mercoledì 19 marzo 2014

Recensione: Il segreto della colomba di Manuela Mazzi



Il segreto della colomba, Manuela Mazzi
Photo Ma.Ma. Edition
17,00 euro, 400 pagine

Il segreto della Colomba è un thriller di Manuela Mazzi, uscito a settembre e già piuttosto apprezzato dal pubblico.
L'ambientazione tocca inizialmente la Svizzera, stato in cui vive l'autrice, ma si sposta poi in Scozia, dove fra kilt e antiche leggende si svolge il grosso dell'azione.
Il filo conduttore è dato da una pietra misteriosa, detta la Pietra del Destino e da una confraternita di dodici persone con il compito di custodirla. A rompere l'ordinaria routine dei guardiani sono una serie di rapimenti che li coinvolgono molto da vicino, in particolare quello di Prisca, la figlia di uno dei dodici. Lo scopo di Melchisedek, come si fa chiamare il colpevole, è quello di ottenere l'ubicazione esatta della Pietra e per farlo è disposto a tutto, persino ad uccidere.
Ad occuparsi della faccenda saranno Chris e Paride, una coppia improvvisata ma ben assortita che ha molto a cuore la salvezza di Prisca. Fra antiche leggende e verità storiche ormai dimenticate i due si troveranno a fare i conti con un assassino spietato quanto brillante.

I presupposti di questo thriller sono molto buoni: giocare con fatti storici che si perdono nel tempo e riportarli a galla, cercando di dipanare la matassa di leggende che si è creata attorno ad essi, è sempre un buon modo per affascinare il lettore. Se state pensando a Dan Brown, niente di più sbagliato, Il segreto della colomba è meno cupo e sicuramente meglio costruito.
Credo che per un'analisi corretta del libro, sia necessario dividerlo su due piani: da un lato la scrittura, dall'altro i contenuti.
Parlo subito di quello dei due che ho apprezzato meno, ossia la scrittura. Il modo di scrivere della Mazzi è quasi sempre corretto - tranne qualche piccolo refuso qui e là - e dimostra una buona padronanza della lingua, ma a volte questo linguaggio è troppo ridondante.
Si incontrano molto spesso frasi come “una pietra ovale sulla quale vi era scolpito...”, oppure “Chris lesse il nome che vi era indicato sulla buca delle lettere” e via dicendo, con grande abuso di particelle rafforzative che alla lunga danno fastidio e non sono assolutamente necessarie.
Sempre parlando di ripetitività, la scrittura della Mazzi ha un livello di analiticità molto elevato, soprattutto nelle descrizioni, ricorda quasi i famosi thriller svedesi, è estremamente dettagliata, e questo a lungo andare risulta essere una pecca poiché interrompe il momento dell'azione riducendo di molto la suspense che si crea e a tratti risulta anche leggermente noiosa. Ben vengano le parti più prettamente informative del libro, come quella in cui si raccontano le vicende della Pietra del Destino attraverso i secoli, che sono molto interessanti, ma andrebbero sicuramente limitate e trattate in modo più rapido.
Altro punto a sfavore sono i dialoghi diretti, che a volte risultano un po' forzati.
In generale comunque, tutte queste sono sfumature che si percepiscono in modo minore nell'impianto narrativo del libro, ma che sarebbe meglio eliminare definitivamente.

