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lunedì 14 novembre 2016

Recensione: Eccomi di Jonathan Safran Foer


Eccomi, Jonathan Sagran Foer
Guanda
666 pagine, 22 euro
Eccomi, disse Abramo quando Dio lo chiamò.
Eccomi, ripeté sul monte Moria, pronto a sacrificare a quel Dio suo figlio.
Eccomi, sembra cercare di dire Jacob Bloch nella sua vita, senza mai riuscirci completamente.

Uscito a fine agosto per Guanda, il quarto libro di Jonathan Safran Foer sembra essere un inno all'incapacità di tenere le redini di un'esistenza, un catalogo degli eventi senza apparente causa-effetto che formano la vita.
Al centro della narrazione, quattro generazione della famiglia Bloch: il patriarca Isaac, ormai considerato troppo vecchio per vivere da solo; Irv, primo della dinastia Bloch a sentirsi a tutti gli effetti un ebreo americano; Jacob e Julia, vero motore della narrazione; i figli Sam, Max, Benji, ma anche il cane Argo. A smuovere gli eventi e le vite di questi attori inconsapevoli, un Bar Mitzvah che rischia di saltare, un cellulare pieno di messaggi erotici, l'arrivo dei parenti da Israele, una gita scolastica, la vecchiaia come rinuncia dell'indipendenza, la morte virtuale di un avatar, notti allo zoo e una distopica distruzione a opera di un terremoto devastante dello stato di Israele.
Del resto, come scritto da Matteo Persivale su La Lettura del 25 Settembre, “per Foer anche l'Apocalisse sarebbe il contorno del piatto di portata”.

Eccomi è un romanzo corposo, non solo per le sue 665 pagine, ma anche per l'intento di Safran Foer di farci stare dentro tutto (la vita, l'universo e tutto quanto, direbbe Douglas Adams): ogni esperienza, ogni aspetto della vita matrimoniale e delle dinamiche familiari di un ebreo americano alle prese con le vicende ebree americane degli anni '10 del ventunesimo secolo. Le voci si intrecciano: Julia, amareggiata e stressata da una famiglia che non riesce a donarle quello di cui ha veramente bisogno; Jacob e il suo desiderio di fuggire, senza mai averne davvero il coraggio; Sam, il primo amore, diventare adulti e tornare alla realtà; Max, dieci anni e una dialettica presocratica, un personaggio irreale eppure quello che più sembra essere la colonna portante di questa famiglia che poggia su fondamenta di silenzio e idiosincrasie.
Eccomi è anche un romanzo profondamente ebreo, con il suo bel glossario in appendice e quei ragionamenti che ogni lettore identifica con la letteratura ebraico-americana. C'è il senso di appartenenza a una nazione lontana, ci sono le riflessioni sull'antico testamento, c'è quel sentimento di vergogna riservata che si ritrova in Safran Foer, Roth, Bellow.

Ci sono un sacco di cose, in Eccomi, credo di essere riuscita a far passare il messaggio, forse troppe. Gli eventi, la vita quotidiana, il massiccio uso di prolessi e analessi, tutto concorre a creare una narrazione che vorrebbe essere un luculliano pasto a dodici portate, ma finisce per somigliare a una ciotola di cereali con mandorle, uvetta, fiocchi d'avena e gocce di cioccolato da ricercare scandagliando col cucchiaio i fondali lattei. Non c'è niente che non va, in questo romanzo – del resto mandorle, uvetta e gocce di cioccolato sono buone -, ma la lettura procede affaticata dalla vastità dell'universo che si dispiega davanti agli occhi del lettore, distraendolo dalla bellezza stessa della scrittura di Safran Foer.
Nonostante Eccomi sia un romanzo strutturalmente complesso e non omogeneo, il capitolo finale raggiunge con una stretta decisa l'essenza del romanzo, la presenza come prova di amore, collegando i cavi sfilacciati dei temi seminati tra le pagine e salvando un romanzo per molti versi non proprio riuscito.

Eccomi è un romanzo che debitamente sfrondato avrebbe rappresentato il punto punto più alto della carriera di Safran Foer, che purtroppo però sembra essersi dimenticato di quella regoletta da scrittori che recita kill your darlings. Del resto, come avrebbe detto Max, il fratello di Sam, tre anni dopo nel suo discorso per il Bar Mitzvah: “Alla fine riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare” e Jonathan Safran Foer, in questo romanzo che non è autobiografico, ma potrebbe anche esserlo, si è rifiutato di lasciare andare anche solo un piccolo pezzo.

