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mercoledì 11 marzo 2015

Recensione: I fantasmi dei Natali passati di Federica Soprani e Vittoria Corella



I fantasmi dei Natali passati, F. Soprani, V. Corella
Lite edition, solo eBook
130 pagine, 1.99 euro
Si conclude con I fantasmi dei Natali passati la quadrilogia Victorian Solstice, scritta a quattro mani da Vittoria Corella (nome d'arte) e Federica Soprani.
In questo ultimo capitolo (abbiamo recensito i precedenti QUI) ritroviamo la coppia di ormai affermati detective Jericho Shelmerdine Marmaduke e Jonas Marlowe in due diversi contesti:  nella loro tenuta Fine del Mondo e nella solita Londra della regina Vittoria, tanto perbene in superficie quanto torbida e immorale nel profondo.
Il caso che li vedrà coinvolti riguarda l'uccisione di una serie di ragazzi da bordello, che vengono rinvenuti disposti a imitazione di santi o personaggi biblici, e sarà ulteriormente complicato dall'apparire dei "fantasmi" (o scheletri nell'armadio) che da anni tormentano i due detective. Per Jericho, sono rappresentati dalla comparsa di un vecchio aguzzino alla cui forza fatica a sottrarsi, per Jonas, invece, dall'omicidio irrisolto della moglie. Le prove che sembrano in un primo momento schiacciare i due finiranno in realtà per rinsaldare il loro bisogno reciproco.

I fantasmi dei Natali passati si connota subito come la conclusione più idonea alla saga: è senza dubbio il più riuscito dei quattro per complessità strutturale e per l'aspettativa che riesce a creare e soddisfare nel lettore. Come di consueto, le due autrici ci coinvolgono in un richiamo continuo di citazioni che arricchiscono la lettura e strizzano l'occhio al pubblico. Si passa dall'evidente citazione di Dickens nel titolo, alla menzione di Virginia Woolf nel nome di Jericho, ai meno velati richiami ad Alice in Wonderland. Nonostante il mondo in cui vivono i due amici sia più vicino a quello dei romanzi vittoriani che a quello realmente esistito, ciò che colpisce subito in questi libri è il lavoro di documentazione che si nasconde dietro le pagine. Le autrici, infatti, riescono a parlare del lontano mondo di fine Ottocento come se fosse qualcosa di estremamente vicino a loro, che conoscono e sanno descrivere alla perfezione, creando un'ambientazione ricca e affascinante oltre che del tutto credibile. La Londra in cui ci troviamo non è però la Londra che ci aspettiamo,  ma quella nascosta di cui si preferisce tacere, fatta di bordelli, bambini maltrattati, vagabondi e ricchi viziosi che di nascosto si abbandonano alle loro passioni più torbide a discapito di questi sfortunati, una Londra ancora peggiore di quella che troviamo tratteggiata nei romanzi di Dickens. Jericho e Jonas sono infatti i paladini di questa fascia di popolazione, normalmente ignorata da chiunque, compresa la Yard.
Il viaggio attraverso questi luoghi passati è accompagnato da una scrittura evocativa, che indugia facilmente sul mondo interiore dei due protagonisti quanto su quello esteriore, con acume e bravura ancora maggiore che nei tre precedenti capitoli. È un modo di scrivere ricco, proprio di chi padroneggia perfettamente la propria lingua e sa coglierne le sfumature migliori.
Ancora una volta sono i personaggi e le loro vicissitudini a farla da padroni: il caso investigativo occupa solo un piccolo spazio, la sua risoluzione va di pari passo con l'esorcismo dei loro personali fantasmi e grazie a eventi che vanno oltre l'intelletto dei due investigatori. Anche in questo caso non è il classico ragionamento deduttivo a mettere Jericho e Jonas sulla buona strada, quanto la testimonianza di una delle vittime potenziali. 
Con la conclusione della saga si va accentuando quello che si sospettava nei precedenti tre volumi, ossia che il pretesto narrativo degli omicidi, non è che il contorno di quella che è in realtà la portata principale: l'evolversi della relazione fra Jericho e Marlowe e la loro lotta con il passato.
Nel complesso, mentre nei precedenti tre i due generi erano più bilanciati, questo quarto capitolo verte di più verso il romanzo sentimentale che verso il giallo, per quanto questo sia torbido e sebbene non vi si trovino particolari smancerie.
Per gli appassionati del genere, a cui piace un pizzico di erotismo ad accompagnare le letture, quella di Victorian Solstice è sicuramente una saga che sa affascinare e regalare momenti di buona lettura.

Voto: 

lunedì 24 novembre 2014

Recensione: Videogame di Dario Carraturo



Videogame, Dario Carraturo
Autopubblicazione
303 pagine, 4,99 euro
Videogame è il romanzo d'esordio di Dario Carraturo, un ebook di taglio comico che, prendendo a modello l'epica e i fantasy che ne derivano, si burla con acuta ironia degli eroi di cui siamo abituati a leggere le gesta.

Il protagonista, Sergio, è il classico nerd sfortunato; abile programmatore di videogiochi ma incompreso e deriso dal resto del genere umano, in particolare dalla sua componente femminile. Sulla scia della sua passione per la mitologia, il ragazzo crea un videogioco di cui fanno parte personaggi come Loki, le valchirie, Artù, il prode Astolfo e via dicendo. Il fratello di Sergio, applicando un software per le proiezioni olografiche al computer, finisce per creare inavvertitamente un passaggio attraverso cui eroi e cattivi si trasportano dal loro universo fantastico al piano reale.
Conoscere questi eroi dal vivo non è proprio la gran cosa che uno si aspetterebbe. Prodi e sfavillanti sul campo di battaglia, nella vita quotidiana rivelano tutta una serie di problematiche che non può fare a meno di metterli in ridicolo. Il caos che finiscono per scatenare per le vie di Napoli ha qualcosa di apocalittico.
Scrivere una recensione di questo libro è piuttosto complesso, perchè oscilla vorticosamente fra attimi che rasentano l'eccellenza e attimi disastrosi.

Il mondo creato da Dario Carraturo è appassionate, popolato da una miriade di personaggi ben caratterizzati  e che, pur ridicolizzati, lasciano quel sapore delle grandi saghe che tutti noi conosciamo. Non resta indietro nessuno, dagli eroi dell' Orlando furioso alle saghe nordiche. L'intero libro denota una profonda conoscenza di tutto ciò che ha a che fare con l'epica o il poema antico, ma anche con il fantasy moderno. Un autore che si muove in un ambiente che gli è congeniale e che sa quindi costruire con dovizia non può lasciare indifferente il lettore che si troverà sempre a sentirsi parte di ciò che sta leggendo.

Carraturo sa molto bene come creare scene comiche e piccole gag divertenti. La sua è spesso una comicità piacevole, che strappa il sorriso al lettore, un modo caricaturale di narrare scene e personaggi che si legge volentieri.

Di contro, la scrittura è spesso straniante e costituisce la pecca peggiore di Videogame. Come restare indifferenti all'uso continuo e spropositato dei punti di sospensione? Hanno invaso questo libro come le locuste, se ne contano fino a otto per pagina, e ce ne sono in quasi tutte le pagine, quando andrebbero dosati con il contagocce. Si vanno ad aggiungere poi usi altrettanto spropositati dei vari punti di interiezione, che finiscono per occupare addirittura righe intere. Tralasciamo poi gli elenchi puntati: l'ottavo capitolo è raccontato come il susseguirsi di una serie di azioni messe in elenco puntato, dalla a alla k. In un libro non c'è cosa più fastidiosa che essere continuamente interrotti in questo modo da segni inutili. La cosa peggiore è che per il resto la scrittura di Carraturo ha un buon livello, una di quelle frizzanti che si legge scorrevolmente, è proprio un peccato che sia continuamente interrotta in questo modo.

