Numero Zero, Umberto Eco
Bompiani
17 euro, 218 pagine
“Giusto. I giornali insegnano alla gente come deve pensare,” aveva detto Simei.
“Ma i giornali seguono le tendenze della gente o le creano?”
“Tutte e due le cose, signorina Fresia. La gente all’inizio non sa che tendenze ha, poi noi glielo diciamo e loro si accorgono che le avevano. Non facciamo troppa filosofia e lavoriamo da professionisti. […]”
Differenze a analogie con la consueta produzione di Umberto Eco nel suo ultimo libro, Numero Zero: prima differenza, la più lampante, è il ridotto numero di pagine rispetto alle altre opere, e tuttavia possiamo ritrovare, in modo quasi rassicurante, il solito stile narrativo ricco di riferimenti ad altre opere – e, in particolare, agli eventi legati a misteri e complotti italiani e internazionali.
Numero Zero, inizialmente, segue una struttura piuttosto semplice e già sperimentata ne Il Cimitero di Praga, con la presentazione del protagonista, Colonna, che si accorge di qualche stranezza avvenuta in casa, come se qualcuno fosse entrato a curiosare senza voler lasciare tracce. Dopo il primo capitolo, Eco procede nella narrazione con un flashback che ricollegherà il primo capitolo all’ultimo. Tutti gli avvenimenti che si susseguono nel corso del romanzo vengono narrati dal punto di vista del giornalista fallito (Colonna, per l’appunto) che si aggrappa alla proposta di lavoro di un caporedattore senza scrupoli, in combutta con un magnate della finanza che vuole farsi notare dall’alta società ed entrare in circoli ristretti di persone ricche e influenti, adoperando l’arma della manipolazione dell’informazione giornalistica per farsi accettare con la forza (tramite ricatti di scandali giornalistici contro gli altri magnati) negli ambienti tanto agognati.
Una delle pedine del gioco del magnate, oltre al caporedattore, sarà proprio il protagonista di questo romanzo, che chinerà il capo dinanzi alla necessità e accetterà di abbandonare i suoi princìpi morali per sopravvivere alla sua vita di privazioni e fallimenti.
Eco svilupperà poi, in parallelo, la storia di uno dei collaboratori del giornale da cui il libro prende il titolo, Romano Braggadocio, un presunto mitomane che cerca di ricostruire la vicenda di un complotto durato più di quarant’anni, che affonda le sue radici dalla presunta sopravvivenza di Mussolini nel ’45 (grazie all’uccisione di un suo sosia) fino alla serie di mistificate politiche anti-sovietiche che avrebbero interessato anche la politica interna dell’Italia, oltre che del resto dell’Europa.
Solo alla fine del romanzo le asserzioni del collaboratore Braggadocio avranno delle notevoli ripercussioni sulla vita e sull’attività del protagonista, e sarà così che Eco riuscirà a rendere funzionali alla trama tutte le pagine dedicate alle ipotesi di Braggadocio.
Umberto Eco riesce a essere un giudice quanto più imparziale possibile nella critica al sistema dell’informazione e dei giochi di potere che sfruttano la stampa per proliferare. Non vi è mai del paternalismo o un exploit eccessivo di frasi moraleggianti ma, nel suo giudizio, Eco si limita a poche frasi e a ragionamenti abbastanza brevi ma incisivi che vengono attribuiti ai personaggi coinvolti nella vicenda narrata.
Nonostante la “vicenda parallela” dei complotti ipotizzati da Braggadocio, Numero Zero si presenta a tutti gli effetti come una critica romanzata alla professione giornalistica contemporanea, con tutti i problemi congeniti al maggiore impatto dei mass-media come la televisione o la radio. Ma, oltre al confronto tra quotidiano e televisione, la critica di Eco si rivolge anche alle questioni di marketing della stampa, che si ritrova a dover convivere con il rifiuto dell’individuo medio di informarsi e la sua propensione a farsi abbindolare e manipolare dall’informazione stessa, che viene diretta (o dirottata, che dir si voglia) su determinati temi per occultarne altri più importanti o scottanti.
In questo romanzo, così come in molti altri, l’autore riesce a rendere molto realistico il contesto in cui si muovono i suoi personaggi e ad evidenziare, attraverso il loro linguaggio, la vicinanza temporale delle vicende narrate ai giorni nostri. Tuttavia, qualcuno potrebbe continuare a sindacare un tipico tratto caratteristico dello stile dell’autore, cioè quello riguardante l’uso eccessivo di riferimenti artistico-letterari che molto spesso non riescono a far comprendere gli accenni di humour, lasciando sfumare ogni tentativo di alleggerire la serietà della narrazione, ma ottenendo anzi l’effetto contrario.
Un’altra delle pecche che potrebbero essere ritrovate durante la lettura risiede proprio nella non comprensione, da parte del lettore, di ciò che Eco voglia comunicare, e a che punto voglia far arrivare la storia parallela del complotto.
Se per la maggior parte della narrazione la trama si incentra sul cinquantenne Colonna, la presenza di digressioni sui complotti potrebbe risultare quanto mai strana o, nel peggiore dei commenti dei lettori, fuori luogo.
Inizialmente si potrebbe pensare a un modo utilizzato da Eco per permettere al lettore di conoscere la personalità dei suoi personaggi, facendoli interagire tra loro ma, come per la signorina Maia Fresia, avrebbe potuto utilizzare degli scambi di battute molto meno prolissi.
Per fortuna, sarà solo alla fine che ci si accorgerà di come Eco continui a non deludere, non inserendo mai (o quasi mai) appendici inutili al corso degli eventi, ma anzi costruendo un perfetto puzzle in cui ogni pezzo assume il suo valore fondamentale nella composizione generale.
Se nella parte finale i livelli di suspense aumenteranno in un crescendo di fughe e momenti di terrore e paranoie, è proprio l’epilogo a far concludere il romanzo un po’ sottotono. Con il finale sembra che Eco voglia liquidare l’intero assetto narrativo con poche pagine di ragionamenti rassicuranti scambiati tra due dei personaggi e riguardanti l’evoluzione della vicenda. Parrebbe quasi che l’autore abbia esaurito tutto ciò di cui volesse parlare e dunque abbia voluto chiudere la storia senza pensarci troppo, inserendo una nota malinconica o positiva (giudizio che si lascia ai lettori) giusto per dare l’idea di un ritorno alla “normalità” dei primi capitoli.
Possiamo concludere dicendo che Numero Zero non è una lettura che dispiaccia o che sia di bassa qualità. È breve; interessante anche nelle parti in cui sembra non avvenire nulla di veramente rilevante; analizza fenomeni e dinamiche molto attinenti ai problemi della nostra società; ma di certo, quest’ultima opera, non sembra ricordare affatto l’afflato narrativo che si avverte nei passati libri dell’autore.
A cura di Tonino Mangano.
A cura di Tonino Mangano.
lunedì 20 luglio 2015
Recensione: Furore di John Steinbeck
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Furore, John Steinbeck
Bompiani
633 pagine, 12.00 euro
|
che dovrebbero autodefinirla. In via pratica, la letteratura si riconosce “a pelle” quando la leggi.
E mai credo che esisteranno indicatori tanto validi quanto la nuda percezione di averla trovata, dopo aver sfogliato qualche pagina.
Sembrerebbe facile spiegare i motivi per cui Furore sia letteratura, ma se ci azzardassimo a usare canoni predefiniti forse questo capolavoro non li centrerebbe tutti.
