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lunedì 6 giugno 2016

L’odissea dell'integrazione: esempi letterari di esclusione sociale

A cura di Tonino Mangano

Alla luce degli ultimi eventi di cronaca che riguardano il panorama internazionale, ma che hanno ripercussioni anche e soprattutto nelle politiche interne degli Stati europei, possiamo affermare con certezza che uno dei temi principali con cui si apre il primo ventennio del XXI secolo, già dall’infausto 2001, è quello delle migrazioni di popolazioni.
Spinte da condizioni di povertà o dalla guerra, migliaia di persone si ammassano sulle frontiere degli Stati più ricchi per cercare di riprendere in mano le fila di vite distrutte. Il viaggio di vere e proprie nazioni in fuga, che perdono la sicurezza del territorio (elemento identitario di un popolo), termina con l' arresto improvviso sui confini nazionali di chi opera scelte, giustificate o meno, pur di salvaguardarsi da quella che molti definiscono “invasione”. Il risultato degli ostacoli che vengono posti alla libera circolazione di queste masse di migranti produce un fenomeno di ghettizzazione.

Le situazioni che si vengono a creare (solo per certi versi dinamiche senza precedenti) non sono prodotti originali del nostro secolo, ma affondano le loro radici in tradizioni purtroppo ben consolidate nella storia europea.
Il fenomeno della ghettizzazione di masse umane è una costante nelle persecuzioni operate dai governi contro le minoranze ritenute scomode.
Uno degli esempi più conosciuti è sicuramente l’annosa questione ebraica. A parte gli ovvi riferimenti alla storia contemporanea della persecuzione antisemita hitleriana, il popolo israelita è stato da sempre vittima della pratica della ghettizzazione. Caso noto, risalente al Basso Medioevo, è la persecuzione a seguito della Grande Peste, dilagata in Europa nel 1348, con il suo primo focolaio sulle rive del Mar Nero. Agli ebrei venne imputato il crimine di diffondere la peste, come precursori dei manzoniani untori. Altra data ben conosciuta è il 1492, che segnò l’espulsione e la persecuzione degli ebrei in Spagna, con decreto regio dei sovrani di Castiglia e Aragona, Isabella e Fernando. Un esempio spagnolo che è stato già riportato nel testo riguardante il racconto picaresco è il Lazarillo de Tormes (1543) in cui si annoverano gli ebrei come parte della popolazione oppressa e discriminata. Anche nell’Età d’Oro inglese, però, sembrano verificarsi esempi di ghettizzazione che viene sostenuta non solo dalle istituzioni, ma soprattutto dalle classi popolari. L’emigrazione ebraica in Inghilterra prese vita nel corso di molti secoli, dal 1066 (Alto Medioevo, periodo di Crociate in Medio Oriente) fino al 1655. Fin dal 1066, gli ebrei furono vittime di soprusi e discriminazioni da parte degli anglosassoni. A suffragio di ciò, si può ricordare che nel 1217 vennero costretti a indossare dei distintivi gialli per essere riconosciuti dal resto della “popolazione civile”
Inoltre, non appena i banchieri italiani assunsero una maggiore influenza finanziaria nell’economia inglese, i banchieri ebrei si videro sottrarre sempre più larghe fette di mercato, a tal punto che molti furono costretti a dichiarare bancarotta, a essere ghettizzati ed espulsi dalla Gran Bretagna. Sarà solo nel 1655 che gli ebrei verranno riammessi in Inghilterra, con un decreto emesso da Oliver Cromwell. Un esempio letterario di come anche gli autori inglesi non fossero immuni dall’antisemitismo dirompente nella società inglese del XVI secolo si palesa con Christopher Marlowe e il suo L’ebreo di Malta (1589), una farsa mordace che colpisce lo stereotipo dell’ebreo cupido di ricchezze.

Informazioni preziose sul sentimento comune provato dagli inglesi nei confronti degli ebrei nella seconda metà del Cinquecento ci derivano dal Bardo di Avon, l’immortale Shakespeare. In uno dei suoi lavori teatrali, Il Mercante di Venezia (1596), il Bardo mette in scena quanti più stereotipi sociali dell’epoca, mostrando Shylock (il mercante di Venezia, per l’appunto) come un perfido calcolatore egocentrico, che preferisce sacrificare persino la felicità della figlia pur di perseguire il proprio profitto. Ma la critica letteraria rimane sempre molto dubbiosa sulle caratteristiche psicologiche da attribuire al personaggio del banchiere ebreo. Indubbiamente Shylock dimostra la sua natura perfida, ma il comportamento, a parere di molti, può configurarsi come risposta quanto mai legittima alla discriminazione di cui viene fatto vittima dalla controparte cristiana. Antonio, uno dei protagonisti della pièce, è infatti uno di quei cristiani che non hanno timore di affermare apertamente l'odio verso gli ebrei in quanto ebrei, senza altri motivi che giustifichino l’astio nei loro confronti. Anche in questo caso, Shakespeare si dimostra geniale come lo ricorda la letteratura: tramite battute  pronunciate da coloro che riempiono i propri gesti e parole di grazia, amore e carità, il Bardo osserva come non sempre queste virtù vengano dimostrate e applicate appieno dai cristiani nel momento in cui devono interfacciarsi con individui di diversa cultura e religione.

La storia meno nota della ghettizzazione e delle discriminazioni antisemite si snoda nel corso del tempo e in aree forse poco conosciute e analizzate nelle nostre scuole. 
Nell’arcipelago di etnie che dà vita all’Europa Orientale, soprattutto le politiche sovietiche avevano istituito i famosi pogrom. I programmi di integrazione sostenuti dall’Impero Ottomano si limitavano a costituire dei millet, delle sacche etniche in cui ogni popolazione godeva di determinati diritti e di una certa autonomia, sempre sotto l’egida delle autorità ottomane. È in riferimento alle zone più periferiche che i risultati di integrazione e relazione tra le diverse etnie si fanno più difficili da analizzare. 
A soccorrere la ricostruzione storica qui presentata, contribuiscono in modo provvidenziale autori come il Nobel Isaac B. Singer o anche il contemporaneo Jonathan Safran Foer. Una delle opere più conosciute di Singer è sicuramente Gimpel l’Idiota, una raccolta di racconti ambientati in Polonia e sul confine sudorientale della stessa, o anche in America, dove famiglie ebree emigrarono dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. In questa serie di racconti si mischiano in modo sapiente elementi fiabeschi che affondano le radici nella letteratura sacra talmudica o nelle superstizioni popolari dei gruppi yiddish. Dal punto di vista letterario, è molto interessante notare come ricorrano dei personaggi stereotipati della cultura umoristica yiddish: lo schlemiel (il corrispettivo dell’italiano “scemo del villaggio”), lo shnorrer (mendicante), il luftmensch (il sognatore), lo schadchen (il sensale che organizza i matrimoni e che molto spesso è il risolutore delle controversie o è la causa scatenante dei problemi dei protagonisti). 
Per quanto queste nozioni siano utili per riscoprire e studiare lo sviluppo della letteratura umoristica nelle varie culture – anche in quelle che vengono troppo genericamente giudicate austere per antonomasia –, l’opera di Singer, in alcuni passi, ci permette di scavare a fondo non soltanto nella sensibilità e nell’umanità delle popolazioni ebraiche emigrate in Europa (in questo caso gli ashkenaziti), ma dispensa delle prove storiche inconfutabili. Le informazioni di prima mano che riceviamo dal testimone diretto, quale è l’autore che ha vissuto in Polonia durante la sua giovinezza e per parte della maturità, ci regalano esempi di discriminazione a cui furono soggetti gli ebrei dell’Europa dell’Est. I pogrom non costituirono solo un elemento di disordine sociale e intolleranza, ma causarono anche una rottura che portò alla suddivisione di intere città in zone adibite ai civili e ghetti abitati dagli ebrei. 