Recensione a cura di Angela Bernardoni

giovedì 21 gennaio 2016

Recensione: Un terribile amore di Catherine Dunne


Un terribile amore, Catherine Dunne
Guanda editore
400 pagine, 18.00 euro
Calista e Pilar vivono entrambe due amori difficili e "sbagliati", la prima per un uomo che sarà per lei marito e padrone, la seconda per un altro che non esiterà ad abbandonarla.
Calista sposa Alexandros, assaporando per un attimo la felicità di poter decidere della propria vita, anche in funzione del bambino che porta in grembo. Ama il marito pur sapendo che ha un cattivo temperamento ed è capace di infuriarsi con lei perché non passa inosservata agli altri ragazzi, ma scambia questo atteggiamento per devozione e istinto di protezione. Pilar, di contro, si lascia abbindolare dalle promesse di Pedros, sposato e ricco, che le ha fatto perdere la testa e la voglia di indipendenza e autonomia alla quale ha sempre aspirato. Entrambe capiranno che l'amore richiede compromessi, e non rinunce identitarie, e che è facile confonderlo con sensazioni forti, pericolose e proibite.
Le loro vite si incrociano inconsapevolmente quando Pilar, portata in un palazzo signorile di Madrid, scopre che in uno degli appartamenti si è consumato un doppio omicidio, mentre Calista riceve una telefonata che le conferma un avvenimento che aspettava da tempo e che avvalla i sospetti del lettore.

L'amore è un sentimento che le donne protagoniste di Un terribile amore, di Catherine Dunne, vivono in modo malsano, un' ossessione che cela i difetti dell'altro e mira a idealizzarlo. Entrambe si annullano nel proprio partner, divenendone succubi fisicamente e psicologicamente. Gli uomini qui sono solo motori della storia, colpevoli in un caso di leggerezza e noncuranza, nell'altro della pretesa di possedere la compagna. Binomi inscindibili nella narrazione sono gli episodi di violenza domestica e l'infelicità coniugale, l'infedeltà e la disparità nella coppia: la donna è sempre la sognatrice, disposta a tutto pur di essere amata; l'uomo, di contro, può disporre di lei in qualsiasi modo, anche deponendola nel momento in cui non gli è più utile.

Altro tema importante è la genitorialità e l'importanza, in alcune culture, di procreare "eredi" maschi, ben più utili alla società delle femmine. Soprattutto si parla della scelta di non essere genitore, dovuta alla consapevolezza di non poter badare a un figlio se prima non si riesce a badare a se stessi, e della difficoltà di rinunciare a diventare madre.
In ultimo c'è un interrogativo che percorre tutta la narrazione: è giusto, da vittima, rivalersi sull'aguzzino facendo propria la violenza? Sembra l'eterno dilemma posto anche dalla tragedia antica, fonte di ispirazione per questo romanzo, privo di qualsiasi orpello volto a mitigare la storia. Ma non c'è catarsi alla fine della lettura. Soltanto forte amarezza.

Verità forti e scomode, che la Dunne riesce con maestria a incastonare in una narrazione che si fa carico dei sentimenti delle protagoniste, a volte forzando un po' troppo la mano. Come nel caso della scelta narrativa: la storia di Pilar è raccontata attraverso flashback posti a inizio capitolo, mentre quelli di Calista sono incastrati col presente, forse a rimarcare la distanza tra la ragazzina sprovveduta che era e la donna ossessionata dalla propria immagine che è diventata.
Benché rilassante, scorrevole e ben scritto, questo romanzo incontra poco il mio gusto perché l'intera narrazione è volta a sconvolgere emotivamente il lettore, ma non ci riesce appieno con quello avvezzo a letture più eterogenee. Sebbene io sia un'amante dei romanzi di Isabelle Allende, il cui stile è spettacolarmente vicino a quello della Dunne, quest'ultima non è riuscita a convincermi, un po' come avevano fatto i romanzi di Lesley Lokko in passato. Inoltre, il romanzo sembra strizzare l'occhio al genere poliziesco in alcune parti, ma elimina la suspense della scoperta perché il suo unico scopo è biasimare le scelte delle protagoniste.
Devo ammettere che mi aspettavo molto di più dalla Dunne, considerate le critiche positive che ho letto in giro per il web. Di certo, mi riserverò di scoprire se è una sensazione isolata o che potrei ritrovare leggendo altri libri della scrittrice.

Voto: 




lunedì 6 ottobre 2014

Recensione: Le ragazze rubate di Jennifer Clement



Le ragazze rubate, Jennifer Clement
Guanda 
16.50 euro, 266 pagine
«In Messico, la cosa migliore che può capitarti è essere brutta»: con questa frase, stringata e incisiva, un articolo introduceva il romanzo di Jennifer Clement, americana di nascita ma messicana d'adozione (vive a Città del Messico).

