mercoledì 15 gennaio 2014

I, Frankenstein: un nuovo adattamento cinematografico per il capolavoro di Mary Shelley




Nel 1818 viene pubblicata in firma anonima la storia di un brillante scienziato divorato dall’ambizione di ridare vita alla materia inanimata servendosi dell’energia elettrica. L’uomo riuscirà nel suo intento, generando una creatura deforme, da cui egli stesso si ritrarrà terrorizzato. Lasciato al proprio destino, il mostro fuggirà, scontrandosi con la crudeltà e il terrore della gente. Ma l’incontro fortuito con un vecchio cieco, che lo avvicinerà alla letteratura e alla filosofia, farà sì che la creatura maturi una profonda conoscenza di sé e un disperato desiderio di accettazione che, una volta disatteso, si trasformerà in una cieca furia omicida. Determinati a distruggersi a vicenda, il mostro e il suo creatore ingaggeranno un inseguimento forsennato che avrà la sua tragica conclusione tra i ghiacci del Polo.



Inutile dire che parliamo del celeberrimo Frankenstein di Mary Shelley, un’opera che ebbe sin dal suo esordio un inaspettato successo, forse perché la tematica del reietto si accordava con la figura del dark hero romantico, e l’idea da cui la storia traeva spunto rifletteva l’interesse Settecentesco per la creazione di automi. Il fascino del romanzo è però riuscito a durare nel tempo, come testimoniano in molteplici adattamenti cinematografici, che hanno contribuito a renderlo immortale: dal primo cortometraggio muto datato 1910, alla ben più famosa versione di James Whale del 1931 – interpretata da Colin Clive e Boris Karloff –, passando per il ciclo di sette film realizzati tra il 1956 e il 1974, senza dimenticare Dracula contro Frankenstein (1971), il fedelissimo Frankenstein di Mary Shelley di Kenneth Branagh (1994) e il remake animato del 2012.



Ma per chi ancora non fosse sazio e desiderasse un altro incontro con la struggente e spietata creatura nata dalla penna della scrittrice inglese, è in arrivo una buona notizia: a partire dal 23 gennaio nelle sale italiane sarà possibile vedere – con un giorno d’anticipo rispetto agli spettatori americani – il paranormal-thriller I, Frankenstein, tratto dall’omonima graphic novel di Kevin Grevoux – già tra gli autori della serie Underworld –, e diretto da Stuart Beattie.



Nel cast troviamo Ivonne Strahovski, attrice cinematografica e televisiva di origine australiana che interpreta l’unico personaggio umano del film; Bill Nighy, noto al grande pubblico per le sue partecipazioni alle saghe Pirati dei Caraibi e Underworld; Miranda Otto (Il signore degli anelli) e Aaron Eckhart (Il cavaliere oscuro) nel ruolo del mostro.
I, Frankenstein ha come protagonista Adam che, assunto il cognome del suo creatore, si troverà al centro di una rivolta delle creature soprannaturali ai danni della razza umana. Curiosamente, toccherà proprio a lui proteggere gli uomini dalla minaccia rappresentata dai suoi simili.
Dalle poche anticipazione pervenute dalla produzione, l’impressione è quella di essere di fronte all’ennesimo disaster-movie apocalittico, in cui il protagonista sarà privato anche della complessità che aveva reso grande la Creatura di Mary Shelley, eternamente combattuta tra l’odio nei confronti del genere umano che la aveva disprezzata e ostracizzata, e il bisogno di appartenenza. Ciò che appare quasi certo dal trailer ufficiale è che la pellicola, complice un massiccio ricorso alla computer grafica, sarà spettacolare e alquanto movimentata.


A cura di Angela Scarpati

martedì 14 gennaio 2014

Recensione: Angelize di Aislin




Angelize, Aislinn
Fabbri Editori
440 pagine, 16.00 euro
Angelize è una storia di angeli. Non i soliti angeli cui siamo abituati, che fanno del bene e aiutano le persone, quelli di Aislinn sono capaci di compiere azioni ignobili solo per appagare un proprio desiderio: un corpo di carne. Alcune delle loro vittime, costrette loro malgrado a prendere il posto lasciato delle creature immortali che le hanno strappate troppo presto alla vita, non si rassegnano ad accettare il loro triste e iniquo destino. Così, grazie all'aiuto di un personaggio controverso che loro chiamano “Dea”, riescono, infine, a riprendersi i propri corpi.
Gli angeli puri – che non sono stati contaminati dal desiderio della carne – vedono però l'esistenza di una simile anomalia nella creazione come un insulto alla legge divina e, capitanati dall’arcangelo Mikael, daranno il via a una spietata caccia per riportare le cose alla normalità.
A guidare i mezzi-angeli nella ricerca di un modo per non farsi uccidere nuovamente sono Rafael, Haniel e Hesediel: tutti poco più che ventenni, con caratteri e aspirazioni molto diverse, uniti da un comune destino, ma non per questo disposti a fidarsi l'uno dell’altro.
La narrazione è in prima persona, ogni capitolo è raccontato da uno dei tre ragazzi a turno, a volte riprendendo parte degli avvenimenti descritti nel precedente per esaminarli da un'altra angolazione. Questa pluralità di sguardi è sicuramente uno dei punti di forza del romanzo, perché consente di comprendere ciascuno dei protagonisti, conferendo maggior tridimensionalità e realismo a tutta la struttura.

