domenica 14 dicembre 2014

Recensione: Silver. La porta di Liv di Kerstin Gier




Silver. La porta di Liv, Kerstin Gier
Corbaccio
336 pagine, 16.40 euro
La porta dei sogni è il secondo capitolo della Trilogia dei sogni di Kerstin Gier, autrice young adult da me molto apprezzata per l'innata capacità di costruire una narrazione ironica, con un punto di vista in prima persona mai melodrammatico o particolarmente grave - esattamente come si addice alle vicende di una sedicenne, che non deve necessariamente trovare l'amore eterno a questa età, tanto meno sacrificare la vita per lui.
Da questo punto di vista, in Silver. La porta di Liv Kerstin Gier non si smentisce: il sorriso domina su tutto il libro e, anche quando gli affari di cuore sembreranno non andare bene, la protagonista non cederà all'impulso di buttarsi da una scogliera o di passare mesi a fissare il panorama dalla finestra.
Sebbene, quindi, questo libro mantenga immutate le peculiarità della scrittura della Gier - che non sono scontate, dato il target - è evidente che rappresenti un calo notevole della sua produzione. Sorvolando, come avevo detto nella recensione del primo libro, sul fatto che Liv non si discosta in nulla dalla protagonista della Trilogia delle Gemme (come lei è ficcanaso, frizzante, irriverente), posso ragionevolmente affermare che in questo libro la trama è inesistente: Liv passeggia per i corridoi del mondo onirico, spia il suo bellissimo ragazzo in sogno, affronta feste di odiose nonne acquisite con un aplomb - questo le si deve riconoscere - ammirevole e devasta per vendetta cespugli decennali a forma di pavone. Fine. L'elemento mistery che era presente nel primo libro e che dava forza alla storia quasi scompare, per poi risolversi in maniera oltremodo banale e scontata. Anche il fantasy perde tutta la sua forza: il mondo onirico non palesa nuove attrattive, rimanendo tale e quale, e la storia si basa unicamente sulla vita privata di Liv. Che decida, però, di vandalizzare un cespuglio amato da tutta la città - azione che, nel suo totale, consentirà all'autrice di occupare almeno due o tre capitoli - non è in nessun modo utile ai fini della trama: la Gier si limita a inventare questo genere di episodi a sé, che non risultano particolarmente divertenti (non come nella Trilogia delle Gemme, almeno) e non arricchiscono in alcun modo le vicende.
A proposito di questo, l'autrice sembra aver perso un po' di smalto anche nelle gag e nelle situazioni divertenti, pur rimanendo geniale in alcuni episodi isolati - come l'apparizione di Benedict Cumberbatch, che arricchisce una serie di apprezzabili riferimenti al mondo nerd. Questi non compensano però una crisi di idee e di originalità, che danno l'impressione che la Gier non abbia idea di cosa scrivere e tenti disperatamente di prolungare il libro, alla fine facilmente riducibile alle ultime cinquanta pagine. Non si è inoltre premurata di vivacizzare la saga inserendo nuovi personaggi, ma giocando sempre con quei quattro che abbiamo conosciuto nel primo libro. Unica eccezione è un inoffensivo omuncolo che comincia ad aggirarsi per i corridoi dei sogni e che si fa chiamare Senator Morte. Ma sarà, appunto, solo una bolla di sapone, tanto più che maggiore spazio è riservato al blog di Secrecy, la Gossip Girl del liceo di Liv ed emblema dell'intero libro: una storia di pettegolezzi  e priva di azione, che poco ha di urban fantasy e che avrebbe molto più da imparare da una puntata di Pretty Little Liars.

