venerdì 19 luglio 2013

Il tempio degli otaku #89: “Genkaku Picasso”








Salve a tutti, e benvenuti ad un'altra puntata de “Il Tempio degli Otaku”! Oggi torna con noi un mangaka che avevamo già ospitato, molto tempo fa, in un'occasione di una sua raccolta di storie, “Happiness”, che si distinguevano per essere piuttosto deprimenti e sull'orlo di una sana follia artistica. Questa volta è il turno di un'altra sua opera, anch'essa ad episodi autoconclusivi, ma molto più positiva ed organica: sto parlando di Usamaru Furuya con il suo “Genkaku Picasso”. Buona lettura!

Hikari Haruma ha quella che, più che “passione”, sarebbe forse più corretto definire “vocazione”: l'arte. Innamorato di Leonardo da Vinci, a scuola si distingue per stare sempre chinato sul suo block notes a scarabocchiare ancora ed ancora senza mai fermarsi e soprattutto senza mai cercare un contatto con la gente. I compagni, un po' attoniti ed un po' divertiti, lo chiamano Picasso, soprannome che lo irrita e lo indispone ancora di più. L'unica che – nemmeno troppo – riesce a penetrare la barriera del nostro è Chiaki, sua compagna che crede in egual misura sia al talento di Hikari che ai suoi studi di psicanalisi. Sfortunatamente i due rimangono coinvolti in un assurdo incidente. Chiaki muore, ma apparentemente Picasso ne è uscito illeso. Solo apparentemente, però. La stessa ragazza, ora uno spiritello, gli fa capire la verità: in realtà era morto anche lui ma gli dei, in virtù delle sue doti artistiche, hanno deciso di salvargli la vita. Per sdebitarsi dovrà usare l'arte come mezzo per aiutare le persone, una prospettiva che certo non gli sorride... Ma è sempre meglio che vedere il proprio corpo marcire lentamente. E' così che Hikari, accompagnato dalla fida Chiaki, comincia a tuffarsi nell'oscurità di chi lo circonda, aiutando sé stesso e gli altri.

La recensione è positiva, ma è meglio togliersi il dente subito ed affrontare l'unica, vera pecca di “Genkaku Picasso”: la ripetitività. La premessa è interessantissima, i disegni di Furuya valgono tutto il prezzo del biglietto (ma ne parleremo meglio dopo), i personaggi sono ben caratterizzati... il problema è che compiono sempre le stesse cose. Non ci vuole molto a vedere come i vari episodi abbiano sempre la stessa struttura: Picasso sembra dimenticarsi della sua maledizione, Chiaki gli fa invece vedere lo stato di rovina del suo corpo. In quel momento il nostro nota un compagno di scuola con un'aura particolarmente negativa, presto immortalata in un disegno. Con una scusa spesso assurda il nostro cerca di venire a capo del problema senza per forza doversi tuffare nel disegno, ma le cose non andranno come vuole... Seguono vari tentativi fino alla soluzione dell'impasse. E ora ripetere.
Non è certo un difetto da poco, anzi per alcuni l'opera risulta insopportabile proprio per questo motivo. Tuttavia, dal punto di vista dei contenuti, gli episodi non vengono minimamente inficiati dalla presenza del solito canovaccio: non brilleranno per imprevedibilità, ma hanno tante altre qualità che li rendono godibili ed alle volte decisamente belli. Quali?
Uno tra quelli che spicca per primo è il desiderio di non rendere l'atmosfera troppo seriosa. La storia è cupa, ma Furuya fa di tutto per trovarne i lati più divertenti, anche riuscendoci. Ad esempio, ci sono un sacco di gag su come Picasso sia un inetto dal punto di vista sociale: la sua maniera di affrontare i problemi degli altri lo fanno sembrare un anormale, tant'è che all'interno della scuola è quasi un'istituzione per questo. In una storia, ad esempio, un personaggio rassicura un altro: non può essere peggio di Picasso! Più volte all'interno di un disegno, inoltre, Hikari si abbandona a comportamenti decisamente inadatti al contesto, come perdere tempo dietro a particolari inutili, ma belli dal punto di vista artistico. Persino Chiaki, che ormai conosce bene le sue bizze, è esasperata da certi suoi atteggiamenti.
Ma “Genkaku...”, ovviamente, è un'opera seria, ed anche in questo caso non sfigura. Spesso molti manga con aventi protagonisti adolescenti hanno delle tematiche anche troppo importanti, non adatte all'età di chi le porta al lettore – i classici shojo dove i bambini delle medie si dichiarano reciproco amore. Qui, invece, i problemi sono a misura di adolescente: le turbe interiori sono plausibili, e potrebbero facilmente essere state provate anche da noi. L'aver subito un rifiuto importante per realizzare i propri sogni, amorosi e lavorativi, il doversi scontrare con le aspettative dei genitori, spesso differenti dalle nostre, il non accettare la propria sessualità, e questi sono solo alcuni. Ancora più realistico è il fatto che chi cerca di risolverli è una persona anch'essa problematica, che all'inizio non sa da che parte cominciare ma che alla fine (anche con l'aiuto di Chiaki) opta per usare l'unica cosa che sappia davvero fare nella vita: i dipinti. E' chiaro il messaggio che ci vuole lanciare l'autore.
Anche Picasso è un personaggio piuttosto curato, forse basato sul mangaka, a cui assomiglia un po' fisicamente. Terribilmente misantropo, ma non si capisce quanto perché assorbito dal suo amore per la pittura quanto perché non vuole essere ferito dagli altri più di quanto sia necessario. Per intenderci, per lui la giornata perfetta è quella in cui può passare tutto il tempo a disegnare e a fantasticare sul suo Leonardo. Invece è costretto ad interagire con gli altri, anzi di più: entrare letteralmente nel loro cuore. Una missione difficile già di per sé, ma per lui più di tutti, incapace della minima empatia. Eppure, dietro la scorza dura, si nasconde una persona spasmodica del contatto, che aiuta gli altri non solo perché deve farlo altrimenti morirà, ma anche perché in fondo lo desidera veramente. Purtroppo non sempre la gente se ne accorge, quantomeno non consciamente, ma per fortuna tutti i nodi verranno al pettine.

Mai come in quest'opera il tratto di Usamaru Furuya mostra i suoi veri colori (scusate per la pessima, ed inconsapevole, battuta). In generale è molto limpido, grazioso, con un uso molto sapiente dei retini ed un ottimo intuito per le inquadrature, ma rimane comunque un disegno da manga. Quando invece i riflettori vengono puntati sulle opere di Picasso, la musica cambia: lo stile diventa molto realistico, attingente a piene mani da diverse correnti d'arte, a seconda della situazione. I cuori delle persone sono rappresentazioni surreali, curatissime nei minimi particolari, non sempre facili da interpretare, ma soprattutto ci mostrano un mangaka che sa il fatto suo e che rispetta in maniera pedissequa le esigenze della storia. Ce ne fossero di più come lui...


