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sabato 24 dicembre 2011

Christmas tales: Il Re Nero del Natale di Daniele Nicastro (parte III)




Il Re Nero del Natale

Di Daniele Nicastro


III parte





Poche ore dopo camminavo scalzo sulla moquette della camera da letto di mamma. Avevo una gran paura di essere scoperto. Al tempo stesso ero elettrizzato. Mi sembrava di essere l'eroe di una missione impossibile.
Camminai con tale lentezza che a un certo punto ebbi il timore di venire sorpreso dall'alba mentre ancora cercavo la chiave. Ogni scricchiolio mi faceva battere forte il cuore.
Finalmente trovai sulla poltrona il grembiule, ma le tasche erano vuote! Non mi diedi per vinto. In ogni missione impossibile che si rispetti c'è qualche contrattempo.
Guardai intorno. Il resto della stanza era pulito e ordinato. Nessun indizio.
Poi vidi un pezzo di collana pendere dal portagioie della mamma. Bingo! Doveva averlo aperto per mettere la chiave al sicuro. Di certo non immaginava quel che stava accadendo nella sua stanza mentre dormiva.
Meglio così.
Sollevai con delicatezza il coperchio del portagioie d'argento e trovai subito la chiave. Feci attenzione a non farla aggrovigliare con altri ninnoli e richiusi tutto. Pochi minuti dopo scivolavo sul corrimano fino al salotto. L'idea mi era venuta per evitare lo scricchiolio dei gradini di legno, non avevo pensato all'eventualità di cadere sul pavimento. Fortunatamente la discesa terminò sul pomolo intarsiato del corrimano. Fu parecchio doloroso.
Raggiunta la credenza, ebbi un attimo di esitazione. Potevo ancora rimettere tutto a posto e aspettare che la mamma dimenticasse l'accaduto. Sarebbero bastati un paio di giorni. Ma non potevo aspettare così tanto, dovevo sbirciare il libretto e sapere qualcosa di più su quella storia.
Così girai la chiave e trovai la refurtiva al suo posto. Mi inginocchiai davanti al caminetto. Il divano sarebbe stato più comodo, ma era troppo lontano e accendere la luce era fuori discussione.
Il crepitio del fuoco mi ricordò il secondo motivo per cui mi ero alzato in piena notte. Dovevo attaccare il mio desiderio a uno dei rametti.
Ci avevo pensato a lungo, tanto non avevo niente da fare. Fingere di dormire non è affatto facile. Il buio dietro gli occhi chiusi è terribilmente noioso. Alla fine il tempo era passato e avevo scelto il mio desiderio. Il respiro stridulo della mamma era stato il segnale per uscire dalle coperte e dare inizio al mio piano.
Legai il biglietto al ciocco con un nastrino blu. Rimasi a guardarlo mentre le fiamme lo avvolgevano e si avvizziva. Desiderio andato. Veloce come la posta elettronica. Tornai al libretto segreto della mamma.
Sfogliai le prime pagine con una certa ansia. Sembrava una specie di diario. C'erano calligrafie diverse e inchiostri colorati che riportavano date molto vecchie. Alcune pagine erano state strappate e poi incollate su altre. I disegni erano bellissimi. A china o matita, ritraevano fiori e ritratti di persone che non conoscevo. C'erano anche molte storie illustrate. Scorrendole trovai quella che aveva iniziato a leggere la mamma. Decisi di scoprire subito il finale e lasciare le altre indagini a dopo.
Le ginocchia cominciavano a fare male. Cambiai posizione, mettendomi seduto a gambe incrociate. Il tepore del fuoco era rassicurante.
Mi presi tutto il tempo di leggere con calma.



"Fu con le ultime fiammelle rimaste al mondo che una manciata di streghe riuscì a sottometterlo. Il Re Nero era stato accanto alla Dea Madre per tutti i giorni delle doglie. Aveva pianto e imprecato, chiesto scusa e minacciato. Mentre le stringeva la mano, le streghe circondarono la radura e accesero una candela per ogni calderone. Erano vestite di fiori e piante, tutti i simboli del passaggio e della rinascita.
Il Re Nero si alzò furioso quando cominciarono a pronunciare l'incantesimo, ma la mano della Madre lo trattenne. Quella pallida resistenza, il volto sudato e lo sguardo esausto dell'amata, gli fecero capire ogni cosa.
Avrebbe potuto divincolarsi in qualsiasi momento. Invece rimase fermo aspettando la meritata punizione. Doveva farlo per il bene di ogni creatura. C'era oscurità ovunque guardasse.
Per la prima volta si accorse che il mondo era giunto al suo ultimo respiro.
Le streghe terminarono l'incantesimo e saltarono i calderoni insieme. Le fiamme tremolarono rischiando di spegnersi, ma il forte vento che si abbatté sulla casa dissipò solo le tenebre. A cominciare dal Re Nero.
La sua oscurità svanì con un soffio d'aria.
L'incantesimo durò tutto il tempo necessario a guarire il mondo. L'equilibrio fu ristabilito e nacque una nuova alba. Poi le streghe tornarono nei boschi e implorarono il perdono della Madre.
Lei non si lamentò. Era stato necessario.
Non sarebbe mai più successo nulla di simile, perché al Re Nero fu imposto un pesante tributo. Anno dopo anno, per potersi avvicinare al letto della Madre e stringerle la mano durante le doglie, avrebbe dovuto prima esaudire i desideri di ogni creatura appesi alle querce. Tutti avrebbero avuto il dovere di desiderare la rinascita e il Re Nero la responsabilità di permetterla.
Non si arrabbiò, aveva imparato la lezione. Gli bastò l'amore della Madre e il vagito del bambino. Non gli serviva una famiglia perfetta. In verità, aveva già tutto quello che poteva desiderare".