Passando invece sul piano dei contenuti c'è davvero poco da obiettare, il libro è coinvolgente e ben costruito. Non ricordo quale scrittore - forse King? - disse “scrivi solo di ciò che conosci”, ed è esattamente quello che Manuela Mazzi ha fatto in questo thriller. Le sue descrizioni della Scozia, della Svizzera, degli usi e del folklore, ma anche degli aspetti tecnici dell'indagine sono resi con grande competenza e un'evidente conoscenza appassionata di tutto ciò di cui parla. Per il lettore quindi le immagini sono vivide, quasi si trovasse nei luoghi narrati e il risultato non può che essere una lettura piacevole. Credo che  Il segreto della colomba, in questo senso, potrebbe essere definito un thriller-documentario.
La Mazzi, inoltre, è una scrittrice che non ha paura di indagare a fondo ogni dettaglio, che si tratti di sentimenti o banalmente di come manomettere un elicottero. Non sorvola su niente, ma si occupa di tutto in dettaglio, quasi come una sfida continua con se stessa, cosa che non è scontata nei thriller, dove molti autori scelgono, con abili giochi narrativi, di bypassare i tratti più complicati. Lei invece racconta tutto, risolvendo i problemi abilmente e in modo del tutto credibile.
Come vi dicevo, Manuela Mazzi è analitica, risponde coerentemente a tutte le domande del lettore, e le sue sono risposte molto ampie, forse anche un po' troppo, ma si ha la percezione continua di una scrittrice che conosce ciò di cui parla.
Per quanto riguarda l'intreccio, anche qui, nulla da obiettare. L'azione si svolge in modo corretto, non ci sono indizi che piovono dal cielo o intuizioni esagerate, l'indagine di Chris e Pardie si costruisce mattone dopo mattone e le connessioni sono sempre plausibili. La trama è bella, ben orchestrata e si segue con interesse e partecipazione.
I protagonisti sanno affascinare nelle loro diversità, e anche se ricalcano un po' dei modelli prestabiliti - Chris è il braccio, il personaggio pratico, quello che agisce, Paride è invece quello più riflessivo e timido che ragiona e per l'azione si affida a Chris – sono ben bilanciati e sanno accattivarsi il lettore. Ben riuscita è anche l'idea di far procedere l'azione sia dal loro punto di vista, sia da quello di Melchisedek, per farci conoscere meglio anche l'antagonista.
Il segreto della colomba è un thriller “leggero”, nel senso che gli omicidi non sono il fine di Mechisedek, ma sono solo un mezzo con cui intende raggiungere i suoi scopi, quindi hanno un'importanza relativa e non danno luogo a copiosi spargimenti di sangue. La Mazzi sceglie perciò di lasciarli più sullo sfondo. Li utilizza principalmente per delineare i tratti caratteriali dell'assassino: un assassino interessante, non uno psicopatico qualunque, ma un uomo brillante quanto privo di scrupoli, un connubio molto inquietante e sicuramente vincente.
Sempre a proposito di Melchisedek, non è impossibile - nemmeno troppo facile - indovinare chi si celi dietro questa identità, ma la scrittrice ha la bravura di lasciare dubbioso anche il lettore più attento, ed è lei a scegliere quando svelare l'enigma definitivamente.

Questo è un libro che riesce a coinvolgere il lettore e a non essere banale, con interessanti scorci sulla storia e i paesaggi della Scozia, con una trama interessante e dei personaggi del tutto plausibili che non compiono imprese al limite dell'impossibile ma procedono molto più umanamente passo dopo passo. Molto piacevole.

Sul sito di Manuela potete leggere i primi 4 capitoli del libro: http://www.manuelamazzi.ch/files/Z1---Il-segreto-della-Colomba---4-capitoli.pdf

Voto: 



lunedì 17 marzo 2014

Il tempio degli otaku #95: “Piece” di Hinako Ashihara






Salve a tutti, e benvenuti ad un'altra puntata de “Il Tempio degli Otaku”! Era da tanto che volevo fare una recensione sull'opera di questa settimana, un manga che seguo da anni (da prima ancora di cominciare a curare questa rubrica). Non le mancava niente per meritarsi un posto nel Tempio: una storia non convenzionale e profonda, capace nonostante tutto di mantenersi su buoni livelli qualitativi, con personaggi tridimensionali e spunti interessanti. L'unico “problema”, se così vogliamo chiamarlo, è che non era finito. Adesso, però, è finalmente arrivato anche in Italia il capitolo conclusivo di questa serie. Perciò, bando alle ciance: oggi parliamo di “Piece” di Hinako Ashihara. Buona lettura!

