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martedì 5 maggio 2015

Recensione: Doppio delitto al Grand Hotel Miramare di Emilio Martini


Doppio delitto al Grand Hotel Miramare, Emilio Martini
Fanucci TimeCrime
256 pagine, 9.90 euro
Protagonista di alcune delle nostre recensioni, Emilio Martini, oggetto di un mistero sulla sua vera identità, ha svelato l'arcano: si tratta delle sorelle Elena e Michela Martignoni, già note al pubblico come autrici di romanzi storici, tra cui quelli dedicati ai segreti e agli amori della famiglia Borgia. Per l'occasione, le indagini del Commissario Berté hanno cambiato casa editrice: da Corbaccio a Fanucci TimeCrime, con una copertina che ricorda in parte quelle blu Sellerio di Camilleri e del suo Montalbano.

Dopo una breve sosta a Milano nel volume precedente, il Commissario Berté ritorna in Liguria con un nuovo omicidio, avvenuto questa volta in un noto e lussuoso albergo di Lungariva, la piccola cittadina sul mare che lo ha ospitato nei primi due romanzi.  Il lunedì di Pasqua vengono ritrovati in una camera dell'Hotel Miramare di Lungariva i corpi senza vita del commercialista Roberto Sommariva e della segretaria Ornella Ferrari, ospiti fissi dell'albergo e séguito della contessa Licia Van Der Meer. Nessuno sapeva della loro relazione. Berté è ovviamente chiamato a risolvere questa vicenda insolita. Le indagini si intrecciano con la sua vita personale, sempre più sentimentalmente travagliata, e con i suoi racconti: il commissario ha infatti una coda di cavallo e un temperamento da vera rockstar, ma anche un animo profondo e una passione segreta per la scrittura.

Doppio delitto al Grand Hotel Miramare segue lo schema già collaudato dei gialli precedenti: l'autore snoda la trama a partire dai personaggi, come sempre ben riusciti, ci confonde con le indagini, questa volta particolarmente complesse, e poi ci stupisce nelle ultime pagine con soluzioni impensabili ma intriganti. Il finale si dipana a rotta di collo, veniamo travolti dalla verità proprio come da un fiume in piena. Da un punto di vista puramente "giallistico", Doppio delitto al Grand Hotel Miramare è forse l'intreccio migliore e più ambizioso finora presentato da Martini: per questo personalmente avrei lasciato più spazio alla vicenda su cui si basano in sostanza buona parte delle indagini, e che viene invece relegata alla seconda parte del libro, già di per sé piuttosto breve. La scelta dell'autore di addentrarsi nei vissuti senza però spaziare troppo resta comunque valida e in linea con l'idea di giallo portata avanti negli altri volumi. Sicuramente, come per un buon vino o un piatto speciale, sarebbe stato interessante e piacevole poterne gustare ancora.

Il quarto "episodio" del Commissario Berté si muove verso una linea forse più "commerciale", dando in parte maggior spazio alle questioni sentimentali del protagonista: la storia con la Marzia, che mostra un Berté più fragile e strizza l'occhio alla seduzione e al pubblico femminile, si complica notevolmente, soprattutto in vista di quello che è successo nel terzo volume. Martini decide inoltre di chiudere il libro con un finale abbastanza inaspettato che ci lascia nel dubbio per quanto riguarda il futuro del loro rapporto: in questo modo, inoltre, lascia aperta la strada a un eventuale prossimo episodio, invogliando all'acquisto il lettore appassionato. Per quanto riguarda, infine, i capitoli dedicati ai racconti scritti da Berté, abbiamo questa volta una sorta di collage narrativo di quattro personaggi diversi ma uniti dallo stesso "movente". Questi "frammenti" trovano significato solo nella lettura d'insieme e riescono a essere comunque incisivi e immediati anche nello stile.

I personaggi sono come sempre realistici, vari e complessi. Questa volta però Martini si supera. Al di là del sottile e continuo sviluppo del protagonista, sempre più sfaccettato, profondo e interessante, la vera rivelazione del volume è sicuramente la contessa Licia Van Der Meer: magnetica, elegante, intelligente e al contempo vissuta, appare come una donna che ha sofferto e che nasconde tutto dietro uno sguardo enigmatico. La camminata, i dialoghi con il commissario, tutto questo viene descritto dall'autore talmente bene da materializzare davanti agli occhi del lettore un'immagine precisa e duratura. La vicenda che la riguarda è evocativa e unica, collegata ad un'epoca passata ma comunque ancora attuale: viaggi per mare, l'idea di partire dopo una guerra che aveva distrutto l'economia italiana, le speranze di milioni di persone trasposte oltreoceano e i problemi che li aspettavano in una terra non loro. Martini riesce addirittura a trattare seppur brevemente il drammatico destino dei Desaparecidos in Argentina, l'emigrazione e la durezza dei vari governi militari che sottoponevano la popolazione a continui soprusi. Gli altri personaggi sono costruiti in modo convincente ma restano solo delle semplici comparse.

I dialoghi sono immediati, diretti e soprattutto credibili, caratterizzati da uno stile scorrevole, semplice e chiaro. I pensieri di Berté sono più complessi ma sempre enunciati nello stesso modo cristallino e di facile comprensione.
Il ritmo è inizialmente molto blando, si velocizza nella seconda metà e diventa poi martellante durante le indagini; sul finale, ricco di colpi di scena, il lettore tiene il fiato sospeso fino all'ultimo: il colpevole, infatti, viene svelato proprio sul filo di lana.