L'universo di Angelize rivela fin da subito qualche piacevole novità: come s’intuisce dalla trama, gli angeli non sono creature votate esclusivamente al bene, ma hanno un lato oscuro, che li spinge a ingannare e uccidere gli esseri umani. Proseguendo nella lettura, si schiudono inoltre le porte di un mondo singolare, in cui il classico dualismo tra inferno e paradiso è riplasmato, senza però perdere di credibilità e potenza. Aislinn utilizza le figure degli angeli e del diavolo così come le conosciamo, ma aggiunge un tocco personale, senza alterare i tratti essenziali di quello che è un archetipo consolidato. Rimarrete sicuramente colpiti da ciò che quest'autrice è riuscita a creare.

Venendo allo stile, Angelize è un romanzo scorrevole e dal ritmo incalzante. Nonostante l'immediatezza della scrittura e la linearità della trama, che trova il suo punto di forza nella creazione della suspense, tra le pagine si trova anche spazio per qualche momento di riflessione.
Le descrizioni di Milano, la città in cui si svolge l'azione, sono particolarmente curate, e lasciano intuire un forte legame tra chi scrive e i luoghi narrati.
Altrettanto convincente è il lavoro di caratterizzazione fatto sui tre protagonisti, delineati con pochi tratti ma in modo efficace, anche grazie alle lievi ma significative modifiche di stile che si accompagnano al cambiamento del punto di vista. Questo espediente è evidente soprattutto nel personaggio di Haniel, vera star del libro e, sospettiamo, il preferito dell’autrice: uno sbandato, che mostra al mondo un ghigno di sfida e strafottenza, dietro il quale nasconde un passato oscuro e intriso di sofferenza.
Haniel è un impulsivo, una testa calda: il suo linguaggio è pertanto piuttosto sboccato e rozzo, venato da una spiccata ironia. Nonostante sia spesso presentato come il giullare del gruppo, la Aislinn riesce nell’impresa di non banalizzarlo, continuando a ricordare, in modo sottile, che quella è solo una facciata e che la sua natura è molto più complessa di come appare in superficie.
Le variazioni stilistiche tra il personaggio di Rafael, il più riflessivo, e quello di Hesediel, il più tormentato, sono invece meno marcate. In questo caso sono infatti le azioni a lasciar trasparite le differenze caratteriali tra i due.

Quella di Angelize è una scrittura sempre in tensione, se non per una lotta imminente, per i sentimenti di questi mezzi angeli divisi fra la voglia di riprendersi la loro vecchia vita e la necessità di improvvisarsi combattenti. C'è nel libro una certa acutezza nel trattare i caratteri e i sentimenti di ognuno, un volersi mettere in gioco attraverso i conflitti interiori ed esteriori dei personaggi, le cui idee sono spesso messe in dubbio e vanno rianalizzate.
Aislinn cerca il realismo delle situazioni, come dimostra la scena in cui Hesediel torna da Elena, la ragazza con cui stava da vivo. Le cose tra loro non andavano bene allora, e – contrariamente a quanto avviene nei classici romance in cui il «vissero felici e contenti» è un imperativo categorico –, il ragazzo non è un uomo nuovo, migliore, ma lo stesso di prima. Non c'è una riunione dei due amanti fra lacrime e promesse di non ferirsi mai più, e dopo un primo tentativo in questo senso, le loro vite tornano a scorrere esattamente dal punto in cui erano lasciati.

Ottima la scelta del finale, che non prevede una vittoria netta per nessuno dei due schieramenti in gioco, ma ha comunque un valore catartico.
Nonostante Angelize rappresenti un’ottima prima prova per questa scrittrice esordiente, è impossibile non ravvisare alcune pecche. Il primo luogo non è ben chiara la condizione dei angeli puri: la loro incapacità di “sentire” viene continuamente rimarcata, eppure vengono loro attribuite espressioni di rabbia e costernazione, senza contare il prepotente desiderio di incarnarsi per avere accesso alle passioni dell'uomo.
Un altro limite è costituito dalla scarsa caratterizzazione dei personaggi secondari, che rimangono solo nomi sulla carta, senza mai assumere personalità e tratti definiti.
In conclusione una maggiore cura per i dettagli e il world-building avrebbero senz’altro giovato a questo romanzo, che presenta comunque diversi punti d’interesse.