...E per oggi è tutto, cari amici. Arrivederci alla prossima volta, con “Il Tempio degli Otaku!”

Recensione: Le notti di Villjamur di Mark Charan Newton


Le notti di Villjamur - Mark Charan Newton
Rischiarata dalla fioca luce di un rosso sole morente, si erge fiera l’antica città di Villjamur, capitale di un impero ormai inerme di fronte alla minaccia di un’incombente era glaciale.
Mentre migliaia di persone cercano rifugio alle porte della città, tra le mura si discute animatamente del loro imminente destino. Ecco però che accade una tragedia e la figlia dell’Imperatore, Jamur Rika, deve salire al trono per governare la crisi. Ma i membri della sua corte non sono innocui come sembrano.
Nel frattempo, il macabro omicidio di un consigliere attira l’attenzione dell’Ispettore Rumex Jeryd, un rumel, una sorta di non-umano che può vivere per centinaia di anni e abita nella stessa città con umani, garuda simili a uccelli e inquietanti banshee, i cui pianti sconsolati preannunciano la morte.
Le indagini condurranno Jeryd a una rete di corruzione e a una turpe cospirazione che metterà in pericolo la vita di Rika e di sua sorella Eir, oltre che il futuro della stessa città di Villjamur.
Ma nel lontano Nord, dove il lungo inverno è già iniziato, fa la sua comparsa un pericolo anche più grande. Un’insidia che giunge da un altro mondo, contro cui qualunque potere, militare o magico, potrebbe rivelarsi inutile.
Sulle orme di scrittori come China Miéville e Richard K. Morgan, Mark Charan Newton segna con Le Notti di Villjamur l’inizio di un nuovo travolgente epic fantasy.
Editore: Gargoyle
Pagine: 530
Prezzo:  19.50 euro


Voto: 


“Se amate le Cornache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin, questo romanzo fa per voi”
Fantasy Book Review


Questa è la frase che mi ha spinta verso questo libro, ed è quindi quella da cui partirei per la mia recensione. C'è davvero qualcosa di George Martin in questo libro? Sì, ma purtroppo non in positivo. Per la sua trama, Newton parte dagli stessi presupposti di A Song of Ice and Fire (ASOIAF), ossia un regno alle prese con un'imminente glaciazione e sprovvisto di un vertice forte, a causa dell'improvvisa morte dell'imperatore e delle conseguenti lotte interne per il potere. A peggiorare il tutto si aggiunge una minaccia proveniente dal nord, qualcosa di nuovo, che mai nessuno ha affrontato, ma che sta generando schiere di profughi dalle terre più settentrionali dell'impero. Per contrastare il pericolo viene inviata la Guarnigione della Notte, un manipolo scelto di soldati la cui divisa è -indovinate un po'- nera.
Fin qui, la trama si adatta perfettamente sia a ASOIAF sia a Le notti di Villjamur. Newton varia poi
l'entità della minaccia che si profila al nord - che per non anticiparvi nulla non vi svelerò - però, sulla scia delle “analogie” con Martin, non si scorda dei morti-viventi che inserisce comunque nella narrazione.
A difesa dell'autore va detto che, nonostante le evidenti scopiazzature, da questi presupposti ha comunque saputo creare un'opera piuttosto originale e non del tutto negativa; tralasciati momentaneamente i numerosi punti deboli della narrazione, ci sono interi capitoli - soprattutto nell'ultima parte- e perfino alcuni personaggi che sanno incuriosire il lettore, e spronarlo ad andare avanti per scoprire cosa accadrà. Questo dipende principalmente dal fatto che Newton è riuscito a costruire un mondo interessante e plausibile, che è sempre la base di un fantasy che si rispetti. Stranamente, dopo aver assolto un simile compito con sufficiente bravura, l'autore si è arenato e non è stato altrettanto bravo a muovere le sue creature all'interno di questo mondo.
La prima cosa che infastidisce e genera un po' di caos nel lettore è che tutto è dato per scontato. Newton inventa tantissime creature e oggetti particolari, e di ognuno dà il nome ma non la descrizione. Abbiamo quindi garuda, rumelidi, gheni, pterodette e via dicendo, ma non sappiamo cosa siano - quasi da qualche parte esista un prequel o una guida che abbiamo dimenticato di acquistare. I garuda, pesenti fin dal primo capitolo, vengono descritti solo a pagina 130, altri invece non sapremo mai come sono fatti. Una nota divertente sono le banshee, e qui si inizia a parlare delle tante cose inutili del libro: queste infatti sono un gruppo di donne che dopo aver avuto una visione su una persona morente, si recano nel luogo dove avviene il fattaccio e, a morte avvenuta, gridano. Oltre alla trama, Newton ha cercato di ispirarsi a Martin anche per lo stile, tentando di ricreare le cupe atmosfere medievaleggianti e crudeli di quest'ultimo, come pure la sua propensione a sbarazzarsi, con una vena sadica, di qualsiasi personaggio. Ciò che risulta non è altro che una
scrittura quasi parodica. Cercando di riprendere il clima brutale di ASOIAF l'autore finisce per portarlo esageratamente al limite, così da ritrovarsi con una città, Villjamur, in cui ogni vicolo descritto è sede di spacciatori e di ubriaconi, ogni casa è abitata da prostitute o donne lascive di vari gradi sociali e tutto è fatiscente e losco, tranne il palazzo imperiale e la casa dell'Inquisitore Jeryd, dove, come in una sorta di isola felice, si respira amore e buon senso. Continuando sul modello del “rendiamo il libro più turpe” c'è una dose di erotismo molto scadente che pervade qualsiasi cosa; le donne nominate, tutte quante, sono lascive e piene di desideri da appagare con chiunque, e non accade mai che due persone di sesso opposto si incontrino senza dare il via a una serie di provocazioni di tipo sessuale, se non un vero e proprio coito. L'apice si raggiunge verso la fine, quando uno dei personaggi, il giovaneTyrst,si trova a comprare determinate cose da una vecchina sconosciuta che oltre al pagamento pretende anche di veder soddisfatte le proprie voglie. Oppure nel momento in cui la principessa accetta senza batter ciglio di perdere la sua verginità in un vicolo nei quartieri poveri di Villjamur.
Un altro modo in cui Newton cerca di degradare il suo mondo è il linguaggio sboccato. Di nuovo tutti i personaggi, dalla principessa Eir allo sbandato Denlin, hanno una padronanza di imprecazioni e parolacce degna dei peggiori scaricatori di porto. Non importa a chi vi rivolgiate o in che occasione vi troviate, a Villjamur se non inserite volgarità in ogni frase non vi ascoltano nemmeno a palazzo.
Al di là di questo tentativo maldestro di rendere tutto tetro e cattivo, il linguaggio è basilare. Non ci sono errori, questo no, ma molti passaggi sono troppo infelici e il testo sembra spesso slegato, a volte è addirittura contraddittorio, creando una lettura piuttosto pesante.
Veniamo ora ai personaggi. A parte Jeryd, l'Inquisitore che indaga su una serie di crimini commessi dentro la città, e che risulta piuttosto interessante, gli altri sono banali e spesso noiosi. Sono in tutto e per tutto simili al vicino di casa o alla cuoca della mensa, non hanno nulla di particolare, sono scarsamente caratterizzati e, come accennavo sopra, la decisione di farli parlare tutti allo stesso modo contribuisce ad appiattirli. In certi punti si rasenta addirittura la comicità. Prendiamo uno dei protagonisti, Brynd: lui è albino, e si premura di informarci ogni dieci minuti che per questo motivo nessuno si fida di lui, che tutti lo guardano come fosse un fenomeno da baraccone e lo evitano come avesse la peste, cerca continuamente di suscitare un senso di simpatia nel lettore tramite la compassione. Dopo tutte queste lamentele ci si aspetterebbe un reietto che vive alla giornata: ebbene, Brynd è il Comandante della Guarnigione della Notte. Ma non solo: il suo grado gli conferisce il controllo di tutte le truppe imperiali.
I dialoghi sembrano quasi uno scherzo, sono banali e la maggior parte delle volte inutili e molto poco realistici, spesso nemmeno coerenti, e ci si trova pertanto con un personaggio che fa una domanda e con il suo interlocutore che risponde qualcosa di totalmente fuori luogo. Per riprendere Brynd, a pagina 112, si reca da Jurro - un personaggio che viene introdotto inutilmente perché tanto non avrà nessun ruolo nel libro se non quello di esistere - ed esordisce con un: “Mi avete fatto chiamare?”. L'aspettativa è che Jurro abbia qualche particolare comunicazione per il comandante, invece il capitolo si conclude dopo una serie di vagheggiamenti filosofici sulla vita, senza che niente di sensato venga detto da ambo le parti.
Coerentemente con l'esistenza di questi dialoghi inutili ci sono anche intere scene altrettanto irrilevanti al fine della trama. A pagina 146 l'Inquisitore Jeryd si reca dal “medico legale” per conoscere i risultati dell'esame di un nuovo cadavere. Non trovandolo, lo raggiunge in una specie di tempio dove i due scambiano ancora convenevoli casuali e poi si lasciano dandosi appuntamento in obitorio. Ma a che serve un capitolo simile se non a spazientire il lettore? Non fa conoscere il carattere dei personaggi e non aggiunge nulla di nuovo alla narrazione, perché non levarlo?
Al contrario della maggior parte dei fantasy, questo è un romanzo che attrae il lettore fin dalle prime frasi, per poi respingerlo sempre più, pagina dopo pagina, a causa dell'incredibile lentezza dell'azione. Per capitoli interi non accade assolutamente nulla. Si recupera un po' di piacevolezza nei capitoli finali, ammesso che siate in grado di arrivarci.