In definitiva, Doppio delitto al Grand Hotel Miramare è un altro ottimo romanzo con protagonista il Commissario Berté, che finalmente ritorna a Lungariva, location sicuramente più congeniale alle sue avventure. Milano è senza dubbio una città che ha solleticato la fantasia di molti scrittori, da Scerbanenco ad Hans Tuzzi, ma la piccola ed eterogenea natura della cittadina del Tigullio, frequentata da turisti di ogni tipo, permette un'ampia scelta di tematiche e argomenti, in una sorta di "melting pot alla ligure". Doppio delitto al Grand Hotel Miramare è forse il volume che dà una svolta alla serie del Commissario Berté e la conferma come una della nuove strade del giallo italiano: rispetto ai primi tre episodi editi per Corbaccio, da un lato Martini sembra aver optato per una trama e uno stile più godibile anche da un pubblico generalista, ma dall'altro si è veramente superato nella caratterizzazione dei personaggi principali e nel creare una storia emozionante, unica e fortemente italiana.



Voto: 




Le recensioni precedenti sulla stessa serie:



sabato 30 marzo 2013

Recensione: A casa del diavolo di Romano De Marco


A casa del diavolo - Romano De Marco

Giulio Terenzi è un trentenne ambizioso e un impenitente seduttore: ma proprio quando ogni cosa sembra andare per il meglio, la sua promettente carriera di bancario viene stroncata dall'improvviso trasferimento a Castrognano, un borgo sperduto tra i monti dell'Abruzzo dove si ritrova a gestire, da solo, la piccola filiale della banca per cui lavora. L'impatto con il paese si presenta a dir poco scoraggiante. Il vecchio direttore della filiale, Rinaldi, muore in un misterioso incidente stradale subito dopo aver passato le consegne al giovane collega; esaminando i depositi e i conti correnti, Terenzi nota poi delle gravi anomalie che fanno pensare a una truffa architettata ai danni della baronessa De Santis, una ricchissima ottuagenaria che vive nel palazzo situato di fronte alla banca. Col passare del tempo, gli eventi misteriosi si moltiplicano: strani simboli appaiono all'ingresso di abitazioni i cui proprietari sono scomparsi nel nulla; un bambino inizia a seguirlo come un'ombra, mostrandogli disegni che rappresentano allucinate scene di morte; si vocifera di strani rituali celebrati nei boschi, cui Terenzi non può e non vuole dar credito...




Voto: 

A casa del Diavolo è il thriller che inaugura la collana Nero Italiano di Time Crime (Fanucci). Il protagonista, Giulio Terenzi, risponde alla tipica definizione dell'anti-eroe: è un seduttore ma non si innamora, ed è poco interessato agli altri se non nella misura in cui può ricavarci qualcosa per sé stesso. In seguito a una delle sue avventure amorose con una collega, stroncata senza alcun riguardo per i sentimenti di lei, al giovane, come punizione, viene affidata la direzione della banca di Castrognano, un piccolo paesino all'apparenza inutile e noioso, ma che come nei classici film horror si rivela in realtà un luogo a dir poco infernale.Un po' per gioco, un po' per noia, Terenzi si trova ad indagare sulla morte del suo predecessore lì a Castrognano, il direttore Rinaldi, e sui conti della baronessa De Santis, l'unica cliente ricca della banca del posto, i cui soldi sono gestiti dal figlio in un modo piuttosto inusuale. Le indagini del giovane non arrivano che a sfiorare la soluzione del mistero di Castrognano, quando gli eventi gli precipitano addosso e Terenzi si trova a dover lottare per la sua stessa vita.A casa del Diavolo non appartiene certo all'alta letteratura, ma è comunque una lettura abbastanza piacevole. Lo stile di De Marco è accattivante, fluido, anche se piuttosto semplice, ma questo dipende probabilmente dal tentativo - riuscito - di rendere bene il carattere del protagonista, Terenzi, che racconta in prima persona con toni menefreghisti e lamentosi. 

La prima parte del libro non mi è piaciuta molto, in parte perché Terenzi è un personaggio che sa essere davvero antipatico, in parte perché è abbastanza blanda per un thriller. Ci troviamo davanti alle scene di vita quotidiana del protagonista, e alle sue continue lamentele su quanto è noioso Castrognano, su quanto sono vecchi i suoi abitanti, su quanto è stato antipatico il suo capo a mandarlo lì, e via dicendo, in un vittimismo senza fine. 
La seconda parte è migliore: De Marco scatena l'azione e la sostiene abbastanza bene, riuscendo a destare l'attenzione del lettore e a tenerla viva fino alla fine. Purtroppo, quando ci si ferma a pensare a quello che si è letto, ci si rende conto del miscuglio senza logica che l'autore è stato in grado di creare. Ci sono i satanisti, ci sono le orge notturne nei boschi, ci sono pericolosi e altrettanto attempati assassini, ladri poco brillanti e il classico bambino autistico che per dare un senso di mistero va sempre bene. Naturalmente c'è la dama in difficoltà, per cui Terenzi andrà incomprensibilmente contro il suo stesso carattere, arrivando a rischiare la vita pur di salvarla, un gesto che ha dell'incredibile per un simile personaggio. Solitamente nei libri le varie disavventure fanno maturare il protagonista, ma così non è per Terenzi, che continua a pensare sempre le stesse cose, cioè che le donne esistono per soddisfare la sua vanità e che la sua vita è più importante di qualsiasi altra cosa al mondo, eppure rischia tutto per salvare Assunta, fra l'altro, lanciandosi nella mischia a casaccio. Lui non sa dove sia la donna, né tanto meno se sia realmente in pericolo, ma pensa bene di piombare, da solo, nel quartier generale dei satinisti per cercarla. Una mossa davvero stupida e insensata, come del resto scoprirà Terenzi, a sue spese.

Altra cosa che proprio non mi è chiara è il motivo per cui De Marco abbia aggiunto i satanisti. Non ho compreso il nesso logico con il brillante piano per rapinare la baronessa, e dubito seriamente che esista. Probabilmente l'autore aveva solo bisogno di più carne da mettere al fuoco, ma il risultato è un minestrone di sceneggiature diverse tenute assieme in qualche modo con dello scotch, neanche troppo buono. La parte del gruppo di satanisti fila molto bene, ma quando si scopre da dove il tutto nasce - non ve lo rivelo per non anticiparvi nulla - si rimane perplessi.