 Voto: 


sabato 11 gennaio 2014

Recensione: Il signore della Neve e delle Ombre di Sarah Ash



Il signore della neve e delle ombre, Sarah Ash
Gargoyle Books
600 pagine, 19.90 euro
Edito dalla Gagoyle Books, il “Signore della Neve e delle Ombre” è il primo dei tre romanzi di Sarah Ash che comporranno il ciclo de “Le lacrime di Artamon”.
Il romanzo racconta delle avventure di Gavril, un giovane pittore che scopre di essere il figlio del Drakhaon e dunque erede al trono di una regione fredda e desolata, l’Azhkendir. Qui è costretto a recarsi subito dopo la morte del padre, dovendo adeguarsi controvoglia ai costumi di un popolo barbaro e trovandosi per altro catapultato in intrighi volti a privarlo del potere per assicurarlo al Tielen. Quest’ultimo è un regno vicino, che punta alla supremazia sull’Azhkendir e sul Muscobar, patria della bella Astasia, duchessina di cui Gavril è innamorato. Insieme all’Azhkendir, Gavril eredita dal padre tremendi poteri legati alla possessione del suo corpo di un demone drago, il Drakhaoul. Sono poteri che potrebbero aiutarlo salvare la sua gente, ma che al contempo possono dannare la sua anima e renderlo un mostro senza scrupoli e assetato di sangue.  Con l’aiuto di Kiukiu - una ragazzina che scopre di avere innati poteri magici legati alla musica - e di un improbabile alleato, Gavril affronta gli ostacoli che gli si parano innanzi, lottando contro coloro che minacciano il suo regno e allo stesso tempo contro il demone che vive in lui.

A prima vista la trama promette bene, tuttavia il modo in cui la Ash ha rappresentato e sviluppato il tutto è a dir poco deludente.
Pensando al romanzo nel complesso, non posso che associargli un calderone ribollente dentro cui sono stati gettati alla rinfusa elementi tra loro disomogenei e a volte persino stridenti.
Innanzitutto scarsa o addirittura inesistente è la descrizione che la Ash ci dà di Rossiya, il continente in cui sorgono Azhkendir, Muscobar e Tielen. A parte la cartina inserita a inizio volume e qualche descrizione riguardante la conformazione territoriale o climatica delle aree del continente, poco o nulla sappiamo delle genti che lo popolano, eccezion fatta per il popolo dell’Azhkendir, di cui abbiamo qualche notizia in più. La gente dell’Azhkendir crede infatti negli spiriti dei morti, ma si può notare quasi subito la presenza di una congregazione di monaci al servizio di un Dio di cui non ci si dice assolutamente nulla. In cosa credano i protagonisti, spesso distanti dalle tradizioni dell’Azhkendir, non è dato sapere e ancor meno sappiamo di coloro che provengono dal Tielen o del Muscobar.

Stessa cosa si può dire della storia dei tre regni: dalla lettura si evince che il continente era riunito sotto l’Imperatore Artamon e che alla sua morte le diverse casate si contesero il potere, senza riuscir mai a prendere il sopravvento l’una sull’altra. Troviamo di fatto diversi regnanti, ma questi hanno diversi titoli: Principe, Granduca e Drakhaon. Anche qui, non v’è uno straccio di spiegazione sull’organizzazione politica di tali realtà, a parte forse l’indiscutibile assolutismo.  
Si nota anche una convivenza della Scienza - avanzata non si sa fino a che punto -  con una non meglio precisata arte alchemica/stregonesca. La cosa, per come la Ash la mette in gioco, non può che far storcere il naso: accanto a gas venefici, strani aggeggi che permettono la comunicazione a distanza, macchine volanti e pietre che brillano in corrispondenza dell’energia vitale dell’uomo a cui sono collegate, compaiono infatti le pistole. Sì, pistole, normali e atte a lanciare gas lacrimogeni, insieme ovviamente ad asce, spade e lance. Un quadro che stride come unghie sulla lavagna.
Non mancano poi nelle descrizioni termini come “giardini all’italiana”, “illuminato come un luna park”, risposte come “Pronto?”  - quest’ultima data da Gavril a un aggeggio simile a un telefono mai visto prima in vita sua -  e riferimenti a Santi del culto dei quali non ci si dice nulla. Sono elementi, questi, che mandano in mille pezzi l’atmosfera fantasy, scagionando la traduzione italiana di cui si arriva inizialmente a dubitare.

