Visualizzazione post con etichetta interview with. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta interview with. Mostra tutti i post

lunedì 23 gennaio 2017

Intervista a Lelio Bonaccorso, disegnatore di The Passenger (Tunuè)

A cura di Tonino Mangano

Nell'estate del 2015, in occasione di una piccola fiera del fumetto messinese, ho conosciuto Lelio Bonaccorso. Mi sono avvicinato a questo mondo molto tardi, durante i primi anni universitari, e il suo nome mi è stato fatto per la prima volta dal proprietario di una piccola fumetteria del mio paese, ormai, ahimè, chiusa.

Classe ’82, Lelio è un disegnatore poliedrico che passa dal genere giallo al fumetto d’informazione, interessandosi anche alla satira. Ha all’attivo numerose pubblicazioni in Italia e all’estero, collaborazioni con quotidiani e case editrici del calibro della DC Comics e della Marvel, oltre che della nostrana Bonelli. Il suo ultimo lavoro è una graphic novel pubblicata da Tunuè, The passenger, basata su un soggetto del regista Carlo Carlei e con la sceneggiatura del giornalista Marco Rizzo. La qualità del lavoro e la passione con cui vi si dedica mi hanno colpito sin da subito, ma è soprattutto la vita da fumettista – che con grande sacrificio si fa strada a livello internazionale – a rappresentare un’ispirazione, un esempio da seguire.
Il fatto che tratti di tematiche importanti come mafia e immigrazione mi hanno spinto un giorno ad approfondire la sua storia e quello che c'è dietro il suo lavoro, in modo da farli conoscere al grande pubblico.

Abbiamo quindi fissato un’intervista il 14 novembre. Una serie di vicissitudini, tra cui la chiusura del bar votato come luogo dell’incontro, ci portano a casa sua, nella stanza dove le idee del disegnatore messinese si materializzano sotto forma di matite, acquerelli e colori. Una volta scambiati i saluti, iniziamo a discutere di storia e politica e a scambiarci pareri sulle nostre ultime letture. Quaranta minuti volano via in un soffio, e, quando ce ne rendiamo conto, iniziamo ufficialmente l’intervista.

Ci parli della trama di The Passenger e delle sue origini?

The Passenger nasce da una sceneggiatura del regista Carlo Carlei, quindi prossimamente avrà una versione cinematografica. È una storia inventata, ma è calata in un contesto del tutto realistico: parla di un boss della mafia – che ricorda molto i vari Provenzano, Riina, insomma un mix di queste figure – che, essendo stato tradito, scappa una notte da Palermo e va in cerca della sua vendetta. In questo viaggio molto vorticoso, in quella che può essere paragonata a una discesa negli Inferi, ci sarà l’occasione per osservare il rapporto di un malavitoso con vari aspetti della vita quotidiana, come la religione, i poteri occulti, la famiglia, il cibo. È ambientata nel periodo delle stragi del ‘92, per cui si parla anche di Falcone e di Borsellino. Ci saranno vari colpi di scena, ma chiaramente non li sveliamo in questa sede per non rovinare la sorpresa ai lettori. Si tratta, come ho detto, di una produzione del regista Carlo Carlei, al cui fianco spiccano Marco Rizzo per la sceneggiatura, quattro ragazzi siciliani per il colore: Deborah Allo, Claudio Naccari, Chiara Arena, Carmelo Monaco, i primi tre di Messina, il quarto di Catania. Il lettering è di Maurizio Clausi. Un’équipe abbastanza corposa, insomma.

Hai affrontato l’argomento della mafia varie volte nel corso della tua carriera. Da cosa è nato l’interesse per questo tipo di problematica?

Secondo me, per un narratore siciliano, a un certo punto è inevitabile scontrarsi con un tema simile. Nel senso che, nel contesto in cui siamo immersi, spesso non ci rendiamo conto di questa presenza che aleggia intorno a noi. Diventa quasi necessario lavorare su questi temi, per cercare di capirli. E poi è tutta questione di scelte: per me, fare fumetti ha uno scopo duplice, artistico-lavorativo ma anche sociale. Tra l’altro, parlare di mafia mi ha dato l’occasione di apprezzare molto di più gli aspetti positivi della Sicilia. C’è tanto di buono: persone capaci che ho avuto l’onore di conoscere, come i coniugi Agostino, i genitori di Nino Agostino. Inoltre, sono stato felice di riuscire a comunicare e fare informazione con tanti ragazzini delle scuole, anche quelle di quartieri molto complicati. È stata veramente una fortuna poter entrare in contatto con tutte queste persone e queste diverse realtà.



Secondo te, che già sul tema della mafia, come fumettista, stai facendo molto, le istituzioni e la società si stanno muovendo con sempre maggiore convinzione, determinazione e efficacia o si potrebbe fare di più? Se sì, cosa?

Cosa si potrebbe fare… queste sono domande complicate! Da fumettista cerco di dare input che facciano riflettere, perché qualsiasi problematica di questo genere si può combattere solo se c’è una presa di coscienza generale. Le istituzioni, se vogliamo definirle così, sono il chiaro riflesso dei cittadini: quando andiamo a votare, stiamo eleggendo persone che fanno parte del popolo, individui che hanno una loro storia e determinate relazioni con le criticità del territorio. Questo, nel bene o nel male, sortisce degli effetti. Credo inoltre che ci voglia una maggiore consapevolezza del problema, e soprattutto coraggio. È qualcosa di necessario. Come diceva Falcone, la paura c’è, è normale che ci sia, ma l’importante è che, insieme alla paura, ci sia anche il coraggio di affrontare le cose.

Ti sei anche occupato della satira attraverso i fumetti. Alla luce di ciò che è successo a e con Charlie Hebdo, e delle critiche che gli sono state mosse in seguito, come consideri la satira fumettistica? Deve avere dei limiti o secondo te ci sono dei canoni che devono essere rispettati e che salvaguardino il “buongusto”?

Nel caso specifico di Charlie Hebdo può piacere o non piacere: c’è chi ha reagito di pancia e ha espresso, giustamente, il suo disaccordo. Però la satira è un elemento fondamentale dell’aspetto civile di una società, e non può essere censurata, sarebbe un ossimoro dire che debba avere dei limiti. Poi si può discutere o meno se sia di buono o cattivo gusto. Ma è anche vero che ci sono tantissime cose di cattivo gusto che nessuno si allarma di censurare.

Per quanto riguarda il fumetto, secondo te è un genere che sta andando sempre più per la maggiore in Italia oppure c’è sempre qualche freno, come in passato?

Il fumetto ha avuto nei decenni dei momenti di sviluppo, pensiamo agli anni Settanta/Ottanta, quando spopolava. Poi c’è stato un momento di flessione, ma oggi, secondo me, è in ripresa. Innanzitutto perché affronta determinate tematiche con una freschezza e un’originalità che tanti media come il cinema – che sono forse anche un po’ più strumentalizzati – non dimostrano. E poi perché, anche nel contesto più commerciale, proprio grazie al cinema ottiene molta più visibilità, e The Passenger ne è un esempio. Credo che il trend del fumetto sarà costantemente in crescita, anche grazie ai social network che riescono a veicolarne l’espansione. Molte persone si avvicinano, iniziano a leggere, si incuriosiscono e appassionano. Basta vedere il fenomeno Zerocalcare, per esempio. Ha venduto decine di migliaia di copie, è stato candidato al Premio Strega, e questo permette, a tante persone che non leggevano fumetti, di avvicinarsi a Zerocalcare e di conseguenza di passare anche ad altro. Questo secondo me è un sintomo molto positivo.

Cosa puoi dirci invece dei tuoi attuali impegni lavorativi e dei tuoi progetti futuri?