Da qui nacque la forma di aggregazione ashkenazita dello shtetl (trad. dallo yiddish: villaggio), in cui si svolgevano le attività quotidiane, ma anche tutte le funzioni di amministrazione della comunità ebraica da parte dei rabbini. Il centro di questi villaggi diveniva la sinagoga, fulcro della vita religiosa e politica delle comunità. A dare una visione poetica, struggente e altrettanto chiara della vita che si conduceva negli shtetl e nei ghetti, contribuisce il primo romanzo di Jonathan Safran Foer, noto al vasto pubblico per la sua trasposizione cinematografica omonima: Ogni cosa è illuminata. In questo libro procedono parallelamente la storia del viaggio dell’autore e delle sue due guide in Ucraina e la saga familiare che Jonathan ricostruisce, ambientata nel villaggio di Trachimbrod, sul confine ucraino-polacco, raso al suolo dalle truppe naziste.
È nel corso delle due narrazioni che emerge il tema della memoria mistificata con accenni di antisemitismo delle culture slave. Per quanto riguarda la ricostruzione storica e romanzata degli antenati di Foer, elemento di rilievo è la cultura quasi cameratesca degli ebrei, che si stringono in una organizzazione sociale basata sul mutuo soccorso e su un margine piuttosto labile di autogoverno, sebbene i dissapori non manchino all’interno della stessa comunità. 
La divisione di Trachimbrod in zona ucraina e zona ebraica è un esempio di come gli ebrei venissero mal visti dai loro concittadini ucraini. Sarà lo stesso Safran-protagonista a sottolineare come molti ebrei non sopportassero quell’atmosfera di tensione e oppressione tanto che, all’arrivo dei nazisti, molti pensavano che le loro condizioni di vita fossero addirittura migliorate rispetto ai tempi precedenti. La storia però diede prove ben diverse della tolleranza importata dai tedeschi. Alcune battute del co-protagonista di Ogni cosa è illuminata, il traduttore ucraino Alexander Pechov, lasciano intendere come anche agli inizi degli anni Novanta si avvertiva ancora una certa ritrosia nei rapporti con gli ebrei e i loro discendenti emigrati in America, poi ritornati in Ucraina per visitare i luoghi legati al contesto della Shoah. Una certa inconsapevolezza storica potrebbe anche rivelarsi dalla citazione seguente, vergata dallo stesso Alex Pechov: 

Il Babbo lavora per un’agenzia dei viaggi che si chiama Viaggi Tradizione. È fatta per gli ebrei come l’eroe, che ambiscono a venire via da quel nobile territorio, l’America, e visitare umili cittadine in Polonia e Ucraina. L’agenzia del Babbo ha traduttore, guida e autista per ebrei che cercano di disseppellire i posti dove esistevano le loro famiglie. Okay, io prima del viaggio mai avevo conosciuto personaggi ebrei. Ma questa era colpa loro, non colpa mia, perché lo avrei sempre voluto: che anzi potrei quasi dire che mi sconfinferavo di conoscere uno di loro. Sarò ancora verace e dirà che prima del viaggio avevo idea che gli ebrei hanno il cervello ripieno di merda. Questo perché tutto quello che sapevo degli ebrei era che pagavano al Babbo tantissimi soldi per venire in vacanza dall’America in Ucraina. Ma dopo ho conosciuto Jonathan Safran Foer e, io vi dico, non è ripieno di merda. Lui è un ebreo geniale.*

Non sono solo le minoranze ebraiche europee a essere state vittime di discriminazione e ghettizzazione, ma un esempio altrettanto eloquente ci viene tramandato da uno dei padri del romanticismo francese, Victor Hugo, con la sua opera giovanile Notre-Dame de Paris. Ambientato nella Parigi del 1482, il romanzo descrive la celeberrima storia che ruota intorno al campanaro gobbo Quasimodo, al suo tutore Frollo, al Capitano Phoebus e alla gitana Esmeralda. È proprio per quanto concerne i gitani che si può parlare di ghettizzazione. Situata sulla riva destra della Senna, a poca distanza dal corso del fiume, si trovava la Cour des Miracles, la Corte dei Miracoli in italiano, un luogo in cui si radunavano viandanti, emarginati, indigenti e malfattori. Il fenomeno prendeva vita nelle maggiori città francesi, anche durante il XVIII secolo. È in questi luoghi che si radunavano le classi meno abbienti e più pericolose della società, dove venivano osservati dalle autorità che cercavano di arginare possibili espansioni dei quartieri sottoposti alle leggi delle Corti. La gitana sarà data in pasto agli scandali sollevati dall’arcidiacono Frollo, invidioso della bellezza di Phoebus e della fortuna da lui avuta nel far innamorare di sé la bella danzatrice; Esmeralda sarà altresì vittima dell’indifferenza di Phoebus, spaventato dalla possibilità di perdere di credibilità e di macchiare la sua fama a causa dello scandalo. 
Questi espedienti narrativi fanno provare pietà per la sfortunata e ingenua gitana, che sarà presto fatta oggetto di scherno e maldicenze da parte della popolazione parigina, mossa da un odio dettato dagli stereotipi e dalle voci che circolano intorno alle personalità che abitano la Corte dei Miracoli.

Si possono presentare anche eccezioni nel processo di esclusione e ghettizzazione. L’autore Nathaniel Hawthorne ce ne presenta uno dei più noti ed eloquenti: Hester Prynne, protagonista del romanzo La lettera scarlatta. Nelle opere di Hawthorne troviamo la critica ai costumi quaccheri, alla loro vita austera, alla dedizione alla continua purificazione dello spirito, alle persecuzioni contro gli eretici e alle dure punizioni per estorcere pentimenti e condonare la relativa redenzione ai peccatori. Nei racconti si avverte una punta di sarcasmo quando Hawthorne descrive i comportamenti e i casti pensieri dei puritani americani e questo stesso stile viene ripreso nell’opera menzionata. La trama ruota intorno alla figura di Hester, abitante di una cittadina della Nuova Inghilterra e condannata a indossare il simbolo del peccato di adulterio, la bruciante e vermiglia lettera A, cucita sugli abiti. Hester sceglierà volontariamente una sorta di esilio che non la porterà molto lontano dalla cittadina in cui si svolgono i fatti, ma cercherà sempre di mantenere il più possibile le distanze dai suoi concittadini. Con il passare del tempo, la placidità con cui Hester condurrà la sua vita e accudirà sua figlia Pearl faranno scemare il disprezzo che le elargiscono i quaccheri. Questi ultimi non hanno direttamente influito sull’autoesclusione di Hester, non hanno usato alcuna coercizione per allontanarla fisicamente dal circondario della città. Sono stati i loro gesti, in modo indiretto, a convincere Hester della convenienza della via della separazione e di una ghettizzazione che non assume caratteri disumanizzanti, ma che anzi concorre a esaltare e beatificare la composta tristezza e rassegnazione con cui la protagonista conduce la sua esistenza. L’allontanamento di Hester equivale, in questo caso almeno, a una catarsi, è sinonimo di una grandezza d’animo a cui i quaccheri stessi non potranno mai aspirare nonostante tutti i loro sforzi per apparire degni e puri d’animo al cospetto di Dio. La ghettizzazione non è più una pena, ma appare come un nuovo orizzonte di possibilità di ricominciare e di spezzare con il passato, dismettendo ogni legame con una cultura troppo oppressiva e con regole sociali troppo strette per uno spirito libero come lo era Hester.
americano

Proseguendo nell’elenco di eccezioni, non è detto che nel mosaico di esperienze di profughi e abitanti dei ghetti si riscontri sempre un desiderio di revanche nei confronti degli elementi che fomentano l’esclusione. Contrariamente a quanto pensa una vasta porzione della popolazione e una parte di esponenti politici italiani ed europei, coloro che compongono la categoria degli esclusi non manifestano istinti aggressivi a priori. Servizi giornalistici e reporter freelance hanno dimostrato come, da parte degli esclusi, si riscontri un desiderio di integrazione pacifica alle comunità ospitanti.
Dal punto di vista letterario, un esempio palese viene proposto dalla cultura fumettistica Marvel, con la saga degli X-Men. In quest’opera vengono messe a confronto due visioni diverse. Magneto è l’emblema di un escluso che si sente minacciato da chiunque non gli assomigli e, a sua volta, anche in lui si avverte il timore di essere distrutto dal diverso, concezione che lo porta a non differire dai suoi oppressori, in termini etici. L’altra faccia della medaglia degli esclusi è il Professor Xavier, consapevole di dover portare avanti una difficile campagna ideologica a favore della pacifica integrazione nella società di coloro che non riportano mutazioni genetiche. La paura di Magneto e il suo passato difficile conducono in una direzione sola: lo scontro di civiltà, la xenofobia, l’odio, il desiderio di rivincita. La visione più pacata e diplomatica di Xavier appare come l’alternativa a un inutile massacro. È la diatriba tra queste due visioni diametralmente opposte che dà vita a uno scontro intestino alla stessa popolazione mutante. La situazione interna alla compagine degli esclusi sembra essere il dato evidente di come il mondo non sia sempre diviso perfettamente in due metà, ma come ogni vero spirito critico debba tenere conto delle sfumature, fondamentali per decifrare la realtà in cui viviamo.