Le ragazza rubate narra infatti la storia di cruda e ordinaria violenza di un gruppo di donne di un paese dell’America centrale; una vicenda inventata, ma così verosimile da lasciare l’impressione che la giovanissima protagonista, Ladydi, sia una persona vera e non un personaggio fittizio.
Ladydi vive con la madre in una piccola comunità montana nello stato di Guerrero, una terra rovente, avara, popolata da creature invadenti e pericolose come le formiche rosse e i micidiali scorpioni bianchi; bruciata da un sole implacabile così come dai diserbanti utilizzati per proteggere le coltivazioni, ma che non fanno altro che avvelenare la terra e gli esseri viventi che la abitano. Ma c'è un altro elemento che colpisce nel paese di Ladydi: la quasi totale assenza di figure maschili. Gli uomini sono descritti come personaggi di passaggio che, lasciandosi alle spalle la famiglia, partono per “fare fortuna” oltre il confine, ricostruendosi una vita.
Le donne che li hanno amati e le figlie cui hanno dato la vita rimangono così in balìa del proprio destino, alla mercé di qualunque orco voglia approfittarsi di loro. Per questo essere brutte, nello stato di Guerrero, è una grande fortuna: perché riduce le probabilità di essere rapite mentre si torna da scuola, o prelevate dalla propria casa.

Jennifer Clement affronta dunque il problema endemico della violenza sulle bambine – e in generale sulle donne – negli Stati più poveri del Messico. I numeri sono impressionanti: secondo lo studio intitolato Ordinanze sulla protezione in Messico: donne vittime di violenza e assenza di accesso alla giustizia, realizzato tra il gennaio 2011 e il giugno 2012, circa cinquantottomila donne hanno denunciato le violenze subite alle forze dell’ordine, ma solo il 7% di loro ha beneficiato di una tutela. Le autorità – la cui capacità di azione in un Paese dominato dalle bande di narcotrafficanti – non sembrano ancora sapere come gestire questa crisi.
Nonostante la drammaticità dello spunto, il romanzo riesce nell’impresa di mantenere una certa levità. Ladydi, l’io narrante, descrive con toni disincantati le brutture del suo mondo, prendendone in qualche modo le distanze e rendendo al contempo la lettura fluida e coinvolgente. Nessuna disturbante descrizione di stupri, nessuna scena adrenalinica di scontri a fuoco: anche quando il tema della morte viene introdotto – cosa inevitabile in un simile contesto –, non c’è nulla di morboso. Persino nel momento in cui la protagonista ventenne viene accusata di un orrendo delitto e la sua vita rischia di essere compromessa per sempre, si scorge un infantile barlume di speranza, che è probabilmente l'aspetto migliore dell’opera.

Interessante è anche la postfazione, in cui la scrittrice parla della genesi del libro e ci aggiorna sull’odierna situazione in Messico, accendendo ancora una volta i riflettori – ci avevano già pensato il cinema con il film Bordertown del 2006, che narrava la storia delle centinaia di operaie assassinate a Ciudad Juarez, e la tv con la serie The Bridge, con Diane Krueger – su una storia di violenza cui è difficile porre fine, ma che merita di essere raccontata, impendendole così di svanire nell’oblio.

Voto: 





giovedì 30 gennaio 2014

“Le bussole” Guanda e “I più grandi tra i Grandi Libri” Garzanti: piccoli prezzi, grandi edizioni




Due interessanti iniziative giungono in libreria e nei grandi store online.
La casa editrice Guanda crea un’iniziativa molto particolare, volta a sfidare il prezzo per natura più conveniente del libro digitale, attraverso la collana Le Bussole.
Guanda punta infatti a offrire "un libro più comodo, portatile e leggero di un reader. (…) Volumi a copertina rigida, di piccolo formato, con copertine disegnate da Guido Scarabottolo, per un’offerta di qualità sia nei contenuti che nella veste editoriale. Volumi maneggevoli, da mettere in tasca e leggere ovunque, per poi collocarli nelle nostre librerie" come dichiarato da Stefano Mauri, presidente del gruppo GeMS, ad Affariitaliani.it. Sono già usciti i primi sei titoli, che vedono la riedizione di alcuni testi chiave del catalogo della casa editrice, quali Alta Fedeltà di Nick Hornby, Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer, Trilogia del ritorno di Fred Uhlman, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore di Luis Sepúlveda, Se stasera siamo qui di Catherine Dunne, Una barca nel bosco di Paola Mastrocola. Il prezzo rimane pressoché invariato rispetto le prime edizioni dei suddetti volumi - dagli 11 euro delle edizioni in brossura, agli 8-10 euro per questa nuova versione in copertina rigida.
Tra i prossimi autori che saranno inseriti tra Le Bussole, si citano i nomi di Anne Tyler, Charles Bukowski, Virginia Woolf, William Trevor, Jean Giono, Nina Berberova, Yukio Mishima e Jun’ichirō Tanizaki.



