raffinate, tra le quali spiccano Il gatto Murr di E.T.A Hoffman, nella splendida edizione rilegata che è entrata subito nella mia wishlist, e Storie Assassine di Bernard Quiriny, racconti dell'assurdo da tener sicuramente in libreria.

In ultimo vi segnalo L'uomo che aveva sete di Hubert Mingarelli che, insieme a Il mistero del mare di Bram Stoker, rappresentano due piccoli gioielli del catalogo Nutrimenti.

Non dimentichiamo le altre case editrici che hanno partecipato, tra le quali non posso non citare Minimum Fax, Iperborea, Navarra, Sellerio, Voland, Corrimano, Glifo, Gorilla, Il Palindromo, Kalos, Nottetempo e Qanat - devo ammettere che sono quelle che mi hanno tenuto incollata agli stand nel tempo che passava tra una presentazione e l'altra.

Vorrei sottolineare un pensiero che mi ha attraversato mentre mi trovavo ospite della Marina: per quanto ci sembri assurdo, la cultura resta uno dei fondamentali cardini che muove la nostra società, e ciò è stato ampiamente dimostrato dalla forte affluenza a tutte le ore del giorno da parte degli avventori. Con enorme piacere, ho visto che gli eventi che hanno destato interesse, oltre alla presenza di Francesco De Gregori e Roberto Lipari, sono stati i reading dedicati agli autori scomparsi, in ordine l'omaggio ad Umberto Eco di Gianfranco Marrone e Gigi Borruso, l'apprezzatissimo ritratto di Emilio Salgari di Michele Mari e la lettura di Virginia Woolf di Paolo Briguglia e Sara Scarafia.

Ben organizzata e, soprattutto, dedicata a tutte le età, è stata la migliore Marina di Libri di sempre. Un auspicio portato alla voce da tutti i visitatori è stato quello di conservare anche per l'anno prossimo la splendida location dell'Orto Botanico, simbolo di intreccio in germoglio tra cultura e natura che non smette mai di fiorire se trattato con le dovute cautele.


venerdì 10 giugno 2016

Piccola guida di scrittura per dilettanti




La scrittura è l'ignoto. Prima di scrivere non si sa niente di ciò che si sta per scrivere e in piena lucidità.
Writing, Marguerite Duras

In un paese dove nessuno legge, tutti vogliono scrivere. E se siete degli attenti lettori, o se producete voi stessi contenuti – romanzi, articoli o liste della spesa –, non vi sarà sfuggita la goffagine di questo incipit, che potrebbe persino degenerare. Si potrebbe aggiungere, ad esempio, la definizione di “goffagine” riportata sul dizionario: “L’essere, il mostrarsi goffo: g. di modi, di movimenti; non riesce a vincere la sua goffaggine”. E, per chiudere in bellezza, una disquisizione come “cosa è la goffagine, se non l'inclinazione a disvelare la verace natura di un umano turbamento?” potrebbe uccidere definitivamente la possibilità che esca qualcosa di buono dalle nostre nobili intenzioni.

Scrivere è un atto masochistico. Richiede freddezza, rigore logico, concentrazione, chiarezza, tempo, autocritica, costanza, umiltà e abilità linguistiche leggermente sopra la media. In definitiva, uno sforzo tale da non giustificare forse il supplizio. Scrivere è difficile e snervante, certe volte addirittura doloroso e, a meno che non siate Cortazar che scrisse Rayuela di getto, esige preparazione e studio. Non guasta qualche nozione di comunicazione, soprattutto in ambito “social” dove le competenze non dovrebbero essere inferiori a quelle dei blogger e degli aspiranti scrittori.
Chi non ha confidenza con il foglio bianco, con le parole che si inceppano e con un'insicurezza mai troppo prudente spesso si lancia nella scrittura con risultati indesiderabili. Di solito non è consapevole di essere un dilettante, malgrado lo stile sia rimasto immutato dai tempi del tema in classe – quello dove prendeva otto, proprio quello.

Per recuperare l'esempio iniziale, il dilettante comincia l'articolo con una citazione. Ispirato dall'ultima serie tv mainstream, dal verso di una canzone o da una frase di Oscar Wilde, lascia che le parole scorrano in libertà, portavoce di un sentire comune che rasenta la banalità. Infatti, primo strumento di cui dotarsi per iniziare a scrivere è il senso critico – che non dovrebbe mancare a un buon lettore. Secondo, più in generale, la volontà di trascendere il facile commento da bar o da social network, e questo non sembri un monito scontato: il tempo che il lettore sta sprecando nell'approcciare il vostro testo va ripagato. Se è probabile che quel che state scrivendo passi già per la testa della maggior parte della popolazione, fermatevi: non è un contributo necessario. Informatevi. Mettetevi in discussione. Cercate in profondità. Leggete un libro in più, un saggio in più, un articolo in più e, soprattutto, come accennato, non fatevi ambasciatori di concetti che ritenete universali (stereotipi di genere di cui andate fieri, ad esempio, a meno che non stiate facendo ironia) dimostrando così di non possedere il senso della realtà.
(Piccola parentesi: il ruolo delle lettura, se non sono stata abbastanza esplicita, è fondamentale. La qualità e la quantità dei libri letti influisce inevitabilmente sulla caratura della scrittura e, anche se la prima è senza dubbio più importante della seconda, il numero dovrebbe aggirarsi intorno ai trenta all'anno, ma meglio se dai cinquanta in su.)

L'urgenza della scrittura va quindi ridimensionata dalla capacità di guardarsi con occhi esterni e di accantonare in parte il proprio ego. Dall'assenza di argomenti dipende poi la tendenza del dilettante a rimestare più volte gli stessi contenuti, espressi negli stessi termini in articoli lunghi e pieni di luoghi comuni. Il pericolo è insito anche nelle formule utilizzate: il dilettante, appunto, cita il dizionario perché non saprebbe come cominciare altrimenti; utilizza le domande retoriche e le ripetizioni a effetto per rendere il tono della prosa enfatico, toccante, genuino – anche se l'artificio è sin troppo palese –, sfociando però in un patetismo ricercato che lui crede un pregio, ma che relega il testo al rango di Studio Aperto o, al peggio, di Massimo Gramellini. Ad accentuare questo effetto, il dilettante assume un registro quasi aulico e iperaggettivato con cui invoca giustizia, fratellanza e, perché no, la pace nel mondo, che in un altro contesto gli farebbe vincere lo scettro di Miss Universo. Il dilettante, poi, fa un uso personale della punteggiatura, spezza le frasi in modo da creare suspense, ama i puntini di sospensione.

È facile intuire come questo omologhi lo stile a quello di tanti altri, sebbene il dilettante pensi che il suo sia unico – anche se non si cura di rileggere, di cancellare le ripetizioni e gli errori di grammatica/battitura.
Al di là di queste imprecisioni, che possono essere risolte aprendo un manuale, l'intervento di un editor è necessario: per evitare le sbavature, per correggere la sintassi e per confutare passaggi che l'autore, seguendo il proprio filo, dà per scontati, ma che risultano non esserlo. Tanto più che la scrittura è un'attività liquida e stratificata su cui è possibile intervenire all'infinito anche dopo aver messo il punto, dato che è sempre perfettibile e, oltre ad aver bisogno di ritmo, richiede un largo ventaglio di sinonimi.
Uno stile prolisso, che tende a girare intorno ai concetti o a essere sovrabbondante, deve poi applicare strenuamente la prima regola dell'editing: tagliare tutto il tagliabile. A volte non serve molto per snellire un testo verboso e pretenzioso.
(Sì, anche questo post, come tutti quelli che scrivo, è soggetto a revisione – ciao, Ale.)

Se non disponete di un editor, il tempo dedicato alla scrittura va decuplicato e speso nella rilettura attenta, magari a distanza di qualche giorno dalla prima stesura. Prima di questo, avrete già impiegato ore per:
- Trovare l'idea;
- Fare ricerche, se necessario;
- Prendere appunti;
- Fissare gli spunti principali e sviluppare il concept;
- Stendere il post o l'articolo.
Di solito l'ultima fase è la più complessa, e non è detto che avere una certa dimistichezza con la scrittura aiuti ad accelerare il processo. Lo facilitano il rigore, senz'altro, una tecnica collaudata e l'assenza di distrazioni: è pleonastico dire che un'attività come questa ha bisogno di pace, quindi trovare un luogo adatto e solitario contribuisce molto alla riuscita del pezzo, così come l'isolamento da Facebook e Whatsapp.
A ogni modo, anche se non c'è una formula prestabilita, uscire dal limbo del dilettante non è un'utopia. Il rischio di conformarsi a uno stile o a un contenuto mediocre può essere evitato acquisendo i corretti strumenti critici: attraverso lo studio attento delle tipologie testuali che ci interessano e, soprattutto, grazie all' esercizio quotidiano e a una lettura costante e instancabile.

