giovedì 27 luglio 2017

Recensione: "Scomparsa" di Joyce Carol Oates

Scomparsa, Joyce Carol Oates
Mondadori
461 pagine, € 25,00
Chi è avvezzo ai libri di Joyce Carol Oates sa che le sue trame si possono riassumere con poche
parole, dando l’impressione di una certa linearità. Il problema si presenta quando il lettore tenta di andare più a fondo, di sbrogliare le fila di questa architettura “semplice”: a quel punto verrà colto da una sensazione asfissiante di deja-vu, un’inquietudine che mette radici nel subconscio e che vuole far emergere un ricordo. I libri della Oates ci toccano tutti nel profondo, nella nostra intimità di esseri umani, e così le vicende estranee, distaccate, quasi fredde, si trasformano in esperienze dolorose per il lettore che si è addentrato nel cuore della narrazione.

Di solito abbiamo un contesto, che è sempre americano: una borghesia benpensante, un luogo lindo e rassicurante, dimora di un personaggio colto. C’è il peccato, ovvero il rifiuto di adeguarsi al nitore di una vita agiata ma ricca di drammi personali. C’è la frattura, a cui segue, dopo un complesso percorso, la disfatta del protagonista.
Lo scontro di classe e l’ipocrisia fanno da contorno a una storia dove nessuno può essere assolto, tantomeno colui che dovrebbe essere la vittima – non di qualcun altro, ma del sistema: il povero, la ragazza nera, l’emarginato.

Scomparsa reitera, a grandi linee, gli schemi propri della Oates: in una famiglia benestante si consuma la tragedia della sparizione della figlia minore, Cressida, presumibilmente uccisa dall’ex fidanzato della maggiore, Brett Kinkaid. Eroe di guerra dal corpo e dal viso sfigurato, Brett è un ragazzo poco abbiente, cosa che non ha però impedito a Juliet Mayfield di innamorarsene.
Juliet e Cressida Mayfield sono due opposti destinati a non completarsi: la prima, “quella bella”, ha un carattere mansueto e aspirazioni domestiche; la seconda, “quella intelligente”, è un’adolescente insofferente, complicata e complessata, erudita, solitaria, forse affetta da una lieve forma di Asperger.
Il disegno che si va delineando attorno alla famiglia Mayfield, e in particolare attorno alle due sorelle, è torbido: Cressida influenza i suoi familiari al punto che loro stessi riescono a definirsi solo in sua funzione e di ciò che fa o non fa. Il padre, Zeno, incoraggia il talento artistico della ragazza; la madre, Arlette, ne subisce silenziosamente l’acredine; Juliet, infine, è condizionata dal permissivismo concesso solo alla sorella, in virtù del suo essere “speciale”.

A Cressida è conferito un potere di creazione e di distruzione, che userà – non si sa se in mala fede o meno – per rovinare la vita dei suoi cari, facendo in modo di sottrarre loro la sua presenza.
Scomparsa – come già Espiazione di Ian McEwan prima – è la parabola di un nucleo di vite cambiate per sempre dall’imprudenza e dall’egoismo di una ragazzina. Per Cressida non c’è, però, la giustificazione dell’innocenza, né l’ammenda, né la punizione: al contrario, viene vista fino alla fine come una vittima da proteggere, anziché come una carnefice. Poco importa, quindi, che la famiglia Mayfield sia andata in pezzi e un giovane militare abbia perso la libertà, poco importa che Juliet – l’unica che ha un moto di odio nei suoi confronti – abbia rinunciato all’amore della sua vita, se Cressida non lo ha fatto apposta.

Quello di chi scrive è, ovviamente, un giudizio parziale. L’autrice dissemina molti più dubbi di quelli che io ho deciso di risolvere addossando tutta la responsabilità alla protagonista, una persona confusa e in giovanissima età. Di oggettivo c’è la solidità della narrazione della Oates, una scrittura claustrofobica che pretende la massima attenzione e che si concede lunghissime digressioni a sfondo sociale – un intero capitolo sulle carceri americane. La trama, come accennato, è secondaria e lascia il posto all’introspezione psicologica, massiccia e quasi insopportabile perché costringe a entrare nelle menti disturbate e addolorate dei personaggi.
Leggere la Oates è un’esperienza ogni volta difficile ma doverosa, catartica, in grado di reallineare i pianeti e riconnetterci con il nostro emisfero emotivo, o, come dicevo all’inizio, con l’area della nostra mente che conserva i ricordi più atavici: il faticoso mese impiegato a leggere un suo romanzo diventa tempo dedicato alla costruzione della nostra identità.

martedì 6 giugno 2017

Letteratura e intraducibilità: la lingua del Finnegans wake

Letteratura e intraducibilità: l’eterno dilemma.
David Foster Wallace sosteneva che fosse impossibile tradurre fedelmente le sue opere in un’altra lingua. Per James Joyce, invece, che di certo non scriveva in modo più semplice, non esisteva niente che non potesse essere tradotto, tanto che cercò di commissionare all’amico e critico Nino Frank la versione italiana dell’ultimo capitolo del Finnegans Wake.

Nonostante la perentorietà della posizione del loro autore, i libri di David Foster Wallace sono oggi letti e conosciuti in ogni angolo del mondo civilizzato, mentre una sorte diversa è toccata al padre dell’Ulisse, che non lesse mai il Finnegans in italiano. La pubblicazione, iniziata negli anni Ottanta a cura di Luigi Schenoni, è stata interrotta nel 2008 per via della scomparsa di quest’ultimo e, dopo quasi dieci anni, è stata affidata a Enrico Terrinoni (che si era già occupato dell’Ulisse per Newton Compton) e a Fabio Pedone: il Libro III 1-2 è così stato dato alle stampe lo scorso 17 gennaio. Nella prima pagina, l’editore Mondadori annuncia che la pubblicazione del Finnegans sarà ultimata il 4 maggio 2019 con l’uscita, nello stesso volume, del Libro III 3-4 e del Libro IV 1.
La difficoltà che presenta un’opera come Finnegans wake, probabilmente la più complessa che esista, ha messo a dura prova i suoi curatori: la lingua, ci spiegano, è quasi totalmente inventata perché originata da una miscela di altre lingue, e la traduzione è resa più impervia dai riferimenti al folclore e all’attualità dell’autore che sono oggi difficili da rintracciare  lo stesso titolo richiama una ballata di metà Ottocento. Joyce voleva rompere con la tradizione del romanzo realista e col principio di verosimiglianza, dimostrando che non è possibile riprodurre la realtà: per questo motivo destruttura la parola, smontandone e riasseblandone delle parti, estrapola “pezzi di scrittura” da giornali e canzonette e diventa a sua volta un “masticatore”. L’esito è comico – e questo era l’intento di Joyce, che lungi dal voler comporre un vacuo esercizio stilistico mette il lettore al centro, dandogli libertà di interpretazione.

Non è importante, cioè, quel che Joyce scrive ma quello che il lettore capisce, e non ne esiste una versione sbagliata.

È la liberazione dal ventriloquismo: non siamo più portavoce di parole altrui, in un cortocircuito semantico tra ciò che vogliamo dire e ciò che riusciamo a dire, ma protagonisti di un linguaggio che si autogenera, creato e fagocitato sul momento, pronto a essere rimaneggiato dal lettore e risputato ogni volta in modo inedito. Non a caso, la ballata che dà titolo al Finnegans celebra il mito della rigenerazione.

Tutto questo asseconda un principio “democratico” attraverso il quale Joyce intendeva restituire la lingua al popolo: lui, irlandese ma internazionalista – vissuto tra Italia, Francia e Svizzera – era infatti insofferente all’imposizione dell'inglese attuata nel suo paese. La profonda modernità del Finnegans consiste quindi nella volontà di dare nuova voce agli esclusi e a coloro che hanno subìto una prevaricazione, grazie alla riappropriazione del linguaggio.

Ma non solo: per quanto l’aspetto ludico sia prominente, il linguaggio è un gioco molto serio. Finnegans wake insegna, ancora oggi, a notare le connessioni e a vedere i collegamenti più improbabili tra le singole parole e la cabala, la numerologia, la sapienza neoplatonica – argomenti di cui Joyce era appassionato. L’erudizione in lui si accompagnava a un gusto tanto marcato per i riferimenti più immaginifici che non fatichiamo a immaginarlo come un nerd dei nostri tempi, molto colto e molto sofisticato, ma non per questo meno immerso nella cultura pop.
La mastodontica opera di traduzione di Pedone e Terrinoni ci restituisce adesso il piacere di leggerlo nella sua intelligibilità, dando spazio a una dimensione che ci è molto più vicina di quanto possa sembrare.

lunedì 23 gennaio 2017

Intervista a Lelio Bonaccorso, disegnatore di The Passenger (Tunuè)

A cura di Tonino Mangano

Nell'estate del 2015, in occasione di una piccola fiera del fumetto messinese, ho conosciuto Lelio Bonaccorso. Mi sono avvicinato a questo mondo molto tardi, durante i primi anni universitari, e il suo nome mi è stato fatto per la prima volta dal proprietario di una piccola fumetteria del mio paese, ormai, ahimè, chiusa.