Era una strana storia. In qualche modo parlava veramente di me e della mia famiglia, anche se non riuscivo ad assegnare un personaggio a ciascuno. Avrei voluto dire alla mamma che non era stata una cattiva idea, mi era piaciuta tantissimo.
C'era sicuramente qualcosa che potevo imparare. Ero così vicino a capirlo che mi sembrava di sentire bussare alla testa. Invece era qualcosa alla porta, perché bussò di nuovo.
Mi accovacciai subito sul pavimento e strisciai fino alla finestra per non farmi vedere, ma non c'era niente dietro la porta. Così mi alzai e guardai meglio. Un corvo sbatté le ali improvvisamente e volò via. Mi prese un colpo!
C'erano delle briciole per terra, doveva essere stata la mamma dopo cena. Probabilmente aveva sbattuto la tovaglia sul pianerottolo e il corvo stava beccando, prima che lo spaventassi. Be', era stato reciproco.
Accesi una candela usando il fuoco del caminetto e andai fuori per spazzare le briciole ed evitare altre sorprese.
Mentre rabbrividivo per il freddo, mi venne un'altra fantastica idea.
Posai sul pianerottolo la candela e feci un passo indietro, studiando meglio la situazione. Potevo fare meglio.
La serie di piccoli vasetti anneriti dallo sporco accanto alla porta sarebbe servita al mio scopo. Ne rovesciai uno. Lasciai gocciolare un po' di cera sul fondo e appoggiai la candela perfettamente al centro. Ora sì che sembrava un calderone da strega, come quelli della storia.
Per completare l'opera saltai il vasetto e rientrai in casa. Mi mancò il fiato nel vedere un'ombra uscire dalla cucina e fermarsi accanto al divano.
Questa volta non era un uccello.
Rimasi immobile sull'uscio, indeciso se entrare o mettermi a urlare alla mamma dal giardino. Così avrebbero sentito anche i vicini.
Scelsi di aspettare ancora un minuto, il tempo di guardare meglio il ladro e decidere quanto fosse pericoloso. Doveva essere un ladro, chi altri si intrufolerebbe in casa nel pieno della notte?
Sfruttai il riparo della porta per spiare lo sconosciuto.
Era alto e magro. Portava una giacca di pelle scura che arrivava alle ginocchia e aveva il colletto alzato a riparare il collo e una chioma arruffata sulla testa, un po' come la mia. Si muoveva con calma attraversando il salotto, guardandosi intorno. Prese diversi oggetti in mano per guardarli più da vicino. Soprattutto le foto nelle cornici d'argento.
Mi sembrò strano che non avesse un sacco o uno zaino in cui mettere la refurtiva. Forse pensava di rubare anche quello.
Poi fece qualcosa di strano. Almeno, a me sembrò strano, perché non mi intendo di furfanti, anche se quella notte mi ero improvvisato ladro prima di lui. Si fermò davanti al tavolino su cui la mamma aveva messo i dolci della festa e ne prese uno. Prese anche una delle mele insaporite con i chiodi di garofano. Ne facevamo un vassoio tutti gli anni, io e la mamma.
Approfittai del momento favorevole per strisciare silenziosamente dentro casa. L'intenzione era di camminare radente il muro fino in cucina e poi prendere una padella o qualcos'altro come arma di difesa. Il ladro non sembrava molto pericoloso. Avrei anche urlato a squarciagola, ma prima avevo bisogno di un'arma.
Feci di tutto per confondermi con la tappezzeria, anche immaginare di essere un camaleonte. Non fu facile fare piano con le ciabatte che strisciavano sul pavimento.
Infatti mi beccò a metà stanza. Si girò di scatto lasciandomi impietrito. Mancavano pochi passi, bastava che cominciassi a correre.
«Aspetta» disse a voce bassa. «Non aver paura. Sono io che non dovrei essere qui».
Su questo ero d'accordo, per vari motivi. Primo, stava rovinando il mio piano. La mamma mi avrebbe scoperto. Secondo, stavo strisciando come un ladro in casa mia, ma era lui il ladro! Era tutto sbagliato. Lo ascoltai lo stesso, pronto a scattare appena avesse fatto un solo passo nella mia direzione.
«Io... stavo solo mangiando un biscotto» riprese. «E un pezzo di mela».
Addentò la mela senza togliere i chiodi di garofano. Lo sanno tutti che si devono togliere, forse era agitato quanto me. Molto strano.
Impiegò il minuto successivo a liberare la lingua dai chiodini e sputarli sul palmo della mano. Poi aprì la bocca come se stesse sbadigliando, ma era per stirare la mascella. Quei cosi fanno male, ci sono passato anche io.
«Scusa, avevo dimenticato di toglierli. Maledizione».
Sembrava in imbarazzo. Per questo rimasi fermo anche se era il momento ideale per una fuga. Non era un ladro come quelli che fanno vedere in Tv. Avrei voluto vedere che faccia aveva. Purtroppo era fermo in una zona d'ombra.
«Ti starai chiedendo cosa ci faccio in casa tua. Fai bene. Anzi, dovresti metterti ad urlare o scappare via. No no no...» si affrettò ad aggiungere appena mi vide aprire la bocca. «Non sono un ladro e non ti farò alcun male. Sono solo uno stupido, ma questo forse lo hai già capito. Ora me ne andrò e tutto tornerà come prima. Vedi? Non ho preso nulla».
Lo sconosciuto alzò le braccia. Non aveva davvero niente, neanche un marsupio. Risposi con un cenno del capo, scivolando di un altro passo verso la cucina. Per sicurezza.
«Non immaginavo di essere sorpreso da qualcuno. Sono stato fortunato. Ti prego, rispondi solo a una domanda e poi andrò via».
Stavo ancora cercando di capire cosa rendesse fortunato un ladro che è stato sorpreso a rubare, quando fece la domanda.
«Qual è il tuo nome?» disse con un filo di voce.
Perché lo voleva sapere? Sarebbe tornato a cercarmi se avessi raccontato di averlo visto? Eppure sembrava avere più paura di me.
«Ti prego, dimmi: sei Oliver? È questo il tuo nome, vero?» insisté.
Il fatto che mi conoscesse rese quella situazione ancora più strana e spaventosa. Sì, io ero Oliver ed ero al posto giusto, be' più o meno, ma lui chi era? Cosa voleva?
Mancavano solo due passi alla cucina. Così risposi, nella speranza di tenerlo occupato ancora un po', ma solo con la testa. Non avevo intenzione di parlargli. Lui abbassò le braccia in segno di resa.
«È stato bello conoscerti Oliver» rispose, tirando su col naso.
Scelsi quel momento per scattare in cucina. Afferrai il matterello appeso al muro e guardai indietro, nel caso mi stesse inseguendo. Invece andava nella direzione opposta. Imbucò la porta che avevo lasciato aperta e fuggì in strada, saltando la candela.
Non so dire quanto tempo rimasi fermo con il matterello in mano. Cosa dovevo pensare di quello che era successo? E cosa avrei dovuto fare alla fine? Chiamare mamma o mettere tutto a posto e fare finta di niente? Di una cosa ero certo: quell'uomo non era un vero ladro. I ladri non piangono e non si vestono così.
Forse era stupido pensarlo (e di cose stupide ne avevo fatte a bizzeffe quel giorno), ma quello sconosciuto mi ricordò il Re Nero. Era persino scomparso nel buio saltando la fiammella. Mentre cercavo di dare un senso a tutte queste cose, si accese la luce delle scale.
«Oliver, sei tu? Cosa succede?» urlò mia madre preoccupata.