Nota personale:

- Scrivere per me è sempre stato difficile, uno sforzo che mi lascia prosciugata e insoddisfatta. Avendo poi scritto poco per il blog negli ultimi tempi, riprendere in mano la penna mi è costato qualche crisi (perché, come abbiamo detto, la scrittura è una creatura che va nutrita giorno per giorno, e quando smetti di praticarla ti dà l'impressione di aver disimparato. Tra l'altro, io vado molto spedita con le recensioni, ma niente affatto con gli articoli). Quando il caso mi sembra disperato, comunque, lascio stare il pc e inizio a scrivere a mano su un blocco note di fogli bianchi. Questo mi ricollega a una dimensione più intima e mi riporta a un tempo in cui non avevo tante pretese da me stessa. Di solito, riesco a scrivere meglio.

- Prima di andare a vivere da sola preferivo scrivere la notte, quando c'era silenzio e potevo raccogliere i pensieri – l'unico problema era il sonno che bussava alla porta, spesso nelle vesti di mia madre.
Adesso invece che posso farlo in qualunque momento mi rendo conto di quanto sia importante un ambiente privato per sviluppare le idee e dare loro una forma.

- Ho letto con sollievo che anche Annamaria Testa non scrive velocemente e che, tra l'altro, usa il mio stesso metodo: pensare a lungo alla frase. Scriverla. Leggerla. Riscriverla. Rileggerla. Moltiplicato per cento.
Grazie a questo sistema avanguardistico ho compilato la tesi al ritmo di una pagina al giorno. Ma, ehi, era una signora tesi.

lunedì 6 giugno 2016

L’odissea dell'integrazione: esempi letterari di esclusione sociale

A cura di Tonino Mangano

Alla luce degli ultimi eventi di cronaca che riguardano il panorama internazionale, ma che hanno ripercussioni anche e soprattutto nelle politiche interne degli Stati europei, possiamo affermare con certezza che uno dei temi principali con cui si apre il primo ventennio del XXI secolo, già dall’infausto 2001, è quello delle migrazioni di popolazioni.
Spinte da condizioni di povertà o dalla guerra, migliaia di persone si ammassano sulle frontiere degli Stati più ricchi per cercare di riprendere in mano le fila di vite distrutte. Il viaggio di vere e proprie nazioni in fuga, che perdono la sicurezza del territorio (elemento identitario di un popolo), termina con l' arresto improvviso sui confini nazionali di chi opera scelte, giustificate o meno, pur di salvaguardarsi da quella che molti definiscono “invasione”. Il risultato degli ostacoli che vengono posti alla libera circolazione di queste masse di migranti produce un fenomeno di ghettizzazione.

Le situazioni che si vengono a creare (solo per certi versi dinamiche senza precedenti) non sono prodotti originali del nostro secolo, ma affondano le loro radici in tradizioni purtroppo ben consolidate nella storia europea.
Il fenomeno della ghettizzazione di masse umane è una costante nelle persecuzioni operate dai governi contro le minoranze ritenute scomode.
Uno degli esempi più conosciuti è sicuramente l’annosa questione ebraica. A parte gli ovvi riferimenti alla storia contemporanea della persecuzione antisemita hitleriana, il popolo israelita è stato da sempre vittima della pratica della ghettizzazione. Caso noto, risalente al Basso Medioevo, è la persecuzione a seguito della Grande Peste, dilagata in Europa nel 1348, con il suo primo focolaio sulle rive del Mar Nero. Agli ebrei venne imputato il crimine di diffondere la peste, come precursori dei manzoniani untori. Altra data ben conosciuta è il 1492, che segnò l’espulsione e la persecuzione degli ebrei in Spagna, con decreto regio dei sovrani di Castiglia e Aragona, Isabella e Fernando. Un esempio spagnolo che è stato già riportato nel testo riguardante il racconto picaresco è il Lazarillo de Tormes (1543) in cui si annoverano gli ebrei come parte della popolazione oppressa e discriminata. Anche nell’Età d’Oro inglese, però, sembrano verificarsi esempi di ghettizzazione che viene sostenuta non solo dalle istituzioni, ma soprattutto dalle classi popolari. L’emigrazione ebraica in Inghilterra prese vita nel corso di molti secoli, dal 1066 (Alto Medioevo, periodo di Crociate in Medio Oriente) fino al 1655. Fin dal 1066, gli ebrei furono vittime di soprusi e discriminazioni da parte degli anglosassoni. A suffragio di ciò, si può ricordare che nel 1217 vennero costretti a indossare dei distintivi gialli per essere riconosciuti dal resto della “popolazione civile”
Inoltre, non appena i banchieri italiani assunsero una maggiore influenza finanziaria nell’economia inglese, i banchieri ebrei si videro sottrarre sempre più larghe fette di mercato, a tal punto che molti furono costretti a dichiarare bancarotta, a essere ghettizzati ed espulsi dalla Gran Bretagna. Sarà solo nel 1655 che gli ebrei verranno riammessi in Inghilterra, con un decreto emesso da Oliver Cromwell. Un esempio letterario di come anche gli autori inglesi non fossero immuni dall’antisemitismo dirompente nella società inglese del XVI secolo si palesa con Christopher Marlowe e il suo L’ebreo di Malta (1589), una farsa mordace che colpisce lo stereotipo dell’ebreo cupido di ricchezze.

Informazioni preziose sul sentimento comune provato dagli inglesi nei confronti degli ebrei nella seconda metà del Cinquecento ci derivano dal Bardo di Avon, l’immortale Shakespeare. In uno dei suoi lavori teatrali, Il Mercante di Venezia (1596), il Bardo mette in scena quanti più stereotipi sociali dell’epoca, mostrando Shylock (il mercante di Venezia, per l’appunto) come un perfido calcolatore egocentrico, che preferisce sacrificare persino la felicità della figlia pur di perseguire il proprio profitto. Ma la critica letteraria rimane sempre molto dubbiosa sulle caratteristiche psicologiche da attribuire al personaggio del banchiere ebreo. Indubbiamente Shylock dimostra la sua natura perfida, ma il comportamento, a parere di molti, può configurarsi come risposta quanto mai legittima alla discriminazione di cui viene fatto vittima dalla controparte cristiana. Antonio, uno dei protagonisti della pièce, è infatti uno di quei cristiani che non hanno timore di affermare apertamente l'odio verso gli ebrei in quanto ebrei, senza altri motivi che giustifichino l’astio nei loro confronti. Anche in questo caso, Shakespeare si dimostra geniale come lo ricorda la letteratura: tramite battute  pronunciate da coloro che riempiono i propri gesti e parole di grazia, amore e carità, il Bardo osserva come non sempre queste virtù vengano dimostrate e applicate appieno dai cristiani nel momento in cui devono interfacciarsi con individui di diversa cultura e religione.

La storia meno nota della ghettizzazione e delle discriminazioni antisemite si snoda nel corso del tempo e in aree forse poco conosciute e analizzate nelle nostre scuole. 
Nell’arcipelago di etnie che dà vita all’Europa Orientale, soprattutto le politiche sovietiche avevano istituito i famosi pogrom. I programmi di integrazione sostenuti dall’Impero Ottomano si limitavano a costituire dei millet, delle sacche etniche in cui ogni popolazione godeva di determinati diritti e di una certa autonomia, sempre sotto l’egida delle autorità ottomane. È in riferimento alle zone più periferiche che i risultati di integrazione e relazione tra le diverse etnie si fanno più difficili da analizzare. 
A soccorrere la ricostruzione storica qui presentata, contribuiscono in modo provvidenziale autori come il Nobel Isaac B. Singer o anche il contemporaneo Jonathan Safran Foer. Una delle opere più conosciute di Singer è sicuramente Gimpel l’Idiota, una raccolta di racconti ambientati in Polonia e sul confine sudorientale della stessa, o anche in America, dove famiglie ebree emigrarono dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. In questa serie di racconti si mischiano in modo sapiente elementi fiabeschi che affondano le radici nella letteratura sacra talmudica o nelle superstizioni popolari dei gruppi yiddish. Dal punto di vista letterario, è molto interessante notare come ricorrano dei personaggi stereotipati della cultura umoristica yiddish: lo schlemiel (il corrispettivo dell’italiano “scemo del villaggio”), lo shnorrer (mendicante), il luftmensch (il sognatore), lo schadchen (il sensale che organizza i matrimoni e che molto spesso è il risolutore delle controversie o è la causa scatenante dei problemi dei protagonisti). 
Per quanto queste nozioni siano utili per riscoprire e studiare lo sviluppo della letteratura umoristica nelle varie culture – anche in quelle che vengono troppo genericamente giudicate austere per antonomasia –, l’opera di Singer, in alcuni passi, ci permette di scavare a fondo non soltanto nella sensibilità e nell’umanità delle popolazioni ebraiche emigrate in Europa (in questo caso gli ashkenaziti), ma dispensa delle prove storiche inconfutabili. Le informazioni di prima mano che riceviamo dal testimone diretto, quale è l’autore che ha vissuto in Polonia durante la sua giovinezza e per parte della maturità, ci regalano esempi di discriminazione a cui furono soggetti gli ebrei dell’Europa dell’Est. I pogrom non costituirono solo un elemento di disordine sociale e intolleranza, ma causarono anche una rottura che portò alla suddivisione di intere città in zone adibite ai civili e ghetti abitati dagli ebrei. 

