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venerdì 13 giugno 2014

Recensione: Bella mia di Donatella Di Pietrantonio






Bella mia, Donatella Di Pietrantonio
Elliot (Collana Scatti)
 192 pagine
17,50 euro
Caterina è un’artista, una donna dalla spiccata sensibilità che ricaccia qualsiasi legame relazionale se non con la propria famiglia. Non mangia quanto dovrebbe, non lavora più come una volta, il suo animo piegato e mutato dal 6 Aprile 2009, quando la sua L’Aquila è caduta vittima del terremoto, così come Olivia, sua sorella gemella, morta nel sisma. Caterina, con la madre anziana e il figlio di Olivia, Marco, vive da quattro anni negli stabili delle C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili), in attesa di una ricostruzione che non arriva. Le loro abitazioni, come il laboratorio della protagonista, si trovano nella zona rossa, ossia dove non è possibile entrare per pericolo di crolli improvvisi. Ma sia Caterina sia Marco evadono le pattuglie dell’esercito che sorvegliano il perimetro per rivedere quei luoghi dove regna il silenzio, dove i lucchetti che serrano i portoni dovrebbero tener lontani gli sciacalli. La vita nelle C.A.S.E., come nei M.A.P. (Moduli Abitativi Provvisori), procede lenta e immutabile, senza prospettiva di cambiamento, per una popolazione che negli occhi ha ancora il terrore della forte scossa delle 3.32. Caterina ha trovato modo di continuare la sua attività, nel frattempo dovendo fare da madre allo scapestrato nipote, il cui padre musicista (separatosi da Olivia prima del sisma) vive a Roma, quasi come un estraneo.
La madre della protagonista scandisce le sue giornate tra la cucina e il cimitero, dove va insieme a Lorenza, che ha perso la figlia di sei anni nel terremoto. Caterina non vede futuro per una città ormai dimenticata, come anche per lei stessa, e quasi non ci crede quando inaspettatamente scopre di potersi ancora emozionare.
La storia di Donatella Di Pietrantonio sembra essere un urlo potente che vuole richiamare l’attenzione su un evento che ha smosso le coscienze, ma che è stato abbondantemente dimenticato. Abbiamo visto una forte attenzione mediatica sul territorio in seguito alla scossa più devastante, una propaganda politica forte fondata sulla ricostruzione e sui progetti abitativi temporanei, un summit del G8 a pochi metri dalla devastazione. Il narratore racconta tutto con gli occhi di chi l’orrore l’ha vissuto, non risparmiando commenti sarcastici sul modo in cui queste catastrofi vengono gestite in Italia. Eppure, il tatto e la leggerezza, seppur accompagnata di contro da una forte pesantezza d’animo, con cui Caterina racconta con sporadici flashback ciò che ha vissuto – e vive ancora, visto che la notte sogna spesso quella sera del 6 Aprile – colpiscono al cuore e lasciano da pensare. Bella mia è un romanzo che parla di ricostruzione, se non di quella delle case della zona rossa, quella dell’anima, ferita a morte anche se risparmiata, non più capace di provare altro che dolore, almeno in apparenza. Più che la storia in sé, direi che la forza del romanzo è quella di comunicare, informare, denunciare senza essere un testo d’inchiesta. Il centro focale è sull’incapacità di relazionarsi con gli altri – tra gemelli, tra madre e figlia/padre e figlio, tra giovani e vecchi, tra donne e uomini – e la volontà di trovare il modo di imparare a vivere, o rivivere.


Ho apprezzato tantissimo lo stile della Di Pietrantonio, semplice eppure incisivo, arguto e pregno di emozione, ma mi rammarico che non sia finito nella cinquina dei finalisti del Premio Strega 2014, perché assolve ad una delle più importanti missioni della letteratura: quella di registrare e raccontare il presente affinché non venga dimenticato.


Voto: 


Donatella Di Pietrantonio è nata e ha trascorso l’infanzia ad Arsita, in provincia di Teramo.
Ha esordito nel 2011 con il romanzo Mia madre è un fiume, vincitore di numerosi premi e tradotto in Germania.
Vive con il compagno e il figlio a Penne, in provincia di Pescara, dove esercita la professione di dentista pediatrico.


martedì 23 luglio 2013

Recensione: Autunno di Louis Bromfield




Autunno – Louis Bromfield
Per l'antica e illustre famiglia Pendleton, da tempo in declino, arriva finalmente il giorno per riaffermare il proprio ruolo nell'alta società di Boston. L'occasione è data dalla presentazione in società della giovane Sybil, appena tornata da un soggiorno di studio a Parigi. Non si tratta soltanto di un evento mondano ma della possibilità di rivitalizzare la dinastia attraverso la scelta di un buon partito per la ragazza. Il racconto si apre proprio nel giorno del ballo, tra i saloni adorni della dimora di famiglia, dove si muove con eleganza e discrezione la padrona di casa, Olivia Pendleton, madre di Sybil e prigioniera di un matrimonio noioso e sventurato. Intorno a Olivia ruotano una serie di personaggi alla ricerca di una felicità che sembra negarsi a ognuno di loro. Questa tetra atmosfera verrà spezzata da due eventi - l'innamoramento di Olivia per il giovane ed estroverso Michael O'Hara e la scoperta da parte della donna di un vergognoso segreto di famiglia contenuto in alcune vecchie lettere - due eventi che porteranno a un cambiamento radicale nella vita di ognuno dei protagonisti.
Editore: Elliot
Pagine: 249
Prezzo: € 18,00




