Si trattava del pamphlet di eFFe sui blog letterari. La
recensione che ne avevo letto su
L’angolo di Jane era, per me, sbalorditiva: vi
si affermava che i blog letterari vengono pagati una tot cifra o tramite favori
e “cortesie” per scrivere recensioni.
Nel mio articolo, composto con una certa impulsività, ci
tenevo a precisare fondamentalmente una cosa: nell’ebook non mi sembrava fosse
stata fatta una differenza tra piccoli e grandi blog letterari, ed erano
certamente i secondi ad essere pagati, non certo i primi per cui è già tanto ricevere
mail di risposta dagli uffici stampa – talvolta anche scortesi, ma non facciamo
di tutta l’erba un fascio. I piccoli blog come il mio non ricevevano nemmeno un
euro dalle case editrici, anzi. Mi preoccupavo della cattiva interpretazione
che avrebbe tratto chi, leggendo questo pamphlet, si sarebbe convinto che tutti
i blogger letterari vengono trattati “coi guanti” e addirittura pagati. “Ma col
cavolo”, pensavo io, memore di quanto siano anche solo difficoltosi i rapporti
con gli uffici stampa.

Alla luce della risposta di eFFe:
“nel mio ebook non
parlo di blogger pagati per scrivere recensioni positive, ma di blogger pagati
per scrivere articoli per portali, siti aziendali o comunque siti apertamente
commerciali, per testate giornalistiche”, ero sicura di aver preso un abbaglio
ed ero pronta a porgere le mie scuse soprattutto dopo l’accusa, giustamente mossa,
di non aver letto l’ebook e di non poter trarre conclusioni sui racconti di
altre persone.
Ebbene ieri, dopo essere fortuitamente capitata in
QUESTO
articolo sul blog di eFFe, mi sono decisa a leggere il pamphlet, pronta a
cospargermi il capo di cenere.
I contenuti non mi sono sembrati nuovi. eFFe dice
esattamente quello che mi aspettavo, partendo dalla definizione di blogger
scrocconi (su cui non mi dilungo perché ne ho già parlato nell’articolo
precedente, ma che continuo a condividere), passando per una blanda
differenziazione tra i blog che tende soltanto a precisare quanto questi siano
eterogenei e poco facilmente etichettabili – e con una divisione tra blog
collettivi e individuali, di cui i primi sembrano quelli più funzionali – e
parlando della vacuità dell’articolo AIE sui blog più influenti, arrivando
infine al capitolo sugli editori scrocconi, il più scottante dell’ebook.
Qui mi aspettavo di vedere smentite le mie parole, di
chiarire finalmente quello che io, per colpa unicamente mia – non avendo letto
il pamphlet prima di scrivere l’articolo – avevo sicuramente mal interpretato.
Quello che leggo – ve l’assicuro, unico e solo riferimento
ad una presunta retribuzione delle case editrici verso i blogger – è semplicemente
questo:
"Come nel calciomercato, le società più grosse
cercano di comprare i blogger più
bravi, quelli che scrivono bene, che hanno un vasto seguito e una credibilità
solida.[...]La differenza col calciomercato sta, tuttavia, negli ingaggi: non i
milioni dei calciatori, ma qualche libro gratis, qualche rimborso spese o
qualche cena in caso di presenza agli eventi; nel migliore dei casi da 30 a 50
euro al pezzo per degli articoli; nel peggiore, 5 euro al pezzo o il sentirsi
dire che lavorare gratis per loro aumenterebbe il proprio prestigio."
Cerco ovunque nell’ebook con la speranza di trovare una
precisazione per cui questi soldi sarebbero destinati non al lavoro del blog,
ma per altre testate. Non c’è. E’ vero, viene detto che il blogger viene scelto
in base alla sua popolarità. Ma mi sembra oltremodo ridicolo cercare di
cambiare, a posteriori, quello che è scritto limpidamente nel pamphlet: che i
blogger letterari sono pagati dalle case editrici per scrivere recensioni (se
positive o meno, effettivamente, non viene detto. Ma, alla luce del paragrafo
successivo dedicato all’antropologia del dono, è ovvio che, se ricevi una certa
benevolenza dalla casa editrice, nasca la tendenza a scrivere recensioni
positive – e questo non sono io a dirlo, ma eFFe – Figuriamoci se sei
addirittura pagato).