Nel mio caso, conditio sine qua non è sempre stata il “bello stile”; ma per quanto Steinbeck alterni brevi capitoli molto lirici, Furore si presenta per lo più come un romanzo dialogato in cui gli attori, umili e ignoranti, si esprimono con una certa approssimazione e una grammatica scorretta. Mi torna allora alla mente la poetica del Vero di Manzoni, secondo cui un romanzo deve prima di tutto rappresentare il Vero storico – in contrapposizione con le tendenze esasperate, fantastiche e talvolta irreali del romanticismo europeo – attraverso l'elevazione degli umili – e del loro linguaggio – a protagonisti della vicenda. C'è forse in Steinbeck, così come c'era in Manzoni, l'esigenza di un impegno morale e civile. Sicuramente, Furore è una denuncia sociale nei confronti del Governo, incapace di rispondere ai problemi dei suoi cittadini. L'effetto di questa denuncia fu, a mio avviso, imbarazzante: tacciato di comunismo (è pur sempre la storia di una famiglia di onesti lavoratori sfruttati dal capitalismo delle banche) e di chissà cos'altro, venne censurato e dato al rogo. Le motivazioni vanno rintracciate, probabilmente, nell'incredibile capacità dell'autore di fare emergere da questi scarni dialoghi una saggezza popolare che si fa universale, una vicinanza alla verità storica, appunto, che raggiunge vette altissime grazie alla massima efficacia dello stile, in cui il detto e il non detto si alternano e creano un mosaico di estrema vividezza e omogeneità.
L'analisi della situazione subita della famiglia Joad, che migra verso la California in cerca di lavoro e di condizioni di vita migliori, è spietata e puntuale: l'istruzione è una chimera, ma anche uno strumento di sopraffazione («Non gli piacciono queste cose da ricchi. Non gli piace manco scrivere le parole. Gli mette paura, mi sa. Ogni volta che Pa' ha visto roba scritta era qualcuno che gli portava via qualcosa»); il carcere, dove è stato rinchiuso per omicidio uno dei protagonisti, trasforma l'uomo in bestia e non ha alcuno scopo riabilitativo; la religione ha perso ogni conforto, e viene rifiutata anche dai suoi emissari perché vista troppo distante dalla vita reale; i tradizionali ruoli familiari sono invertiti: come ad esempio accade in un altro romanzo americano ambientato nel periodo post-Depressione, Mildred Pierce, sono le donne a prendere le decisioni, a tenere il polso fermo e a spodestare i capifamiglia uomini, che perdono di virilità diventando delle macchiette inette, mentre le mogli finiscono addirittura con il minacciarli di usare il bastone.
La fame, altra protagonista del romanzo, incombe in maniera angosciante sui personaggi, che tuttavia hanno ancora la forza di sperare in un domani migliore e che non perdono la propria integrità. Sono, questi, degli eroi letterari, ma talmente comuni e verosimili da “bucare” la pagina e trasformare l'esperienza della lettura in una travagliata presa di coscienza dell'autentico significato della parola “miseria”, anche quando accompagnata da quello della parola “coraggio”. La tempra morale dei personaggi, che sono poi l'emblema del popolo, si contrappone alla meschinità di chi – entità indefinita – sfrutta il lavoro manuale anche dei bambini e delle donne incinte, corrispondendo salari insufficienti al fabbisogno nutrizionale giornaliero individuale. E il furore degli “affamati” consegue al delitto che viene perpetrato nei loro confronti: il cibo prodotto in eccesso finisce per marcire anziché venire ridistribuito, nonostante i più piccoli muoiano di pellagra.
Il titolo originale, The grapes of wrath, riecheggia un motivo inserito nell'Apocalisse (nel testo, lo rintracciamo nelle righe: «Nell'anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia») e la trama del romanzo sembra in effetti assumere i contorni di un esodo biblico, dove però si è smarrita la voce di un dio giustiziere e vendicativo che guida il popolo eletto verso la terra promessa. I Joad sono soli davanti alla crudeltà di questa situazione, e possono soltanto appellarsi alla propria fede e buona volontà per superarla. Di sublime potenza espressiva sono i capitoli dai toni lirici e i dialoghi già citati, ma soprattutto alcune scene dove la straordinarietà della scrittura di Steinbeck si riflette in composizioni di forte impatto emotivo. Così si conclude un romanzo imponente che vuole richiamare istinti e immagini ataviche: con il seno nudo e gonfio offerto da una donna che ha appena partorito a un uomo che sta morendo di fame.
Voto: 





La fame, altra protagonista del romanzo, incombe in maniera angosciante sui personaggi, che tuttavia hanno ancora la forza di sperare in un domani migliore e che non perdono la propria integrità. Sono, questi, degli eroi letterari, ma talmente comuni e verosimili da “bucare” la pagina e trasformare l'esperienza della lettura in una travagliata presa di coscienza dell'autentico significato della parola “miseria”, anche quando accompagnata da quello della parola “coraggio”. La tempra morale dei personaggi, che sono poi l'emblema del popolo, si contrappone alla meschinità di chi – entità indefinita – sfrutta il lavoro manuale anche dei bambini e delle donne incinte, corrispondendo salari insufficienti al fabbisogno nutrizionale giornaliero individuale. E il furore degli “affamati” consegue al delitto che viene perpetrato nei loro confronti: il cibo prodotto in eccesso finisce per marcire anziché venire ridistribuito, nonostante i più piccoli muoiano di pellagra.
Il titolo originale, The grapes of wrath, riecheggia un motivo inserito nell'Apocalisse (nel testo, lo rintracciamo nelle righe: «Nell'anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia») e la trama del romanzo sembra in effetti assumere i contorni di un esodo biblico, dove però si è smarrita la voce di un dio giustiziere e vendicativo che guida il popolo eletto verso la terra promessa. I Joad sono soli davanti alla crudeltà di questa situazione, e possono soltanto appellarsi alla propria fede e buona volontà per superarla. Di sublime potenza espressiva sono i capitoli dai toni lirici e i dialoghi già citati, ma soprattutto alcune scene dove la straordinarietà della scrittura di Steinbeck si riflette in composizioni di forte impatto emotivo. Così si conclude un romanzo imponente che vuole richiamare istinti e immagini ataviche: con il seno nudo e gonfio offerto da una donna che ha appena partorito a un uomo che sta morendo di fame.






martedì 3 marzo 2015
Recensione: Sottomissione di Michel Houellebecq
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Sottomissione, Michel Houellebecq
Bompiani
252 pagine, 17.50 euro
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Di Sottomissione, il caso letterario firmato Michel Houellebecq finito in cima alle classifiche grazie anche ai tristi fatti di cronaca di Charlie Hebdo, è stato detto moltissimo, ma non sempre nel modo giusto. La nota stroncatura di Baricco apparsa su Repubblica ne è un esempio – un esempio, direi, della difficoltà di decodificare romanzi che non si conformino ad aspettative e a canoni a cui siamo abituati, anche se è difficile pensare, e in questo mi permetto di sospettare un po' di malafede, che un esperto come Baricco non abbia saputo vedere al di là delle sue deboli critiche.
La storia, ambientata nel 2022, immagina la vittoria di un partito islamista alle elezioni presidenziali francesi. Ma anche raccontare la trama in questi termini è errato: Sottomissione è piuttosto la fotografia degli ultimi istanti di un'Europa che è andata autodistruggendosi e che cede il passo al vigore rassicurante e mai tramontato dell'Islam. Contemporaneamente, Sottomissione racconta la crisi dell'uomo occidentale che converge nel protagonista, François, un professore universitario esperto di Huysmans. Allo stesso tempo, Sottomissione è un pamplhet saggistico di grande rilievo, che dedica all'autore di Controcorrente un omaggio davvero importante – in termini di spazio – all'interno dell'economia della narrazione.