A volte il destino ci fa strani scherzi, tessendo catene di eventi negativi o positivi in un ristretto arco di tempo. E' proprio quello che capita a Mizuho Suga: in primis viene lasciata dal suo ragazzo, che l'accusa di essere troppo fredda dal punto di vista emotivo. Dopodiché viene a sapere dalla sua migliore amica, Remi Nishida, della morte prematura di una loro vecchia compagna di classe, Haruka Origuchi. A dire il vero nessuna delle due può vantarsi di conoscerla bene: per tutti i cinque anni di scuole superiori la ragazza era sempre stata sulle sue, senza mai instaurare rapporti profondi con chicchessia.
Mizuho partecipa alla veglia funebre principalmente per senso del dovere. Tutto cambia, però, quando la madre della defunta la intercetta, chiedendole un favore piuttosto delicato. Nell'estate della seconda liceo, infatti, Haruka sembra essere rimasta incinta, ed aver abortito: ma sua madre non ha mai saputo chi fosse il padre del bambino. Per scoprirlo, perciò, la donna chiede aiuto a colei di cui Haruka parlava sempre con grande affetto: Mizuho, appunto. Nonostante i comprensibili dubbi, quest'ultima decide di assumersi questa responsabilità. Non sarà un compito facile, però: tra i primi indiziati c'è l'instabile Hikaru Narumi, con cui Suga ha avuto in passato una relazione piuttosto ambigua. Le vicende di Origuchi si mischieranno con quelle personali di Mizuho: riuscirà la nostra a sopportarne il peso emotivo?

La premessa da cui parte la vicenda narrata potrebbe quasi trarre in inganno su cosa si fondi veramente questa serie. Sarebbe lecito aspettarsi una storia dal ritmo incalzante, quasi thriller, in cui la vita della povera Haruka viene scandagliata minuto per minuto, magari scoprendo lati oscuri ed impensabili; ma sarebbe ugualmente possibile una storia in cui questo preambolo viene abbandonato per lasciare spazio ai turbamenti amorosi di Suga per il problematico Narumi.
In linea di massima, però, possiamo dire che “Piece” si trova esattamente nel mezzo: ora dando più spazio ad una sottotrama, ora ad un'altra, ma senza mai lasciare pezzi per strada (ehm...). Nonostante la narrazione si svolga in un periodo di tempo piuttosto breve il ritmo è pacato, scandito dalle riflessioni della protagonista: non mancheranno però momenti di tensione e rivelazioni che smentiranno tutte le nostre certezze.
Dal punto di vista tramistico, tuttavia, non sono sempre rose e fiori. Nella seconda metà dell'opera, infatti, c'è – almeno a parere di chi scrive – un lieve calo narrativo, come elementi introdotti troppo tardivamente per essere di reale importanza, che provano che la Ashihara non avesse, in realtà, pianificato nei dettagli la verità su Origuchi. Nonostante questo doveroso appunto, però, l'opera non “salta mai lo squalo” e riesce sempre a tenere livelli qualitativi più che dignitosi.

In ogni caso, il vero asso nella manica di “Piece” rimangono i personaggi, piuttosto sfaccettati e ben caratterizzati. Un esempio lampante è sicuramente Mizuho, che non si limita a fare da tramite tra il pubblico ed Haruka, ma si dimostra capace di reggere la storia sulle sue spalle. Nel corso dei volumi, infatti, muta profondamente il suo atteggiamento nei confronti della vita. All'inizio la vediamo gelida ed impenetrabile: nonostante sembri piuttosto integrata – va all'università, ha delle amiche – in realtà c'è una barriera tra lei e il mondo esterno. Barriera che vedremo cadere gradualmente, grazie a Narumi e soprattutto ad Haruka. Anche qui le apparenze ingannano: quest'ultima ci viene dipinta nei primi capitoli come riservata, quasi asociale, mentre invece nel corso della narrazione scopriamo una persona totalmente differente, che ha a cuore gli altri ed è capace, seppure in maniera molto discreta, di cambiare le loro vite: potremmo quasi dire che funge da simbolo, per loro, e da ispirazione. E' interessante vedere il confronto tra queste ragazze così distanti, e come in realtà queste distanze si modifichino e si ridimensionino con il passare del tempo.
Un altro personaggio degno di nota è Narumi, il protagonista maschile. Il playboy insensibile e sbruffone nasconde infatti dei traumi profondi che lo hanno portato ad essere incapace di instaurare una vera relazione, neanche se alimentata da sentimenti profondi come quelli che Mizuho prova per lui. Il suo comportamento ambivalente, seppure spinto da motivazioni forse un po' eccessive, risulta plausibile e ben caratterizzato.
La lista potrebbe andare avanti a lungo, comunque, perché anche il resto del cast, compresi personaggi i personaggi secondari, riescono a distinguersi in positivo e a rimanere impressi oltre la lettura – e il loro reale peso nella storia.