Voto: 


venerdì 12 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 12 dicembre




VALENTINA consiglia:


Quando si parla di Natale non si può non pensare al classico per eccellenza, ovvero al Canto di Natale di Charles Dickens, una delle opere più lette e reinterpretate dal cinema e dal teatro. Questo romanzo breve del 1843 si presenta come un testo sempre attuale che, come tutte le opere dello scrittore britannico, critica la società inglese e il suo sistema economico, rappresentato dal protagonista Ebenezer Scrooge. Questo finanziere vecchio e burbero odia tutto quello che gli impone di lasciare chiuso il suo esercizio, rimproverando chiunque gli ricordi il Natale, imponendo al suo unico impiegato di lavorare anche il giorno della vigilia e rifiutando gli inviti a passare le vacanze in famiglia porti dal nipote. Scrooge decide di barricarsi in casa, ma comincerà ad esser perseguitato da rumori di catene terrificanti, finché non vedrà al suo cospetto il fantasma del suo caro amico defunto Marley, destinato a vagare per l'eternità senza poter raggiungere la pace, che gli annuncerà la visita di altri tre spiriti che avranno il compito di mostrargli tutta la sua vita. Gli spiriti del Natale Passato, Presente e Futuro si susseguiranno durante la notte, manifestandosi a Scrooge e ricordandogli la vera essenza del Natale: la gioia della convivialità e dell'armonia col prossimo, la condivisione, l'amore e la salute. Nessun buonismo in questo racconto, che oltre a racchiudere in sé un tributo alla letteratura gotica, affronta tematiche quali la povertà, il divario di classe, lo sfruttamento minorile e l'analfabetismo. Una lettura essenziale per questo periodo di festa, ma anche per chi ama quel genere di letteratura che appartiene al passato, ma che riesce sempre a dimostrarsi specchio dei tempi e della natura umana.

"Ho sempre pensato al Natale come ad un bel momento. Un momento gentile, caritatevole, piacevole e dedicato al perdono. L’unico momento che conosco, nel lungo anno, in cui gli uomini e le donne sembrano aprire consensualmente e liberamente i loro cuori, solitamente chiusi".


"Egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento.
E sapendo che in ogni modo la gente siffatta è cieca, pensò che non aveva nessuna importanza se strizzavano gli occhi in un sogghigno, come fanno gli ammalati di certe forme poco attraenti di malattie.
Il suo cuore rideva e questo per lui era perfettamente sufficiente.
Non ebbe più rapporti con gli spiriti; ma visse sempre, d’allora in poi, sulla base di una totale astinenza; e di lui si disse sempre che se c’era un uomo che sapeva osservare bene il Natale, quell'uomo era lui"


Recensione: A bocca chiusa di Stefano Bonazzi




A bocca chiusa, Stefano Bonazzi
Newton Compton
288 pagine, 9.90 euro
A Bocca Chiusa segna l'esordio nel mondo del romanzo lungo di Stefano Bonazzi, giovane artista ferrarese conosciuto grazie alle sue foto e composizioni, oltre che ad alcuni racconti.

La trama ruota attorno a un bambino con una storia familiare piuttosto travagliata. Il padre è assente da sempre e la madre è quindi costretta a estenuanti turni di lavoro per mantenere entrambi. Il bambino si trova quindi a trascorrere lunghi e solitari pomeriggi in custodia del nonno. Un nonno invalido sia fisicamente che mentalmente, reso cinico e incattivito dalla vecchiaia e dalle fatiche della vita, che tende a vedere il mondo esterno come il luogo più pericoloso in cui il nipote possa vivere. Lo tiene quindi segregato in casa, ben al riparo, senza esitare a ricorrere alla violenza fisica e psicologica per fare ciò che lui ritiene giusto. Al bambino non resta che annoiarsi e giocare con i suoi mattoncini, sul suo tappetino, confine invalicabile fra il suo mondo tranquillo e le ire dell’anziano che lo rendono così simile a un orco. A contrapporsi a questo nonno-tiranno arriverà Luca, un ragazzino biondo con cui nascerà una grande amicizia, che non darà però gli effetti sperati. Anzi, l’arrivo di Luca segna un momento ancora più cupo nella storia del protagonista, che per amore del nuovo amico è disposto sempre più a valicare il confine e a subire le punizioni del nonno che diventano ogni volta peggiori. Questi profondi traumi infantili non si faranno da parte con l'età adulta, e il protagonista del libro ne sarà segnato in modo estremamente profondo, fino alla loro liberazione definitiva: una sorta di catarsi in negativo.