Fino al 28 Febbraio, solo su ibs.it e nelle librerie che aderiscono all’iniziativa, Garzanti offre trenta classici della letteratura, quelli che definisce come “i più grandi tra i Grandi Libri” al prezzo di 4,90 euro, riducendo anche il prezzo dell’edizione digitale degli stessi titoli a 0,99 euro. Nuova veste grafica per questa collana, che si arricchisce di quattro nuovi testi: Come essere felici di Epicuro, Suite francese di Irène Némirovsky, Il profeta di Kalil Gibran e Lettera di una sconosciuta di Stefan Zweig. In promozione i testi di Oscar Wilde, Jane Austen, Alessandro Manzoni, Luigi Pirandello, William Shakespeare e tanti altri.

venerdì 27 settembre 2013

Recensioni in breve per piccoli racconti






Ultimamente ho trovato davvero poco tempo per leggere romanzi dalla media dalle duecento pagine in su: a volte mi sembra quasi mi scrutino con rimprovero dalla scrivania, altre imploranti, chiedendo solo di venir letti e compresi fino in fondo. Quando la combinazione tra scarsità del tempo si fonde ad una “malavoglia” inspiegabile, il lettore si trova davanti ad un bivio: sprofondare nell'oblio della pausa sabbatica dalla lettura o affidarsi ai racconti/romanzi brevi, che permettono una leggera soddisfazione nell'arrivare alla loro conclusione nel giro di quei dieci/trenta minuti che facilmente possono essere spesi, nel corso della giornata, per rilassarsi con la lettura – anche perché in genere è improprio dichiarare che non si sta leggendo nulla, visto che siamo circondati da scartoffie quotidianamente e, se si è studenti universitari, è quasi raro non trovarsi tra le mani un volume interminabile che non rappresenta una lettura altrettanto edificante quanto quella di un libro da noi designato.
Dopo la lettura in lingua originale di Tutti mi danno del bastardo di Nick Hornby, ho riscoperto la gioia del racconto/romanzo breve, al quale non mi approcciavo da diverso tempo – credo l’ultima raccolta di racconti letta risalga a circa quattro anni fa, ma non ricordo se si trattasse di quelli di Edgar Allan Poe o di Guy de Maupassant. Trovato dunque un buon compromesso tra il bisogno di evasione e la relatività del tempo, in contemporanea alla lettura di Né con te né senza di te di Paola Calvetti (la cui recensione leggerete prossimamente), mi sono affidata dunque alle storie one-shot.  Innanzi tutto ho finalmente concluso – e devo dire con un po’ di difficoltà – il secondo racconto del volumetto La casa stregata di Howard Phillips Lovecraft, che mi trascinavo dalla mia breve vacanza di una settimana, per poi passare alla lettura di Sono uno scrittore ma nessuno mi crede di Silvia Pillin, un simpatico vademecum per l’aspirante scrittore, per poi gettarmi a capofitto nel brevissimo Storia d’amore senza parole di Luis Sepúlveda e infine su Da tutte le strade si alzeranno lamenti di Kurt Vonnegut (del quale presto leggerò sicuramente Mattatoio n.5). 
In ultimo, su consiglio di quella grande appassionata dei fumetti americani Marvel di mia sorella minore, mi sono catapultata nel mondo dei comics trovando molto interessante la serie di Thor, dio del tuono appartenente alla nuova generazione di albi Marvel Now!, che non intendono cancellare un cinquantennio di storia del fumetto americana, bensì avvicinare i nuovi lettori alla realtà fumettistica – mossa di marketing ben architettata dato l’enorme successo delle pellicole cinematografiche che raccontano le storie di Spiderman, Thor, Captain America, Iron Man, gli Xmen, i Fantastici Quattro e tanti altri personaggi che saranno protagonisti dei prossimi film. Ho scelto proprio questa serie perché sono una grande appassionata della mitologia germanica e delle storie di Odino e dei suoi figli raccontate dall’Edda maggiore, testo inestimabile che ha permesso alle leggende norrene di giungere a noi. Di questo non vi posterò una recensione, poiché bisognerebbe scrivere qualcosa di ognuno degli albi già usciti (in tutto quattro) e comprendono una storia principale divisa in “puntate”, le avventure dei Young Avengers e due storie che cambiano di volta in volta (nel terzo comincia Journey into Mystery, saga che vede coinvolta Lady Sif, una dei miei personaggi preferiti).