Il tratto di Hinako Ashihara è piuttosto semplice, fedele agli stilemi del genere shojo: tavole molto ricche, dalla disposizione delle vignette irregolare, character design piuttosto semplice che pone – anche qui come da “tradizione” shojo – in risalto gli occhi, ampio uso di retini. Nonostante lo stile di disegno non sia esattamente inconfondibile tra la folla, anzi, migliora nel corso dell'opera e diviene sempre più personale, pronto ad esaltare gli avvenimenti e, sopratutto, i sentimenti provati dai personaggi. In tal senso perciò possiamo dire che sia adatto alla storia narrata, intima ed introspettiva.

...E per oggi è tutto, cari amici. Arrivederci alla prossima volta, con “Il Tempio degli Otaku”!


venerdì 14 marzo 2014

La crisi d’identità della virgola nell’epoca dei social network


Galeotto fu l’sms. Un numero limitato di caratteri a disposizione marcava il limite tra l’invio del testo in un unico messaggio e la divisione in due invii con conseguente (e indesiderato) aumento del costo. L’etica del risparmio ci ha guidato nella creazione di abbreviazioni, sigle e riduzioni al minimo della punteggiatura.
Un declino progressivo e inesorabile ci ha visto passare per email, post, chat, per arrivare al famigerato tweet, che ha accelerato bruscamente la tendenza: 140 caratteri disponibili, nessuno spazio per perdersi in divagazioni inutili. Così la virgola è diventata semplicemente di troppo.
L’argomento è stato rilanciato da Enrico Franceschini, corrispondente da Londra per La Repubblica, che ha citato alcune interviste prese da famose testate britanniche, quali Times e Slate, in cui dei rinomati studiosi si interrogano sul futuro di questo segno d’interpunzione.
John McWhorter, docente di letteratura alla Columbia University, riferendosi alla virgola afferma che “si potrebbe togliere da buona parte dei testi contemporanei e la chiarezza non ne risentirebbe”, aggiungendo che “la maggior parte dei segni grafici sono convenzioni, ed è naturale che cambino nel corso del tempo”.
Un discorso simile a quello di Simon Horobin, professore del Magdalene College di Oxford: “C’è una tendenza generale a un uso più lieve della punteggiatura, che sta mettendo chiaramente al tappeto l’utilizzo della virgola”. Lo studioso osserva che i più giovani (la cosiddetta web generation) sono sempre più confusi dal diverso stile grammaticale del linguaggio online rispetto a quello insegnato nelle scuole, dove la virgola ancora resiste.
In realtà la riflessione sul declino dell’uso dei segni d’interpunzione nei nuovi strumenti di comunicazione è un argomento dibattuto già da qualche tempo ed ha prodotto due schieramenti contrapposti: da un lato, i conservatori che gridano allo scandalo e invocano lo spirito vendicativo dei grandi scrittori del passato; dall’altro, gli innovatori che adducono esempi di semplificazione della lingua già a partire dal mondo classico. L’esempio più citato è quello delle iscrizioni antiche, gli epigrammi, in cui si utilizzavano abbreviazioni e sigle che qualcuno riconduce ai nostri “xché”, “cmq”, “tvb” e così via.
D’altro canto, come ricorda Giulia Zoli su Internazionale, già Filippo Tommaso Marinetti, nel Manifesto tecnico della letteratura futurista (1912), proponeva di “abolire la punteggiatura in favore di uno stile vivo che si crea da sé, senza le soste assurde delle virgole e dei punti”.
Non mancano di certo autorevoli pareri contrari, come quello di Leopardi, secondo cui “spesse volte una virgola ben messa dà luce a tutto il periodo”. Ma lo stesso Leopardi era molto severo nei confronti di altri segni d’interpunzione: “Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io?”, scriveva nello Zibaldone.
A questo proposito, riprendendo ancora Giulia Zoli, è interessante osservare come un altro segno d’interpunzione, il punto e virgola, oramai venga quasi esclusivamente utilizzato dai giovani per strizzare l’occhio ;-)
È doveroso ammettere che il lessico, la sintassi e anche la punteggiatura mutano, più o meno velocemente, col passare del tempo. Se è assurdo pensare a come sarebbero stati dei grandi capolavori del passato senza le virgole (poiché la riflessione che si sta facendo è sul linguaggio del presente e del futuro, non su quello del passato), ha invece senso fermarsi a ragionare sulla funzione della punteggiatura nella comunicazione contemporanea.
A cosa serve la virgola? Una possibile risposta è che la virgola può rendere facile quello che altrimenti per il lettore risulterebbe poco comprensibile.
Dobbiamo quindi eliminarla solo per adeguarci alle più moderne esigenze di scrittura? Ognuno farà le sue valutazioni, ma se un suo utilizzo limitato, imposto da alcuni precisi contesti comunicativi, può essere accettato, sarebbe però sicuramente errato ritenere che la virgola abbia perso la sua funzione.
Essa infatti può rendere un discorso più chiaro, colorito, efficace. Essendo inoltre il più “leggero” fra i segni d’interpunzione, il suo uso non sempre è regolato dalla grammatica, ma dipende dalle scelte stilistiche personali e dal tono che si vuole dare ad una frase.
Eliminare la virgola contribuirebbe quindi a creare un mezzo comunicativo più povero, piatto, forse più rapido ma sicuramente più impersonale.

