martedì 10 settembre 2013

Novità: Tutti mi danno del bastardo di Nick Hornby



E' uscito il 5 settembre il nuovo romanzo breve di Nick Hornby, Tutti mi danno del bastardo (pp. 80 - euro 9,00 - eBook 4,99), edito come sempre da Guanda nella collana Prosa contemporanea. Il racconto Everyone's Reading Bastard, questo il titolo originale del volume, ha raccolto una media di quasi tre stelline e mezzo su Goodreads ed è stato pubblicato in Inghilterra prima come eBook poi come cartaceo, sfruttando anche il suo formato snello di 80 pagine. La storia ruota intorno alla giornalista Elaine Harris, famosa per la rubrica sulla sua vita coniugale, e al marito Charlie, noto dirigente di banca; al divorzio della coppia la rubrica diventa improvvisamente un modo tragicomico per raccontare e rendere pubblici tutti i fallimenti di Charlie come compagno, marito e amante. Nick Hornby ci regala una divertente e a tratti amara interpretazione del matrimonio e delle sue possibili deviazioni all'epoca del gossip, dei giornali scandalistici e dei network che invadono la nostra privacy. Lo stile è sempre lo stesso, disincantato, fresco e ironico e, nonostante le sole 80 pagine di cui è composto, Tutti mi danno del bastardo rimane uno dei titoli più attesi di questo rientro, soprattutto dai fan dello scrittore.

Tutti mi danno del bastardo - Nick Hornby
Tutti mi danno del bastardo è un romanzo dello scrittore britannico Nick Hornby, specialista nel raccontare storie di amori finiti male. In questo nuovo romanzo, Hornby dipinge un ritratto tragico e al tempo stesso ricco di humor di quanto confuse e meschine possano diventare le relazioni amorose nella società moderna. Un matrimonio andato storto e il successivo divorzio tra due persone costituiscono gli elementi scatenanti in grado di innescare una serie di comportamenti sciagurati e crudeli. Elaine Harris lavora per un quotidiano. Tiene una rubrica, molto apprezzata dai lettori, in cui racconta gli sviluppi del proprio matrimonio e della propria vita coniugale. Charlie, suo marito, è il dirigente di una banca molto conosciuta. All’incrinarsi della loro relazione fa seguito il divorzio. Tutto sembra concludersi così, ma a una settimana di distanza, Elaine Harris comincia a scrivere articoli velenosi sul quotidiano, raccontando ai lettori i motivi che hanno causato il divorzio. I subdoli articoli, inseriti nella nuova rubrica dal titolo “Bastardo”, rivelano le mancanze di Charlie come marito, come padre e come amante. Charlie ben presto si accorge della situazione quando, recatosi al lavoro, nota l’insolito comportamento dei colleghi nei suoi confronti. La colorita rubrica dell’inviperita Elaine, infatti, viene letta da tutti. Posto sotto i riflettori e seduto al banco degli imputati nel tribunale dell’opinione pubblica, Charlie auspica che l’ex moglie si stufi presto di questa deprecabile vendetta, ma si sbaglia. Il successo ottenuto dalla rubrica di Elaine, infatti, diventa un appuntamento fisso per sempre più lettori, i quali attendono con ansia di conoscere le disavventure matrimoniali della donna. E’ una vera e propria epidemia mediatica, che espone Charlie ai giudizi morali dell’intera società. Tutti mi danno del bastardo è un romanzo tragicomico in cui Nick Hornby riflette sull’amore all’epoca dei gossip, dei mass media e dell’attenzione della società per tutto ciò che è frivolo.

Nick Hornby
Nick Hornby è nato nel 1957 e vive a Londra. Dopo aver lavorato come insegnante, si è dedicato interamente alla narrativa, raggiungendo un vasto successo internazionale.


La società verso l’«Harmonizzazione»: quello che le donne vogliono davvero o ritorno ai valori del patriarcato?