Ma veniamo al modo di gestire le indagini di Terenzi, che, dopo pochi giorni dal suo insediamento nella banca di Castrognano, si ritrova con il pallino del detective e decide, senza l'ausilio di indizi, che l'incidente di Rinaldi è in realtà un omicidio e che il figlio della De Santis è un drogato che usa i soldi per loschi affari. Terenzi non ha davvero in mano nulla, se non una fervida immaginazione. Quando, infatti, chiama i colleghi alla banca centrale per far controllare i conti della De Santis, viene preso per un pazzo visionario. Gli indizi successivi si fanno più concreti ma piovono dal cielo, in veste di un bambino autistico con la passione per il disegno macabro e di uno dei satanisti poco furbo, che rivela fin troppi dettagli al nostro Terenzi. 
Un po' come se si fosse costituito, chissà perché. I colpi di scena non sono sempre riusciti, in particolare quello ripreso da Psycho, ma non con altrettanta maestria, sebbene siano comunque interessanti.

Come vi anticipavo, nonostante il miscuglio inspiegabile di più filoni del genere, il libro risulta piacevole, soprattutto grazie alla capacita di De Marco di descrivere le scene d'azione, che sono ben fatte. L'importante è non voler trovare una risposta logica a ciò che succede. Un po' come i classici film d'azione all'amaricana, godibili mentre si guardano, ma finita la visione non rimane proprio nulla.



venerdì 1 febbraio 2013

Recensione: Il canto delle sirene di Val McDermid




Val McDermid, una delle più acclamate scrittrici di crime del mondo, accompagna il lettore nel nero inferno di un’intelligenza criminale che non dà tregua, impeccabile e spietata come solo il puro genio, a volte, sa essere. Bradfield, una cittadina a ovest di Londra. Finora, gli unici serial killer che lo psicologo Tony Hill abbia mai incontrato sono al sicuro dietro le sbarre di una cella. Ma stavolta è diverso: il colpevole è libero, e per torturare e uccidere le sue vittime ha tratto ispirazione da una visita al Museo della Tortura di San Gimignano... Il terrore s’impadronisce della città: sembra non esserci alcuna correlazione tra gli omicidi, tanto che è impossibile tracciare un profilo del killer, quasi che le vittime vengano scelte a caso. Nessuno si sente al sicuro, mentre la polizia si perde tra mille false piste e sulla stampa iniziano ad apparire strani, inquietanti messaggi scritti forse dall’assassino stesso, intelligente, coltissimo, invisibile. Un assassino che vede nell’omicidio il compiersi di un destino, e il cui scopo è uccidere come se fosse un’esperienza artistica, dalla coreografia impeccabile, visto che ogni dettaglio è di vitale importanza quando la missione che si deve portare a termine è ‘perfezionare nella morte’.

Editore: Time Crime
Pagine: 441
Prezzo € 10,00




Voto: 