Al momento sto lavorando su un reportage che uscirà il prossimo anno intitolato Sinai, iniziato dopo il mio viaggio a contatto con i beduini: è un lavoro sulla loro cultura e sulla situazione degli italiani che vivono e che ho conosciuto lì in Egitto, ma anche su quella che è stata la mia esperienza nel periodo in cui l’ISIS compiva stragi e attentati. La gente mi diceva “Sei pazzo ad andare in Egitto”, ma ho passato quaranta giorni lì e sono stati bellissimi. Mi sembra un segno di come la stampa italiana tenda a gonfiare in modo spropositato le notizie che filtra dall’estero. Il reportage, e questo ci tengo a dirlo, sarà pubblicato da Beccogiallo, ed è scritto insieme a Fabio Brucini, un mio caro amico che vive in Egitto per parte dell’anno. Sto lavorando poi a un grosso lavoro per una casa editrice francese, Glénat, una delle più importanti d’oltralpe. È una storia che parla della Turchia, del rapporto tra la Turchia, il fondamentalismo islamico e la Francia, della situazione delle banlieues francesi e soprattutto della vita di Mustafà Kemal che incarna l’aspetto laico della Turchia, oggi sempre più islamizzata dall’attuale presidente Erdogan. È una storia abbastanza tosta. Altri progetti… ce n’è uno sui Vespri Siciliani a Messina che sto portando avanti pian piano, per vedere se si riesce a sviluppare.

Per quanto riguarda la tua storia di fumettista: come sei nato, quali sono stati i tuoi primi passi? Magari, quali sono i consigli che daresti a chi vuole accostarsi a questo mondo?

Primo consiglio: bisogna crederci profondamente. Sfatiamo un mito: in Sicilia si possono fare questi mestieri. Esiste la Scuola del Fumetto di Palermo, che è la cellula principale da cui sono partiti molti autori giovanissimi che ora lavorano ad altissimi livelli. Bisogna crederci, richiede parecchi sacrifici, serve molto impegno per imparare a disegnare, a fare fumetti. A differenza di quello che si pensa non è un fatto di manualità – certo, c’è anche quello – piuttosto è un lavoro che dipende dalla tua mente, dal modo in cui si guarda e si conosce il mondo e dal modo con cui esprimi tutto questo. È questo, quello che fa la differenza. Io ho cominciato nel 2004, perciò non tanto tempo fa tutto sommato, dalla Scuola del Fumetto di Palermo. Non c’era nulla a Messina, niente. C’erano solo le Scuole di Firenze, di Roma. Io non ci potevo andare ed ho optato per quella di Palermo che aveva aperto quell’anno. C’è da dire che ho frequentato l’Istituto d’arte, alle superiori, l’Ernesto Basile di Messina, classe di oreficeria. Dopo il diploma ho avuto una breve esperienza alla facoltà di Architettura, ma poi ho capito che non faceva per me. Dopo un'esperienza non proprio positiva all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, mi sono rivolto alla Scuola del Fumetto di Palermo. Subito dopo aver iniziato a lavorare ho attivato dei corsi, sia insieme alla Scuola del Fumetto di Palermo, sia da solo: fortunatamente la cosa sta funzionando, i ragazzi sanno che c’è una possibilità dalle nostre parti e io non volevo che gli altri passassero le stesse cose che ho passato io. Non sapevo sinceramente dove andare a sbattere la testa. E oggi è più semplice, ci sono più opportunità, più occasioni.

Stai anche seguendo un progetto con la Triskelion. Di cosa si tratta?

La Triskelion è un’etichetta specializzata in produzioni cinematografiche e di animazione, che ho fondato con altri tre professionisti messinesi: Antonello Piccione che sta alla regia, Gianluca Vecchio, che lavora a Londra con personalità del calibro di Ridley Scott e si occupa di compositing, Luciano Cucinotta, un attore. In questo momento stiamo lavorando su un cortometraggio animato sulla guerra in Siria, quindi un prodotto di breve durata, ma molto intenso, che vedrà la luce l’anno prossimo. Per progetti futuri… vedremo!

L’intervista registrata si interrompe. Abbiamo continuato a parlare del più e del meno, spinti dalla mia curiosità – forse eccessiva – e dalla gentilezza con cui Lelio si è intrattenuto oltre.
Abbiamo sfogliato le storyboard, le matite e gli inchiostri (tre fasi della lavorazione del disegno), alcune pagine di suoi vecchi lavori (tra cui un’encomiabile produzione di “disegni in 24 ore non stop”) e abbiamo parlato delle sue esperienze di viaggio.

Mentre mi parlava del Sinai mi ha mostrato disegni e tavole che aveva realizzato in estemporanea durante la sua permanenza in Egitto.  Lelio si è mostrato per quello che è veramente, senza maschera alcuna, sincero dall’inizio fino alla fine: un disegnatore e una personalità sui generis. Non è solo un fumettista, ma un vero “narratore di immagini”. Con o senza l’ausilio dei disegni, sarebbe riuscito a dipingere nitidamente nell’immaginazione degli ascoltatori le scene che ha vissuto in quelle regioni africane. Alla base del suo lavoro sul Sinai ha messo esperienze di vite di abitanti del posto, ha riportato storie che passano di bocca in bocca tra i nomadi delle infinite distese desertiche, rappresentando quella che, a suo dire, è una “realtà senza tempo”. I popoli che abitano quelle sabbie sterminate sembrano percepire l’essenzialità della vita, ma palesano una cognizione del tempo inconcepibile per la cultura occidentale. Nel deserto nessuno si preoccupa di che ore siano, nessuno ricorda la propria data di nascita e tutti comprendono il valore dell’aiuto reciproco, anche nei confronti di perfetti sconosciuti. Tra le dune, tutti danno un enorme valore alle promesse fatte a voce (anche quelle di carattere contrattuale, di scambio commerciale) e questa cultura orale delle popolazioni nomadi rende sconosciuti ai più i tesori che Lelio sta cercando di rievocare e far conoscere con il suo lavoro. Lelio riesce a trasmettere agli ascoltatori un grande interesse per il suo lavoro, li meraviglia, li affascina anche con il tono di voce che, purtroppo, non può trasparire dalla trascrizione dell’intervista.


Verso la fine della conversazione, Lelio ha dimostrato anche un profondo interesse per la cultura in ogni sua forma: ha raccontato che in quest’ultimo periodo ha condotto la campagna Apriti Museo (vedi la pagina Facebook) rivolto alle istituzioni di ogni livello (dalla Regione Siciliana alla Presidenza della Repubblica) per sollecitare la riapertura del Museo Regionale di Messina, rimasto chiuso da più di vent’anni. Nel perseguire questo scopo è intervenuto varie volte in trasmissioni dei canali nazionali. Grazie al suo impegno, e ovviamente a quello degli altri attivisti, il 9 dicembre ha segnato, sebbene in modo parziale, la riapertura di questo nevralgico polo per la cultura dello Stretto e dell’Italia intera. È un percorso che però ha bisogno di essere ancora battuto, in modo da portare un miglioramento dei servizi museali di cui la popolazione è stata da troppo tempo privata.

lunedì 12 dicembre 2016

Intervista a Majgull Axelsson, autrice di "Io non mi chiamo Miriam"


Il 15 novembre abbiamo partecipato a Milano ad un incontro speciale con la scrittrice svedese Majgull Axelsson, autrice di Io non mi chiamo Miriam. L'evento si è svolto nella sede di Iperborea, in via Palestro: un gruppo di blogger intorno a un tavolo, librerie alle pareti e un'atmosfera calda e stimolante. Tra curiosità e domande via via più interessanti, l'autrice ci ha mostrato aspetti e risvolti sconosciuti del suo libro e del modo di essere narratrice: scopriamo che ha iniziato la carriera come giornalista e lo è stata per circa venticinque anni. Solo dopo la stesura di Rosario is dead, un romanzo-documentario crudele e disincantato sulla prostituzione infantile, ha deciso di diventare scrittrice e raccontare storie, arrivando con Strega d'aprile a vincere un prestigioso premio letterario in Svezia. Parlando con lei sembra quasi di avere davanti uno storico o un esperto dei campi di sterminio nazisti: sa ogni cosa e risponde esaurientemente a tutto, mantenendo sempre un rapporto strettissimo con ricostruzioni precise e cronache il più possibile dettagliate. Stupiscono soprattutto il suo spirito critico e il modo serio e obiettivo con cui si è avvicinata al popolo rom, libera da ogni pregiudizio e spinta da una forte volontà di documentare il lettore e spazzare via ogni preconcetto. In particolare ha varcato quel sottile ponte che collega il giornalista allo scrittore, informandoci a dovere su quanto accaduto ad Auschwitz e al contempo regalandoci pagine di sensazioni forti e realistiche. Majgull Axelsson è riuscita in questo modo a unire il reportage e la cronaca di un evento storico alla letteratura intimista e personale: il lettore vede e sente tramite uno sguardo strano, che potremmo definire oggettivo/emotivo. In definitiva la Miriam che ha in mente l'autrice è la stessa che avevamo compreso dalle pagine del romanzo: una donna perfetta e discreta che non mostra mai rabbia o irritazione. Questo è il prezzo che deve pagare per conservare la sua bella vita e nascondere la propria etnia.