Quel che accadde dopo, preferisco non raccontarlo. Ci sono periodi tenebrosi nella vita di un bambino che non andrebbero mai scoperti. Posso solo dire che i giorni seguenti non furono fra i migliori. Però le tremende punizioni ricevute dalla mamma mi diedero il tempo di pensare. Ancora adesso mi piace considerarla una notte di Yule in ritardo.
Forse quello sconosciuto aveva pensato solo a se stesso, per una volta. Come il Re Nero. La mamma non aveva sporto denuncia, non aveva nemmeno chiamato la polizia. Magari non era un completo sconosciuto. Me lo chiedo ancora e ogni volta rido, perché se lui fosse il Re Nero, allora io dovrei essere il Sole Bambino. Non mi ci vedo. Combino troppi guai per essere un Salvatore.
A volte ripenso a quella favola e a tutte le altre. Non è vero che si diventa adulti quando si smette di crederci. Credo che le favole siano state scritte proprio dagli adulti per raccontare cose che non avevano il coraggio di dire. Non solo per i bambini, ma anche per mamme, papà e amici. Per tutte quelle persone che ci amano, ma con le quali litighiamo e facciamo cose stupide ed egoiste.
Non sono i regali e tutte quelle sciocche tradizioni. È questo il vero senso del Natale.
Il Natale del Re Nero.

venerdì 23 dicembre 2011

Christmas tales: Il Re Nero del Natale di Daniele Nicastro (parte II)




Il Re Nero del Natale

Di Daniele Nicastro


II parte



«Ricordi la notte di Yule? L'avete appena studiata a scuola. Il solstizio d'inverno, la notte più lunga dell'anno».
«Sì, lo ricordo. É stato solo la settimana scorsa. Ci hanno fatto imparare a memoria anche una filastrocca. L'ho ripetuta così tante volte che ho sognato persino il Re Nero. E non è stato bello».
«Ripetila ancora una volta per me, giuro che è l'ultima» disse la mamma. Non ne avevo voglia, ma tanto continuava a venirmi in mente anche da sola, come quei motivetti che non riesci a smettere di canticchiare. Così cominciai a recitarla.

"Il 21 Dicembre l'oscurità trionfa.
Il respiro della natura è sospeso
nel timore che la ruota smetta di girare.
Tutto aspetta nel calderone,
il cammino é preparato.
Anno dopo anno il Re Nero sacrifica la sua oscurità
e cede il passo.
La natura sorride a una nuova Alba di luce,
al vagito del Sole bambino.
La Grande Madre gira la ruota ancora una volta,
donando speranza e la promessa dell'estate.
Nella notte di Yule lasciamo andare
il passato e le speranza infrante.
Abbandoniamo il rancore e la delusione,
per intraprendere una nuova crescita.
Il ciclo della rinascita è infinito,
anno dopo anno si ripete".


«Tranne una volta» intervenne la mamma.
«Cosa?» domandai perplesso.
«Voglio dire che il ciclo della rinascita non è stato sempre infinito. Una volta qualcosa è andato storto. Anzi, sai che ti dico? È stata proprio colpa del tuo amico Re Nero».
Mi venne un brivido al pensiero del Re Nero. Sentirlo nominare in una filastrocca non era niente, ma il maestro ci aveva fatto vedere alcune illustrazioni veramente paurose. Per questo avevo avuto gli incubi.
«Non è mio amico!» mi affrettai a specificare. «E poi non esiste, è solo una storia inventata, come il Natale».
«Allora non sarà un problema per te sentirne parlare ancora. Perché la storia che sto per leggerti parla proprio di lui e della notte di Yule».
Forse è un potere speciale delle madri, sanno sempre girare le cose a proprio favore. Mi aveva incastrato.
«Nessuno pensa mai al sacrificio e al dolore del Re Nero» continuò a spiegare. «Il Natale è pieno di storie sdolcinate. La verità è che l'amore è spesso egoista e pieno di rancore. Anche nella storia che sto per raccontarti tutti i cuori erano pieni di speranze e buoni sentimenti. Così non si accorsero di quel che stava accadendo».
«Mi hai convinto, non serve che continui a fare la misteriosa. Leggimi la storia».
Sapevo che me ne sarei pentito, ma ormai volevo sapere cosa fosse successo quella notte. Cosa aveva fatto di tanto terribile il Re Nero? A parte essere il Re Nero ovviamente, che di per se stesso era già abbastanza spaventoso per me.
Mia madre prese il libretto che stava leggendo prima che tornassi. Sembrava uno di quei blocchetti per gli appunti che si portano sempre in giro, con un elastico per tenere chiuse le pagine e una minuscola penna appesa sul dorso.
Sporgendo la testa vidi che le parole erano scritte in corsivo, con una calligrafia piena di curve e sbuffi. Pagine fitte di parole e correzioni. Vidi tutto di sfuggita perché mia madre teneva il libretto così stretto che sembrava temere glielo strappassero di mano.
«Potrei raccontarti da dove arriva questo libretto, ma sarebbe una storia ancora più lunga di quella che intendo leggerti e ti annoieresti. Ai figli non piacciono mai le storie di famiglia, piene zeppe di parenti che non conoscono e vecchi aneddoti. Ma una cosa devi saperla: mi è stato lasciato dalla nonna. Un gesto che si tramanda da generazioni. Qualcuno dice che sia una storia vera, ma io e te non ci crediamo, vero? Siamo troppo grandi» disse arricciando il naso. «Sei pronto?».
La luce del giorno si faceva sempre più debole. Mi aggrappai al cuscino del divano e strinsi le gambe.
«Prontissimo!» risposi.
La mamma cominciò a leggere.