Quando alla fine del XIX secolo Émile Durkheim scrisse Le regole del Metodo Sociologico, non credo avrebbe mai pensato che una studentessa di comunicazione avrebbe utilizzato i suoi studi per analizzare un fenomeno sociale particolare come quello che porrò adesso in esame. Lo spunto per questo articolo è nato da una conversazione con lo staff del blog e da una curiosa lettura fatta negli ultimi mesi per farmi un’idea della tematica. Oggi parliamo dell’«Harmonizzazione». No, non stiamo parlando di teoria della musica, bensì di un fenomeno sociale che sta colpendo la popolazione di lettori da un anno a questa parte e, in larga fetta, si sta diffondendo maggiormente tra il campione femminile. Come dice la parola stessa di nostro conio – o meglio del nostro Valerio – ci riferiamo alla ripresa dei “valori” e delle tematiche promulgate dalla letteratura rosa, o meglio dalla collana Harmony.
Innanzitutto, chiariamo cosa si intende per Harmony: il termine oggi indica un vero e proprio genere letterario, conosciuto anche come romanzo rosa o letteratura femminile, nato agli inizi del Novecento e diffusosi in Italia a partire dagli anni '80, quando nacque l’omonimo marchio da una joint-venture tra la casa editrice canadese Harlequin Enterprise e la Mondadori (conosciuto anche come Harlequin Mondadori, che recentemente ha inserito titoli di genere più eclettico in catalogo, modificando anche l’aspetto grafico).
Di cosa parlavano gli harmony negli anni ’80? Amori passionali tra donne comuni e uomini prestanti - spesso corsari -, storie ambientate nel passato, in grado di far sognare le donne e vero e proprio vademecum di quello che esse cercano in un uomo. Ma sarà davvero così? A giudicare da quello che le donne leggono – specificando che mi chiamo fuori da questa fetta della popolazione femminile e che ad ogni modo trovo altamente fastidioso generalizzare – mi verrebbe da dire di sì. In trent’anni non è cambiato poi molto, se tra le donne si sostiene di voler uomo in stile “Christian Grey”: tutte vogliono l’uomo bello, ricco, virile e dominatore, che può donarti ogni cosa in cambio della mera soddisfazione sessuale (anni e anni di lotta per l’indipendenza femminile debitamente finite nelle tubature dopo aver tirato lo sciacquone).
Ma procediamo tentando un approccio più sistematico: analizziamo le dicotomie paradigmatiche presenti all’interno di questi romanzi.
Prima tra tutte, alla base di una qualsiasi storia harmony/erotica che si rispetti esistono i protagonisti, una donna (spesso anche narratore) e un uomo, molto diversi tra loro, se non antitetici, che per un motivo o per un altro cominciano una scabrosa relazione. La donna genericamente è giovane, riservata, pudica e con poca esperienza in fatto di uomini; l’uomo è di successo, colto, bello e soprattutto esperto in materia sessuale. All’inizio delle varie storie che ho letto, si parte con una situazione di netta inferiorità del genere femminile nei confronti di quello maschile, dove l’inferiorità non è di tipo sociale, ma più che altro psicologico. Il “maschio” ha il compito di istruire la donna a pratiche considerate estreme, mentre la “femmina” si lascia istruire consenzientemente sottomettendosi.

Altro paradigma, sempre basato sull’identità di genere, è quello della donna indifesa e dell’uomo protettivo: la protagonista generalmente è vittima di abusi, subisce delle aggressioni, e spetta al maschio alfa proteggerla ed eliminare/occuparsi del problema, nella perfetta riproposizione dei principi cavallereschi per cui ogni offesa all’oggetto del proprio amore è da considerarsi recata al cavaliere che lo detiene, che ha l’obbligo morale di sfidare a duello il reo e punirlo dell’azione. La cronaca quotidiana mette spesso in primo piano notizie di violenze sulle donne, ponendo spesso l’accento sulla domanda futile e inopportuna che rimane implicita nel messaggio veicolato: era possibile evitare l’accaduto o la donna se l’è cercata? A giudicare da quello che leggiamo, l’unica soluzione all’orda di odio che viene scagliato sulle donne è che queste abbiano la loro personale guardia del corpo rappresentata dal compagno, senza pensare che forse più efficace sarebbe cercare di educare al rispetto per l’essere umano in quanto tale, eliminando le inutili differenziazioni di genere, razza e religione.