Altra cosa che infastidisce sono le interruzioni narrative: come detto precedentemente, il mondo è uno di quelli che cattura, la scrittura è scorrevole, ma non appena il lettore si è addentrato per bene in quello che sta leggendo e sta ridendo – perché  l'autore sa perfettamente essere comico  la narrazione si blocca per lasciare spazio a uno scambio di battute, che sarebbero anche divertenti se non avessero appena disturbato la lettura. Ci sono dei punti che andrebbero interamente ripensati per non perdere il senso dell'azione né quello della risata. Inoltre non è plausibile che nel mezzo di una lotta i vari eroi si mettano a discorrere allegramente del più e del meno: un po' come quando il cattivo di un film si mette a narrare la storia della sua vita prima di uccidere l'eroe e risulta ovvio che si tratti di un artificio mal riuscito per allungare la suspanse.
All'autore piace poi calcare la mano e qualche scena ben riuscita viene caricata troppo e sfocia infine nella pesantezza.
Per darvi un'idea del tipo di interruzioni che popolano il libro, concludo con una citazione.

I nostri prodi sono presi di mira dalle frecce di un arciere, dopo un momento di sconcerto, un cavaliere li avvisa che è Apollo che li sta bersagliando. Loro anziché nascondersi:

Ah è lui che ci sta tirando addosso queste specie di saette?” chiese Cathbad.
Proprio così”
E perché ci tira addosso le sue frecce, questo signor Apollo?” domandò Artù.
È una lunga storia ma sostanzialmente è perché è schierato dalla parte dei troiani, e noi invece siamo in guerra con loro...”
Pensavo che noi fossimo in guerra con Loki” osservò perplesso Sigfrido.
Noi siamo in guerra con chiunque ci rompa le scatole!” barrì Cuchulain “io dico di andare da questo Apollo e riservagli il nostro trattamento speciale fatto di morte e sofferenza!”

Va avanti così per oltre una pagina, finché qualcuno non fa notare che forse non è il caso di dibattere, ma è meglio fuggire.



sabato 9 agosto 2014

Recensione: Poteri spezzati di Federica Nalbone



Poteri spezzati, Federica Nalbone
Lettere animate
217 pagine, 2.49 euro (solo ebook)
Poteri Spezzati è il romanzo d'esordio di Federica Nalbone (26 anni), originaria di Palermo.
Il libro, ambientato a Chicago, racconta la storia di un gruppo neonato di cacciatori di vampiri, demoni e affini. Alison, una giovane cacciatrice con il dono della premonizione, si trova improvvisamente a dover fare i conti con un malfunzionamento del suo potere, una sorta di malattia che sembra aver contagiato anche molti altri dei suoi simili e che si conclude tragicamente con la morte. Supportata dall'amica Amber, e coadiuvata dal suo nuovo gruppo di combattimento, di cui fanno parte il conturbante Dave e il fratello Alvin, oltre al riflessivo Ken, la ragazza dovrà scoprire le cause di ciò che le sta accadendo, per salvare non solo se stessa, ma tutti i suoi nuovi compagni.
La Nalbone ci conduce così in un mondo popolato de ogni sorta di creature fantastiche, non solo vampiri, ma stregoni, fantasmi, demoni e licantropi e persino fate, un mondo in cui i cacciatori non sono qualcosa di raro e solitario ma hanno una gerarchia e un posto ben definito, sebbene sempre scisso dal piano di normalità umano.

I personaggi fin da subito sembrano ricalcare gli stereotipi di genere: Alison, la ragazza piena di personalità e impavida nonché la vera protagonista, Amber, l'amica bellissima, Dave e Alvin, due fratelli diversi  uno impulsivo e più affascinante, l'altro riflessivo  ma perfettamente in sintonia e sempre capaci di recare conforto alle due amiche. L'autrice tuttavia va oltre, regalando a tutti i protagonisti una caratterizzazione approfondita, in modo che partano sì da uno stereotipo ma finiscano per risultare personaggi realistici, a tutto tondo, grazie a una serie di sfaccettature ben tratteggiate. Questa ambivalenza nello stile della Nalbone si riscontra in tutto il libro: a una scrittura curata e scorrevole e a un susseguirsi di pagine in cui la narrazione emerge forte ed evocativa, riuscendo a catturare il lettore e a trasportarlo nel suo mondo, si alternano pagine e pagine in cui questa forza viene meno, cedendo il passo a una scrittura un po' più acerba o a qualche passaggio meno raffinato. Del resto si tratta pur sempre di una prima opera, e il livello resta comunque elevato.
La trama, che al principio sembra snodarsi semplice e lineare, ben presto inizia ad avvolgersi su se stessa componendo un quadro più intricato del previsto, complice un colpo di scena ben riuscito verso il finale che fa dubitare di tutto ciò che si è letto fino a quel momento. Poteri spezzati non è sicuramente un libro scontato, sa anzi affascinare e tenere alta l'aspettativa fino al finale, che non delude. Una trama ben congegnata, insomma, con solide fondamenta.

I combattimenti sono ben descritti, le ambientazioni ben delineate e le creature che compaiono scansano la comune divisione tra bene e male, con una riflessione appena accennata  ma presente  su cosa sia effettivamente male e per chi. Sono esseri che agiscono per il loro interesse e non secondo canoni comprovati, e ogni loro azione ha sempre una buona giustificazione.
Nota positiva è che il lato romance, per una volta, viene trattato su un piano realistico. Sebbene Alison e Dave siano entrambi bellissimi e fortissimi e i loro sentimenti evolvano in maniera vertiginosa, questi vengono accompagnati da riflessioni sull'effettiva validità o adeguatezza del loro amore. In questo caso la Nalbone riesce a colmare il senso di deja vu, dato dalle classiche e onnipresenti situazioni da romanzo rosa, e a regalare invece qualcosa che appare diverso e più naturale. È un amore pensato e temprato da adeguate considerazioni, che non porta i protagonisti al di fuori delle leggi umane ma che a queste è saldamente ancorato.

L'unica vera pecca del libro è forse la mancata descrizione, nelle prime pagine, del mondo dei cacciatori. Giunti alla fine del romanzo i lettori riescono comunque ad avere un'idea del tipo di leggi che lo regolano, ma è destabilizzante, soprattutto all'inizio, non conoscerle appieno. Alison ed Amber, ad esempio, non hanno contatto con il mondo degli umani, vivono in modo defilato ma non ne viene chiarito il motivo, dal momento che non sono immediatamente riconoscibili come cacciatrici  tanto più che anche Dave e Alvin restano sorpresi da questo isolamento per tutta una serie di regole di cui si capisce solo in seguito la necessità. Alla fine risulta un mondo ben costruito, dove magia e poteri di ogni sorta si incastrano alla perfezione generando un intreccio davvero affascinante.

Poteri spezzati è, in definitiva, un'ottima prima prova per Federica Nalbone, di cui mi auguro si possa leggere ancora molto, poiché il talento, sebbene ancora in formazione come si evince da alcuni piccoli inciampi, è evidente. La fantasia di quest'autrice, inoltre, le permette di creare mondi fantastici che sembrano reali grazie alla vividezza delle sue descrizioni e ai personaggi credibili e approfonditi.

Voto: 

sabato 19 luglio 2014

Recensione: Le torri di Kar El di Pigi Rimica



Le torri di Kar El, Pigi Rimica
Logus Mondi Interattivi
4,99 solo ebook
Le torri di Kar El di Pigi Rimica è un progetto pubblicato dalla Logus Mondi Interattivi e realizzato in collaborazione con l’Assessorato al Turismo del Comune di Cagliari. È una storia illustrata, “non un libro di favole”, ma poco importa, perché come ci dice lo stesso libro a volte “la realtà è molto più fantastica della fantasia”.