Voto: 


Scrivo con difficoltà questa recensione, un po’ dispiaciuta perché mi trovo a dare un voto medio ad un autore Premio Pulitzer nel 1926. Ma non posso fare altrimenti: ho letto Autunno con molta difficoltà, perché ad una lettura quasi edificante e suggestiva si sono alternati fasi nelle quali non mi era psicologicamente possibile leggere più di una pagina al giorno. Ci sono voluti ben due mesi – giustificati anche dal periodo critico degli ultimi esami e della stesura della tesi – per terminarlo ed ora eccomi qui a mettere nero su bianco le mie impressioni.

La storia racconta la decadenza dell’aristocrazia americana agli inizi del XX secolo, in particolare della ricca famiglia Pendleton, che cerca in tutti i modi di attenersi ai canoni vittoriani di cui era impegnata la società americana a quel tempo – come ci ha insegnato la Wharton ne L’età dell’innocenza, gli americani criticavano le restrizioni inglesi per poi dimostrarsi ben più puritani e proibizionisti. Dopo la prima guerra mondiale, la famiglia ostenta un’antica ricchezza che non fa altro che mostrare al mondo il loro declino, mentre Anson, ultimo erede della famiglia rimane chiuso nel suo studio a cercare di risollevare la vecchia gloria del suo casato attraverso la stesura di una biografia di famiglia. A tentare di agire per il bene della figlia Sybil e del figlio Jack invece c’è Olivia, donna caparbia e intelligente, che tenta di insegnare alla figlia il valore di un matrimonio d’amore piuttosto che un contratto d’infelicità eterna stipulato attraverso nozze combinate. La stasi e l’impossibilità del cambiamento dominano la vita di Olivia, fin quando non compare sulla scena l’irlandese O’Hara, che le sconvolgerà la vita a tal punto da dover rivedere le proprie priorità e ricominciare a sperare nella possibilità dell’amore e della felicità.

Il romanzo è pieno di cliché, a partire dal modo in cui è ritratta la società, tipico della narrativa borghese degli anni Trenta, e dalla presenza del leitmotiv della donna costretta ad un matrimonio d’interesse che, ad un certo punto della sua vita, decide di perdersi tra le braccia di un amante. Olivia non è molto lontana da Emma Bovary, sebbene ami davvero la sua famiglia. L’autore traccia un vero e proprio profilo dei tanti tipi femminili: ad esempio ci sono la zia Cassie, considerata alla stregua di una donna pazza, e Sabine, che dapprima dà l’impressione di essere vagamente stupida, ma alla fine si rivela una figura altamente rivoluzionaria. 

La questione forse più importante e innovativa portata avanti nel romanzo è quella della possibilità del divorzio in una società così definita e perbenista quale quella americana. Per questo va il mio plauso all’autore, che ha saputo inserire bene nel testo un tema scottante, sebbene alla fine ciò che fanno i protagonisti risulti altamente scontato. L’intento di Bromfield era sicuramente analizzare a fondo una società fatta solo di “facciata”, dove l’unica cosa che conta è tenere a galla la propria rispettabilità per non compromettere le sorti di un’intera famiglia, in un meschino gioco nel quale non conta nulla se non il dio denaro. In maniera disillusa, l’autore racconta dei suoi contemporanei con un taglio elegante e seducente a tratti, ma per alcuni versi scontato e pesante. 

Devo ammettere di essere rimasta delusa dal finale, nel quale si ha una brusca interruzione del tenore tenutosi in tutto il romanzo, mentre i personaggi perdono di spessore e sembrano più intenti a blaterare piuttosto che darsi da fare agendo. Chiariamoci, non sono un tipo che disprezza la parola, ma il risultato è che alcuni di loro che all’inizio ci avevano dato l’impressione di essere altamente complessi, risultano assolutamente degli inetti. 

Ho letto questo romanzo in contemporanea con Il Grande Gatsby, romanzo dello stesso periodo e che per certi versi sembra aver avuto un certo influsso su Bromfield, e devo dire che ho apprezzato sicuramente il primo più del secondo. Autunno rimane, ad ogni modo, un romanzo interessante perché è scritto da un uomo ma racconta senza nessun pregiudizio una storia femminile, cosa davvero ammirevole per un romanziere degli anni Venti.



Louis Bromfield
Nato nel 1896 a Mansfield, in Ohio. È stato uno scrittore, saggista e riformatore agrario statunitense. Dopo gli studi in agraria e giornalismo, si unì agli American Ambulance Corps e all’esercito francese prestando servizio dal 1917 al 1919 e ricevendo la Croce di Guerra e la Legion d’Onore. Quindi ritornò a New York, dove si dedicò alla critica teatrale per «Time Magazine» e alla stesura di varie commedie che riscossero però scarso successo. Dopo la pubblicazione di The Green Bay Tree (1924), Bromfield si dedicò interamente alla narrativa e nel 1926 vinse il Premio Pulitzer con il romanzo Autunno. Entrambe le opere facevano parte di una quadrilogia, intitolata Escape e incentrata sulla figura di una donna forte e ribelle. Trasferitosi con la moglie e le tre figlie in Francia, nel 1931 conobbe Edith Wharton, con la quale intrattenne una lunga amicizia. Fu autore di oltre trenta romanzi, alcuni dei quali sono stati e continuano a essere long seller. Dalla più famosa delle sue opere, La grande pioggia, sono stati tratti due film. Morì a Columbus, in Ohio, il 18 marzo 1956.