Gli esempi storici e letterari riportati, così come le eccezioni e la visione degli esclusi, sembranoZerocalcare). Come si evince dalla citazione, l’esempio più lampante viene dato dall’autore romano Michele Rech, in arte Zerocalcare. Nel suo ultimo lavoro, Kobane Calling, l'autore offre uno spaccato di vita quotidiana in due dei tre distretti in cui è divisa la resistenza curda sulla zona di confine tra Turchia, Siria e Iraq. Zerocalcare riporta ciò che ha vissuto nei suoi due viaggi in Medioriente: la prima volta (novembre 2014) è giunto a Kobane, che faceva parte di una piccola area circondata dalle zone di influenza dell’ISIS, al confine con la Turchia; nel secondo viaggio (luglio 2015), invece, si è spinto fino a Qamishlo, nel cantone di Cizre e, grazie alla resistenza e alla riconquista di territori ISIS, gli è stato possibile spingersi nuovamente fino a Kobane, lungo un corridoio di terra ancora in via di bonifica da parte delle forze curde. Quello che viene descritto da Zerocalcare è un esperimento di vita democratica, frutto di ghettizzazione dell’etnia curda da parte dei governi di Iraq, Siria e Turchia – a cui si aggiunge la persecuzione da parte dei membri dell’ISIS – con la volontà dei curdi di creare delle aree protette e libere da ogni oppressione. Nel nostro quotidiano veniamo tempestati da informazioni discordanti o distorte, ma Zerocalcare presenta un volto spesso sottovalutato e del tutto diverso da quanto viene propinato dall’informazione su cui possiamo contare. In quelle regioni, uomini e donne programmano esperimenti di convivenza pacifica fra le etnie e di partecipazione democratica alla determinazione delle politiche delle realtà statuali emergenti, sebbene ancora non riconosciute dalla comunità internazionale. Queste zone, per certi versi, possono essere associate a ghetti dall’estensione molto ampia, in quanto circondati da nemici che pressano sulle loro frontiere, ma nonostante tutto sono realtà che cercano di mantenere le distanze dai governi loro avversari, a differenza di quanto accaduto in passato**.
essere eventi ripresi dal passato privi di attinenza con il presente, o appaiono come digressioni piene di retorica e vuote di concretezza. La storia invece si ripete anche oggi, e i problemi relativi all’esclusione e alla ghettizzazione di minoranze etniche si ripropongono in zone dell’Asia Minore distanti circa “3000 km da Rebibbia” (cit.

Bisogna comprendere come la ghettizzazione, pratica che la moderna civiltà dovrebbe aborrire in quanto disumana, sia uno degli strumenti violenti con cui si costruisce l’idea di una nazione e si sostiene la nascita di legami interpersonali che cementano tra loro i componenti di una società.
In questo discorso si impone la voce di Carl Schmitt, che nel saggio intitolato Il concetto politico (1927) formula la teoria dicotomica dell’amico-nemico. Procedendo dalle sue teorie e semplificando i concetti presenti nel saggio citato, ci appare chiaro come in ambito politico la fazione dell’amico viene incarnata da tutti coloro che sono tra loro eguali, individui che condividono stesse esperienze culturali, stesso territorio, stessa lingua. La controparte del nemico si sviluppa attraverso la figura dello straniero che si fa ambasciatore di una visione del mondo parzialmente o diametralmente opposta rispetto a quella con cui entra in contatto.
La distinzione tra amico e nemico non reca in sé il germe del conflitto armato né della ghettizzazione. Il processo di riconoscimento e di avvicinamento tra coloro che si ritengono amici e il confronto con la controparte del nemico sono alla base di quello che è a tutti gli effetti un meccanismo meramente politico. È il motore propulsore della formazione della coscienza politica e del confronto costruttivo che sta alla base di ogni processo decisionale. Il confronto amico-nemico innesca quelle dinamiche per cui si rende possibile la partecipazione tanto auspicata anche da Hannah Arendt nella sua opera Vita Activa, che prende a modello proprio i termini del confronto politico. Se ne deduce che lo scontro dialettico tra amico e nemico non dimostra di avere una connotazione negativa congenita ed è un processo talmente naturale da avvertirsi non solo nelle relazioni tra interno-esterno di una realtà nazionale, ma anche dentro la stessa nazione, nelle relazioni politiche tra le varie anime che intavolano un discorso.

Non si può negare però che, se si riflettesse sulla dicotomia amico-nemico, dalla contrapposizione tra gli opposti potrebbe discendere un’idea connotata negativamente per la quale una diatriba esacerbata sfocia nella nascita di fondamentalismi di vario genere che, una volta assurti a maggioranza nel contesto politico, potrebbero mettere a tacere il nemico, spogliando la politica della sua natura di confronto libero e pluralista.
In breve, è normale per coloro che controllano una determinata area profondere i propri sforzi nella difesa della propria identità. È altrettanto giusto cercare di mantenere la propria diversità davanti a influssi esterni. Tuttavia, appare chiaro come in un mondo civilizzato e ormai globalizzato la difesa dell' identità non possa passare attraverso l’innalzamento di barriere anacronistiche ai flussi migratori. Nemmeno la ghettizzazione e la chiusura in se stessi, al fine di escludere il diverso dal proprio orizzonte, faranno scomparire la possibilità di una contaminazione. Se la storia ci insegna qualcosa, così come la letteratura, generalmente sono proprio i sistemi chiusi che basano la loro sopravvivenza sull’esclusione, sulla sopraffazione delle minoranze, quelli che per prima fanno i conti con l’arretratezza e l’incapacità di fronteggiare sfide che il progresso mondiale lancia costantemente.


*Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda, 2002, p. 9

**All’inizio del Novecento molte tribù curde in Turchia erano state inquadrate nei ranghi della coalizione con i Giovani Turchi. I quadri direttivi del partito dei Giovani Turchi si fecero promotori del genocidio armeno nel corso della Prima Guerra Mondiale e, in quel periodo, i curdi si consideravano parte del territorio turco, con l’autonomia tipica concessa dal decadente sistema di integrazione ottomana. I curdi presero parte e aiutarono il governo nazionalista nella deportazione e nel massacro degli armeni. Dal 1934, sotto la Presidenza di Mustafa Kemal Atatürk, iniziò la persecuzione contro i curdi in Turchia. L’inasprimento contro i curdi trovò il culmine nel periodo compreso tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando i colpi di stato militari in Turchia si susseguirono e misero fuori legge ogni partito politico, compreso il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), fondato negli anni Settanta sull’ideologia marxista-leninista, che richiedeva la nascita di uno Stato curdo indipendente all’interno dello stato turco. A seguito dei primi fallimenti, il partito ripiegò non più sulla richiesta dell’indipendenza, ma dell’autonomia. Il conflitto si è inasprito dal 1999, con l’arresto di Öcalan, fondatore del partito. Il conflitto è continuato a fasi alterne tra cessate il fuoco e scontri per il restante ventennio.


BIBLIOGRAFIA:
Gimpel l’Idiota, Isaac B. Singer
Ogni cosa è illuminata, Jonathan Safran Foer
Lit&Lab – From the Origins to the Augustan Age
Colui che ride, Maria Felicia Schepis
Vita Activa, Hannah Arendt
Notre-Dame de Paris, Victor Hugo
La lettera scarlatta, Nathaniel Hawthorne
Kobane Calling, Zerocalcare
Il genocidio degli armeni, Marcello Flores
http://www.bbc.com/news/world-europe-20971100

giovedì 14 aprile 2016

LXX Premio Strega: annunciati i 12 semifinalisti

Al via ufficiale la settantesima edizione del Premio Strega: sono stati annunciati oggi i 12 semifinalisti che si contenderanno il prestigioso riconoscimento, vagliati dal Comitato direttivo del Premio - composto da Tullio De Mauro, Giuseppe D’Avino, Valeria Della Valle, Simonetta Fiori, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Enzo Golino,Giuseppe Gori, Melania Mazzucco, Luca Serianni e Maurizio Stirpe- tra le 27 proposte degli Amici della domenica.
A questa scrematura dei partecipanti, seguirà una prima votazione che sancirà la cinquina finalista attraverso lo scrutinio di tutti i voti pervenuti, che si terrà in Casa Bellonci il 15 giugno. La proclamazione del vincitore avverrà, invece, l'8 luglio all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
La kermesse di quest'anno si avvale di una nuova sezione del premio dedicata alla lettura in fascia scolare, denominata come Premio Strega Ragazze e Ragazzi, assegnato il 6 Aprile e deciso da lettori tra i 6 e i 15 anni provenienti dalle scuole di tutta Italia. Le vincitrici sono state due: Susanna Tamaro con Salta, Bart! (Giunti) per la categoria +6 e Chiara Carminati con Fuori Fuoco (Bompiani) per quella dedicata ai ragazzi dagli 11 ai 15 anni.
Le vincitrici del Premio Strega Ragazze e Ragazzi, 
Susanna Tamaro  e Chiara Carminati, al momento della premiazione.
Il 13 Giugno verrà, invece, decretato il Premio Giovani, alla sua terza edizione, tra i 12 finalisti, assegnato da una giuria di circa quattrocento ragazze e ragazzi, di età compresa tra i 16 e i 18 anni, in rappresentanza di quaranta licei e istituti tecnici diffusi su tutto il territorio italiano e all’estero.
Il 14 maggio sarà ufficialmente presentata la cinquina finalista della seconda edizione del Premio Strega Europeo, che vuole rendere omaggio alla cultura del vecchio continente e ai suoi legami con l’Italia attraverso la premiazione di uno degli scrittori recentemente tradotti e pubblicati in Italia che hanno vinto nei Paesi di provenienza un importante riconoscimento nazionale.
La cerimonia si terrà nel Salotto Lazio (Padiglione 3, P102-R101) del Salone Internazionale del Libro (Lingotto Fiere, via Nizza 294, Torino). Per raccontare i libri e gli autori selezionati interverranno Lidia Ravera, assessore alla Cultura della Regione Lazio, Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, Maria Ida Gaeta, direttrice della Casa delle Letterature.