Mark Charan Newton (1981)
a ventitré anni entra a far parte del mondo editoriale lavorando come editor di fantasy e fantascienza per il mercato inglese e americano. Le notti di Villjamur è il primo volume della saga Le leggende del sole rosso.

giovedì 18 luglio 2013

Recensione: Atti mancati di Matteo Marchesini



Atti mancati - Matteo Marchesini
Marco conduce un'esistenza piuttosto ordinaria e ritirata, forse anche troppo: firma pezzi giornalistici per il “Corriere di Bologna” e nei momenti morti cerca di venire a capo del suo vero progetto di vita, un romanzo mai terminato. Proprio il suo lavoro ufficiale, però, gli farà di nuovo incrociare la strada della sua ex fidanzata, Lucia, che qualche anno prima lo aveva lasciato durante un periodo difficile per entrambi. Quest'ultima vuole riavvicinarsi a lui, ma Marco non capisce cosa ci sia dietro un'esigenza così aggressiva ed improvvisa. Per scoprirlo il nostro dovrà uscire dal suo isolamento volontario e costringersi ad affrontare la realtà: il presente e, soprattutto, il passato, con tutto il suo carico di tragedie e sensi di colpa.
Editore: Voland
Pagine: 128
Prezzo:  13.00 euro





Voto: 

La prima lezione di qualsiasi corso di scrittura creativa è “scrivi di quello che conosci”, che sembra essere stata assimilata alla perfezione da Marchesini. Basta soltanto scorrere la biografia dell'autore, infatti, per scoprire diverse analogie tra lui ed il protagonista Marco - anche il nome in fondo è simile. Salta subito all'occhio la cittadinanza bolognese; a proposito, indovinate un po' a quale giornale collabora lo scrittore? Esatto, il “Corriere di Bologna”. Inoltre piccoli elementi nella caratterizzazione di Marco ed il modo in cui gli altri personaggi si rapportano con lui sembrano indicare che l'autore lo vede sotto una luce decisamente favorevole, anche a costo di forzare la mano del lettore nel farsene un'opinione personale (ma di questo parleremo più approfonditamente in seguito). A questo punto viene spontaneo chiedersi se tra le pieghe della trama non ci siano altri fatti reali, anche alla luce del finale del romanzo.
La città di Bologna gioca un ruolo fondamentale nella storia: non ne è solo l'ambientazione, ma è  anche e soprattutto un elemento per definire i personaggi. Uno dei primi indizi dell'inadeguatezza che prova Marco è proprio quello di essere nato nella provincia, che lo rende diverso dai suoi amici. Considerando che il romanzo è in lizza per il più prestigioso premio letterario nazionale – non di Bologna – è un fatto da non sottovalutare. E' piuttosto difficile, qui, stabilire il confine tra appartenenza alle proprie radici e provincialismo. Per coincidenza, chi scrive abita proprio nei dintorni, ed è riuscita abbastanza bene a districarsi tra i riferimenti geografici (meno nel malessere psicologico sopraccitato, un po' esagerato ed implausibile nel 2013). Ma chi abita in un'altra zona di Italia?
Scendendo più nello specifico è l'università, l'Alma Mater Studiorum, ad essere più sotto i riflettori, con i suoi elementi “folkloristici”. I personaggi provengono tutti da quell'ambiente, e non perdono occasione per ricordarlo, con i loro riferimenti che, di nuovo, in pochi potranno cogliere appieno, ed i loro raffinati discorsi. Si riempiono la bocca di “Wille zur Macht”, di Aleksandr Herzen, di Fortini, e questo si ripete anche nella narrazione di Marco. Marchesini sembra volersi rivolgere a gente dalla cultura simile a quella dei suoi personaggi: ma non calcola che non tutti, volente o nolente, la dispongono. Potremmo parlare a lungo su questo approccio elitario alla letteratura, forse una reazione alla vacuità di certe opere che, proprio in virtù della loro pochezza contenutistica, fanno furore nelle librerie, ma è un discorso troppo ampio che comunque esula da “Atti mancati”.