È possibile concludere che non bisogna essere chiusi di fronte agli innumerevoli cambiamenti che, grazie alla tecnologia e alla rete, stanno entrando nella nostra vita quotidiana, ma che tali mutamenti vanno analizzati, ponderati, soppesati, in modo da non accettare acriticamente ogni qual cosa ci venga proposta, ma valutandone di volta in volta i pro e i contro. E, malgrado ci siano problematiche forse più evidenti, ciò vale anche per la virgola.



mercoledì 12 marzo 2014

W...w...w... Wednesday! (55)



www...wednesdays è stato creato da MizB di ShouldBeReading


* What are you currently reading? (Cosa stai leggendo?)
* What did you recently finish reading? (Quale libro hai finito di recente?)
* What do you think you’ll read next? (Quale libro pensi sarà la tua prossima lettura?)





Il mercoledì arriva l'appuntamento con le letture settimanali, anche se questa puntata non registra sostanziali differenze con l'ultima. Sto ancora leggendo L'urlo e il furore: vana speranza è stata quella di consumarlo velocemente, non avevo certo capito che Faulkner fosse una sorta di mini-Joyce in cerca di vendetta. Su questo libro riversa uno sperimentalismo allucinante, dal flusso di coscienza agli sbalzi temporali di diversi anni tra una scena e l'altra - ovviamente in modo assolutamente incomprensibile -, ma anche se ci sto mettendo un po' a leggerlo, e anche se cerco disperatamente notizie su Wikipedia per capire cosa stia succedendo, mi sta davvero piacendo. Ma credo che dovrò rileggerlo almeno un'altra volta per capirlo bene.
Ho cominciato Silver della Gier (quel verde ramarro di sfondo è davvero terribile...) ma sono soltanto al terzo capitolo: sono contenta che abbia mantenuto uno stile frizzante e mai serioso, adatto proprio a una sedicenne - anche se temo che questa protagonista possa essere, per personalità, troppo simile a  Gwen, la protagonista della trilogia delle Gemme.
Intanto comunque ho finito La letteratura fantastica di Todorov - finalmente depenno una delle mie tanto numerose letture in sospeso -, che ho trovato bello e scorrevole, oltre che formativo - e poi mi piacciono molto gli esempi letterari che mi permettono di conoscere nuovi autori. Ho finito definitivamente anche Una serie di sfortunati eventi, dove il caro Lemony si è divertito a non spiegare assolutamente niente, a non chiarire nemmeno un mistero, e omettere anche un solo cenno su quello che sarà il futuro dei Baudelaire. Grazie, Snicket!
I prossimi libri che leggerò sono esattamente gli stessi di quelli della scorsa puntata (Storia d'inverno di Mark Helprin e Ragazza nera, ragazza bianca di Joyce Carol Oates), con un'unica variante sul saggio che sarà Storia dell'editoria letteraria in Italia di Giancarlo Ferretti per esigenze di tesi universitaria. Ho anche stilato una TBR di Marzo sul mio blog gemello, Biscuits Room, sperando che riesca a rispettarla (QUI). Attendo notizie sulle vostre letture!!