La casa stregata – H.P. Lovecraft
Il volume si compone di due storie, la prima delle quali è omonima. Nonostante abbia apprezzato moltissimo lo stile di Lovecraft -  che tende a mantenersi esterno alla vicenda, raccontandola con una perizia quasi scientifica, carica di suspense e molto “fotografica”-, ritengo che le due storie non fossero egualmente interessanti. Ne La casa stregata è forte il topos del luogo maledetto che ha accumulato una lunga lista di abitanti morti in modo misterioso. Pare che le morti siano dovute ad un qualcosa che risiede in cantina. Mi sarei aspettata molta più azione, che la risoluzione della storia non fosse semplice, ma ne sono rimasta davvero delusa, tanto più che (OCCHIO ALLO SPOILER) il finale mi ricorda molto quei film in stile Final Destination. Inoltre ho trovato eccessive le descrizioni e ridondante l’elenco genealogico degli abitanti del maniero e ben poco terrificante il contenuto.
La seconda storia è L’orrore a Red Hook. Rispetto al primo racconto, questo è molto più coinvolgente, avvicinandosi al genere giallo per certi versi, gradevole nella sua descrizione di un quartiere malfamato e misteri irrisolti sui quali indaga il poliziotto Malone, che sembra quasi un “Hercule Poirot” del sovrannaturale. Ho trovato questa storia qualitativamente superiore alla prima, più vicina all’orrore che mi aspettavo dal “rivale” di Edgar Allan Poe.
Nel complesso, ho apprezzato e spero di riuscire a cimentarmi presto nella lettura delle storie di vampiri dello stesso autore.
Voto: 3 stelline

Sono uno scrittore ma nessuno mi crede – Silvia Pillin
«Se il vostro peggior nemico è il congiuntivo e fate un uso involontariamente creativo della consecutio temporum, beh il vostro romanzo ha davvero poche possibilità di essere selezionato».

Spero non pensiate di avere a che fare con un piccolo saggio di auto-aiuto per aspiranti scrittori, ma piuttosto ad un interessante, ironico, in alcuni casi pungente, vademecum per chi vorrebbe vedere la propria storia pubblicata da un editore. Questo brevissimo saggio, ben organizzato in alcuni capitoli, attraversa gli errori più comuni dell’aspirante scrittore, quali ad esempio quello di essere un cattivo lettore. Secondo la Pillin non si può scrivere un buon romanzo se non si è letto e analizzato ciò che si è letto in passato, poiché solo il lettore può rendersi conto di quali possono essere i punti forti di una trama, lo stile adeguato e il registro linguistico da utilizzare. Prima di tutto si parla di pianificazione della storia, della scelta del punto di vista e della caratterizzazione dei personaggi, per poi analizzare caratteristiche più tecniche quali l’interazione e le variazioni temporali. Segue una parte più interessante dedicata alla revisione e alla scelta dell’editore al quale inviare il proprio manoscritto, spiegando in modo semplice ma efficacie la differenza tra case editrici a pagamento e non, le problematiche relative all’editing e alla realizzazione della copertina, le caratteristiche del contratto d’edizione e interviste ad esperti del settore. Dunque un vero e proprio case study sul mondo editoriale per comuni mortali che vogliono averci a che fare.
Voto: 4 stelline

Storia d’amore senza parole – Luis Sepúlveda
«Con il passare del tempo passò il tempo sui miei passi, e pian piano mi colmai di cose dimenticate che pian piano mi dimenticarono. La città della quale ho parlato non esiste più, né le strade, né il negozio delle mute, né le cravatte larghe come remi, né le palme nane, né l’atmosfera proustiana senza decadenza. Tutto è scomparso. La musica, la sala da ballo, il cane chino accanto al grammofono. Tutto si è perso, l’ho perso».

Questo racconto è stato una piacevole sorpresa: una storia d’amore semplice tra un giocatore di biliardo e una donna muta che lo incanta con gesti e sguardi. Lo stile di Sepúlveda è altamente poetico, la sua scrittura è ricca di giochi di parole che avvincono il lettore fino alla fine, trascinandolo pienamente in un universo reale nella sua finzione narrativa. Ho apprezzato moltissimo il riferimento alle “atmosfere proustiane”, quella continua sensazione di vedere davanti a sé uno scenario fatto di macchie imprecise - ricordo che nel leggere i primi volumi di Proust trovai snervante scoprire, dopo circa novanta pagine, che in realtà l’autore stava parlando di un campanile – con la sola differenza, l’autore tiene a precisarlo, che ciò che abbiamo davanti a noi è «un’atmosfera proustiana priva di noia»: riesce infatti a scrivere un racconto semplice ma altamente evocativo. La vera dimostrazione che la parola può diventare storia.
Voto: 4 stelline

Da tutte le strade si alzeranno lamenti – Kurt Vonnegut
«Abbiamo colpito ogni chiesa benedetta, ospedale, scuola, museo, teatro, la vostra università, lo zoo, e ogni condominio della città, ma onestamente non era quello che volevamo. C’est la guerre. Scusateci, dunque. Inoltre il bombardamento a tappeto oggigiorno è di gran moda, lo sapete».