Leggo sul sito della casa editrice che l'idea era quella di realizzare una guida sulla Sardegna per bambini. Questa è un’opera nata in rete e Pigi Rimica è un collettivo costituito da cinque persone. Alcuni di loro non si sono mai incontrati fisicamente, e l’illustratore Riccardo Beatrici non è nemmeno mai stato a Cagliari; eppure l’autrice del testo, Carla Cristofoli, dice, nelle pagine del blog della casa editrice, che “nessuno come lui è riuscito a vedere la città in una luce così magica e suggestiva”.

Graficamente parlando la storia è molto piacevole, le illustrazioni sono vivaci e la linea del disegno è morbida; l’aspetto, tenero. È una storia da guardare, da leggere e farsi leggere. La narrazione si snoda piacevolmente con frasi semplici, evocatrici di un mondo passato e presente che le immagini sanno interpretare egregiamente grazie anche all’uso di colori intensi.
La voce narrante è avvolgente e ti accoglie fin dalle primissime righe:

Giovane amico e amica, ti parlerò di Kar El, la Regina della Sardegna, la città di Dio, e delle sue torri, che svettano severe nel cielo. Ti racconterò le avventure di eroi coraggiosi, pronti a combattere per la libertà. Vedrai uccelli rossi di fuoco e le montagne di sale del Molentargius. Incontrerai angeli guerrieri e demoni malvagi. Ti farò conoscere Alina, la giovane dai capelli stregati e il suo amico Alban, venuto dalla Francia e dalla bella Parigi”. “Sei pronto a salpare? E allora, apri queste bianche vele e partiamo!

Le prime immagini sono uno sguardo dall’alto sull’isola della Sardegna, circondata dal Mediterraneo, un grande mare solcato nell’antichità da tanti popoli; vediamo le bocche di Bonifacio a nord, nelle cui calde acque le balene vanno a riscaldarsi in inverno, e poi scendiamo a terra per conoscere i nostri due protagonisti.

Prima di salpare per la Sardegna ci viene presentato Alban, un giovanissimo turista parigino, amante della storia dei popoli e delle civiltà, un curioso esploratore che rimarrà abbagliato dalla bellezza di Cagliari. Proprio come il giovane Alban non sono mai stata a Cagliari e quindi il suo viaggio è stato anche il mio. Ma cosa lega il piccolo Alban alla Sardegna? Il quadro appeso nel suo appartamento è il ritratto di un eroe della rivoluzione sarda: Giovanni Maria Angioy, che lottò strenuamente per la liberazione dell’isola dal dispotismo, fu costretto a scappare dalla Sardegna e trovò poi rifugio in Francia nel lontano 1796. Qui cercò, invano, appoggi anche presso Napoleone e visse fino alla fine dei suoi giorni assistito dalle amorevoli cure di Madame Dupont, la pro pro zia di Alban. Questo è l’espediente narrativo di cui si serve l’autrice per lo svolgimento generale del racconto e la curiosità spingerà Alban a intraprendere il viaggio verso la Sardegna. Non più bambino ma ormai ragazzino, per lui è venuto il momento di conoscere questa magnifica isola. E mentre il piccolo francese guarda la città di Cagliari dalla nave che sta per approdare sull’isola, il piccolo lettore inizia a conoscere qualcosina del suo glorioso passato, dei popoli che l’hanno abitata e delle opere che vi hanno realizzato: il quartiere commerciale di Marina o La Pola, opera soprattutto di Pisani e Aragonesi, l’Anfiteatro romano, le sue strette viuzze, il castello e il Ghetto.
Alina è una bambina sarda dai lunghi capelli neri e ribelli che parlano e si muovono. La vediamo intenta a leggere il suo libro, ma ecco che al suono del campanello balza giù dalla poltrona per andare ad aprire il postino. C’è una lettera proprio per lei: Alban è in arrivo. Insieme ai due amici visitiamo la città, conosciamo i suoi monumenti e la storia che racchiudono. Prima le due torri gemelle: la Torre di san Pancrazio e la Torre degli Elefanti. Da lassù il panorama è meraviglioso e si fanno incontri magici. A cavalcioni di un fenicottero rosa, che la piccola Alina chiamerà con il suo “sulittu”, voleremo lontano fino allo stagno del Molentargius, andremo a vedere la spiaggia del Poetto e la Sella del Diavolo, il Golfo degli angeli e conosceremo i miti e le leggende che li avvolgono, nonché alcune curiosità sarde.

Questo è il primo episodio di quella che sarà una trilogia dedicata all'antica Cagliari. Il libro opera una sintesi di generi: fantasy, storico e turistico. Ripercorrere alcune leggende e miti di Cagliari, avventurarsi nella cultura popolare, visitare i monumenti della città ricordando gli avvenimenti storici che li hanno visti protagonisti mi sembra un’idea vincente e un buon modo per insegnare la storia ai bambini divertendoli. Mi sono molto piaciuti questi due protagonisti che se ne vanno a zonzo per Cagliari e dintorni. In loro compagnia mi sono avventurata in un luogo che per me è ancora ignoto e che spero come Alban di conoscere presto. Il libro si conclude con una presentazione della casa editrice e dell’autore, la cui figura era già stata presentata a inizio storia: uno stratagemma che porterà il piccolo lettore a vivere la storia come qualcosa di molto reale.

Voto: 

La casa editrice
La Logus Mondi Interattivi opera in vari ambiti tra cui l’editoria digitale investendo su nuovi autori; è impegnata sul fronte dell’educazione ambientale, pubblica guide per valorizzare il territorio in formato ebook e audioguide installabili su qualsiasi smartphone; inoltre realizza piattaforme e applicazioni destinate a utenti non udenti, ipo- e non vedenti.
L’autore
Pigi Rimica è un nome di fantasia formato con le sillabe iniziali dei nomi degli autori del progetto. Pier Luigi Lai (publisher), Giancarlo Orrù (ebook design), Riccardo Beatrici (illustrazioni e cover), Michela Pia (comunicazione) e Carla Cristofoli (testi e sceneggiatura).


Recensione a cura di Paola Buoso.

venerdì 18 luglio 2014

Recensione: La mia amica ebrea di Rebecca Domino


La mia amica ebrea
La mia amica ebrea, Rebecca Domino
ebook Lulu
294 pagine, 1.99 euro
La mia amica ebrea - Rebecca Domino
Josepha è una ragazza tedesca di quindici anni, la cui vita viene sconvolta quando una famiglia di ebrei si nasconde in casa sua. Fra loro c’è Rina, una quindicenne apparentemente diversa da Josepha. Perché lei è ebrea. Ma, giorno dopo giorno, mentre imperversa la Seconda Guerra Mondiale, fra le due ragazze nasce una delicata, bellissima amicizia, che sfida le leggi dei nazisti e le paure. Ma sarà quando Josepha perderà la sua casa e vedrà la sua vita cambiare per l’ennesima volta, che si renderà conto di voler lottare e rischiare tutto pur di salvare Rina…











Amburgo, 1943. Il caldo afoso del mese di maggio non è altro che l’assaggio di un’estate ormai alle porte. Tra compiti, risa e chiacchiere la vita di Josepha, detta Seffi, e delle sue più care amiche prosegue con una certa normalità nonostante, ormai da anni, l’orrore di una guerra sconsiderata semini ovunque morte e distruzione. Seffi, protagonista della vicenda e voce narrante,  è una ragazzina di quindici anni che risiede nel quartiere di Wandesbek insieme al padre  – appena tornato dal fronte a causa della perdita di un arto inferiore  –,  alla madre Sabine  – dedita per lo più al cucito e alla cura della casa  – e al fratello maggiore Ralf, ragazzo di quasi diciotto anni che è entrato a far parte della Gioventù Hitleriana. 
Una sera una famiglia ebrea bussa alla loro porta in cerca di ospitalità, sconvolgendo in questo modo l’equilibrio familiare tanto difficilmente mantenuto. Superato un iniziale momento di confusione, i tre ebrei, una donna e i suoi due figli Uriel e Rina, vengono accolti e sistemati in soffitta a patto che Ralf venga tenuto all’oscuro dell’accaduto. Dapprima la ragazzina è attraversata da sensazioni di disgusto e sconcerto, in quanto obbligata a condividere la casa con degli estranei, oltretutto ebrei, in seguito invece modificherà il proprio atteggiamento, incoraggiata in questo dal padre, l’unico della famiglia a non essere ostile agli ospiti.