Da qui nacque la forma di aggregazione ashkenazita dello shtetl (trad. dallo yiddish: villaggio), in cui si svolgevano le attività quotidiane, ma anche tutte le funzioni di amministrazione della comunità ebraica da parte dei rabbini. Il centro di questi villaggi diveniva la sinagoga, fulcro della vita religiosa e politica delle comunità. A dare una visione poetica, struggente e altrettanto chiara della vita che si conduceva negli shtetl e nei ghetti, contribuisce il primo romanzo di Jonathan Safran Foer, noto al vasto pubblico per la sua trasposizione cinematografica omonima: Ogni cosa è illuminata. In questo libro procedono parallelamente la storia del viaggio dell’autore e delle sue due guide in Ucraina e la saga familiare che Jonathan ricostruisce, ambientata nel villaggio di Trachimbrod, sul confine ucraino-polacco, raso al suolo dalle truppe naziste.
È nel corso delle due narrazioni che emerge il tema della memoria mistificata con accenni di antisemitismo delle culture slave. Per quanto riguarda la ricostruzione storica e romanzata degli antenati di Foer, elemento di rilievo è la cultura quasi cameratesca degli ebrei, che si stringono in una organizzazione sociale basata sul mutuo soccorso e su un margine piuttosto labile di autogoverno, sebbene i dissapori non manchino all’interno della stessa comunità. 
La divisione di Trachimbrod in zona ucraina e zona ebraica è un esempio di come gli ebrei venissero mal visti dai loro concittadini ucraini. Sarà lo stesso Safran-protagonista a sottolineare come molti ebrei non sopportassero quell’atmosfera di tensione e oppressione tanto che, all’arrivo dei nazisti, molti pensavano che le loro condizioni di vita fossero addirittura migliorate rispetto ai tempi precedenti. La storia però diede prove ben diverse della tolleranza importata dai tedeschi. Alcune battute del co-protagonista di Ogni cosa è illuminata, il traduttore ucraino Alexander Pechov, lasciano intendere come anche agli inizi degli anni Novanta si avvertiva ancora una certa ritrosia nei rapporti con gli ebrei e i loro discendenti emigrati in America, poi ritornati in Ucraina per visitare i luoghi legati al contesto della Shoah. Una certa inconsapevolezza storica potrebbe anche rivelarsi dalla citazione seguente, vergata dallo stesso Alex Pechov: 

Il Babbo lavora per un’agenzia dei viaggi che si chiama Viaggi Tradizione. È fatta per gli ebrei come l’eroe, che ambiscono a venire via da quel nobile territorio, l’America, e visitare umili cittadine in Polonia e Ucraina. L’agenzia del Babbo ha traduttore, guida e autista per ebrei che cercano di disseppellire i posti dove esistevano le loro famiglie. Okay, io prima del viaggio mai avevo conosciuto personaggi ebrei. Ma questa era colpa loro, non colpa mia, perché lo avrei sempre voluto: che anzi potrei quasi dire che mi sconfinferavo di conoscere uno di loro. Sarò ancora verace e dirà che prima del viaggio avevo idea che gli ebrei hanno il cervello ripieno di merda. Questo perché tutto quello che sapevo degli ebrei era che pagavano al Babbo tantissimi soldi per venire in vacanza dall’America in Ucraina. Ma dopo ho conosciuto Jonathan Safran Foer e, io vi dico, non è ripieno di merda. Lui è un ebreo geniale.*

Non sono solo le minoranze ebraiche europee a essere state vittime di discriminazione e ghettizzazione, ma un esempio altrettanto eloquente ci viene tramandato da uno dei padri del romanticismo francese, Victor Hugo, con la sua opera giovanile Notre-Dame de Paris. Ambientato nella Parigi del 1482, il romanzo descrive la celeberrima storia che ruota intorno al campanaro gobbo Quasimodo, al suo tutore Frollo, al Capitano Phoebus e alla gitana Esmeralda. È proprio per quanto concerne i gitani che si può parlare di ghettizzazione. Situata sulla riva destra della Senna, a poca distanza dal corso del fiume, si trovava la Cour des Miracles, la Corte dei Miracoli in italiano, un luogo in cui si radunavano viandanti, emarginati, indigenti e malfattori. Il fenomeno prendeva vita nelle maggiori città francesi, anche durante il XVIII secolo. È in questi luoghi che si radunavano le classi meno abbienti e più pericolose della società, dove venivano osservati dalle autorità che cercavano di arginare possibili espansioni dei quartieri sottoposti alle leggi delle Corti. La gitana sarà data in pasto agli scandali sollevati dall’arcidiacono Frollo, invidioso della bellezza di Phoebus e della fortuna da lui avuta nel far innamorare di sé la bella danzatrice; Esmeralda sarà altresì vittima dell’indifferenza di Phoebus, spaventato dalla possibilità di perdere di credibilità e di macchiare la sua fama a causa dello scandalo. 
Questi espedienti narrativi fanno provare pietà per la sfortunata e ingenua gitana, che sarà presto fatta oggetto di scherno e maldicenze da parte della popolazione parigina, mossa da un odio dettato dagli stereotipi e dalle voci che circolano intorno alle personalità che abitano la Corte dei Miracoli.

Si possono presentare anche eccezioni nel processo di esclusione e ghettizzazione. L’autore Nathaniel Hawthorne ce ne presenta uno dei più noti ed eloquenti: Hester Prynne, protagonista del romanzo La lettera scarlatta. Nelle opere di Hawthorne troviamo la critica ai costumi quaccheri, alla loro vita austera, alla dedizione alla continua purificazione dello spirito, alle persecuzioni contro gli eretici e alle dure punizioni per estorcere pentimenti e condonare la relativa redenzione ai peccatori. Nei racconti si avverte una punta di sarcasmo quando Hawthorne descrive i comportamenti e i casti pensieri dei puritani americani e questo stesso stile viene ripreso nell’opera menzionata. La trama ruota intorno alla figura di Hester, abitante di una cittadina della Nuova Inghilterra e condannata a indossare il simbolo del peccato di adulterio, la bruciante e vermiglia lettera A, cucita sugli abiti. Hester sceglierà volontariamente una sorta di esilio che non la porterà molto lontano dalla cittadina in cui si svolgono i fatti, ma cercherà sempre di mantenere il più possibile le distanze dai suoi concittadini. Con il passare del tempo, la placidità con cui Hester condurrà la sua vita e accudirà sua figlia Pearl faranno scemare il disprezzo che le elargiscono i quaccheri. Questi ultimi non hanno direttamente influito sull’autoesclusione di Hester, non hanno usato alcuna coercizione per allontanarla fisicamente dal circondario della città. Sono stati i loro gesti, in modo indiretto, a convincere Hester della convenienza della via della separazione e di una ghettizzazione che non assume caratteri disumanizzanti, ma che anzi concorre a esaltare e beatificare la composta tristezza e rassegnazione con cui la protagonista conduce la sua esistenza. L’allontanamento di Hester equivale, in questo caso almeno, a una catarsi, è sinonimo di una grandezza d’animo a cui i quaccheri stessi non potranno mai aspirare nonostante tutti i loro sforzi per apparire degni e puri d’animo al cospetto di Dio. La ghettizzazione non è più una pena, ma appare come un nuovo orizzonte di possibilità di ricominciare e di spezzare con il passato, dismettendo ogni legame con una cultura troppo oppressiva e con regole sociali troppo strette per uno spirito libero come lo era Hester.
americano

Proseguendo nell’elenco di eccezioni, non è detto che nel mosaico di esperienze di profughi e abitanti dei ghetti si riscontri sempre un desiderio di revanche nei confronti degli elementi che fomentano l’esclusione. Contrariamente a quanto pensa una vasta porzione della popolazione e una parte di esponenti politici italiani ed europei, coloro che compongono la categoria degli esclusi non manifestano istinti aggressivi a priori. Servizi giornalistici e reporter freelance hanno dimostrato come, da parte degli esclusi, si riscontri un desiderio di integrazione pacifica alle comunità ospitanti.
Dal punto di vista letterario, un esempio palese viene proposto dalla cultura fumettistica Marvel, con la saga degli X-Men. In quest’opera vengono messe a confronto due visioni diverse. Magneto è l’emblema di un escluso che si sente minacciato da chiunque non gli assomigli e, a sua volta, anche in lui si avverte il timore di essere distrutto dal diverso, concezione che lo porta a non differire dai suoi oppressori, in termini etici. L’altra faccia della medaglia degli esclusi è il Professor Xavier, consapevole di dover portare avanti una difficile campagna ideologica a favore della pacifica integrazione nella società di coloro che non riportano mutazioni genetiche. La paura di Magneto e il suo passato difficile conducono in una direzione sola: lo scontro di civiltà, la xenofobia, l’odio, il desiderio di rivincita. La visione più pacata e diplomatica di Xavier appare come l’alternativa a un inutile massacro. È la diatriba tra queste due visioni diametralmente opposte che dà vita a uno scontro intestino alla stessa popolazione mutante. La situazione interna alla compagine degli esclusi sembra essere il dato evidente di come il mondo non sia sempre diviso perfettamente in due metà, ma come ogni vero spirito critico debba tenere conto delle sfumature, fondamentali per decifrare la realtà in cui viviamo.