È sempre affascinante penetrare lo spazio creativo e capire da dove vengano quelle intuizioni speciali che si trasformano in libri. Anche Io non mi chiamo Miriam nasce, come spesso accade, da un incontro fortuito con un'ispirazione improvvisa. Ci può raccontare com'è andata realmente e svelare il rapporto che scorre tra verità e romanzo?

Pensavo semplicemente di scrivere un libro sui tumulti che si erano svolti a Jönköping nel 1948. Gli abitanti della città manifestavano contro un gruppo di stagnini rom che vivevano nel ghetto e che si erano mescolati agli svedesi: i toni diventarono presto piuttosto violenti e volgari e numerose persone vennero quasi poste sotto assedio per settimane. Nel 2011/2012 sono andata a visitare il quartiere in cui erano avvenute le dimostrazioni. Mi trovavo vicino ad una bella casa con a fianco una chiesa e subito ho immaginato Miriam: sola, spaventata, di ritorno dal lager dove era quasi morta. Di colpo sapevo anche cosa le era accaduto durante i tumulti. Solo in seguito sono andata ad Auschwitz per documentarmi: per esempio in un negozio di Birkenau molto fornito ho trovato alcuni volumi veramente completi. Non sapremo mai quanti siano stati i rom morti nei lager, purtroppo non erano registrati: potrebbero essere cinquecentomila come un milione, provenienti soprattutto da Polonia, Ungheria e Germania.

Come sono stati trattati i rom e gli altri profughi accolti in Svezia alla fine della guerra? Questo è sicuramente un tema molto attuale, visto l'incredibile afflusso di immigrati in Europa.

Sicuramente meglio di come vengono trattati oggi. Erano alloggiati nelle scuole e nelle sale dei concerti, la gente del luogo donava loro cibo, soprattutto panini e frutta, vestiti caldi, piumoni. Facevano a gara ad ospitarli. Folke Bernadotte, politico e membro della famiglia reale (era nipote del re Gustavo V di Svezia), riuscì a negoziare con Himmler la liberazione dei prigionieri politici. La Croce Rossa svedese doveva portare in salvo solo nordici, svedesi e norvegesi, alla fine salvò anche persone di altre etnie. Cercarono di fare del loro meglio.

Nel suo libro i rom vengono spesso chiamati “tattare”. Da dove deriva questo termine?

I tattare in Germania sono i sinti. Questa parola è stata coniata durante i conflitti russo-svedesi dei secoli XVII/XVIII. Al ritorno dal fronte i soldati avevano portato in patria mogli e figli appartenenti ad altre etnie: per questo non erano più accettati dalle comunità di cui un tempo facevano parte. Combattendo coi russi erano venuti a contatto con il nome “tartari”, una minoranza presente in Russia. Anche se non avevano niente a che vedere con questo popolo vennero chiamati “tattare”, ovvero la deformazione della parola “tartari”, il modo in cui gli svedesi la pronunciavano.
L'aggettivo “tartaro” in russo è “tatarskij”. Questo termine ricorre spesso per esempio in molte opere di Tolstoj. Non ci stupiamo quindi troppo della trasformazione svedese in “tattare”. Gli stessi tartari sono detti anche tatari.

Com'è oggi la situazione dei rom in Svezia?
Attualmente esistono delle vere e proprie organizzazioni che si occupano di difendere queste minoranze. Gli abitanti di Jönköping si vergognano tuttora moltissimo dei tumulti del 1948. La loro è una città da sempre fortemente religiosa, con il più alto numero di chiese della Svezia. Di recente gruppi di neonazisti avevano deciso di darsi appuntamento proprio lì per le dimostrazioni del primo maggio. Non appena si sparse la voce, le campane della città iniziarono a suonare per dare l'allarme e i cittadini scesero in piazza. Alla fine i neonazisti risultarono pochissimi, circa una ventina, mentre le persone tantissime: si svolse quindi una serena e consapevole commemorazione dei fatti del '48. Nel romanzo la famiglia regala a Miriam un braccialetto di fattura zingara che è poi in un certo senso la scintilla che spinge la protagonista a rivelare la sua vera identità: nelle mie intenzioni era un oggetto creato da Rosa Taikon, nota artigiana di origini rom che si è sempre battuta per i diritti del suo popolo.

Le vicissitudini della protagonista sembrano reali e veramente vissute. Non c'è quasi differenza tra Io non mi chiamo Miriam e il romanzo di un reduce. Come ha fatto a rendere così bene a livello emotivo e in modo così realistico esperienze che non ha vissuto?

Il segreto è leggere leggere leggere. Io in particolare leggo moltissimo da quando avevo dodici anni e conosco bene sia Remarque che Primo Levi, i due scrittori che mi hanno aiutato di più nella stesura di questo libro. Sicuramente questo romanzo ha preteso molto da me: ho sognato per circa due anni il lager, in un certo senso ero diventata proprio Miriam. Tra l'altro lei vive nella città dove sono nata! Scrivevo principalmente di notte e ho avuto incubi terribili per circa due anni. Prima di addormentarmi ogni sera dicevo a mio marito: “È ora di tornare al campo!”. Vi lascio immaginare il sollievo quando finalmente l'ho finito.

Potremmo aggiungere una riflessione alla risposta di Majgull Axelsson. È probabilmente anche merito del suo passato da giornalista se il personaggio di Miriam è così finemente costruito e verosimile: vive letteralmente delle miriadi di informazioni che l'autrice ha scoperto leggendo o semplicemente camminando nei teatri dell'Olocausto. Per ogni inchiesta o articolo sono infatti fondamentali un lavoro di ricerca preciso e una buona capacità di investigazione. Due qualità che sicuramente alla Axelsson non mancano.




mercoledì 29 giugno 2016

L'editoria per ragazzi oggi. Intervista a Fiammetta Giorgi

A distanza di un anno dall'intervista a Beatrice Masini, torno a parlare di Young Adult con un'altra delle protagoniste di questo segmento, Fiammetta Giorgi, ex responsabile editoriale dei Libri Mondadori per Ragazzi e editor da un paio d'anni della narrativa Yong Adult di Giunti. Trovo interessante esplorare il punto di vista degli addetti ai lavori per fare un po' di luce su un settore sempre più imperante, ma che penso debba essere maggiormente responsabilizzato nei contenuti: Fiammetta Giorgi rappresenta un ottimo esempio dentro un sistema che spinge per la commercializzazione estrema (in senso negativo) e che poco bada all'età del pubblico se non in termini di trend e di vendibilità sul mercato. Abbiamo parlato dei criteri di selezione dei manoscritti da pubblicare, di libri già pubblicati, di lettori giovani e non: una piacevole full immersion che spero potrà esservi utile per analizzare tutti al meglio questo settore.

L'editoria per ragazzi vive da qualche anno un momento di forte espansione, e sembra essere, attualmente, l'unico settore a registrare segni positivi, sia per la produzione che per le vendite (fonte: Rapporto sullo stato dell'editoria in Italia 2015). Possiamo dire che gode, quindi, di ottima salute, o c'è qualcosa di perfettibile nell'industria per ragazzi italiana?