Dove? Se non viene precisato – e NON VIENE PRECISATO – la
conclusione più ragionevole è che vengano pagati per scrivere recensioni sui
propri blog, non certo su altri portali.
Chiarito questo punto e messomi il cuore in pace – non sono
io ad aver capito male, è proprio scritto così ed è inutile nascondere la mano
dopo aver lanciato il sasso, meglio sarebbe prendersi la responsabilità di quel
che si è detto - con l’ebook di eFFe mi
sono trovata d’accordo su molte cose, su altre decisamente no.

Inizierò proprio dalle poche righe sopra riportate: eFFe
tende a gettare lì, quasi fosse una cosa da nulla, l’informazione che i blogger
vengano pagati.
Nemmeno nel mio precedente articolo ho negato questa
possibilità: sono sicura che esistano dei blogger pagati per scrivere
recensioni, anche se non ne conosco.
Ma non credo che un libro ricevuto gratis per la
recensione possa essere messo sullo stesso piano di un bonifico di cinquanta
euro. Moltissimi blog ricevono libri dalle case editrici – ma, come ho scritto
prima, ormai vanno per la maggiore gli ebook -, quelli che vengono davvero
pagati credo siano in misura nettamente minore.
E, come pensavo, non viene fatto nessun distinguo tra
blog con migliaia di utenti e blog più piccoli: è ovvio che l’atteggiamento
delle case editrici sia diverso nei confronti dei primi o dei secondi. Se nei
blog piccoli il meccanismo dell’antropologia del dono – ovvero quello per cui,
se ricevi fiducia e compensi materiali come libri, il desiderio di non tradire
le aspettative ti predispone a scrivere recensioni positive o concilianti, una
sorta di ricatto psicologico autoimposto – mi sembra più presente e non implica
un grande dispendio di energie, per i blog grandi bonifici, rimborsi spese e
cene pagate sono una vera e propria forma di retribuzione – o corruzione,
diceva qualcuno… - a loro esclusivamente concessa. Ribadiamo: il discorso
riguarda un’elite ristretta, non certo l’intera blogosfera letteraria. Eppure
non viene precisato nemmeno questo, semmai viene insinuato che, massì, diciamo che qualche blog – quale e
quanti siano non ci è concesso saperlo – potrebbero ricevere libri gratis e
pagamenti dai 30 ai 50 euro. Come se fossero la stessa cosa.
A scanso di equivoci – l’ultima volta ho dimenticato di
dirlo – voglio affermare che non trovo “cattivi” i blog grandi, se vengono
pagati e non sono condizionati da questo. Non esiste una divisione manichea tra
buoni e cattivi, tra blog grandi e blog piccoli in termini di “bontà”. Quello
che volevo precisare è che nessuna casa editrice pagherebbe un blog con poche
visualizzazioni per una recensione, e che ai blog piccoli vengono a mala pena
inviate le copie per recensire. E che l’invio gratuito di copie e le cifre
citate non sono a mio avviso paragonabili. Semmai, esistono alcuni casi in cui blog, collettivi
e non, si fanno pagare dagli autori.
Come accennavo, il paragrafo successivo è decisamente più
chiaro, ormai archiviata e troppo poco approfondita la questione “blogger
pagati per scrivere recensioni”: l’antropologia del dono è un concetto su cui
mi trovo pienamente d’accordo. E questa volta il mea culpa dovrebbe essere fatto proprio dai blog piccoli.
Come molti saprete ho iniziato la mia esperienza di
blogger tre anni fa: prima di allora non ne conoscevo nemmeno uno, non sapevo
come muovermi né ero una grande esperta di recensioni.