Prima di prendere in mano questo volume edito da Fanucci non conoscevo affatto Val McDermid. Gravissimo errore. Il canto delle sirene è infatti un libro a dir poco appassionante: una volta iniziato non ti permette più di staccare gli occhi dalle sue pagine e ti lascia a riflettere sul caso che vede protagonista la coppia investigativa composta dallo psicologo Tony Hill e dall'ispettore Carol Jordan. L'autrice scozzese, dotata di una prosa davvero incisiva ed incalzante, è riuscita a creare una trama convincente e a tratti spiazzante, caratterizzata in particolare dall'alternarsi di osservazioni profonde e attente e di un ritmo serrato che non perde un colpo e ci tiene sul filo del rasoio fino agli ultimi capitoli. Val McDermid, classe 1955, è considerata la grande signora del "crime" britannico e, oltre ad avere scritto ben più di venti thriller, ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Gold Dagger Award for Best Crime Novel of the Year proprio per Il canto delle sirene, da cui è stata anche tratta una serie televisiva, e il Cartier Diamond Dagger alla carriera.
Ma andiamo per ordine. The Mermaids Singing, questo il titolo originale del romanzo, è ambientato nella cittadina di Bradfield, a ovest di Londra, dove qualcuno ha già ucciso ben quattro volte; i cadaveri sono stati poi rinvenuti nel quartiere gay della città. Ad aiutare la polizia, che ovviamente brancola nel buio, e per far tacere la critica dell'opinione pubblica e dei media, entra in scena lo psicologo Tony Hill, incaricato dalle alte sfere di redigere un profilo del killer.
Val McDermid presenta i personaggi principali del suo romanzo in modo accattivante e realistico, mentre gli altri sono descritti solo nelle caratteristiche utili alla narrazione: il profiler Tony Hill, il killer e la poliziotta Carol Jordan sono raccontati con precisione sia a livello fisico che a livello emozionale, soprattutto i primi due. Lo psicologo e l'assassino sono in un certo senso i lati opposti della stessa medaglia: Tony a causa del suo lavoro deve imparare a percorrere i luoghi oscuri abitati dai criminali e si dimostra anche per questo un personaggio molto complesso e spesso difficile da comprendere. Il suo metodo di analisi, inoltre, è completamente invasivo e lo spinge ad immedesimarsi nel killer tramite stati di rilassamento progressivi: questo gli permette di entrare nella mente dell'assassino per redigere un identikit il più possibile vicino al vero; nell'uso massiccio del profiling Il canto delle sirene, scritto dalla McDermid nel 1995, ricorda in parte Il silenzio degli innocenti (1988) di Thomas Harris. Oltre al lato lavorativo di Tony vediamo anche un lato più intimo e problematico: sappiamo che non riesce a dormire bene, che ha problemi ad avere una relazione stabile con una donna e molto altro. Da ambo i punti di vista ne esce un uomo intelligente, profondo, non sempre a suo agio col mondo che lo circonda, innamorato del suo lavoro che a tratti purtroppo lo inibisce e lo porta sui sentieri bui dell'anima.
In realtà sappiamo molto anche dell'assassino: cosa fa, cosa pensa, cosa vorrebbe ma ovviamente non chi è. Uno dei punti forti de Il canto delle sirene è infatti sicuramente la scelta di lasciare interamente alla voce del killer alcuni capitoli, ognuno introdotto da citazioni tratte da L'assassinio come una delle belle arti di Thomas De Quincey (1827): veniamo così a sapere i sentimenti e i pensieri che lo affliggono, i preparativi di ogni delitto e anche il modo in cui le vittime vengono uccise, in una sorta di cronaca crudele, realistica e a tratti anche piuttosto macabra e cruda. Grazie a questa svolta narrativa possiamo scoprire più da vicino l'universo oscuro dell'assassino, leggere il suo memoriale e cercare di capire le sue motivazioni. Una parte importante viene dedicata inoltre alla descrizione dei "macchinari" di tortura utilizzati per i delitti, sia dal punto di vista della costruzione che dell'utilizzo nella storia europea e poi nel romanzo.
Il canto delle sirene può essere inoltre visto da un lato più "psicologico" e letto come una grande terapia di gruppo che coinvolge i vari personaggi, ognuno con un sintomo più o meno grande da curare, compreso l'assassino: per esempio lo psicologo Tony Hill cerca di risolvere i propri problemi sessuali, il serial killer invece confessa in un memoriale la sua vita e le sue pene, Carol Jordan forse la difficoltà di essere una donna che fa un lavoro da uomo e vorrebbe prima o poi una figura su cui contare e così via.
Val McDermid riesce a trovare sempre la via d'uscita più particolare e inesplorata, senza mai cadere nella banalità: a tratti sembra quasi che l'autrice prenda nota di tutte le possibili direzioni che il romanzo potrebbe prendere, le lasci subodorare per qualche pagina e poi passi subito ad altro, seguendo un filo che al lettore mai verrebbe in mente. Analizza inoltre l'operato della polizia durante tutta l'indagine in modo molto acuto e raggiunge quasi, con il capitolo dedicato al destino di Stevie McConnell, una critica e una denuncia amara e toccante di tutto il sistema, della condizione dei gay e di come purtroppo a volte sia il singolo a pagare: la situazione e lo stato d'animo di Stevie vengono descritti e messi a fuoco in modo raffinato e con poche parole, senza bisogno di strafare, ma riescono ad infondere nel lettore una sensazione di impotenza e di tristezza nonostante la loro semplicità.

In tutto il romanzo i dialoghi sono efficaci e incalzanti, così come il ritmo narrativo che è alto fin dalle prime pagine e non si arresta quasi mai: i personaggi parlano e si rapportano tra di loro in modo realistico e non una singola frase è spesa senza motivo. Lo stile de Il canto delle sirene risulta anche per questo semplice e asciutto ma al tempo stesso coerente e raffinato nelle innumerevoli scelte azzeccate dell'autrice: Val McDermid unisce in un certo senso nel suo modo di scrivere la prosa ben ritmata dei classici thriller di stampo maschile, la sensibilità e la profondità femminile nell'introspezione psicologica dei personaggi e l'originalità di idee della coppia Preston e Child. Il canto delle sirene è un romanzo con una costruzione ambiziosa che appassiona, diverte e fa riflettere il lettore fino alla fine: quando il caso ormai è stato risolto ci troviamo infatti ancora ammaliati e assorti a pensare ai risvolti emotivi ed esistenziali della faccenda e, arrivati all'ultima pagina, l'unica cosa che riusciamo a pensare con un velo di tristezza è: "Ne voglio ancora".




Val McDermid
Val McDermid, la grande ‘signora del crime’ della letteratura britannica, è nata il 4 giugno 1955 a Kirkcaldy, in Scozia, da una famiglia operaia. Ha scritto tre serie di romanzi polizieschi, quella di Lindsay Gordon, quella di Kate Brannigan e quella di Tony Hill, di cui Il canto delle sirene, Vincitore del Gold Dagger Award for Best Crime Novel of the Year, costituisce il primo libro e dalla quale, tra il 2002 e il 2008, è stata tratta una fortunata serie televisiva. Autrice pluripremiata, tradotta in 25 Paesi, Val McDermid è stata insignita nel 2010 del Cartier Diamond Dagger alla carriera. Omosessuale militante, ha avuto un figlio dalla compagna grazie all’inseminazione artificiale. Vive a Manchester con tre gatti.

venerdì 4 gennaio 2013

Fanucci Editore punta sugli esordienti: è arrivato “Nero Italiano”.





Il 2013 è arrivato e porta con sé tante novità, tenute in caldo dalle case editrici forse per esser presentate come una ventata fresca nel nuovo anno. 
Cominciamo parlando di noir, un genere cupo, magari utile ad uscire dal clima di festa ed a lanciarsi a capofitto negli impegni del 2013. La Fanucci Editore, da cui nasce il marchio Time Crime, si specializza tramite quest’ultimo proprio nel genere thriller e noir e apre il 2013 con una nuova collana, Nero Italiano. 
Time Crime si è rivelato un marchio di successo -con il record di 30.000 copie vendute in otto mesi- e adesso vuole confermare il suo buon nome aggiungendo ai propri titoli quelli della collana Nero Italiano, una collana dedicata in particolare a scrittori esordienti e scoperti in rete. Scopriamo insieme adesso i primi tre titoli della collana, in libreria dal 3 Gennaio.