Classe ’82, Lelio è un disegnatore poliedrico che passa dal genere giallo al fumetto d’informazione, interessandosi anche alla satira. Ha all’attivo numerose pubblicazioni in Italia e all’estero, collaborazioni con quotidiani e case editrici del calibro della DC Comics e della Marvel, oltre che della nostrana Bonelli. Il suo ultimo lavoro è una graphic novel pubblicata da Tunuè, The passenger, basata su un soggetto del regista Carlo Carlei e con la sceneggiatura del giornalista Marco Rizzo. La qualità del lavoro e la passione con cui vi si dedica mi hanno colpito sin da subito, ma è soprattutto la vita da fumettista – che con grande sacrificio si fa strada a livello internazionale – a rappresentare un’ispirazione, un esempio da seguire.
Il fatto che tratti di tematiche importanti come mafia e immigrazione mi hanno spinto un giorno ad approfondire la sua storia e quello che c'è dietro il suo lavoro, in modo da farli conoscere al grande pubblico.

Abbiamo quindi fissato un’intervista il 14 novembre. Una serie di vicissitudini, tra cui la chiusura del bar votato come luogo dell’incontro, ci portano a casa sua, nella stanza dove le idee del disegnatore messinese si materializzano sotto forma di matite, acquerelli e colori. Una volta scambiati i saluti, iniziamo a discutere di storia e politica e a scambiarci pareri sulle nostre ultime letture. Quaranta minuti volano via in un soffio, e, quando ce ne rendiamo conto, iniziamo ufficialmente l’intervista.

Ci parli della trama di The Passenger e delle sue origini?

The Passenger nasce da una sceneggiatura del regista Carlo Carlei, quindi prossimamente avrà una versione cinematografica. È una storia inventata, ma è calata in un contesto del tutto realistico: parla di un boss della mafia – che ricorda molto i vari Provenzano, Riina, insomma un mix di queste figure – che, essendo stato tradito, scappa una notte da Palermo e va in cerca della sua vendetta. In questo viaggio molto vorticoso, in quella che può essere paragonata a una discesa negli Inferi, ci sarà l’occasione per osservare il rapporto di un malavitoso con vari aspetti della vita quotidiana, come la religione, i poteri occulti, la famiglia, il cibo. È ambientata nel periodo delle stragi del ‘92, per cui si parla anche di Falcone e di Borsellino. Ci saranno vari colpi di scena, ma chiaramente non li sveliamo in questa sede per non rovinare la sorpresa ai lettori. Si tratta, come ho detto, di una produzione del regista Carlo Carlei, al cui fianco spiccano Marco Rizzo per la sceneggiatura, quattro ragazzi siciliani per il colore: Deborah Allo, Claudio Naccari, Chiara Arena, Carmelo Monaco, i primi tre di Messina, il quarto di Catania. Il lettering è di Maurizio Clausi. Un’équipe abbastanza corposa, insomma.

Hai affrontato l’argomento della mafia varie volte nel corso della tua carriera. Da cosa è nato l’interesse per questo tipo di problematica?

Secondo me, per un narratore siciliano, a un certo punto è inevitabile scontrarsi con un tema simile. Nel senso che, nel contesto in cui siamo immersi, spesso non ci rendiamo conto di questa presenza che aleggia intorno a noi. Diventa quasi necessario lavorare su questi temi, per cercare di capirli. E poi è tutta questione di scelte: per me, fare fumetti ha uno scopo duplice, artistico-lavorativo ma anche sociale. Tra l’altro, parlare di mafia mi ha dato l’occasione di apprezzare molto di più gli aspetti positivi della Sicilia. C’è tanto di buono: persone capaci che ho avuto l’onore di conoscere, come i coniugi Agostino, i genitori di Nino Agostino. Inoltre, sono stato felice di riuscire a comunicare e fare informazione con tanti ragazzini delle scuole, anche quelle di quartieri molto complicati. È stata veramente una fortuna poter entrare in contatto con tutte queste persone e queste diverse realtà.



Secondo te, che già sul tema della mafia, come fumettista, stai facendo molto, le istituzioni e la società si stanno muovendo con sempre maggiore convinzione, determinazione e efficacia o si potrebbe fare di più? Se sì, cosa?

Cosa si potrebbe fare… queste sono domande complicate! Da fumettista cerco di dare input che facciano riflettere, perché qualsiasi problematica di questo genere si può combattere solo se c’è una presa di coscienza generale. Le istituzioni, se vogliamo definirle così, sono il chiaro riflesso dei cittadini: quando andiamo a votare, stiamo eleggendo persone che fanno parte del popolo, individui che hanno una loro storia e determinate relazioni con le criticità del territorio. Questo, nel bene o nel male, sortisce degli effetti. Credo inoltre che ci voglia una maggiore consapevolezza del problema, e soprattutto coraggio. È qualcosa di necessario. Come diceva Falcone, la paura c’è, è normale che ci sia, ma l’importante è che, insieme alla paura, ci sia anche il coraggio di affrontare le cose.

Ti sei anche occupato della satira attraverso i fumetti. Alla luce di ciò che è successo a e con Charlie Hebdo, e delle critiche che gli sono state mosse in seguito, come consideri la satira fumettistica? Deve avere dei limiti o secondo te ci sono dei canoni che devono essere rispettati e che salvaguardino il “buongusto”?

Nel caso specifico di Charlie Hebdo può piacere o non piacere: c’è chi ha reagito di pancia e ha espresso, giustamente, il suo disaccordo. Però la satira è un elemento fondamentale dell’aspetto civile di una società, e non può essere censurata, sarebbe un ossimoro dire che debba avere dei limiti. Poi si può discutere o meno se sia di buono o cattivo gusto. Ma è anche vero che ci sono tantissime cose di cattivo gusto che nessuno si allarma di censurare.

Per quanto riguarda il fumetto, secondo te è un genere che sta andando sempre più per la maggiore in Italia oppure c’è sempre qualche freno, come in passato?

Il fumetto ha avuto nei decenni dei momenti di sviluppo, pensiamo agli anni Settanta/Ottanta, quando spopolava. Poi c’è stato un momento di flessione, ma oggi, secondo me, è in ripresa. Innanzitutto perché affronta determinate tematiche con una freschezza e un’originalità che tanti media come il cinema – che sono forse anche un po’ più strumentalizzati – non dimostrano. E poi perché, anche nel contesto più commerciale, proprio grazie al cinema ottiene molta più visibilità, e The Passenger ne è un esempio. Credo che il trend del fumetto sarà costantemente in crescita, anche grazie ai social network che riescono a veicolarne l’espansione. Molte persone si avvicinano, iniziano a leggere, si incuriosiscono e appassionano. Basta vedere il fenomeno Zerocalcare, per esempio. Ha venduto decine di migliaia di copie, è stato candidato al Premio Strega, e questo permette, a tante persone che non leggevano fumetti, di avvicinarsi a Zerocalcare e di conseguenza di passare anche ad altro. Questo secondo me è un sintomo molto positivo.

Cosa puoi dirci invece dei tuoi attuali impegni lavorativi e dei tuoi progetti futuri?

Al momento sto lavorando su un reportage che uscirà il prossimo anno intitolato Sinai, iniziato dopo il mio viaggio a contatto con i beduini: è un lavoro sulla loro cultura e sulla situazione degli italiani che vivono e che ho conosciuto lì in Egitto, ma anche su quella che è stata la mia esperienza nel periodo in cui l’ISIS compiva stragi e attentati. La gente mi diceva “Sei pazzo ad andare in Egitto”, ma ho passato quaranta giorni lì e sono stati bellissimi. Mi sembra un segno di come la stampa italiana tenda a gonfiare in modo spropositato le notizie che filtra dall’estero. Il reportage, e questo ci tengo a dirlo, sarà pubblicato da Beccogiallo, ed è scritto insieme a Fabio Brucini, un mio caro amico che vive in Egitto per parte dell’anno. Sto lavorando poi a un grosso lavoro per una casa editrice francese, Glénat, una delle più importanti d’oltralpe. È una storia che parla della Turchia, del rapporto tra la Turchia, il fondamentalismo islamico e la Francia, della situazione delle banlieues francesi e soprattutto della vita di Mustafà Kemal che incarna l’aspetto laico della Turchia, oggi sempre più islamizzata dall’attuale presidente Erdogan. È una storia abbastanza tosta. Altri progetti… ce n’è uno sui Vespri Siciliani a Messina che sto portando avanti pian piano, per vedere se si riesce a sviluppare.