Ho la grossa lacuna di aver conosciuto Vonnegut solo leggendo Lo strano mondo di Alex Woods, dove veniva ampiamente citato. Nell’attesa di potermi addentrare in Mattatoio n.5, mi sono fiondata su questo brevissimo testo che racconta la vera storia della distruzione di Desdra da parte degli americani durante la seconda guerra mondiale, evento snocciolato nei minimi dettagli da un soldato americano prigioniero dei tedeschi che ha vissuto sulla propria pelle l’epilogo della città pacifica (le memorie dello stesso Vonnegut). Si tratta di un report di guerra, altamente critico nei confronti della sua stessa nazione, nella quale Vonnegut avanza l’ipotesi di una più veloce risoluzione del conflitto se gli americani non avessero dato atto allo stragismo e alla distruzione incondizionata di una delle poche città dichiaratamente antinaziste. Lo stile di Vonnegut è asciutto e essenziale, con picchi di ironia dosata ma fortemente esplicita e biasimo per la guerra e le azioni di potere – ricordo che i testi di Vonnegut, primo tra tutti Mattatoio n.5, sono considerati le pietre miliari della letteratura pacifista. Un testo breve, ma intenso, da leggere assolutamente.
Voto: 5 stelline


lunedì 16 settembre 2013

Recensione: Skagboys di Irvine Welsh


Skagboys - Irvine Welsh 
"Per me è stato amore al primo buco, matrimonio alla prima fumata. Esatto, io amo la mia ero. La vita dovrebbe essere come quando sei strafatto." È questa la filosofia degli skagboys, i tossici scozzesi resi famosi da Trainspotting. In questo libro Irvine Welsh racconta l'antefatto, il momento in cui Mark Renton, Sick Boy, Spud e i loro "soci" scivolano inesorabilmente nel baratro dell'eroina. Fra scene di devastante crudezza e depravazione, episodi grotteschi e squarci di inaspettata poesia e tenerezza, ogni personaggio emerge dalla pagina con tutta la propria violenza verbale, la propria rabbia e brutale autenticità, raccontando in prima persona e senza compromessi una decadenza fisica e morale irrimediabile. Disillusi e privi di ogni stimolo, i personaggi di Welsh si gettano alle spalle lavoro, amore, famiglia, persino la passione calcistica, opponendo a tutto questo una parabola solipsistica e autodistruttiva. È il trionfo della vita ai margini nel suo splendore epico e negativo, dove il protagonista assoluto è il linguaggio esuberante, eccentrico, imprevedibile. Sembra di sentirli parlare davvero, Rents e Sick Boy, lungo la ferrovia, in cerca di "quel sollievo che ti sembra un'estasi quando ti scorre per le vene nel cervello, e l'euforia incredibile perché i problemi del mondo, tutta la merda, si dissolvono attorno a te nella polvere".
Editore: Guanda
Pagine: 618
Prezzo: 20,00 euro


Voto: 

A distanza di circa sedici anni dall'uscita italiana di Trainspotting e di dieci dal sequel Porno, Irvine Welsh ritorna in libreria con il prequel Skagboys. Il romanzo è ambientato in una Edimburgo degli anni '80, vera e propria capitale europea delle droghe, capace di trascinare i giovani in un circolo alcolico di disoccupazione, criminalità, rapporti fatiscenti e guai di ogni tipo: la città diventa quasi una sorta di entità che ingloba e che più che dare succhia e toglie forze e sanità mentale. Notevole ancora una volta è la bravura di Welsh nel dipingere un periodo storico senza mai dare troppo nell'occhio, trasformando in panorama sociale ed emotivo quello che per molti sarebbe stato solo un insieme di date e motivazioni sparse: l'autore riesce a descrivere perfettamente il carico emotivo delle manifestazioni "sindacali" con cui si apre il romanzo e che, volenti o nolenti, restano impresse nella nostra memoria e vengono poi richiamate sapientemente da brevi annotazioni e riferimenti su quello che succedeva nelle lontane stanze dei bottoni.

Skagboys racconta abbastanza esaurientemente l'incontro un po' cruento e un po' romanzato di Mark Renton, Sick Boy, Spud e amici con l'eroina, provata in parte per curiosità e in parte per dare una svolta alle serate un po' alcoliche un po' disperate ma che cambia le loro vite per sempre e li guida nel baratro dell'autodistruzione più nera. La trama è sempre complessa e non segue uno svolgimento vero e proprio, si avvicina quasi a un diario o a tratti ad un registro dei fatti avvenuti nelle vite dei protagonisti: per questo dopo le prime duecento pagine di attesa il lettore rischia davvero di annoiarsi, vista anche la mole del volume che supera le seicento pagine.