Gli esempi storici e letterari riportati, così come le eccezioni e la visione degli esclusi, sembranoZerocalcare). Come si evince dalla citazione, l’esempio più lampante viene dato dall’autore romano Michele Rech, in arte Zerocalcare. Nel suo ultimo lavoro, Kobane Calling, l'autore offre uno spaccato di vita quotidiana in due dei tre distretti in cui è divisa la resistenza curda sulla zona di confine tra Turchia, Siria e Iraq. Zerocalcare riporta ciò che ha vissuto nei suoi due viaggi in Medioriente: la prima volta (novembre 2014) è giunto a Kobane, che faceva parte di una piccola area circondata dalle zone di influenza dell’ISIS, al confine con la Turchia; nel secondo viaggio (luglio 2015), invece, si è spinto fino a Qamishlo, nel cantone di Cizre e, grazie alla resistenza e alla riconquista di territori ISIS, gli è stato possibile spingersi nuovamente fino a Kobane, lungo un corridoio di terra ancora in via di bonifica da parte delle forze curde. Quello che viene descritto da Zerocalcare è un esperimento di vita democratica, frutto di ghettizzazione dell’etnia curda da parte dei governi di Iraq, Siria e Turchia – a cui si aggiunge la persecuzione da parte dei membri dell’ISIS – con la volontà dei curdi di creare delle aree protette e libere da ogni oppressione. Nel nostro quotidiano veniamo tempestati da informazioni discordanti o distorte, ma Zerocalcare presenta un volto spesso sottovalutato e del tutto diverso da quanto viene propinato dall’informazione su cui possiamo contare. In quelle regioni, uomini e donne programmano esperimenti di convivenza pacifica fra le etnie e di partecipazione democratica alla determinazione delle politiche delle realtà statuali emergenti, sebbene ancora non riconosciute dalla comunità internazionale. Queste zone, per certi versi, possono essere associate a ghetti dall’estensione molto ampia, in quanto circondati da nemici che pressano sulle loro frontiere, ma nonostante tutto sono realtà che cercano di mantenere le distanze dai governi loro avversari, a differenza di quanto accaduto in passato**.
essere eventi ripresi dal passato privi di attinenza con il presente, o appaiono come digressioni piene di retorica e vuote di concretezza. La storia invece si ripete anche oggi, e i problemi relativi all’esclusione e alla ghettizzazione di minoranze etniche si ripropongono in zone dell’Asia Minore distanti circa “3000 km da Rebibbia” (cit.

Bisogna comprendere come la ghettizzazione, pratica che la moderna civiltà dovrebbe aborrire in quanto disumana, sia uno degli strumenti violenti con cui si costruisce l’idea di una nazione e si sostiene la nascita di legami interpersonali che cementano tra loro i componenti di una società.
In questo discorso si impone la voce di Carl Schmitt, che nel saggio intitolato Il concetto politico (1927) formula la teoria dicotomica dell’amico-nemico. Procedendo dalle sue teorie e semplificando i concetti presenti nel saggio citato, ci appare chiaro come in ambito politico la fazione dell’amico viene incarnata da tutti coloro che sono tra loro eguali, individui che condividono stesse esperienze culturali, stesso territorio, stessa lingua. La controparte del nemico si sviluppa attraverso la figura dello straniero che si fa ambasciatore di una visione del mondo parzialmente o diametralmente opposta rispetto a quella con cui entra in contatto.
La distinzione tra amico e nemico non reca in sé il germe del conflitto armato né della ghettizzazione. Il processo di riconoscimento e di avvicinamento tra coloro che si ritengono amici e il confronto con la controparte del nemico sono alla base di quello che è a tutti gli effetti un meccanismo meramente politico. È il motore propulsore della formazione della coscienza politica e del confronto costruttivo che sta alla base di ogni processo decisionale. Il confronto amico-nemico innesca quelle dinamiche per cui si rende possibile la partecipazione tanto auspicata anche da Hannah Arendt nella sua opera Vita Activa, che prende a modello proprio i termini del confronto politico. Se ne deduce che lo scontro dialettico tra amico e nemico non dimostra di avere una connotazione negativa congenita ed è un processo talmente naturale da avvertirsi non solo nelle relazioni tra interno-esterno di una realtà nazionale, ma anche dentro la stessa nazione, nelle relazioni politiche tra le varie anime che intavolano un discorso.

Non si può negare però che, se si riflettesse sulla dicotomia amico-nemico, dalla contrapposizione tra gli opposti potrebbe discendere un’idea connotata negativamente per la quale una diatriba esacerbata sfocia nella nascita di fondamentalismi di vario genere che, una volta assurti a maggioranza nel contesto politico, potrebbero mettere a tacere il nemico, spogliando la politica della sua natura di confronto libero e pluralista.
In breve, è normale per coloro che controllano una determinata area profondere i propri sforzi nella difesa della propria identità. È altrettanto giusto cercare di mantenere la propria diversità davanti a influssi esterni. Tuttavia, appare chiaro come in un mondo civilizzato e ormai globalizzato la difesa dell' identità non possa passare attraverso l’innalzamento di barriere anacronistiche ai flussi migratori. Nemmeno la ghettizzazione e la chiusura in se stessi, al fine di escludere il diverso dal proprio orizzonte, faranno scomparire la possibilità di una contaminazione. Se la storia ci insegna qualcosa, così come la letteratura, generalmente sono proprio i sistemi chiusi che basano la loro sopravvivenza sull’esclusione, sulla sopraffazione delle minoranze, quelli che per prima fanno i conti con l’arretratezza e l’incapacità di fronteggiare sfide che il progresso mondiale lancia costantemente.


*Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda, 2002, p. 9

**All’inizio del Novecento molte tribù curde in Turchia erano state inquadrate nei ranghi della coalizione con i Giovani Turchi. I quadri direttivi del partito dei Giovani Turchi si fecero promotori del genocidio armeno nel corso della Prima Guerra Mondiale e, in quel periodo, i curdi si consideravano parte del territorio turco, con l’autonomia tipica concessa dal decadente sistema di integrazione ottomana. I curdi presero parte e aiutarono il governo nazionalista nella deportazione e nel massacro degli armeni. Dal 1934, sotto la Presidenza di Mustafa Kemal Atatürk, iniziò la persecuzione contro i curdi in Turchia. L’inasprimento contro i curdi trovò il culmine nel periodo compreso tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando i colpi di stato militari in Turchia si susseguirono e misero fuori legge ogni partito politico, compreso il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), fondato negli anni Settanta sull’ideologia marxista-leninista, che richiedeva la nascita di uno Stato curdo indipendente all’interno dello stato turco. A seguito dei primi fallimenti, il partito ripiegò non più sulla richiesta dell’indipendenza, ma dell’autonomia. Il conflitto si è inasprito dal 1999, con l’arresto di Öcalan, fondatore del partito. Il conflitto è continuato a fasi alterne tra cessate il fuoco e scontri per il restante ventennio.


BIBLIOGRAFIA:
Gimpel l’Idiota, Isaac B. Singer
Ogni cosa è illuminata, Jonathan Safran Foer
Lit&Lab – From the Origins to the Augustan Age
Colui che ride, Maria Felicia Schepis
Vita Activa, Hannah Arendt
Notre-Dame de Paris, Victor Hugo
La lettera scarlatta, Nathaniel Hawthorne
Kobane Calling, Zerocalcare
Il genocidio degli armeni, Marcello Flores
http://www.bbc.com/news/world-europe-20971100

mercoledì 23 marzo 2016

Il romanzo picaresco che non ti aspetti: da Oliver Twist al Giovane Holden

A cura di Tonino Mangano.

Se scorressimo le pagine di alcune delle opere più famose di Charles Dickens – Grandi Speranze, Oliver Twist, David Copperfield – ci accorgeremmo di come l'autore inglese abbracci, nelle sue narrazioni, un ampio lasso di tempo della vita dei suoi protagonisti, in generale dalla prima giovinezza fino all’età adulta, o concentrandosi in modo peculiare sulla loro infanzia.
L’obiettivo che muove la penna di Dickens nel rappresentare la vita in ogni suo stadio è quello di delineare le problematiche, le aspettative e le reali condizioni in cui i suoi personaggi versano, denunciando le ipocrisie della propria epoca, mostrando le luci e le ombre dell’Età Vittoriana.