L’editoria per ragazzi dimostra grande vitalità non solo in Italia, ma in gran parte del mondo e ciò nonostante c’è ancora moltissimo da fare. Nel nostro paese, in particolare, per quanto si stiano registrando di recente segnali molto positivi, ci sarebbero enormi spazi di miglioramento. Rispetto ad altri paesi l’attenzione e le risorse dedicate alla promozione della lettura sono ancora molto scarse, sono rare le biblioteche scolastiche realmente funzionanti come pure gli spazi dedicati dai media alla letteratura contemporanea per ragazzi. È complicato perfino fare in modo che il corpo insegnanti possa agevolmente aggiornarsi sulle novità editoriali del settore, il che penalizza soprattutto alcuni libri di qualità meno immediati, che avrebbero bisogno di essere veicolati dal consiglio di chi li abbia letti e apprezzati.

Molti libri per bambini e ragazzi presentano tratti borderline, tanto da rendere obiettivamente difficile l'assegnazione di un target orientativo a beneficio delle librerie. In base a quali criteri viene stabilita la fascia d'età, specie nel confine tra ragazzi (11-13 anni) e Young Adult (14-18 anni)?

L’assegnazione di un target di lettura in base all’età è un criterio estremamente soggettivo, lo si indica in base a un insieme di fattori quali i temi trattati, l’età dei protagonisti, l’elaborazione stilistica del testo, ma all’unico scopo di agevolare la disposizione in libreria e la selezione da parte di chi prenderà in mano il libro. L’effettiva adeguatezza di un certo libro a un certo lettore dipende però da infiniti fattori: un lettore forte predilige spesso libri per un target di età superiore alla sua, ma lo stesso lettore a seconda dei momenti potrà preferire libri più impegnativi o più leggeri.

Ci sono libri che non vendono e che sono, però, necessari. Quando scatta la volontà di pubblicare, malgrado la consapevolezza che il ritorno economico sarà molto basso? Esiste davvero un conflitto tra il libro commerciale, di facile vendita, e il libro complesso, ma di qualità, che sarà difficilmente acquistato? E a Lei è mai capitato di dover sacrificare la qualità per un guadagno certo?

Il fascino dell’editoria è proprio nell’esistenza di infinite tipologie di libro che possono piacere a lettori diversi. Nessuno può mai avere la certezza assoluta di quale libro diverrà un bestseller ma senz’altro qualsiasi editor con una certa esperienza riesce a immaginare quale abbia maggiore possibilità di altri di catturare un pubblico più ampio e questo non sempre coincide con i proprio gusti personali, ma il nostro ruolo, che io onestamente trovo bello, è quello di individuare anche libri che piacciano ad altri. A volte mi è capitato di fare volentieri libri di più facile successo anche perché i ricavi economici che ne sarebbero derivati mi avrebbero permesso di pubblicare con maggiore tranquillità altri romanzi che amavo di più ma che avevano minori potenzialità commerciali. Un criterio che cerco sempre di seguire è quello di selezionare libri che mi farebbe piacere regalare a una persona cara: il che mi tiene lontana dai libri che mi appaiono brutti. Comunque finora ho avuto la fortuna di non dover mai rinunciare a priori ai libri che ho amato di più: nel mondo editoriale prima di pubblicare un libro bisogna affrontare una trattativa economica e non sempre si può vincere in caso di competizione con altri editori ma da questo punto di vista mi ritengo fortunata.

 Ho parlato l'anno scorso con Beatrice Masini della responsabilità che si assume l'editoria quando pubblica libri indirizzati a persone così giovani. Al giorno d'oggi, moltissimi Young Adult veicolano messaggi sbagliati, come quelli in cui le protagoniste vivono amori pericolosi con soggetti violenti e poco raccomandabili. Qual è la sua posizione a riguardo? L'editoria per ragazzi dovrebbe essere più attenta a queste problematiche?

La risposta a questa domanda discende in parte da quella appena precedente: usando come criterio quello di pubblicare libri che regalerei volentieri a persone care mi risulta difficile selezionare libri che trasmettano messaggi ambigui.

Moltissimi libri per ragazzi vengono letti da ultratrentenni, soprattutto quelli che non posseggono diversi livelli di lettura ma che sono stati, al contrario, specificatamente creati per un pubblico giovane e inesperto. Quale spiegazione ha dato, Lei, a questo fenomeno?

Anche per quanto riguarda i cosiddetti crossover, pensati per un pubblico ma capaci di conquistare anche altre fasce di età, il panorama è così variegato che è difficile dare una risposta univoca. Esistono alcuni romanzi molto commerciali e abbastanza superficiali che vengono acquistati anche da adulti per la loro capacità di intrattenimento, come facile svago, e ci sono romanzi di qualità che piacciono per la rapidità di trama o per l’efficace descrizione di protagonisti che vivono l’adolescenza, un’età piena di emozioni, possibilità di scelta, passioni di ogni genere, chiaroscuri che la rendono affascinante anche nel ricordo di lettori adulti.

In editoria è comune l'uso di incasellare il lettore dentro uno scomparto, al fine di tracciare un profilo-tipo che risponda alle aspettative di vendita. La realtà è, ovviamente, molto più complessa, specie quando si parla di un'età dinamica e iridescente come quella adolescenziale. A quale tipo di ragazzo pensa quando acquista un nuovo libro? E tiene conto anche della componente “adulta” che consuma YA?

Personalmente mi diverte cercare libri che piacciano a lettori diversi e nella collana di cui sono attualmente responsabile, la Waves di Giunti, amo mescolare sapori e generi diversi. Il primo ad aprirlo è stato Rebel. Il deserto in fiamme, un fantasy tra i più originali che mi siano capitati negli ultimi anni: uno stupefacente connubio tra Kill Bill di Quentin Tarantino e Le mille e una notte, con personaggi sexy, ironici, sopra le righe, e un’ambientazione in un deserto durissimo e affascinante popolato di creature magiche che ricordano la mitologia persiana o iraniana. Accanto a lui si sono però già schierati tra gli altri Hyperversum Next, un nuovo volume della saga di ambientazione medievale che ha reso celebre Cecilia Randall; Una presenza in quella casa di Paige McKenzie, un paranormal romance che si tinge di sfumature horror e gotiche; A Time for Dancing, un romanzo realistico molto intenso, ispirato a una storia vera e perfino Tutti i miei futuri sono con te di Marwan, un autentico fenomeno editoriale in Spagna: una poesia urbana del quotidiano, notturna, carnale, inquieta e ribelle, che ha avuto successo in quanto strumento di espressione giovane, rapidissimo eppure profondo, facilmente condivisibile in rete. Prediligo romanzi che offrano la possibilità di un’esperienza di lettura immersiva, che abbiano perciò trame capaci di catturare, ma anche personaggi credibili, a tutto tondo, caratteristiche che in genere permettono di attrarre sia ragazzi molto giovani che gli adulti.

È stata responsabile per nove anni della divisione ragazzi della Mondadori, credendo e insistendo molto su un prodotto come Shadowhunters. Si può dire che abbia toccato con mano la vitalità del fandom, lo stesso che adesso sta protestando a gran voce contro la traduzione errata dell'ultimo libro della saga, Signora della mezzanotte. Pro e contro di un seguito tanto fidelizzato?

La cosa che mi piace di più del pubblico dei romanzi per giovani adulti è la reattività. Appena un libro è pubblicato immediatamente arrivano commenti appassionati sulla trama, le copertine, le traduzioni... A volte possono essere anche negativi ma si ha sempre la sensazione di un rapporto molto vivo con i lettori. Le critiche più ardenti spesso segnalano il desiderio di entrare in contatto diretto con gli autori, quasi a dimostrare che quel romanzo che i lettori amano meritava di essere trattato meglio. Spesso nell’editoria si lavora con tempi troppo accelerati, in pochi a gestire una mole di lavoro ambiziosa e non fa mai piacere a nessuno lasciarsi scappare delle sviste ma il fatto che i lettori si facciano vivi fa comunque piacere: spesso l’editor è appassionato dei propri autori quanto i fan che li leggono.