Il primo è “La Banda dei Tre” di Carlo Callegari, un artista esordiente scoperto in rete.


La Banda dei Tre -  Carlo Callegari
Una storia che stravolge i canoni classici del noir e che gioca sempre sul filo del grottesco e dell’ironia, travolgendo il lettore con la sua freschezza e le sue continue trovate.
Claudio Bambola è un agente della narcotici infiltrato a Padova. Dopo due anni di duro lavoro sta per portare a termine una retata di quelle che fanno notizia e che finalmente gli permetterà di cambiare vita. Il sequestro di una partita da venti chili di cocaina purissima. Ma nello scambio della partita di droga che faparte della retata si intromette una gang di mafiosi russi, i fratelli Makarovic, e tutti i piani saltano. Dopo aver ucciso durante una sparatoria uno dei tre fratelli, Bambola per sopravvivere si vedrà costretto a chiedere aiuto alle stesse persone che prima doveva incastrare.
Tony Piccolo, un nano spacciatore e pistolero, e Silvano Magagnin detto il ‘Boa’, ex tossicodipendente convertitosi ai furti in appartamento e in perenne crisi misticoreligiosa, diventeranno i suoi nuovi quanto improbabili compagni d’avventura.
In un vorticoso susseguirsi di avvenimenti e colpi di scena, la banda dei tre si vedrà coinvolta in inseguimenti e sparatorie al limite del grottesco. Una Padova notturna e di ‘confine’, che porterà Claudio Bambola a conoscere persone come le ‘gemelle biologiche’, Bit la salma, il Banana, ma soprattutto Patrizia, donna che cercherà di conquistare in ogni modo.


Lo accompagna “A Casa del Diavolo”, di Romano de Marco, come Callegari esordiente scoperto in rete. Anche questo thriller ha un costo di 9.90 euro e conta 208 pagine. Pare proprio che il romanzo riesca a spaventar chi legge o almeno di quest’idea è Giulio Terenzi, il quale dice a proposito che leggendo si spera d’esser svegliati da un brutto sogno. Raul Montanari va ancor più a fondo, ritrovando nel romanzo contraddizioni dell’animo umano che per questo riescono a coinvolgere e a mettere a nudo l’io di chi si accosta alla lettura, svelandone i più scomodi segreti. Eraldo Baldini si sofferma più sulla tecnica, ritrovando nella chiarezza e solidità con cui son espressi i personaggi e la trama, un chiaro rimando alla tradizione cinematografica. 

La Casa del Diavolo - Romano De Marco

Un thriller mozzafiato che esplora le contraddizioni e gli abissi dell’uomo, con La casa del diavolo Romano De Marco si conferma voce originale e tagliente del panorama noir italiano.
Giulio Terenzi è un trentenne ambizioso e un impenitente seduttore: ma proprio quando ogni cosa sembra andare per il meglio, la sua promettente carriera di bancario viene stroncata dall’improvviso trasferimento a Castrognano, un borgo sperduto tra i monti dell’Abruzzo dove si ritrova a gestire, da solo, la piccola filiale della sua banca. L’impatto con il paese si presenta a dir poco scoraggiante. Il vecchio direttore della filiale, Rinaldi, muore in un misterioso incidente stradale subito dopo aver passato le consegne al giovane collega; esaminando i depositi e i conti correnti della filiale, Terenzi nota poi delle gravi anomalie che fanno pensare a una truffa architettata ai danni della baronessa De Santis, una ricchissima ottuagenaria che vive nel palazzo situato di fronte alla banca. Col passare del tempo, gli eventi misteriosi si moltiplicano: strani simboli appaiono all’ingresso di abitazioni i cui proprietari sono scomparsi nel nulla; un bambino inizia a seguirlo come un’ombra, mostrandogli disegni che rappresentano allucinate scene di morte; si vocifera di strani rituali celebrati nei boschi, cui Terenzi non può e non vuole dar credito.

Infine sugli scaffali troveremo “Strega”, del già conosciuto Remo Guerrini. Anche questo volume, di 320 pagine, costa 9.90 euro
Giorgio Galli, di Panorama, vede in questo thriller storico la giusta mescolanza di rigorosa ricostruzione dell’ambiente e di interpretazione di eventi ancor dubbi per la storiografia. 
Mario Paternostro, del Giornale, trova invece nell’indagine svolta dal commissario un tratto attuale che rende il tutto avvincente. 
Laura Grimaldi, del Messaggero, definisce più semplicemente il lavoro di Guerrini un romanzo storico coinvolgente.



Strega - Remo Guerrini
Con Strega Remo Guerrini, penna acuta del giornalismo italiano da oltre quarant’anni, dà vita a una lettura incredibilmente coinvolgente, un thriller storico sapientemente costruito in costante equilibrio fra fantasia creatrice e fedeltà delle ambientazioni e dei personaggi.
Chi è Battistina? Una strega di appena dodici anni, capace di compiere prodigi e fatture e di convincere i rovi a fiorire, oppure una povera contadina ignorante, che conosce solo le virtù inebrianti delle erbe e delle piante di montagna? A chiederselo sono in tanti, in un remoto angolo dell’Italia del 1587. A inerpicarsi fino all’antichissima e oscura rocca di Triora, nell’entroterra ligure, sarà una spedizione organizzata dalla Repubblica di Genova, composta dal lucido
e crudele Giulio Scribani, Commissario straordinario incaricato di debellare la stirpe delle streghe; da Juan Ferdinando Centurione, storpio e coltissimo, che con la sua logica sfiderà i vicari dell’Inquisizione; e dal giovane Niccolò, segretario e scrivano, che finirà per legarsi alla giovane strega nella vita come nella morte...