Esaurendo del tutto l'aspetto più tecnico dell'opera, lo stile dell'autore è lungi dall'essere perfetto, anzi avrebbe avuto bisogno di un editing piuttosto deciso, per limare fisiologiche imperfezioni del romanzo d'esordio e spiegare allo scrittore che non sempre un termine lungo ed ampolloso è da preferirsi ad uno breve. L'opera è costellata da espressioni come “normalità alto-borghese”,  “mostruosa concrezione edipica”, “pollici nocchieruti”, che stonano con la costruzione delle frasi semplice e dai dialoghi scarni. Non ci si stupisca se poi alla lettura il libro sembra lungo il doppio di quello che in realtà è, con questo livello linguistico così altalenante.

La narrazione è in prima persona, naturalmente dal punto di vista di Marco. Per quanto riguarda l'economia della storia è una scelta saggia, perché veniamo a scoprire come stanno le cose soltanto in contemporanea con il protagonista, rendendo così al meglio la poca suspense che la trama concede. Tuttavia essa è deleteria per l'introspezione psicologica. Come accennato sopra, Marco sembra in una posizione avvantaggiata rispetto agli altri personaggi, per la probabile simpatia che nutre per lui l'autore e per il suo ruolo di narratore, che toglie la possibilità al resto del cast di fornire una versione dei fatti diversa dalla sua. E il cast si adegua, non facendo niente che non sia strettamente collegato con Marco, volente o nolente. E' paradossale che tutto giri intorno ad una persona così immobilista, che pur non muovendo un dito attira tanta attenzione. Ad esempio un personaggio in genere calmo e tranquillo, Ernesto, scrive un pezzo pieno di livore contro il fratello Davide, a cui è stata diagnosticata la schizofrenia. Marco, tuttavia, crede che il vero bersaglio sia lui, a causa di un'attrazione mai sopita per Lucia; ipotesi confermata in seguito anche da quest'ultima. A nessuno dei due passa per la testa che Ernesto in quel momento aveva questioni più serie a cui pensare, e che magari il destinatario della sua ira potesse essere davvero Davide.
Potrebbero essere due le ragioni di questa scelta. La prima è che Marchesini l'abbia fatto apposta e volesse mettere l'accento sulla mania di protagonismo di Marco: in tal caso tanto di cappello, perché il lettore lo percepisce forte e chiaro. La seconda però è che non lo sapesse nemmeno l'autore, e allora è tutta un'altra storia, il lettore è decisamente meno conciliante con il protagonista. Peccato però che soltanto Marchesini sappia qual è la verità.
Se già Marco, nonostante tutto, non brilla per caratterizzazione, e non riesce mai a staccarsi dal suo ruolo di punto di vista per diventare un personaggio a tutto tondo, figurarsi gli altri. Lucia, e un pochino Ernesto, sono le uniche eccezioni: in particolare la prima, sempre misteriosa e piena di rivelazioni su di sé e sugli altri. Uno dei motivi per leggere “Atti mancati” è proprio capire che cosa voglia veramente... ammesso che lo sappia lei stessa. Non è una “moderna Erinni”, come la definisce con buona volontà la trama dell'editrice Voland, ma è comunque un personaggio tridimensionale che si difende bene in mezzo a tanta bidimensionalità. E questa è l'unica nota positiva sotto l'aspetto dell'introspezione psicologica. Bernardo, il mentore-amico-rivale di Marco, è tale solo sulla carta, e quando finalmente calca la scena appare ben al di sotto delle aspettative; Davide, il famigerato fratello di Ernesto, ha solo la sua malattia, e nient'altro; e purtroppo non vi sono altri personaggi. Forse in questo caso la scelta di creare un cast ridotto è stata infelice, perché i primari non sono ben caratterizzati, ed i secondari non ci sono affatto.


“Atti mancati” parte in maniera decisamente zoppicante, salvo poi riprendersi mano a mano, con il crescere delle rivelazioni e della consapevolezza di Marco. Ma una buona parte finale non basta a cancellare una prima deficitaria per scrittura e per coinvolgimento emotivo, un'ambientazione ed uno stile inaccessibile ai più, dei personaggi incastrati nel ruolino che gli affida il non proprio brillante punto di vista. Magari in futuro – anche, come già accennato, con l'aiuto di un editing come si deve – Marchesini potrebbe regalarci delle belle sorprese: nel frattempo però questo romanzo d'esordio, seppure ci provi con tutte le sue forze, non riesce a raggiungere la sufficienza, men che meno il livello di qualità adatto per il maggiore premio letterario italiano.

Matteo Marchesini
è nato nel 1979 a Castelfranco Emilia e vive a Bologna. Tra le sue pubblicazioni: le poesie di Marcia nuziale (Scheiwiller 2009), le satire di Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi (Pendragon 2010), i saggi letterari di Soli e civili (Edizioni dell’Asino 2012). Collabora tra l’altro con la redazione bolognese del “Corriere della Sera”, con Radio Radicale, “Il Foglio” e “Il Sole 24 Ore”.

mercoledì 17 luglio 2013

Sui blog letterari e sul pamphlet di eFFe (again)





Qualche mese fa ho scritto un articolo basato su un ebook che non avevo letto, ma i cui contenuti, appresi da terzi, affermavano delle realtà su cui ero disposta ad innalzare un coro di critiche.
Si trattava del pamphlet di eFFe sui blog letterari. La recensione che ne avevo letto su L’angolo di Jane era, per me, sbalorditiva: vi si affermava che i blog letterari vengono pagati una tot cifra o tramite favori e “cortesie” per scrivere recensioni.
Nel mio articolo, composto con una certa impulsività, ci tenevo a precisare fondamentalmente una cosa: nell’ebook non mi sembrava fosse stata fatta una differenza tra piccoli e grandi blog letterari, ed erano certamente i secondi ad essere pagati, non certo i primi per cui è già tanto ricevere mail di risposta dagli uffici stampa – talvolta anche scortesi, ma non facciamo di tutta l’erba un fascio. I piccoli blog come il mio non ricevevano nemmeno un euro dalle case editrici, anzi. Mi preoccupavo della cattiva interpretazione che avrebbe tratto chi, leggendo questo pamphlet, si sarebbe convinto che tutti i blogger letterari vengono trattati “coi guanti” e addirittura pagati. “Ma col cavolo”, pensavo io, memore di quanto siano anche solo difficoltosi i rapporti con gli uffici stampa.