Le collaborazioni con le case editrici sono cominciate
dopo circa cinque mesi, perché venni contattata da una di queste chiedendomi se
avessi voglia di scrivere una recensione su un libro inviatomi. Non mi è mai
passata per la testa l’idea di lasciarmi condizionare dall’invio gratuito dei
libri e le esperienze successive mi hanno anzi posto nella condizione di attirarmi
le antipatie di chi mi aveva omaggiato: è successo che, dopo una recensione da
tre stelle, non fossi più contattata, e che una volta mi fossero chieste ferme spiegazioni
per una recensione distruttiva e cattivella. In quel caso, lo ammetto, ero anche
animata da un senso di rivalsa proprio sull’editore, che in modo palese e
indecente stava approfittando della collaborazione per trarne più pubblicità
possibile. Ciò non toglie che il libro fosse brutto, scritto male, e quasi
plagiato da Twilight e fui contenta di poterlo riscontrare. Con questa casa
editrice ho da tempo troncato: politiche che non condividevo, libri a dir poco
orribili e che mi ritrovavo, puntualmente, a recensire negativamente, e una
considerazione dei blogger che mi disgustava.
Per alcuni episodi non si trattava di antropologia del
dono, quanto di una corsa alla competizione tra blogger per ottenere in palio
qualcosa. Niente di tanto inconscio, affatto.
Ho però riscontrato, parlando con alcuni blogger più
ingenui, che, anche quando la casa editrice si comportava in maniera più “tranquilla”,
l’antropologia del dono fosse in atto: si tendeva a parlare bene di un libro e
a partecipare ad iniziative a questo dedicato nonostante non fosse piaciuto.
Certe volte succedeva involontariamente, certe volte no. L’incapacità del
giovane blogger di prendere una posizione, di rifiutare un’occasione data, il
desiderio di non deludere e “rovinare tutto” volgeva a favore della casa
editrice. “Strumentalizzazione” era la parola che mi veniva in mente.
Ancora: è anche capitato che, contravvenendo
pubblicamente ad una iniziativa di una casa editrice verso i blog che trovavo
ambigua, fossi attaccata da blogger con molta meno esperienza di me, aperti per
lo più da poco, che anziché ragionare sulle mie obiezioni prendevano le parti
della casa editrice – non so se sinceramente o con l’esclusivo obiettivo di
fare buona impressione davanti alla c.e. lì presente, a mio discapito.

L’antropologia del dono è, a mio avviso, qualcosa di
molto presente all’interno dei blog letterari. Molto spesso è accompagnata
dalla giovane età e dall’inesperienza, talvolta dalla vanità e dall’ambizione.
E’ possibile individuare recensioni “condizionate”,
inconsciamente o consciamente che siano? Per quanto riguarda i blog letterari
più piccoli, è frequente l’uso di ringraziare, a inizio post, la casa editrice
che ha mandato il libro che stanno recensendo. Non vi illudete sia sempre una
volontà di trasparenza, spesso è l’ostentazione di quella vanità a cui
accennavo. Tendo a fidarmi poco delle
recensioni troppo entusiastiche, piene di frasi a effetto, o che non criticano
nulla. Devo ammettere che anche l’età del blogger va a suo svantaggio: i giovanissimi
sono quelli più vulnerabili al meccanismo, complice anche la gratificazione che
ricevono dall’attenzione data dalla casa editrice - un’autorità che, al
contrario di altre che poco li considerano, per quanto “importante” e “autorevole” intrattiene con
dei semplici adolescenti scambi di mail.
A proposito dell’aperta dichiarazione di ricevere libri
dalle case editrici: alla fine del pamphlet eFFe stila una sorta di decalogo
del buon blogger. Da ora sarò costretta a parlare solo in base alla politica
che adotto io per il mio blog, che ovviamente non è universale e nemmeno
necessariamente giusta.