Quello descritto da Stefano Bonazzi è un mondo grigio, popolato da un'umanità altrettanto grigia. I suoi personaggi sono anonimi abitanti di provincia, tanto anonimi che non conosciamo nemmeno il nome del protagonista, il cui punto di vista filtra tutta la narrazione. Vivono la loro vita in solitudine e preda delle miserie umane, sono personaggi tristi, sottomessi dal destino e consapevoli di esserlo, senza qualsiasi volontà di lottare. Sono isolati, i vicini non rappresentano altro che un nuovo carico di fallimenti e problemi che è meglio evitare. È un mondo pesante a tal punto che riemergene è quasi come riempire di nuovo di aria i polmoni, eppure non è affatto irreale.
Da questo mondo, l'autore estrae una storia estremamente cupa e desolata, che racconta alla perfezione, complice uno stile rapido, che dedica poco spazio alle descrizioni esterne –  il mondo del protagonista altro non è che il suo tappeto rosso con i mattoncini e lo scintillio invitante di ciò che sta oltre la finestra – preferendo di gran lunga il microcosmo personale dei suoi personaggi. Cosa, quest'ultima, che gli riesce molto bene. È uno stile fluido, fatto di pennellate rapide ma efficaci che dipingono una storia come tante che è, però, resa eccezionale dall’attenzione che vi viene dedicata. Stefano Bonazzi, richiama nella scrittura le immagini che crea lui stesso, grazie a cui è conosciuto, tanto che ci si trova di fronte a un susseguirsi di scene illuminate da sprazzi di flash che tornano poi buie e inquietanti subito dopo. Un momentaneo sguardo a un volto dal finestrino di un treno in corsa e l’oblio immediato che segue subito dopo.

La narrazione prosegue con una tensione continua, che non può fare a meno di catturare il lettore e portarlo dritto fino alla fine, senza troppe interruzioni. Non è assente un colpo di scena ben assestato che rappresenta, appunto, questa “catarsi in negativo” e che libererà forse in definitiva il protagonista da tutti i suoi spauracchi infantili. Il finale è pregno di significato e di riflessioni sospese che non vengono sviluppate spingendo così il lettore a una riflessione personale.

Un punto negativo di questo libro è la sistemazione dei capitoli che spesso non ha davvero senso. Ci sono capitoli lunghi anche solo una pagina, il cui capitolo seguente costituisce il naturale proseguimento di quello che si sta leggendo. L’ultima frase di uno, e la prima del successivo sono strettamente legate fra loro e in perfetta continuità narrativa. Il modo in cui l’intero libro è suddiviso manca di logica e genera quindi un senso di fastidio nel lettore. Soprattutto in chi è abituato a orientarsi nella lettura in base ai capitoli.

A Bocca Chiusa è un racconto quasi onirico, in bilico continuo fra la realtà è i meandri più reconditi della psiche umana. L’autore sa sicuramente raccontare il dolore e nemmeno per un momento la scrittura vacilla o si tira indietro di fronte alla grande sfida di dar voce a un protagonista così complesso come quello da lui creato: l'infanzia, l'evoluzione del suo trauma nel mondo adulto e il compiersi di un destino ineluttabile, sono tutti passaggi trattati in modo profondo e si nota una certa analiticità e una grande voglia di mettersi in gioco e di raccogliere la sfida di un argomento così complesso. Il risultato non può che essere una narrazione dura e angosciante, sicuramente non adatta ai lettori più sensibili, ma di grande efficacia evocativa, capace di creare nel lettore un senso di partecipazione elevato.