I personaggi sono ben delineati, soprattutto nei loro problemi e dolori: tra tutti spicca Mark Renton, all'epoca ancora uno studente universitario, di cui cogliamo facilmente l'intelligenza e la tendenza alla riflessione; Spud e gli altri risultano meno caratterizzati e Sick Boy, nonostante sia molto presente, resta a tratti lievemente incomprensibile e forse lasciato un po' "in disparte". Se in Trainspotting i personaggi erano affascinanti e incredibili, in Skagboys il livello di verosimiglianza crolla e di colpo le avventure di Renton e compagni diventano fin troppo allucinate e assurde. Qua e là rispuntano per fortuna le illuminazioni argute e la violenza espressiva in bilico tra trivialità e sentimento di cui Welsh è capace ma sono solo attimi e sicuramente non ai livelli dei suoi migliori lavori.

Lo stile si mantiene sempre realistico e iperattivo, diretto e colorito, arrabbiato e malato, capace di passare da una descrizione ad un pensiero, da un dialogo ad un insulto in un batter d'occhio: colpito da queste variazioni così frequenti di registro, a tratti il lettore rischia di perdersi nei meandri di pub e appartamenti maleodoranti, senza quasi riuscire a capire poi effettivamente dove si trovi e quale sia la storia di fondo. Il ritmo rimane per lo più blando tranne qualche accelerata improvvisa.

I dialoghi risultano quasi sempre espressivi e padroni del mistero dei personaggi che ogni tanto viene svelato grattando via tutto lo sporco e la rabbia di soffrire ed esistere. Il linguaggio crudo e colorito di Welsh sembra calzare relativamente bene nella traduzione italiana ma perde, per forza di cose, parte della sua unicità. Per quanto lo scozzese possa risultare ostico resta comunque viva la curiosità di rileggerlo in originale.

In conclusione Skagboys è una panacea per i fan di Irvine Welsh e soprattutto per chi ha adorato Trainspotting e aspettava da tempo di poter leggere qualcosa di nuovo di Renton, Sick Boy e soci. Per tutti gli altri è probabilmente, come diceva Rossini della musica di Wagner, un libro che ci regala dei bellissimi momenti ma anche dei terribili quarti d'ora.



giovedì 12 settembre 2013

Recensione: Tutti mi danno del bastardo di Nick Hornby




Tutti mi danno del bastardo - Nick Hornby
Tutti mi danno del bastardo è un romanzo dello scrittore britannico Nick Hornby, specialista nel raccontare storie di amori finiti male. In questo nuovo romanzo, Hornby dipinge un ritratto tragico e al tempo stesso ricco di humor di quanto confuse e meschine possano diventare le relazioni amorose nella società moderna. Un matrimonio andato storto e il successivo divorzio tra due persone costituiscono gli elementi scatenanti in grado di innescare una serie di comportamenti sciagurati e crudeli. Elaine Harris lavora per un quotidiano. Tiene una rubrica, molto apprezzata dai lettori, in cui racconta gli sviluppi del proprio matrimonio e della propria vita coniugale. Charlie, suo marito, è il dirigente di una banca molto conosciuta. All’incrinarsi della loro relazione fa seguito il divorzio. Tutto sembra concludersi così, ma a una settimana di distanza, Elaine Harris comincia a scrivere articoli velenosi sul quotidiano, raccontando ai lettori i motivi che hanno causato il divorzio. I subdoli articoli, inseriti nella nuova rubrica dal titolo “Bastardo”, rivelano le mancanze di Charlie come marito, come padre e come amante. Charlie ben presto si accorge della situazione quando, recatosi al lavoro, nota l’insolito comportamento dei colleghi nei suoi confronti. La colorita rubrica dell’inviperita Elaine, infatti, viene letta da tutti. Posto sotto i riflettori e seduto al banco degli imputati nel tribunale dell’opinione pubblica, Charlie auspica che l’ex moglie si stufi presto di questa deprecabile vendetta, ma si sbaglia. Il successo ottenuto dalla rubrica di Elaine, infatti, diventa un appuntamento fisso per sempre più lettori, i quali attendono con ansia di conoscere le disavventure matrimoniali della donna. E’ una vera e propria epidemia mediatica, che espone Charlie ai giudizi morali dell’intera società. Tutti mi danno del bastardo è un romanzo tragicomico in cui Nick Hornby riflette sull’amore all’epoca dei gossip, dei mass media e dell’attenzione della società per tutto ciò che è frivolo.
Editore: Guanda
Pagine: 80
Prezzo: Cartaceo € 9,00 - eBook € 4,99