Alla luce della risposta di eFFe: “nel mio ebook non parlo di blogger pagati per scrivere recensioni positive, ma di blogger pagati per scrivere articoli per portali, siti aziendali o comunque siti apertamente commerciali, per testate giornalistiche”, ero sicura di aver preso un abbaglio ed ero pronta a porgere le mie scuse  soprattutto dopo l’accusa, giustamente mossa, di non aver letto l’ebook e di non poter trarre conclusioni sui racconti di altre persone.
Ebbene ieri, dopo essere fortuitamente capitata in QUESTO articolo sul blog di eFFe, mi sono decisa a leggere il pamphlet, pronta a cospargermi il capo di cenere.
I contenuti non mi sono sembrati nuovi. eFFe dice esattamente quello che mi aspettavo, partendo dalla definizione di blogger scrocconi (su cui non mi dilungo perché ne ho già parlato nell’articolo precedente, ma che continuo a condividere), passando per una blanda differenziazione tra i blog che tende soltanto a precisare quanto questi siano eterogenei e poco facilmente etichettabili – e con una divisione tra blog collettivi e individuali, di cui i primi sembrano quelli più funzionali – e parlando della vacuità dell’articolo AIE sui blog più influenti, arrivando infine al capitolo sugli editori scrocconi, il più scottante dell’ebook.

Qui mi aspettavo di vedere smentite le mie parole, di chiarire finalmente quello che io, per colpa unicamente mia – non avendo letto il pamphlet prima di scrivere l’articolo – avevo sicuramente mal interpretato.
Quello che leggo – ve l’assicuro, unico e solo riferimento ad una presunta retribuzione delle case editrici verso i blogger – è semplicemente questo:
"Come nel calciomercato, le società più grosse cercano di comprare i blogger più bravi, quelli che scrivono bene, che hanno un vasto seguito e una credibilità solida.[...]La differenza col calciomercato sta, tuttavia, negli ingaggi: non i milioni dei calciatori, ma qualche libro gratis, qualche rimborso spese o qualche cena in caso di presenza agli eventi; nel migliore dei casi da 30 a 50 euro al pezzo per degli articoli; nel peggiore, 5 euro al pezzo o il sentirsi dire che lavorare gratis per loro aumenterebbe il proprio prestigio."

Cerco ovunque nell’ebook con la speranza di trovare una precisazione per cui questi soldi sarebbero destinati non al lavoro del blog, ma per altre testate. Non c’è. E’ vero, viene detto che il blogger viene scelto in base alla sua popolarità. Ma mi sembra oltremodo ridicolo cercare di cambiare, a posteriori, quello che è scritto limpidamente nel pamphlet: che i blogger letterari sono pagati dalle case editrici per scrivere recensioni (se positive o meno, effettivamente, non viene detto. Ma, alla luce del paragrafo successivo dedicato all’antropologia del dono, è ovvio che, se ricevi una certa benevolenza dalla casa editrice, nasca la tendenza a scrivere recensioni positive – e questo non sono io a dirlo, ma eFFe – Figuriamoci se sei addirittura pagato).
Dove? Se non viene precisato – e NON VIENE PRECISATO – la conclusione più ragionevole è che vengano pagati per scrivere recensioni sui propri blog, non certo su altri portali.
Chiarito questo punto e messomi il cuore in pace – non sono io ad aver capito male, è proprio scritto così ed è inutile nascondere la mano dopo aver lanciato il sasso, meglio sarebbe prendersi la responsabilità di quel che si è detto  - con l’ebook di eFFe mi sono trovata d’accordo su molte cose, su altre decisamente no.

Inizierò proprio dalle poche righe sopra riportate: eFFe tende a gettare lì, quasi fosse una cosa da nulla, l’informazione che i blogger vengano pagati.
Nemmeno nel mio precedente articolo ho negato questa possibilità: sono sicura che esistano dei blogger pagati per scrivere recensioni, anche se non ne conosco.
Ma non credo che un libro ricevuto gratis per la recensione possa essere messo sullo stesso piano di un bonifico di cinquanta euro. Moltissimi blog ricevono libri dalle case editrici – ma, come ho scritto prima, ormai vanno per la maggiore gli ebook -, quelli che vengono davvero pagati credo siano in misura nettamente minore.
E, come pensavo, non viene fatto nessun distinguo tra blog con migliaia di utenti e blog più piccoli: è ovvio che l’atteggiamento delle case editrici sia diverso nei confronti dei primi o dei secondi. Se nei blog piccoli il meccanismo dell’antropologia del dono – ovvero quello per cui, se ricevi fiducia e compensi materiali come libri, il desiderio di non tradire le aspettative ti predispone a scrivere recensioni positive o concilianti, una sorta di ricatto psicologico autoimposto – mi sembra più presente e non implica un grande dispendio di energie, per i blog grandi bonifici, rimborsi spese e cene pagate sono una vera e propria forma di retribuzione – o corruzione, diceva qualcuno… - a loro esclusivamente concessa. Ribadiamo: il discorso riguarda un’elite ristretta, non certo l’intera blogosfera letteraria. Eppure non viene precisato nemmeno questo, semmai viene insinuato  che, massì, diciamo che qualche blog – quale e quanti siano non ci è concesso saperlo – potrebbero ricevere libri gratis e pagamenti dai 30 ai 50 euro. Come se fossero la stessa cosa.

A scanso di equivoci – l’ultima volta ho dimenticato di dirlo – voglio affermare che non trovo “cattivi” i blog grandi, se vengono pagati e non sono condizionati da questo. Non esiste una divisione manichea tra buoni e cattivi, tra blog grandi e blog piccoli in termini di “bontà”. Quello che volevo precisare è che nessuna casa editrice pagherebbe un blog con poche visualizzazioni per una recensione, e che ai blog piccoli vengono a mala pena inviate le copie per recensire. E che l’invio gratuito di copie e le cifre citate non sono a mio avviso paragonabili. Semmai,  esistono alcuni casi in cui blog, collettivi e non, si fanno pagare dagli autori.

Come accennavo, il paragrafo successivo è decisamente più chiaro, ormai archiviata e troppo poco approfondita la questione “blogger pagati per scrivere recensioni”: l’antropologia del dono è un concetto su cui mi trovo pienamente d’accordo. E questa volta il mea culpa dovrebbe essere fatto proprio dai blog piccoli.

Come molti saprete ho iniziato la mia esperienza di blogger tre anni fa: prima di allora non ne conoscevo nemmeno uno, non sapevo come muovermi né ero una grande esperta di recensioni.