Dello stesso autore:

domenica 5 maggio 2013

Recensione: La ragazza che fermò il tempo di J. M. Tohline






La ragazza che fermò il tempo – J. M. Tohline

Quando la giovane e bella Lenore risulta tra le vittime di un incidente aereo, tutta la famiglia Montana è profondamente scossa. È sconvolto suo marito Chas, costretto dal lutto a fare i conti con la propria coscienza sporca. È distrutto Maxwell, fratello minore di Chas, segretamente innamorato della cognata. È affranta Cecilia, sorella di Chas, che ha perso un’amica amatissima. Sono turbati il signor Montana e sua moglie, che rimpiangono la dolce nuora scomparsa. È toccato anche Jez, amico di famiglia e giovane braccio destro del signor Montana. A questo dramma familiare si trova ad assistere quasi suo malgrado Richard Parkland, che si è trasferito nella casa sulla spiaggia accanto alla sfarzosa e imponente villa dei Montana per scrivere il suo secondo, attesissimo romanzo. Richard viene accolto nella famiglia come se fosse un vecchio amico, Maxwell lo sceglie come suo confidente e Cecilia come oggetto delle sue attenzioni sentimentali. Indeciso tra il mantenersi distaccato e il farsi coinvolgere, egli osserva gli eccentrici Montana con un misto di attrazione e diffidenza. Ma quando una sera Lenore bussa alla porta di casa sua e gli chiede di nasconderla e di riferirle le reazioni del marito e degli altri membri della famiglia alla notizia della sua morte, Richard viene catapultato al centro di un’intricata rete di rivelazioni, segreti e rapporti complessi e delicati. La ragazza che fermò il tempo è un’affascinante storia di sogni, illusioni e fantasmi popolata da personaggi vividi, un romanzo d’esordio raffinato e ricco di riferimenti alla grande letteratura americana (Fitzgerald, Hemingway e Poe su tutti).

Editore: Elliot

Pagine: 192

Prezzo: € 18,00

Voto:








Mi trovo in difficoltà mentre scrivo questa recensione. Come quando un libro ti piace così tanto che non sai cosa scrivere, anche questa volta non so da dove cominciare, visto che se avessi dovuto scrivere una recensione durante la lettura, probabilmente la mia valutazione, fino a pagina 90 circa, sarebbe stata di 1 stellina e ½. La ragazza che fermò il tempo è un romanzo breve ma che, all’inizio, si fa leggere con tanta difficoltà, si passa dal presente al passato, fino ad arrivare ad un attimo prima del presente, non facendo più intendere nulla a chi sta tentando di raccapezzarsi. Ci sono momenti molto interessanti, ma riconducibili per lo più ai saggi sulla semiotica e la pragmatica della parola, ma nelle prime cento pagine non si fa altro che tessere le lodi di Lenore, donna che sembra essere morta in un incidente aereo. Tutti la piangono, tutti la amano, tutti la celebrano, persino il protagonista – Richard, autore di un best-seller che non riesce a scrivere il suo secondo romanzo – che non l’ha mai conosciuta e che a causa di questa idealizzazione di Lenore comincia a perdere interesse per Cecilia, con la quale aveva cominciato una relazione. Ma quando Lenore si palesa, rivelando una morte simulata, le cose cominciano a farsi interessanti: l’altarino di menzogne che fanno di Lenore la donna perfetta, la donna fedele e a modo, tutto ciò che un uomo possa desiderare si frantuma per lasciare spazio ad un’idea di lei ben poco lusinghiera, che la mette sullo stesso piano del marito fedifrago disperato perché pentito del tradimento. I personaggi maschili della storia – Chas, Maxwell e Jez – non riescono a resistere al fascino della donna e raccontano a Richard le loro esperienze: sono indubbiamente tutti vittime del capriccio di una donna che vuole essere il centro del loro mondo, insoddisfatta di quello che ha, che gioca con i loro sentimenti. Tutti sembrano quasi accecati dall’abbagliante splendore della candida Lenore, così tanto da non coglierne i molteplici difetti, come è dato invece al lettore. Il grande pregio dell’autore è quello di esser riuscito a mettere in risalto i peggiori lati della personalità maschile e femminile, senza giustificarli o dar l’idea di schierarsi a favore dell’uno o dell’altro genere. 

Parliamo adesso dello stile. Una cosa che mi ha un po’ confuso è l’uso dei tempi verbali e il passaggio temporale repentino e spesso destabilizzante dal passato al presente, che appesantisce la lettura e in alcuni casi la rende monotona, ancor più quando a questa alternanza si aggiungono i dialoghi tra i personaggi che stanno raccontando la storia e quelli che la stanno vivendo. In alcuni casi la resa dei dialoghi è quasi poco realistica, ma è resa comprensibile dal fatto che infondo il lettore sta leggendo la versione romanzata della storia, ossia il memoir scritto da Richard per venire a capo degli eventi che lo hanno visto coinvolto (e sconvolto) suo malgrado. 