"Il Re Nero amava profondamente la Dea Madre. Erano inseparabili come la Luce e l'Ombra. Ogni anno quell'amore si rinnovava con la nascita del Sole bambino, ma al Re Nero non era mai concesso di vederlo. Così divenne sempre più triste e pieno di rancore. Ecco perché la notte di Yule é tanto lunga.
Per il bene degli altri doveva pagare sempre e solo lui. Questo lo fece arrabbiare sempre più, finché decise di meritare un po' di felicità per se stesso e non si sacrificò più per nessuno.
Così la ruota smise di girare.
Ma le cose non andarono come aveva desiderato. Non nacque nessuna alba e nessun bambino. La notte di Yule divenne una notte infinita. La natura cominciò a morire e gli elementi persero i legami che li tenevano insieme, causando disastri in un luogo dopo l'altro.
Il Re Nero non volle ascoltare nessuna preghiera. Il suo cuore era indurito. Aveva amato così tanto! E ogni volta il suo amore veniva deluso. Non era giusto.
Notte dopo notte attese la nascita del Sole bambino accanto alla Dea Madre. Le sue doglie proseguivano ininterrottamente dalla notte di Yule. Soffriva perché gli era impedito il parto, finché il suo amato Re non l'avesse liberata con il suo sacrificio.
Anche il Re soffriva nel vederla in quello stato. Ma era accecato dall'egoismo, non si rendeva conto che la notte proseguiva da giorni.
Madre e natura stavano morendo".


«Questa storia non mi piace».
Bloccai il racconto. La mamma sollevò la testa dal libretto e mi guardò smarrita. Era così coinvolta dalla lettura che impiegò un po' a capire cosa fosse successo. Il suo petto si alzava e abbassava assecondando il respiro.
Si può essere in affanno per un semplice libro?
«Ho detto che non mi piace. O meglio, non mi convince» dissi, dandole il tempo di riprendersi.
«Spiegati meglio». Chiuse il libretto e tenne il segno con un dito.
«Non so... é tutto l'insieme. Ci sono cose che già conosco, il solstizio e il Re Nero, ma in modo diverso. E poi quel libretto. Non te l'ho mai visto leggere prima».
Il volto della mamma cominciò a irrigidirsi. Mi fissava in modo strano.
«Oliver, se devi dire qualcosa, dillo come si deve. Sai che non sopporto le persone che girano intorno alle cose».
Non so come, ma ero riuscito a farla arrabbiare. Forse perché dico le cose senza pensare. Mi rimaneva solo una scelta: decidere per cosa sarebbe andata su tutte le furie. Potevo dirle cosa pensavo veramente, oppure nascondermi dietro un patetico silenzio. Scelsi la prima opzione, perché mi aveva trattato da adulto e le dovevo almeno un po' di sincerità.
«Credo che questa storia te la sia inventata tu di sana pianta. Quello non è un libro di favole, é scritto a penna. Non mi convince. E poi nella storia ci sono troppe coincidenze: i due innamorati e il bambino. Il papà che lascia il bambino e non potrà mai vederlo» dissi tutto di un fiato, fermandomi solo per il botto finale. «Mi stai raccontando una storia che parla di noi. Di quello che è successo con il papà. Ci siamo già passati, no? Io sto bene mamma, non voglio più credere alle favole. Sono cresciuto!».
Seguì un silenzio che a me sembrò lunghissimo. Cattivo segno.
«Se è questo che pensi, allora non c'è motivo di continuare a leggere questa storia. Gli adulti usano la propria testa» disse con un tono di voce amaro.
Tolse il segno dal libretto e si alzò. Lo ripose in un cassetto della credenza. Poi chiuse e nascose la chiave nella tasca del grembiule a fiori.
«Mamma, non volevo essere cattivo. Forse mi sono spiegato male» cercai di recuperare.
«Ti sei spiegato benissimo, invece» ribatté severa. «Niente buonismo, ricordi? Leggerti quella storia è stata una pessima idea. Ora fammi un favore, vai fuori e prendi il ceppo di quercia. Manca solo il tuo biglietto. Se non vuoi metterlo non importa, però prendilo e accendi il fuoco. Io metto in tavola la cena».
«Ti prego mamma, mi sono sbagliato. Voglio sapere come finisce!».
La delusione nel suo sguardo mi fece sentire un vero stupido. Sì, proprio come aveva detto il mio compagno.
Smettere di credere alle favole non mi aveva poi reso tanto maturo.
«Hai avuto la tua occasione. Magari l'anno prossimo andrà meglio, se non sarai troppo grande per queste cose».
Si voltò di scatto gonfiando la matassa di riccioli rossi e filò in cucina con passo marziale. Per quanto fosse possibile con un paio di ciabatte di pezza.
Avevo combinato un bel guaio.
Non volevo mancarle di rispetto. So quanto ancora soffra per la mancanza di papà e quanto sia duro pensare a me. Ma non è questo che fanno i figli?
No. Questo è quello che fanno i figli capricciosi.
Ero stato egoista senza neppure accorgermene, proprio come il Re Nero. Mi venne da ridere. Adesso ero io che adattavo quella storia alla mia famiglia! Chissà che fine aveva fatto il Re. E la madre?
Presi il ciocco decorato in giardino. La mamma lo aveva messo nel portavasi accanto alla buca delle lettere. Un bel pezzo di quercia usato, ma è così che si deve fare: ogni anno si accende quel che rimane dall'anno prima. I decori li avevamo fatti insieme, raccogliendo intorno al villaggio tutto quel che occorreva. Un rametto di tasso, agrifoglio e qualche foglia di edera. I nastrini rossi li avevamo già. Bastò allargare tre buchi per le candele colorate e accenderle. La mamma aveva già scritto i suoi desideri su un paio di foglietti arrotolati. Li aveva legati ai nastrini e si era raccomandata di non sbirciare.
Posai il ceppo nel caminetto dentro casa, su un letto di rametti secchi e striscioline di carta. Accesi una fiammella e controllai il fuoco finché non fui sicuro che reggesse. Ma avevo dimenticato di attaccare i miei desideri!
Stavo già salendo le scale quando la mamma chiamò.
«Oliver vieni a tavola, è pronto!».
«Ancora un minuto mamma. Devo fare una cosa» risposi in tutta fretta.
«Non se parla nemmeno, signorino». Fece capolino dalla cucina minacciandomi con un mestolo di legno sporco di sugo.
«Smetti di fare qualsiasi cosa tu stia facendo e vieni subito a mangiare. I tuoi minuti sono più lunghi del normale e non ho cucinato tutto il giorno per vederti mangiare in fretta e furia».
Scesi mestamente le scale ed entrai in cucina dietro di lei. Tenendo lo sguardo basso per la vergogna, scorsi di sfuggita il portachiavi dorato che pendeva dalla tasca. Bastò quello per farmi venire in mente un piano geniale. Avrei fatto tutto dopo cena, quando la mamma sarebbe crollata dal sonno. La situazione perfetta per un furto.