Esulando per un momento da questi caratteri, che la critica letteraria riconosce a Dickens e che rappresentano il fil rouge che accomuna le sue opere a quelle di altri autori del tempo (Stevenson, Wilde, Brontë ecc.), si potrebbe focalizzare l’attenzione sul particolare interesse dell’autore inglese per ciò che concerne il mondo dell’infanzia e le sue sfumature.
Queste ultime traspaiono dai suoi giudizi nei confronti dei giovani da lui descritti. Se prendessimo a esempio Oliver Twist, noteremmo le simpatie dell’autore nei confronti di Oliver; caso contrario e accolto con antipatia è Noah Claypole, il garzone dell’impresario funebre Mr. Sowerberry; con occhio diverso vengono guardati i ragazzi alle dipendenze di Fagin. Nel loro caso i giudizi mutano lentamente, in modo quasi impercettibile nel corso della vicenda narrata. In un primo momento potrebbero essere guardati con simpatia, paragonati a dei nuovi compagni di giochi di Oliver (si ricordino il primo aiuto dato a Oliver e la sfida del fazzoletto con Fagin), successivamente resi sfrontati furfanti, per poi diventare vittime innocenti di Bill Sikes e del citato Fagin, e ancora una volta redenti dalla benevolenza e dalla pietà dell’autore e delle autorità inglesi. I ragazzi di Fagin, i ladruncoli dei sobborghi di Londra, così come altri personaggi giovani, disperati e pertanto costretti alla malavita, sono un particolare che ricorre nel genere del romanzo picaresco.

Le radici di questo genere letterario affondano nel periodo del Rinascimento spagnolo (El Renacimiento). La novela picaresca (racconto/romanzo picaresco) si distingue per il realismo contenutistico ed espressivo che contrastava con il carattere idealista della letteratura rinascimentale spagnola, influenzata dalla filosofia neoplatonica.
La prima vera grande opera picaresca è il Lazarillo de Tormes (Lazzarino di Tormes) la cui pubblicazione è attestata intorno al 1554, di autore anonimo. Nelle pagine di questa opera compaiono tutte le caratteristiche che influiranno sulla successiva produzione picaresca, per quanto poi nelle altre letterature nazionali molti di questi caratteri verranno eliminati per coglierne e svilupparne gli elementi essenziali e declinare il genere picaresco alle necessità del contesto culturale di ogni tempo.
La novela picaresca si contraddistingueva per la narrazione autobiografica, infatti il pícaro scriveva in prima persona, ricordando la sua vita dalla nascita fino al momento presente. È evidente anche la presenza di un protagonista antieroico. Il ragazzo, dalle origini familiari poco abbienti, si ritrova, costretto dalla povertà, a commettere atti più o meno corretti per sopravvivere, anche ingannando i molti padroni presso cui presta servizio. Quelli che sono a tutti gli effetti dei tiri mancini vengono definiti picardías, da cui deriva la denominazione del genere. Per concludere il novero delle caratteristiche peculiari dell’originaria novela picaresca, si ricorda la necessità del finale tragico: il protagonista non riesce a integrarsi con successo nella società a causa delle voci sulla sua mancanza di onore o per via della giustizia che fa il suo corso e lo punisce per i crimini compiuti.

Il genere letterario picaresco nacque, così come il romanzo sociale dell’Età Vittoriana inglese, per cristianos nuevos (coloro che si convertirono al cristianesimo in tarda età) o di ebrei convertiti (judíos convertidos, in spagnolo). A loro si aggiungevano anche le nuove sacche di popolazione che erano i risultati delle condizioni socio-politiche spagnole durante El Siglo de Oro (l’Età d’Oro spagnolo) che coincideva con le prime conquiste americane e con l’emigrazione di molti uomini nel Nuovo Mondo. Le conseguenze dell’emigrazione e delle guerre di conquista furono l’aumento dei bambini orfani, degli indigenti e dei mendicanti. La necessità di porre l’accento su queste particolari dinamiche permise lo sviluppo di questo tipo di romanzo realista.
dare voce alle denunce contro le condizioni di vita a cui erano destinati gli emarginati sociali. La massa di esclusi consisteva dei cosiddetti
La parentesi spagnola fu fondamentale per lo sviluppo della letteratura europea in genere. Molti dei suoi caratteri e l’esempio del Lazarillo de Tormes costituirono un modello per generi narrativi simili alla novela picaresca, ma anche per tutti quelli che non guardavano da vicino al mondo di un’infanzia difficile. Il romanzo picaresco fu avvertito come un trampolino di lancio, una svolta improvvisa della narrativa rinascimentale fino ad allora contraddistinta dalle opere cavalleresche, religiose o filosofiche, lasciando invece spazio a nuovi generi dell’età moderna, come il romanzo d’esplorazione e d’avventura, con vicende dai caratteri seriosi più sfumati (I viaggi di Gulliver di Swift, che però ha un chiaro intento satirico, Robinson Crusoe di Defoe).

I Bildungsroman e i romanzi di denuncia sociale affondano alcune loro radici in questa letteratura cinquecentesca, apportando le necessarie modifiche ai caratteri costituitivi di questo genere. Specialmente nel romanzo di formazione troviamo due splendidi esempi nostrani, anche diametralmente opposti tra loro nel modo di trattare la materia. Edmondo De Amicis, con Cuore, sfrutta un metodo paternalistico nel rimproverare il personaggio più bistrattato, ma forse il più ricordato della sua opera, Franti, un discolo alunno della terza elementare. In lui si ritrovano un certo realismo nel comportamento infantile, l’antieroismo e l’infrazione delle regole con una certa soddisfazione personale. Il mezzo picaresco utilizzato dall’autore non è il fulcro di tutta la vicenda, ma è uno strumento nelle sue mani per formulare quel codice di condotta morale che auspicava fosse appreso dalle future generazioni di italiani. Il «prontuario delle moralità dominanti […] di ciò che l’età postunitaria avrebbe voluto essere» (come Cuore viene definito da Asor Rosa), nel suo intento pedagogico che mira a «fare gli italiani» (secondo la famosa espressione di Carlo D’Azeglio), disarticola le caratteristiche originarie del romanzo picaresco per permettere una denuncia da parte della società scolastica a danno del Franti, con l’intento di delineare una netta demarcazione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, senza riuscire a mediare tra le voci discordanti, che avrebbero offerto un carattere pluralistico alle discussioni riguardanti la storia e l’educazione postunitaria.

Lo scomparso Umberto Eco, nel suo Elogio a Franti, in Diario Minimo, sembra intravedere nel Franti un possibile contraltare, una nuova possibilità di interpretare la realtà, una visione parallela a quella più ortodossa dell’autore di Cuore. Se il riso di Franti viene tacciato di cattiveria, in realtà, secondo Eco, questa risata potrebbe essere una forma diversa di conoscere, giudicare e vivere la realtà in cui ci si trova, un barlume di libertà espressiva e di rinnovamento di tutto ciò che era destinato a cadere e che non funzionava nel sistema ideologico dell’Italia postunitaria. Eco ha, in poche parole, cercato di riabilitare la figura del ragazzino ribelle che, nella sua interpretazione della pars destruens delle convenzioni sociali, si erge a elemento innovatore, a difensore del dinamismo e del cambiamento sebbene questo progredisca con forme “scomode” per la maggior parte della società.

Nella stessa direzione si muove anche un altro autore, molto legato alla figura del ragazzoPinocchio, di Carlo Collodi (pseudonimo di Carlo Lorenzini). La sua simpatia per il ragazzo ribelle e per l’importante funzione pedagogica che questa figura può assolvere lo spinge a creare un’opera che diverte e che mette in discussione la denuncia e il silenzio a cui viene costretto Franti in Cuore. Il burattino di legno non è né bollato come “infame” dal suo stesso creatore, né viene privato della parola per avanzare le proprie idee. «La trasgressione è messa al centro del racconto, e suscita irresistibilmente la partecipazione del lettore. Ne risulta un libro infinitamente più aperto di Cuore, più problematico e moderno»*. Anche in questo caso, così come nella novela picaresca delle origini, attraverso colui che infrange le regole si riescono a smascherare le cattiverie della vita e a denunciare chi se ne macchia. Sarà lo stesso discolo a comprendere e a trovare nelle sue esperienze tutto ciò che lo faccia crescere, lo cambi e gli lasci intravedere la giusta via da seguire per apprendere le regole essenziali a cui sottostare. In Pinocchio molte norme etiche, giuridiche e sociali vengono rovesciate e si scontrano con i limiti che sono loro imposti dai caratteri diversi presentati dai vari casi a loro relativi: ad esempio, c’è differenza fra un normale ladruncolo e un ladro che si macchia del reato di furto per necessità, come nella dicotomia tra le faine e Pinocchio nel campo d’uva. In questo senso, molto attuale può essere l’accento che viene posto sull’attenzione da prestare ai truffatori come gli indimenticabili Gatto e Volpe; o la critica che si ravvisa nei giudizi troppo affrettati delle cariche giurisprudenziali, come nel caso del Giudice della città di Acchiappa-citrulli. Le allegorie sono ben riuscite nell’opera di Collodi e l’elemento fiabesco e picaresco si fondono nel creare una storia che è diventato un cult della letteratura dell’infanzia e del romanzo di formazione. L’ordine non viene imposto dall’autore, ma è il protagonista che, da solo e dopo aver razionalizzato di avere sempre sbagliato nel discernere tra bene e male, riesce a intravedere nella vita stessa e nelle sue esperienze, la figura della vera maestra.
disubbidiente. È il caso di citare una delle fiabe italiane più conosciute al mondo:

Una nota picaresca si avverte anche in due delle opere più conosciute di Mark Twain: Le Avventure di Tom Sawyer e Le Avventure di Huckleberry Finn. È nel secondo che si avverte una maggiore fedeltà alle regole della novela picaresca delle origini, sebbene Mark Twain riesca a operare una sintesi molto originale di più generi: dal romanzo d’avventura al romanzo di formazione, dalla letteratura per l’infanzia al romanzo di carattere realista. Le due opere citate (la prima nel 1876, la seconda nel 1884) sono emblematiche testimonianze dello spirito americano, di quell’anima mai sazia di esplorazione e di ricerca di novità, che si pone in netta contrapposizione con la cultura sempre più stanziale dei coloni dall’animo “vittoriano”, molto legati alla rigidità delle regole e alla sicurezza delle loro comunità. Anche in questo caso, come ne Le Avventure di Pinocchio, i due discoli protagonisti delle storie di Mark Twain riescono a svelare i vizi e le virtù della società di appartenenza. Il carattere picaresco della produzione dell’autore del Missouri si rispecchia nel suo stile narrativo che, a detta di William Faulkner, gli valse l’onore di essere “il primo vero scrittore americano”, come confermeranno anche Ernest Hemingway e un’ampia cultura di critica letteraria. Specialmente con la narrazione in prima persona ne Le Avventure di Huckleberry Finn e con il gergo colorito del suo protagonista – che subì aspre critiche e censure successive alla prima edizione –, Mark Twain appare come un precursore dei diritti della popolazione nera degli USA, da cui discende una strenua opposizione all’imperialismo.

Sebbene non proprio picaresco come i tre titoli precedenti, anche negli anni Cinquanta, J.D. Salinger diede vita a uno dei più fortunati e moderni picari della letteratura contemporanea: Holden Caulfield, Il giovane Holden. Le due caratteristiche salienti che vengono recuperate dalla tradizione picaresca più genuina sono l’autobiografia e la vita solitaria del protagonista, per quanto si possa sindacare sulla solitudine del personaggio, data la presenza dei genitori e di una sorella. Ad ogni modo, anche Il giovane Holden potrebbe annoverarsi tra i titoli della letteratura picaresca, sebbene questa natura sia stemperata dalla mancanza di vere e proprie vicissitudini e avventure che intrappolano Holden in una spirale di problemi. Indubbiamente Salinger presenta accenni di situazioni pericolose in cui il suo personaggio incappa, ma al piacere di presentare un crescendo di peripezie si sostituiranno l’analisi introspettiva del protagonista e la critica alla società che lo circonda nel corso delle sue peregrinazioni newyorkesi.

Un collegamento originale e forse un po’ forzato tra la letteratura di guerra all’italiana (la letteratura del secondo dopoguerra incentrata su storie di resistenza e quelle ambientate durante la ricostruzione) e la letteratura picaresca è quello che trova il suo anello di congiunzione nel primo romanzo di Italo Calvino: Il sentiero dei nidi di ragno, in cui il protagonista Pin, orfano dei genitori e accudito dalla sorella, non diviene un protagonista assoluto della vicenda, ma assurge a vettore dell’autore con cui analizzare le gesta partigiane, dei fascisti e tramite cui avanzare considerazioni generali e più immediate su tematiche relative alla guerra, alla lotta per la libertà e, più specificatamente, all’autodeterminazione dei popoli.

Ricordando le parole di Umberto Eco riferite al personaggio di Franti e per mezzo di uno sguardo rapido sulla letteratura picaresca presa ad esempio, non ci si può esimere dal trarre conclusioni che dovrebbero apparire immediate. La simpatia che in genere viene provata per la tenera età scanzonata è evidente, in quanto foriera di quella natura semplice e diretta, aliena a ogni forte influenza delle convenzioni sociali a cui sono sottoposti gli adulti. È proprio grazie a questa natura libera da ogni condizionamento che questi autori sono riusciti a muovere critiche più o meno aspre, dirette contro costumi atavici e che avrebbero dovuto affrontare da tempo il loro declino, o contro abitudini dall’impatto distruttivo e disumanizzante. Le riflessioni che discendono dalla letteratura picaresca, ci riportano al concetto che potremmo definire “disobbedienza costruttiva”, ipotizzata con altri termini dalla Arendt nel suo saggio Vita Activa; o ricordando l’esempio della disobbedienza di sofoclea memoria, nell’Antigone. Esulando dalla tragicità della rappresentazione teatrale greca o abbandonando il tono accorato delle disquisizioni arendtiane, accostandosi alla letteratura picaresca e alla leggerezza delle vicende presentate, si riescono a cogliere numerose sfumature di critica e spunti di riflessione che afferiscono ai più svariati campi della vita in società.

Spaziando ulteriormente nelle riflessioni legate alla letteratura picaresca, non possiamo che cogliere un implicito appello al rispetto della gioventù, intesa in ogni suo aspetto, come previsto dal testo della Dichiarazione di Ginevra dei diritti del fanciullo del 1924 e successivamente della Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia2 del 1989. Oltre all’imprescindibile diritto all’amore familiare, ai diritti alla vita, alla salute e al divieto di discriminazione in ogni sua forma, in questa sede si darà una particolare rilevanza al diritto all’educazione, deputata a garantire l’accesso all’informazione e alle conoscenze che possano permettere ai più giovani di sviluppare un più raffinato senso critico, che eviti loro di vivere le stesse esperienze del picaro del Lazarillo de Tormes, o di incorrere negli stessi errori e pericoli dei protagonisti dei romanzi più moderni, e non solo.
In questo senso, non si può fare altro che sostenere un cammino costante sul sentiero della conoscenza, incoraggiando a proseguire con le parole di Immanuel Kant: Sapere aude!, abbi il coraggio di sapere. Un messaggio che potrebbe estendersi a tutte le fasce d’età.

mercoledì 30 dicembre 2015

"Distillati" for dummies: la lettura semplificata a tutti i costi



Non è una novità, eppure non cessa di far discutere il lancio in edicola della collana Distillati, che comprende libri “tagliati” ed epurati delle parti noiose e che ricorda l'operazione della Selezione Reader Digest in voga negli anni Settanta.
Rassicuriamoci: non stiamo assistendo alla morte della lettura. L'idea, che lascia il tempo che trova in un periodo in cui chi non legge ha sempre più motivi e distrazioni per non farlo, si estinguerà com'è già successo alle campagne precedenti. Ma induce certamente a qualche riflessione, collegata soprattutto al modo in cui i Distillati sono stati presentati.

Pur attribuendo ogni buona intenzione all'ideatore Giulio Lattanzi, i Distillati non appaiono come un'operazione culturale, giacché collegare la parola “cultura” alla menomazione di un libro appare quanto meno contraddittorio. La fallacia di questo tipo di tentativi è già stata testimoniata dai “Live” della Newton Compton, libri brevissimi e dal costo irrisorio che, sebbene si attribuissero le stesse finalità, non hanno certo aumentato il numero dei lettori – nel 2015, come accade ormai da anni, sono piuttosto diminuiti. I Distillati, invece, lanciano un segnale importante sulle condizioni dell'editoria e restituiscono l'impressione che stiamo ormai grattando il fondo: la conduzione di tipo manageriale che ha soppiantato quella di impronta “letteraria” ha creato un bacino di lettori deboli, insoddisfatti, annoiati, ineducati, la cui attenzione deve essere continuamente richiamata da slogan, proposte “innovative”, design vivaci e accattivanti. Con lo stesso spirito sono state rivisitate le copertine dei classici, ispirate a questo o quel fenomeno letterario per adolescenti, che strizza l'occhio a un tipo di esperienza di lettura unicamente indirizzata all'estetica anziché al contenuto.

Nell'ormai consueta abitudine di offendere l'intelligenza dei “non lettori” si insinua la presunzione che questi debbano leggere a tutti i costi e, sebbene l'esigua percentuale di lettori in Italia debba destare preoccupazione, l'edizione “ridotta” di un libro per adulti fa pensare a un manuale di auto-aiuto “for dummies”. Ancora una volta si rifiuta di capire che la formazione di nuovi lettori deve avvenire attraverso l'incentivazione e il finanziamento delle biblioteche, che solo quando diverranno centro nevralgico della comunità avranno l'opportunità di aumentare seriamente il numero dei lettori. Campagne di sensibilizzazione devono essere sempre presenti, è necessario lo siano, ma non possono eguagliare l'opera di educazione all'affettività – sì, verso il libro – che è in grado di generare l'attività di una biblioteca o di un centro culturale.

Al contrario, l'andazzo che finora è stato incoraggiato e che può essere esplicato dall'assunto “qualsiasi cosa, purché si legga”, mirato esclusivamente all'ingaggio di lettori estemporanei che rimpinguassero le casse delle case editrici e che hanno abbandonato per prima cosa la lettura quando si è presentata la crisi economica, ha cercato di ovviare alla qualità con la quantità, non riuscendo infine a soddisfare né l'una, né l'altra. Posta sempre la sacralità della lettura di evasione, l'invasione di best seller di poco spessore e di libri-spazzatura preconfezionati ha generato tanta di quella ignoranza da spogliare la lettura del suo significato ultimo: l'arricchimento e la formazione personale.