Tohline, nel finale, demolisce le nostre certezze, creando un intricato e inaspettato intreccio di eventi che stupisce a tal punto il lettore da capovolgere il giudizio sull’intero romanzo. Con ciò non vuol dire che ho apprezzato questo mutamento di registro tanto da cambiare completamente opinione, ma che nel finale si comprende il perché di un ritmo narrativo che spesso rallenta a tal punto da sembrare inesistente fino a poi divenire quasi frenetico e concitato laddove va a spiegare la verità al lettore. L’utilizzo delle varie dimensioni del tempo ricorda molto i racconti di Edgar Allan Poe, che tra l’altro pare essere uno degli autori preferiti di Tohline, ma in certi casi ho avuto l’impressione di trovarmi all’interno de Alla ricerca del tempo perduto di Proust. Si tratta comunque di un romanzo sui generis, diverso dai milioni di esordi che popolano le librerie negli ultimi tempi, direi anche quasi coraggioso; bisogna approcciarvisi solo se si è ben disposti a leggere qualcosa di complicato e a volte difficile, perché di sicuro non è una lettura per tutti e da tutti.



J. M. Tohline

È nato nel 1985 a Natick, una cittadina del Massachusetts, e attualmente vive in campagna nelle Grandi Pianure americane con la moglie Abby e i loro gatti, che si chiamano “The Old Man And The Sea” e “East Of Eden”. Nella primavera del 2012 è stato segnalato dalla «Los Angeles Review» tra gli autori under trenta che stanno dando un volto nuovo alla letteratura americana. La ragazza che fermò il tempo è il suo primo romanzo. Il suo sito è http://www.jmtohline.com/.







sabato 19 gennaio 2013

Recensione “Marlene Dietrich. Un ritratto” di Franz Hessel

Marlene Dietrich. Un ritratto - Franz Hessel

“Che interpreti una dama o una prostituta, una conquistatrice o una vittima, Marlene Dietrich incarna sempre un sogno universale”. Così Franz Hessel rivela al lettore la sua totale ammirazione verso la Dietrich, che ebbe occasione di incontrare a Berlino nel 1931, quando l’attrice era tornata nella sua città dopo i primi successi a Hollywood. Nelle pagine di questo breve ritratto, inedito in Italia, Hessel riesce a restituire un’immagine valida allora come oggi, cogliendone con acume e lungimiranza le caratteristiche che i ruoli e i film successivi avrebbero poi confermato. Nella prosa di cui è maestro, l’autore guarda l’attrice con occhi affascinati e sedotti, a volte teneramente ingenui. Nello charme che l’ha resa celebre, Hessel sa riconoscere con intelligente sensibilità non tanto i tratti della vamp ma la bellezza e la levatura dell’artista. Infine, a chiusura di questo breve omaggio, l’intellettuale ammirato rivela l’incontro personale, e descrive non più la diva ma la donna e la madre cui ha fatto visita a Berlino. A vent’anni dalla morte dell’attrice tedesca, il lettore non tarderà a trovare tra le righe di questo libro, assieme al sorriso ammiccante della Lola Lola, dell’Angelo azzurro, lo spirito di un’intera epoca, che sperimenta la crescita del mondo patinato del cinema mentre si prepara, ignara e sognante, agli anni più difficili e cupi del Novecento.
Editore: Elliot
Pagine: 64
Prezzo: 7.50 euro



A cura di Glo in Stockholm


Voto: 



Che cosa sapevo di Marlene Dietrich prima di leggere la breve prosa di Franz Hessel? Poco, devo  ammettere: per me era la protagonista dell'Angelo Azzurro, un'attrice di grande talento e un'icona tedesca fra le più celebri. Inoltre, personalmente, l'ho sempre considerata un personaggio molto affascinante, non soltanto per la bellezza e l'aura speciale che sembrava emanare, ma anche per il suo ruolo di strenua oppositrice del regime nazista. Per questo ho letteralmente divorato le 49 pagine del ritratto tracciato da Hessel.

Quando Franz Hessel scrive quest'opera, nel 1931, il successo di Marlene Dietrich è già notevole, anche se non ancora al vertice, tuttavia, lo scrittore è abile nel comporre un quadro attuale, capace di  coglierne il potenziale confermato poi dalla storia.
Fin dalle prime pagine emerge subito la simpatia che nutre per la “giovane tedesca, figlia di  Berlino... stella di Hollywood e di New York”,  dal talento versatile e magnetico, che le permette di interpretare personaggi in grado di conquistare tutto il pubblico, senza distinzioni.