What are you currently reading?



What did you recently finish reading?




What do you think you’ll read next?




martedì 11 marzo 2014

Mondadori acquisisce Anobii: quali conseguenze?


Mondadori

L'affezione che mi lega ad Anobii è una di quelle che non potrei nutrire nemmeno per un amico/confidente lettore in carne e ossa. Con il social network dedicato ai libri sono cresciuta come persona e come lettrice, da quel 2008 che mi vedeva ancora studentessa liceale - tra un Flaubert e una Hamilton che commentavo nei modi più disparati. Anche con i problemi funzionali che hanno travagliato il sito negli ultimi anni, di cui tuttavia non ho mai particolarmente sofferto - complice la clemenza che si tribuisce a un figlio un po' capriccioso -, Anobii è sempre stata la mia casa. La creazione di una versione beta in cui vendere ebook mi aveva mandato nel panico, il cambiamento di rotta e l'annuncio di risolvere i bug - proposito mai portato a termine - mi avevano rincuorato. 

E' di poche ore fa, tuttavia, il comunicato stampa - di cui vengo a conoscenza attraverso lo stesso Anobii, mentre mi appresto ad accedere al sito - firmato Mondadori che ne annuncia l'acquisizione da parte del colosso editoriale. Mondadori promette le risorse necessarie per il tanto auspicato miglioramento del servizio, affermando addirittura che "sono già previsti investimenti per una nuova fase in cui, in breve tempo, Anobii raggiungerà i più elevati standard tecnologici e sarà dotato delle risorse necessarie per lo sviluppo di nuove funzionalità al servizio degli utenti."

Che Mondadori tuttavia acquisti un social dedicato ai libri esclusivamente per "ascoltare le persone" (come afferma Ernesto Mauri, amministratore delegato) e mettere "i lettori al centro"  appare ingenuo da pensare quanto infruttuoso da attuare. Sono forti i dubbi sulla manipolazione e il controllo dei dati degli utenti non solo a fini statistici - sarebbe il minimo - quanto sulle stesse recensioni - non dimenticando appunto che Mondadori è, prima di tutto, una casa editrice. Altro interrogativo nasce dall'affermazione secondo cui "l’accordo prevede che tutto il team che ha ideato Anobii abbia un ruolo centrale nel progetto per capitalizzare il prezioso patrimonio di conoscenza della comunità e delle sue dinamiche". I termini della capitalizzazione - che mi chiedo in quale modo dovrebbero declinarsi - includeranno anche la trasformazione in una piattaforma simile ad Amazon, magari con servizi di autopubblicazione? Anobii diventerà la costola di Mondadori, incline a promuovere o a vendere i libri della casa editrice?

Greg Sung, fondatore del social network, si dice entusiasta dell'accordo. Io, poco aperta ai cambiamenti soprattutto quando manovrati da un colosso aziendale, decisamente meno. La speranza che Anobii rimanga un posto libero, privo di pubblicità - e contemporaneamente di bug e disfunzionamenti - è tuttavia l'ultima a morire. 