Hunger Games, come Shadowhunters, è un altro libro che è stato pubblicato sotto la sua direzione, ma che ha impiegato anni a raggiungere il grande pubblico. Alla luce della Sua lunga esperienza, saprebbe dirmi quali sono gli elementi che decretano il successo di un libro?

Sono mille e spesso imprevedibili. Di Hunger Games mi sono innamorata nelle prime trenta pagine e quando un romanzo ti cattura così si intuisce subito che possa avere delle potenzialità, ma era diverso dai romanzi che avevano successo in Italia in quel momento e proprio questo all’inizio ne ha reso difficile la partenza. Ovviamente sono la trama, la forza dei personaggi e della scrittura a contare, ma a volte bastano una copertina, uno strillo per far decollare o meno un romanzo.


Si è da poco conclusa la Bologna Children's Book Fair, appuntamento fondamentale per l'acquisto e la cessione dei diritti con l'estero. Può anticiparci qualcosa sulle prossime uscite Giunti? Quali temi e che tipo di storie troveremo in libreria?

Proprio in questi giorni è uscito il romanzo di esordio di un autore inglese che amo molto: Cercando l’onda di Christopher Vick. È un romanzo di formazione di qualità, una bellissima storia d’amore sulle coste della Cornovaglia, con scene di mare meravigliose, visto che il gruppo di ragazzi protagonisti sono appassionati di surf. A ottobre pubblichiamo invece Capolinea per le stelle un romanzo steampunk di Philip Reeve, prestigioso autore inglese che sarà in Italia a fine ottobre, ospite di Lucca Comics & Games.




Un libro che è particolarmente fiera di aver pubblicato e un libro della concorrenza che avrebbe voluto pubblicare?

Fatico a scegliere di quale romanzo sono più fiera perché ne ho amati più di uno, però dovendo scegliere direi Sette minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness (ndr: a detto di molti, uno dei migliori libri per ragazzi uscito in Italia). Quanto ai libri della concorrenza, anche se all’epoca non ero ancora editor, avrei voluto pubblicare Harry Potter, e non solo per il suo straordinario successo: mi affascina molto vedere come nella letteratura di genere alcuni scrittori sono capaci di prendere gli spunti presenti nella tradizione e rielaborarli in modo da renderli completamente propri e dargli nuova vita.

venerdì 20 novembre 2015

"Non scrivere di me": intervista a Livia Manera Sambuy



Per via dell'immaginario che ho sempre avuto del giornalismo culturale, Non scrivere di me diventa l'espressione più rappresentativa di un'incontenibile invidia – la mia, ovviamente. Inevitabile che si veda l'aspetto più romantico del mestiere – la conoscenza diretta con i maggiori scrittori contemporanei, i viaggi di lavoro –, malgrado questo, scrive Livia Manera Sambuy, non sia ormai lo stesso dalla crisi economica del 2008. “Mi svegliavo con l'angoscia che il mio lavoro di giornalista letteraria non avesse più valore”, e da qui la decisione di dare una svolta alla propria vita e trasferirsi a Parigi.
Più che di cambiamento, è forse l'esigenza di una evoluzione a trascinare l'autrice in una città dove non conosce nessuno e a scrivere un libro che esula i modelli del giornalismo e della critica letteraria.
È una nuova forma di racconto: un diario dove i ritratti di scrittori come Mavis Gallant e Philip Roth si allacciano a riflessioni e interrogativi intimi, dove ci si addentra nella sfera personale per poi rendersi conto della straordinarietà di queste anime. Tormentate, arroganti, fuori dagli schemi, generose, il compendio di personalità è tanto vario da lasciare il lettore attonito nel tentativo di adeguarsi, a ogni capitolo, al nuovo personaggio che si trova davanti. Sullo sfondo, città come Parigi e New York, immerse in una dimensione incantata, vengono descritte non solo attraverso gli autori protagonisti, ma anche grazie ai libri che sono menzionati. Il rapporto tra metropoli e narrazione è indissolubile, e il paesaggio urbano è solo l'espressione fisica di uno stile di vita.
Raccontare la letteratura anglo-americana così, nell'intreccio di vita e scrittura, lascia spaesati per la potenzialità inespressa di ciò che si sarebbe potuto dire e che si è, per rispetto e riservatezza, taciuto.
Il libro sedimenta nel cuore anche per questo, e inoltre per la capacità di diventare, nonostante lo stretto collegamento con chi l'ha scritto, una creatura autonoma, un insieme di voci distinte che si rifrangono nella bolla implosa della letteratura contemporanea.

Livia Manera Sambuy si è prestata a rispondere con immensa cortesia ad alcune domande che le ho posto. La ringrazio calorosamente sperando che questa intervista possa raccontare di “Non scrivere di me” più di quello che sono stata capace di esprimere a parole.


“Non scrivere di me” è il duro monito che Le lanciò Philip Roth dopo una conversazione intima al telefono. Eppure, scrivere è un'esigenza, un dovere morale, forse anche una condanna. Qual è il suo rapporto con la scrittura e quale crede sia quello che ha con essa Philip Roth?

Non posso parlare per Roth, ovviamente. So che per lui scrivere è stata una necessità ossessiva, e che liberarsi da questa ossessione poco prima degli ottant’anni gli ha dato sollievo. Quindi sì, forse in qualche modo è stata una condanna che si è inflitto da solo. Ma non lo è per chiunque? Per me scrivere è semplicemente il mio mestiere: una cosa che ho imparato a fare con molti anni di lavoro, che a volte mi dà soddisfazione, a volte mi lascia frustrata, ma quasi sempre mi fa scoprire cose sugli altri e su me stessa che non avrei saputo immaginare altrimenti.

Non pensa che scrivere sia la forma più alta di egocentrismo?

Dipende da quello che si scrive. Se il soggetto è il proprio io, esiste certamente questo pericolo. E il narcisismo è senza dubbio l’anima di ciò che chiamiamo arte. Ma mi sembra che ci siano al mondo molti altri soggetti, argomenti che gli scrittori seri sanno affrontare con umiltà mettendo il proprio io da parte.

Ho l'impressione che questo libro sia stata una summa, un “tirar di conti”, ad un certo punto della Sua vita, con la carriera professionale e con il proprio percorso personale. È così? È stata un'esperienza catartica?

È stato un modo di assolvere un dovere verso me stessa. Un modo di riassumere il senso che ha avuto per me leggere tanti libri e incontrare tanti scrittori. Di rileggere la mia vita attraverso questo filtro. Ed è stata un’esperienza difficile, proprio perché molto personale. Ho scoperto che quando avevo reticenza ad affrontare un argomento, quello era l’argomento che andava affrontato. Un po’ come misurarsi con un mostro, anche se non un grande mostro. La sincerità sulla pagina ha una grande forza. Ma cercarla costa fatica.

All'interno del libro emergono ritratti di autori fuori dal comune, quasi romanzeschi per tormenti, idiosincrasie e per un modo anticonformista di stare al mondo. Per diventare grandi scrittori è evidente non sia sufficiente rientrare nel quadro della “normalità”, servono piuttosto una prospettiva diversa e l'evasione dall'ordinarietà; non tanto, forse nello stile di vita, quanto nel mondo di pensarla. È d'accordo con questa affermazione? In merito agli autori da Lei descritti, quale le sembra sia il confine tra persona e personaggio?

Loro sono persone. Personaggio lo diventano, forse, nei miei racconti, o in quelli di altri. Quanto all’essere fuori dalla norma, è una cosa che nessuno di loro ha cercato. Nessun artista è “normale”.

Lei accenna alla difficoltà di documentarsi su uno scrittore che si è amato, come Salinger, dato il rischio di rimanere delusi dal lato umano di maestri che tendiamo a divinizzare. Qual è l'autore citato in Non scrivere di me che, più di tutti, ha contravvenuto alle aspettative che si era creata?

Nessuno. Ognuno di loro mi ha dato qualcosa. Altrimenti non ne avrei scritto. Con l’eccezione, forse di David Foster Wallace e James Purdy, che erano persone molto estreme e difficili da “raggiungere”, tutti i personaggi del mio libro sono persone a cui sono stata o sono tutt’ora molto legata sul piano emotivo.