Per quanto riguarda la tua storia di fumettista: come sei nato, quali sono stati i tuoi primi passi? Magari, quali sono i consigli che daresti a chi vuole accostarsi a questo mondo?

Primo consiglio: bisogna crederci profondamente. Sfatiamo un mito: in Sicilia si possono fare questi mestieri. Esiste la Scuola del Fumetto di Palermo, che è la cellula principale da cui sono partiti molti autori giovanissimi che ora lavorano ad altissimi livelli. Bisogna crederci, richiede parecchi sacrifici, serve molto impegno per imparare a disegnare, a fare fumetti. A differenza di quello che si pensa non è un fatto di manualità – certo, c’è anche quello – piuttosto è un lavoro che dipende dalla tua mente, dal modo in cui si guarda e si conosce il mondo e dal modo con cui esprimi tutto questo. È questo, quello che fa la differenza. Io ho cominciato nel 2004, perciò non tanto tempo fa tutto sommato, dalla Scuola del Fumetto di Palermo. Non c’era nulla a Messina, niente. C’erano solo le Scuole di Firenze, di Roma. Io non ci potevo andare ed ho optato per quella di Palermo che aveva aperto quell’anno. C’è da dire che ho frequentato l’Istituto d’arte, alle superiori, l’Ernesto Basile di Messina, classe di oreficeria. Dopo il diploma ho avuto una breve esperienza alla facoltà di Architettura, ma poi ho capito che non faceva per me. Dopo un'esperienza non proprio positiva all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, mi sono rivolto alla Scuola del Fumetto di Palermo. Subito dopo aver iniziato a lavorare ho attivato dei corsi, sia insieme alla Scuola del Fumetto di Palermo, sia da solo: fortunatamente la cosa sta funzionando, i ragazzi sanno che c’è una possibilità dalle nostre parti e io non volevo che gli altri passassero le stesse cose che ho passato io. Non sapevo sinceramente dove andare a sbattere la testa. E oggi è più semplice, ci sono più opportunità, più occasioni.

Stai anche seguendo un progetto con la Triskelion. Di cosa si tratta?

La Triskelion è un’etichetta specializzata in produzioni cinematografiche e di animazione, che ho fondato con altri tre professionisti messinesi: Antonello Piccione che sta alla regia, Gianluca Vecchio, che lavora a Londra con personalità del calibro di Ridley Scott e si occupa di compositing, Luciano Cucinotta, un attore. In questo momento stiamo lavorando su un cortometraggio animato sulla guerra in Siria, quindi un prodotto di breve durata, ma molto intenso, che vedrà la luce l’anno prossimo. Per progetti futuri… vedremo!

L’intervista registrata si interrompe. Abbiamo continuato a parlare del più e del meno, spinti dalla mia curiosità – forse eccessiva – e dalla gentilezza con cui Lelio si è intrattenuto oltre.
Abbiamo sfogliato le storyboard, le matite e gli inchiostri (tre fasi della lavorazione del disegno), alcune pagine di suoi vecchi lavori (tra cui un’encomiabile produzione di “disegni in 24 ore non stop”) e abbiamo parlato delle sue esperienze di viaggio.

Mentre mi parlava del Sinai mi ha mostrato disegni e tavole che aveva realizzato in estemporanea durante la sua permanenza in Egitto.  Lelio si è mostrato per quello che è veramente, senza maschera alcuna, sincero dall’inizio fino alla fine: un disegnatore e una personalità sui generis. Non è solo un fumettista, ma un vero “narratore di immagini”. Con o senza l’ausilio dei disegni, sarebbe riuscito a dipingere nitidamente nell’immaginazione degli ascoltatori le scene che ha vissuto in quelle regioni africane. Alla base del suo lavoro sul Sinai ha messo esperienze di vite di abitanti del posto, ha riportato storie che passano di bocca in bocca tra i nomadi delle infinite distese desertiche, rappresentando quella che, a suo dire, è una “realtà senza tempo”. I popoli che abitano quelle sabbie sterminate sembrano percepire l’essenzialità della vita, ma palesano una cognizione del tempo inconcepibile per la cultura occidentale. Nel deserto nessuno si preoccupa di che ore siano, nessuno ricorda la propria data di nascita e tutti comprendono il valore dell’aiuto reciproco, anche nei confronti di perfetti sconosciuti. Tra le dune, tutti danno un enorme valore alle promesse fatte a voce (anche quelle di carattere contrattuale, di scambio commerciale) e questa cultura orale delle popolazioni nomadi rende sconosciuti ai più i tesori che Lelio sta cercando di rievocare e far conoscere con il suo lavoro. Lelio riesce a trasmettere agli ascoltatori un grande interesse per il suo lavoro, li meraviglia, li affascina anche con il tono di voce che, purtroppo, non può trasparire dalla trascrizione dell’intervista.


Verso la fine della conversazione, Lelio ha dimostrato anche un profondo interesse per la cultura in ogni sua forma: ha raccontato che in quest’ultimo periodo ha condotto la campagna Apriti Museo (vedi la pagina Facebook) rivolto alle istituzioni di ogni livello (dalla Regione Siciliana alla Presidenza della Repubblica) per sollecitare la riapertura del Museo Regionale di Messina, rimasto chiuso da più di vent’anni. Nel perseguire questo scopo è intervenuto varie volte in trasmissioni dei canali nazionali. Grazie al suo impegno, e ovviamente a quello degli altri attivisti, il 9 dicembre ha segnato, sebbene in modo parziale, la riapertura di questo nevralgico polo per la cultura dello Stretto e dell’Italia intera. È un percorso che però ha bisogno di essere ancora battuto, in modo da portare un miglioramento dei servizi museali di cui la popolazione è stata da troppo tempo privata.

lunedì 12 dicembre 2016

Intervista a Majgull Axelsson, autrice di "Io non mi chiamo Miriam"


Il 15 novembre abbiamo partecipato a Milano ad un incontro speciale con la scrittrice svedese Majgull Axelsson, autrice di Io non mi chiamo Miriam. L'evento si è svolto nella sede di Iperborea, in via Palestro: un gruppo di blogger intorno a un tavolo, librerie alle pareti e un'atmosfera calda e stimolante. Tra curiosità e domande via via più interessanti, l'autrice ci ha mostrato aspetti e risvolti sconosciuti del suo libro e del modo di essere narratrice: scopriamo che ha iniziato la carriera come giornalista e lo è stata per circa venticinque anni. Solo dopo la stesura di Rosario is dead, un romanzo-documentario crudele e disincantato sulla prostituzione infantile, ha deciso di diventare scrittrice e raccontare storie, arrivando con Strega d'aprile a vincere un prestigioso premio letterario in Svezia. Parlando con lei sembra quasi di avere davanti uno storico o un esperto dei campi di sterminio nazisti: sa ogni cosa e risponde esaurientemente a tutto, mantenendo sempre un rapporto strettissimo con ricostruzioni precise e cronache il più possibile dettagliate. Stupiscono soprattutto il suo spirito critico e il modo serio e obiettivo con cui si è avvicinata al popolo rom, libera da ogni pregiudizio e spinta da una forte volontà di documentare il lettore e spazzare via ogni preconcetto. In particolare ha varcato quel sottile ponte che collega il giornalista allo scrittore, informandoci a dovere su quanto accaduto ad Auschwitz e al contempo regalandoci pagine di sensazioni forti e realistiche. Majgull Axelsson è riuscita in questo modo a unire il reportage e la cronaca di un evento storico alla letteratura intimista e personale: il lettore vede e sente tramite uno sguardo strano, che potremmo definire oggettivo/emotivo. In definitiva la Miriam che ha in mente l'autrice è la stessa che avevamo compreso dalle pagine del romanzo: una donna perfetta e discreta che non mostra mai rabbia o irritazione. Questo è il prezzo che deve pagare per conservare la sua bella vita e nascondere la propria etnia.

È sempre affascinante penetrare lo spazio creativo e capire da dove vengano quelle intuizioni speciali che si trasformano in libri. Anche Io non mi chiamo Miriam nasce, come spesso accade, da un incontro fortuito con un'ispirazione improvvisa. Ci può raccontare com'è andata realmente e svelare il rapporto che scorre tra verità e romanzo?