giovedì 22 dicembre 2011

Christmas tales: Il Re Nero del Natale di Daniele Nicastro (parte I)

Siamo già giunti all'ultima puntata dello Speciale Christmas tales! Diviso in tre parti -l'ultima sarà pubblicata il 24 dicembre- il racconto finale è stato affidato alle abili mani di Daniele Nicastro, autore de La bambina con il basco azzurro, recensito e intervistato qualche mese fa sul blog. Mi auguro di cuore di avervi accompagnato, in questo periodo, con tutto lo spirito che gli autori sono stati in grado di trasmettere. Non sono una grande fan di questa festa -sono anni che non provo i brividi o l'esaltazione tipici del periodo-, ma di questi tempi credo che del Natale ci sia bisogno... perché siamo troppo disincantati, delusi e tristi o arrabbiati. C'è bisogno di passeggiare per le vie illuminate cercando regali -anche se il portafoglio piange-, c'è bisogno di riunirsi in famiglia e far finta di essere felici per una sera -anche se dopo la cena di quella suocera se ne diranno di tutti i colori- e c'è bisogno di vedere la gioia negli occhi dei nostri figli -anche se il loro futuro è incerto e probabilmente non godranno mai della pensione-. 
Io ho cercato di dare il mio piccolo contributo in maniera più ampia rispetto all'anno scorso, quando il blog era appena nato. Spero di poter ripetere l'esperienza anche il prossimo Natale (salvo complicanze da parte dei Maya) e spero di avervi regalato belle storie e bei momenti. Quindi bando alle ciance e buona lettura ^^






Il Re Nero del Natale

Di Daniele Nicastro

I parte

É passato tanto tempo e pochi se ne ricordano. Molte cose erano diverse una volta. Le persone parlavano poco e la vita spesso era sopravvivenza.
Le favole erano l'unico modo per raccontare le proprie emozioni. La paura, la tristezza, l'amore e l'odio.
Alcuni dicono che si diventa adulti quando si smette di credere alle favole. Ma ci sono favole e favole, mia madre lo diceva sempre. Alcune sono innocui racconti per far sorridere i bambini. Altre invece, affondano le radici nella tradizione e raccontano verità di persone che ormai non ci sono più. Piccole verità sepolte dagli inganni. La mia famiglia ne possiede una che si tramanda da generazioni.
La scoprii il giorno che smisi di credere a Babbo Natale.