Un mondo che non ha nessun elemento di continuità rispetto al mondo reale aveva sicuramente bisogno di una storia meglio delineata e soprattutto di culture, di lingue, di tecnologie a sé stanti.
Quanto ai personaggi si può dire che il carattere di ognuno è stato abbozzato ma non sviluppato fino in fondo, eccezion fatta forse per Kiukiu. Nonostante tutti vivano una sorta di dramma interiore, l’intensità delle loro reazioni emotive è tiepida, troppo in confronto alle azioni che ne derivano, le quali assumono così tinte da melodramma. Banali si rivelano anche quelli che dovrebbero essere colpi di scena o drammatiche coincidenze, piuttosto prevedibili e scontate, echi lontanissimi e mal riusciti delle tragedie shakespeariane.
Di questo primo capitolo della trilogia, insomma, non si può dire un granché bene. Ottima l’idea di base, ma forse, in previsione del secondo romanzo, sarebbe meglio per la Ash approfondire meglio le parti che lo meritano e concentrare di più l’azione, evitando i troppi periodi di stasi in cui gli eventi si susseguono, inconcludenti.  


 Voto: 


venerdì 10 gennaio 2014

Recensione film: Lo Hobbit – La desolazione di Smaug



Ci sono voluti nove anni e alterne vicende produttive affinché i fan della saga letteraria e cinematografica potessero far ritorno nella Terra di Mezzo, abbandonata nel lontano 2004 a bordo di una nave diretta a Valinor.
Se nel 2013 avevamo assistito al formarsi di una nuova compagnia composta da tredici Nani, uno stregone e uno Hobbit, e determinata a liberare un antico regno nascosto sotto le pendici della Montagna Solitaria dalla scomoda presenza di un enorme drago, con Lo Hobbit – La desolazione di Smaug entriamo nel vivo dell’avventura.
Ancora una volta, Peter Jackson dimostra un indiscutibile talento visionario, servendosi degli ultimi ritrovati tecnologici per creare degli effetti speciali mozzafiato. I lupi mannari su cui cavalcano gli Orchi costituiscono un perfetto esempio del livello di realismo raggiunto dalla Weta Digital; le scene di combattimento che vedono coinvolti i Nani della compagnia di Thorin Scudodiquercia e gli Elfi retti dal governo di Thranduil, padre di Legolas, sono un piccolo capolavoro di fluidità; mentre le trasformazioni, gli incantesimi e le lotte magiche lasciano incantati per la loro spettacolarità e accuratezza.
Ma gli effetti speciali non bastano a rendere grandioso un film. La Nuova Zelanda, con i suoi paesaggi di straordinaria bellezza, è la perfetta cornice per le città sotterranee e i villaggi sospesi sulle acque ricreati in digitalmente e in studio. Magistrale anche la fotografia, giocata su un continuo contrasto tra luci e ombre: le luminose sale del regno elfico cedono il passo alle oscure gallerie della Montagna Solitaria, dove, annidata nelle tenebre, si nasconde Smaug, creatura di sinuosa e fiammeggiante bellezza.

Decisivo anche l’apporto degli attori, primo tra tutti Martin Freeman, che si è calato con estrema naturalezza nei panni del giovane Bilbo, senza far rimpiangere il suo amato predecessore, Ian Holm. Al suo fianco, il tormentato Thorin di Richard Armitage e il gradito ritorno di Orlando Bloom e del suo Legolas. Aggiunta discussa ma efficace, l’elfa Thauriel interpretata da Evangeline Lilly, unica donna in un cast maschile. Un plauso speciale va poi a Benedict Cumberbatch, che presta voce e – grazie al motion capture – gestualità ai due cattivi della saga, Smaug e Sauron.

Buona, ma non eccellente, la prova di Howard Shore, che ci regala un accompagnamento musicale godibile, cui manca però l’afflato epico della colonna sonora de Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, che trovava il suo culmine nella canzone Misty Mountains.
In questo secondo capitolo della saga, Peter Jackson conferma il suo indiscusso talento da direttore d’orchestra, capace di tenere le fila di una pellicola dalla durata forse eccessiva (160’), ma dietro la volontà di rendere omaggio a un’opera letteraria e a un genere, il fantasy, che vanta innumerevoli estimatori, è impossibile non ravvisare le logiche dell’odierna industria cinematografica. La spettacolarizzazione finisce così col prendere il sopravvento non solo sull’aderenza al testo di partenza, ma anche sulla coerenza narrativa.
Se i fan delle opere del professore inglese, probabilmente non rimarranno sconvolti per l’inserimento di qualche sequenza d’azione o per l’integrazione dei contenuti delle Appendici Il Signore degli Anelli all’interno della fabula de Lo Hobbit, altrettanto non potrà dirsi per alcune scelte di sceneggiatura che alterano bruscamente l’universo tolkieniano. Sul grande schermo vediamo sfilare personaggi che al tempo de Lo Hobbit non sarebbero neppure dovuti esistere – come L’Orco Azog, che dovrebbe essere stato ucciso durante il flashback della battaglia girata ne Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato –, e altri creati ex novo dal regista – l’elfa Tauriel, amica di Legolas. Senza contare l’inserimento di eventi (la divisione del gruppo dei Nani, ferite che non dovrebbero essere mai state inferte, inseguimenti che non avrebbero ragione di essere), che oltre ad appesantire e rallentare il ritmo della pellicola, non rendono giustizia alle intenzioni dell’autore. C’è, infatti, una notevole differenza tra l’apportare lievi modifiche a una storia – com’era accaduto per Il Signore degli Anelli, che nonostante tutto aderiva ai parametri dettati da Tolkien – e lo stravolgerla per assecondare esigenze squisitamente commerciali.