Agli occhi di Hessel, la Dietrich non è una semplice vamp, la donna fatale capace di rovinare consapevolmente gli uomini; in lei anche seduzione e mistero si fanno inconsapevoli (a questo proposito cita il personaggio di Lola nell'Angelo Azzurro, benevola anche quando manda in rovina il professore vittima del suo fascino), come dimostra il suo sorriso, un sorriso capace di conquistare l'Europa e l'America.
L'autore tratteggia l'attrice anche attraverso alcuni cenni biografici: per esempio, quando narra di una bambina che non si curava di essere al centro dell'attenzione, amante della musica, la cui passione per il teatro si sviluppa più tardi nell'adolescenza, oppure quando racconta delle prime incursioni nella vita artistica, con l'invito a partecipare alla rivista da camera Es liegt in der Luft (È nell'aria), in cui emerge chiaramente il suo talento. Ma è grazie ai principali ruoli interpretati da Marlene Dietrich che Hessel dipinge la sua figura con maggiore efficacia: primo fra tutti il già citato Angelo Azzurro di Josef von Sternberg, il film di Marlene Dietrich per antonomasia, a cui è proprio la diva berlinese a dare il grande successo mondiale. Bellissima, intensa, ammaliatrice, circondata da un magico mondo di fiera, Lola spinge lentamente l'uomo che la ama sull'orlo del baratro, ma non se ne compiace affatto, anzi cerca in tutti i modi di farlo abituare al proprio stile di vita, anche se il tragico epilogo è ineluttabile. Il viso dell'attrice si rivela particolarmente adatto a incarnare questo personaggio, con i suoi lineamenti volitivi e nello stesso momento dolci, l'espressione degli occhi magnetici. Un'altra interpretazione che ha colpito Franz Hessel è quella nel film Marocco, che ha permesso a Marlene Dietrich di essere conosciuta negli Stati Uniti. Lo scrittore sembra esserne abbagliato: la canzonettista francese superficiale e frivola che si reca nel paese nord africano e si lascia lusingare da un viveur che le offre una vita lussuosa... ma l'implacabile seduttrice cade sedotta sotto l'invincibile forza dell'amore, infatti abbandonerà tutto per seguire un gruppo di soldati legionari che attraversano il deserto del Sahara, fra cui c'è il giovane di cui si innamora follemente. Hessel si concentra qui sul suo sguardo, in cui “compaiono nuove dissimulazioni e rivelazioni […]: osservazione ostinata, terrore per il proprio dolore, gioia angosciosa nell'eroismo, inerme dedizione.”

In questo breve libro, quindi, sono i film gli strumenti che ci permettono di “comporre” un ritratto di Marlene Dietrich: ovviamente la figura che viene abbozzata è filtrata attraverso gli occhi di uno  spettatore (per quanto scrittore di talento) e quindi può risultare parziale e “bidimensionale” (in questo anche la brevità dell'opera gioca un ruolo); ma nell'ultimo capitolo ritroviamo alcune riflessioni che aiutano a comprendere meglio come probabilmente era Marlene Dietrich, per lo meno nei primi anni della sua carriera. Hessel ha l'opportunità di conoscerla a Berlino e la incontra proprio nella stanza dei giochi della figlia, avendo così l'opportunità di assistere a un'inedita scena familiare fra mamma e bimba. Ne scaturisce un'interessante osservazione; scrive infatti: «In questa scena è stato possibile scorgere molti volti che non abbiamo potuto conoscere da nessuno dei suoi ruoli. “Che cosa sappiamo di questa donna?”, mi sono chiesto.  È il destino e forse anche un po' il lavoro delle grandi attrici del cinema, quello di essere confuse con i personaggi che interpretano». Non si può che essere d'accordo con questo, oggi come allora, una grande attrice è identificata dai ruoli interpretati, e quasi si stenta a credere che anche una donna così eccezionale può vivere una quotidiana lontana dalle luci della ribalta. Particolarmente calzante a questo proposito è anche il seguente passaggio: «Mentre la bimba tende la mano ai suoi giocattoli, Marlene dice: “Se ritenete giusto raccontare la gente alla gente qualcosa della mia vita personale, allora per favore, dite che lì” indica la bambina “c'è la cosa più importante della mia vita”».
Concludo scrivendo che l'opera di Franz Hessler, pur con i suoi limiti, ha per me un pregio: mi ha infatti così incuriosito da voler riscoprire i film di questa grande attrice, per conoscere meglio una grande protagonista della cultura europea.

lunedì 7 gennaio 2013

Recensione La sinfonia di Parigi e altri racconti di Irène Némirovsky



La sinfonia di Parigi e altri racconti - Irène Némirovsky

Tre racconti inediti nei quali la scrittrice sperimenta nuove forme di scrittura ispirate al linguaggio cinematografico
Agli inizi degli anni Trenta, Irene Nemirovsky accantono per un paio d’anni la scrittura di romanzi, per “subire” la fascinazione positiva e feconda da parte del cinema. Assidua frequentatrice delle sale cinematografiche, entusiasta per l’avvento del sonoro, l’autrice intuì nella settima arte, con sensibilità quasi profetica, una straordinaria risorsa per la scrittura, una fonte di suggerimenti e spunti anche tecnici, in grado di ampliarne le possibilità espressive. Fu cosi che nel 1931 nacquero le tre storie d’amore, La sinfonia di Parigi, Natale e Carnevale di Nizza, qui tradotte e pubblicate per la prima volta in Italia, con la speranza che potessero un giorno essere trasposte sul grande schermo. Del resto, per la scrittrice francese l’incontro con il cinema – seppur indirettamente – era gia avvenuto con la realizzazione del film David Golder, per il quale il regista Julien Duvivier dichiaro di non aver avuto bisogno di aggiungere scene o modificare i dialoghi tratti dal romanzo omonimo, tanto la scrittura della Nemirovsky si armonizzava perfettamente al ritmo e alle tecniche narrative cinematografiche. Nessuna di queste storie divento mai un film, ponendo cosi fine alle sue speranze di poter lavorare come sceneggiatrice. Eppure, il tentativo non fu vano e la lettura di queste tre brevi opere potrà meglio farci comprendere quanto l’amore per il cinema abbia influenzato lo stile indimenticabile dell’autrice di Suite francese.
Editore: Elliot
Pagine: 96
Prezzo: 9.90 euro