Le collaborazioni con le case editrici sono cominciate dopo circa cinque mesi, perché venni contattata da una di queste chiedendomi se avessi voglia di scrivere una recensione su un libro inviatomi. Non mi è mai passata per la testa l’idea di lasciarmi condizionare dall’invio gratuito dei libri e le esperienze successive mi hanno anzi posto nella condizione di attirarmi le antipatie di chi mi aveva omaggiato: è successo che, dopo una recensione da tre stelle, non fossi più contattata, e che una volta mi fossero chieste ferme spiegazioni per una recensione distruttiva e cattivella. In quel caso, lo ammetto, ero anche animata da un senso di rivalsa proprio sull’editore, che in modo palese e indecente stava approfittando della collaborazione per trarne più pubblicità possibile. Ciò non toglie che il libro fosse brutto, scritto male, e quasi plagiato da Twilight e fui contenta di poterlo riscontrare. Con questa casa editrice ho da tempo troncato: politiche che non condividevo, libri a dir poco orribili e che mi ritrovavo, puntualmente, a recensire negativamente, e una considerazione dei blogger che mi disgustava.
Per alcuni episodi non si trattava di antropologia del dono, quanto di una corsa alla competizione tra blogger per ottenere in palio qualcosa. Niente di tanto inconscio, affatto.

Ho però riscontrato, parlando con alcuni blogger più ingenui, che, anche quando la casa editrice si comportava in maniera più “tranquilla”, l’antropologia del dono fosse in atto: si tendeva a parlare bene di un libro e a partecipare ad iniziative a questo dedicato nonostante non fosse piaciuto. Certe volte succedeva involontariamente, certe volte no. L’incapacità del giovane blogger di prendere una posizione, di rifiutare un’occasione data, il desiderio di non deludere e “rovinare tutto” volgeva a favore della casa editrice. “Strumentalizzazione” era la parola che mi veniva in mente.
Ancora: è anche capitato che, contravvenendo pubblicamente ad una iniziativa di una casa editrice verso i blog che trovavo ambigua, fossi attaccata da blogger con molta meno esperienza di me, aperti per lo più da poco, che anziché ragionare sulle mie obiezioni prendevano le parti della casa editrice – non so se sinceramente o con l’esclusivo obiettivo di fare buona impressione davanti alla c.e. lì presente, a mio discapito.

L’antropologia del dono è, a mio avviso, qualcosa di molto presente all’interno dei blog letterari. Molto spesso è accompagnata dalla giovane età e dall’inesperienza, talvolta dalla vanità e dall’ambizione.
E’ possibile individuare recensioni “condizionate”, inconsciamente o consciamente che siano? Per quanto riguarda i blog letterari più piccoli, è frequente l’uso di ringraziare, a inizio post, la casa editrice che ha mandato il libro che stanno recensendo. Non vi illudete sia sempre una volontà di trasparenza, spesso è l’ostentazione di quella vanità a cui accennavo.  Tendo a fidarmi poco delle recensioni troppo entusiastiche, piene di frasi a effetto, o che non criticano nulla. Devo ammettere che anche l’età del blogger va a suo svantaggio: i giovanissimi sono quelli più vulnerabili al meccanismo, complice anche la gratificazione che ricevono dall’attenzione data dalla casa editrice - un’autorità che, al contrario di altre che poco li considerano, per quanto  “importante” e “autorevole” intrattiene con dei semplici adolescenti scambi di mail.

A proposito dell’aperta dichiarazione di ricevere libri dalle case editrici: alla fine del pamphlet eFFe stila una sorta di decalogo del buon blogger. Da ora sarò costretta a parlare solo in base alla politica che adotto io per il mio blog, che ovviamente non è universale e nemmeno necessariamente giusta.

 Il primo invito è appunto: “Sii trasparente. Se fai qualcosa per qualcuno, dillo apertamente. Se ricevi dei beni materiali, dei benefici o dei privilegi per il tuo lavoro, dichiarali.”
Dato che l’unico bene materiale che ricevo dalle case editrici – quando li ricevo – sono i libri, e dato che questo fatto non influisce nella maniera più assoluta nella mia recensione, per quale motivo dovrei precisarlo ogni volta? Libri procuratemi autonomamente o inviati dalle case editrici non hanno differenza. Per un caso davvero fortuito, però, un paio di giorni fa è stata finalmente inserita la sezione Policy che trovate sopra l’header del blog, dove viene esplicitato che collaboriamo con case editrici. C’è stato un periodo in cui, come in molti blog, avevamo il nostro spazietto in colonna con i banner di tutte le case editrici con cui avevamo rapporti. Poi decisi di toglierlo perché lo consideravo un’ostentazione, una sorta di gara al montepremi – rappresentato dall’accumulo di collaborazioni – più cospicuo.
 Al giorno d’oggi non saprei nemmeno quantificarle, perché non sono continue – molto spesso occasionali – e perché un episodio di collaborazione non è detto si ripeta una seconda volta.
Ovviamente l’invito alla trasparenza è delle migliori intenzioni, e non è certo da biasimare. L’auspicio di eFFe è anzi quello di creare una condivisibile e limpida interazione tra lettori, blogger e case editrici, soprattutto a favore dei primi che devono essere avvisati se c’è un qualsiasi cavillo con la casa editrice. Io non ritengo che questo sia necessario anche per l’invio dei libri: penso che conti molto, al contrario, se il blogger viene pagato per scrivere la recensione.

Il secondo punto è: “Sii equo. Le grandi aziende e i grandi gruppi hanno già dei forti canali di comunicazione, mentre le piccole realtà culturali (editori, artisti, compagnie teatrali, case discografiche) faticano ad avere visibilità: se puoi offrire uno spazio e una parola, offrili in primo luogo a chi ne ha più bisogno.”
Qua sforiamo in una concezione molto comune di blog letterario, che più volte, con incredulità, ho constatato esistere. Ho detto io stessa che, recensendo un libro, chiunque si trova, pur a suo discapito, a farne pubblicità. E sul mio blog sono presenti anteprime e rubriche che rappresentano una vetrina: nonostante la mia intenzione sia valorizzare il prodotto in cui credo, è inevitabile che, essendo il marchio veicolato al libro, stia esaltando anche il marchio. Questo non cambia però le mie intenzioni: non uso il mio blog come uno spazio pubblicitario. Ad importarmi è il libro – in cui credo nel momento in cui scrivo un post di segnalazione – non l’editore a cui è legato. Quindi perché dovrei dare più spazio ad una realtà più piccola, se questa non mi piace o mi lascia indifferente? Semplicemente perché ha meno occasione di pubblicizzarsi? Non dovrebbe essere la qualità a farla da padrone, anziché queste gerarchie buoniste?
Abbiamo sempre recensito piccoli e grandi editori, esordienti e autori conosciuti, tutti legati da un denominatore comune: la convinzione che, in quell’editore, in quell’autore e in quel libro, esistesse un motivo per parlarne. Indipendentemente se piccolo o grande. Non do spazio a tutte le persone e a tutti gli editori che mi scrivono, ma solo a quelli che penso se lo meritino. Perché il loro libro non ha una trama scontata, perché la mail è scritta correttamente in italiano – non è certo cosa da poco nel mondo degli esordienti o aspiranti scrittori -, perché qualcosa mi incuriosisce. Sullo stesso criterio faccio anche segnalazioni, quella che sospirosamente può essere definita pubblicità. E ripeto che subiscono lo stesso trattamento sia le grandi editrici che le piccole. Anzi ho proficui rapporti con certe piccole, mentre da certe grandi non vorrei ricevere nemmeno un segnalibro.