La vicenda del romanzo è strettamente personale. In parte, a mio avviso, anche autobiografica. I risvolti meramente politici vengono esclusi da quella che è – innanzitutto – la storia di un individuo: non di una conversione, né di un epocale cambiamento storico. Per questo motivo ogni dettaglio geopolitico viene lasciato ai margini (il partito islamista, di ispirazione moderata, sale al potere con la facilità utopistica di un Vaticano praticamente inesistente) e anche i cambiamenti di costume (il velo per le donne, la poligamia) sono adottati con naturalezza, quasi la Francia sia sempre stata intrinsecamente musulmana.
Cruccio per ogni femminista è poi l'azione e il pensiero di questa voce narrante, un uomo descritto – non so se intenzionalmente – con forti tinte patetiche, “vecchio” (più che un termine dispregiativo vuole essere, questo, il riscontro di una condizione effettiva) a quarantatré anni, pieno di acciacchi e già di per sé sottomesso: alle donne, alla noia, ai conciliaboli intellettuali, al cinismo di cui è più preda che padrone. La decadenza di François – se così vogliamo chiamarla – è evidente già dalle prime pagine, in una scena di particolare efficacia dove l'ex amante, una studentessa brillante e intelligente a cui lui ha appena esposto i propri dubbi sull'abolizione del patriarcato, gli confessa di trovarlo “non depresso, ma in un certo senso persino peggio, in te c'è sempre una specie di onestà abnorme, un'incapacità di fronte a quei compromessi che, in fin dei conti, permettono alla gente di vivere”, dispiacendosi di trovarlo “in queste condizioni” e scappando subito dopo.
L'incapacità di François di relazionarsi con le donne è di natura umana più che sessuale, anche se, inoltrandosi nella vicenda, pure questo aspetto viene messo in crisi: destabilizzato da una perdita del piacere che definirei di petroniana memoria, François ripercorre le tracce di Huysmans nel plausibile tentativo di ritrovare un'identità perduta. La crisi di François o, per meglio dire, la sua totale inadeguatezza ad adattarsi alla società, all'indipendenza delle donne e alla vita accademica ha molto a che fare con una Europa che ha perso la bussola dell'autoaffermazione, che si è infiacchita di fronte a sfide che non ha saputo affrontare nella maniera adeguata. È per via di questa impreparazione che l'Islam, nella visione fantapolitica di Houllebecq, ha potuto prendere il potere con facilità. La chiave di volta sta nella totale identificazione delle origini cristiane del continente e nello scontro di forze tra due mondi, quello occidentale e quello orientale, che rispondono a loro volta a una contrapposizione sessualizzata tra femminile e maschile. Più volte viene fatto riferimento al Medioevo, e non a caso si tratta di un momento storico formativo dell' identità europea – basti ricordare la battaglia di Poitiers per individuare il momento cruciale dello scontro di religione, che si traduce ovviamente in uno scontro di civiltà. L'Europa è quindi cristiana, e il cristianesimo è femminile; l'Islam è invece maschile, esprime forza, virilità, potenza, una sessualità che seduce prima di tutto il “femminilizzato” François, che stenta a riprendere il controllo della propria mascolinità. È la stessa ex amante di prima, con cui in seguito riprenderà la relazione, a dirgli: “Sì, in teoria sei un macho, non c'è dubbio. Però hai gusti letterari raffinati, Mallarmé, Huysmans, ed è ovvio che questo ti allontana dal macho di base. Aggiungerei anche una sensibilità femminile, anormale, per le stoffe d'arredamento. Per contro, continui a vestirti da buzzurro. Come macho grunge potresti avere una certa credibilità; ma a te non piacciono gli ZZ Top, hai sempre preferito Nick Drake. In poche parole, sei una personalità paradossale”.
Ecco quindi che la perdita del piacere sessuale – l'impotenza di Encolpio – grava sul protagonista infiacchito quanto l'Europa de-virilizzata dal cristianesimo. E la richiesta di quell'adesione salvifica alla religione musulmana diventa, essa stessa, un atto passivo – quindi femminile: la sottomissione ad Allah è lo strumento attraverso il quale ristabilire l'ordine delle cose e sottomettere, a propria volta, tutto il resto. Laddove “tutto il resto” sono soprattutto le donne.
“È la sottomissione,” disse piano Rediger. “L’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta. È un concetto che esiterei a esporre davanti ai miei correligionari, potrebbero giudicarlo blasfemo, ma per me c’è un rapporto tra la sottomissione della donna all’uomo come la descrive Histoire d’O e la sottomissione dell’uomo a Dio come la contempla l’islam.”
È curioso constatare che né da parte di François né da quella dei rappresentanti musulmani c'è misoginia. Il patriarcato, la poligamia e l'imposizione del velo sono solamente il tentativo di ricostituire un ordine ormai perduto, di riportare armonia nel caos, di cedere alla visione giusta dei ruoli, che contempla la prevaricazione del maschile sul femminile, la sicurezza di avere rapporti sessuali su richiesta con più mogli scelte appositamente per le proprie caratteristiche – domestiche, estetiche ecc – e l'illusione di non provare impulsi che siano sollecitati dall'abbigliamento delle donne. Per l'uomo, l'Islam appare la migliore e più semplice delle soluzioni. Per l'Europa, il cristianesimo ha fallito, gettandola in uno stato di confusione e sbandamento.
A onor del vero, il fallimento appartiene più alla laicità post-illuminista di cui la Francia è stata la maggiore portabandiera. Il cristianesimo è anzi un aspetto davvero trascurabile: i cristiani è sufficiente convertirli a un nuovo dio; gli atei, invece, presentano maggiori aspetti di problematicità.
Ma la scelta di affidarsi al rassicurante codice musulmano testimonia la stanchezza della soluzione laica: i moderati e pacifici leader musulmani offrono la felicità su un piatto d'argento. La Francia si serve, trovando serenità nella sottomissione.
Sottomissione è scritto, inutile dirlo, in maniera impeccabile. Malgrado i periodi lunghi la prosa non risulta mai complessa o aggrovigliata, ma si declina anzi in maniera cristallina e fluida. La perizia stilistica giustifica anche la lettura scorrevole, nonostante l'azione sia ferma per la quasi totalità del romanzo. Risultati eccellenti vengono ottenuti poi nei dialoghi, di una brillantezza fuori dal comune.
Il libro è stato definito “furbetto”: ciò mi perplime non poco. Come può un romanzo che punta chiaramente a irritare il lettore, anziché arruffianarlo e carezzarlo, essere definito una manovra di marketing? La provocazione, che d'altronde c'è, prude molte sensibilità. Tocca la cultura occidentale, di cui siamo frutto, sfidando le nostre convinzioni e l'aspirazione a una libertà che risulta forse meramente illusoria. Credo che siano altri i mezzi per sfondare nel panorama letterario, e Houellebecq li evita tutti. Come è testimoniato dalle recensioni online, ben pochi continueranno a leggere i suoi libri. Quasi quasi, gli suggerirei di dedicarsi al soft porn.
Voto: 










mercoledì 11 giugno 2014
Premio Strega 2014: annunciata la cinquina finalista
Pochi minuti fa è stata proclamata la cinquina di autori che quest’anno si contenderanno la LXVIII edizione del Premio Strega nella serata della votazione finale del 3 luglio al Ninfeo di Villa Giulia di Roma. Prima di passare in rassegna i voti e svelare le opere finaliste, vi ricordiamo che lunedì è stato assegnato a Palazzo Montecitorio dalla Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini il Premio Strega Giovani. Il vincitore di questa prima edizione, giuria composta da quattrocento ragazzi provenienti da oltre quaranta scuole secondarie superiori distribuite in Italia e all’estero (Berlino, Bucarest, Parigi), è Giuseppe Catozzella, autore di Non dirmi che hai paura (Feltrinelli), che ha ottenuto ben 93 voti, surclassando gli altri cinque più votati: Gipi (41 voti); Magini (37 voti); Piccolo (30 voti); Di Pietrantonio e Piccirillo ex aequo (26 voti).