Voto: 


giovedì 11 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 11 dicembre








Quando ho letto L'urlo e il furore, ho impiegato più di dieci giorni – metà dei quali a imprecare e cercare informazioni su internet per capire che acciderbolina stesse succedendo. Perché? Perché due sezioni su quattro – il libro è diviso in 4 giornate – sono incomprensibili. La seconda straordinaria sezione è piena di flussi di coscienza. La prima è scritta dalla prospettiva di un malato mentale. Immaginate.



Poi, quando capisci, quando il quadro diventa chiaro – in teoria dovrebbe diventarlo definitivamente grazie all’appendice posta alla fine del romanzo, ma io ovviamente non potevo sclerare dietro ai personaggi senza capire a cosa si riferissero – si palesa la bellezza, la genialità, l’eclettismo di questo autore che riesce a tracciare la decadenza della famiglia Compson con tecniche ogni volta diverse e non meno stupefacenti. Sarà sperimentalismo – e grazie a Faulkner ho capito che non sarò pronta a Joyce prima di venti o trent’anni -, sarà complesso e talvolta irritante, ma, cavolo, questa è letteratura, quella che si rinnova, che non ristagna nelle classiche modalità, che non ti semplifica la vita, che ti sfida a capire, farti delle domande, e poi ti lascia così, sospeso, con i suoi personaggi straordinari, crudeli, abietti – che ti sono rimasti dentro, perché, dopo che leggi il flusso di coscienza di Quentin Compson, aspirante suicida a causa della sorella Caddy che ama, ma che è rimasta incinta di uno e sposerà a breve un altro, non puoi non sentirtelo rimbombare nella testa – e la sensazione è quella dello stupore: nonostante la tecnica che sembra essere intenzionata a non farti capire nulla, ricordi sorprendentemente ogni frase e ogni istante, e la storia è diventata un mosaico di prospettive, parole non dette, omogeneo nonostante tutto. La scena finale, l’urlo e il furore, è di un’epicità aggressiva, e in effetti il libro assume questi toni, da letteratura epica, tragediografia greca, in cui Quentin paga il pegno della sua hybris – l’amore per la sorella – con la morte, e Jason, la caricatura dell’uomo avaro, misogino e senza scrupoli, con la rovina.

E la stessa cosa è il tema dell’ereditarietà del destino – Quentin, figlia di Caddy così chiamata in memoria dello zio – che ricalca le sembianze e il percorso della madre – Puttana una volta, puttana per sempre, dice Jason. Dal quadro decadente degli Stati Uniti del Sud negli anni Trenta escono moralmente indenni solo i negri, Dilsey in particolare, la vecchia serva di cui Jason cerca inutilmente di liberarsi. E’ la sua prospettiva quella più limpida, più lirica, più comprensibile, bellissima e senza macchie. Faulkner è un trasformista tanto versatile che non si direbbe sia lo stesso autore che ha scritto tutte e quattro le sezioni. Il suo è un Nobel meritatissimo. Se, nonostante la fatica, un libro mi spinge a leggere altro dello stesso autore, significa che è andato al centro, che ha lasciato molto più di una storia: un’impronta chiara e visibile, impressa con forza, una malinconia aspra che colora gli occhi, anche se tutte le tinte vorrebbero mirare verso il cupo grigio e il nero.




mercoledì 10 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 10 dicembre




Questo consiglio natalizio è già stato pubblicato da me sul blog anni fa - quando ancora era giovanissimo -, ma lo ripropongo perché, a distanza di quattro anni, si trova ancora lì dov'era quando l'ho terminato: nel cuore e nelle viscere, diventando uno dei mattoni fondamentali della mia formazione di lettrice.