Voto: 

Questo romanzo breve, o meglio racconto – visto che nella versione originale da me letta consta di sole 29 pagine – è tutt’altro che uno scontato resoconto di quanto può essere portata all’esasperazione l’insoddisfazione che si sente riguardo a se stessi quando finisce un amore. Quella che sembrerebbe una storia piena di humor, alla fine non è altro che la volontà di smorzare la tragedia intrinseca nella storia. Non ci sono morti, non ci sono feriti, ma danni alla persona e alla sua reputazione a bizzeffe.
Tutto comincia con la decisione di Charlie e Elaine di divorziare, presa tra le 9,30 e le 10,00 del mattino, dopo aver accompagnato i bambini a scuola. La madre dell’uomo, che non riesce a capacitarsi della cosa, avanza subito l’ipotesi che sia stato il figlio ad esasperare a tal punto Elaine da causare la decisione. In realtà, come spiega Charlie, la colpa potrebbe benissimo essere della donna e una decisione così radicale, quale quella di un divorzio, non è repentina, ma ben ponderata.
Charlie ci sembra subito la vittima, un uomo che va in giro con la coda tra le gambe, incapace di reagire, se non dormendo un paio di volte con Mary che lo avvisa di essere sulla bocca di tutti. Elaine, infatti, è una giornalista che scrive di tutto, attribuendogli importanza come se fosse una questione personale: poco equilibrata, ha scritto tutto riguardo la perdita della sua verginità, lo stato delle sue pelvi, le sue fantasie sessuali e, soprattutto, il suo matrimonio. Ultima trovata è una rubrica settimanale dedicata a quel “Bastardo” del suo ex marito, volta a svelarne difetti e incompetenze. Charlie ovviamente è basito dalla situazione, ma non intende prendere provvedimenti dal punto di vista legale, e questo perché non è decisamente una vittima inconsapevole: negli anni ha tradito la moglie ripetutamente e, sopraffatto dal lavoro e dal suo ego, ha trascurato i figli. La rubrica ha successo – tanto che “Tutti leggono del Bastardo” diventa un trend su Twitter - e all’uomo viene richiesto di partecipare ad uno show radiofonico, ma nonostante la possibilità di replicare alle accuse della ex, Charlie decide di rifiutare. Nel frattempo nasce una rubrica corrispettiva, scritta da un uomo, volta a denigrare l’ex compagna. I due si incontrano e si scontrano con ciò che conoscono l’uno dell’altro.
C’è ancora tanto da dire, ma rischierei di togliervi la possibilità di leggere la storia, che trovo davvero amara e realistica. Mi ha colpito lo stile essenziale e asciutto di Hornby, che non avevo mai avuto modo di apprezzare prima. Nella versione originale si possono leggere numerosi giochi di parole, ma quello che più affascina è la capacità di partire da una premessa per arrivare ad una conclusione che mette in discussione tutto ciò che si è letto in precedenza. Si arriva a detestare un personaggio, per poi doversi ricredere più e più volte.
Quello che a primo acchito sembra essere una banale storia di ordinaria pazzia, finisce per diventare la dimostrazione di quanto siano fondamentali concetti quali privacy, reputazione e rispettivi limiti. In Italia, probabilmente, Elaine sarebbe stata perseguibile per diffamazione a mezzo stampa, nonostante la realtà dei fatti; in Inghilterra il reato non sussisterebbe proprio in virtù di questo. Inoltre, in queste poche pagine si legge molto dell’animo umano, di quanto sia volubile; posso dire poi che mi ha ricordato il pirandelliano concetto dell’«uno, nessuno, centomila», mettendo in evidenza la possibilità che la versione di noi che mostriamo al mondo spesso non è quella reale.

Nonostante questi lati positivi della storia, non credo che il lettore italiano sia invogliato a godersi questo nuovo racconto di Hornby: mi sembra davvero esagerata una spesa di 9 euro per la versione cartacea e 4,99 euro per l’ebook, quando questo in versione originale è disponibile alla ben più accessibile cifra di 0,99 euro! Avrei preferito acquistare un volume con più storie, oppure una proposta più modica, ma di certo io per prima ho preferito adeguarmi alla versione inglese – che tra l’altro consiglio a chi ha una conoscenza media dell’inglese come esercizio di lettura. Trovo assurdo che si speculi così tanto sui racconti, e non mi riferisco solo alla casa editrice Guanda, ma anche alle tante altre specializzate nella pubblicazione di storie non più lunghe di cento pagine che si trovano in libreria a non meno di dieci euro. Lo trovo un motivo in più, per il lettore, di dover ricercare un corrispettivo illegale per dover leggere. È anche in questo modo che si aiuta la pirateria.

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