Pensavo semplicemente di scrivere un libro sui tumulti che si erano svolti a Jönköping nel 1948. Gli abitanti della città manifestavano contro un gruppo di stagnini rom che vivevano nel ghetto e che si erano mescolati agli svedesi: i toni diventarono presto piuttosto violenti e volgari e numerose persone vennero quasi poste sotto assedio per settimane. Nel 2011/2012 sono andata a visitare il quartiere in cui erano avvenute le dimostrazioni. Mi trovavo vicino ad una bella casa con a fianco una chiesa e subito ho immaginato Miriam: sola, spaventata, di ritorno dal lager dove era quasi morta. Di colpo sapevo anche cosa le era accaduto durante i tumulti. Solo in seguito sono andata ad Auschwitz per documentarmi: per esempio in un negozio di Birkenau molto fornito ho trovato alcuni volumi veramente completi. Non sapremo mai quanti siano stati i rom morti nei lager, purtroppo non erano registrati: potrebbero essere cinquecentomila come un milione, provenienti soprattutto da Polonia, Ungheria e Germania.

Come sono stati trattati i rom e gli altri profughi accolti in Svezia alla fine della guerra? Questo è sicuramente un tema molto attuale, visto l'incredibile afflusso di immigrati in Europa.

Sicuramente meglio di come vengono trattati oggi. Erano alloggiati nelle scuole e nelle sale dei concerti, la gente del luogo donava loro cibo, soprattutto panini e frutta, vestiti caldi, piumoni. Facevano a gara ad ospitarli. Folke Bernadotte, politico e membro della famiglia reale (era nipote del re Gustavo V di Svezia), riuscì a negoziare con Himmler la liberazione dei prigionieri politici. La Croce Rossa svedese doveva portare in salvo solo nordici, svedesi e norvegesi, alla fine salvò anche persone di altre etnie. Cercarono di fare del loro meglio.

Nel suo libro i rom vengono spesso chiamati “tattare”. Da dove deriva questo termine?

I tattare in Germania sono i sinti. Questa parola è stata coniata durante i conflitti russo-svedesi dei secoli XVII/XVIII. Al ritorno dal fronte i soldati avevano portato in patria mogli e figli appartenenti ad altre etnie: per questo non erano più accettati dalle comunità di cui un tempo facevano parte. Combattendo coi russi erano venuti a contatto con il nome “tartari”, una minoranza presente in Russia. Anche se non avevano niente a che vedere con questo popolo vennero chiamati “tattare”, ovvero la deformazione della parola “tartari”, il modo in cui gli svedesi la pronunciavano.
L'aggettivo “tartaro” in russo è “tatarskij”. Questo termine ricorre spesso per esempio in molte opere di Tolstoj. Non ci stupiamo quindi troppo della trasformazione svedese in “tattare”. Gli stessi tartari sono detti anche tatari.

Com'è oggi la situazione dei rom in Svezia?
Attualmente esistono delle vere e proprie organizzazioni che si occupano di difendere queste minoranze. Gli abitanti di Jönköping si vergognano tuttora moltissimo dei tumulti del 1948. La loro è una città da sempre fortemente religiosa, con il più alto numero di chiese della Svezia. Di recente gruppi di neonazisti avevano deciso di darsi appuntamento proprio lì per le dimostrazioni del primo maggio. Non appena si sparse la voce, le campane della città iniziarono a suonare per dare l'allarme e i cittadini scesero in piazza. Alla fine i neonazisti risultarono pochissimi, circa una ventina, mentre le persone tantissime: si svolse quindi una serena e consapevole commemorazione dei fatti del '48. Nel romanzo la famiglia regala a Miriam un braccialetto di fattura zingara che è poi in un certo senso la scintilla che spinge la protagonista a rivelare la sua vera identità: nelle mie intenzioni era un oggetto creato da Rosa Taikon, nota artigiana di origini rom che si è sempre battuta per i diritti del suo popolo.

Le vicissitudini della protagonista sembrano reali e veramente vissute. Non c'è quasi differenza tra Io non mi chiamo Miriam e il romanzo di un reduce. Come ha fatto a rendere così bene a livello emotivo e in modo così realistico esperienze che non ha vissuto?

Il segreto è leggere leggere leggere. Io in particolare leggo moltissimo da quando avevo dodici anni e conosco bene sia Remarque che Primo Levi, i due scrittori che mi hanno aiutato di più nella stesura di questo libro. Sicuramente questo romanzo ha preteso molto da me: ho sognato per circa due anni il lager, in un certo senso ero diventata proprio Miriam. Tra l'altro lei vive nella città dove sono nata! Scrivevo principalmente di notte e ho avuto incubi terribili per circa due anni. Prima di addormentarmi ogni sera dicevo a mio marito: “È ora di tornare al campo!”. Vi lascio immaginare il sollievo quando finalmente l'ho finito.

Potremmo aggiungere una riflessione alla risposta di Majgull Axelsson. È probabilmente anche merito del suo passato da giornalista se il personaggio di Miriam è così finemente costruito e verosimile: vive letteralmente delle miriadi di informazioni che l'autrice ha scoperto leggendo o semplicemente camminando nei teatri dell'Olocausto. Per ogni inchiesta o articolo sono infatti fondamentali un lavoro di ricerca preciso e una buona capacità di investigazione. Due qualità che sicuramente alla Axelsson non mancano.




martedì 29 novembre 2016

Recensione: Ultime lettere da Montmartre di Qiu Miaojin


Ultime lettere da Montmartre, Qiu Miaojin
Calabuig
176 pagine, € 14.00


Qiu Miaojin (1969-1995) è stata una scrittrice taiwanese, sconosciuta ai più - guardare la desolazione della pagina italiana di Wikipedia per credere. Un oblio immeritato, senza dubbio, perché le informazioni che si possono trovare su di lei su internet ci danno l'idea di un'artista interessante e di talento. Oltre ai suoi studi di psicologia e femminismo, particolarmente importante è la sua attività letteraria: sotto forma di romanzi, racconti, poesie e memoir la Miaojin si inserisce nella narrativa queer, ormai assodata in Occidente, ma rara a Taiwan. Nel 1995, in circostanze misteriose, il suicidio a Parigi.

Al di là della Cina è difficile reperire opere di Qiu Miaojin, anche in lingua inglese. Per quanto riguarda l'Italia, invece, la casa editrice Jaca Book, nella collana Calabuig, ha recentemente pubblicato Ultime lettere da Montmartre, che come suggerisce il titolo è il suo ultimo libro. È quest'opera che oggi ci accingeremo a recensire; ma non sarà un compito semplice, e non solo per la sua frammentarietà. Purtroppo bisogna guardare in faccia la realtà e riconoscere che, a meno di non essere studiosi di letteratura cinese, un lettore italiano non possiede gli strumenti necessari per capire questo libro.

La lettura di Ultime lettere da Montmartre è estremamente difficoltosa e poco lineare. In primis per la varietà degli stili usati dall’autrice, come l'epistolario, il memoir, la poesia, alternati seguendo solo l’istinto e la creatività. La narrazione, se così possiamo chiamarla, si concentra su un periodo particolarmente difficile per la Miaojin, tra delusioni amorose e turbinii emozionali difficili da decifrare, anche per lei stessa. Facile quindi immaginare lo spaesamento del lettore italiano che, ricordiamolo, la incontra per la prima volta in assoluto in queste pagine.

A questi problemi strutturali - che però, a ben guardare, conferiscono anche fascino all’opera, e rendono l’idea del talento dell’autrice - si aggiunge l’edizione, che non fornisce nessun aiuto al lettore. A parte il testo, infatti, non ci sono contenuti aggiuntivi. Non esistono né prefazione né postfazione, la biografia dell’autrice si limita a una manciata di righe. Le uniche informazioni disponibili si trovano sul sito di Calabuig (perlopiù articoli e recensioni); rimane comunque il fatto che l’edizione cartacea è priva di materiali critici. Un dettaglio non di poco conto per un editore che ha l’ambizioso obiettivo di portare in Italia un’autrice sconosciuta. La traduzione del libro - fluida, e supportata ottimamente dall'editing - è firmata da una professoressa universitaria di Lingua e letteratura cinese, Silvia Pozzi; si sarebbero potute usare le sue competenze anche per presentare l'opera al lettore. Purtroppo così non è stato. Anche la scelta editoriale di presentare un'opera autobiografica al mercato italiano rende perplessi: forse avrebbe reso meglio il romanzo Notes of a Crocodile, l’unico ad essere stato anche tradotto in inglese.

Spiace firmare una recensione estremamente vaga, senza neanche un voto finale per aiutare chi legge a valutare l’acquisto, tuttavia Ultime lettere da Montmartre, così com’è nella sua edizione italiana, è difficile da comprendere appieno. Spiace anche essere duri con una casa editrice che ha nella sua mission l’ecletticità e l’ambiziosità: doti sempre positive, sopratutto in un mercato asfittico come quello nostrano, ma che devono essere supportate anche dal pragmatismo. Pubblicare un’opera epistolare senza un degno apparato critico, e quindi senza dare al lettore gli strumenti necessari per goderla, è una scelta non priva di conseguenze. Speriamo, tuttavia, che la storia di Qiu Miaojin in Italia prosegua, perché è una scrittrice che merita più notorietà.