– Siamo tutti uguali, Josepha – le sue labbra s’increspano in un sorriso – Dobbiamo essere noi a capire che non ha senso lottare gli uni contro gli altri. Voglio che tu pensi a queste parole, Josepha: so che tu non sei come Ralf, so che non credi a quella propaganda che sentiamo ovunque, da anni –. Annuisco, perché è quello che papà si aspetta da me, e anche perché è vero.

A poco a poco Seffi si avvicina a Rina, anche lei quindicenne, al principio scambiando qualche fugace parola, in un secondo tempo attraverso una vera e propria corrispondenza epistolare, infine diventandole amica intima e affezionata. In questo modo la ragazza scoprirà una maggiore affinità con l’amica ebrea, appassionata di libri e come lei poco interessata ai ragazzi, piuttosto che con le amiche tedesche, ragazze sciocche e superficiali, rispetto alle quali si sentirà sempre più distante.
Dotato di sequenze dialogiche ben articolate e di una certa scorrevolezza ma anche di una scrittura ancora acerba e a tratti imprecisa,  La mia amica ebrea pone l’attenzione su uno dei periodi più infelici della storia. Come altri romanzi che affrontano lo stesso argomento viene prediletta la forma diaristica, con la differenza che il punto di vista adottato è questa volta quello di una ragazzina tedesca  – esempio dei cosiddetti eroi silenziosi, che meritano di essere ricordati per aver salvato decine di ebrei mettendo a repentaglio la propria vita. Il racconto, abbastanza straziante, affronta i temi più disparati e principalmente legati alla guerra, primi tra tutti la fame, la povertà, la paura della morte, la speranza in un futuro migliore, l’amicizia, il razzismo. 
Uno di quelli su cui è importante soffermarsi è rappresentato dall’incredibile potere che ha avuto la propaganda nazista, condotta dal regime con aggressività ed estrema ferocia, sulla mentalità tedesca dell’epoca, al punto tale da influenzarla radicalmente. Ne è la conferma il fatto che su sette milioni di abitanti soltanto una minima parte, circa in ventimila, si è opposta all’antisemitismo. Anche Ralf subisce il fascino del nazismo, nel quale crede ciecamente riponendo in esso somma fiducia. Infatti, senza farsi troppi scrupoli, sarebbe capace di denunciare perfino il padre, reo di nascondere in casa propria degli ebrei. Assistiamo così a una sorta di ribaltamento del rapporto padre-figlio: è Ralf, paradossalmente, a tenere le redini della situazione, mentre il signor Faber, uomo mite e ragionevole, è intimidito dalla durezza delle opinioni del figlio. Al riguardo Seffi sembra invece disorientata: da un lato il fratello cerca di persuaderla circa la giustezza dell’ideologia nazista, proponendole letture adeguate in grado di fugare ogni suo dubbio, dall’altro il padre le spiega che le distinzioni di razza, diffuse dal sistema, sono del tutto inesistenti. Ponendosi domande, analizzando i fatti, liberandosi dai pregiudizi e diventando padrona di se stessa e della propria mente, la protagonista preferirà seguire il percorso più impervio e tortuoso, la via che la introdurrà all’età adulta e la condurrà verso una matura e piena consapevolezza, cosa che fa de La mia amica ebrea un romanzo di formazione oltre che un romanzo storico. È così che, a mio parere, aiutando Rina, Seffi aiuta anche se stessa: rifiutando infatti il pensiero nazista imperante e prendendo una posizione, forgia il suo carattere, la sua personalità, e sviluppa degli ideali di uguaglianza e solidarietà, con la solenne promessa di non tradirli mai e di difenderli valorosamente fino alle estreme conseguenze.

A cura di Laura Giuntini.


giovedì 26 giugno 2014

Recensione: Victorian Solstice di Federica Soprani e Vittoria Corella



Victorian Solstice, F. Soprani e V. Corella
Lite edition
1,99 euro cadauno, solo ebook
Sotto il titolo Victorian Solstice sono raccolti tre racconti scritti a quattro mani: La società degli spiriti, La lega dei Gentiluomini rossi e I figli del pozzo di carne.


Le storie sono brevi — una sessantina di pagine in media — ma tutte e tre molto scorrevoli. Ambientate nella Londra vittoriana, ricreano il binomio detective-assistente alla Sherlock Holmes e Watson, di cui infatti sono citati alcuni elementi — fra cui gli Irregulars e l'appartamento condiviso con annessa governante. Sebbene il livello raggiunto non sia il medesimo, sono racconti che si leggono volentieri e che sanno incuriosire e rapire. In questo caso è interessante constatare che mentre il detective è realmente un poliziotto, l'assistente è un medium dal passato alquanto burrascoso dal punto di vista legale. Una coppia, quindi, portatrice di valori diametralmente opposti fra loro: la ragione contro la superstizione, cui si accompagnano due stili di vita altrettanto differenti che non tarderanno a produrre situazioni paradossali



La società degli spiriti ruota attorno alla morte di un Lord inglese brutalmente fatto a pezzi. È il capitolo in cui l'ispettore Johnatan Marlowe incontra il medium Jericho che, suo malgrado, non farà che seguirlo come un'ombra portandolo a conoscere i luoghi più viziosi di Londra, dove si celano verità malate e morbose. Fin da subito fra i due nasce un rapporto particolare: Marlowe vorrebbe smascherare Jericho e liberarsene una volta per tutte, ma il medium finisce per rivelarsi fondamentale nella sua indagine.


Ne La lega dei Gentiluomini rossi, invece, i due si occuperanno di alcune sparizioni di ragazzini irlandesi e le indagini, iniziate nei vicoli più poveri di Londra, li porteranno fino ai piani alti della società londinese al fine di svelare, ancora una volta, quanto perverso e criminale possa essere un uomo.




Infine I figli del pozzo di carne, forse il più riuscito dei tre racconti, quello che vede finalmente consolidarsi la società Marlowe e Jericho, si occupa ancora una volta della sparizione di alcuni ragazzini orfani, parte del popolo dei medicanti e dei ladri di Londra. La verità che si cela dietro questi rapimenti è raggelante e per poco non costa le vite dei due intrepidi detective.


Lo stile dei racconti è ben curato, con ottima padronanza della lingua, caratterizzato da una profusione di metafore che lo rendono a tratti quasi poetico. È uno stile bilanciato, ricco ma non troppo carico, che rallenta nelle descrizioni ma non indugia nel momento dell'azione. Un ottimo modo per conquistare il lettore e tenere vigile la sua attenzione. Inoltre non si nota assolutamente dove sia Federica Soprani e scrivere e dove, invece, sia Vittoria Corella. I due stili si fondono perfettamente, creando l'illusione di un'unica mano.
I protagonisti sono delineati da piccoli tratti, lasciando che siano individuati più dalle loro azioni che non dalla penna delle autrici. Nel complesso si riesce abbastanza chiaramente a farsi un'idea di entrambi, ma sarebbe bello avere una caratterizzazione più forte di Jericho e Marlowe, che a volte si limitano a subire gli eventi più che a determinarli o prendervi parte — un po' un trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Sono comunque due personaggi molto interessanti che si seguono con curiosità, ma non di quelli che emergono dalle pagine fino a sembrare reali. Qualità che invece assorbono le ambientazioni e i luoghi in cui i due protagonisti si trovano a operare, descritti sempre con dovizia e davvero particolari.