Quel pomeriggio tornai a casa di filato dopo una lite a scuola. Ero talmente arrabbiato che camminavo a testa bassa, borbottando con me stesso. Il vento gelido incitava le onde e dal molo si alzavano le strida dei gabbiani. Non riuscivo a decidere se fossi più arrabbiato per aver fatto la figura del cretino o per avere creduto così tanto tempo a una menzogna.
Il bullo della classe mi aveva preso di mira.
«Solo i bambini stupidi credono ancora a Babbo Natale!» aveva esclamato davanti a tutti.
«Invece esiste! Forse non ci credi perché a te non porta i regali».
Mi saltò addosso e continuammo ad azzuffarci fra i banchi fino all'arrivo del maestro.
«Smettetela voi due! Siete impazziti?» disse a gran voce separandoci.
«È stato lui a iniziare». Fu l'unica cosa che mi venne in mente di dire.
«Ho solo detto che è uno stupido se crede ancora alle favole. Maestro, glielo dica anche lei. Lo sanno tutti che sono i papà a mettere i regali sotto l'albero, ma forse lui non lo sa perché un papà non ce l'ha più».
«Sei solo un maledetto bugiardo!» aggiunsi balzando verso di lui.
Il maestro mi bloccò a mezz'aria, afferrandomi per le spalle.
«Ora basta, moderate il linguaggio! Non dovreste tutti essere più buoni durante il Natale?».
Poi mi guardò dritto negli occhi e parlò seriamente, come si farebbe con un adulto.
«Ha ragione lui. Non esiste».
Fece una pausa, perché capissi bene.
«Questo non vuol dire che non si debba credere a niente. È proprio quello in cui crediamo che ci rende migliori».
Vedendomi balbettare in cerca di una replica, riprese il discorso, strofinandomi i capelli.
«Non importa chi sia a farti i regali, ma il motivo per cui li fa. A volte, dietro le piccole bugie, c'è qualcuno che ci vuole bene. Ricordalo Oliver».
Feci cenno di aver capito solo per poter avere il permesso di andare. Ero così arrabbiato! La campanella suonò e corsi via in mezzo a decine di bambini schiamazzanti.
Nessuno è contento quando scopre una bugia.
Il villaggio di pescatori da cui provengo è un posto incantevole e selvaggio. Le case si stringono una all'altra come se cercassero di scaldarsi. Sono rifugi semplici e colorati in cui trovare il calore della famiglia, soprattutto nella stagione fredda. Era appena passato il solstizio d'inverno.
Spalancai rumorosamente la porta di casa spaventando mia madre. Gettò un gridolino e si affrettò a chiudere il libretto che aveva in mano, come se lo stesse leggendo di nascosto. Non gli diedi importanza al momento.
Abbandonai la cartella ai piedi del tavolino, facendo traballare pericolosamente la lampada.
La mamma continuò a seguirmi con lo sguardo senza dire una parola. Attese che gettassi la giacca in cima all'appendiabiti e mi lasciassi andare a peso morto sul divano. Sbuffavo e sbattevo le gambe ritmicamente perché volevo capisse quanto ero furioso.
«È stata una giornataccia a scuola?» disse a un certo punto.
La ignorai. Mi faceva un po' male trattarla in quel modo, ma se lo meritava. Aveva mentito. Tutta quella storia del Natale, dell'essere buoni e scrivere letterine, che senso aveva se era tutto falso?
«A quanto pare sei arrabbiato anche con me» proseguì con calma. «Dovrei preparare la tavola. Si riesce a parlare meglio con lo stomaco pieno».
«Mi hanno dato dello stupido oggi» dissi incrociando le braccia e guardando il pavimento. «E avevano ragione, perché mi hai raccontato un sacco di bugie sul Natale. Me lo ha detto anche il maestro. Lo sapevano tutti tranne me».
La mamma rimase a guardarmi un altro po', prima di andare in cucina. Tornò con un pezzo di torta alle mele e due cucchiaini.
«La verità va addolcita, altrimenti è dura da mandare giù» disse sistemandosi accanto a me.
Avrei voluto tenere duro più a lungo, per dimostrare che non ero né un bambino, tanto meno uno stupido, ma aveva colpito il mio punto debole.
Accettai quell'offerta di pace senza troppe cerimonie. La mamma ne assaggiò solo un pezzo.
«Non è facile capire quando un figlio cresce. Certo, non sei più alto come un comodino, ma crescere veramente è un'altra cosa. Qualcosa che viene da qui» spiegò, toccandosi il petto.
Rimasi ad ascoltare perché intuivo si trattasse di un discorso da grandi, ma non ero sicuro di capire quel che cercava di dirmi.
«Mi piacevi un sacco quando ti ostinavi a restare sveglio per vedere Babbo Natale uscire dal camino. Finivi per addormentarti tutte le volte. Era una bugia, ma ci dava la possibilità di stare insieme, ridere e mangiare cose buone».
«Possiamo fare queste cose tutte le volte che vogliamo. Non c'entra niente il Natale, vero?» chiesi, provando un misto di determinazione e nostalgia.
Se il Natale non era altro che una festa piena di bugie, allora non volevo farne parte. Però perdere tutte le cose buone e anche i regali, quello mi sarebbe davvero dispiaciuto!
«Stai davvero crescendo in fretta, Oliver. Vorrei che ci fosse anche il tuo papà in momenti come questo» disse con occhi lucidi.
Era uno di quei momenti imbarazzanti in cui avevo tanta voglia di stringere la mamma in un abbraccio, ma non riuscivo a farlo. Ormai ero troppo grande per simili smancerie. Cosa avrebbero detto i miei compagni se avessero saputo?
«Niente bugie, da ora in poi. Sei d'accordo?» riprese la mamma con entusiasmo. Ricambiai il suo sorriso.
«In un certo senso mi sento sollevata. Tutti quei genitori che continuano a dire che a Natale bisogna essere più buoni, che altrimenti non avranno i regali. La corsa agli addobbi, le renne volanti e i film sdolcinati in Tv. Troppo buonismo per i miei gusti. Sai cosa significa questa parola, vero Oliver?».
Non avevo la più pallida idea di cosa fosse il buonismo, ma non potevo ammetterlo proprio nel giorno miracoloso in cui mia madre diceva apertamente che stavo diventando grande. Così improvvisai una ridicola spiegazione, tartagliando parole insensate.
«La torta fa questo effetto anche a me. Impasta la bocca e non si riesce a parlare come si deve. Bevi un po' d'acqua» intervenne, salvandomi elegantemente da quella figuraccia. «Volevi dire che è quando si cerca a tutti i costi di apparire sempre buoni agli occhi degli altri. Hai ragione, quello è il significato di buonismo».
Mi affrettai a mandare giù l'acqua per annuire.
«Basta con le bugie e le feste ipocrite. Questo non vuol dire che non si debba approfittare di questi giorni per stare un po' insieme. E i regali ormai li ho comprati. Quindi faremo compromesso per quest'anno. Anche i compromessi sono una cosa da grandi» aggiunse, strizzando l'occhio.
Non avrebbe potuto usare parole migliori. Sapevo che regalo avrei ricevuto: una bicicletta nuova fiammante, con il cambio e tutte quelle levette sul manubrio.
Mi bloccai. Qualcosa non tornava. Era giusto sapere già che regalo avrei ricevuto? E fare il buono solo per riceverlo?
Fu un bene che la mamma ricominciasse a parlare. Erano ragionamenti sensati, ma continuando sulla quella strada sentivo che avrei finito per perdere il mio regalo. Meglio l'anno prossimo.
«È ora che tu conosca qualcosa sul vero Natale. Si tratta di una storia di famiglia, non la troverai alla Tv».
Mia madre sapeva come attirare l'attenzione, devo ammetterlo. Però ero ancora scettico. Smettere di credere a una storia per un'altra mi sembrava stupido.
«Non voglio sentire un'altra favola, mamma. Hai detto basta con le bugie e il buonismo, ricordi?».
«È quello che faremo. Ma sono ancora più grande di te, quindi devi credermi se dico che ci sono favole e favole. La storia che sto per raccontarti parla di cose che non dovevano essere fatte, di frustrazione e dolore. È una perfetta storia d'amore».
A me non sembrò che l'amore avesse molto a che fare con tutte quelle cose e nemmeno sapevo bene il significato della parola frustrazione, ma sembrava una storia intrigante.
«Prima dimmi di cosa parla. Almeno un indizio!» esclamai.
Lei sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio, fingendo di pensarci.
«Forse non dovrei. Un po' di mistero fa bene a ogni storia. Finirai per dirmi che è noiosa ancora prima di averla ascoltata... ma lo farò lo stesso, per questa volta» aggiunse interrompendo sul nascere le mie proteste.

martedì 19 luglio 2011

Interview with... Daniele Nicastro

Ho avuto il piacere di conoscere personalmente Daniele Nicastro, scrittore al suo esordio con il libro La bambina con il basco azzurro, recentemente recensito qui. Non potevo farmi quindi perdere l'occasione di una bella intervista, con cui spero di aver chiarito, insieme all'autore, alcuni punti del romanzo.