Voto: 


Irène Némirovsky era una scrittrice ucraina, nata nel 1903 e morta nel 1942 ad Auschwitz. Le sue opere - fortemente influenzata dalla neonata settima arte - all'epoca di pubblicazione godettero di certo successo, ma un po' per colpa delle leggi razziali che ostacolavano la diffusione dei suoi libri, un po' perché il tempo alle volte è impietoso, con il passare degli anni sono cadute nel dimenticatoio.
Dal 2005 la casa editrice Adelphi ha cominciato a riportare questi romanzi e racconti in Italia, imitata in seguito da altre. Quest'anno, poi – in virtù dei curiosi, e alle volte incomprensibili, ritorni di fiamma nell'editoria – la riscoperta della scrittrice ha subìto una brusca accelerazione, con le sue opere distribuite settimanalmente da un noto quotidiano e, più in generale, da varie edizioni e pubblicazioni. Anche l'editrice Elliot ha contribuito con “La sinfonia di Parigi e altri racconti”, tre storie inedite in cui come non mai è palese l'influenza del mondo cinematografico.

1) La sinfonia di Parigi
Il racconto che dà il titolo alla raccolta tratta della vita di Mario Cavalhère, musicista arrivato a Parigi con il sogno di fare il direttore d'orchestra e di scrivere una sinfonia per la capitale transalpina. La sua vita, però, sembra andare in direzione contraria, tra matrimoni infelici e insuccessi lavorativi.
In nemmeno una ventina di pagine vediamo passare sotto i nostri occhi la vita del protagonista, come in un film dal ritmo piuttosto sostenuto. Lo stile è scarno, secco, ma non si ha l'impressione di frettolosità o superficialità. I dialoghi sono brevissimi, le scene rapide. Soltanto un elemento si sottrae da quest'atmosfera minimalista: Parigi. E' evidente l'amore dell'autrice per questa città, che qui sembra quasi avere vita propria, indipendente dalle persone che la popolano, e provare emozioni sincere. Questo perché la metropoli sintetizza e riflette i sentimenti di Mario: appare colorata e piena di vita quando per il nostro le cose vanno per il verso giusto, diventa cupa quando anche lui sisente così.
E' facile simpatizzare per Mario e dispiacersi per i suoi ripetuti fallimenti: è una persona comune, a contatto con problemi comuni. Tuttavia, non si può parlare di vera introspezione psicologica, perché è evidente che l'attenzione della Némirovsky è concentrata perlopiù sullo stile.

2) Natale
Quantomai attuale in questo periodo, il resoconto di come passa la festività una famiglia di Parigi che vive al di sopra delle proprie possibilità economiche, tra fugaci amori e conseguenti drammi che investono sia i genitori che le figlie.
Si respira davvero l'atmosfera delle feste in questo racconto, occupando lo stesso ruolo della capitale francese nello scorso racconto. Niente viene tralasciato: l'entusiasmo dei bambini di fronte all'albero di Natale, i regali posticci (l'importante è il pensiero!), la visita ai vecchi parenti tralasciati per il resto dell'anno, ecc.
Potremmo quasi definirlo un racconto corale, perché tutti i componenti della famiglia, a parte i bambini, sono i protagonisti: il padre, con la sua esistenza mediocre e il costante assillo dei soldi, la moglie che mal sopporta il marito e non si cura dei figli piccoli, ed infine le due figlie, la calcolatrice Marie-Laure e la più sensibile Claudine. Se dobbiamo scegliere un personaggio principale la scelta potrebbe cadere su quest'ultima. Giusto dopo la scena più divertente della storia e forse dell'intera raccolta – le feste apparentemente caste delle giovanotte perbene – veniamo introdotti nel suo dramma personale: incinta di un ragazzo che, palesemente, tutto vuole tranne che impegnarsi, ed impaurita dal biasimo della sua famiglia, amata sorella inclusa.
Parlando dello stile, la sperimentazione del precedente racconto ha fatto un passo avanti: questa volta l'autrice non solo scrive come se fosse una sceneggiatura, ma addirittura come se fosse un vero film, con precisi riferimenti agli stacchi delle scene e alle inquadrature. In ogni caso, c'è senza dubbio un equilibrio maggiore tra introspezione psicologica e forma.