In questo libro c'è moltissimo della Sua vita e del rapporto con la letteratura e i libri che ne hanno caratterizzato la quotidianità. A Parigi, dove, racconta, è andata in una sorta di “esilio”, ha incontrato Mavis Gallant, i cui racconti hanno accompagnato lo “spaesamento” di vivere in una città senza conoscerne la lingua. In che modo Parigi si è intrecciata con la letteratura, in quel primo periodo? E che ruolo hanno avuto i libri, di volta in volta, a New York e a Milano? L'esperienza di lettura sarebbe stata la stessa, se fossero stati letti dentro ad altri scenari?

La letteratura, come diceva Mavis, è un ponte. Con lei ho condiviso una certa diffidenza per gli aspetti più presuntuosi e magari fossilizzati della cultura francese, e l’amore per la bellezza di questa città. Gli autori americani sono invece indissolubili dal mio rapporto con New York. Ovunque, a Manhattan, la città mi parla di loro. Non l’ho scoperta attraverso i loro occhi, perché ci ho vissuto in prima persona. Ma il suo ricordo passa senza dubbio per il filtro di una certa letteratura che mi ha sempre accompagnata.

Durante la conversazione con David Foster Wallace, questo dice che la narrativa che gli interessa è quella che si confronta con i possibili significati dell'American Life, tanto giustamente disprezzata dal resto del mondo. Il vostro incontro è avvenuto in un McDonald's. Questo disprezzo dell'americanità per Wallace contemplava, a suo avviso, anche un disprezzo di se stesso?

Wallace era un uomo terribilmente tormentato. Credo che a tratti si vedesse per il genio che era, e che a tratti, sì, si disprezzasse. Ma non in quanto americano. In quanto essere umano, fallace come lo siamo tutti.

Judith Thurman afferma invece: “ho pensato a quanto spesso mi senta oppressa da un senso di inautenticità, persino adesso, parlando con te, non riesco ad accorciare la distanza tra il mio vero io e quello falso, che è quello che ascolto esibirsi”. Senza accennare a querelle decennali di critica letteraria sul rapporto tra finzione e realtà, quanta autenticità c'è nella letteratura, quanto ha potuto constatare ce ne fosse nei libri degli autori che ha conosciuto e, soprattutto, quanto è importante questa problematica per gli scrittori americani?

Ma questa è una domanda folle! Ci vorrebbero volumi interi per rispondere. L’unica cosa che posso dire è che un’opera letteraria è vera letteratura quando scaturisce da un’esigenza autentica, quando è necessaria. Altrimenti è intrattenimento. O virtuosismo. L’ “urgenza” non mente: è uno spartiacque molto preciso. Di qua ci stanno i libri necessari, di là quelli di cui si può fare a meno.

“La letteratura è niente di più niente di meno che una questione di vita o di morte”, per ritornare a Mavis Gallant. È anche un impegno civile?

Per alcuni sì. Franzen, per esempio, Roth, senz’altro. DeLillo. E per tutti gli scrittori francesi fedeli alla tradizione dell’écrivain engagé. Ma esiste anche una letteratura che può dirsi tale senza essere fondata sull’impegno civile, o morale. Come dice Nicole Krauss, non leggiamo Philip Roth per la sua saggezza morale, ma per la sua ambiguità morale.

Fare giornalismo come lo ha fatto Lei, instaurando poi una relazione personale con molti di questi scrittori, significa anche porsi nei confronti dell'intervistato come una sorta di psicologa, intuendone la personalità, rispettando i limiti e cercando di trarre il meglio e, forse, anche un po' del peggio di quella persona. Qual è la ricetta per fare una buona intervista?

Conoscere bene l’opera di un autore. Documentarsi a fondo su di lui. Preparare con cura le domande. Poi metterle da parte e dimenticarle. E a quel punto, semplicemente, ascoltare.


lunedì 2 novembre 2015

Hard News e amore per i libri: intervista a Jeffery Deaver



Mercoledì 28 Ottobre la Scuola Holden di Torino ha ospitato il maestro americano del thriller Jeffery Deaver che ha presentato, all'interno del Salone Off 365, il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia, Hard News.
Il capitolo conclusivo della trilogia di Rune, che in Italia è stata pubblicata da Rizzoli a partire dal 2009, ci trascina nella New York dei notiziari locali dei primi anni novanta, epoca in cui i libri sono ambientati e in cui sono stati scritti.
Hard News è infatti uscito, negli Stati Uniti, nel 1992 e solo adesso i lettori italiani possono goderne nella traduzione di Seba Pezzani.
In questo atto finale della sua storia, la giovane e ambiziosa aiuto cameraman Rune si trova a indagare sul caso di un uomo accusato ingiustamente di omicidio, finendo per smuovere il pantano di un intrigo che avviluppa l'intero network per cui lavora.

Dopo una breve introduzione sul suo metodo di lavoro, Deaver ha risposto alle domande del gruppo di lettura formato dagli alunni della scuola, dimostrando che anni di interviste lo hanno dotato di una grande schiettezza e capacità di summa, davanti ai quesiti del pubblico.

Signor Deaver, Hard News è ambientato a New York, mentre lei è cresciuto a Chicago. Come si riesce a descrivere così bene una città di adozione da renderla un elemento della narrazione?

Il punto fondamentale è la documentazione sul posto, fare molte più ricerche di quanto poi trasparirà dal libro, che è sempre la punta dell'iceberg. La documentazione è la base di quel blocco di ghiaccio. A volte capita, nonostante ti sembri di essere diventato un esperto, di prendere degli abbagli. Per esempio, in un mio libro descrivo un tratto del fiume Hudson come pieno di rapide, ma durante una presentazione una signora mi ha avvicinato dicendomi che viveva proprio lungo quel tratto e che in realtà il fiume era prosciugato da anni. La documentazione è molto importante nel mio lavoro, perché ci sarà sempre qualcuno esperto di quello che stai scrivendo, pronto a notare le tue mancanze. Se succede che un lettore mi indichi delle imprecisioni, io mi scuso, perché quel piccolo dettaglio, che a me pareva insignificante, può aver minato per loro la godibilità del mio racconto.

In questo romanzo il sacrificio è una tematica forte, molto spesso la vita ti mette davanti a scelte che sembrano impossibili. Lei, come scrittore, ha mai dovuto sacrificare qualcosa per la sua carriera?

La domanda che uno scrittore deve porsi, prima di decidere se questa carriera fa per lui è: voglio scrivere un libro, o voglio vivere una vita da scrittore? Perché per scrivere libri c'è un dazio da pagare. Il mio processo creativo mi porta a passare mesi in solitudine, viaggiando. Lo scrittore è una persona sola. Ma ne vale la pena, perché non c'è niente al mondo come mettere in connessione le persone per mezzo delle proprie storie.

Come nascono i suoi personaggi?

Per creare personaggi credibili, lo scrittore deve essere empatico, riuscire a mettersi nei panni degli altri, di qualsiasi età o genere essi siano. Quando creo un personaggio, cerco di scriverne la biografia dal suo punto di vista, come se stessi compilando un curriculum vitae o la sua pagina facebook. A volte capita di affezionarti così tanto a dei personaggi che sapevi di dover far morire, da desiderare di salvargli la vita. Allora modifico la storia e magari li inserisco in un altro romanzo, ma devi avere una struttura molto solida e un'ottima conoscenza dei tuoi personaggi, per poterlo fare.

La sua scrittura è molto seriale, questa di Hard News è una trilogia, ma anche i suoi personaggi più famosi, come Lincoln Rhyme, vivono in più di un romanzo. Quando si rende conto di aver creato un personaggio che ha più di una storia da raccontare? è una sua decisione, quella di continuare una saga o è una proposta che arriva dalla casa editrice?