Le saghe sudamericane sanno di caldo afoso, parole ridondanti, spezie e antiche leggende.
La storia di Oscar, denominato Wao, sa di una terribile parola: fukù.
Il fukù è una maledizione che incombe sulla famiglia di Oscar dai tempi della dittatura di Trujillo, si ripercuote su ogni membro ricordando quelle tragedie greche senza fine in cui le colpe dei padri ricadono sui figli e patricidi, matricidi, fratricidi sono protagonisti di sventure da cui non si può sfuggire. Tutti saranno sterminati, alla fine.
Oscar non è da meno. La sua breve e favolosa vita trascorre tra film di fantascienza, libri di Stephen King, racconti interminabili che non può fare a meno di scrivere. E sogni. Tantissimi sogni ad occhi aperti in cui lui non è lui, in cui è un eroe, il protagonista di un fumetto Marvel, salva la principessa rapita dagli alieni e lei, dopo una lunghissima attesa, gli dona l’amore e anche qualcos’altro. Ma Oscar non è niente di tutto questo: è un 
nerd dominicano, grasso e sfigato (nel senso letterale della parola) la cui missione nella vita è perdere la verginità e diventare un grande scrittore. Oscar si innamora perdutamente, ininterrottamente, ci va vicino, diventa amico di molte… Ma a chi potrebbe piacere un individuo che per rimorchiarti ti dice “se fossi in un mio gioco, ti assegnerei diciotto punti carisma”? Ecco, appunto.Oscar è simpatico, intelligente, sensibile, ma con le ragazze non ci sa fare. Alla sua vita si intrecciano quelle della madre, della sorella, dei nonni. Un affresco meraviglioso di spietata realtà, l’epoca del “trujillato” che non risparmia nessuno, miete vittime e dipinge con cruda nettezza la vita di donne orgogliose e ribelli, tutte segnate dalla stessa frequente parola. Tra apparizioni mistiche, citazioni improbabili, gangster sudati e amori carnali (fa molto “chierichetto”, lo so) lo stile spumeggiante di Dìaz non risparmia nessuno, non sorvola, ti spiaccica in faccia senza mezzi termini ogni attimo, ogni parola, come un pugno allo stomaco. Ti prende per l’ombelico ( a mo’ di passaporta, quella di Harry Potter) e ti trascina in un universo che non hai mai visto, e dove tutto è familiare. Poi, quando lo finisci, è un’altra botta, una spallata. E ne senti giù la mancanza.



martedì 9 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 9 dicembre




Una serie di sfortunati eventi, forse a voi nota per il film con Jim Carrey, è una spettacolare saga di tredici libri che narra le (dis)avventure di tre bambini rimasti orfani, Violet, Klaus e Sunny Baudelaire, perseguitati dal malefico Conte Olaf, intenzionato a impossessarsi della loro eredità. Tra i tredici episodi si dipana, dopo i primi cinque libri, un filo continuo: la trama diventa meno ripetitiva e più varia, leggermente distante dallo schema a cui Snicket ci abitua. L'autore, appunto Lemony Snicket (pseudonimo di Daniel Handler), è un personaggio integrante della storia: la sua vicenda personale è legata a quella dei Baudelaire e continui sono i suoi richiami alla perduta Beatrice, di dantesca memoria. Ed è proprio questa la particolarità - almeno la mia preferita - della scrittura di Snicket: tutti i libri sono intrisi di riferimenti letterari e culturali, come il cognome Baudelaire può già suggerirvi. Ma sono così tanti che non sperereste di coglierli tutti, alcuni decisamente colti. Ovviamente questa è solo una parte infinitesimale dei libri di Lemony Snicket: i livelli di lettura che li rendono versatili e godibili pure per gli adulti, l'ironia e soprattutto lo humor nero - l'incredibile presenza della morte, anche con vicende macabre e forse poco adatte ai bambini: zie divorate da voraci esserini marini e amici crudelmente assassinati sono un esempio - costellano i romanzi in maniera frizzante e mai banale, divertendo e facendo riflettere, certe volte anche commuovendo. I tre orfani riescono a superare ogni pericolo solo grazie al loro ingegno e alle loro qualità: quelle di Klaus che derivano dai libri, quelle di Violet dalle incredibili capacità inventive. I cattivi, invece, che riescono sempre a cavarsela, sono ignoranti, disprezzano i libri e fanno di tutto per arrivare ai loro scopi, anche uccidere. Non c'è mai, però, una morale consolante: i tre ragazzi restano sempre tre ragazzi soli, uniti solo dall'affetto l'uno per l'altro, in perenne lotta contro il mondo, traditi e abbandonati anche dalle persone a cui vogliono bene. Per questo si tratta di una serie per ragazzi strabiliante: lontana dagli stereotipi, dai romanticismi, non edulcora la realtà e non offre immaginari rosei. Unica consolazione alla malvagità del mondo sono la cultura, l'intelligenza, i libri e l'amore. E scusate se è poco.