Recensione: Buck e il terremoto, a cura di Serena Bianca De Matteis

Buck e il terremoto, Serena Bianca De Matteis (a cura di)
Self-publishing (CreateSpace Indipendent Publisher)
116 pagine, 2,99€ ebook - 8,50€ cartaceo
Da un’idea di Serena Bianca De Matteis, il 26 agosto 2016  nasce Buck e il terremoto, un progetto sviluppato da un collettivo di autori provenienti dalle più svariate parti d’Italia: diciotto racconti collegati dalle tematiche del terremoto e del rapporto tra uomo e natura.

Gli autori hanno avuto la possibilità di osservare entrambe le facce della natura: quella benigna, tratteggiata dalla relazione tra umani e animali che offrono loro fiducia e soccorso; ma anche quella meno cortese, che riversa tutta la sua potenza nella distruzione di case e nello spezzamento di vite, nonostante l’ideatrice della raccolta abbia sottolineato che il progetto era votato alla redazione di testi che dovevano trasmettere il messaggio della speranza. Sebbene alcuni racconti mostrino contenuti crudi e mettano in scena difficoltà che lasciano avvertire tutta la loro gravità, in effetti si riesce a trovare quella speranza e quella forza di continuare a lottare contro le avversità.

I racconti non sono molto lunghi, la lettura è scorrevole e la prosa gradevole tanto che, potremmo dire, si riescono a divorare in poco tempo. È una lettura leggera che con la sua semplicità riesce a far riflettere su temi importanti e a emozionare. Anche alla luce dell’obiettivo che il collettivo si è posto, l’importanza che riveste questo lavoro balza subito all’attenzione dei lettori. Gli autori e lo staff che ha curato l’edizione del libro sono l’emblematica dimostrazione di come anche la scrittura, generalmente ritenuta un’attività solitaria e - in qualche modo - alienante rispetto al resto del mondo, possa invece risultare una forza ulteriore messa a servizio della collettività bisognosa di aiuto. La somma ricavata dalla vendita di questa antologia – pubblicata sia in formato cartaceo che elettronico – sarà devoluta interamente alla Croce Rossa Italiana a sostegno delle vittime del terremoto che ha colpito il Centro Italia nel 2016.

La bellezza del messaggio solidale che gli autori vogliono inviare non si manifesta solo nelle intenzioni, ma anche nel corso dei racconti dove protagonisti, umani o animali, cercano di aiutarsi vicendevolmente, incuranti della diversità di specie che li separa. Ce lo insegna persino Sonia Anzani, co-autrice decenne integrata perfettamente nella rosa di autori, che riesce a tenere testa anche a quelli più grandi e allenati di lei esprimendo un messaggio di solidarietà con l’avventura di Balù e del salvataggio dell’ “amico uomo” [Buck e il terremoto, p. 74].


La raccolta di racconti non ha l’ambizione di annoverarsi tra le grandi letture, ma nel suo piccolo riesce a ricordare con forza che tutti possiamo dare una mano, o una zampa - come ci insegnano gli autori di quest’antologia -, per rendere migliore il mondo e per stringerci in quella “social catena” [La ginestra] tanto auspicata da Leopardi. 


A cura di Tonino Mangano

lunedì 14 novembre 2016

Recensione: Eccomi di Jonathan Safran Foer


Eccomi, Jonathan Sagran Foer
Guanda
666 pagine, 22 euro
Eccomi, disse Abramo quando Dio lo chiamò.
Eccomi, ripeté sul monte Moria, pronto a sacrificare a quel Dio suo figlio.
Eccomi, sembra cercare di dire Jacob Bloch nella sua vita, senza mai riuscirci completamente.

Uscito a fine agosto per Guanda, il quarto libro di Jonathan Safran Foer sembra essere un inno all'incapacità di tenere le redini di un'esistenza, un catalogo degli eventi senza apparente causa-effetto che formano la vita.
Al centro della narrazione, quattro generazione della famiglia Bloch: il patriarca Isaac, ormai considerato troppo vecchio per vivere da solo; Irv, primo della dinastia Bloch a sentirsi a tutti gli effetti un ebreo americano; Jacob e Julia, vero motore della narrazione; i figli Sam, Max, Benji, ma anche il cane Argo. A smuovere gli eventi e le vite di questi attori inconsapevoli, un Bar Mitzvah che rischia di saltare, un cellulare pieno di messaggi erotici, l'arrivo dei parenti da Israele, una gita scolastica, la vecchiaia come rinuncia dell'indipendenza, la morte virtuale di un avatar, notti allo zoo e una distopica distruzione a opera di un terremoto devastante dello stato di Israele.
Del resto, come scritto da Matteo Persivale su La Lettura del 25 Settembre, “per Foer anche l'Apocalisse sarebbe il contorno del piatto di portata”.

Eccomi è un romanzo corposo, non solo per le sue 665 pagine, ma anche per l'intento di Safran Foer di farci stare dentro tutto (la vita, l'universo e tutto quanto, direbbe Douglas Adams): ogni esperienza, ogni aspetto della vita matrimoniale e delle dinamiche familiari di un ebreo americano alle prese con le vicende ebree americane degli anni '10 del ventunesimo secolo. Le voci si intrecciano: Julia, amareggiata e stressata da una famiglia che non riesce a donarle quello di cui ha veramente bisogno; Jacob e il suo desiderio di fuggire, senza mai averne davvero il coraggio; Sam, il primo amore, diventare adulti e tornare alla realtà; Max, dieci anni e una dialettica presocratica, un personaggio irreale eppure quello che più sembra essere la colonna portante di questa famiglia che poggia su fondamenta di silenzio e idiosincrasie.
Eccomi è anche un romanzo profondamente ebreo, con il suo bel glossario in appendice e quei ragionamenti che ogni lettore identifica con la letteratura ebraico-americana. C'è il senso di appartenenza a una nazione lontana, ci sono le riflessioni sull'antico testamento, c'è quel sentimento di vergogna riservata che si ritrova in Safran Foer, Roth, Bellow.

Ci sono un sacco di cose, in Eccomi, credo di essere riuscita a far passare il messaggio, forse troppe. Gli eventi, la vita quotidiana, il massiccio uso di prolessi e analessi, tutto concorre a creare una narrazione che vorrebbe essere un luculliano pasto a dodici portate, ma finisce per somigliare a una ciotola di cereali con mandorle, uvetta, fiocchi d'avena e gocce di cioccolato da ricercare scandagliando col cucchiaio i fondali lattei. Non c'è niente che non va, in questo romanzo – del resto mandorle, uvetta e gocce di cioccolato sono buone -, ma la lettura procede affaticata dalla vastità dell'universo che si dispiega davanti agli occhi del lettore, distraendolo dalla bellezza stessa della scrittura di Safran Foer.
Nonostante Eccomi sia un romanzo strutturalmente complesso e non omogeneo, il capitolo finale raggiunge con una stretta decisa l'essenza del romanzo, la presenza come prova di amore, collegando i cavi sfilacciati dei temi seminati tra le pagine e salvando un romanzo per molti versi non proprio riuscito.

Eccomi è un romanzo che debitamente sfrondato avrebbe rappresentato il punto punto più alto della carriera di Safran Foer, che purtroppo però sembra essersi dimenticato di quella regoletta da scrittori che recita kill your darlings. Del resto, come avrebbe detto Max, il fratello di Sam, tre anni dopo nel suo discorso per il Bar Mitzvah: “Alla fine riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare” e Jonathan Safran Foer, in questo romanzo che non è autobiografico, ma potrebbe anche esserlo, si è rifiutato di lasciare andare anche solo un piccolo pezzo.