Ma veniamo adesso ai 12 semifinalisti: vi presentiamo qui, come di consueto, i libri che concorreranno al LXX Premio Strega.

L’uomo del futuro (Mondadori) di Eraldo Affinati
A quasi cinquant'anni dalla sua scomparsa don Lorenzo Milani, prete degli ultimi e straordinario italiano, tante volte rievocato ma spesso frainteso, non smette di interrogarci. Eraldo Affinati ne ha raccolto la sfida esistenziale, ancora aperta e drammaticamente incompiuta, ripercorrendo le strade della sua avventura breve e fulminante: Firenze, dove nacque da una ricca e colta famiglia con madre di origine ebraica, frequentò il seminario e morì fra le braccia dei suoi scolari; Milano, luogo della formazione e della fallita vocazione pittorica; Montespertoli, sullo sfondo della Gigliola, la prestigiosa villa padronale; Castiglioncello, sede delle mitiche vacanze estive; San Donato di Calenzano, che vide il giovane viceparroco in azione nella prima scuola popolare da lui fondata; Barbiana, "penitenziario ecclesiastico", in uno sperduto borgo dell'Appennino toscano, incredibile teatro della sua rivoluzione. Ma in questo libro, frutto di indagini e perlustrazioni appassionate, tese a legittimare la scrittura che ne consegue, non troveremo soltanto la storia dell'uomo con le testimonianze di chi lo frequentò. Affinati ha cercato l'eredità spirituale di don Lorenzo nelle contrade del pianeta dove alcuni educatori isolati, insieme ai loro alunni, senza sapere chi egli fosse, lo trasfigurano ogni giorno: dai maestri di villaggio, che pongono argini allo sfacelo dell'istruzione africana, ai teppisti berlinesi, frantumi della storia europea; dagli adolescenti arabi, frenetici e istintivi, agli italiani di Ellis Island, quando gli immigrati eravamo noi; dalle suore di Pechino e Benares, pronte ad accogliere i più sfortunati, ai piccoli rapinatori messicani, ai renitenti alla leva russi, ai ragazzi di Hiroshima, fino ai preti romani, che sembrano aver dimenticato, per fortuna non tutti, la severa lezione impartita dal priore.


La scuola cattolica (Rizzoli) di Edoardo Albinati
Roma, anni Settanta: un quartiere residenziale, una scuola privata. Sembra che nulla di significativo possa accadere, eppure, per ragioni misteriose, in poco tempo quel rifugio di persone rispettabili viene attraversato da una ventata di follia senza precedenti; appena lasciato il liceo, alcuni ex alunni si scoprono autori di uno dei più clamorosi crimini dell’epoca, il Delitto del Circeo. Edoardo Albinati era un loro compagno di scuola e per quarant’anni ha custodito i segreti di quella “mala educación”. Ora li racconta guardandoli come si guarda in fondo a un pozzo dove oscilla, misteriosa e deforme, la propria immagine. Da questo spunto prende vita un romanzo poderoso, che sbalordisce per l’ampiezza dei temi e la varietà di avventure grandi o minuscole: dalle canzoncine goliardiche ai pensieri più vertiginosi, dalla ricostruzione puntuale di pezzi della storia e della società italiana, alle confessioni che ognuno di noi potrebbe fare qualora gli si chiedesse: “Cosa desideravi davvero, quando eri ragazzo?”.
Adolescenza, sesso, religione e violenza; il denaro, l’amicizia, la vendetta; professori mitici, preti, teppisti, piccoli geni e psicopatici, fanciulle enigmatiche e terroristi. Mescolando personaggi veri con figure romanzesche, Albinati costruisce una narrazione potente e inarrestabile che ha il coraggio di affrontare a viso aperto i grandi quesiti della vita e del tempo, e di mostrare il rovescio delle cose. La scuola cattolica è forse il libro che mancava nella nostra cultura.

Dove troverete un altro padre come il mio (Ponte alle Grazie) di Rossana Campo
Rossana Campo, ancora una volta senza infingimenti e con lo stile dirompente e «difforme» che caratterizza la sua produzione letteraria, ma mettendosi in gioco forse più che in ogni altro suo libro, racconta qui il rapporto con Renato, il padre amatissimo e difficile scomparso di recente; o meglio con le molteplici figure, spesso contraddittorie, che Renato ha incarnato lungo tutta la sua vorticosa esistenza: il maestro di vita che fin da piccola esorta la figlia a rifuggire ogni forma di condizionamento e ipocrisia, ma anche l’irresponsabile che per niente e nessuno si separerebbe dalla sua amica più fidata: la bottiglia; l’individuo gioviale e irriducibilmente ottimista, ma anche l’attaccabrighe, dominato da una rabbia incontenibile; e ancora lo «zingaro» che non sopporta alcuna imposizione e non riconosce alcuna autorità, il contaballe prodigioso, il casinista indefesso, il terrone orgoglioso in un Nord che lo respinge… in una parola un essere infinitamente vitale e tremendamente fragile. Ne emerge un racconto, magari spudorato, ma proprio per questo di rara autenticità, della parte più profonda di sé.
  
Dalle rovine (Tunué) di Luciano Funetta
Il collezionista di serpenti Rivera, grazie a un video amatoriale, entra in contatto con l’insolita e seducente scena della pornografia d’arte. Questa esplorazione si trasforma ben presto nella discesa in un abisso popolato da figure oscure, tra le quali spicca un argentino a dir poco enigmatico: Alexandre Tapia.
Proprio attraverso la frequentazione di Tapia, Rivera scoprirà un universo di abiezioni private e catastrofi collettive, vittime invisibili e carnefici rimasti impuniti.










Le streghe di Lenzavacche (e/o) di Simona Lo Iacono
A Lenzavacche, minuscolo paese della Sicilia, vivono il piccolo Felice, la madre Rosalba e la nonna Tilde. È il 1938, e sembra non esserci posto per quel bambino disabile e vivace nell’Italia ossessionata dalla perfezione fisica esaltata dal fascismo. Felice, tuttavia - frutto di un amore appassionato della madre con un arrotino di passaggio, il Santo - riesce a vivere in pienezza nonostante i disagi fisici e l'emarginazione. Perché la sua è una famiglia speciale, di sole donne, le ultime discendenti di un gruppo di “streghe” che nel 1600 trovarono rifugio proprio a Lenzavacche dopo essere state bollate come corruttrici e istigatrici del demonio. Spose abbandonate, mogli gravide, figlie reiette, donne perseguitate che decisero di riunirsi per fronteggiare eventi difficili della vita, affratellandosi in un vincolo di solidarietà umana. Accanto a lui, oltre a queste donne piene di risorse, sostenitrici zelanti del potere benevolo delle streghe, c’è il farmacista Mussumeli, donnaiolo incallito ma benigno protettore della famiglia. E infine Mancuso, il nuovo maestro della scuola elementare, giovane e innamorato della cultura, dominato da un dolore lontano. Tutti insieme si ingegnano per escogitare metodi che possano regalare a Felice movimento, parola e indipendenza. In una Sicilia viziosa e ipocrita, dove c’è sempre qualcuno pronto a giudicare, Felice e il Maestro Mancuso diventano un simbolo di coraggio e fantasia, il segno concreto di una rinascita possibile.