E’ vero però che molti blog – e parlo ancora una volta dei più piccoli, anche se, a mio avviso, anche i grandi hanno le loro colpe: vedi palesi recensioni marchette - si facciano influenzare dal marchio editoriale: una copertina luccicante, una sinossi ben congegnata – e per “ben congegnata” intendo: frasi fatte e brevi spezzate da un punto, di solito in numero di tre; scenari suggestivi che introducono la trama; enunciazione degli ambitissimi traguardi raggiunti dal libro, che di sicuro vi cambierà la vita – e un titolo accattivante non sono gli unici fattori che predispongono il blogger alla lettura del libro di una casa editrice piuttosto che di un’altra minore. Sovente questa scelta è guidata dalla convinzione che la c.e. più grande sia migliore e inoltre il blogger non fa certo lo sforzo di andare a cercare il piccolo editore di qualità. Errata è  anche la convinzione opposta: che le piccole case editrici siano necessariamente sinonimo di qualità o onestà.
Uno dei punti fondamentali dell’ebook è d’altronde questo: 

Spinti da cause diverse – il narcisismo, la volontà di compiacere, la miopia dei loro gestori, la speranza di intrattenere rapporti più solidi o semplicemente un entusiasmo che rende ciechi ai meccanismi del mercato editoriale – si trovano a produrre contenuti che contribuiscono ad aumentare lo squilibrio di forze tra marchi editoriali.

Quello che preoccupa è, insomma, lo squilibrio tra piccoli e grossi editori. I blog dovrebbero pubblicizzare più i primi che i secondi, perché, insomma, non hanno la stessa disponibilità ed è giusto così.
E qui mi rispecchio pienamente nell’accusa di eFFe:

Nel caso dei book blog, ciò che nel migliore dei casi è naïf e nel peggiore un insulto all’intelligenza è affermare cose come “noi scriviamo solo dei libri che ci piacciono e non ci poniamo il problema degli editori”. Se ciò fosse vero rappresenterebbe il segno evidente di un’irresponsabilità morale, culturale e sociale; e nel negare il “problema” degli editori non farebbe altro che consentire a questi la privatizzazione di uno spazio e di un’intelligenza collettivi.
Insomma, il fatto che a colpirmi debba essere il libro e non l’importanza dell’editore – poi magari preferisco il libro di una c.e. piccola a quello di una grande, ma questo sembra non entrarci: viene dato per scontato che un simile criterio deponga automaticamente a favore delle grandi case editrici – mi rende una irresponsabile dal punto di vista morale, culturale e addirittura sociale.
Non nego che il monopolio delle grandi case editrici all’interno dei blog letterari esista. Di certo, su dieci recensioni, una appartiene ad una piccola realtà e nove alle più grandi. Ma sono assolutamente contraria al pensiero per cui una piccola casa editrice debba ottenere un trattamento diverso dalla grande, perché sì:  tutti dovrebbero semplicemente essere trattati nello stesso modo. Ovvero: se lavori bene, ti do la mia attenzione e lo spazio sul mio blog. Altrimenti il mio non è uno spazio affittabile al migliore offerente o al più bisognoso (cioè non mi chiamo Caritas), e non importa se tu sia un piccolo o grande editore.

Sugli altri punti (sii rispettoso dei tuoi lettori, cita le fonti, apriti alle novità e alle sperimentazioni) non posso che essere d’accordo.


L’ebook di eFFe è, come lui stesso ha affermato, basato sulla sua esperienza: mi sembra quindi che tutte le realtà minori non siano stati considerate né scinte, e che si faccia un discorso che uniforma grandi e piccoli blog. O che, peggio, parla solo dei grandi, come se i piccoli non esistessero. Un’analisi quindi che non vara il ventaglio di tutte le possibilità e che ne risulta, suo malgrado, superficiale. 

Recensione: Apnea di Lorenzo Amurri


Apnea - Lorenzo Amurri
La faccia immersa nella neve, come ovatta soffice che gli toglie il fiato. È la vertigine dell'apnea. Pochi attimi prima Lorenzo stava sciando insieme a Johanna, la sua fidanzata. Un momento spensierato come tanti, ormai irrimediabilmente ricacciato indietro, in un passato lontano. Poi la corsa in ospedale in elicottero, il coma farmacologico e un'operazione di nove ore alla colonna vertebrale. Dai capezzoli in giù la perdita completa di sensibilità e movimenti. D'ora in avanti Lorenzo e il suo corpo vivranno da separati in casa. Ma l'unica cosa che conta, adesso, sono le mani. Poter riprendere a muoverle, poter ricominciare a suonare la chitarra, perché la musica è tutta la sua vita. Dalla terapia intensiva ai lunghi mesi di riabilitazione in una clinica di Zurigo, fino al momento di lasciare il nuovo grembo materno che lo ha tenuto recluso ma lo ha accudito e protetto durante la convalescenza. E il difficile reinserimento in un mondo dove all'improvviso tutto è irraggiungibile e tutti sono diventati più alti, giganti minacciosi dalle ombre imponenti. Con coraggio e determinazione Lorenzo Amurri racconta il suo ritorno alla vita. La voglia di vedere, di toccare, di sentire. Di riprendere a far tardi la notte insieme agli amici, di abbandonarsi all'amore della sua donna e riconquistare la libertà che gli è stata rubata. Ogni tappa è una lenta risalita verso la superficie, un'apnea profonda che precede un perfetto e interminabile respiro.
Editore: Fandango
Pagine: 251
Prezzo: 16,00 €


Voto: 