domenica 7 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 7 dicembre



BARBARA consiglia:

Molti di voi avranno ormai visto l'ultima fatica di Wes Anderson: Grand Budapest Hotel. Un bellissimo film che come tipico del regista si presenta bizzarro e scanzonato eppure racchiude in sé riflessioni importanti e accurate. Sulla trama del film si legge come questo sia un omaggio a un grande scrittore del XX secolo: Stefan Zweig.
Stranamente Zweig è un autore di cui non si parla spesso, nonostante le sue opere siano tanto e meritevoli.
La novella degli scacchi è l'ultimo racconto da lui scritto a Petropolis, luogo culmine del suo vagabondare dopo che i nazisti bruciarono le sue opere e lo costrinsero a fuggire dall'Austria.
La storia si svolge a bordo di una nave su cui si trova imbarcato Mirko Czentovič, celebre tanto per la sua bravura negli scacchi quanto per la sua ignoranza in qualsiasi altro campo. Mirko è un campione imbattuto, almeno fino a quando, a bordo, non incontra un anonimo dottor B. Nonostante l'evidente talento, quest'ultimo è, però, particolarmente restio a sedere alla scacchiera e solo le più insistenti preghiere degli altri passeggeri lo convinceranno infine a sfidare Mirko.
È lo stesso narratore della vicenda, uno degli uomini imbarcati, che si premura di scoprire da dove derivi la reticenza del dottor B., arrivando a svelare una storia che ha dell'incredibile.
La novella degli scacchi è all'apparenza un racconto privo di avvenimenti, ma sono le vite dei personaggi che lo popolano a essere affascinanti, essendo costruite in modo da portare a un'esasperazione delle caratteristiche più particolari - cosa che permette all'autore di evidenziare il suo pensiero e di analizzare la società in cui vive. Mirko è arrogante e fiero della sua grande conoscenza in un solo campo quanto dell'ignoranza negli altri, è un uomo che vive per guadagnare e che non esita a sfruttare tutte le occasioni per lucrare, perfetto esempio di come Zweig vedeva quanti popolavano la allora decadente Europa preda del nazismo. Il dottor B. al contrario è un uomo elegante ed educato, che trova nella cultura e nella compagnia dei suoi simili il suo godimento, è colui in cui sopravvivono i vecchi valori aristocratici, l'esatto opposto di Mirko. La partita a scacchi fra i due diventa forse un braccio di ferro fra il vecchio e il nuovo mondo, fra la figura dell'uomo che va in cerca del piacere della cultura e di quello che cerca invece di massimizzarne il ricavo che ne può trarre, specializzandosi il più possibile.
Attraverso questi due personaggi Zweig compie un'attenta analisi dell'umanità, eppure lo fa in un modo che, lungi dall'annoiare, affascina dalla prima all'ultima pagina. A questo si aggiunge una scrittura curata e acuta, che gioca perfettamente a suo agio fra il grottesco Mirko e il distinto dottor B. Leggendo questo racconto, si ha l'impressione che Zweig potrebbe rendere affascinante perfino la lista della spesa, tanto è forte il suo talento descrittivo e narrativo.
La novella degli scacchi, complice anche la riedizione in versione economica della Newton & Compton, è un ottimo modo per riscoprire questo autore e per passare un paio di giornate in modo piacevole.


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