Le trame, per ovvi motivi di spazio, non sono molto intrecciate, ma nemmeno banali: riescono a colpire il lettore e a tenere vivo l'interesse fino alla fine, malgrado corrano dritte al punto. Peccato davvero che si risolvano in un arco di pagine così breve, si leggerebbe sempre qualcosa in più di Marlowe, Jericho e dei loro casi.
Nonostante in un racconto breve non ci sia lo spazio per inventare indizi particolarmente elaborati e nonostante i due investigatori individuino quasi subito la loro pista, le storie risultano coinvolgenti e interessanti. La causa forse non è nemmeno da rintracciare nello svolgersi del caso, quanto nelle tipologie umane che le due autrici hanno saputo creare: una serie di criminali per nulla scontanti e incredibilmente perversi.

Un punto negativo che, a quanto pare, è proprio dell'editore, sono le scene erotiche. Non sempre aggiungono qualcosa alla storia, a volte sarebbero potute essere tagliate. Ciò accade puntualmente ne I figli del pozzo di carne,  che comunque non risulta affatto pregiudicato e anzi si rivela il più interessante. Alla inutilità di queste scene si aggiunge poi il fatto che, nei primi due, troviamo praticamente la medesima situazione erotica, dando l'impressione di essere addirittura ridondanti.
Altra nota stonata è il rapidissimo, quasi vertiginoso, evolversi del rapporto fra Marlowe e Jericho. Se il primo, infatti, dimostra fin da subito interesse per l'ispettore e volontà di collaborare, l'altro è molto più scettico e da vari punti di vista cerca di non avere coinvolgimenti con il medium. Il fatto quindi che Marlowe lasci cadere ogni sua resistenza quasi subito è spiazzante.

Nei tre racconti si nota chiaramente un'evoluzione da parte delle autrici, tanto che sebbene già il primo sia una lettura piacevole, il terzo risulta ancora migliore. Mi auguro quindi, che le due autrici ci regalino altri piacevoli capitoli di Victorian Solstice.


Il sito della serie è: www.victoriansolstice.it


 Voto: 





sabato 17 maggio 2014

Recensione: La spada di Allah di Francesca Rossi




La spada di Allah, Francesca Rossi
La mela avvelenata
31 pagine, 0,99 euro
Disponibile solo in eBook
Quando ho deciso di leggere “La spada di Allah”, racconto ucronico di Francesca Asia Rossi, l'ho fatto spinta dall'interesse per il genere: come ho già avuto modo di scrivere in occasione del mio articolo su “Lui è tornato”, Er Ist Wieder Da, romanzo di Vermes incentrato sul risveglio di Adolf Hitler ai giorni nostri), amo la ficton “storica”, per così dire, un modo di ravvivare l'interesse, anche se indiretto, verso la storia, utilizzandola, plasmandola, impedendole così di cadere nell'oblio: impossibile da cambiare, ben venga chi, pur di non dimenticarla, decide di scuotere le coscienze presentando una propria versione.
spinta dall'interesse per il genere: come ho già avuto modo di scrivere in occasione del mio articolo su “Lui è tornato” (Er Ist Wieder Da, romanzo di Vermes incentrato sul risveglio di Adolf Hitler ai giorni nostri), amo la ficton “storica”, per così dire, un modo di ravvivare l'interesse, anche se indiretto, verso la storia, utilizzandola, plasmandola, impedendole così di cadere nell'oblio: impossibile da cambiare, ben venga chi, pur di non dimenticarla, decide di scuotere le coscienze presentando una propria versione.

La domanda da cui si dipana la trama del racconto è intrigante: “Che cosa sarebbe accaduto se l'Impero Ottomano avesse conquistato Vienna, in quel fatidico 11 settembre 1683, quale sarebbe stato il destino del mondo?”
Chissà se il mondo sarebbe stato migliore, o peggiore, o chissà... è proprio questo uno degli aspetti validi del racconto: l'autrice non descrive approfonditamente come si trasforma l'Europa sotto lo scudo dell'Islam e non dà valutazioni, ma racconta le vicende di singoli personaggi inseriti (da attori principali o semplicemente figure comprimarie) in questa conquista, che fa quasi da sfondo.

Tra i protagonisti de “La spada di Allah” spicca soprattutto il malvagio Ibrahim, consigliere del sultano e figura oscura legata al mondo degli jinn; affiancato da Sharif, spregiudicato e crudele principe dell'Impero Ottomano che succede al padre Mehmed IV, e dal giovane Abdallah, originariamente promesso sposo di Nour, sorella di Sharif che però la cede a Ibrahim. L'autrice è abile nel tratteggiare le caratteristiche di questi personaggi chiave: con poche, sapienti frasi, il risultato è un bozzetto comunque molto vivido ed efficace.
Prendiamo il caso di Ibrahim: pochi attimi prima di uccidere il suo sovrano Mehmed IV pronuncia una breve battuta, una frase che rende bene la natura ambiziosa e manipolatrice dello scaltro consigliere: “... la mia essenza è immutabile dall'inizio del mondo! Nera come la notte, tremenda come la morte, inarrestabile come il tempo” (pag. 9).

Apprezzatissima è anche l'introduzione dell'elemento sovrannaturale, che permea l'intero racconto e gioca un ruolo fondamentale nella conquista di Vienna a opera degli Ottomani: Ibrahim, anima malvagia, stregone dagli oscuri legami con l'aldilà, permette il trionfo dell'esercito ottomano con quello che gli alchimisti europei chiamavano homunculus, reso vivo e implacabile grazie al potere di un jinn.
Altro elemento ultraterreno, capace di cambiare l'intera sorte della vicenda, è proprio la spada di Allah, arma suprema che potrà essere impugnata per sconfiggere il male solo da chi ha un cuore puro, ma soprattutto è capace di confrontarsi con la propria coscienza, prendere atto dei propri errori e guardare al futuro.
Francesca Asia Rossi è piuttosto competente nell'uso della lingua, efficace nelle sue descrizioni, peccato che a pagina 21 incappi in un errore grammaticale ahimè piuttosto grossolano: l'uso del pronome personale “gli” al posto di “le” riferendosi alla principessa Noor. Un peccato davvero, perché sporca una prosa altrimenti molto buona.

“La spada di Allah” si merita comunque una sufficienza piena: per l'idea originale e accattivante, il tono spesso magico e il vivido tratteggio dei personaggi.   

 Voto: 




giovedì 24 aprile 2014

Recensione: I legionari di Friedrich Glauser




I legionari, Friedrich Glauser
Sem edizioni
 4,99 euro, 221 pagine
Disponibile solo in formato ebook
Friedrich Glauser ha condotto una vita piena di spostamenti e disagi legati soprattutto alla sua dipendenza dalla morfina e, a causa di questa, ai contrasti con il padre. Poiché quest'ultimo voleva internarlo, nel 1921 scappa di casa e si arruola nella Legione Straniera, esperienza che lo segnerà tanto da essere riproposta in diversi suoi testi. In quanto tossicodipendente, viene ricoverato diverse volte e frequenta case alloggio, ospizi, carceri, tutti luoghi che possiamo ritrovare nei suoi romanzi. Gli ultimi anni della sua vita trascorrono con Berte Bendel, un'infermiera che lascia lavoro e casa per seguirlo a Nervi, dove con l'autore vive sino alla morte improvvisa di Glauser, il 6 dicembre 1938, il giorno prima delle loro nozze.

Le opere di Glauser possono essere divise in due sottogruppi: i romanzi con una forte componente biografica e i polizieschi, nei quali ritroviamo sempre la figura del sergente Stauder; inseriamo I legionari nel filone dei romanzi con una componente biografica.

Pubblicato nel 2013 dalla SEM, I legionari ci mostra uno scorcio della vita nella legione straniera, facendocene conoscere uomini, luoghi, legami. Glauser riesce a far vivere al lettore l'esperienza inedita del protagonista-soldato che non conosce ancora i compagni, non sa a chi chiedere informazioni né di chi fidarsi.
Significativa è la primissima descrizione che viene data sui legionari in quanto uomini:

«I legionari? Una brutta razza. Fatta di ladri, assassini, stupratori e millantatori, molti millantatori. Millantano un passato che non esiste, per darsi un ruolo, un ruolo che non esiste. Perché cambia giorno dopo giorno, sotto il sole d’Algeria.»