3) Carnevale di Nizza
Simone e René sono giovani coniugi: entrambi miti di carattere, sempre attenti a non abbandonarsi troppo alla passione, né nella loro unione né nella vita. Totalmente diverso è invece Tony, il cugino di lui, poco serio e dallo stile di vita sregolato. La precisina Simone non riesce a giudicare quanto gli voglia bene sinceramente e quanto per obblighi familiari: un viaggio inaspettato con lui le chiarirà le idee... o forse le complicherà.
La trama è un classico: la donna compassata e sposata che prova attrazione, e forse qualcosa di più, per il suo opposto. Eppure la Némirovsky riesce a non far pesare la poca originalità della trama, a farla andare oltre ai suoi cliché: in poche parole, a renderla davvero coinvolgente. Il lettore non rimane indifferente alla crescente tensione erotica tra Simone e Tony, e si chiede quando, e se, questa si concretizzerà. E' impossibile dire, infatti, cosa deciderà di fare la nostra: cederà alle quasi involontarie avance? Se sì, rimarrà con il marito o giocherà il tutto e per tutto in nome della passione? Oppure quest'attrazione finirà nel nulla?
Tra i tre racconti, questo è quello con la migliore introspezione psicologica: con piccoli, delicati accenni l'autrice ci fa notare la monotona e borghese vita dei coniugi, la mancanza di disciplina di Tony, il comportamento della gente di Nizza, a metà tra pressappochismo ed acutezza: se infatti la deduzione generale che Tony e Simone siano una coppia è, come sappiamo, sbagliata, è vero che tra i due c'è un legame che va al di là dell'amicizia, in uno strano ibrido tutto da definire. A sorpresa, il carnevale del titolo non ha un ruolo molto ampio nell'economia della storia, ed anzi rimane soltanto un elemento di sfondo. Dal punto di vista stilistico, invece, valgono le considerazioni degli altri racconti.

“La sinfonia di Parigi e altri racconti” è un'opera immatura dal punto di vista stilistico, ma non per quanto riguarda la psicologia dei personaggi, sempre acuta e dettagliata. Questa raccolta non è il solito tentativo di far cassa sul fenomeno del momento, ma può risultare utile sia a chi già conosce Irène Némirovsky, che con questo libro ha un tassello importante del suo percorso artistico, sia a chi non ne ha mai letto un'opera, e può farsi così un'idea – positiva – delle capacità di questa autrice.



Irène Némirovsky 
Irène Némirovsky (Kiev, 1903 - Oświęcim 1942) è stata una scrittrice ucraina naturalizzata francese. Di religione ebraica ma convertitasi al cristianesimo nel 1939, fu arrestata dai nazisti e deportata ad Auschwirz nel luglio del 1942. Morì un mese dopo di tifo. Nel 2004 venne pubblicata postuma la Suite francese (uscita in Italia per Adelphi nel 2005), dopo il ritrovamento del manoscritto. È in corso da allora una vasta riscoperta della sua opera. Tra i suoi libri ricordiamo anche Jezabel (Adelphi, 2007), Due (Adelphi, 2010) e Nascita di una rivoluzione (Castelvecchi, 2012).

venerdì 23 novembre 2012

Elliot Edizioni lancia la nuova collana LAMPI




A partire da ieri, 22 novembre, è possibile trovare in libreria la nuova collana “Lampi” della Elliot Edizioni, che propone opere letterarie di vario genere a prezzo contenuto, utilizzando una veste grafica unitaria ed elegante.
In uscita oggi La sinfonia di Parigi e altri racconti di Irène Némirovsky, autrice de “Suite francese”, tre racconti inediti nei quali la scrittrice sperimenta nuove forme di scrittura ispirate al linguaggio cinematografico. Un altro libro già disponibile in libreria è Manuale per l’uso del lupo di Emanuele Trevi, una meditazione sul senso della critica letteraria e sulla necessità della ricerca di un lessico in grado di esprimere la passione per l’arte, la musica, la letteratura.
Il terzo titolo in uscita oggi è la monografia Marlene Dietrich. Un ritratto di Franz Hessel, uno dei primi scritti dedicati alla grande attrice, qui vista attraverso gli occhi di un suo amico e ammiratore.
Le prossime pubblicazioni saranno:


  •  Vermeer. Pazienza e sogno di luce di Sylvie Germain
  • Alla casa del gatto che gioca a palla di Honoré de Balzac
  • Grande enciclopedia del quasi niente di Pascal Ory
  •  In Italia di Manlio Cancogni
  • Nessuno mi può riciclare di Gianni Miraglia
  • Benares di Chantal Maillard



La sinfonia di Parigi e altri racconti – Irène Némirovsky
Agli inizi degli anni Trenta, Irene Nemirovsky accantono per un paio d’anni la scrittura di romanzi, per “subire” la fascinazione positiva e feconda da parte del cinema. Assidua frequentatrice delle sale cinematografiche, entusiasta per l’avvento del sonoro, l’autrice intuì nella settima arte, con sensibilità quasi profetica, una straordinaria risorsa per la scrittura, una fonte di suggerimenti e spunti anche tecnici, in grado di ampliarne le possibilità espressive. Fu cosi che nel 1931 nacquero le tre storie d’amore, La sinfonia di Parigi, Natale e Carnevale di Nizza, qui tradotte e pubblicate per la prima volta in Italia, con la speranza che potessero un giorno essere trasposte sul grande schermo. Del resto, per la scrittrice francese l’incontro con il cinema – seppur indirettamente – era gia avvenuto con la realizzazione del film David Golder, per il quale il regista Julien Duvivier dichiaro di non aver avuto bisogno di aggiungere scene o modificare i dialoghi tratti dal romanzo omonimo, tanto la scrittura della Nemirovsky si armonizzava perfettamente al ritmo e alle tecniche narrative cinematografiche. Nessuna di queste storie divento mai un film, ponendo cosi fine alle sue speranze di poter lavorare come sceneggiatrice. Eppure, il tentativo non fu vano e la lettura di queste tre brevi opere potrà meglio farci comprendere quanto l’amore per il cinema abbia influenzato lo stile indimenticabile dell’autrice di Suite francese.
Prezzo: 9,00 euro