La reliquia di Costantinopoli (Neri Pozza) di Paolo Malaguti
1565, Venezia. Il sole non lambisce ancora il camposanto di San Zaccaria, quando il vecchio Giovanni si cala nella tomba del chierico Gregorio Eparco, il suo antico tutore, appena riesumata dai pissegamorti in cambio di tre ducati. Non vuole trafugare la bara di legno marcio o le ossa ricoperte di lanugine e muffa. Sta cercando un libercolo. Un diario «avvolto in una pezza di tela cerata, sigillata da un nastro nero», che lui stesso, cinquant’anni prima, ha nascosto sotto la nuca del maestro, dopo aver giurato di non sfogliarlo né di farne parola con nessuno.
Il giuramento, però, ora può essere infranto, poiché le annotazioni contenute in quell’involucro sono l’unico indizio in grado di condurre ad alcune preziosissime reliquie cristiane andate perdute.
Il diario si apre nel 1452, quando Gregorio – «la barba folta e nera» e un «fisico più da rematore che da mercante» – giunge ad Adrianopoli insieme con il suo socio d’affari, l’ebreo-veneziano Malachia Bassan.
La città, strappata a Venezia dagli Ottomani un secolo prima, offre uno spettacolo raccapricciante agli occhi dei due giovani mercanti. Ventotto marinai di una galea da mercado della Serenissima, accusata di aver disubbidito agli ordini provenienti dalla fortezza di Boghaz-kesen, fatta costruire da Maometto II per controllare il traffico sul Bosforo, sono stati torturati, uccisi e lasciati alla mercé dei cani nelle pubbliche vie.
L’intento del giovane Sultano, un ragazzo di diciannove anni magro e pallido, è chiaro: offrire una dimostrazione di forza prima di cingere d’assedio la città che, per i cristiani, è la madre e la guida di tutto il mondo, l’ancella stessa del Padre: Costantinopoli, l’arca di santità che custodisce il maggior numero di reliquie cristiane.
Mentre uno sparuto esercito di genovesi, greci e veneziani tenta di respingere l’assalto dei turchi, Gregorio ha un’idea: recuperare tutti «i frammenti di Paradiso» appartenuti ai santi e disseminati nelle chiese, nei sotterranei e dentro il Grande Palazzo imperiale di Costantinopoli, per salvare in tal modo la Cristianità. Un’idea allettante anche per Malachia Bassan, nella cui mente si affaccia il pensiero che, male che vada, quelle reliquie così preziose possono pur sempre essere vendute.
Così tra imboscate, fughe ed enigmi, i due giovani mercanti si accingono all’impresa…
Con una documentazione sterminata capace di riprodurre fedelmente l’architettura di Costantinopoli cinta d’assedio dagli Ottomani e le strategie militari, le lingue, i culti e i costumi dell’epoca, Paolo Malaguti scrive un romanzo d’avventura dall’inarrestabile tensione narrativa. E ci consegna due protagonisti memorabili, figli del XV secolo: il saggio e ossequioso chierico Gregorio e l’imprevedibile ebreo Malachia.

Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) di Giordano Meacci
Nell’immaginario paese di Corsignano – tra Toscana e Umbria – la vita procede come sempre. C’è gente che lavora, donne che tradiscono i propri uomini e uomini che perdono una fortuna a carte. C’è una vecchia che ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull’altare, un avvocato canaglia, due bellissime sorelle che eccellono nell’arte della prostituzione e una bambina che rischia la morte. E c’è una comunità di cinghiali che scorrazza nei boschi circostanti. Se non fosse che uno di questi cinghiali acquista misteriosamente facoltà che trascendono la sua natura. Non solo diventa capace di elaborare pensieri degni di un essere umano, ma, esattamente come noi, diventa consapevole anche della morte. Troppo umano per essere del tutto compreso dai suoi simili e troppo bestia per non essere temuto dagli umani: «il Cinghiale che uccise Liberty Valance» si ritrova all’improvviso in una terra di nessuno che da una parte lo getta nella solitudine ma dall’altra gli dà la capacità di accedere ai segreti di Corsignano, leggendo nel cuore dei suoi abitanti. Giordano Meacci scrive un romanzo bellissimo, commovente, appassionante, che racconta l’eterno mistero dei nostri sentimenti e lo fa grazie all’antico espediente di trattare le bestie come uomini e gli uomini come una tra le molte specie viventi sulla Terra.

L’addio (Giunti) di Antonio Moresco
Il mondo dei vivi e quello dei morti sono vicini, comunicanti, e si assomigliano tanto: sono entrambi fittamente popolati, con città piene di grattacieli e di quartieri in rapida espansione. Solo la luce è diversa. E c'è un'altra cosa, che però nessuno sa dire: quale dei due mondi venga prima. Il protagonista di questo romanzo si chiama D'Arco ed è uno sbirro morto, pieno di dolore e di furore. È stato chiamato a compiere una missione impossibile. Deve tornare nel mondo dei vivi, nel quale fu ucciso, per fermare un massacro di vittime innocenti. Ma se il male viene prima, come potrà D'Arco invertire la spirale.









Conforme alla gloria (Voland) di Demetrio Paolin
Amburgo, 1985. Rudolf Wollmer fa il sindacalista, ha una moglie, un figlio adolescente e l’incubo di un padre scomodo, una ex SS che morendo gli ha lasciato in eredità la casa di famiglia. Deciso a sbarazzarsene subito, ritrova, tra gli oggetti del vecchio, un quadro intitolato La gloria. L’immagine è minacciosa ma nasconde un segreto ancora più terrificante. Nel tempo, la vicenda di Rudolf e del quadro si intreccia con quella di Enea Fergnani ‒ ex prigioniero a Mauthausen sfuggito allo sterminio del lager grazie alla sua abilità artistica e proprietario di un negozio di tatuaggi a Torino ‒ e della giovane modella Ana… Un romanzo sorprendente, dallo stile intenso e nitido, che è anche una riflessioni sul rapporto tra vittima e carnefice, su quale sia il confine tra umano e disumano.






La figlia sbagliata (Frassinelli) di Raffaella Romagnolo
Un sabato sera come tanti in una cittadina della provincia italiana. La tv sintonizzata su uno show televisivo, nel lavandino i piatti da lavare. Un infarto fulminante uccide il settantenne Pietro Polizzi, ma Ines Banchero, sua moglie da oltre quarant'anni, non fa ciò che ci si aspetta da lei: non chiede aiuto, non avverte amici e famigliari, non si preoccupa di seppellire l'uomo con cui ha condiviso l'esistenza. Comincia così un viaggio dentro la vita di una coppia normale: un figlio maschio, una figlia femmina, un appartamento decoroso, le vacanze al mare, la televisione e la Settimana Enigmistica. Ma è una normalità imposta e bugiarda, che per quarantacinque anni, per una vita, ha nascosto e silenziato rancori, rimpianti, rimorsi e traumi. E mentre giorno dopo giorno la morte si impadronisce della scena, il confine fra normalità e follia si fa labile.





Se avessero (Garzanti) di Vittorio Sermonti
Una mattina di maggio del 1945 tre (o quattro) partigiani si presentano col mitra sullo stomaco in un villino zona Fiera di Milano alla caccia d'un ufficiale della Repubblica Sociale (o forse di tre), lo scovano, segue un ampio scambio di vedute, e se ne vanno. Da questo aneddoto domestico, sincronizzato bene o male ai grandi eventi della Storia, si dipanano settant'anni di ricordi di un fratello quindicenne, confusi ma puntigliosi, affidati come sono agli «intermittenti soprusi della memoria»: il nero-sangue e il gelo della guerra, la triste farsa di sognarsi eroe, poi il «passaggio dalla parte del nemico» (iscrizione al PCI), e poi ancora un titubante far parte per se stesso; e il rapporto di reciproca protezione con il padre fascista; e la famiglia «feudale» della strana mamma; ma anche una collana di amori malriposti, le letture, il teatro, la musica, il calcio, gli amici. Testa e cuore però non fanno che tornare a quella mattina di maggio, a quell'ipotesi sospesa, a quell'eccidio mancato.
Così, nel tentativo di fare i conti con i propri fantasmi, Vittorio Sermonti ci regala un libro sconcertante, tracciato nella forma di una lunga canzone d'amore per un tu che ha smascherato molti di quei fantasmi del “narrator narrato”, e gli dà ancora la voglia di vivere: un libro che è anche la cronaca minuziosa di un Paese e di un interminabile dopoguerra, e, spesso mimando pensieri, lessico e voce d'un ragazzino d'antan, ci fa riflettere sulla tragica e ridicola ricerca di noi stessi che ci affligge giorno per giorno, uno per uno: «non contiamo niente, perché ognuno conta purtroppo tutto».