Carlo Callegari 
nato a Padova nel 1972, ha da sempre la passione per la scrittura e la musica. Dal 2009 scrive racconti brevi per il movimento letterario Sugarpulp. Nel 2011 esce il suo primo romanzo Che Dio ti aiuti, Bambola! edito da La Case Books. In pochi mesi il romanzo è arrivato a vendere 500 copie su e-book e ha raggiunto il primo post nella classifica Gialli di iTunes. Nel 2012 il racconto Romeo tra le nebbie della Romea viene inserito nella raccolta di racconti Sugarpulp A manetta in contromano edito sempre da La Case Books. Sempre con La Case production è di prossima uscita una raccolta di dieci racconti brevi. A tempo perso ama suonare il pianoforte accompagnandosi con un buon sigaro.



Remo Guerrini 
nato a Genova nel 1948, è giornalista da quasi quarant’anni. È stato direttore di Epoca, Il Giorno, Focus, Primo Piano e dell’edizione italiana di Selezione dal Reader’s Digest. Attualmente dirige il mensile Meridiani. Nei primi anni Ottanta è stato, con Andrea Santini, il primo italiano a pubblicare spy-story nella collana Segretissimo di Mondadori. È autore di numerosi romanzi, racconti gialli, thriller e libri di fantascienza, diversi dei quali tradotti in Francia e Germania.






Romano De Marco 
classe 1965, è nato e vive a Ortona, in provincia di Chieti. Alla sua professione di chief security officer per un istituto di credito alterna l’attività di scrittore. Ha esordito nel 2009 nella collana Il Giallo Mondadori con il noir Ferro e fuoco – poi ripubblicato da Pendragon nel 2012. Nel 2010 un suo racconto è stato inserito nell’antologia digitale Natale in noir – accanto ai racconti, tra gli altri, di Sandrone Dazieri e Marco Vichi. Ha pubblicato inoltre il romanzo Milano a mano armata (Foschi, 2011) nella collana diretta da Eraldo Baldini. Dal 2011 è direttore artistico della rassegna Estate Letteraria che si svolge a Ortona.

giovedì 18 ottobre 2012

Recensione: Vittime di Jonathan Kellerman


Vittime - Jonathan Kellerman
Immergersi nell'insania che si annida dietro agli omicidi più brutali e sconcertanti è quello che lo psicologo Alex Delaware sa fare meglio. Ma era dai tempi di Jack lo Squartatore che non ci si trovava dinanzi a una scena del delitto così agghiacciante. Una donna, il ventre squarciato e intorno al collo, avvolti come un grottesco monile, gli intestini. Delaware e il tenente Milo Sturgis collaborano da tempo, ma stavolta sembrano non avere alcuna pista da seguire; e quando altri omicidi vengono compiuti seguendo lo stesso, atroce rituale, diventa evidente come tra le vittime manchi la minima connessione. Il solo indizio che l'assassino lascia dietro di sé è un pezzo di carta sul quale ha tracciato un punto interrogativo: un segno di scherno nei confronti della polizia o forse un'incongrua, disperata richiesta di aiuto. Nel tentativo di trovare una risposta, Delaware inizia a indagare su un vecchio istituto psichiatrico dove un tempo esisteva una speciale unità di cura: tra quelle mura potrebbe annidarsi una terribile verità, sepolta in un passato di disperazione e di violenza che non sarebbe mai dovuto riaffiorare.
Editore: Time Crime
Pagine: 419
Prezzo: 10 euro

A cura di Lamia


Voto: 


La narrazione ha inizio con il ritrovamento di un cadavere, una donna uccisa nel suo appartamento in modo brutale e un inquietante punto di domanda scritto su un pezzetto di carta. Purtroppo per il tenete Sturgis gli omicidi non si fermano qui, e giorno dopo giorno nuove vittime vanno ad aggiungersi alla prima. I testimoni riferiscono sempre di un uomo, drappeggiato con un pesante giaccone nonostante il clima afoso.  La tanto temuta ipotesi di un serial killer diventa presto una certezza e si apre la caccia all'uomo. Indizio dopo indizio il tenente Sturgis, coadiuvato dall'amico e psicologo Alex Delaware ricostruiranno i collegamenti fra le vittime e getteranno luce sulla violenza perpetrata a spese di un ragazzino problematico, e sui danni che cure superficiali e sbagliate possono creare nella mente di una persona malata.

La cosa che più mi ha infastidito di questo libro -ma non ha a che fare con l'autore- è la traduzione. Salta subito all'occhio che non è affatto curata, e a confermarlo ci sono anche numerosi errori, da quelli di battitura a tempi verbali sbagliati, scambi di pronomi (come usare lui riferito a una donna) e frasi senza senso. Non stupitevi se vi imbattete in periodi come questo:
Nel frattempo, Reed e Binchy stanno controllando tutte le pizzerie nel raggio di venti chilometri per appurare se c'è trovare qualcuno che usa quei cartoni” (pagina 70),
oppure:
I tecnici della scientifica sono arrivati subito dopo che se ne andasse e hanno preso il calco” (pg 130).
Mi sono sentita un po' maltrattata dalla casa editrice: fornire una buona traduzione è loro compito, ed è compresa nel prezzo del libro. Purtroppo ho notato che molti editor stanno prendendo il brutto vizio di sfornare libri a velocità supersonica, badando più alla quantità che alla qualità, e quest'ultima richiede tempo.

Detto questo, veniamo alla recensione vera e propria.
Kellerman stesso ci dice del suo libro: “Vittime e il mio thriller più terrificante”. Lo smentisco subito. Non c'è assolutamente niente di vagamente pauroso in questo libro. Il modo in cui le vittime sono uccise, è vero, è raccapricciante: vengono sventrate e gli intestini attorcigliati come una sciarpa attorno al collo. Il problema è che nel libro la descrizione che viene data delle scene del crimine è esattamente quella che vi ho appena scritto io: non c'è mai una parola di più, il tutto è liquidato con due righe. Addirittura con il procedere degli omicidi i corpi vengono descritti solamente come uccisi nella stessa maniera degli altri. Niente di più.
Mi sono chiesta se Kellerman non ometta i particolari per una sorta di sensibilità verso il lettore, ma trattandosi di un thriller sono giunta alla conclusione che questo genere ha già un pubblico selezionato, che dà per scontato di trovarsi di fronte a descrizioni macabre e sanguinolente, anzi, le esige.