Il primo invito è
appunto: “Sii trasparente. Se fai qualcosa per qualcuno, dillo apertamente. Se
ricevi dei beni materiali, dei benefici o dei privilegi per il tuo lavoro,
dichiarali.”
Dato che l’unico bene materiale che ricevo dalle case editrici
– quando li ricevo – sono i libri, e dato che questo fatto non influisce nella
maniera più assoluta nella mia recensione, per quale motivo dovrei precisarlo
ogni volta? Libri procuratemi autonomamente o inviati dalle case editrici non
hanno differenza. Per un caso davvero fortuito, però, un paio di giorni fa è
stata finalmente inserita la sezione Policy che trovate sopra l’header del
blog, dove viene esplicitato che collaboriamo con case editrici. C’è stato un
periodo in cui, come in molti blog, avevamo il nostro spazietto in colonna con
i banner di tutte le case editrici con cui avevamo rapporti. Poi decisi di
toglierlo perché lo consideravo un’ostentazione, una sorta di gara al
montepremi – rappresentato dall’accumulo di collaborazioni – più cospicuo.

Al giorno d’oggi non
saprei nemmeno quantificarle, perché non sono continue – molto spesso
occasionali – e perché un episodio di collaborazione non è detto si ripeta una
seconda volta.
Ovviamente l’invito alla trasparenza è delle migliori
intenzioni, e non è certo da biasimare. L’auspicio di eFFe è anzi quello di
creare una condivisibile e limpida interazione tra lettori, blogger e case
editrici, soprattutto a favore dei primi che devono essere avvisati se c’è un
qualsiasi cavillo con la casa editrice. Io non ritengo che questo sia
necessario anche per l’invio dei libri: penso che conti molto, al contrario, se
il blogger viene pagato per scrivere la recensione.
Il secondo punto è: “Sii equo. Le grandi aziende e i
grandi gruppi hanno già dei forti canali di comunicazione, mentre le piccole
realtà culturali (editori, artisti, compagnie teatrali, case discografiche)
faticano ad avere visibilità: se puoi offrire uno spazio e una parola, offrili
in primo luogo a chi ne ha più bisogno.”
Qua sforiamo in una concezione molto comune di blog
letterario, che più volte, con incredulità, ho constatato esistere. Ho detto io
stessa che, recensendo un libro, chiunque si trova, pur a suo discapito, a
farne pubblicità. E sul mio blog sono presenti anteprime e rubriche che
rappresentano una vetrina: nonostante la mia intenzione sia valorizzare il
prodotto in cui credo, è inevitabile che, essendo il marchio veicolato al
libro, stia esaltando anche il marchio. Questo non cambia però le mie
intenzioni: non uso il mio blog come uno spazio pubblicitario. Ad importarmi è
il libro – in cui credo nel momento in cui scrivo un post di segnalazione – non
l’editore a cui è legato. Quindi perché dovrei dare più spazio ad una realtà
più piccola, se questa non mi piace o mi lascia indifferente? Semplicemente
perché ha meno occasione di pubblicizzarsi? Non dovrebbe essere la qualità a
farla da padrone, anziché queste gerarchie buoniste?

Abbiamo sempre recensito piccoli e grandi editori, esordienti
e autori conosciuti, tutti legati da un denominatore comune: la convinzione
che, in quell’editore, in quell’autore e in quel libro, esistesse un motivo per
parlarne. Indipendentemente se piccolo o grande. Non do spazio a tutte le
persone e a tutti gli editori che mi scrivono, ma solo a quelli che penso se lo
meritino. Perché il loro libro non ha una trama scontata, perché la mail è
scritta correttamente in italiano – non è certo cosa da poco nel mondo degli
esordienti o aspiranti scrittori -, perché qualcosa mi incuriosisce. Sullo
stesso criterio faccio anche segnalazioni, quella che sospirosamente può essere
definita pubblicità. E ripeto che subiscono lo stesso trattamento sia le grandi
editrici che le piccole.
Anzi ho proficui rapporti con certe piccole, mentre da
certe grandi non vorrei ricevere nemmeno un segnalibro.