La sumera (Fazi) di Valentino Zeichen
Un giorno dopo l’altro, senza grandezze né tragedie, Ivo, Mario e Paolo consumano quel che resta delle loro giovanili inquietudini in una Roma sonnacchiosa e sempre più indifferente. I tre amici si muovono in uno spazio privilegiato, tra la via Flaminia e la Galleria d’Arte Moderna, passando le loro giornate fra minimi spostamenti, pedinamenti di donne, amori impossibili. Sono tre «vecchi ragazzi» scioperati, un po’ come i vitelloni felliniani, che vivono, anzi vivacchiano, nella capitale, «contemporanei al proprio passato». La ricerca di un centro che appare introvabile rivela la fatica di crescere e di cambiare in una realtà alla quale sembra difficile aderire: così il fallimento di Mario diventa lo specchio del fallimento di Ivo e insieme sembrano portare verso un’unica sconfitta, quella di un’intera generazione cresciuta nel segno della marginalità esistenziale. La deriva pare arrestarsi solo davanti a una donna senza nome, che i tre si contenderanno in un balletto quasi moraviano.
In questo romanzo poetico e scanzonato, dal fondo potentemente tragico, Valentino Zeichen ricostruisce con dolente ironia l’itinerario degli anni perduti dei protagonisti, che raggiunge talvolta esiti di irresistibile comicità illuminando quel vuoto così caratteristico delle loro vite come dei nostri tempi.




mercoledì 23 marzo 2016

Il romanzo picaresco che non ti aspetti: da Oliver Twist al Giovane Holden

A cura di Tonino Mangano.

Se scorressimo le pagine di alcune delle opere più famose di Charles Dickens – Grandi Speranze, Oliver Twist, David Copperfield – ci accorgeremmo di come l'autore inglese abbracci, nelle sue narrazioni, un ampio lasso di tempo della vita dei suoi protagonisti, in generale dalla prima giovinezza fino all’età adulta, o concentrandosi in modo peculiare sulla loro infanzia.
L’obiettivo che muove la penna di Dickens nel rappresentare la vita in ogni suo stadio è quello di delineare le problematiche, le aspettative e le reali condizioni in cui i suoi personaggi versano, denunciando le ipocrisie della propria epoca, mostrando le luci e le ombre dell’Età Vittoriana.

Esulando per un momento da questi caratteri, che la critica letteraria riconosce a Dickens e che rappresentano il fil rouge che accomuna le sue opere a quelle di altri autori del tempo (Stevenson, Wilde, Brontë ecc.), si potrebbe focalizzare l’attenzione sul particolare interesse dell’autore inglese per ciò che concerne il mondo dell’infanzia e le sue sfumature.
Queste ultime traspaiono dai suoi giudizi nei confronti dei giovani da lui descritti. Se prendessimo a esempio Oliver Twist, noteremmo le simpatie dell’autore nei confronti di Oliver; caso contrario e accolto con antipatia è Noah Claypole, il garzone dell’impresario funebre Mr. Sowerberry; con occhio diverso vengono guardati i ragazzi alle dipendenze di Fagin. Nel loro caso i giudizi mutano lentamente, in modo quasi impercettibile nel corso della vicenda narrata. In un primo momento potrebbero essere guardati con simpatia, paragonati a dei nuovi compagni di giochi di Oliver (si ricordino il primo aiuto dato a Oliver e la sfida del fazzoletto con Fagin), successivamente resi sfrontati furfanti, per poi diventare vittime innocenti di Bill Sikes e del citato Fagin, e ancora una volta redenti dalla benevolenza e dalla pietà dell’autore e delle autorità inglesi. I ragazzi di Fagin, i ladruncoli dei sobborghi di Londra, così come altri personaggi giovani, disperati e pertanto costretti alla malavita, sono un particolare che ricorre nel genere del romanzo picaresco.

Le radici di questo genere letterario affondano nel periodo del Rinascimento spagnolo (El Renacimiento). La novela picaresca (racconto/romanzo picaresco) si distingue per il realismo contenutistico ed espressivo che contrastava con il carattere idealista della letteratura rinascimentale spagnola, influenzata dalla filosofia neoplatonica.
La prima vera grande opera picaresca è il Lazarillo de Tormes (Lazzarino di Tormes) la cui pubblicazione è attestata intorno al 1554, di autore anonimo. Nelle pagine di questa opera compaiono tutte le caratteristiche che influiranno sulla successiva produzione picaresca, per quanto poi nelle altre letterature nazionali molti di questi caratteri verranno eliminati per coglierne e svilupparne gli elementi essenziali e declinare il genere picaresco alle necessità del contesto culturale di ogni tempo.
La novela picaresca si contraddistingueva per la narrazione autobiografica, infatti il pícaro scriveva in prima persona, ricordando la sua vita dalla nascita fino al momento presente. È evidente anche la presenza di un protagonista antieroico. Il ragazzo, dalle origini familiari poco abbienti, si ritrova, costretto dalla povertà, a commettere atti più o meno corretti per sopravvivere, anche ingannando i molti padroni presso cui presta servizio. Quelli che sono a tutti gli effetti dei tiri mancini vengono definiti picardías, da cui deriva la denominazione del genere. Per concludere il novero delle caratteristiche peculiari dell’originaria novela picaresca, si ricorda la necessità del finale tragico: il protagonista non riesce a integrarsi con successo nella società a causa delle voci sulla sua mancanza di onore o per via della giustizia che fa il suo corso e lo punisce per i crimini compiuti.

Il genere letterario picaresco nacque, così come il romanzo sociale dell’Età Vittoriana inglese, per cristianos nuevos (coloro che si convertirono al cristianesimo in tarda età) o di ebrei convertiti (judíos convertidos, in spagnolo). A loro si aggiungevano anche le nuove sacche di popolazione che erano i risultati delle condizioni socio-politiche spagnole durante El Siglo de Oro (l’Età d’Oro spagnolo) che coincideva con le prime conquiste americane e con l’emigrazione di molti uomini nel Nuovo Mondo. Le conseguenze dell’emigrazione e delle guerre di conquista furono l’aumento dei bambini orfani, degli indigenti e dei mendicanti. La necessità di porre l’accento su queste particolari dinamiche permise lo sviluppo di questo tipo di romanzo realista.
dare voce alle denunce contro le condizioni di vita a cui erano destinati gli emarginati sociali. La massa di esclusi consisteva dei cosiddetti
La parentesi spagnola fu fondamentale per lo sviluppo della letteratura europea in genere. Molti dei suoi caratteri e l’esempio del Lazarillo de Tormes costituirono un modello per generi narrativi simili alla novela picaresca, ma anche per tutti quelli che non guardavano da vicino al mondo di un’infanzia difficile. Il romanzo picaresco fu avvertito come un trampolino di lancio, una svolta improvvisa della narrativa rinascimentale fino ad allora contraddistinta dalle opere cavalleresche, religiose o filosofiche, lasciando invece spazio a nuovi generi dell’età moderna, come il romanzo d’esplorazione e d’avventura, con vicende dai caratteri seriosi più sfumati (I viaggi di Gulliver di Swift, che però ha un chiaro intento satirico, Robinson Crusoe di Defoe).

I Bildungsroman e i romanzi di denuncia sociale affondano alcune loro radici in questa letteratura cinquecentesca, apportando le necessarie modifiche ai caratteri costituitivi di questo genere. Specialmente nel romanzo di formazione troviamo due splendidi esempi nostrani, anche diametralmente opposti tra loro nel modo di trattare la materia. Edmondo De Amicis, con Cuore, sfrutta un metodo paternalistico nel rimproverare il personaggio più bistrattato, ma forse il più ricordato della sua opera, Franti, un discolo alunno della terza elementare. In lui si ritrovano un certo realismo nel comportamento infantile, l’antieroismo e l’infrazione delle regole con una certa soddisfazione personale. Il mezzo picaresco utilizzato dall’autore non è il fulcro di tutta la vicenda, ma è uno strumento nelle sue mani per formulare quel codice di condotta morale che auspicava fosse appreso dalle future generazioni di italiani. Il «prontuario delle moralità dominanti […] di ciò che l’età postunitaria avrebbe voluto essere» (come Cuore viene definito da Asor Rosa), nel suo intento pedagogico che mira a «fare gli italiani» (secondo la famosa espressione di Carlo D’Azeglio), disarticola le caratteristiche originarie del romanzo picaresco per permettere una denuncia da parte della società scolastica a danno del Franti, con l’intento di delineare una netta demarcazione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, senza riuscire a mediare tra le voci discordanti, che avrebbero offerto un carattere pluralistico alle discussioni riguardanti la storia e l’educazione postunitaria.

Lo scomparso Umberto Eco, nel suo Elogio a Franti, in Diario Minimo, sembra intravedere nel Franti un possibile contraltare, una nuova possibilità di interpretare la realtà, una visione parallela a quella più ortodossa dell’autore di Cuore. Se il riso di Franti viene tacciato di cattiveria, in realtà, secondo Eco, questa risata potrebbe essere una forma diversa di conoscere, giudicare e vivere la realtà in cui ci si trova, un barlume di libertà espressiva e di rinnovamento di tutto ciò che era destinato a cadere e che non funzionava nel sistema ideologico dell’Italia postunitaria. Eco ha, in poche parole, cercato di riabilitare la figura del ragazzino ribelle che, nella sua interpretazione della pars destruens delle convenzioni sociali, si erge a elemento innovatore, a difensore del dinamismo e del cambiamento sebbene questo progredisca con forme “scomode” per la maggior parte della società.