I dialoghi non sono sempre convincenti a volte sono un po' forzati, realistici ma tendenti all'irrealtà. Kellerman fa parlare in continuazione, anche a casaccio, i suoi personaggi. Durante gli interrogatori di Alex e Milo questi si sentono sempre autorizzati a raccontare episodi del loro vissuto, che di fatto al lettore non interessano proprio e sono anche inutili ai fini dell'indagine. In generale nel libro si parla troppo. Credo di aver raramente incontrato una pagina interamente priva di dialoghi. Può essere una scelta narrativa, ma ci vogliono anche descrizioni e azioni in un libro, non solo dialoghi.

I vari personaggi sono poco caratterizzati, soprattutto Alex Delaware -di cui non è neanche possibile farsi un'idea a causa del poco spessore- e Milo Sturgis, psicologo e investigatore protagonista, di cui si intuisce che, forse, è una persona piuttosto burbera e solitaria, ma sottolineo il forse. Gli altri personaggi sono per lo più solo comparse: l'approfondimento psicologico quindi non esiste, tranne per un paio di persone che sono descritte in modo piuttosto caricaturale tanto da farle risultare banali, come una coppia di medici paranoici e una centralinista completamente sciroccata.

La trama non è male, devo dire che Kellerman ha tirato fuori un modus operandi, un movente e un serial killer molto interessanti, inoltre alcuni passaggi nella risoluzione dei casi sono ben orchestrati. Altri indizi, però, sono piazzati a casaccio o cadono dal cielo, in stile CSI per intenderci: dagli informatori provvidenziali ai ragionamenti senza supporto di prove, per finire con quelli del tutto inutili e fuori luogo.
Ho apprezzato molto soprattutto il killer, personaggio in cui emerge il lavoro di psicologo dell'autore; Kellerman tratteggia, infatti, una persona dalla mente allo stesso tempo geniale e infantile, aggiungendo, pagina dopo pagina, sempre nuovi dettagli per far luce sulla sua psiche e sui suoi moventi. L'assassino è l'unico personaggio trattato a tutto tondo ed è l'unico a sapere catturare il lettore.
Il libro nel complesso non è fatto male, ma non è sicuramente fra i thriller migliori. Non cattura particolarmente l'attenzione, non c'è la voglia impellente di continuare a leggere per scoprire il finale e per catturare l'assassino. Non ci sono detective o personaggi con cui immedesimarsi o dei quali preoccuparsi. Un altro libro da aggiungere alla categoria “libri senza infamia né gloria”.

mercoledì 18 luglio 2012

Recensione: La casa sul fiume di Penny Hancock



La casa sul fiume - Penny Hancock
Greenwich, Londra. In un freddo pomeriggio di febbraio Sonia, 43 anni, apre la porta di casa (una vecchia, splendida magione che si affaccia sul Tamigi e che lei ama definire, da sempre, “the River House”) e lasciando entrare Jez, 15 anni, amico del figlio e nipote di una sua cara amica. Il ragazzo viene per un motivo qualsiasi (vorrebbe vedere un raro disco di vinile del marito di Sonia, Greg, che al momento non è in casa), ha intenzione di restare in casa una mezzora o poco più. Non ne uscirà più. Con una progressione geometrica, un passo dopo l’altro, senza che ci sia nulla di prestabilito, Sonia inizia a far sì che il momento in cui il ragazzo lascerà the River House venga via via rimandato: inizialmente è una piccola sbornia innocente che si prendono insieme, poi diverrà una pratica quotidiana fatta di sonniferi sciolti nelle bevande, di una lunga reclusione nel garage (evidentemente, semi abbandonato) nel cortile antistante, di legacci che tengono Jez stretto alla spalliera del letto. Il ragazzo non sa cosa pensare: Sonia nutre per lui un’attrazione fisica che è ha una forte componente materna; sostiene di volerlo proteggere, lo coccola, lo nutre con delizie sempre nuove, continua ad affermare che presto lo lascerà andare, che il tutto è una specie di gioco a termine. Il ragazzo non ha tuttavia alcuna voglia di partecipare: ma non ha scelta, Sonia ha fatto sparire il suo cellulare, lui non ha modo di contattare nessuno, quando il marito e il figlio della donna sono in casa si ritrova recluso nel freddo e nel buio del garage. Si ammala, rischia di morire; poi, grazie alle amorevoli (ma ossessive, asfissianti) cure della protagonista, il suo stato di salute migliorerà. Nel frattempo, le indagini sulla scomparsa del ragazza si serrano in cerchio intorno alla River House: ma sarà Helen, la zia di Jez, la sola a pagare per una verità che la donna non ha ancora messo a fuoco. Un giorno va a trovare Sonia e trova una t-shirt del ragazzo, realizza cosa sta accadendo, e paga con la vita. Sonia uccide Helen, e ne fa scomparire il corpo tra le gelide correnti del fiume (un fiume che conosce bene, che è stato il leitmotiv della sua infanzia lì, in quella casa che si affaccia sull’argine); ma le indagini continuano, e il cerchio si fa ancora più serrato.
Timecrime - Pagine 368 - 10 euro

A cura di Surymae Rossweisse

Voto:

Secondo me, gli esordienti sono una ricchezza per il mercato letterario. Tanto per cominciare, ne ingrossano le fila, creando una piacevole varietà rispetto ai grandi nomi. Ovviamente non tutti gli autori alle prime armi sono bravi ma... alcuni lo sono, ed anzi sembrano avere davanti a sé un buon futuro. Sono loro le vere ricchezze, che giustificano il parziale rischio di ingolfare il settore. Ripeto, tutti pareri personali.
Per quanto riguarda la categoria di esordienti ad un buon livello, mi si consenta di includere nella lista la scrittrice Penny Hancock con il suo thriller “La casa sul fiume”, pubblicato nella nuova collana “Timecrime” di Fanucci.