Ma adesso passiamo alla cinquina finalista.
Abbiamo seguito la diretta dello spoglio sul sito del Premio Strega a cura di Rai Letteratura.
La serata è cominciata in maniera incerta, con alcuni voti assegnati a ciascun autore, ma a quindici minuti dall'inizio dello spoglio sembra scontato il risultato - salvo poi una rimonta improvvisa e inaspettata proprio per quello che sarà il più votato. Sfida accesa tra Pecoraro, Cilento e Ruotolo, mentre Scurati e Piccolo sembrano già finalisti certi. Ma ecco, alla lettura dei voti finali, la rimonta di Catozzella che ottiene infine 57 voti contro i 55 di Scurati, 53 di Piccolo, 49 di Pecoraro e 43 di Cilento.
Dunque, senza più indugio, ecco a voi qualche informazione più dettagliata della cinquina finalista del Premio Strega.
Samia è una ragazzina di Mogadiscio. Ha la corsa nel sangue. Ogni giorno divide i suoi sogni con Alì, che è amico del cuore, confidente e primo, appassionato allenatore. Mentre intorno la Somalia è sempre più preda dell'irrigidimento politico e religioso, mentre le armi parlano sempre più forte la lingua della sopraffazione, Samia guarda lontano, e avverte nelle sue gambe magre e velocissime un destino di riscatto per il paese martoriato e per le donne somale. Gli allenamenti notturni nello stadio deserto, per nascondersi dagli occhi accusatori degli integralisti, e le prime affermazioni la portano, a soli diciassette anni, a qualificarsi alle Olimpiadi di Pechino. Arriva ultima, ma diventa un simbolo per le donne musulmane in tutto il mondo. Il suo vero sogno, però, è vincere. L'appuntamento è con le Olimpiadi di Londra del 2012. Ma tutto diventa difficile. Gli integralisti prendono ancora più potere, Samia corre chiusa dentro un burqa ed è costretta a fronteggiare una perdita lacerante, mentre il "fratello di tutta una vita" le cambia l'esistenza per sempre. Rimanere lì, all'improvviso, non ha più senso. Una notte parte, a piedi. Rincorrendo la libertà e il sogno di vincere le Olimpiadi. Sola, intraprende il Viaggio di ottomila chilometri, l'odissea dei migranti dall'Etiopia al Sudan e, attraverso il Sahara, alla Libia, per arrivare via mare in Italia.
Giuseppe Catozzella è autore di poesie, romanzi-inchiesta, racconti e reportage. È stato a lungo consulente editoriale per la Mondadori e attualmente lavora per Giangiacomo Feltrinelli. Scrive su L’Espresso, Sette, Il Corriere Nazionale, Max, Lo Straniero, milanomafia.com, e ha collaborato con la trasmissione televisiva Le Iene. Del suo romanzo-inchiesta Alveare (Rizzoli, 2011; Feltrinelli, 2014) la casa di produzione Wildside ha acquistato i diritti cinematografici, e sono stati tratti tre differenti spettacoli teatrali. Ha anche scritto Espianti (Transeuropa, 2008) e La scimmia scrive (Cepollaro Edizioni, 2007). Tiene un blog sul sito del Fatto Quotidiano. Con Feltrinelli ha pubblicato Fuego (Zoom, 2012) e Non dirmi che hai paura (2014; vincitore della prima edizione del Premio Strega Giovani).
"Forse non mi piacciono gli uomini." Il giorno in cui tua moglie, all'improvviso, scoppia a piangere in cucina, è una piccola apocalisse. Uno di quei giorni in cui la tua vita va in frantumi ma giunge, anche, per un attimo, a dire se stessa. E allora Glauco Revelli, chef di un ristorante blasonato, maschio di quaranta anni, padre di una figlia di tre, va alla ricerca della propria verità di uomo. Dall'ingresso nell'età adulta, l'innamoramento, la costruzione di una famiglia, la nascita e l'accudimento di una figlia, fino al disamore della moglie (che gli si nega dal momento del parto) e al ritorno feroce degli insaziabili demoni del sesso, tutto è passato in rassegna dal suo sguardo implacabile e commosso. Con "Il padre infedele" Antonio Scurati scrive il suo libro più personale, infiammato dal tono accorato della confessione e, al tempo stesso, il romanzo dell'educazione sentimentale di una generazione.
Antonio Scurati (Napoli 1969)
è ricercatore alla IULM di Milano e coordina il Centro studi sui linguaggi della guerra e della violenza. Editorialista della “Stampa”, ha scritto i saggi Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale (2003, finalista al Premio Viareggio) e Televisioni di guerra (2003). Bompiani ha pubblicato, in versione aggiornata, il suo romanzo d’esordio Il rumore sordo della battaglia (2006), i saggi La letteratura dell’inesperienza (2006), Gli anni che non stiamo vivendo (2010) e i romanzi Il sopravvissuto, con cui l’autore ha vinto la XLIII edizione del Premio Campiello, Una storia romantica (2007, Premio SuperMondello), Il Bambino che sognava la fine del mondo, finalista al Premio Strega 2009. Del 2011 il romanzo, uscito sempre per Bompiani, La seconda mezzanotte.
I funerali di Berlinguer e la scoperta del piacere di perdere, il rapimento Moro e il tradimento del padre, il coraggio intellettuale di Parise e il primo amore che muore il giorno di San Valentino, il discorso con cui Bertinotti cancellò il governo Prodi e la resa definitiva al gene della superficialità, la vita quotidiana durante i vent'anni di Berlusconi al potere, una frase di Craxi e un racconto di Carver... Se è vero che ci mettiamo una vita intera a diventare noi stessi, quando guardiamo all'indietro la strada è ben segnalata, una scia di intuizioni, attimi, folgorazioni e sbagli: il filo dei nostri giorni. Francesco Piccolo ha scritto un libro che è insieme il romanzo della sinistra italiana e un racconto di formazione individuale e collettiva: sarà impossibile non rispecchiarsi in queste pagine (per affinità o per opposizione), rileggendo parole e cose, rivelazioni e scacchi della nostra storia personale, e ricordando a ogni pagina che tutto ci riguarda. "Un'epoca quella in cui si vive - non si respinge, si può soltanto accoglierla".
Francesco Piccolo (1964)
è scrittore e sceneggiatore. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax 1994), Storie di primogeniti e figli unici (Feltrinelli 1996), E se c'ero, dormivo (Feltrinelli 1998), Il tempo imperfetto (Feltrinelli 2000), Allegro occidentale (Feltrinelli 2003), L'Italia spensierata (Laterza 2007), La separazione del maschio (Einaudi 2008 e 2010), Momenti di trascurabile felicità (Einaudi 2010), Il desiderio di essere come tutti (Einaudi 2013).
Per il cinema ha lavorato come sceneggiatore per My Name Is Tanino, Paz! (tratto dai fumetti di Andrea Pazienza), Ovunque sei, Il caimano, Nemmeno in un sogno, Caos calmo e Giorni e nuvole.
L'ingegner Ivo Brandani è sempre vissuto in tempo di pace. Quando il libro comincia, il 29 maggio 2015, Ivo ha sessantanove anni, è disilluso, arrabbiato, morbosamente attaccato alla vita. Lavora per conto di una multinazionale a un progetto segreto e sconcertante, la ricostruzione in materiali sintetici della barriera corallina del Mar Rosso: quella vera sta morendo per l'inquinamento atmosferico. Nel limbo sognante di un viaggio di ritorno dall'Egitto, si ricompongono a ritroso le varie fasi della sua esistenza di piccolo borghese: la decadenza profonda degli anni Duemila, i soprusi e le ipocrisie di un Paese travolto dal servilismo e dalla burocrazia, il sogno illusorio di un luogo incontaminato e incorruttibile, l'Egeo. E poi, ancora indietro nel tempo, le lotte studentesche degli anni Sessanta, la scoperta dell'amore e del sesso, fino ad arrivare al mondo barbarico del dopoguerra, in cui Brandani ha vissuto gli incubi e le sfide della prima infanzia. Chirurgico e torrenziale, divagante e avvincente, "La vita in tempo di pace" racconta, dal punto di vista di un antieroe lucidissimo, la storia del nostro Paese e le contraddizioni della nostra borghesia: le debolezze, le aspirazioni, gli slanci e le sporcizie, quel che ci illudevamo di essere e quel che alla fine, nostro malgrado, siamo diventati.