In conclusione, nonostante la qualità del prodotto finito sia senza dubbio superiore rispetto a molti altri film del genere, lo spettatore resta combattuto tra il desiderio di tributare al regista il giusto merito e la delusione per il talvolta grossolano stravolgimento subito dall’opera.
Non ci resta tuttavia che attendere il capitolo conclusivo di questa saga che, nonostante tutto, rimane un appuntamento imprescindibile per tutti gli appassionati.


A cura di Tonino Mangano

mercoledì 8 gennaio 2014

La concezione dell'amore in Tolstoj e Anna Karenina





Lev Tolstoj (1828-1910) sposa nel 1862 Sof'ja Bers dopo una sola settimana di fidanzamento. Il loro matrimonio alterna periodi di tranquillità a momenti di conflitto fino ad arrivare alla fuga finale dello scrittore e alla morte ad Astapovo. Queste le ultime parole scritte alla moglie prima di partire: "Ti ringrazio per i quarantotto anni di vita onesta che hai passato con me e ti prego di perdonarmi tutti i torti che ho avuto verso di te, come io ti perdono, con tutta l'anima, quelli che tu hai avuto nei miei riguardi". Fin dalla giovinezza Tolstoj è sempre stato alla ricerca della verità e soprattutto di una giustificazione razionale della vita. Voleva realizzare quello stato naturale che aveva trovato tra i contadini e i Cosacchi del Caucaso: provò inizialmente a ricostruirlo tramite i divertimenti e la vita dissoluta, poi nel matrimonio e nella vita di famiglia, considerata come nido e fondamento per una sana crescita morale e spirituale. Ma qual era realmente la concezione dell'amore nella produzione di Tolstoj? Sicuramente dalle sue opere emerge fin da subito e con forza uno schema di carattere divulgativo e filosofico che viene poi perfezionato a partire dagli scritti successivi e dal romanzo Sonata a Kreutzer (1890). La scrittura infatti per Tolstoj ha senso di esistere solo se tende verso il bene. Ma procediamo con ordine. 
In Anna Karenina (1878), per esempio, troviamo una spiegazione abbastanza esauriente della sua concezione dell'amore, portando a maturazione l'idea di amore cosmico e universale in rapporto a quello romantico che emerge già in Guerra e pace (1865-1869): Pierre Bezuchov, personaggio principale e alter ego dello scrittore, capisce infatti il senso della vita grazie all'amore per Nataša. In Anna Karenina invece incontriamo quattro coppie che incarnano tre tipi diversi d'amore: Stepan e Dolly (rispettivamente fratello e cognata della protagonista) e inizialmente anche la stessa Anna con il marito Karenin rappresentano il vincolo sociale basato su affetti, convenienze e compromessi reciproci; Levin e Kitty ricordano l'unione tra un uomo e una donna che si innamorano sinceramente; e infine Anna e Vronskij diventano veri e propri simboli dell'amore romantico e cupo, capace di scardinare tutte le convenzioni sociali. Qual è l'atteggiamento giusto secondo Tolstoj? Proviamo a capirlo.

Stepan è un personaggio dallo spiccato aspetto sensuale proprio come la sorella Anna. Ha avuto una relazione con l'istitutrice francese dei figli ma nonostante tutto viene perdonato dalla moglie e dallo scrittore perché uomo e perché non ha dato scandalo in società. Il sentimento di Levin e Kitty cresce invece fino al matrimonio: Levin realizza l'ideale di vita famigliare e lavoro dei campi che propugnava Tolstoj e, dopo aver vissuto la morte del fratello e preso coscienza del dolore umano, sente ancora più forte l'orrore dell'esistenza, proprio come lo scrittore in quel periodo. Decide quindi di porre un limite alla conoscenza del creato: la vita non deve essere una ricerca tormentosa ma una saggia accettazione. Il rapporto di Levin e Kitty da sposati nasconde una lieve autocritica di Tolstoj: il matrimonio per amore potrebbe rivelarsi essere più duro di quello combinato. Anna si lascia sedurre dal giovane e bellissimo ufficiale Vronskij, segue il suo cuore e perde tutto per lui, compreso il figlio Sereža. Questo amore, oltre ad aprire un mondo nuovo e colorato, diventa sempre più soffocante e possessivo e rischia di allontanare i due innamorati. La passione infatti rende Anna sempre più insicura e triste. Anna e Vronskij sono uccisi da un amore troppo intenso e ingombrante: lei sotto le ruote di un treno, lui forse più tardi in guerra. 