Gli editori amano le serie, perché ai lettori piace avere dei personaggi con cui poter spendere molto tempo, di cui vedere la crescita interiore. Il tipo di libri che scrivo deve presentare conflitti al suo interno, ostacoli che il protagonista deve superare per rivelarsi e per rivelare che può avere la meglio su ciò che la vita gli impone. Se stai guardando un film d'azione, come Mission Impossible, sai già che per quanto possa essere malmenato, Tom Cruise sarà sempre pronto a rialzarsi e battere il cattivo di turno, magari ricordandosi delle lezioni di karate che ha preso da bambino. I miei personaggi non sono così, sono più meditativi. Lincoln Rhyme non può alzarsi dalla sedia e sconfiggere il nemico fisicamente, dovrà necessariamente agire tramite il ragionamento.

Come si diventa scrittori miliardari?

L'amore per i libri. L'amore per i libri è fondamentale.
Questo e la struttura: nessuno legge un libro per arrivare a metà o per trovarlo noioso, è essenziale cercare idee che coinvolgano il lettore dalla prima all'ultima riga, pianificare la trama attentamente, come se fosse una sinfonia da camera. Come diceva Gustave Flaubert "I libri non si fanno come si concepiscono i bambini: si fanno come le piramidi, attraverso la progettazione e la collocazione di una pietra sull'altra, fino alla sommità".

A cura di Angela Bernardoni

giovedì 11 giugno 2015

L'editoria per ragazzi oggi. Intervista a Beatrice Masini


La letteratura per ragazzi è stata negli ultimi anni rivoluzionata dall'introduzione del cosiddetto target "Young Adult", una fascia di riferimento che va dai quattordici ai diciotto anni.
Dentro questo contenitore sono stati inseriti titoli molto diversi tra di loro, e dai generi più disparati, che spesso usano il pretesto del fantasy o della distopia per raccontare, in realtà, storie banali e commerciali, oltre che mal scritte.
La "piaga" di questo tipo di Young Adult è sociale e pedagogica. Se i libri per ragazzi non devono necessariamente avere lo scopo di educare, sarebbe opportuno almeno non avessero  quello di diseducare. Troviamo invece romanzetti rosa che rimarcano stereotipi di genere, relegano il primo amore a quello di tutta la vita, descrivono relazioni impossibili dove viene ribadito il concetto di sacrificio. Non è solo l'appiattimento del linguaggio, che abbassa il livello della lettura per non renderla faticosa e ne annulla l'utilità pratica (vista come superflua e quasi offensiva, dato che il valore primario viene dato all'evasione fine a se stessa e priva di intelligenza), ma è anche la trasmissione di messaggi sbagliati o, peggio, l'assenza di trasmissione di qualsiasi messaggio: libri che non restituiscono nulla al lettore, rendendolo quasi più vuoto di prima. Alle spalle di questo c'è l'importazione massiccia di libri provenienti dagli Stati Uniti e scritti da persone improvvisate, per lo più donne, che non conoscono l'uso adeguato della parola scritta. Ma c'è anche la disonestà intellettuale di chi foraggia i ragazzi con prodotti che valgono meno di zero e con il pretesto che questi romanzi "vendono" – sottovalutando continuamente l'intelligenza degli adolescenti e abbassando, per via della somministrazione continua di libri scadenti, le loro pretese letterarie, forti della convinzione che i giovani leggano tutto senza badare alla qualità.
Per fortuna, l'editoria è fatta anche di persone non solo competenti e professionali, ma che hanno a cuore i libri che producono e che avvertono il peso della scelta editoriale destinata al giovane pubblico. Personalità fondamentale in questo ambito è Beatrice Masini, molto conosciuta come scrittrice e traduttrice (è sua la traduzione di Harry Potter), ma che da anni lavora nell' editoria per ragazzi. Prima di essere trasferita all'ufficio diritti internazionali di Bompiani, Beatrice Masini è stata direttrice editoriale della sezione per ragazzi di Rizzoli e, prima ancora, editor della narrativa per ragazzi di Fabbri Editori. 
È stata per me un onore e un grande piacere intervistarla. La considero uno dei migliori esempi dell' editoria d'eccellenza italiana, un modello da seguire per costruire un'editoria futura più consapevole e attenta alle vere esigenze degli adolescenti.



I libri hanno sempre bisogno di cure, in modo differente l'uno dall'altro. L'iter che porta alla pubblicazione passa per la valutazione del testo, editing e revisioni. Ma l'editoria per bambini e ragazzi ha bisogno di molte più attenzioni, almeno questo accade nelle case editrici che si pongono il problema di una sorta di responsabilità (mi corregga se sbaglio) nei confronti del giovane pubblico. Può spiegare in cosa consiste, in base a questa premessa, la differenza tra editoria per ragazzi e per adulti?

La responsabilità prima di tutto. Se si scrivono e si pubblicano libri per bambini e ragazzi vuol dire che si sceglie per loro, così come chi compra o diffonde libri per bambini e ragazzi (i genitori, gli insegnanti, gli animatori della lettura) sceglie per loro. Nel caso dei bambini scegliere è anche un dovere: pensare che possano farlo da soli è assurdo, è uno scarico di responsabilità.
Poiché là fuori c’è di tutto – libri da tutto il mondo, d’evasione, d’impegno, leggeri, problematici, facili, difficili, banali, scritti male, accurati, eccezionali – scegliere vuol dire avere un’idea chiara di ciò che si può e si deve proporre, e agire di conseguenza. C’è la buona evasione, ci sono i buoni libri leggeri, ci sono i brutti libri e basta – gli epigoni, le copie di copie, i romanzi concepiti a tavolino – che vanno lasciati dove sono. E ogni tanto ci sono i capolavori, e a quelli non si deve resistere, anche se si ha la netta sensazione che non verranno capiti, o non subito. Mentre vanno ignorati i libri – ce ne sono tanti – che non aggiungono niente alla gioia, all’allegria, alla leggerezza, al tormento della lettura. Meno libri inutili ci sono in libreria, più è facile che i bambini e i ragazzi si trovino tra le mani libri interessanti, magari anche importanti, magari anche fondamentali. Va da sé che la responsabilità deve fare da linea-guida in tutti i passaggi della catena: traduzione, editing, riletture devono essere allineate – no alla censura, no alle semplificazioni, no all’appiattimento del linguaggio.
Se ci si occupa di libri per adulti le maglie sono più larghe perché gli adulti sono in grado di scegliere da soli, e se vogliono buttare tempo e denaro è affar loro. Ciò non toglie che anche in quel mondo si facciano troppi libri superflui, che magari sono anche innocui ma sottraggono spazio e attenzione ai libri importanti.


Gli adolescenti vengono visti dagli adulti, spesso, come sorta di alieni. Si tende a trattarli come se fossero ancora bambini – quindi la violenza nei libri a loro destinati, ad esempio, non deve essere mai eccessiva –, e a proteggerli da cose che invece conoscono e a cui sono abituati. In editoria, ci sono stati casi in cui un libro destinato a una fascia puberale è stato ri-pubblicato qualche anno dopo con target Young Adult. Condivide queste affermazioni? Crede che nel mondo dei libri per ragazzi dovrebbe esserci maggiore consapevolezza del target di riferimento?

Il target di riferimento è una parolaccia, per quel che mi riguarda, in zona adolescenti-giovani adulti, nel senso che ogni libro è un mondo e ogni lettore anche, non si può generalizzare e tracciare linee di collegamento sicure è arduo. Quando c’è un caso o un fenomeno che emerge, si tende a considerare quello come il metro di paragone di tutta la letteratura dai 12-13 anni in su, facendo di ogni erba un fascio: come se i libri per adolescenti e YA fossero un genere. È in verità molto difficile stabilire fasce d’età che abbiano un senso. Fino a 12-13 anni grossolanamente può guidare il livello della classe frequentata: ma già davanti a un lettore forte questa corrispondenza cade. Allora guida l’età dei protagonisti, un criterio forse semplice ma importante. La tendenza a proteggere – o sottovalutare: a volte è lo stesso – il lettore è diffusissima. Non ci sono temi che non possano essere trattati dalla letteratura per adolescenti (come da quella per bambini, del resto): il solo discrimine è trovare il modo giusto, le parole per dire le cose. Spesso il problema riverbera anche sull’aspetto fisico dei libri: c’è tutta un’iconografia banale che tende a smorzare le peculiarità, a nascondere il carattere dei romanzi a favore di una neutralità generica. Ma tutto questo – la confusione del target, l’omogeneità delle copertine – va ricondotto alla difficoltà che c’è a monte nel leggere questa categoria di libri per quello che è: non un filone, non un genere, ma una giustapposizione di libri singoli e diversissimi tra loro. Mettere John Green accanto alle fan fiction solo perché in teoria sono per lettori della stessa età è fare un gran pasticcio.