Francesco Pecoraro (1945)
lavora come architetto urbanista presso il comune di Roma, dove vive. Scrive da una ventina d'anni, poesie, saggi su arte e architettura pubblicati da riviste specializzate e racconti. Ha pubblicato i racconti di Dove credi di andare (Mondadori, 2007; Premio Napoli e Premio Berto), le poesie di Primordio vertebrale (Ponte Sisto, 2012) e Questa e altre preistorie (Le Lettere, 2008), che racchiude le prose del suo Tash-blog.
Lisario Morales è muta a causa di un maldestro intervento chirurgico, ma legge di nascosto Cervantes e scrive lettere alla Madonna. È poco più di una bambina quando le propongono per la prima volta il matrimonio: per sottrarsi a quest'obbligo cade addormentata. Quando non può opporsi alla violenza degli adulti, infatti, Lisario dorme. E addormentata da mesi, come la protagonista della più classica delle fiabe, la riceve in cura Avicente Iguelmano, medico fallito giunto a Napoli per rifarsi una reputazione. Tra mille incertezze, pudori, paure, la terapia, al tempo stesso la più prevedibile come la più illecita, sarà coronata dal successo, e però spalancherà davanti alla mente del dottore, fragile, superstiziosa, supponente - in una parola, seicentesca -, un vero e proprio abisso di fantasmi e di terrori, tutti con una radice comune: il mistero abissale, conturbante, indescrivibile del piacere femminile, l'incontrollabile ed eversiva energia delle donne. L'affresco della Napoli barocca, fra Masaniello e la peste, riassume la sua forma rutilante, fastosa e miserabile, fosca ed eccessiva, grazie alla scrittura della Cilento, capace di creare sia gli effetti miniaturistici delle folle di Micco Spadaro, sia la potenza dei chiaroscuri caravaggeschi.
scrive e insegna scrittura creativa da più di vent'anni. Ha fondato nel 1993 a Napoli il Laboratorio di scrittura creativa Lalineascritta (www.lalineascritta.it) e tiene corsi in tutta Italia. Ha pubblicato Il cielo capovolto (Avagliano, 2000), Una lunga notte (Guanda, 2002, premio Fiesole 2002, premio Viadana), Non è il Paradiso (Sironi, 2003), Neronapoletano (Guanda, 2004), L'amore, quello vero (Guanda, 2005), Napoli sul mare luccica (Laterza, 2006), Nessun sogno finisce (Giannino Stoppani, 2007), Isole senza mare (Guanda, 2009), Asino chi legge (Guanda, 2010), La paura della lince (Rogiosi, 2012). È tradotta in Germania e in Russia. Collabora con Il Mattino di Napoli. Ha realizzato racconti radiofonici per Rai RadioTre e scritto numerosi testi per il teatro.
Questi sono i 5 finalisti che il 3 luglio si contenderanno la vittoria del LXVIII Premio Strega, siete soddisfatti della scelta finale?
domenica 1 giugno 2014
Recensione: Il padre infedele di Antonio Scurati
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Il padre infedele, Antonio Scurati
Bompiani
188 pagine
17,00 euro
|
Leggere
un libro candidato al Premio Strega non sempre risulta una buona idea. Anzi,
spesso, diventa l’incipit di un’ indagine a più ampio spettro sulle direzioni
che sta prendendo la narrativa italiana.
Il
padre infedele è un romanzo scritto in forma diaristica, nel quale il
protagonista tenta di raccontare gli aspetti positivi e negativi della vita alla figlia. Volendo riassumere a partire dal prologo, direi che è la storia di un
uomo che ha capito, in seguito alle lacrime della moglie, che la sua vita
coniugale è finita, per poi propinarci il racconto letterariamente arzigogolato
di come è arrivato a tal punto. Fine. A condire il tutto ci sono la
pubblicità della famiglia felice della Barilla, una visione piuttosto
animalesca e misogina del sesso, una prosa altisonante e spesso complicata. Con
ciò non voglio dire di non aver apprezzato l’elogio della lingua che solo un
docente del calibro di Scurati avrebbe potuto regalare, ma in molti casi si
verifica un effetto rebound, per cui
il consistente utilizzo di subordinate rende la lettura faticosa, restituendo la
sensazione di dover tradurre ciò che si sta leggendo come in presenza di
una versione tratta dai testi di Cicerone. Certo, a narrarci la storia è
Glauco, un laureato in filosofia che poi diviene chef, ma essendo un memoir rivolto alla figlia credo che
avrebbe dovuto avere un altro registro, sicuramente meno alto-borghese e
proustiano.
Non
siamo in presenza di un cattivo libro, attenzione, ma credo che le mie
aspettative fossero ben più alte rispetto a ciò che ho ritrovato tra le pagine.
Se voleva essere uno spaccato generazionale della realtà genitoriale, Scurati è
riuscito in poche occasioni a lasciar trapelare una sottile critica nei
confronti di chi decide sempre più tardi di diventare madre/padre. A rendere il
tutto ancora più antipatico è inoltre l’atteggiamento egoistico del
protagonista, un edonista moderno al quale è interessano solo i propri sentimenti e non si accorge di ciò che subiscono gli altri (tanto da non rendersi conto della depressione post-partum della moglie).
In
sintesi, lo stile di Scurati non accompagna bene il quadro ironico di una
caricatura umana che sembra essere l’input dal quale è nata questa storia.
Spero che gli altri libri di questo autore non seguano la stessa corrente,
altrimenti mi sarebbe ancora una volta palese il motivo per cui preferisco la narrativa
anglosassone a quella italiana.
Voto: 









Antonio Scurati
(Napoli 1969) è ricercatore alla IULM di Milano e coordina il Centro studi sui
linguaggi della guerra e della violenza. Editorialista della “Stampa”, ha
scritto i saggi Guerra. Narrazioni e
culture nella tradizione occidentale (2003, finalista al Premio Viareggio)
e Televisioni di guerra (2003).
Bompiani ha pubblicato, in versione aggiornata, il suo romanzo d’esordio Il rumore sordo della battaglia (2006),
i saggi La letteratura dell’inesperienza
(2006), Gli anni che non stiamo vivendo
(2010) e i romanzi Il sopravvissuto,
con cui l’autore ha vinto la XLIII edizione del Premio Campiello, Una storia romantica (2007, Premio
SuperMondello), Il Bambino che sognava la
fine del mondo, finalista al Premio Strega 2009. Del 2011 il romanzo,
uscito sempre per Bompiani, La seconda
mezzanotte.
domenica 8 dicembre 2013
Looking for books (28)


Vi eravate dimenticati di Looking for books? Riesco finalmente ad aggiornare questa vetrina dedicata ai libri scovati in libreria, che in questa puntata sono stati particolarmente selezionati con un occhio attento alle librerie indipendenti.
Ho trovato fantastici titoli usciti quest'anno, che non comprendono solo romanzi ma anche raccolte di fiabe di Giuseppe Pitrè - un volume enorme illustrato che è un vero e proprio gioiello, edito da Donzelli - ed è assolutamente perfetto per un regalo natalizio, oppure - e sono rimasta letteralmente folgorata - il nuovo libro di Todorov su Goya, che io adoro, edito da Garzanti. Purtroppo per le mie e le vostre tasche entrambi i libri costano 30.00 euro.