Ecco i personaggi che Glauser dispone uno dopo l'altro, senza dare tempo al lettore di collegare un volto al nome: uomini che hanno deciso di lasciare la propria terra e la propria vita per servire un altro paese. E la domanda più interessante è: perchè vivere tre o forse più anni in un piccolo accampamento nel cuore del Sahara e magari perdere la vita lontano da casa?
Non otteniamo mai una risposta. Le storie che ogni legionario racconta non sono quasi mai vere o risultano poco verosimili. Il contesto nel quale ci troviamo è quello di un luogo indistinto, in mezzo al deserto, caldo e pieno di sabbia, in cui persone totalmente diverse e spesso in aperto contrasto, uomini con sogni, vite e ideali opposti convivono per anni senza saperene il motivo e, in fondo, senza un effettivo obiettivo. Lo stesso autore dice che:

«Ogni legionario è un uomo solo. Non è vero che la Legione cancella le barriere sociali e consente di condividere un destino comune. Non esiste un destino comune. Non c’è una dimensione familiare.»

Tra tanti nomi e soldati, Glauser ci espone più dettagliatamente le sensazioni e i pensieri del tenente Lartigue, del caporale Lös, del sergente Sitnikoff e di pochi altri. Le giornate passano bevendo e fumando, cercando di barattare l'acquavite per le sigarette e viceversa, perchè i giorni sono tutti uguali e senza alcol, senza perdere la consapevolezza di se stessi si rischia di impazzire. Di giorno il caldo e gli obblighi quotidiani scacciano via i pensieri e a molti fanno spuntare anche un sorriso.
Ognuna di queste persone è un piccolo mondo confuso che si è perso dentro die continua a perdersi ogni giorno di più. Affetto o compassione non sono apprezzati e appartenere alla legione straniera vuol dire essere componenti di un gruppo chiuso, subito riconoscibile, che da fuori è di certo desiderabile ma, da dentro, non corrisponde alle aspettative: chi ne fa parte vorrebbe uscirne e chi ne è escluso vorrebbe farne parte.

Esternamente, infatti, non si avvertono quegli elementi che più di tutti stroncano il soldato, facendolo sentire privo di appartenenza e di motivazioni. Proprio l'elemento dell'appartenenza, che dovrebbe essere il nucleo di una compagnia, manca nella legione straniera, perché il paese per cui combattono non ha nulla a che fare con le loro vite, né tanto meno l'obiettivo da raggiungere potrà in alcun modo interessarli.

È importante ricordare come Glauser vedesse e interpretasse il mondo che lo circondava: continuamente spostato tra case alloggio e ospizi, senza affetti vicini, è comprensibile il motivo per cui veda una società ostile e piena di solitudine. È giusto quindi evidenziare un nesso tra la sua esperienza nella legione straniera e questo testo. Ma, andando ancora più a fondo, potremmo scorgere un collegamento tra la legione straniera e la società nella sua totalità, volendo l'autore far emergere gli stessi elementi infelici che riscontra nella legione nella sua vita quotidiana.

Altro elemento pregnante della vicenda, oltre alla massiccia presenza del motivo della solitudine, è la sfiducia nei confronti dell'amicizia: Glauser ritrae uomini volti al proprio interesse, che tra di loro stringono esclusivamente alleanze da cui traggono un tornaconto. I rapporti interpersonali ne escono molto screditati, pur con un sottofondo di speranzosa malinconia che lascia al lettore un sorriso amaro. La critica di Glauser è rivolta non solo alle legioni e ai legionari, ma ad ogni società e ad ogni cittadino. Grazie ai personaggi dal carattere forte egli evidenzia quelli che sono i valori, o meglio i disvalori, esaltati dalla società contemporanea, mentre i personaggi più deboli, anzi più ingenui, agendo rettamente si trovano paradossalmente in svantaggio. Proprio a causa di questa contraddizione intrinseca anche ritornando in patria non sarà possibile avere una vita felice e giusta, poiché gli stessi meccanismi di autoaffermazione e interesse personale presenti nella legione si trovano alla base dei rapporti sociali.

Le donne sono quasi del tutto assenti dal racconto e quelle poche volte che vi compaiono sono o sono state prostitute. Bisognerebbe dunque soffermarsi sulla visione della figura femminile che il testo propone: questa sembra venirne fuori come mero oggetto al servizio dell'uomo, il quale può sfruttarla a proprio piacimento. Analizzando però più da vicino le controparti femminili, notiamo che tutte hanno una caratteristica comune: la furbizia. In alcuni casi è una furbizia ingenua e spontanea, forse dettata proprio dall'essere donna, in altri casi è calcolata e programmata, ma comunque ciascuna di esse termina la propria comparsa da vincente rispetto all'uomo, che senza essersene reso conto diviene egli stesso oggetto della volontà della donna.


Ben scritto, con una prosa asciutta e lineare, ne I legionari si potrebbe riscontrare la difficoltà di ricordare e seguire tutti i nomi dei luoghi e dei soldati. L'autore guida però il lettore senza mai abbandonarlo nella confusione di una lite tra soldati fannulloni. La narrazione si svolge in terza persona, attraverso la voce di un narratore che rarissime volte si spinge oltre la semplice descrizione dei fatti accaduti, pur dilungandosi nel racconto dei luoghi e dei paesaggi. 


Voto: 


A cura di Giulia Gullotta.


lunedì 27 gennaio 2014

Selfpublishing d'autore: Rita Charbonnier racconta



Domenica pomeriggio, giornata uggiosa e ventosa, degna del setting di un romanzo delle sorelle Brontë. Sono circa le 17.30 quando quel potente mezzo che è la tecnologia permette di azzerare la distanza geografica e rende possibile un insolito incontro, una buona ora in compagnia di Rita Charbonnier, con la quale è facile discorrere come sedute al tavolino di una sala da tè, tanto da spingermi ad abbandonare il mio tono formale da co-blogger per passare ad un registro ben più estemporaneo. Si parla di tanto, della situazione in cui versa l’editoria, di buoni/cattivi romanzi, della rivoluzione digitale e soprattutto de La strana giornata di Alexandre Dumas, romanzo pubblicato dalla scrittrice nel 2009 per Piemme, tornato disponibile per chiunque volesse leggerlo in una mise davvero particolare: un eBook distribuito sulle maggiori piattaforme a partire dal 10 dicembre, che non intende emulare la versione cartacea, bensì presentarsi come un vero e proprio nuovo prodotto. Il “volume” consta di una nuova veste grafica, più affine al formato, e di un capitolo delle Memorie di Alexandre Dumas padre, testo che ha ispirato la storia della Charbonnier e assolutamente inedito in Italia, ma ha anche un’altra particolarità: è assolutamente autopubblicato. Siamo abituati a considerare il self-publishing come uno strumento appannaggio di chi vuole diventare scrittore e non riesce a trovare spazio nell’editoria tradizionale, quindi sembra alquanto curiosa la scelta di questa scrittrice già affermata di fare il passaggio inverso. Lei la giustifica con la volontà di sperimentare qualcosa di nuovo, ricordandomi che in America il self-publishing ha contribuito alla diffusione dei testi di Guy Kawasaki, ad oggi uno dei più noti scrittori autopubblicatisi.
Il romanzo di Rita Charbonnier parla di un incontro molto particolare, quello tra Maria Stella Chiappini e lo scrittore francese Alexandre Dumas, giunto da quella che crede essere solo un’astrologa per farsi leggere il futuro, ma pronto ad ascoltare una storia che forse potrà raccontare nei suoi romanzi. Vi presento il testo attraverso la sinossi, seguita dall’intervista alla quale ho sottoposto l’autrice.