I Distillati sembrano, per l'appunto, voler rispondere a un problema di ordine “logistico”: la presunta mancanza di tempo con cui i “non lettori” si giustificano, spesso insieme a un sospiro di sconforto e a un'espressione contrita che stanno a significare: “vorrei tanto, ma...”. 
La consapevolezza da parte degli ideatori della collana della frequenza con cui vengono guardati film e serie tv ha quindi ispirato l'idea di romanzi che possono essere letti in un ristretto intervallo di tempo, tanto quanto se ne impiega per dedicarsi alle altre due attività. Con ciò, hanno però dimostrato di non aver afferrato il nocciolo della questione, che non risiede certo nella mancanza di tempo, ma nel formato: chi preferisce guardare una serie tv non prenderà in mano un libro soltanto perché questo impiega lo stesso tempo, e il motivo sta nel fatto che, spesso, un film e una serie tv non richiedono uguale impegno, sforzo, concentrazione e spirito di riflessione che pretende un libro. E non è un caso, infatti, se i fruitori delle migliori serie tv sono già, o sono stati, dei lettori. Se hanno smesso di esserlo, o lo sono molto più di rado, il motivo potrebbe però consistere nel fatto – azzardo – che comincia a diventare molto difficile trovare ottimi libri di intrattenimento che appassionino quanto una serie tv. Gli editori più grandi continuano ostinatamente a procacciare le attenzioni del “non lettore”, nella speranza di allargare il bacino di utenza, senza curarsi di rafforzare la fascia già esistente di lettori forti, confondendo sempre di più le collane, rinunciando alla propria identità in virtù di un modello che sta portando il sistema a collassare. Le conseguenze non si fanno sentire soltanto sul piano economico, ma si riflettono su una società sempre più incapace di soffermarsi a pensare, superficiale, imbecille, anestetizzata e che, pur volendo evitare immaginari apocalittici, fa molto pensare alla distopia di Fahrenheit 451, dove l'espulsione autoprogrammata dei libri dalla vita quotidiana (che passava anzitutto proprio dalla riduzione dei libri) era stata dettata dall'esigenza di evasione – di matrice capitalistica – che arrivava al termine della stancante giornata di lavoro.

Altro presupposto totalmente errato è che la consumazione di un libro si esaurisca nella trama spiccia, e che possa essere facilmente mutilato di parti giudicate superflue (Da chi? In base a quali criteri?) impoverendo la lettura e privandola della pazienza che richiede. La pazienza non è, però, una condanna, ma una virtù indispensabile se si desidera godere della bellezza, valore che stiamo sempre più disprezzando. Se non si è disposti a leggere qualche scena in più, non è necessario si legga per forza: non è una prescrizione medica. Liberiamo i “non lettori” dall'incombenza di dover dimostrare il loro “valore” e smettiamola di fare della lettura un ideale radical chic o hipster.
Inoltre, ancora meno senso dimostra la scelta dei titoli: autori come John Grisham o Wilbur Smith hanno scritto romanzi già studiati per essere avvincenti, incalzanti e per avere il merito di tenere il naso incollato alle pagine. La riduzione di trame complesse il cui intreccio è creato apposta per appassionare non trova motivo di esistere, oltre a rendere l'operazione particolarmente difficoltosa se si ha la pretesa di mantenere immutata l'integrità del contenuto almeno in linea generale. È lecito chiedere: Giulio Lattanzi, che insegna Economia e gestione delle imprese editoriali al Master di Editoria Cartacea e Multimediale dell’Università di Bologna, direbbe mai ai propri allievi di studiare soltanto un quinto delle pagine dei libri assegnati per l'esame?


venerdì 20 novembre 2015

"Non scrivere di me": intervista a Livia Manera Sambuy



Per via dell'immaginario che ho sempre avuto del giornalismo culturale, Non scrivere di me diventa l'espressione più rappresentativa di un'incontenibile invidia – la mia, ovviamente. Inevitabile che si veda l'aspetto più romantico del mestiere – la conoscenza diretta con i maggiori scrittori contemporanei, i viaggi di lavoro –, malgrado questo, scrive Livia Manera Sambuy, non sia ormai lo stesso dalla crisi economica del 2008. “Mi svegliavo con l'angoscia che il mio lavoro di giornalista letteraria non avesse più valore”, e da qui la decisione di dare una svolta alla propria vita e trasferirsi a Parigi.
Più che di cambiamento, è forse l'esigenza di una evoluzione a trascinare l'autrice in una città dove non conosce nessuno e a scrivere un libro che esula i modelli del giornalismo e della critica letteraria.
È una nuova forma di racconto: un diario dove i ritratti di scrittori come Mavis Gallant e Philip Roth si allacciano a riflessioni e interrogativi intimi, dove ci si addentra nella sfera personale per poi rendersi conto della straordinarietà di queste anime. Tormentate, arroganti, fuori dagli schemi, generose, il compendio di personalità è tanto vario da lasciare il lettore attonito nel tentativo di adeguarsi, a ogni capitolo, al nuovo personaggio che si trova davanti. Sullo sfondo, città come Parigi e New York, immerse in una dimensione incantata, vengono descritte non solo attraverso gli autori protagonisti, ma anche grazie ai libri che sono menzionati. Il rapporto tra metropoli e narrazione è indissolubile, e il paesaggio urbano è solo l'espressione fisica di uno stile di vita.
Raccontare la letteratura anglo-americana così, nell'intreccio di vita e scrittura, lascia spaesati per la potenzialità inespressa di ciò che si sarebbe potuto dire e che si è, per rispetto e riservatezza, taciuto.
Il libro sedimenta nel cuore anche per questo, e inoltre per la capacità di diventare, nonostante lo stretto collegamento con chi l'ha scritto, una creatura autonoma, un insieme di voci distinte che si rifrangono nella bolla implosa della letteratura contemporanea.

Livia Manera Sambuy si è prestata a rispondere con immensa cortesia ad alcune domande che le ho posto. La ringrazio calorosamente sperando che questa intervista possa raccontare di “Non scrivere di me” più di quello che sono stata capace di esprimere a parole.


“Non scrivere di me” è il duro monito che Le lanciò Philip Roth dopo una conversazione intima al telefono. Eppure, scrivere è un'esigenza, un dovere morale, forse anche una condanna. Qual è il suo rapporto con la scrittura e quale crede sia quello che ha con essa Philip Roth?

Non posso parlare per Roth, ovviamente. So che per lui scrivere è stata una necessità ossessiva, e che liberarsi da questa ossessione poco prima degli ottant’anni gli ha dato sollievo. Quindi sì, forse in qualche modo è stata una condanna che si è inflitto da solo. Ma non lo è per chiunque? Per me scrivere è semplicemente il mio mestiere: una cosa che ho imparato a fare con molti anni di lavoro, che a volte mi dà soddisfazione, a volte mi lascia frustrata, ma quasi sempre mi fa scoprire cose sugli altri e su me stessa che non avrei saputo immaginare altrimenti.

Non pensa che scrivere sia la forma più alta di egocentrismo?

Dipende da quello che si scrive. Se il soggetto è il proprio io, esiste certamente questo pericolo. E il narcisismo è senza dubbio l’anima di ciò che chiamiamo arte. Ma mi sembra che ci siano al mondo molti altri soggetti, argomenti che gli scrittori seri sanno affrontare con umiltà mettendo il proprio io da parte.

Ho l'impressione che questo libro sia stata una summa, un “tirar di conti”, ad un certo punto della Sua vita, con la carriera professionale e con il proprio percorso personale. È così? È stata un'esperienza catartica?

È stato un modo di assolvere un dovere verso me stessa. Un modo di riassumere il senso che ha avuto per me leggere tanti libri e incontrare tanti scrittori. Di rileggere la mia vita attraverso questo filtro. Ed è stata un’esperienza difficile, proprio perché molto personale. Ho scoperto che quando avevo reticenza ad affrontare un argomento, quello era l’argomento che andava affrontato. Un po’ come misurarsi con un mostro, anche se non un grande mostro. La sincerità sulla pagina ha una grande forza. Ma cercarla costa fatica.

All'interno del libro emergono ritratti di autori fuori dal comune, quasi romanzeschi per tormenti, idiosincrasie e per un modo anticonformista di stare al mondo. Per diventare grandi scrittori è evidente non sia sufficiente rientrare nel quadro della “normalità”, servono piuttosto una prospettiva diversa e l'evasione dall'ordinarietà; non tanto, forse nello stile di vita, quanto nel mondo di pensarla. È d'accordo con questa affermazione? In merito agli autori da Lei descritti, quale le sembra sia il confine tra persona e personaggio?

Loro sono persone. Personaggio lo diventano, forse, nei miei racconti, o in quelli di altri. Quanto all’essere fuori dalla norma, è una cosa che nessuno di loro ha cercato. Nessun artista è “normale”.