Dopo aver scoperto il sentimento più folle della sua vita, Anna comincia ad odiare Karenin, di vent'anni più anziano; il marito viene inoltre accusato di pensare solo alla carriera e di essere troppo pragmatico. Non riesce ad esprimere concretamente l'amore che prova per Anna: non sembra essere geloso, si dimostra sempre magnanimo e buono, tiene per sé tutti i sentimenti e tende ad essere freddo perfino con il figlio. Non sfida a duello Vronskij, si preoccupa solo per la reazione che la società russa avrebbe potuto avere nei confronti di Anna e dei problemi che questa poteva generare a entrambi. In poche parole combatte il suo rivale con la comprensione e con la ragione ma non capisce che una battaglia di questo tipo può essere vinta solo con il cuore e con la violenza dei sentimenti. Il tradimento di Anna è inoltre facilmente accostabile a quello che avviene in uno dei più celebri racconti di Cechov: La signora col cagnolino (1899). Qui l'omonima protagonista Anna Serge'evna inizia una relazione con il banchiere moscovita Dmitrij Gurov. Il motivo alla base del tradimento è però completamente diverso: se quello di Karenina era dettato dalla passione, quello narrato da Cechov è dettato dal desiderio di evasione, e come tale almeno in apparenza giustificabile. 

Anna Karenina diventa alla fine per Tolstoj il simbolo della donna adultera da punire per aver tradito il marito e soprattutto per aver distrutto la famiglia, sede di sacrosanti principi. Secondo lo scrittore infatti Anna avrebbe dovuto con l'intelletto contenere il desiderio e porre un limite cognitivo e morale alle proprie aspirazioni. Il conflitto tra gli ideali naturali e l'attività della ragione, tema fondamentale del libro, si può risolvere in un certo senso nella semplice accettazione della propria vita, un po' come facevano i contadini di un tempo, credendo in Dio e non ponendosi troppe domande. Ne emerge la figura di un romanziere perennemente in crisi con il mondo e alla ricerca continua di una momentanea panacea per i suoi mali spirituali. La sua concezione dell'amore è per questo variabile, forse più vicina seppur con qualche riserva a quello di Levin e Kitty, ma sicuramente molto lontana dal sentimento torbido che avvolge Anna e Vronskij. 

Poco importa comunque se Tolstoj voleva punire la sua protagonista e attribuirle una connotazione negativa. Anna resta in ogni caso un personaggio che emerge con straordinaria forza espressiva dal fondale cupo e pessimista creato appositamente da Tolstoj per lei; è una sorta di eroina ribelle che lotta con tutte le forze contro una società chiusa e un Dio che si fa sempre più tragico, incombente e sinistro. Alla fine Anna viene sconfitta e paga con il sangue il suo stesso ardire ma entra per diritto nell'immaginario collettivo e nel gotha dei personaggi più complicati, definiti e tridimensionali di sempre; e questo anche grazie al suo modo estremo di amare, condannato dallo scrittore ma pur sempre apprezzato dai lettori.


domenica 5 gennaio 2014

Recensione: La terra del sacerdote di Paolo Piccirillo


La terra del sacerdote, Paolo Piccirillo
Neri Pozza
240 pagine, 16.50 euro
Tra sangue, polvere e tematiche sociali, La terra del sacerdote racconta la storia di un ex prete, Agapito, macchiatosi di una colpa che sembra riflettersi nell'aridità del terreno che cura, affidatogli da un amico complice del  misfatto. I rari frutti che rende sono marci o nerastri, l'albero che troneggia al centro completa un quadro dalle tinte cineree. L'azione è mossa da Flori, ucraina sfruttata per la produzione di bambini, in seguito rivenduti al mercato nero, che scappa dai suoi aguzzini e viene ospitata da Agapito. Attorno ai personaggi, sempre rudi, che costellano il romanzo, la terra del sacerdote sembra ricominciare a fiorire, prima che il male ritorni a impossessarsene.