Un’altra tematica messa in evidenza dai romanzi succitati è quella della differenza di status sociale dei protagonisti: generalmente la donna è una medio-borghese, che fatica ad arrivare a fine mese, si paga gli studi con impieghi saltuari e precari, veste male e non ha stile. Al contrario l’uomo è un uomo capace di costruire grandi imperi finanziari dal nulla, un enfant prodige che ama ostentare la sua ricchezza e vive la vita in modo sregolato, innaffiando il suo mini-giardino zen nel suo favoloso completo Armani. L’uomo è in grado di fare tutto e regalare tutto, la donna di contro è capace e affabile in poche attività, per lo più semplici e standardizzate.
Tutte queste dicotomie si traducono in un unico grande sistema di valori che, nell’epoca della donna manager e capace di autodeterminarsi, segna un profondo ripetersi del passato, a dimostrazione dell’esattezza della teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche. Il patriarcato è ritornato in auge, - o, più probabilmente, non è mai davvero scomparso - suggerendo ancora una volta quanto sia legittimo che la donna sia succube dell’uomo, priva di qualsiasi identità e incapace di decidere della propria vita, inferiore perché trascinata solo dalla sfera emozionale poiché solo l’uomo è capace di utilizzare la ragione. In questa logica, la donna vorrà sempre accanto a sé un uomo che sia padrone della sua vita, mentre lei si deve adeguare a compiacerlo in qualsiasi cosa egli desideri.

Si assiste dunque, in campo letterario ma non solo, al ritorno ad una visione antiquata e già collaudata che non rende questa nuova letteratura erotica diversa da pagine e pagine scritte tra il Settecento e il Novecento. Se vogliamo, la questione della differenza sessuale è mitigata attraverso l’attribuzione di gravi traumi ai protagonisti maschili, che li spingono ad essere maniaci del controllo e a ricercare un appagamento sessuale di tipo inconsueto. Ecco perché le protagoniste femminili non riescono a stare lontane dai loro amati: senza dubbio si lasciano sopraffare dalla sindrome della crocerossina, immaginando che un giorno riusciranno a redimere il bad boy e a curare i suoi traumi. E così riescono a passar sopra alle violenze, ai tentativi di stupro e al pensiero che il proprio lui possa essere un assassino – se cercate un corrispettivo di questo tipo, lo trovate facilmente nella trilogia Crossfire. Inutile dire che nella vita la questione è più complicata: sarebbe tutto facilmente metabolizzabile o ci si allontanerebbe da certi individui? La risposta la lascio volutamente nell’aria.
Ciò che temo è la diffusione di un sistema di valori deviato che, a prescindere dalla valenza letteraria o meno dei prodotti che lo contengono, influenzi ancora una volta la visione della vita e le priorità di chi resta incantato da questi romanzi e piuttosto che leggerne i difetti si lascia “abbindolare” da quello che viene definito come l’oggetto del desiderio femminile, dimenticando i difetti e avvalendosi di un modello di perfezione maschile di dubbia esattezza. A queste donne consiglio vivamente di ripiegare su uomini imperfetti, ma proprio per questo affascinanti, presenti nelle pagine di Jane Austen, Charlotte ed Emily Brontë, che a distanza di due secoli restano ancora la più utile e fedele rappresentazione della realtà umana – anche se i loro personaggi vengono martoriati e riproposti in una luce diversa e addirittura sono stati oggetto di pubblicazione in una collana Harmony dedicata ai classici: spieghiamo a qualcuno che si tratta di romanzi di costume, non letteratura rosa.