venerdì 7 marzo 2014

Cheapy Books. Recensione: Angel di Elizabet Taylor




Angel, Elizabeth Taylor
Beat Edizioni
304 pagine, 9.00 euro
Ci sono certi romanzi, definiti classici anche se poco conosciuti, che riescono a catturare una storia collocata in un tempo passato e ad attualizzarla come se fosse stata scritta nel presente. È il caso del romanzo di Elizabeth Taylor (e non parliamo della famosissima attrice), Angel, ossia la scalata verso il successo di una ragazza che sogna di diventare scrittrice. Come Becky Sharp, una delle protagoniste de La fiera della vanità di William M. Thackeray, Angelica Deverell riesce a conquistare una posizione sociale, la fama, il successo, nonostante i suoi romanzi siano pieni di cliché ed errori ortografici, come anche di inesattezze sul mondo borghese a cui non appartiene, un mondo di lustrini e balli dove la felicità è solo una patina effimera che nasconde oscurità e maldicenza. La protagonista vede la realtà in modo tutto suo, giudicando gli altri non per quello che sono ma per quello che vorrebbe fossero, sentendosi parte integrante di un ambiente che ama ma che non la accetta pienamente e che disprezza le sue origini povere - con le quali non riuscirà mai a convivere. Lo stesso rapporto con la madre è simbolo di questo suo distacco: non ne accetterà mai la malattia e la lascerà morire negandogli la sua presenza. Angel riuscirà a vivere i suoi sogni e renderli reali, risiedendo nella dimora che ha sempre sognato e circondandosi di cimeli d’arte dal dubbio gusto. La ferma volontà di vivere una vita fatta d’arte la porta ad una profonda solitudine, della quale raccoglierà i cocci solo quando il fenomeno letterario comincerà ad avere il suo declino. Si accorgerà di aver sposato un uomo che ha idealizzato come se fosse un eroe, Esmé, un pittore tormentato, crudele e fedifrago, del quale non è per niente innamorata, e di non essere altro, essa stessa, che una proiezione della società che ha dipinto e criticato nei suoi romanzi con estrema superficialità.
Angel è l’antitesi di Jane Austen, che riusciva ad avere un occhio sibillino della sua contemporaneità, e il contrario di quello che dovrebbe essere una scrittrice secondo Virginia Woolf. La sua storia è ispirata alla vita di una scrittrice realmente vissuta, Marie Corelli, i cui romanzi ebbero un enorme successo nel tardo Ottocento, sebbene fossero aspramente criticati per eccesso di sentimentalismo e esagerato gusto per il melodrammatico.

Elizabeth Taylor ha scritto un romanzo appassionante e particolare, che per certi versi ha molto in comune con le storie di Dickens e del sopra citato Thackeray. La sua scrittura è moderna eppure per niente dissonante con la materia raccontata, ambientata nei primi del Novecento – il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1957 -, ricca di ironia e molto attenta ai particolari. Nella versione italiana non vengono meno i giochi di parole e le beffe che mettono in evidenza la scarsa cultura della protagonista, che sin dall’inizio si dice voler diventare scrittrice ma nello stesso tempo non amare gli studi. Evidente polemica verso una letteratura “non culturale”, il romanzo affronta poi le tematiche più disparate, come l’amore, l’adulterio, la violenza domestica e la guerra, il tutto affrontato mettendo in luce la psicologia dei personaggi attraverso le loro azioni. Il risultato è un romanzo sulla decadenza dei valori borghesi e sulla crisi delle coscienze, un volume che punta il dito sull’omologazione delle masse e la sfrenata corsa verso il successo.
Si può dire impropriamente che si tratti di un romanzo di formazione a doppio senso: da un lato è la storia di una ragazzina che diviene adulta e raggiunge il suo sogno; dall’altro è la storia di una donna che alla fine è costretta a fare i conti con il carattere effimero del mondo che ha sovrapposto a quello reale.
Potrebbe benissimo essere il racconto di vita di uno scrittore moderno, uno di quelli molto apprezzati, non di certo per la valenza letteraria delle sue opere, ma per la capacità di attrarre il pubblico, per la semplicità e la scorrevolezza delle parole, con temi comuni e fortemente stereotipati, arricchiti di trovate esotiche e di immancabili drammi e storie d’amore.

Devo ammettere che la lettura mi ha impiegato un bel po’ di tempo, nonostante sia stata appassionante, complice anche il tipo d’impaginazione scelto dalla casa editrice Beat: non sono un’amante dei margini stretti, poiché credo che l’occhio venga affaticato e forzato ad abbandonare la lettura di tanto in tanto. Detto questo, però, ne apprezzo la grafica di copertina e il prezzo ben più economico dell’originale Neri Pozza.

Alcuni anni fa ne ho potuto apprezzare la versione cinematografica di Angel, diretta da François Ozon, con la bravissima Romola Garai come protagonista, ad oggi una delle trasposizioni cinematografiche tra le più fedeli al testo originale. Vi consiglio di visionarla successivamente alla lettura, se siete interessati, anche se devo dire che le vicende sono raccontate con meno ironia, in modo che il lettore venga quasi forzato ad amare questo personaggio per empatia, perché in fin dei conti Angel è considerata un’ingenua sognatrice, cosa che credo avrebbe fatto storcere il naso alla Taylor.




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