Ambientato in parte in Germania, in parte nella campagna molisana, La terra del sacerdote gode di un pluralismo linguistico dedito alla narrazione più realisticamente efficace. Al realismo crudo e quasi macabro si rifà infatti l'autore, un giovanissimo Piccirillo che trova nella analogia/opposizione con il mondo animale la migliore chiave interpretativa del suo microcosmo letterario: gli uomini al pari delle bestie vivono nel fango e nella sporcizia e qui si riproducono, agiscono guidati da un istinto ferale. I temi sociali a cui si è accennato - la tratta delle donne dell'Est, la compravendita di bambini, lo stupro - sono solo la testimonianza di questa regressione fisica e morale, un atto di accusa, certo, ma più precisamente una realtà funzionale alla visione brutalmente corporea del romanzo.

Sembrerebbe l'Italia degli anni Cinquanta, se uno dei personaggi, a un tratto, non estraesse un I-Phone. Il progresso tecnologico, assente per quasi tutto il libro, ha un forte contrasto con lo sfondo perennemente agreste, rudimentale, lontano dalla civiltà: laddove gli uomini hanno imparato a convivere con gli animali, a condividere con essi la quotidianità, l' animo è diventato rozzo: soltanto un personaggio, Armando, ha ambizioni che esulano da quella vita di campagna. La sua sconfitta è forse la vittoria irreversibile della istintualità barbara - e folle - contro la ragione. Molteplici le immagini metaforiche che si avvicendano, dalla croce che Maurizio "Baffo di cane", il pazzo del villaggio, dice di portare sulle spalle, a veri e propri idilli rustici di commovente e tragica affettuosità - i piedi callosi di un marito e di una moglie che si sfiorano sotto le coperte, l'addio di Agapito e Amalia. Per quanto lo stile di Piccirillo sia scarno e privo di orpelli, la poesia delle immagini parla da sola, avallata da una grandissima competenza linguistica. Poche parole, ma ben calibrate e asciutte, lasciano intendere più di mille lessemi vuoti e barocchi. Occasionalmente l'autore si lascia andare a digressioni quasi oniriche, come la storia sull'essere di gambe-Graziano che si trasforma in un essere umano quando è innamorato. Ed è di amore, di delusione, di sofferenza e di amicizia che parla La terra del sacerdote. Parla di redenzione, di umanità, di egoismo, senza che per questo i personaggi siano mal giudicati. L'occhio di Piccirillo è oggettivo, quasi insensibile: lo stupro e la morte sono raccontati con freddezza, riuscendo ugualmente a suscitare emozione o disgusto nel lettore. 

La terra del sacerdote risulta quindi un ottimo libro, dalle sfumature tetre ma che lascia intravedere, alla fine, spiragli di luce. La caratterizzazione approfondita dei personaggi, lo stile curato, la scelta simbolica di immagini e ambientazioni promettono bene anche per un futuro romanzo, che il talento e la giovane età dell'autore sono sicura consegneranno al panorama italiano contemporaneo. 

Voto: 





Paolo Piccirillo 
è nato nel 1987 a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Nel 2010 ha pubblicato Zoo col semaforo, un romanzo che ha riscosso un notevole successo di pubblico e critica. Autore di racconti pubblicati su varie riviste e antologie, nel 2011 è stato scelto dal Festival delle letterature di Mantova come rappresentante italiano per le Scritture giovani.