Recensione a cura di Angela Bernardoni

lunedì 7 novembre 2016

Video: Sono tornata! Novità e libri




Libri nominati:

Scomparsa di Joyce Carol Oates: 3:43
Mentre morivo di Faulkner: 5:34
La scopa del sistema di D.F. Wallace: 10:40
Tempo senza scelte di Paolo di Paolo: 13.23
Schiavi di un dio minore di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini: 14:20
Le ragazze di Emma Cline: 16:23
Da una storia vera di Delphine De Vigan: 18:30
Quando amavamo Hemingway di Naomi Wood: 20:21
La spia del mare di Virginia De Winter: 23:50

Ciao a tutti! Finalmente vi aggiorno sulle ultime novità e sui libri letti. Se volete, potete sentirmi blaterare di libri anche sulla mia pagina facebook:

https://www.facebook.com/dustypagesinwonderland/

E sull'account Instagram:

https://www.instagram.com/malitiainwonderland/

Potete leggere le recensioni che ho nominato a questi link:

Le ragazze di Emma Cline: https://www.goo.gl/WDTCh6

La spia del mare di Virginia De Winter: https://www.goo.gl/lDRIwC

Quando amavamo Hemingway di Naomi Wood: https://www.goo.gl/lqic9n

Se volete, di questo libro si può acquistare anche la copia autografata qui: https://goo.gl/QayGVF

Le recensioni di Tempo senza scelte (con intervista), Scomparsa e Schiavi di un dio minore devono ancora essere pubblicate

mercoledì 2 novembre 2016

Recensione: Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axelsson

Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson
Iperborea
562 pagine, € 19,50
Dagli anni ’60 in poi sono stati pubblicati numerosi memoriali che raccontano le drammatiche Io non mi chiamo Miriam va oltre questo standard ed esplora zone d’ombra spesso dimenticate: ci presenta uno spaccato preciso e completo di quella che era la situazione dei rom, perseguitati dal regime e in seguito condannati alla camera a gas nella cosiddetta “notte degli zingari”, tra il 2 e il 3 agosto del 1944. Nonostante il romanzo sia pura creazione letteraria e non si basi su una storia vera, stupisce per la semplicità e la profondità con cui vengono affrontati alcuni tra i fatti più drammatici e cruenti della storia dell’uomo: per ricreare la vita nel lager, l’autrice Majgull Axelsson ha effettuato ricerche minuziose su documenti dell’epoca, si è servita di fonti rom e ha viaggiato personalmente nei luoghi dell’Olocausto. Tra gli eventi storici realmente accaduti, citiamo la rivolta degli zingari ai sorveglianti nazisti, avvenuta nel campo di sterminio di Auschwitz nel maggio del 1944.
vicende degli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti.

Io non mi chiamo Miriam è molto più di un semplice racconto: può essere considerato anche un romanzo di formazione e di ricerca dell’io; pagina dopo pagina vediamo la protagonista cambiare identità e assumere in definitiva una personalità frammentata, costantemente divisa tra un passato quasi dimenticato e un presente ottenuto con le unghie e coi denti. L’autrice si è documentata sui problemi comuni dei prigionieri e reduci dei lager, colpiti molto spesso da stress post traumatico: a volte, quando è troppo doloroso, si preferisce non pensare al ricordo in questione, addirittura arrivando a cancellarlo.

La trama si dipana attraverso gli occhi di Malika, una ragazzina rom deportata ad Auschwitz insieme al fratellino e alla cugina; durante il successivo trasferimento a Ravensbrück, la giovane cambia il proprio vestito logoro con quello di Miriam, una coetanea ebrea morta durante il viaggio. Per un evento del tutto fortuito la ragazza ottiene una nuova identità e porta avanti il ruolo che il caso le ha affidato: Malika/Miriam non è più né rom né ebrea, solo se stessa. Sente di aver abbandonato il suo popolo, ma è stato l’unico modo per sopravvivere: negli anni cerca con scarsi risultati di vincere il senso di colpa e perdonarsi per quello che percepisce come un profondo tradimento nei confronti della sua gente.

La struttura del romanzo è ampia e complessa e ripercorre quasi tutta la vita della protagonista: molti sono i punti toccanti e intensi che lasciano il lettore ferito e profondamente coinvolto. Tranne alcuni veloci e sporadici riferimenti in prima persona, dedicati alle parti più drammatiche, il romanzo è narrato in terza persona, dal punto di vista di Miriam. La giovane cresce all’interno del campo, fa lì le sue prime esperienze, tocca con mano il dolore fisico e soprattutto quello psicologico: da qui nasce la semplicità e la purezza del suo racconto e, grazie alla capacità dell’autrice di calarsi nei panni della ragazzina, il lettore rimane ancora più colpito e rapito. La maggior parte del volume è dedicata ai ricordi del campo di sterminio, i flashback sono molto presenti e continui: il passaggio dalla Svezia del dopoguerra alle cupe baracche di Ravensbrück è sfumato e onirico e rispecchia la frammentazione della personalità di Miriam. I salti temporali si fanno via via più profondi e significativi, accompagnati da alcune pause nella narrazione, fino ad arrivare alla rivelazione definitiva: la mattina del suo ottantacinquesimo compleanno, ormai anziana e circondata da tutti i suoi affetti, la protagonista svela alla nipote la sua vera identità, complice anche un braccialetto di artigianato zingaro ricevuto come regalo.

I personaggi sono credibili e ben realizzati, grazie a una fine introspezione psicologica e a una precisa ricostruzione caratteriale. La protagonista risulta spaccata e frammentata, divisa tra la piccola Malika, una ragazzina rom cresciuta prima dalle suore e poi in un campo di sterminio, e Miriam, l’ebrea di cui si conosce solo il nome e il numero di matricola; entrambe non sanno come sia realmente la vita fuori dal lager e non sanno come si possa sopravvivere alla libertà stessa. Malika ha perso la madre quando era molto piccola e ha dovuto sempre badare al fratellino Didi, per questo non ha potuto vivere un’infanzia serena, è cresciuta troppo in fretta. Nel dopoguerra crede che la Svezia sia il paese ideale; scopre invece quasi subito che i rom sono perseguitati anche in quello splendido paradiso e decide di diventare qualcuno che non esiste, vivendo nella paura che si scoprano le sue origini. Nel campo le prigioniere ebree erano costantemente vessate dalle sorveglianti, ma i rom erano temuti e tormentati un po’ da tutti, anche dai loro stessi compagni di sventura: per questo la vita di Miriam diventa una menzogna continua, non crede di poter pretendere nulla. Un altro personaggio veramente ben riuscito è Else, una donna determinata e al contempo dolce che decide di prendersi cura della ragazzina, avendo lasciato la figlia in Norvegia: Else diventa per la giovane un’amica e una sorta di figura materna ed è anche grazie a lei se Miriam trova la forza per sopravvivere all’inferno del lager. Il loro rapporto è forte e saldo ed è uno dei più profondi e toccanti di tutto il volume. Nel campo di sterminio si ricreano vere e proprie famiglie e piccoli microcosmi proprio come in una normale comunità.

Tra i personaggi che incontriamo ad Auschwitz e a Ravensbrück e quelli del dopoguerra abbiamo un certo divario: i primi sono impegnati a resistere, risaltano stoici e coraggiosi nella lotta per la sopravvivenza, caratterizzati da problemi reali e potenzialmente mortali; i secondi invece sono rapiti dalle loro vite, spesso anche inutili, distratti da matrimoni sbagliati, decisioni affrettate e lavori stressanti. Sono in tutto e per tutto uomini e donne della nostra epoca che ci fanno ricordare con le loro condotte assurde l’inutilità di alcuni atteggiamenti di fronte a difficoltà più immediate e importanti. Tra tutti spicca Thomas, il figlio adottivo di Miriam, un uomo insicuro e debole che ha cercato in ogni modo di farsi accettare e amare da un padre assente. Oppure la nipote Camilla, alle prese con un bambino, un ex fidanzato e gli studi di medicina da terminare: la ragazza rappresenta il mondo giovane che si sente in colpa e vorrebbe in un certo senso chiedere scusa alla nonna per le persecuzioni e tutto quello che le è stato portato via. Tra i personaggi sono presenti anche alcuni uomini e donne realmente esistiti: incontriamo Dorothea Binz, una sorvegliante particolarmente violenta, e il tristemente noto dottor Mengele che Miriam conosce da vicino e che annovera tra le sue piccole cavie da esperimento anche Didi, il fratellino della ragazza.

Lo stile è realistico e crudo, vario e complesso; alterna momenti di pura narrazione a ricordi in terza persona, brevi e fugaci ma potenti e metaforici. All’interno del lager quei pochi oggetti e cibi che le prigioniere riescono a tenere ottengono una grande importanza: abbiamo descrizioni fortemente oggettive e altre più personali, macchiate dell’emotività della protagonista. Majgull Axelsson dimostra di avere una notevole capacità di raccontare le immagini della mente, situazioni e paesaggi colorati dai sentimenti, sia positivi che negativi.

I dialoghi sono verosimili e pressanti, profondi e ricchi di pathos. Potremmo dire che esistono due diverse protagoniste: Miriam e Malika sentono, parlano e soffrono in modo diverso. La ragazzina rom è più vera e diretta nell’esternare i propri pensieri, mentre la sua controparte ebrea risulta più pacata, tranquilla e in un certo senso irreale e impostata: è affascinante vedere l’alternarsi tra Malika e Miriam, con la coscienza rom che ogni tanto torna fiera in superficie. Sul finale il passato, il presente e le due diverse identità si uniscono in una donna più consapevole che ha ormai trovato la pace e anche un certo equilibrio.