Entrambe le offerte di Bompiani che ho scovato mi sembrano validissime - in particolare La piccola mercante di sogni, che mi ha attratto per la bellissima copertina, ma anche il time travel Le vite impossibili di Greta Wells, un'altra storia ideale da mettere sotto l'albero.
Mi ha colpito moltissimo Iprite, edito da Meridiano Zero, che deve il titolo al gas tossico usato durante la prima guerra mondiale: si tratta di un romanzo ucronico (presentato come "romanzo d'avventure") pubblicato in Russia per la prima volta nel 1925, in cui gli autori - uno dei quali, Sklovskij, è stato un importante formalista - immaginano la Russia preda del tentativo occidentale di annientarla. Ma il romanzo è molto più di questo: sperimentale, cinematografico, dal linguaggio fumettistico - non a caso Sklovskij era vicino all'avanguardia futurista -, parodistico e quindi di intrattenimento, ma imperniato di critica e acuta intelligenza.
Mi piacerebbe moltissimo leggerlo, anche se temo sia troppo fuori dalle mie competenze storiche per poterlo apprezzare pienamente.
Altro romanzo abbastanza impegnativo che vi propongo è Vite immaginarie di Marcel Schwob, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1972 e edito da Adelphi. Schwob è un autore di fine Ottocento, traduttore di Oscar Wilde, ricordato tra i grandi della letteratura francese. Vite immaginarie è composto da ventitré ritratti che vanno da personaggi illustri come Petronio e Paolo Uccello a individui comuni e anonimi, assassini e merlettaie, con uno stile innovativo - notevole, visto che visse in epoca vittoriana - che gode del frammentismo e del particolarismo. Ha anche una sfilza di cinque stelle su Anobii, che non guasta mai.
Se preferite qualcosa di più leggero ma volete essere sicuri della qualità, non potrete non apprezzare la pubblicazione postuma di un romanzo per adulti di Roald Dahl - celebre scrittore per bambini noto come autore de La fabbrica di cioccolato. Pubblicato originariamente nel 1979 riprende la figura dello zio Oswald, già comparso nei racconti The Visitor e Bitch, con una vena umoristica e soprattutto maliziosa. Non credo di sbagliare dicendo che sarà una lettura scanzonata, frizzante e tagliente, in cui conosceremo un personaggio fuori dagli schemi in un contesto magico tanto caro all'autore.
Rimanendo sul tema umoristico ma stavolta con temi sociali - che si associano a un altro romanzo che vi propongo, Gli odori di Marie Claire, Mesogea - c'è We are family di Fabio Bartolomei, pubblicato da Edizioni E/O, che racconta le difficoltà di una famiglia degli anni '80 attraverso gli occhi di un bambino "disadattato" ma geniale. Bartolomei è una sicurezza di casa E/O ormai giunto al terzo romanzo con temi un po' buonisti, ma di solito valutati positivamente da pubblico e critica. Ma non è l'unico italiano che vi propongo: Nicola Gardini è un autore che già conoscevo, avendo inserito in wishlist il suo "Per una biblioteca indispensabile" (Einaudi) che si compone di una selezione di cinquantadue capolavori italiani approcciati da un punto di vista critico. Ovviamente quello di cui voglio parlarvi non è la produzione saggistica ma il suo ultimo romanzo, Fauci, che mi sembra un misto di non-sense ma a cui voglio dare fiducia, soprattutto se è così divertente come descritto.
Volendo onorare la vostra passione per la lettura non potrete lasciarvi sfuggire un bellissimo dizionario di malattie letterarie, Curarsi con il libri, pubblicato e tradotto da Sellerio che assume il libro come mezzo terapeutico e suggerisce letture suggestive per ogni malanno.
Ultimi due libri sono l'ultimo romanzo della Mazzucco che mi ha colpito per la trama, pur non avendo mai letto niente dell'autrice, e soprattutto Dieci dicembre di George Saunders, autore di punta di Minimum Fax - che ha sta ripubblicando i suoi racconti già usciti per Einaudi - e incluso dal New Yorker nella lista dei «venti scrittori per il 21° secolo». Le tematiche di Saunders sono inerenti alla società di massa e i mass media, il consumismo e i mali moderni, concentrandosi sulla satira e le questioni morali.
Trovo siano tutte interessantissime idee per i regali natalizi - ce ne sono alcuni che vorrei vivamente trovare sotto l'albero, ma i miei gusti sono un po' particolari -. Spero di avervi ispirato un po' e vi invito a raccontarmi quali libri regalerete invece ai vostri cari :)
Volendo onorare la vostra passione per la lettura non potrete lasciarvi sfuggire un bellissimo dizionario di malattie letterarie, Curarsi con il libri, pubblicato e tradotto da Sellerio che assume il libro come mezzo terapeutico e suggerisce letture suggestive per ogni malanno.
Ultimi due libri sono l'ultimo romanzo della Mazzucco che mi ha colpito per la trama, pur non avendo mai letto niente dell'autrice, e soprattutto Dieci dicembre di George Saunders, autore di punta di Minimum Fax - che ha sta ripubblicando i suoi racconti già usciti per Einaudi - e incluso dal New Yorker nella lista dei «venti scrittori per il 21° secolo». Le tematiche di Saunders sono inerenti alla società di massa e i mass media, il consumismo e i mali moderni, concentrandosi sulla satira e le questioni morali.
Trovo siano tutte interessantissime idee per i regali natalizi - ce ne sono alcuni che vorrei vivamente trovare sotto l'albero, ma i miei gusti sono un po' particolari -. Spero di avervi ispirato un po' e vi invito a raccontarmi quali libri regalerete invece ai vostri cari :)
Versione sovietica del romanzo d’avventura americano, Iprite è collocabile nel filone dei cosiddetti “Pinkerton rossi” assai diffusi in Russia negli anni Venti: riprese spesso parodistiche dei romanzi e dei film occidentali ambientate nei paesi sovietici e con eroi comunisti. Nel futuro immaginato dai due coautori, entrambi eccezionali sperimentatori nell’ambito linguistico, si presume che gli Occidentali abbiano in progetto di sterminare l’Unione Sovietica e i popoli che insorgono per la libertà con l’iprite, il gas tossico simbolo dell’orrore della Prima guerra mondiale. La prossima guerra planetaria tra Potenze Imperialiste e URSS si svolgerà così all’insegna delle sperimentazioni chimiche, dei conflitti tra nuove religioni e della lotta di classe. I due blocchi sono entrambi dominati dalla volontà di progredire e affermarsi, ma mentre il Cremlino è il “cuore arterioso” del mondo, da cui scaturisce sangue pulito per il progresso dell’umanità, la City di Londra è il “centro venoso”, da cui si propagano violenza, ingiustizie e oscure trame. Da Mosca a New York, dall’arcipelago di Novaja Zemlja all’immaginaria città di Ipat’evsk, al centro di questa storia fantastica si muove il simpatico marinaio sovietico Paška, estroso e poco ortodosso rappresentante della classe proletaria, accompagnato dall’inseparabile orso ubriacone Rokambol. Il segreto di Holten, “il negro che non dorme”, verrà svelato quando, per incrementare la produzione di iprite necessaria alla vittoria del fronte occidentale, il professor Mond rivelerà agli industriali l’esistenza della “susanite”, gas che elimina il bisogno di dormire, grazie al quale gli operai aumenteranno di tre volte la loro capacità lavorativa.