E’ vero però che molti blog – e parlo ancora una volta
dei più piccoli, anche se, a mio avviso, anche i grandi hanno le loro colpe:
vedi palesi recensioni marchette - si facciano influenzare dal marchio
editoriale: una copertina luccicante, una sinossi ben congegnata – e per “ben
congegnata” intendo: frasi fatte e brevi spezzate da un punto, di solito in
numero di tre; scenari suggestivi che introducono la trama; enunciazione degli
ambitissimi traguardi raggiunti dal libro, che di sicuro vi cambierà la vita –
e un titolo accattivante non sono gli unici fattori che predispongono il
blogger alla lettura del libro di una casa editrice piuttosto che di un’altra
minore. Sovente questa scelta è guidata dalla convinzione che la c.e. più
grande sia migliore e inoltre il blogger non fa certo lo sforzo di andare a
cercare il piccolo editore di qualità. Errata è anche la convinzione opposta: che le piccole
case editrici siano necessariamente sinonimo di qualità o onestà.
Uno dei punti fondamentali dell’ebook è d’altronde
questo:
Spinti da cause diverse – il narcisismo, la volontà di compiacere, la miopia
dei loro gestori, la speranza di intrattenere rapporti più solidi o
semplicemente un entusiasmo che rende ciechi ai meccanismi del mercato
editoriale – si trovano a produrre contenuti che contribuiscono ad aumentare lo
squilibrio di forze tra marchi editoriali.
Quello che preoccupa è, insomma, lo squilibrio tra
piccoli e grossi editori. I blog dovrebbero pubblicizzare più i primi che i
secondi, perché, insomma, non hanno la stessa disponibilità ed è giusto così.
E qui mi rispecchio pienamente nell’accusa di eFFe:
Nel caso dei book blog, ciò che nel migliore dei casi è
naïf e nel peggiore un insulto all’intelligenza è affermare cose come “noi
scriviamo solo dei libri che ci piacciono e non ci poniamo il problema degli
editori”. Se ciò fosse vero rappresenterebbe il segno evidente di
un’irresponsabilità morale, culturale e sociale; e nel negare il “problema”
degli editori non farebbe altro che consentire a questi la privatizzazione di
uno spazio e di un’intelligenza collettivi.

Insomma, il fatto che a colpirmi debba essere il libro e
non l’importanza dell’editore – poi magari preferisco il libro di una c.e.
piccola a quello di una grande, ma questo sembra non entrarci: viene dato per
scontato che un simile criterio deponga automaticamente a favore delle grandi
case editrici – mi rende una irresponsabile dal punto di vista morale,
culturale e addirittura sociale.
Non nego che il monopolio delle grandi case editrici all’interno
dei blog letterari esista. Di certo, su dieci recensioni, una appartiene ad una
piccola realtà e nove alle più grandi. Ma sono assolutamente contraria al
pensiero per cui una piccola casa editrice debba ottenere un trattamento
diverso dalla grande, perché sì: tutti dovrebbero semplicemente essere
trattati nello stesso modo. Ovvero: se lavori bene, ti do la mia attenzione e
lo spazio sul mio blog. Altrimenti il mio non è uno spazio affittabile al
migliore offerente o al più bisognoso (cioè non mi chiamo Caritas), e non
importa se tu sia un piccolo o grande editore.
Sugli altri punti (sii rispettoso dei tuoi lettori, cita
le fonti, apriti alle novità e alle sperimentazioni) non posso che essere d’accordo.
L’ebook di eFFe è, come lui stesso ha affermato, basato
sulla sua esperienza: mi sembra quindi che tutte le realtà minori non siano
stati considerate né scinte, e che si faccia un discorso che uniforma grandi e
piccoli blog. O che, peggio, parla solo dei grandi, come se i piccoli non
esistessero. Un’analisi quindi che non vara il ventaglio di tutte le
possibilità e che ne risulta, suo malgrado, superficiale.