In definitiva Io non mi chiamo Miriam è un romanzo semplice e profondo in cui nulla è lasciato al caso e va per questo valutato da più punti di vista: non appartiene solo alla cosiddetta letteratura dell’Olocausto e non è per questo una classica testimonianza del campo di sterminio. Può essere considerato anche come uno spaccato della società del dopoguerra, di quello che trapelava al tramontare del nazismo e soprattutto della situazione delle donne. Tra le sue tematiche annovera problematiche attuali come la ricerca dell’identità culturale e personale, il razzismo e le persecuzioni che non hanno mai fine. Nonostante la nostra società si ponga come profondamente solidale e rispettosa di tutte le etnie, la protagonista è stata costretta a subire violenze anche al di fuori del lager. Io non mi chiamo Miriam porta alla riflessione, solleva nuove domande nei lettori e fa inoltre luce sullo sterminio dei Rom avvenuto nel periodo nazista, un dramma passato troppo spesso in sordina e a volte dato per scontato. Majgull Axelsson riesce infine a rappresentare con forza e verità tutto quello che è disposto a fare un uomo pur di essere accettato dalla società: proprio per questo Miriam mantiene il suo segreto e vive nella menzogna e nella paura per circa settant’anni, spinta da un desiderio spesso più forte di qualsiasi altra cosa.

Voto: 


lunedì 31 ottobre 2016

Recensione: Trigger Warning di Neil Gaiman

Trigger Warning, Neil Gaiman
Mondadori
307 pagine, 19,90 euro
C’è una notevole varietà di storie in questa antologia di ventiquattro racconti (in parte inediti, in parte Trigger Warning non è altro che l’avviso che il contenuto di un libro, di un racconto, di un telefilm, di un film potrebbe scatenare effetti sgradevoli su persone particolarmente sensibili.
pubblicati singolarmente in altre raccolte) a firma di Neil Gaiman, sia per quanto riguarda i generi, sia per quanto riguarda la lunghezza. La scelta di inserire delle poesie, abbastanza inconsueta per una pubblicazione di questo tipo, si rivela una scelta di grande effetto, e anche l’introduzione, dove l’autore spiega il significato dell’espressione che ha dato titolo alla raccolta, risulta particolarmente interessante:
Gaiman afferma che tutte le storie dovrebbero portare questa dicitura, perché in grado di condurre a luoghi dove non si pensava di andare, minare le nostre certezze, riportare a un passato dal quale si stava fuggendo o mostrare proprio ciò di cui si ha più paura.

Il lettore viene inoltre avvisato che questo libro non contiene racconti omogenei, e che quasi ognuno di essi non finisce bene per almeno uno dei personaggi. Viene poi spiegata con dovizia di particolari la genesi che ha dato vita ai ventiquattro brani. È lasciata comunque al singolo lettore la facoltà di scegliere se gustarsi semplicemente la lettura dell’antologia, oppure se affiancarla ai commenti scritti dall’autore.

Le storie di Gaiman coprono qualunque ramo del fantastico, dalle storie di fantasmi alla fantascienza, da Doctor Who a Sherlock Holmes, dallo Shadow di American Gods alla Bella Addormentata, passando per poemi, streghe e poesie.
Il suo stile di scrittura è, come al solito, molto pulito e decisamente efficace. I racconti sono sempre ben strutturati, in molti casi inquietanti. Lo stile di Gaiman è sempre riconoscibile, a tratti onirico, malinconico e drammatico laddove necessario, ironico all’occorrenza, talora capace di stupire con dei finali a effetto.

Chi ha apprezzato American Gods, romanzo che è valso allo scrittore numerosi premi letterari, sarà lieto di leggere il racconto Cane Nero, ambientato nel medesimo universo narrativo, con protagonista Shadow Moon. La sensazione di déjà vu non finisce qui: l'antologia contiene infatti anche Le Niente in Punto, in cui il protagonista è nondimeno che il celebre Doctor Who dell’omonima serie TV, di cui lo stesso Gaiman ha sceneggiato alcuni episodi (in questo racconto c’è però una piccola stonatura: la nota cabina del telefono blu, macchina del tempo nonché astronave del Dottore, viene tradotta come la Tardis, anziché il Tardis come in tutte le versioni televisive italiane). Come se non bastasse, ritroviamo un perfetto Sherlock Holmes nel racconto Il Caso della Morte e del Miele, che ci metterà di fronte ai fatti che precedono e seguono la morte di Mycroft, fratello maggiore del noto detective.
Particolarmente riuscito anche il racconto Arancione, una sorta di esercizio di stile in cui la storia si deve estrapolare dalle risposte date da una ragazza a un interrogatorio, di cui è riportata la mera trascrizione.
In Click-Clack Sacchetto sbatacchiante troviamo la conferma che le storie per bambini possono essere le più paurose. Soprattutto quando a raccontarle è un bambino.

In conclusione: l’antologia di racconti Trigger Warning, la terza firmata da Neil Gaiman, si pone nel solco già tracciato dall’autore, che conferma di riuscire a lavorare abilmente con il genere fantastico in modo semplice e naturale, riuscendo ad affrontare molteplici tematiche e diversi punti di vista. È poi la capacità di reinventarsi in ogni racconto che rende difficile al lettore allontanare gli occhi dalle pagine del libro.

Voto: 


giovedì 27 ottobre 2016

"Lo schiavista" ha vinto il Man Booker Prize 2016. Le motivazioni del premio

Lo schiavista di Paul Beatty (nda, The Sellout in originale, in italiano edito Fazi e tradotto da Silvia uno dei premi più prestigiosi per la letteratura in lingua inglese dal 1969.
Castoldi) ha vinto il Man Booker Prize 2016,
«Un romanzo dei nostri tempi» lo ha definito la storica Amanda Foreman, a capo della giuria. Si tratta forse di un libro troppo difficile da digerire, ma, ha sottolineato, la fiction non deve essere un genere di conforto.
«È per questo che il romanzo funziona. Mentre sei fermo lì, incapace di muoverti, sei stato solleticato: è un atto estremo che sprigiona verve, energia e fiducia. Non ci si arrende, né si contrasta. Questa è la scrittura di qualcuno che gioca al di sopra degli schemi (…). The Sellout è uno di quei libri molto rari: è in grado di prendere la satira, una materia difficile e non sempre fatta bene, e immergerla nel cuore della società americana contemporanea con uno spirito selvaggio che non ritrovavo dai tempi di Swift o Twain. Riesce a sviscerare ogni tabù sociale o sfumatura di politicamente corretto, ogni dogma. Pur facendo ridere, ci fa provare imbarazzo. È divertente e doloroso allo stesso tempo».

Paul Beatty ha ritirato il premio, consistente in cinquantamila sterline e una copia in rilegatura speciale del proprio romanzo, visibilmente commosso, e ha sostenuto con orgoglio che «la scrittura mi ha dato una vita». È il primo americano a vincere il Man Booker Prize, battendo altri cinque autori finalisti (Madeleine Thien con Do Not Say We Have Nothing; Deborah Levy con Hot Milk; Graeme Macrae Burnet con His Bloody Project; Ottessa Moshfegh con Eileen e David Szalay con All That Man Is) con il racconto del tentativo di reintrodurre la schiavitù nella moderna Los Angeles.
Il premio sembra aver cominciato a respirare un'aria diversa da due anni a questa parte, con l'estensione della possibilità di partecipazione agli autori di tutte le nazionalità (purché il loro testo sia stato pubblicato originariamente in lingua inglese e nel Regno Unito) per la polemica lanciata proprio dalla critica USA al suo vincolo di territorialità (prima del 2014, potevano parteciparvi solo gli autori del Regno Unito, del Commonwealth, della Repubblica d'Irlanda e dello Zimbabwe).

Piccola curiosità: a vincere per il secondo anno consecutivo è un romanzo edito dalla casa editrice indipendente Oneworld, come a voler dimostrare l'apprezzamento della giuria per un mondo alternativo ai grandi gruppi editoriali che negli ultimi anni, nonostante la forte crisi registrata anche oltre Manica, hanno saputo donare ai lettori testi di qualità e degni del riconoscimento e della visibilità che la vittoria del premio gli ha regalato.

mercoledì 19 ottobre 2016

Speciale Frankfurt Buchmesse 2016: le proposte editoriali delle agenzie americane



Inizia oggi la Frankfurt Buchmesse, l’appuntamento annuale che dal 1949 rappresenta il principale punto di riferimento dell’editoria mondiale. Mai come quest'anno la fiera, con i suoi cinque giorni di esposizioni, mostre, conferenze e discussioni, avrà come trait d'union la celebrazione dello spirito europeo, visti i recenti contraccolpi della Brexit e, soprattutto, gli attentati di Parigi e Bruxelles. A questo si ricollega la scelta di nominare come ospiti d'onore le Fiandre e i Paesi Bassi che, nel padiglione a loro dedicato, presenteranno nuovi concept artistici e una vetrina di 99 autori autoctoni famosi ed esordienti.