Nella stessa direzione si muove anche un altro autore, molto legato alla figura del ragazzoPinocchio, di Carlo Collodi (pseudonimo di Carlo Lorenzini). La sua simpatia per il ragazzo ribelle e per l’importante funzione pedagogica che questa figura può assolvere lo spinge a creare un’opera che diverte e che mette in discussione la denuncia e il silenzio a cui viene costretto Franti in Cuore. Il burattino di legno non è né bollato come “infame” dal suo stesso creatore, né viene privato della parola per avanzare le proprie idee. «La trasgressione è messa al centro del racconto, e suscita irresistibilmente la partecipazione del lettore. Ne risulta un libro infinitamente più aperto di Cuore, più problematico e moderno»*. Anche in questo caso, così come nella novela picaresca delle origini, attraverso colui che infrange le regole si riescono a smascherare le cattiverie della vita e a denunciare chi se ne macchia. Sarà lo stesso discolo a comprendere e a trovare nelle sue esperienze tutto ciò che lo faccia crescere, lo cambi e gli lasci intravedere la giusta via da seguire per apprendere le regole essenziali a cui sottostare. In Pinocchio molte norme etiche, giuridiche e sociali vengono rovesciate e si scontrano con i limiti che sono loro imposti dai caratteri diversi presentati dai vari casi a loro relativi: ad esempio, c’è differenza fra un normale ladruncolo e un ladro che si macchia del reato di furto per necessità, come nella dicotomia tra le faine e Pinocchio nel campo d’uva. In questo senso, molto attuale può essere l’accento che viene posto sull’attenzione da prestare ai truffatori come gli indimenticabili Gatto e Volpe; o la critica che si ravvisa nei giudizi troppo affrettati delle cariche giurisprudenziali, come nel caso del Giudice della città di Acchiappa-citrulli. Le allegorie sono ben riuscite nell’opera di Collodi e l’elemento fiabesco e picaresco si fondono nel creare una storia che è diventato un cult della letteratura dell’infanzia e del romanzo di formazione. L’ordine non viene imposto dall’autore, ma è il protagonista che, da solo e dopo aver razionalizzato di avere sempre sbagliato nel discernere tra bene e male, riesce a intravedere nella vita stessa e nelle sue esperienze, la figura della vera maestra.
disubbidiente. È il caso di citare una delle fiabe italiane più conosciute al mondo:

Una nota picaresca si avverte anche in due delle opere più conosciute di Mark Twain: Le Avventure di Tom Sawyer e Le Avventure di Huckleberry Finn. È nel secondo che si avverte una maggiore fedeltà alle regole della novela picaresca delle origini, sebbene Mark Twain riesca a operare una sintesi molto originale di più generi: dal romanzo d’avventura al romanzo di formazione, dalla letteratura per l’infanzia al romanzo di carattere realista. Le due opere citate (la prima nel 1876, la seconda nel 1884) sono emblematiche testimonianze dello spirito americano, di quell’anima mai sazia di esplorazione e di ricerca di novità, che si pone in netta contrapposizione con la cultura sempre più stanziale dei coloni dall’animo “vittoriano”, molto legati alla rigidità delle regole e alla sicurezza delle loro comunità. Anche in questo caso, come ne Le Avventure di Pinocchio, i due discoli protagonisti delle storie di Mark Twain riescono a svelare i vizi e le virtù della società di appartenenza. Il carattere picaresco della produzione dell’autore del Missouri si rispecchia nel suo stile narrativo che, a detta di William Faulkner, gli valse l’onore di essere “il primo vero scrittore americano”, come confermeranno anche Ernest Hemingway e un’ampia cultura di critica letteraria. Specialmente con la narrazione in prima persona ne Le Avventure di Huckleberry Finn e con il gergo colorito del suo protagonista – che subì aspre critiche e censure successive alla prima edizione –, Mark Twain appare come un precursore dei diritti della popolazione nera degli USA, da cui discende una strenua opposizione all’imperialismo.

Sebbene non proprio picaresco come i tre titoli precedenti, anche negli anni Cinquanta, J.D. Salinger diede vita a uno dei più fortunati e moderni picari della letteratura contemporanea: Holden Caulfield, Il giovane Holden. Le due caratteristiche salienti che vengono recuperate dalla tradizione picaresca più genuina sono l’autobiografia e la vita solitaria del protagonista, per quanto si possa sindacare sulla solitudine del personaggio, data la presenza dei genitori e di una sorella. Ad ogni modo, anche Il giovane Holden potrebbe annoverarsi tra i titoli della letteratura picaresca, sebbene questa natura sia stemperata dalla mancanza di vere e proprie vicissitudini e avventure che intrappolano Holden in una spirale di problemi. Indubbiamente Salinger presenta accenni di situazioni pericolose in cui il suo personaggio incappa, ma al piacere di presentare un crescendo di peripezie si sostituiranno l’analisi introspettiva del protagonista e la critica alla società che lo circonda nel corso delle sue peregrinazioni newyorkesi.

Un collegamento originale e forse un po’ forzato tra la letteratura di guerra all’italiana (la letteratura del secondo dopoguerra incentrata su storie di resistenza e quelle ambientate durante la ricostruzione) e la letteratura picaresca è quello che trova il suo anello di congiunzione nel primo romanzo di Italo Calvino: Il sentiero dei nidi di ragno, in cui il protagonista Pin, orfano dei genitori e accudito dalla sorella, non diviene un protagonista assoluto della vicenda, ma assurge a vettore dell’autore con cui analizzare le gesta partigiane, dei fascisti e tramite cui avanzare considerazioni generali e più immediate su tematiche relative alla guerra, alla lotta per la libertà e, più specificatamente, all’autodeterminazione dei popoli.

Ricordando le parole di Umberto Eco riferite al personaggio di Franti e per mezzo di uno sguardo rapido sulla letteratura picaresca presa ad esempio, non ci si può esimere dal trarre conclusioni che dovrebbero apparire immediate. La simpatia che in genere viene provata per la tenera età scanzonata è evidente, in quanto foriera di quella natura semplice e diretta, aliena a ogni forte influenza delle convenzioni sociali a cui sono sottoposti gli adulti. È proprio grazie a questa natura libera da ogni condizionamento che questi autori sono riusciti a muovere critiche più o meno aspre, dirette contro costumi atavici e che avrebbero dovuto affrontare da tempo il loro declino, o contro abitudini dall’impatto distruttivo e disumanizzante. Le riflessioni che discendono dalla letteratura picaresca, ci riportano al concetto che potremmo definire “disobbedienza costruttiva”, ipotizzata con altri termini dalla Arendt nel suo saggio Vita Activa; o ricordando l’esempio della disobbedienza di sofoclea memoria, nell’Antigone. Esulando dalla tragicità della rappresentazione teatrale greca o abbandonando il tono accorato delle disquisizioni arendtiane, accostandosi alla letteratura picaresca e alla leggerezza delle vicende presentate, si riescono a cogliere numerose sfumature di critica e spunti di riflessione che afferiscono ai più svariati campi della vita in società.

Spaziando ulteriormente nelle riflessioni legate alla letteratura picaresca, non possiamo che cogliere un implicito appello al rispetto della gioventù, intesa in ogni suo aspetto, come previsto dal testo della Dichiarazione di Ginevra dei diritti del fanciullo del 1924 e successivamente della Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia2 del 1989. Oltre all’imprescindibile diritto all’amore familiare, ai diritti alla vita, alla salute e al divieto di discriminazione in ogni sua forma, in questa sede si darà una particolare rilevanza al diritto all’educazione, deputata a garantire l’accesso all’informazione e alle conoscenze che possano permettere ai più giovani di sviluppare un più raffinato senso critico, che eviti loro di vivere le stesse esperienze del picaro del Lazarillo de Tormes, o di incorrere negli stessi errori e pericoli dei protagonisti dei romanzi più moderni, e non solo.
In questo senso, non si può fare altro che sostenere un cammino costante sul sentiero della conoscenza, incoraggiando a proseguire con le parole di Immanuel Kant: Sapere aude!, abbi il coraggio di sapere. Un messaggio che potrebbe estendersi a tutte le fasce d’età.

martedì 27 ottobre 2015

Beowulf tra Tolkien e cinema



Nella prima metà del '900, i bambini inglesi leggevano e si facevano leggere prima di dormire le storie e le leggende tradizionali raccolte dal folclorista Andrew Lang (1844-1912): entravano così nel mondo della Fata Rossa e incontravano streghe, principesse e draghi. Tra questi racconti troviamo anche la vecchia leggenda norrena di Sigurd e il drago Fafnir, che aveva a suo tempo ispirato la saga medievale tedesca dei Nibelunghi e più tardi il Ciclo dell'Anello di Wagner.