Interview with...

Daniele Nicastro


M: Ciao Daniele e benvenuto su Dusty pages in Wonderland! Ti va di parlarci un po' di te?

D: Ciao Malitia, è un piacere essere ospite del tuo Blog. Di me posso dire che abito in un piccolo paese a ridosso delle Alpi, nella provincia di Cuneo. Il paesaggio che vedo all'orizzonte è spesso fonte di ispirazione. Al momento svolgo il lavoro di impiegato, ma mi sto impegnando per fare in modo che quella di scrittore possa un giorno diventare la mia professione. Fino a poco tempo fa era solo una passione nata dal piacere della lettura, in particolar modo la lettura di genere fantastico legata alla narrativa per ragazzi. Reputo che sia al momento uno dei generi più fertili e originali nei quali ci si possa immergere completamente.

M: Alla letteratura per ragazzi appartiene infatti il tuo romanzo d'esordio, La bambina con il basco azzurro. Sia la storia che lo stile da te utilizzato, però, fanno pensare sia indirizzato ad una fascia d'età molto più giovane. Vuoi spiegarci perché non è così e perché, invece, si tratta di un libro per over 13?

D: Si tratta di un libro over 13 a causa dei temi di fondo: la morte e l'abbandono. Sono parte integrante della vita, ma nessuno di noi vorrebbe mai doverli affrontare. Io ho cercato di farlo con tatto e discrezione. Tuttavia diverse vicende narrate risultano vivide e reali, in particolar modo l'apparizione di Buio, il cattivo della storia e alcuni risvolti legati alla bambina e allo specchio. Ci sono inoltre molti significati nascosti fra le righe che rendono la storia intrigante a un pubblico adulto. Ciò non toglie che la narrazione risulti fresca e ricca di colpi di scena, tale da non annoiare i ragazzi.

M: Riassumiamo in breve, per i lettori, la trama del tuo libro?

D: La storia inizia con una vicenda quotidiana: la bambina con il basco azzurro si reca con la madre in libreria per la presentazione di un autore. Come spesso accade, preferirebbe andare a divertirsi nel parco giochi, piuttosto che trascorrere il pomeriggio in un locale pieno di libri e mette subito il broncio. Uno sconosciuto le domanda di fare la guardia a un coniglio irrequieto e, dopo un rocambolesco inseguimento fra gli scaffali, la bambina finisce nel ripostiglio polveroso, dove trova uno specchio e scopre che il riflesso della propria immagine non si comporta come dovrebbe. Invece di seguire i suoi gesti, si muove per conto suo e inizia persino a parlarle. Il riflesso impertinente è accompagnato dal riflesso del coniglio e ha qualcosa di importante da raccontare. Qualcosa di incredibile a cui la bambina faticherà a credere. Questa vicenda è la scintilla che darà vita a un continuo e imprevedibile confronto fra specchi e bambine, un continuo ribaltamento di fronti che farà dubitare della realtà stessa. La bambina non dovrà affrontare da sola il viaggio che l'aspetta, ma sarà accompagnata da alcuni eccentrici e ironici amici animali che sanno più di quel che sono disposti a dire. Un viaggio attraverso luoghi misteriosi come la montagna delle possibilità e il grande lago, in un crescendo di emozioni e colpi di scena.

M: C'è sempre nel tuo romanzo -come anche tu hai appena detto- una sorte di ambiguità, di ambivalenza. Buio è, per esempio, un personaggio che potremmo definire incorporeo (possiamo intuirne la natura già dal nome), sebbene l'effetto devastante delle sue azioni malvagie suggerirebbe il contrario. Qual è il rapporto, nella tua storia, tra ciò che si vede e ciò che si avverte, tra ciò che è reale e ciò che non lo è?

D: Il rapporto tra reale e irreale è molto stretto. Numerosi indizi fanno intuire le caratteristiche di questo rapporto nel corso delle vicende, ma risultano difficili da individuare a una prima lettura. Come spiega a un certo punto l'eccentrico narratore della storia, certe cose si 'sentono', nel senso che non c'è bisogno di vederle chiaramente o sentirle spiegare. Ho cercato di rendere ogni rivelazione una presa di coscienza improvvisa, una lama di verità che colpisce l'immaginazione rendendo reale ciò che si credeva non lo fosse e viceversa. A questo riguardo la presenza dello specchio è fondamentale. Immagina di specchiarti e vedere di volta in volta nel tuo riflesso un particolare diverso. Si tratta ogni volta di una realtà, ma sempre diversa, perché diversi sono gli occhi con cui la guardiamo.

M: Appunto le diverse realtà e, in particolare, le possibilità (come non fare riferimento alla magica Montagna delle Possibilità del tuo libro?) sono un'altra tematica de La bambina con il basco azzurro. Come e quanto contano le possibilità nella vita reale? Che ruolo hanno nel tuo romanzo?

D: Per me contano tantissimo. Se proviamo con l'immaginazione a guardarci dall'alto, siamo in grado di individuare innumerevoli percorsi possibili, perché innumerevoli sono le scelte che compiamo ogni giorno. Anche le più piccole possono ripercuotersi sulle vicende che ci riguardano. Il lettore comprende subito che la montagna delle possibilità non é una montagna normale. È un luogo dall'atmosfera magica, nel quale si decide il futuro dei personaggi, nel bene e nel male, inducendo il lettore a riflettere sul significato delle proprie azioni e sulla scintilla delle motivazioni che ci spingono a fare qualcosa. In particolar modo ho cercato di mettere in evidenza come certe scelte e soprattutto determinate esperienze, anche spiacevoli, determinino il carattere di una persona.

M: Perché quest'atmosfera cupa in quello che sembra un libro per bambini?