Si parlerà di nuove sinergie tra i vari settori dell'arte, di politiche a favore dell'innovazione creativa (ampio spazio sarà dato alla spiegazione dei meccanismi di accesso ai finanziamenti per le attività culturali previsti dai programmi Horizon2020 e Creative Europe), dei mutamenti del mercato culturale e del sempre più necessario connubio tra arte e tecnologia, al fine di rinnovare un settore che nell'ultimo decennio ha dovuto fare i conti con il boom digitale.
Interessanti le attività che si svolgeranno durante le giornate della Buchmesse e che coinvolgeranno anche l'Italia, con un nuovo spazio allargato (si vocifera, grazie al successo che i romanzi di Elena Ferrante hanno avuto nel mondo anglosassone e latino) e la presenza di Nicola Lagioia, Vincenzo Latronico e Fluer Jaeggy.

Per quanto riguarda le proposte che le agenzie letterarie americane presenteranno agli editori europei, abbiamo fatto una piccola cernita ricercando le novità più succulente. Alcuni testi sono già stati pubblicati, altri sono preordinabili nei bookstore online, uno ha già venduto i suoi diritti in 27 paesi, per un altro bisognerà aspettare ancora un po' per una preview (ancora topsecret, ad esempio, la cover del nuovo thriller di Michael Crichton, Dragon Teeth).
Impossibile non notare la tendenza a puntare al thriller, tra storie di spionaggio, connubi tra giallo e sci-fi, horror stories e classiche crime fiction. Pochi i titoli di narrativa e interessanti i volumi per bambini.
Ma andiamo con ordine.

In attesa dell'uscita del film, a dicembre nelle sale, tra i titoli già pubblicati troviamo Tales of the Peculiar (Dutton), prequel della serie Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children, dove Ramson Riggs raccoglie storie originali annotate da Millard Nullings, studioso che si trova sotto la custodia di Miss Peregrine.

Questo mese viene pubblicato Nobody’s Son di Mark Slouka (Norton), un memoir nel quale l'autore racconta la fuga dei suoi genitori cecoslavacchi dalle purghe staliniste dopo la Seconda Guerra Mondiale. Slouka traccia le cronache del loro viaggio tra Innsbruck e Sydney fino a New York, portando in grembo ricordi di sangue e tradimenti e un figlio non ancora nato.



Il prossimo mese uscirà il dodicesimo volume delle Cronache dei Vampiri di , dal titolo Prince LeStat and the Realms of Atlantis (Knopf). Qui il noto vampiro Lestat de Lioncourt dovrà vedersela con un antico e misterioso potere, quello di Atalantaya legato al perduto mondo di Atlantide, che rischia di distruggere gli equilibri del mondo vampirico.
Anne Rice

Anche l'autrice della saga di Twilight, Stephenie Meyer, si cimenta con il genere thriller con The Chemist (Little, Brown) storia di un'ex agente in fuga che, per scampare a coloro che vogliono farla fuori, accetterà di svolgere un ultimo incarico, rischiando la pelle in un gioco pericoloso e innamorandosi di un uomo che potrebbe compromettere le sue chance di sopravvivenza.



Trevor Noah raccoglie alcuni saggi personali in Born a Crime
(Random/Spiegel & Grau), un volume che racconta la crescita di un ragazzo irrequieto e gli sforzi della madre per strapparlo a una vita di povertà, abusi e violenza. La storia avvincente, stimolante e “comicamente sublime” di un uomo di mezza età che ha visto il tramonto dell'apartheid e le lotte per la libertà degli afroamericani.



A gennaio sarà la volta del nuovo romanzo di Ottessa Moshfegh, candidata al Man Booker Prize 2016 per il suo romanzo d'esordio Eileen. Il libro le è valso il paragone con Shirley Jackson, il primo Vladimir Nabokov ma, soprattutto, il titolo di libro dell'anno dal Washington Post, la nomination al National Book Critics Circle Award e il premio PEN/Hemingway al suo debutto letterario.  Homesick for Another World (Penguin Press) è una raccolta di storie di personaggi instabili che rappresentano la varietà della condizione umana, nelle quali grottesco e scandaloso si mescolano alla compassione e alla tenerezza. Insomma, la Moshfegh racconta un mondo crudele nel quale la bellezza arriva all'improvviso da fonti sconosciute.



Altro mistery, altro debutto: Everything You Want Me to Be (Atria/Bestler) di Mindy Mejia racconta dell'omicidio di una ragazza in una scuola superiore e delle indagini dello sceriffo locale Del Goodman, accompagnati una riflessione sul sottile limite tra innocenza e colpevolezza, realtà e finzione.



Nel mese successivo, uscirà Right Behind You (Dutton) di Lisa Gardner, che si conferma regina del thriller con il settimo volume della serie FBI Profiler dedicata alle indagini di Pierce Quincy, agente dell’ FBI, e della moglie Raine Conner, detective della omicidi, che questa volta avranno a che fare con una serie di delitti apparentemente commessi dal fratello della loro figlia adottiva.





Impeccabile combinazione di suspense, psicologia, dramma erotico e mistero per l'esordio di Sara Flannery Murphy, The Possessions (Harper). L'autrice racconta di Eurydice, che lavora per una società che si occupa di contatti con l'ultraterreno e i morti. Il suo lavoro richiede un certo distacco con i clienti, per evitare coinvolgimenti, ma quest’etica viene meno quando si innamora di Patrick e si mette in contatto con la moglie morta di lui, uccisa in circostanze misteriose.


Riscrittura de La Tempesta di Shakespeare, Miranda and Caliban di Jacqueline Carey (Tor), narra i dodici anni precedenti alla vicenda della commedia del bardo, focalizzandosi sulla ricerca d'identità da parte di Miranda e affrontando le tematiche del potere, del controllo, dell'innocenza e della sessualità, riproponendo in chiave creativa una vicenda classica – a dire dell'editore – pur rimanendovi fedele.



Usciranno poi, a marzo, due romanzi davvero interessanti: il primo è Omega Canyon di Dan Simmons (Little, Brown) che, in bilico tra narrazione storica e toni noir, segue la storia di due fratelli viennesi che viaggiano nell'Europa del primo dopoguerra. La loro vita cambierà quando si occuperanno uno di lavorare come fisico alla costruzione della bomba atomica a Los Alamos e l'altro nel Commando di un operazione speciale inglese
. Mentre uno cercherà di porre fine alla guerra, l'altro dovrà rischiare tutto per salvare la famiglia dell’altro. Una action story audace, che racconta dell'amore fraterno e della lotta per la libertà.

Il secondo è la nuova storia dell'autrice di Fiore di neve e il ventaglio segreto, Lisa See, intitolata The Tea Girl of Hummingbird Lane (Scribner) e ambientata tra una piccola località della Cina famosa per il tè e Pasadina, una cittadina della California. Ancora una volta si affronta il problema della separazione familiare e del rapporto madre-figlia, la ricerca d'identità di chi è adottato e vuole conoscere le proprie origini, raccontando l'Oriente sconosciuto, anacronistico e affascinante come solo la See sa fare
.



Aprile ancora all'insegna del thriller, con quello che si ritiene essere uno dei titoli che le case editrici europee si contenderanno, ossia One Perfect Lie (St. Martin’s) di Lisa Scottoline, la vicenda di una madre single che cerca di salvare il figlio timido ed estremamente talentuoso, destinato ad un futuro nella major-league di baseball, dall'oscura piega che sta prendendo la sua vita a causa della sua amicizia con un coetaneo dalla personalità disturbata. Un dramma familiare avvincente e ricco di suspense, secondo l'agenzia che lo propone, per nulla scontato e assolutamente realistico.

Sci-fi thriller per Cory Doctorow, che con Walkaway (Tor), regala il racconto umoristico e crudo di Hubert, comunista, e Natalie, una ricchissima ereditiera che tenta di fuggire al padre oppressivo. I due amanti scoprono l'unica cosa per cui i ricchi ucciderebbero: il segreto per battere la morte. Tra intrighi, distruzione e lotta per la sopravvivenza, Doctorow ci porta in un futuro lontano di cento anni, ma tragicamente vicino alla realtà contemporanea.

Vi segnaliamo, inoltre, altri testi che verranno presentati alla Buchmesse, ma di cui si hanno ancora poche informazioni. Uno di questi è un volume di Design e Fotografia omonimo del famosissimo Tumblr di Mihaela Noroc, Atlas of Beauty, ritratti di donne comuni che la fotografa rumena ha raccolto in giro per il mondo, che verrà pubblicato in USA nell'autunno del prossimo anno. In ultimo, attesissimi il memoir dell'ex chitarrista dei Sex Pistols Steve Jones, il debutto letterario di Mattew Weiner (creatore della serie cult Mad Men) e I'm so pregnant dell'illustratrice e animatrice norvegese Line Severinsen che, con sagacia e ironia, affronta i problemi più imbarazzanti della gravidanza affidandosi al cartoons.

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