Tra questi bambini c'era anche il piccolo Tolkien (1892-1973), già curioso e completamente rapito da un passato lontano anni luce dall'oscurità fatta di guerre e fabbriche propria della sua epoca. Dopo aver vinto una borsa di studio prima alla King Edward's School e poi all'Exeter College di Oxford, il giovane Tolkien scopre un universo del tutto nuovo che lo stimola e lo ispira al contempo. Tra i libri che trova in biblioteca, rimane affascinato in particolare dal Beowulf, un poema epico datato intorno al decimo secolo: questa lettura lo conquista grazie alle sue avventure e ai suoi draghi e lo introduce all'inglese antico. Lo spinge inoltre a studiare le lingue e a crearne una personale, complessa e dotata di un fascino tutto suo. Diventato poi a Oxford professore di letteratura e lingua anglosassoni, Tolkien studia le saghe norrene, l'Edda islandese e la leggenda dei Nibelunghi e legge ai suoi allievi il prologo del Beowulf, soffermandosi in particolare sulla bellezza della poesia e sul fascino delle parole.

Non risulta strano quindi che proprio il Beowulf sia stato uno dei suoi primi lavori di traduzione e interpretazione: questo gli ha poi permesso di cogliere idee e spunti interessanti per quella che sarebbe stata in seguito la sua futura produzione letteraria. I romanzi di Tolkien sono infatti caratterizzati da un contesto per lo più medievale e forgiati nel folclore anglosassone. Nel 2014 è uscita in Italia per Bompiani una preziosa edizione critica del poema, accompagnata dai commenti di Tolkien, utili per godersi appieno un tesoro da troppo tempo relegato nei polverosi manuali del liceo o, ancor peggio, nell'oblio.
Pochi sanno però che dietro al nome Beowulf non si nasconde solo uno dei poemi più lunghi e completi in lingua inglese (conta ben 3182 versi) ma anche quello che potrebbe essere considerato come uno dei primi supereroi della storia della letteratura: il protagonista compie ogni sorta di impresa miracolosa, è molto coraggioso e abile con le armi, gli manca praticamente solo il dono del volo. Nato per essere letto e declamato durante i banchetti davanti ad un pubblico, probabilmente nobile, il Beowulf presenta il prototipo dell'eroe germanico: mancano riferimenti ad una sua effettiva esistenza e la sua figura si avvicina per lo più alle leggende danesi e svedesi, anche se nel testo abbiamo una parte di collegamento tra le due avventure principali in cui i Geati si battono contro Franchi, Frisoni e Svedesi, come probabilmente è avvenuto nella realtà.

Il titolo del manoscritto, che attinge alla tradizione epico-eroica germanica, in origine era assente ed è stato dato dagli editori in un secondo tempo. Questa scelta ha almeno due diverse interpretazioni: per alcuni studiosi, tra cui i Grimm, Beowulf significa "lupo con caratteristiche di ape" (da "beo" ape e "wulf" lupo), mentre per altri che considerano come origine del nome la radice verbale germanica "beug" (piegare, sottomettere), vuol dire semplicemente "colui che piega o sottomette il lupo". Grendel, il mostro contro cui Beowulf combatte, rappresenta infatti il lupo, il fuorilegge bandito dalla società: ha spesso caratteristiche umane, prova invidia davanti al banchetto a cui non è stato invitato e non uccide mai senza un motivo preciso. Come spesso succedeva all'epoca dei racconti tramandati di generazione in generazione, il manoscritto era probabilmente la storia vera di un uomo comune che sconfiggeva dopo ripetuti tentativi un pericoloso bandito: col tempo questa vicenda, inizialmente ambientata nel quotidiano, si era ingigantita sempre più, trasformando l'uomo in eroe e il fuorilegge in un vero e proprio mostro. La società scandinava prevedeva infatti l'allontanamento e la messa al bando di chi si comportava o agiva diversamente dai dettami previsti all'epoca. Il manoscritto in cui è riportato è inoltre noto anche con il nome Cotton Vitellius: è stato per anni nello studio di Sir Robert Cotton, uno dei più grandi collezionisti di manoscritti medievali tra '500 e '600. Sir Robert aveva una grande passione per la storia romana e in particolare per gli imperatori di cui collezionava i busti: aveva quindi sistemato i due codici che compongono il Beowulf dietro la testa dell'imperatore romano Vitellio.

La grande avventura di Beowulf non è ambientata in Inghilterra ma in Scandinavia, in quella chesi pensa che il Beowulf sia stato composto da un ecclesiastico in Northumbria tra il 673 e il 735, periodo in cui Beda il Venerabile era attivo. Altri lo collocano in Mercia verso la metà dell'ottavo secolo, dal 750 in poi, altri ancora nell'undicesimo secolo. L'originale era probabilmente scritto in anglico, mentre la versione che è giunta fino a noi risale all'anno Mille ed è in dialetto sassone con alcune parole in dialetto anglico della Mercia. La spiegazione di questo strano insieme è abbastanza semplice: il copista, probabilmente un monaco, era straniero e per questo aveva aggiunto senza volere caratteristiche e parole del proprio dialetto, in particolare alcune forme della Mercia; oppure forse il manoscritto originale veniva dalla Mercia mentre il copista era sassone, quindi aveva aggiunto alcune parole della sua lingua.
potrebbe essere l'antica Svezia o Danimarca: sia la materia che il contenuto appartengono infatti alla tradizione scandinava. Molto probabilmente gli Angli hanno portato questa storia dal continente fin sull'isola britannica, insieme ad altre saghe germaniche dei territori che confinavano con la loro patria d'origine. Ma il grande mistero che circonda questo poema epico-eroico e che da sempre ha fatto discutere gli studiosi riguarda la datazione:

La struttura del Beowulf è ciclica: il protagonista combatte infatti con un mostro sempre più forte e ogni volta la lotta si fa più dura. In tutto il testo incontriamo riferimenti alla bontà e al coraggio dell'eroe, sempre pronto con fermezza ad aiutare chiunque sia in difficoltà. L'argomento del Beowulf è di tipo pagano, ma il manoscritto è stato copiato da qualcuno che si muoveva già nel contesto religioso cristiano e che è stato probabilmente influenzato da questo. Il poema rappresenta quindi in un certo senso quello che potrebbe essere un primo rapporto tra cristianesimo e paganesimo, due correnti che si sfiorano e si sovrappongono modificandosi continuamente. I mostri rappresentano il male che attacca la società e tenta l'anima umana. Nel duello che domina la seconda parte del poema, Beowulf combatte con un drago, che ha poi ispirato Tolkien nella creazione di Smaug: in quest'ultima grande sfida, però, il protagonista è entrato talmente in contatto con il male da non potervi più sopravvivere, è stato infettato. La morte è per questo un modo cristiano per ridimensionare l'eroe e purificarlo dal desiderio di sfidare gli dei nel tentativo di essere migliore di loro o quantomeno simile.

Nel corso degli anni anche il cinema ha omaggiato a modo suo Beowulf con una serie di pellicole ispirate alle avventure del protagonista. Tra questi spicca il film in motion capture del 2007, La leggenda di Beowulf di Robert Zemeckis (Ritorno al futuro, Forrest Gump), che ha come sceneggiatori Neil Gaiman e Roger Avary. Questo adattamento del poema anglosassone è veramente molto libero: si va dalla bellissima Angelina Jolie nei panni della madre di Grendel, al figlio drago che i due hanno insieme. Altra versione cinematografica del poema è Beowulf & Grendel del 2005, girato in Islanda dal regista islandese Sturla Gunnarsson con Gerard Butler nei panni del protagonista. In questo adattamento troviamo addirittura alcuni nuovi personaggi, tra cui il padre e il figlio di Grendel. Qui l'acerrimo nemico di Beowulf è mostrato come un troll ma ha parvenza umana. In questa versione viene proposto in un certo senso il tema della mostruosità come diversità che spinge l'uomo ad attaccare chi non è come lui. Citiamo per completezza anche il film inglese del 1999 ambientato in una realtà post-apocalittica e con Christopher Lambert nel ruolo di un Beowulf ancor più alternativo perché figlio a sua volta di una donna e di un diavolo. Queste pellicole sono accomunate da un tentativo in parte riuscito di umanizzare i mostri e demonizzare Beowulf, o comunque renderlo più umano e come tale fallibile e non immortale. Questa prospettiva è anche quella che il finale metaforico del poema sottende e i film realizzano più in concreto: Beowulf non è infatti solo un eroe senza macchia e senza paura ma è anche un uomo con pregi e difetti che, nella dura lotta per la sopravvivenza, si sporca, cade e si rialza ma, volente o nolente, miete comunque le sue vittime e va infine incontro alla morte.


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