Anno: 2013
Editore: Meridiano Zero
Pagine: 304
Prezzo: € 18,00
"È hashish... da fuoco all'immaginazione", così disse il poeta Albert Samain quando lesse le Vite immaginarie di Marcel Schwob. Il fuoco di questo libro brucia ancora: oggi, se tanti lettori scoprono in Borges gli incanti più sottili e vertiginosi del fantastico e di una certa occulta matematica della narrazione, riconosceranno in Schwob un maestro e un modello di quella letteratura. Erudito esploratore della biblioteca di Babele, autore precocissimo di fondamentali ricerche sulle origini dell'argot, appassionato cultore di Villon, che ricondusse al suo vero luogo, fra i malfattori della banda dei Coquillards, Marcel Schwob (1867-1905) inventò un nuovo genere di narrativa d'avventura, che non cerca un contatto diretto con la realtà, ma passa per le vie traverse della filologia e della mistificazione, sprofonda nella "antichità eliogabalesca " - così disse E. de Goncourt - come in una riserva di sogni, per rendere alla vita bruta quella carica allucinatoria che essa ha in origine. A lui, giovane che fu sempre vecchissimo, fecero omaggio Jarry e Valéry, dedicandogli le loro prime opere; e Oscar Wilde, dedicandogli Thè Sphinx. Nella Parigi dei martedì di Mallarmé e dei gloriosi inizi del " Mercure de France", anni in cui fu disegnata in ogni particolare la carta della modernità letteraria, di cui ancora viviamo, l'ombra elusiva e notturna di Marcel Schwob ci appare a ogni crocicchio essenziale. Le Vite immaginarie, pubblicate nel 1896, segnano il culmine della sua opera: sono ventitré ' percorsi di vita ', brucianti di rapidità, dove incontriamo personaggi illustrissimi, come Empedocle o Paolo Uccello o Petronio, e gli ignoti destini di Katherine, merlettaia nella Parigi del Quattrocento, o del maggiore Stede Bonnet, ' pirata per capriccio ', o degli impeccabili assassini Burke e Hare - e tutti circondati dalle folle senza nome di mendicanti, criminali, prostitute, mercanti e eretici che abitano la storia. Ma tutti eguaglia la prosa illusoriamente semplice di Schwob. Per lui, secondo l'esempio di Aubrey e di Boswell, la biografia è scienza dell'infimo particolare; il suo occhio coglie solo quei gesti, quei momenti che distinguono irrevocabilmente un destino da ogni altro. Eppure, come Schwob stesso disse del suo amato Stevenson, si tratta di un " realismo perfettamente irreale, e appunto perciò onnipotente ". È vano, come pure in Borges, tentare di discriminare il vero e l'immaginato in queste superfici splendenti, perché tutto vi è visionario e segretamente unito in una sola catena, a dimostrare le parole di Schwob secondo cui " la somiglianzà " è " il linguaggio intellettuale della differenza " e " la differenza... il linguaggio sensibile della somiglianza ".
Anno: 2012
Editore: Adelphi
Pagine: 206
Prezzo: € 12,00
Questa è una storia d'amore. Mahfudh, giovane tunisino emigrato da diversi anni in Francia, portiere in un albergo e docente universitario a contratto, incontra in un caffé parigino Marie Claire, giovane donna francese che, dopo gli studi di storia e geografia, sceglie di lavorare come impiegata in un ufficio postale. I due si innamorano e vanno a vivere insieme, avviando la cronaca quotidiana di ragione e sentimento che apre il varco alla scoperta di sé e dell'altro, ma anche alle insidie della vita in comune. Nel racconto che Mahfudh fa della sua relazione con Marie Claire - intrisa di una sensualità senza manierismi, istintiva ed essenziale come una lingua d'intesa - emergono le differenze, i codici simbolici, di un universo sentimentale fatto di due mondi, quello delle donne e quello degli uomini. Ma non solo.
Anno: 2013
Editore: Mesogea
Pagine: 222
Prezzo: € 19,00
Al Santamaria è un bambino prodigio, probabilmente il più grande genio del ventesimo secolo, colui che salverà il genere umano appena avrà risolto un problema più urgente: trovare una casa per la sua famiglia. Perché la vita dei Santamaria non è sempre facile, per la verità: uno specchio dell'Italia degli ultimi quarant'anni, sospesa tra voglia di riscatto e illusioni di grandezza, immobilizzata dall'incapacità di credere veramente in ciò che sogna. Al invece, tra mille difficoltà e prove potenzialmente distruttive, non ha cedimenti e costruisce pezzo dopo pezzo il suo mondo, con l'aiuto della sorella Vittoria, serial killer di animali domestici, e delle risorse della sua età. Risorse che sono illimitate perché lui, nemmeno lo sa, resterà bambino per tutta la vita.
Anno: 2013
Editore: Edizioni E/O
Pagine: 272
Prezzo: € 17,00
Storie di incantesimi e di maledizioni da sfatare, fiabe piene di reucci e reginelle,di popolane dall’ingegno aguzzo,di uccelli fatati che assumono sembianze umane,di mammedraghe fameliche e di diavoli dispettosi. Novelle in cui una ragazza è bella se è “bianca come la ricotta e rossa come una rosa” oppure se è “fatta di sangue e latte”; dove un reuccio non si sposa finché non trova una moglie “con la pancia che parla”; dove i poveracci campano di sarde fritte e i vicerè di pasticci di maccheroni e cassatelle. Una narrazione piena di colori,odor i,suoni, gesti,ritmi,dalla inconfondibile mediterraneità – che sa di zafferano,olio d’oliva, sale, pane, mosto, sanguinaccio; in mezzo a giardini pieni di arance e fichi, melograni e uva, fichi d’india e datteri e a una campagna popolata da animali astuti come un pappagallo cantastorie o incantati come un asino che caca denari. E poi botole, passaggi segreti e pozzi da cui entrare in altri mondi…
Anno: 2013
Editore: Donzelli
Pagine: 800
Prezzo: € 30,00
Sergio, provinciale sognante e studente di Lettere classiche, parte per il militare con lo zaino pieno di libri e la sconfortata certezza di perdere un anno di vita. E invece. Ad Albenga incontra l'eccentrico Marcello, melomane sfegatato, callasiano di ferro. Per Sergio comincia una formidabile e accelerata educazione alla musica e al canto, che prosegue con la frequentazione della famiglia di Marcello, in particolare di quella dello zio Marzio Giuffrida, tenore acclamatissimo, e della moglie Glò, soprano senza talento. Sullo sfondo di una grande villa nel cuore di Milano si muovono personaggi obliqui, scalmanati, velenosi. Capro espiatorio delle follie della famiglia Giuffrida sembra il povero cane, Titus, oggetto delle quotidiane sevizie di Glò e della figlia adolescente Vanna. Sergio, sino ad allora ferocemente cinofobo, è illuminato sulla via di Damasco dalla innata bontà di Titus e si trasforma nel paladino della libertà e della salvezza del povero cane. Di qui innanzi, su per acuti e già per devastanti urla stonate, la vicenda dipana equivoci, misteri, tradimenti e sorprese.
Anno: 2013
Editore: Feltrinelli
Pagine: 192
Prezzo: € 16,00
Christian insegna letteratura latina cristiana, è ricco e appassionato di cronologia. Giose è stato una meteora della musica punk-rock anni Ottanta, non si è mai preoccupato dei soldi e cucina in modo splendido. Christian è razionale, prudente e talvolta distaccato; Giose è istintivo, esuberante, affettuoso fino all'eccesso. Si amano. Per avere un figlio sono andati fino in Armenia: li è nata Eva. La loro è una famiglia felice, che però si spezza con la morte improvvisa di Christian. Giose non è ritenuto un tutore adeguato e la bambina viene affidata a uno zio. Tre anni dopo Eva è una ragazzina di seconda media, fiera e orgogliosa. Durante un litigio nella metropolitana di Milano spinge un compagno di classe sotto il treno in arrivo. Convinta di averlo ucciso, fugge e raggiunge Giose in un casolare sugli Appennini: con lui risalirà la penisola per affrontare le conseguenze del suo gesto. Durante il viaggio scoprirà molto su se stessa e sui suoi genitori, e conoscerà la storia meravigliosa cui deve la vita.