Apnea. Lorenzo Amurri non avrebbe potuto trovare un titolo più calzante per il suo romanzo di esordio, perché, in certi momenti, quando lo leggi, pare proprio di rimanere senz'aria e devi prenderti una pausa, “tirare il fiato” per proseguire. In questo libro l'autore narra infatti la propria storia, partendo dallo sconvolgente incidente sulle piste da sci che lo ha reso paraplegico e attraversando il calvario del percorso ospedaliero e riabilitativo, fino al momento cruciale in cui, ormai impantanato in una palude di nera disperazione, ha deciso, se così si può dire, che la vita merita ancora di essere vissuta.
L'incipit del romanzo è subito di forte impatto: Lorenzo Amurri sembra dare informazioni apparentemente banali (“È quasi l'ora di pranzo. Sto sciando insieme alla mia fidanzata”) che sono però un preambolo alla drammaticità del momento subito successivo, quando, presumibilmente dopo lo schianto, è a faccia giù nella neve, come ovattato e non può respirare finché qualcuno non gli gira la testa. Da quel momento, entriamo con lui nel suo labirinto di dolore: le allucinazioni, la corsa in ospedale, l'operazione di 9 ore per cercare di limitare i danni per quanto possibile, il coma farmacologico... e già incomincia a mancare l'aria quando pensi a un ragazzo giovane a cui un momento fatale cambia per sempre il futuro: un corpo insensibile e immobile per l'80%, una situazione già insostenibile a cui si accompagnano altri disturbi di salute legati a questo corpo che non può più “comandare” autonomamente, la consapevolezza di non poter tornare indietro e la paura di riaffrontare una vita dove tutto appare più alto, minaccioso e ingombrante (“È tutto più alto di me. Questa è la verità, è l'altezza del mondo a sconcertarmi. Pag. 137) .
Lorenzo Amurri si rende subito conto che non potrà più camminare. Unico barlume di speranza è il recupero dell'uso delle mani, fondamentali per un musicista professionista. Non è difficile immaginare quindi lo sgomento quando una terapista della clinica svizzera di riabilitazione dove è ricoverato - e lo sarà per  lunghi mesi - gli rivela subito che anche quelle sono perse per sempre:

“Ma le mani?”
“Le mani cosa?”
“Quando sarò in grado di muoverle di nuovo?”
Lascia il braccio su cui stava lavorando e mi guarda dritto negli occhi:
“Non so chi ti abbia parlato in questi termini, ma certe idee è meglio eliminarle subito: le mani non le muoverai più.”
Le parole escono dalla sua bocca affilate come rasoi e cadono in picchiata sul mio corpo paralizzato aprendo nuove ferite profonde e dolorose.[pag. 29]

A parte questo spiacevole episodio, infermieri e terapisti della clinica di Zurigo saranno un prezioso supporto per l'autore, aiutandolo, per quanto possibile, a recuperare dal punto di vista fisico e psicologico e a prepararsi al ritorno a casa a Roma. E proprio qui assistiamo, se così si può dire, alla sua implosione, dopo un primo momento sereno grazie anche alle manifestazioni di affetto ricevute dai propri cari. Amurri infatti non è solo ad affrontare il percorso della disabilità: al suo fianco ci sono la fidanzata Johanna e la numerosa famiglia, composta da madre, due sorelle e un fratello. Può contare inoltre su alcuni amici veri. E, almeno in questo, si può dire fortunato perché sono molte le persone che dopo un incidente simile si ritrovano progressivamente il vuoto intorno, i rapporti di coppia e amicali spesso si rompono e in alcuni casi, anche le famiglie tendono ad allontanarsi. Eppure, anche rendendosi conto di essere circondato da persone che gli vogliono bene, l'impatto della sua nuova condizione, il continuo scontro con barriere, anche burocratiche (paradossale la visita medica per il rilascio del certificato di invalidità descritta a pag. 133: Trenta secondi sono bastati per stabilire il mio grado di invalidità. Tre ore di preparazione, salita in auto colazioni e viaggio, contro trenta secondi di visita. Una proporzione che mi lascia interdetto […]) di fatto insormontabili, la gente a volte insensibile lo fanno scivolare in uno stato negativo, che gli impedisce di esprimere a voce il proprio disagio e dove l'unica via di uscita intravista è proprio la morte. Il tema del suicidio è molto presente in tutto il libro sin dai primi momenti in clinica a Zurigo: l'autore è consapevole che suicidarsi non farebbe altro che aumentare il dolore della sua famiglia e di Johanna, che probabilmente si sentirebbero traditi dopo tutti gli sforzi compiuti per rendere il suo fardello più leggero, ma come ammette lui stesso il suo non “è un egoismo cosciente. È piuttosto dettato dalla disperazione, dalla confusione […]” (pag. 166). Lapidaria la frase: “La mia vita è in mano ad altri, la mia morte deve essere in mano mia. Devo avere l'ultima parola [...]” (pag. 167). Tuttavia, almeno all'inizio, questo pensiero suicida è condito di una certa ironia e involontaria comicità, come il tentativo “sventato” da un banale salvavita (pag. 170-171) oppure l'autista del bus dal quale vuole farsi travolgere, che “ce lo manda” (pag. 174-175). In seguito, invece, con il trascorrere dei giorni, segnati dalla rottura (anche se non definitiva) con Johanna, esausta della sua chiusura, l'idea del suicidio si fa più concreta, più reale e cupa e soltanto la forza dei ricordi dei momenti belli vissuti dopo l'incidente, belli anche se vissuti da un disabile, gli permetteranno di trovare dentro di sé la voglia di andare avanti.
Pochi giorni fa ho visto sul canale youtube l'intervista “barbarica” che Lorenzo Amurri ha avuto con Daria Bignardi, e la persona che ha partecipato alla trasmissione appare come una che ha saputo imboccare, pur nelle immense difficoltà in cui versa, la via per ritrovare un certo gusto per la vita; una persona schietta che ha saputo raccontare con tranquillità gli aspetti più duri di quello che gli è successo: l'immobilità, il suicidio, il rapporto con il sesso.

Terminato “Apnea”, ho sì “tirato il fiato”, ma sono anche corsa a consigliarlo a tutti gli amanti della lettura che mi circondano, perché non si tratta di un libro tetro, perché oltre al dramma, Lorenzo Amurri ha parlato molto anche di quello che amava prima, della musica, dei viaggi, dell'amore per il padre Antonio (anche lui scrittore), perché arrivati all'ultima pagina (con il delizioso contributo extra “Mamma Anatra”) si ha la sensazione che, come dice lui, il futuro può essere “un po' più limpido di prima”.


Lorenzo Amurri
Lorenzo Amurri è nato a Roma nel 1971. Musicista, produttore musicale e scrittore. Ha suonato e collaborato con diversi artisti (Tiromancino, Lola Ponce, Lory d, Asia Argento, Califano). Ha poi deciso di dedicarsi alla scrittura, prima attraverso un blog (tetrahi. blogspot.com), poi scrivendo racconti, uno dei quali pubblicato nella raccolta Amore Caro a cura di Clara Sereni (Cairo Editore). Apnea è il suo primo romanzo. - See more at: http://www.fandango.it/scheda.php/it/apnea/703#sthash.O1et95cO.dpuf

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