Sono fortemente convinta che il target Young Adult serva spesso a giustificare libri di sottile spessore, dove la rappresentazione dell'amore è restituita in maniera assoluta e spesso nociva – soprattutto quando il pubblico è femminile e viene richiesto, attraverso i reclami in copertina, il sacrificio di chissà cosa, se non della propria stessa vita. È altresì vero che si tratta di romanzi di evasione, e che qualcuno obietta non possano influenzare alcunché, giustificando così il messaggio sostanzialmente sbagliato. Qual è la sua posizione?

I libri d’evasione possono essere molto divertenti e molto ben costruiti – ma pochi sono fatti così. È più facile che siano sciatti e mal scritti, perché tanto sono libri d’evasione – un cane che si morde la coda. I contenuti – amori eterni che possibilmente trascendono le ere – spesso fanno sorridere, è vero. Ma una ragazza di sedici anni dovrebbe essere in grado di capire il messaggio, e di rifiutarlo, se le va. Il vero problema è che il target YA si è appena e faticosamente conquistato un suo spazio in libreria e che questo spazio rischia di venire occupato da romanzi che sono dei rosa semplificati a uso delle ragazzine e verniciati di qualche genere (a scelta: fantasy, distopico, realistico, medicale, eccetera).


Quali sono le caratteristiche di un buon libro per ragazzi, a Suo parere?

Sono le stesse di qualunque buon libro: voce forte, trama robusta, scrittura interessante, peculiare e accurata (che vuol dire anche attenta al destinatario, adeguata).


Spesso si dice che un bambino che legge sarà un adulto che pensa. Per questo motivo, credo che la letteratura per ragazzi sia estremamente importante, debba essere densa di contenuti e di un linguaggio non banalizzato, ma ricco, stimolante e, perché no, colto – cosa che ormai tende a scomparire, perché la via presa dai libri per ragazzi è quella della semplificazione. Mi sembra che ci sia uno spartiacque tra ciò che era un tempo il libro per ragazzi e quello che è diventato oggi, pur passando da coinvolgenti collane come quelle dei Piccoli Brividi che, a loro modo, hanno fatto appassionare moltissimi ragazzi alla lettura (volendo comunque precisare che la letteratura per bambini in Italia resta a un livello molto alto, mentre è quella per adolescenti che prende, in linea generale, derive che non condivido). Volendo fare il punto della situazione degli ultimi anni e tenendo in considerazione, ovviamente, l'evoluzione dei tempi, crede anche Lei che ci sia una differenza qualitativa tra i libri per ragazzi che sono dei classici e quelli che oggi vengono pubblicati?

Oggi c’è troppo di tutto, temo. E se la qualità media è più alta, è pur vero che l’aggettivo medio si attaglia alla gran parte di ciò che viene pubblicato. Si pubblica medio per non scontentare nessuno, per far le cose facili, credendo di andare incontro ai lettori. Che devono essere sfidati, invece. Anche il tema delle collane è scottante: un tempo la narrativa era fatta tutta di collane, poi si è passati alla valorizzazione spasmodica del singolo titolo e via via i buoni contenitori si sono andati prosciugando. Alcune delle collane storiche sono proprio spente. E invece è importante creare dei recinti entro i quali un ragazzino lettore possa pescare a occhi chiusi, fidandosi.


A proposito di questo, sono tantissimi i bei libri per ragazzi usciti grazie anche al Suo lavoro a Rizzoli, dove ha curato per anni il catalogo di questo settore. Quali sono stati i migliori, secondo Lei? E quali sono quelli di altre case editrici che avrebbe invece voluto pubblicare, per la loro qualità?

Ho pochi rimpianti: ho potuto lavorare per un lungo periodo facendo scelte liberissime. John Green viene da lì. Ma anche M.T. Anderson, l’autore di Feed e di Octavian Nothing; Genesis di Bernard Beckett, forse il più bel distopico che abbia letto; Ho un castello nel cuore di Dodie Smith; La signora nella scatola di Jenny Valentine; Sonya Hartnett; Aidan Chambers; John Boyne. Un altro distopico gioiello, L’eclisse del secolo di Jan Mark. Millions di Frank Cottrell Boyce, una perfetta commedia inglese. Smetto, anche se so che me ne sono dimenticati tanti. Ricordo con dispiacere di aver perso l’asta per Hugo Cabret, andato a Mondadori, e avrei voluto pubblicare Philip Pullman, Anne Fine e Patricia MacLachlan. E Skellig di David Almond.



John Green è appunto uno dei tanti scrittori stranieri che Lei ha portato in Italia, e che ha riscosso un successo straordinario soprattutto dopo la pubblicazione di Colpa delle stelle, nel 2012. L'autore era infatti presente in catalogo già da diversi anni e, pur avendo fatto parlare discretamente di sé con Cercando Alaska, non ha avuto la notorietà che meritava fino a un paio di anni fa. Si aspettava che sarebbe nato questo fenomeno? E cosa ne pensa?

Mi aspettavo che John Green venisse scoperto prima o poi anche da noi come lo straordinario interprete della complessità dell’essere molto giovani: eravamo solo in ritardo rispetto al resto del mondo, ci voleva un film per arrivarci. E come sempre accade i successi cosmici sono specchi deformanti, trasformano ciò che riflettono e ne rimandano un’immagine tutta diversa. Poi sono arrivate le copie, ed è è stato coniato l’orrendo termine sick lit per indicare un orrendo sottogenere nascente, e Colpa delle stelle è stato letto anche dalle ragazzine di quinta e di prima media, e non credo che sia per loro. Città di carta, che si sta pure prendendo la sua rivincita, è un libro ancora più difficile. Alaska, il mio preferito, è sfrontato e oscuro. Sono tutti libri per lettori forti. Se il loro successo volesse dire che i lettori forti sono centuplicati, benissimo. Ma temo che non sia così.


La saga di Harry Potter, che Lei ha tradotto, è ormai un classico per ragazzi di cui forse, quando arrivò in casa editrice, non aveva immaginato la portata che avrebbe avuto. C'è chi ancora lo sottovaluta, relegandolo a favoletta fantasy che non può ispirare gli adulti. Pensa che ci sia un genere – il fantasy, ad esempio – da cui i giovani sono più attratti? E quale importanza può avere nella loro crescita?

Credo che nessuno avesse immaginato la portata di Harry Potter, che è stato un fenomeno epocale. Credo che sia destinato a restare con noi a dispetto di chi lo relega nel genere: perché, poi? La letteratura di genere ha una sua nobiltà e un suo rango. Occupa uno scaffale importante che per molto tempo è rimasto in ombra. Io avevo letto Il Signore degli Anelli da ragazzina, ma poi era sparito per tornare in auge in tempi recenti grazie al cinema, e lo ritengo ancora uno straordinario romanzo di formazione. Non ha fatto di me una fanatica del fantasy, ma un’appassionata di letteratura inglese sì. Sì. A dire che non si può sapere da dove scaturiscono le passioni profonde: per riconoscerle bisogna assaggiare di tutto.

Quali sono stati, quindi, i libri – non necessariamente per ragazzi – che hanno contribuito alla Sua formazione?

Ecco, appunto. Steinbeck, Hemingway, Françoise Sagan sono state le mie letture da ragazzina. Prima ho amato le fiabe da tutto il mondo e Salgari. Poi sono arrivate le sorelle Brontë, e solo parecchio più in là Jane Austen. Tolkien, dicevo, e tanta poesia: dai lirici greci ai poeti maledetti, e poi Pascoli, D’Annunzio, Montale, Ungaretti, Saba, Quasimodo. Forse il cuore ci resta, forse il cuore.








LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...