Lei accenna alla difficoltà di documentarsi su uno scrittore che si è amato, come Salinger, dato il rischio di rimanere delusi dal lato umano di maestri che tendiamo a divinizzare. Qual è l'autore citato in Non scrivere di me che, più di tutti, ha contravvenuto alle aspettative che si era creata?

Nessuno. Ognuno di loro mi ha dato qualcosa. Altrimenti non ne avrei scritto. Con l’eccezione, forse di David Foster Wallace e James Purdy, che erano persone molto estreme e difficili da “raggiungere”, tutti i personaggi del mio libro sono persone a cui sono stata o sono tutt’ora molto legata sul piano emotivo.

In questo libro c'è moltissimo della Sua vita e del rapporto con la letteratura e i libri che ne hanno caratterizzato la quotidianità. A Parigi, dove, racconta, è andata in una sorta di “esilio”, ha incontrato Mavis Gallant, i cui racconti hanno accompagnato lo “spaesamento” di vivere in una città senza conoscerne la lingua. In che modo Parigi si è intrecciata con la letteratura, in quel primo periodo? E che ruolo hanno avuto i libri, di volta in volta, a New York e a Milano? L'esperienza di lettura sarebbe stata la stessa, se fossero stati letti dentro ad altri scenari?

La letteratura, come diceva Mavis, è un ponte. Con lei ho condiviso una certa diffidenza per gli aspetti più presuntuosi e magari fossilizzati della cultura francese, e l’amore per la bellezza di questa città. Gli autori americani sono invece indissolubili dal mio rapporto con New York. Ovunque, a Manhattan, la città mi parla di loro. Non l’ho scoperta attraverso i loro occhi, perché ci ho vissuto in prima persona. Ma il suo ricordo passa senza dubbio per il filtro di una certa letteratura che mi ha sempre accompagnata.

Durante la conversazione con David Foster Wallace, questo dice che la narrativa che gli interessa è quella che si confronta con i possibili significati dell'American Life, tanto giustamente disprezzata dal resto del mondo. Il vostro incontro è avvenuto in un McDonald's. Questo disprezzo dell'americanità per Wallace contemplava, a suo avviso, anche un disprezzo di se stesso?

Wallace era un uomo terribilmente tormentato. Credo che a tratti si vedesse per il genio che era, e che a tratti, sì, si disprezzasse. Ma non in quanto americano. In quanto essere umano, fallace come lo siamo tutti.

Judith Thurman afferma invece: “ho pensato a quanto spesso mi senta oppressa da un senso di inautenticità, persino adesso, parlando con te, non riesco ad accorciare la distanza tra il mio vero io e quello falso, che è quello che ascolto esibirsi”. Senza accennare a querelle decennali di critica letteraria sul rapporto tra finzione e realtà, quanta autenticità c'è nella letteratura, quanto ha potuto constatare ce ne fosse nei libri degli autori che ha conosciuto e, soprattutto, quanto è importante questa problematica per gli scrittori americani?

Ma questa è una domanda folle! Ci vorrebbero volumi interi per rispondere. L’unica cosa che posso dire è che un’opera letteraria è vera letteratura quando scaturisce da un’esigenza autentica, quando è necessaria. Altrimenti è intrattenimento. O virtuosismo. L’ “urgenza” non mente: è uno spartiacque molto preciso. Di qua ci stanno i libri necessari, di là quelli di cui si può fare a meno.

“La letteratura è niente di più niente di meno che una questione di vita o di morte”, per ritornare a Mavis Gallant. È anche un impegno civile?

Per alcuni sì. Franzen, per esempio, Roth, senz’altro. DeLillo. E per tutti gli scrittori francesi fedeli alla tradizione dell’écrivain engagé. Ma esiste anche una letteratura che può dirsi tale senza essere fondata sull’impegno civile, o morale. Come dice Nicole Krauss, non leggiamo Philip Roth per la sua saggezza morale, ma per la sua ambiguità morale.

Fare giornalismo come lo ha fatto Lei, instaurando poi una relazione personale con molti di questi scrittori, significa anche porsi nei confronti dell'intervistato come una sorta di psicologa, intuendone la personalità, rispettando i limiti e cercando di trarre il meglio e, forse, anche un po' del peggio di quella persona. Qual è la ricetta per fare una buona intervista?

Conoscere bene l’opera di un autore. Documentarsi a fondo su di lui. Preparare con cura le domande. Poi metterle da parte e dimenticarle. E a quel punto, semplicemente, ascoltare.


giovedì 5 novembre 2015

Il ritorno di JK Rowling al mondo della magia



Era il 21 luglio del 2007 quando, dopo l’uscita nelle librerie dell’ultimo capitolo della saga dedicata al suo maghetto, J.K. Rowling annunciava di voler prendersi una pausa a tempo indeterminato da Harry e dal suo mondo. Sono seguite le uscite de Il Seggio Vacante, prima opera della scrittrice estranea all’universo Potteriano e i tre gialli dedicati all’ispettore Cormoran Strike, pubblicato con lo pseudonimo inizialmente segreto di Robert Gailbrait. Negli ultimi due anni, però, in opposizione a quella che sembrava la sua originaria intenzione, la Rowling ha invece fatto ritorno al mondo della magia proponendo nuovi contenuti che sono andati – e andranno – ad aggiungersi al corpus originale della Saga.



La prima novità, di cui già avevamo parlato sul nostro blog, è che il 13 ottobre hanno avuto inizio le riprese del film inspirato al libro Gli Animali Fantastici: dove trovarli, pubblicato sotto lo pseudonimo di Newt Scamander, che sarà proprio il protagonista della pellicola. Dalle informazioni rilasciate il 22 settembre e il 13 ottobre, abbiamo appreso che a interpretare questo ruolo sarà Eddie Redmayne – vincitore dell’Oscar 2015 come miglior attore protagonista nei panni di Stephen Hawking ne La teoria del tutto –, cui andranno ad aggiungersi Katherine Waterston nella parte di Porpentina Goldstein, Colin Farrell in quella di Graves, Ezra Miller nel ruolo di Crence, Alison Sudol in quello di Queenie, Dan Fogler in quello di Jacob e Samanta Morton in quello di Mari Lou.
Probabilmente questi nomi vi diranno poco, al momento, ma non temete, le notizie continueranno ad arrivare.
A quanto riportano i corrispondenti di Pottermore.com, i lavori procedono in modo lento ma meticoloso, con il massimo impegno da parte del cast artistico e tecnico.

La cinepresa si accende. L’azione ha inizio.

Non saprei dirvi cosa esattamente quello che accade in questa scena, in parte perché non ho idea di quel che sta succedendo e in parte perché la ripresa perfetta richiede molto tempo. Siamo qui seduti da venticinque minuti a osservare la stessa sequenza che viene ripetuta senza sosta. Una cosa però la so: è un momento molto importante per Newt (Eddie), Tina (Katherine) e Graves (Colin) a New York. Veramente molto importante.
Con una precisione perfetta, Katherine Waterstone poggia delicatamente a terra un oggetto fondamentale. Colin Farrell inarca un sopracciglio in modo molto eloquente. Altri attori meravigliosamente vestiti recitano e reagiscono agli stessi gesti fino a quando una parte della scena è stata completata.
Questo processo, stando a quanto ci dice una fonte interna affidabile, si ripeterà ancora e ancora per ore, giorni e mesi, sino a quando ogni singolo fotogramma non sarà pronto per il montaggio finale.”

Ma le novità riguardanti il maghetto non si limitano al mondo del cinema.
Dagli inizi di settembre, infatti, J.K Rowling aveva inviato un messaggio a tutti gli utenti iscritti a Pottermore, annunciando un cambiamento della veste grafica e dei contenuti del sito.
All’interno del nuovo, labirintico Pottermore è ancora possibile divertirsi a scovare contenuti speciali, ma non sarà più necessario registrarsi e loggarsi attraverso i vecchi account. In poche parole, il sito si è trasformato in una vera e propria enciclopedia multimediale totalmente gratuita, attraverso cui l’autrice e gli amministratori della piattaforma potranno veicolare nuove informazioni sul mondo di Harry Potter.
Ed è proprio attraverso questa nuova, sensazionale vetrina che sono state divulgate le prime indiscrezioni sullo spettacolo teatrale Harry Potter and the Cursed Child, sceneggiato dalla stessa Rowling e da Jack Thorne. Stando a quanto dichiarato, la pièce – che ruoterà intorno al personaggio di Albus Severus Potter, il figlio minore di Harry e Ginny Weasley – sarà divisa in due parti e debutterà il 30 Luglio 2016 al Palaxe Theatre di Londra per la regia di John Tiffany.


Il 28 ottobre si è svolta la prevendita di una parte dei biglietti, destinata a coloro che avevano effettuato la prenotazione prioritaria attraverso Pottermore, ma altre date sono attualmente disponibili al seguente indirizzo. http://www.harrypottertheplay.com/ticket-information/.

A cura di Tonino Mangano e Chiara Messina.

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