Anno: 2013
Editore: Einaudi Stile Libero
Pagine: 256
Prezzo: € 17,50
Da anni, George Saunders è riconosciuto come una delle voci più originali e influenti della narrativa americana contemporanea; senza aver mai scritto un romanzo, ma solo racconti, ha ricevuto elogi unanimi dalla critica. Ora, giunto alla sua quarta raccolta, ha definitivamente raggiunto anche il grande successo di pubblico. Dieci dicembre è la sua opera che, senza rinunciare alla vena surreale e immaginifica, si avvicina di più al realismo. Accanto a racconti ambientati in laboratori dove si creano improbabili psicofarmaci, o in sobborghi residenziali dove donne moldave o filippine in abiti bianchi penzolano da fili tesi fra gli alberi come decorazioni, ci sono storie di famiglie comuni la cui normalità è turbata dal ritorno di un figlio dalla guerra o dall’irruzione di un malintenzionato: in tutti i casi, i personaggi si trovano a dover scegliere fra l’egoismo e la compassione, l’orgoglio e il sacrificio. Commoventi e sorprendenti, mai banali o buoniste, queste dieci storie sono originalissime parabole per il nostro tempo.
Anno: 2013
Editore: Minimum Fax
Pagine: 238
Prezzo: € 15,00
1985. Dopo la morte dell'amato gemello, Felix, e la rottura con il suo amante di sempre, Nathan, Greta Wells inizia un trattamento psichiatrico per alleviare la propria depressione. Ma la terapia ha un inatteso effetto collaterale: e Greta viene infatti trasportata nelle vite che avrebbe potuto avere se fosse nata nel passato. Durante il trattamento Greta passa così dagli anni Ottanta al 1918, in cui è un'adultera bohemién, e al 1941, in cui invece è una moglie e madre devota. Le tre esistenze di Greta, separate dal tempo e dalle diverse consuetudini sociali, vivono però le stesse tensioni familiari e scelte difficili, e con molte somiglianze. Ogni realtà ha le sue perdite e le sue ricompense: cosa accadrà quando Greta dovrà scegliere quale vita vivere? Quale sarà la via da preferire?
Anno: 2013
Editore: Bompiani
Pagine: 320
Prezzo: € 18,00
Malo ha undici anni e due genitori ricchi e distratti, con cui vive a Parigi, noiosamente, in mezzo al benessere. Il giorno del suo compleanno la madre gli organizza una festa lussuosa e lo ficca in taxi per farcelo andare da solo ma il taxi, sul Pont Neuf, viene urtato da un bus e finisce nella Senna. Il tassista riemerge, mentre Malo viene dato per disperso. In realtà, Malo ha trovato una botola in fondo al fiume, l'ha aperta ed è entrato in un mondo parallelo, dove incontra alberi che starnutiscono, gatti che parlano, ombre che rassicurano e una venditrice di sogni (belli) in bottiglia. Sono proprio i sogni però a mettere alle strette Malo: per comprarne qualcuno, il ragazzino si ritrova vittima del ricatto di un alchimista cattivo, che lo minaccia di farlo restare per sempre nel mondo delle ombre, al suo servizio. Per fortuna, Malo saprà come cavarsela - risvegliandosi in un mondo reale in cui il sottosuolo è solo un ricordo.
Anno: 2013
Editore: Bompiani
Pagine: 190
Prezzo: € 12,00
Tzevtan Todorov racconta Francisco Goya. Una delle figure più importanti della cultura europea di oggi, con competenza e originalità, descrive la lezione artistica e culturale di uno dei più grandi pittori della modernità, in un volume impreziosito dalle illustrazioni dei suoi dipinti e dei disegni privati. Tzvetan Todorov propone l'immagine di un Francisco Goya che non è solamente il pittore straordinario che tutti conosciamo, ma anche un pensatore originale, un vero intellettuale dalle idee profonde e coraggiose. Distinguendo nettamente tra una produzione fatta per il pubblico e per necessità economiche da una invece privata e a lungo custodita in segreto (come il caso delle celebri "Pitture nere"), Todorov offre un'interpretazione nuova di uno dei più grandi maestri dell'arte moderna, capace di riflettere in maniera accurata e mai banale sulle tragedie del suo tempo e di offrirci, ancora a distanza di secoli, stimoli per comprendere meglio la nostra contemporaneità. I quadri, le incisioni e i disegni più duri di Goya vengono così messi a confronto, per forza espressiva e crudeltà dei temi, con le pagine più cupe della storia recente: dalla guerra in Vietnam a quella in Iraq, dai campi di sterminio nazisti alle torture di Abu Ghraib.
Anno: 2013
Editore: Garzanti
Pagine: 330
Prezzo: € 29,00
Discepolo di Don Giovanni, ma con un occhiuto senso degli affari e una robusta conoscenza dell'animo maschile, oltre che di un vastissimo catalogo di corpi femminili, Oswald Hendryks Cornelius è un raffinato viveur insaziabilmente devoto al culto del bello. La sua avventura inizia da una scoperta accidentale, che lo porta a conoscenza delle insospettabili virtù afrodisiache dello scarabeo vescicante sudanese. Complici il potente filtro d'amore e un'incantevole partner d'affari di nome Yasmin, Oswald tenta di rapire "con destrezza" il seme dei più grandi geni dell'epoca - da Picasso a Freud, da Proust a Puccini e molti altri ancora -, al fine di perpetuarne l'estro. Già apparso in due racconti, il personaggio dello zio Oswald diventa protagonista di un intero romanzo finora inedito in Italia, un piccolo gioiello che ancora una volta consacra Roald Dahl maestro dello humour raffinato.
Anno: 2013
Editore: Longanesi
Pagine: 248
Prezzo: € 14,90
Si può curare il cuore spezzato con Emily Brontë e il mal d’amore con Fenoglio, l’arroganza con Jane Austen e il mal di testa con Hemingway, l’impotenza con Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati, i reumatismi con il Marcovaldo di Italo Calvino, o invece ci si può concedere un massaggio con Murakami e scoprire il romanzo perfetto per alleviare la solitudine o un forte tonico letterario per rinvigorire lo spirito. Questo suggeriscono le ricette di un libro di medicina molto speciale, un vero e proprio breviario di terapie romanzesche, antibiotici narrativi, medicamenti di carta e inchiostro, ideato e scritto da due argute e coltissime autrici inglesi e adattato per l’Italia da Fabio Stassi, autore de L’ultimo ballo di Charlot. Se letto nel momento giusto un romanzo può davvero cambiarci la vita, e questo prontuario è una celebrazione del potere curativo della letteratura di ogni tempo e paese, dai classici ai contemporanei, dai romanzi famosissimi ai libri più rari e di culto, di ogni genere e ambizione. Queste ricette per l’anima e il corpo, scritte con passione, autorevolezza ed elegante umorismo, propongono un libro e un autore a rimedio di ogni nostro malanno, che si tratti di raffreddore o influenza, di un dito del piede annerito da un calcio maldestro o di un severo caso di malinconia. Le prescrizioni raccontano le vicende e i personaggi di innumerevoli opere, svelano aneddoti, tratteggiano biografie di scrittori illustri e misconosciuti, in un invito ad amare la letteratura che ha la convinzione di poter curare con efficacia ogni nostro acciacco. Non mancano consigli per guarire le idiosincrasie tipiche della lettura, come il sentirsi sopraffatti dal numero infinito di volumi che ci opprimono da ogni scaffale e libreria, o il vizio apparentemente insanabile di lasciare un romanzo a metà.
Anno: 2013
Editore: Sellerio
Pagine: 644
Prezzo: € 18,00
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