Jez è un adolescente che nonostante la sua dislessia conduce una vita serena: estremamente bravo alla chitarra, è adorato in famiglia e attorniato da amici, sia a Londra che a Parigi, dove vive con la madre.
Poco prima di tornare nella capitale francese, fa un salto nella casa sul fiume di Sonia, un'amica di famiglia; la missione è ricercare un disco piuttosto raro. Una commissione che non dovrebbe prendergli molto tempo, nei suoi piani... e che invece si protrarrà in maniera inquietante. Sonia, infatti, decide di prenderlo con sé, facendo rimandare la sua partenza con le buone e con le cattive. Un vero e proprio sequestro.
Passano i giorni, e la famiglia denuncia alla polizia la scomparsa di Jez. Da subito i sospetti si concentrano su Helen, zia del ragazzo e una delle migliori amiche di Sonia. Riusciranno le persone coinvolte a venire a capo del mistero e liberare l'adolescente dalla casa sul fiume?

La trama del romanzo non è esattamente originale, ma non per questo priva di fascino. Ad esempio, un intreccio simile aveva anche un libro di Stephen King; “Misery”, avete presente? Lungi da me paragonare i due autori, visto che Penny Hancock ne ha ancora di esperienze da fare.
In ogni caso, gli intrecci sono simili. Se però in “Misery” il punto di vista era soltanto del povero scrittore sequestrato, qui i riflettori vengono puntati sulla rapitrice e su una parente dell'ostaggio, anche se propende più la prima. Entriamo quindi nella mente di Sonia, veniamo a conoscenza dei suoi meccanismi, delle intime ragioni che l'hanno portata a quel gesto, e persino le sue autogiustificazioni. Con l'altro punto di vista, introdotto da una terza persona limitata, parliamo della famiglia di Jez, approfondendo in particolare le sue dinamiche. Per ovvi motivi coinvolge di più Sonia, ma anche l'altra parte è importante per l'economia del romanzo.
Rispetto alla maggior parte dei thriller, manca quasi del tutto la parte dedicata alle indagini, un must del genere: i pochi accenni che vengono fatti non sono, diciamo, lusinghieri per i poliziotti che se ne occupano. Anche il ritmo della narrazione è piuttosto pacato, ed i (pochi) colpi di scena impattano con sobrietà: la scrittura non fa più del necessario per trasmettere le sensazioni al lettore. Difficile dire se è una scelta precisa o si tratta di incapacità tecnica dell'autrice, così come se sia un vero e proprio pregio.

Come già accennato, l'introspezione psicologica è abbastanza soddisfacente, anche se non perfetta. A volte Penny Hancock vuole “forzare la mano” al lettore, descrivendogli lei stessa il carattere del personaggio di turno ma senza poi fornire delle prove di quanto dice. Jez è senza dubbio quello che ne risente di più: tutto il cast fa a gara per incensarne le lodi – intelligente, carismatico, educato – ma non sempre queste cose risaltano, soprattutto in rapporto a quanto viene ripetuto.
Per fortuna, questo quadro non proprio roseo viene contrastato dalla caratterizzazione dei protagonisti, quella sì buona. Ho già parlato brevemente di Sonia: ma la sua pazzia (perché di questo si tratta) è approfondita con grande cura e perizia, anche sul passato che l'ha portata poi al sequestro del ragazzo.
Discorso analogo si può fare per Helen: una mai sopita gelosia per la sorella, un matrimonio in crisi, la certezza che i suoi figli non concluderanno molto nella vita. Risultato? Un atteggiamento al limite dell'alcolismo. E tutto questo mentre colei che si professa la sua migliore amica – Sonia – le prepara, anche se inavvertitamente, il colpo di grazia.
I personaggi secondari si dividono in due categorie: quelli che hanno lo stesso problema di Jez e quelli che, invece, hanno una buona caratterizzazione. Nella seconda categoria appartengono di diritto i mariti delle protagoniste, Greg e Mick – anche se nel caso del primo non si capisce quanto dei suoi lati negativi siano frutto della mente malata di sua moglie, oppure la madre di Sonia. Stupiscono, in questo senso, anche semplici comparse come i due agenti che si occupano della scomparsa del ragazzo, in particolare quello più giovane. Un po' più di uniformità ed un'uguale attenzione a tutti sarebbe stata gradita, ma per essere un romanzo d'esordio non c'è affatto male.

Lo stile di Penny Hancock non ha ancora la personalità necessaria per fare davvero la differenza, ma non ha particolari carenze tecniche. E' piuttosto semplice, soprattutto da leggere: nei vocaboli, nella punteggiatura e nella scelta delle figure retoriche, molto diradate. E' comunque evidente che l'autrice abbia riflettuto a lungo su “La casa sul fiume” e la sua trama, perché la storia ha una precisa collocazione temporale, i flashback vengono dosati con precisione all'intreccio principale, e i punti di vista vengono gestiti con efficienza. Su questi ultimi, funziona la scelta di usare due persone diverse: non è proprio originale, ma così si evita che le protagoniste abbiano la stessa voce.

“La casa sul fiume” non cambierà la vita di chi lo legge, ed è difficile dire se resisterà alla prova del tempo, però... Nessuno ha la strada in discesa quando si tratta di scrittura, e non si arriva a metà dell'opera per il semplice motivo che la strada non finisce mai, ma sicuramente Penny Hancock è partita con il piede giusto.

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