La strana giornata di Alexandre Dumas – Rita Charbonnier
Parigi, 1843. Alexandre Dumas è un famoso autore di teatro, ma non ancora il romanziere in grado di appassionare schiere di lettori alle avventure dei suoi Moschettieri. Ed è superstizioso: crede nel potere degli amuleti e degli astri. E decide di andare da un astrologo.
Incappa in un’anziana astrologa che tutto sembra tranne una veggente: è troppo raffinata, troppo eccentrica, troppo loquace, e soprattutto sembra conoscere Dumas fin troppo bene. Quella donna, Maria Stella, ha attratto a sé lo scrittore con l’inganno. Vuol raccontargli la storia della propria vita perché lui la eterni in un romanzo.
In effetti la biografia della vecchia signora contiene tutti gli ingredienti del feuilleton: scambi nella culla, nobili natali, falsi genitori… nei suoi racconti rivive il mondo dell’Opera, quello della grande nobiltà europea… e non mancano aspetti più profondi: un difficile rapporto tra madre e figlia, l’evoluzione spirituale di una donna che, da bambina abbandonata, in balia delle proprie paure, si è trasformata in una persona salda e consapevole.
Dumas, “sequestrato” da Maria Stella per un’intera giornata nel corso della quale ascolta i suoi discorsi, legge i suoi diari, mangia ottime pietanze alla sua tavola e beve il suo tè inglese, è affascinato dalla sua personalità, ma più volte prova il desiderio di andarsene e mandarla al diavolo.
Lo farà? Scriverà il romanzo sulla vita di quella strana donna?

Interview with…


Rita Charbonnier





Maria Stella Chiappini
Ciao Rita, benvenuta su Dusty Pages in Wonderland. I nostri lettori ti hanno già conosciuta con il racconto L’assemblea di Natale, appartenente alla raccolta della terza edizione del Christmas Tales, e attraverso un articolo sul tuo più recente romanzo, Le due vite di Elsa. Oggi parliamo di quello che è definito come il migliore dei tuoi scritti, ossia La strana giornata di Alexandre Dumas, uscito da poco in una nuova edizione autopubblicata e disponibile solo in formato digitale. Puoi parlarci di questo romanzo e di come è stato concepito?
RC. Questo romanzo dura lo spazio di un giorno, e nello stesso tempo dura una vita. Il giorno è quello in cui Dumas padre viene “sequestrato” da una vecchia signora che lo coccola, lo blandisce, lo mette alla prova; la vita è quella di lei, che gliela racconta nella speranza che lui ne tragga un romanzo. Anche la signora in questione, oltre ovviamente all’autore de I tre Moschettieri, è un personaggio realmente esistito: una certa Maria Stella Chiappini che ai primi dell’Ottocento intentò un’azione legale contro il re di Francia, sostenendo che lei e il re erano stati scambiati nella culla e che quindi sul trono doveva starci lei.
Maria Stella era una cantante d’opera: per questo “inciampai” nella sua storia, facendo ricerche per il mio primo romanzo La sorella di Mozart. La vicenda mi colpì e mi trovai a riflettere sulle ripercussioni che può avere, per l’individuo, il crescere in una famiglia che non gli appartiene, biologicamente o magari perché ha un’indole diversa. Poi scoprii che Dumas si era occupato di Maria Stella nei suoi scritti, e da lì mi è venuta l’idea di accostare queste prorompenti e diverse personalità.

Nei grandi store online, il romanzo viene presentato come un romanzo storico, ma sfogliando questa riedizione è forte la sensazione che si tratti di qualcosa di molto più complesso.
RC. Ti ringrazio di questa osservazione. Qualche tempo fa un’amica mi disse una cosa che non potrò mai dimenticare: “I tuoi libri, Rita, sembrano dei normali romanzi storici. Il lettore alla ricerca dell’intreccio, della ricostruzione di un’epoca, anche del divertimento, ce li trova. Ma poi, ben nascosta, c’è una materia più profonda, che riguarda l’evoluzione di un’anima: quella dei tuoi personaggi, quella di ognuno di noi”.

Da dove nasce l’idea dell’autopubblicazione del romanzo in un formato sicuramente più ricco di contenuti – appendice e illustrazioni – rispetto alla prima edizione?
RC. Diciamoci la verità: a me non sarebbe dispiaciuto che Piemme, l’editore del romanzo in cartaceo, avesse deciso di pubblicare questa edizione digitale; e non solo per il prestigio del marchio, ma perché autopubblicare l’eBook è stata una faticaccia! La casa editrice, però, non aveva la possibilità oggettiva di mettere in cantiere una vera e propria riedizione come quella che io desideravo fare; ad esempio, per la sezione aggiunta in appendice (lo scritto di Dumas padre, che ho tradotto dal francese) avrebbero dovuto assegnarmi un editor, quindi impiegare risorse in un’operazione che per loro non è molto remunerativa.
Riguardo all’iniziativa di aggiungere all’edizione digitale dei contenuti nuovi, mi sono ispirata all’industria discografica (che potrebbe fornire più ampi e illuminanti esempi al mondo dell’editoria digitale). Anni fa, quando ancora si usavano i CD (sto esagerando: si usano ancora, ma temo siano già supporti obsoleti), gli artisti facevano uscire le riedizioni degli album con una canzone in più, la cosiddetta “bonus track”. Ecco, qui il “bonus” è uno scritto di Dumas padre che in italiano non si trova da nessuna parte, che è strettamente collegato al romanzo e che è (ovviamente) molto gustoso. Inoltre ci sono le immagini: a me sembra che un eBook illustrato possa rappresentare per il lettore un’esperienza multimediale che compensa la mancanza dell’oggetto materico, in continuità con la grande ricchezza di immagini accessibili nella rete.

La copertina dell'ebook
Che tipo di differenze riscontri tra il formato cartaceo e quello digitale? Trovi che l’uno sia superiore all’altro o credi che siano due entità diverse che rispondono a diverse esigenze da parte del lettori?
RC. Personalmente leggo in entrambi i formati e non sono una feticista dell’oggetto materico; a meno che non si tratti di un libro di grande importanza, di un caposaldo della letteratura che è senz’altro più soddisfacente “possedere”. Oppure di un libro antico, di una prima edizione, di un testo che contiene annotazioni dell’autore a penna… casi rari, insomma. Per il resto, mi sembra che il digitale offra diversi vantaggi, non ultimo quello di affaticare meno la vista (se il supporto non è retroilluminato). Ma non parlerei di superiorità o inferiorità: solo di forme diverse che, probabilmente, nei prossimi tempi tenderanno a differenziarsi sempre più.

Per la pubblicazione ti sei affidata alla piattaforma Narcissus, prima in Italia per il self-publishing. Come funziona questo sito e quali sono i vantaggi che derivano dall’autopubblicazione?
RC. Narcissus funziona perfettamente e non posso che dirne ogni bene. Prima di tutto occorre crearsi un account, dopodiché si carica il file epub del libro e la copertina in jpeg, e il gioco è fatto. Se non si possiede il file epub, Narcissus offre un servizio di conversione dal file word a costi accettabili; ed è anche possibile crearlo da sé online, gratuitamente, sempre attraverso la piattaforma (certo, occorre una minima competenza informatica). Se non si possiede la copertina, Narcissus può creare anche quella, a costi veramente concorrenziali. L’unico costo di partenza che occorre sostenere in ogni caso è quello dell’attribuzione del codice Isbn (4 euro). Dopodiché, se si hanno problemi si può inserire un messaggio nel forum, oppure rivolgersi al servizio di assistenza, con il quale ho interagito per alcune piccole questioni e che ha sempre risposto in tempi brevi e con grande competenza.
L’autopubblicazione in sé comporta vantaggi e svantaggi. Prima di tutto, l’Autore ha il controllo di ogni dettaglio relativo al suo libro: il testo (contenuto e stile), la copertina, la quarta di copertina, il prezzo di vendita, fino al momento in cui l’opera va sul mercato ed eventualmente ne viene ritirata. Inoltre i suoi ricavi sono più alti. Se su un libro cartaceo un Autore prende di norma l’8% del prezzo di vendita, e su un eBook pubblicato da una casa editrice digitale o mista di norma il 25%, l’eBook autopubblicato può fruttargli anche il 60%. Sul piano negativo, tutto ciò comporta una totale solitudine e una maggiore responsabilità: ogni errore eventualmente commesso ricadrà esclusivamente sull’Autore, che non ha un editor al quale mandare le stesure del suo testo per avere un feedback, non ha un correttore di bozze e non ha neppure un ufficio stampa che promuova il suo libro una volta pubblicato.