Irène Némirovsky
Irène Némirovsky (Kiev, 1903 - Oświęcim 1942) è stata una scrittrice ucraina naturalizzata francese. Di religione ebraica ma convertitasi al cristianesimo nel 1939, fu arrestata dai nazisti e deportata ad Auschwirz nel luglio del 1942. Morì un mese dopo di tifo. Nel 2004 venne pubblicata postuma la Suite francese (uscita in Italia per Adelphi nel 2005), dopo il ritrovamento del manoscritto. È in corso da allora una vasta riscoperta della sua opera. Tra i suoi libri ricordiamo anche Jezabel (Adelphi, 2007), Due (Adelphi, 2010) e Nascita di una rivoluzione (Castelvecchi, 2012).



Istruzioni per l’uso del lupo – Emanuele Trevi
Scritta in forma di lettera all’amico Marco Lodoli, la riflessione dell’autore parte dal presupposto che il linguaggio tecnico dell’Accademia e del giornalismo culturale abbia creato una codificazione artificiosa se non mortifera della trasmissione della cultura. Il tecnicismo ha finito per allontanare la letteratura dalla sua sorgente primaria, ovvero dall’uomo e dalle sue emozioni, dal dolore, dalla felicità, dalla paura. Da qui la necessità vitale di creare un linguaggio critico “naturale”, di trovare “le parole giuste per dire la cosa”, di un metodo per avvicinare il lupo, quel temibile, inafferrabile sentimento del bello che assomiglia “alla felicità e alla paura di essere vivi”.
Prezzo: 7,50 euro






Emanuele Trevi
Vive a Roma, dove è nato nel 1964. Scrittore e critico letterario, attualmente collabora con il «Corriere della Sera». Tra le sue opere ricordiamo I cani del nulla (Einaudi, 2003), Senza verso. Un’estate a Roma (Laterza, 2005), Letteratura e libertà (scritto insieme a Raffaele La Capria, Fandango 2009), Il libro della gioia perpetua (Rizzoli, 2010) e Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie, 2012).



Marlene Dietrich. Un ritratto – Franz Hessel
“Che interpreti una dama o una prostituta, una conquistatrice o una vittima, Marlene Dietrich incarna sempre un sogno universale”. Così Franz Hessel rivela al lettore la sua totale ammirazione verso la Dietrich, che ebbe occasione di incontrare a Berlino nel 1931, quando l’attrice era tornata nella sua città dopo i primi successi a Hollywood. Nelle pagine di questo breve ritratto, inedito in Italia, Hessel riesce a restituire un’immagine valida allora come oggi, cogliendone con acume e lungimiranza le caratteristiche che i ruoli e i film successivi avrebbero poi confermato. Nella prosa di cui è maestro, l’autore guarda l’attrice con occhi affascinati e sedotti, a volte teneramente ingenui. Nello charme che l’ha resa celebre, Hessel sa riconoscere con intelligente sensibilità non tanto i tratti della vamp ma la bellezza e la levatura dell’artista. Infine, a chiusura di questo breve omaggio, l’intellettuale ammirato rivela l’incontro personale, e descrive non più la diva ma la donna e la madre cui ha fatto visita a Berlino. A vent’anni dalla morte dell’attrice tedesca, il lettore non tarderà a trovare tra le righe di questo libro, assieme al sorriso ammiccante della Lola Lola, dell’Angelo azzurro, lo spirito di un’intera epoca, che sperimenta la crescita del mondo patinato del cinema mentre si prepara, ignara e sognante, agli anni più difficili e cupi del Novecento.
Prezzo: 7,50 euro

Franz Hessel
Franz Hessel (Stettino, 21 novembre 1880 – Sanary-sur-Mer, 6 gennaio 1941) scrittore, saggista e traduttore fu una delle figure più significative della vita culturale tedesca e parigina. Collaborò lungamente con la casa editrice Rowholt e tradusse, insieme a Walter Benjamin, À la recherche du temps perdu di Marcel Proust. Tra le sue opere di narrativa ricordiamo Heimliches Berlin del 1927, Pariser Romanze del 1920 (Romanza parigina. Carte di un disperso, Adelphi, 1997), È stato uno dei primi esponenti tedeschi della flânerie francese e ha pubblicato una raccolta di saggi riguardanti la città di Berlino, Spazieren in Berlin (1929). Era il padre del diplomatico Stéphane Hessel, autore del bestseller Indignatevi! (ADD, 2011).

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