D: Perché leggendo numerosi titoli della narrativa per ragazzi degli ultimi anni ho avuto il piacere di riscontrare una maggiore confidenza con la realtà e i temi che in passato venivano considerati tabù per i giovani, troppo maturi per essere spiegati. Io sono dell'idea che non bisogna sottrarre i ragazzi a temi, anche profondi, che caratterizzano la vita che ci circonda. Troppo spesso i finali lieti e il cinema 'buonista' del passato li ha rinchiusi in una bolla di protezione, senza spiegare cose che invece avrebbero dovuto conoscere per essere preparati ad affrontarle. I toni cupi di questa storia sono tuttavia accompagnati da riflessioni delicate ed eccentriche spiegazioni che dimostrano come non si debba per forza temere determinate cose. Anche quel che fa paura o soffrire al momento può portare buoni frutti in futuro. Il potere della narrazione rende semplici da spiegare ai ragazzi anche concetti seri e difficili come quello appena intrapreso.

M: Quali sono i libri per ragazzi che hanno segnato la tua infanzia?

D: Il mio è stato un percorso strano. Ho saltato quasi completamente la letteratura per l'infanzia perché avevo un profondo desiderio di leggere i libri dei 'grandi'. Ho letto i classici e mi sono emozionato con libri di avventura come "l'isola del tesoro" e "il signore degli anelli". Crescendo però ho sentito il bisogno di leggere alcuni titoli della letteratura per l'infanzia e ho scoperto il loro enorme valore, anche per un pubblico adulto. Reputo fondamentali per la mia formazione libri come "il piccolo principe" e "la collina di conigli". Lemony Snicket, con la saga "una serie di sfortunati eventi" rimane per me maestro indiscusso della narrativa per ragazzi. Puoi facilmente comprendere quindi come mai alcune atmosfere del mio libro siano cupe, sebbene il messaggio sia estremamente positivo.

M: .Ultima domanda. Ci racconti un aneddoto o un ricordo che è stato fondamentale, durante la tua infanzia o adolescenza, per la tua formazione personale?

D: Questa non è affatto una facile domanda. Credo siano pochi gli autori disposti a parlare di sé stessi o in grado di farlo con spensieratezza. Quindi mi limiterò a raccontare che non è un caso che la bambina con il basco azzurro si trovi in mezzo ai libri e la storia inizi in una libreria. Anni fa un bambino cicciottello con due grossi occhialoni passava i suoi pomeriggi in biblioteca, leggendo i libri e conversando con la sua amica Carmen, la bibliotecaria con i capelli ricci. Non aveva amici con i quali potesse giocare, ma viaggiava molto lontano con la fantasia, a cavalcioni di un fortunadrago o domando i flutti di un mare in tempesta con il coltello fra i denti. Ci sono molti episodi che mi riguardano in questo libro, ma fra tutti i significati e i simbolismi della storia sono i più nascosti.

M: Ok Daniele, grazie mille per questa chiacchierata :)

D: Grazie a te Malitia e buona lettura a coloro che si immergeranno in questa originale storia.^^

giovedì 14 luglio 2011

Recensione La bambina con il basco azzurro



(Leggi trama e info qui)

Voto: 

Riassumere la trama de La bambina con il basco azzurro sarebbe deleterio per il lettore della recensione, giacché sarei costretta a rivelargli un po’ di particolari. E’ evidente, per chi si approccia al libro, un richiamo a Lewis Carrol e alla sua Alice –la bambina, la Dama Bianca, il coniglio, lo specchio, il mondo di favola- ma la storia si discosta dal modello per la cupezza di alcuni particolari, per una sorta di realismo innovativo riscontrabile forse solo nelle favole originali dei fratelli Grimm. C’è infatti un Buio che non è solo un simbolico personaggio immaginario del libro, ma è palpabile e riscontrabile nella vita reale. C’è morte, in questa storia per bambini, e il senso del sacrificio, anche se entrambi convivono con l’amore. Credo che se l’avessi letto da piccola sarei scoppiata a piangere in diversi punti, e anche se il fine –la fine- è lieto/a resta un’amarezza su cui solo l’autore potrebbe darci delucidazioni. Questo, al di là della trama che non posso narrarvi, è un aspetto importante del libro che ci tenevo a sottolineare. Potrei scrivere pagine sul significato che assume la sconfitta –alcune persone si arrendono, si lasciano vincere e non c’è più nulla da fare per loro… ma è un modello educativo? Non sarebbe stata migliore la scelta di far reagire la protagonista nonostante le tragedie della vita, anziché rimpiazzarla con un’altra bambina?- ma per i motivi appena elencati e per alcuni altri la stessa trama mi è sembrata un po’ traballante e mi ha meravigliato scoprire, per esempio, che la bambina con il basco azzurro con cui comincia il libro non è poi la stessa protagonista con cui questo termina. Innovazione o meno sono stata un po’ turbata da questo brusco cambio di angolazione, anche perché continuo a interrogarmi su cosa l’autore abbia voluto dire e, in qualsiasi modo la esamini, non mi sembra una scelta salutare per il messaggio da trasmettere ai bambini. Attenzione, non sto contestando il contenuto spesso amaro del libro –che i bambini debbano essere messi davanti a fatti compiuti e irreversibili come la morte già alla loro giovane età è opinabile in base alla sensibilità del lettore- quanto uno dei messaggi che esso fornisce e che potrebbe essere male interpretato. Non voglio però parlare solo di questo, perché il libro offre anche molti spunti positivi e molte immagini toccanti, concentrate soprattutto sul rapporto tra madre e figlia. Anche le descrizioni sono molto belle nella lotta finale tra bene e male e mi sono particolarmente piaciuti gli elementi fantasy, ben utilizzati e particolarmente “vivi”.
Gli esordi non sono mai semplici, e anche quando sono incoraggiati dal supporto di grandi case editrici i tentennamenti e lo stile ancora un po’ ancorati ad un modello amatoriale si fanno sentire.
Tuttavia, La bambina con il basco azzurro è caratterizzato da una grande maturità stilistica da parte dell’autore, che assume pienamente il ruolo di narratore per bambini e con grande competenza guida i piccoli lettori dentro il libro, spiegando i concetti più complicati con metafore a loro accessibili e un linguaggio pulito e lineare.
Il libro, sebbene i dubbi che mi ha suscitato, è insomma molto grazioso, scorrevole e ben scritto, agevole per formato, dimensioni e colori ad un pubblico giovanissimo. Va però sicuramente letto in compagnia di un adulto che spieghi i passaggi più tetri e delicati e che potrà allo stesso modo accompagnare il bambino in quelli più lieti, buffi e spensierati che di certo non mancano all’interno della narrazione. 

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