sabato 4 gennaio 2014

Recensione: "Caro scrittore in erba..." di Gianluca Mercadante




Caro scrittore in erba
Caro scrittore in erba..., G. Mercadante
Las Vegas edizioni
10.00 euro, 140 pagine
Nelle librerie dal 27 novembre, "Caro scrittore in erba..." racconta il complicato rapporto col mondo dell’editoria di un giovane scrittore, Gianluca Mercadante, proponendoci una raccolta di storie e incontri grotteschi, talvolta surreali, che l’autore assicura essere veramente accaduti nei tortuosi percorsi che portano alla pubblicazione.
Al contrario di quanto afferma la quarta di copertina, questo volume non è tanto un “manuale di sopravvivenza per aspiranti scrittori”, quanto un bestiario delle peggiori creature che è possibile trovare nel mondo dell’editoria italiana.
Mercadante si rivolge, con un tono amichevole e disilluso (a tratti pessimista), a un qualsiasi “Caro scrittore in erba”, consapevole del fatto che il nostro è un Paese in cui ci sono un’infinità di aspiranti scrittori, o sedicenti tali, a cui pare non augurare un percorso travagliato come il suo.
Qual è il messaggio che traspare, a fine lettura? Innanzitutto l'impervietà della pubblicazione: pubblicare è difficile. Veramente difficile. Il che, del resto, non è una novità. Ma l’autore cerca di spiegare che prima di pubblicare bisogna sapersi sedere e scrivere, scrivere, riscrivere.
Non tutte le colpe vanno date alle case editrici: molti di quelli che si credono scrittori e inviano a destra e a manca i loro manoscritti in realtà sono pessimi scribacchini, spesso troppo pieni di sé (all’inizio) o presunte vittime delle lobby dei Grandi Nomi (in un secondo tempo). Questi “scrittori” raramente hanno delle buone storie da raccontare, ma possiedono l’illusione o la pretesa di vedere il loro nome stampato sul frontespizio di un libro (assieme, magari, a lauti compensi). Mercadante ci ricorda che il vero scrittore è soprattutto un artigiano che scrive e riscrive i propri testi prima di proporli al pubblico, e che quando ha finito di scrivere già inizia a pensare alla storia successiva. E, a parte casi eccezionali, farebbe meglio a dimenticarsi del “lauto compenso”.
Ma l’autore ne ha anche per le case editrici: se anche solo la metà degli episodi narrati nel libro fossero veri, la situazione per un aspirante scrittore sarebbe quantomeno scoraggiante. Purtroppo questo volume non tratta di fantascienza, ma dell’attuale stato in cui versa l’editoria in Italia, in cui vige la legge del mors tua vita mea. Agenti letterari senza scrupoli, editori che puntanto al profitto sicuro piuttosto che alla qualità, al denaro più che alla cultura.
Alcuni esempi? Mercadante racconta del suo primo approccio con una casa editrice, quando diciassettenne aveva letto su un giornale un’inserzione: si invitava a spedire le proprie poesie, che sarebbero state pubblicate. Dopo diversi contatti e l’acquisto di una macchina da scrivere andò a finire con l’amara sorpresa: si trattava di una casa editrice a pagamento. E ancora: uffici stampa che chiedono all’autore di promuovere il proprio libro in un centro commerciale, presentato da un’avvenente modella, che del volume conosce solo la copertina. Oppure recensioni, liti e critiche montate ad arte, così da fare da cassa mediatica e aumentare le vendite. Senza farsi mancare le richieste di ghostwriting delle case editrici per autori appena deceduti, in modo da sfruttarne il successo. 
In breve, l’autore rompe l’aura di magico propria del mondo editoriale, mettendoci davanti agli occhi le logiche di mercato e di marketing che guidano le diverse aziende.
“Caro scrittore in erba…” adotta un tono molto informale, diretto (a volte anche troppo), da uno scrittore disilluso che ha vissuto sulla propria pelle tutte le assurdità del sistema. Non è un libro che consiglierei di leggere a chiunque. Sicuramente a chi lavora nel campo editoriale (per un necessario esame di coscienza) e agli aspiranti scrittori con molta forza di volontà (gli altri potrebbero scoraggiarsi), per riflettere sullo stato in cui versa la cultura letteraria nel nostro Paese.


Dalla prefazione di Gianluca Morozzi:
“Insomma, tu hai pensato: ma sì, ma che diamine, ci posso provare anch’io, no? In fondo, se hanno venduto così tante copie (fai i nomi di una serie di scrittori a tuo parere mediocri e disprezzabili) che non sanno scrivere, perchè non potrei facela io? Ti sei visto diventare quantomeno un Andrea De Carlo, fascinoso, sempre in barca o tra casolari di campagna, eternamente giovane e piacente, se sei maschio. O una figura di riferimento per la nuova scrittura femminile al di là degli stereotipi, se sei donna.
Ecco: nelle pagine seguenti, vedrai che non è proprio così, e che la sostanza, spesso, si vendica sulla poesia.
Ma sai qual è la maledizione? Che uno su mille, come canta il maestro Morandi, accidenti, uno su mille ce la fa. Per 999 disgraziati che finiscono per pubblicare con editori improvvisati che il giorno dopo spariscono in Oceania, uno diventa davvero il Miracolato di turno. La crudeltà è proprio questa: se tu sapessi che è impossibile, che nessuno ce la farà mai, affronteresti la cosa con lo spirito sfrontato e velleitario dell’impresa fine a se stessa.
Invece, dannazione, uno su mille ce la fa.
E questo rende la cosa ancora più crudele”.


 Voto: 




Gianluca Mercadante
è nato nel 1976 a Vercelli. Ha pubblicato McLoveMenu” (Stampa Altrnativa, 2002), “Il Banco dei Somari” (NoReply, 2005), “Nodo al Pettine – Confessioni di un parrucchiere anarchico” (Alacràn, 2006), “Polaroid” (Las Veagas, 2008), “Il giardino nel recinto di vetro” (Birichino, 2009), “Cherosene” (Las Vegas, 2010), “Io ho visto tutto” (Milanonera, 2012), “Noi aspettiamo fuori” (Ed. Mercurio, 2013) e “Casinò Hormonal” (Lite Editions, 2013). Decine di suoi racconti sono apparsi in antologie, riviste e per il Giallo Mondadori. Ha scritto di critica letteraria per “Orizzonti”, “Pulp” e “Satisfaction”.




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