Spesso si parla del prodotto autopubblicato come un oggetto di scarsa qualità, carente dal punto di vista contenutistico/sintattico e inferiore rispetto ai libri digitali creati dalle grandi case editrici. Sei d’accordo con tale affermazione?
RC. A quanto mi risulta, diverse persone che, come te, scrivono su blog letterari, hanno deciso a un certo punto di non recensire più testi autopubblicati, perché spesso erano degli… posso usare una parola forte? Degli obbrobri. Scarsi sul piano stilistico, per non parlare dei contenuti, di nessun interesse per un pubblico esteso, inutili o altrimenti “impubblicabili”. Il raggiungimento, in alcuni casi, di esiti scadenti è una conseguenza inevitabile della mancanza di un filtro tra l’Autore e il lettore. Ma arrivare a dire, da questo, che l’autopubblicazione è il male assoluto, mi sembra voler buttare l’acqua sporca con il bambino dentro.

Sappiamo che stai per avviare un’agenzia di servizi per l’autopubblicazione. Puoi parlarci di questo progetto e quale sarà il suo obiettivo?
RC. Molte grazie di questa domanda, che mi consente di parlare pubblicamente per la prima volta di questa iniziativa. L’agenzia si chiama “Scrittura a tutto tondo” (http://scritturaatuttotondo.it/); ho sviluppato l’idea d’impresa con il sostegno di un progetto finanziato dalla Provincia di Roma e dal Fondo Sociale Europeo, denominato “STAF – Sviluppo Territoriale Autoimprenditorialità Femminile”. Vogliamo offrire (non sono sola: il gruppo di lavoro è in via di definizione) un servizio di consulenza a tutto tondo, appunto, rivolto al mondo della scrittura e dell’editoria digitale.
L’idea nasce da una richiesta specifica, e reiterata nel tempo, che ho ricevuto: tramite il mio sito e a seguito dei corsi di scrittura che ho tenuto di quando in quando, a partire da alcuni anni a questa parte ho ricevuto email da diversi aspiranti scrittori che mi pregavano di rivedere i loro scritti. Ho sempre declinato le offerte, arrivando a chiarire sul mio sito che non leggevo inediti; ora invece ho deciso di dare ascolto a queste richieste. Ci occuperemo di revisione e valorizzazione di testi destinati alla pubblicazione, sia nel mercato di massa che all’interno di contesti più ristretti, e di realizzazione di libri elettronici di qualità. L’autopubblicazione del mio La strana giornata di Alexandre Dumas è stata una sorta di prova generale: ho voluto sperimentare su me stessa quel che intendo offrire agli altri.

In Italia è forte la polemica sul prezzo “giusto” del formato ebook rispetto alla copia cartacea. In funzione di questa tua esperienza con il digitale, quale deve essere, a tuo parere, il compromesso che può riportare a toni più distesi questa grande diatriba?
RC. Non so se sia possibile dare una risposta definitiva a questa domanda. Da un lato abbiamo i grandi editori, i quali giustamente sostengono che la pubblicazione di un eBook è solo una parte di un processo complesso e costoso, che quindi deve essere ripagato; dall’altra abbiamo i lettori, che altrettanto giustamente non sono disposti a pagare per un non-oggetto (l’eBook) un prezzo di poco inferiore a quello dell’oggetto (il libro cartaceo). E visto che “piratare” un libro elettronico non è molto difficile, se il prezzo dell’eBook è percepito come eccessivo quindi iniquo, allora l’utente se lo scarica gratis da qualche sitaccio e tanti saluti.
Forse si potrebbe dare un’occhiata a quel che è successo nel mondo della musica, visto che l’industria discografica è da anni alla ricerca di soluzioni al problema del download illegale dei brani musicali. Esperienze quali Spotify e Netflix hanno provocato un crollo della pirateria, dimostrando come, davanti a un’alternativa legale conveniente, gli utenti siano spinti a utilizzarla. Inoltre, ancora una volta, possiamo fare riferimento a Narcissus – o meglio, alla piattaforma di distribuzione degli eBook “Stealth”, utilizzata da Narcissus e che fa parte della stessa famiglia (Simplicissimus Book Farm). A maggio dello scorso anno si è tenuto un convegno di Stealth, nel corso del quale sono stati resi pubblici i dati relativi alle migliori performance per prezzo di vendita: ebbene, i prezzi ideali sembrano essere € 1,99 e € 4,99. In ogni caso sembra assolutamente sconsigliabile superare la soglia dei 6,99.

Il mondo digitale è spesso visto come un cancro dall’editoria tradizionale, tant’è vero che è tra le prime cause citate quando si disquisisce della crisi dell’editoria. Qual è il tuo pensiero al riguardo?
RC. Io penso che chi cerca di fermare il progresso sia destinato a fallire. Penso che si dovrebbe tentare di cavalcare le onde montanti, quando arrivano, anziché erigere muri che prima o poi saranno inghiottiti dall’acqua. In Italia si è cercato (lo affermo sulla scorta dei miei contratti di edizione) di “proteggere” il cartaceo con due azioni fondamentali: quando si pubblicava un nuovo libro, si metteva in commercio la versione elettronica alcuni mesi dopo quella stampata; e si imponeva per la versione elettronica un prezzo di vendita non troppo inferiore a quello del libro stampato. Queste scelte hanno inciso poco sull’espansione dell’editoria elettronica e hanno, piuttosto, favorito il prosperare della pirateria, come dicevo prima.
Se invece di cercare di “contenere il mare” si fossero investite risorse, che so, nella realizzazione di un eBook reader tutto italiano, non sarebbe stato meglio? E invece adesso ci ritroviamo a utilizzare dispositivi americani, canadesi, giapponesi e quant’altro, e stiamo qui a lagnarci che i libri di carta non li compra più nessuno.

Il self-publishing è spesso la scelta preferenziale per gli esordienti che sognano di diventare scrittori. Quali consigli vorresti dare a coloro che si cimentano nell’impresa dell’autopubblicazione?
RC. Prima di tutto, interrogatevi sulla vostra disponibilità ad affrontare la desolante solitudine che vi attende (poiché, come dicevo prima, l’Autore che si autopubblica è totalmente solo). E se questa solitudine vi inquieta, e avete qualche risorsa economica da investire, allora provate a farvi fare un preventivo da un’agenzia qualificata di servizi editoriali (preventivo gratuito, beninteso). Può essere utile avere un interlocutore con l’aiuto del quale analizzare la propria idea originaria e la propria motivazione – perché si vuole scrivere, e perché di quell’argomento? – nonché identificare l’interlocutore al quale ci si rivolge: per chi si vuole scrivere? Prevalentemente per gli uomini, per le donne, per un pubblico di livello culturale più o meno elevato, per una nicchia specifica con determinati interessi e competenze – o magari per un circolo ristretto di clienti, oppure di semplici conoscenti o familiari…?
La qualità di ogni esito creativo è interna al genere al quale l’esito stesso appartiene, e per raggiungere un obiettivo, quale che esso sia, è necessario averlo ben chiaro. Chi ritiene di non aver bisogno di un interlocutore per questa analisi preventiva, e per le successive fasi di sviluppo del proprio progetto – chi, in sostanza, non è spaventato dalla solitudine – non può che avere i miei complimenti, e il mio più caloroso in bocca al lupo!





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