Il problema è di più ampia scala. Non è solo la letteratura ad essere invasa da questi canoni, ma anche la pubblicità (cartacea e non), la televisione e il cinema. A meno che non si faccia completamente a meno di accendere il caro vecchio tubo catodico, è quasi impossibile imbattersi in una pubblicità – tanto più che ormai, anche prima di un clip musicale, su You Tube sono presenti i canonici quindici/trenta secondi di spot – nella quale si attesta la presenza del sistema di valori patriarcale/maschilista: prendete, ad esempio, le pubblicità dei profumi. La campagna 2012-2013 di Paco Rabanne relativa alle fragranze “One Million” e “Lady Million” incarna pienamente l’anima del nostro discorso. Nella prima versione, quella maschile, l’uomo è talmente potente da avere il mondo ai suoi piedi, ogni cosa che desidera si realizza schioccando le dita: è così per il denaro,  l’auto sportiva, il successo, una donna e il fine la stessa in déshabillé. Cercando di fare un’analisi semiotica spicciola dello spot in questione, il valore aggiunto del possedere il profumo “One Million” è quello di diventare un uomo che ha successo in mille campi, da quello finanziario a quello sessuale. L’utilizzo del profumo, insomma, lo rende così sicuro di sé da portegli far conquistare il mondo. La versione femminile non è molto diversa: l’uomo sta guidando, ma la donna decide, sempre schiccando le dita, che è il suo turno e materializza lo sterzo nel posto passeggero, togliendolo all’uomo ed evitando che lui discuta trasformandolo in un cane. Ma l’uomo schiocca le dita e si rimaterializza nella parte posteriore dell’auto. Messaggio veicolato? La donna può credere di essere padrona delle proprie decisioni, ma in realtà l’ultima parola spetta all’uomo. Ecco cosa viene a crearsi se analizziamo le due pubblicità insieme utilizzando il quadrato semiotico:






Non si nota nessun cambiamento nella nuova campagna, dove la disponibilità della donna e l’onnipotenza del
maschio alfa vengono messi ancora più in risalto. Altri spot che veicolano lo stesso paradigma uomo onnipotente/donna compiacente sono quello della campagna per la fragranza “Invictus” (sempre Paco Rabanne) e “Eros” di Armani nei quali gli uomini ricordano pienamente i super palestrati e dotati delle copertine harmony. Naturalmente questi sono semplici esempi, poiché le pubblicità sfruttano molto questi meccanismi (pensate alla pubblicità della Saratoga). La linea non cambia nemmeno per la carta stampata: le riviste pullulano di immagini di donne in pose sessuali, preferibilmente sottomesse all’uomo. Anche qui è inevitabile non pensare alle locandine pubblicitarie che, insieme a ritratti poco realistici di famiglie felici dal sorriso smagliante, ribadivano la necessità di tenere le donne “al proprio posto”. Nulla dunque è cambiato, la disparità uomo-donne realmente inesistente continua ad essere il leitmotiv pubblicitario per eccellenza. Tanto più sono sessiste le campagne, maggiore possibilità hanno di risultare di successo.

La cosa che dovrebbe lasciare riflettere è che si sta cercando di persuadere il consumatore che il passato sia positivo rispetto al presente, che i suoi valori fossero più “sani” e contribuissero ad una maggiore stabilità sociale. E se prima si imboccavano le donne con la storia di come il principe ritrovò Cenerentola facendole calzare la scarpetta, oggi il “must have” è il tanto nominato Christian Grey. E per quanto sfacciata, perversa e trasgressiva – almeno in forma, non in sostanza - sia questa scelta dichiarata, ciò non fa altro che riproporre l’inconsistente dialettica servo-padrone che il passato ci ha abituato ad accettare come istituzionalizzata. Lasciamo che si pensi questo, ma ciò che le donne vogliono – e gli uomini lo sanno – è molto più complicato.

lunedì 9 settembre 2013

Il meglio dell'editoria: Horror Time e What women (don't) want



Anche per l'editoria si concludono le vacanze estive e con l'autunno fioriscono le nuove iniziative. Quest'oggi ve ne vogliamo segnalare due di particolare interesse.
Il primo progetto di cui parleremo è interamente online, e riguarda un tema che, purtroppo, si è fatto molto pressante: la violenza sulle donne.

“Quello che facciamo è solo una goccia nell'oceano, ma se non lo facessimo quell'oceano avrebbe
una goccia in meno”
(Madre Teresa di Calcutta)
Così si apre il comunicato che annuncia l'uscita di What women (don't) want, l'iniziativa del blog collettivo Diario di Pensieri Persi che si propone di condurci in un percorso di sensibilizzazione e valorizzazione della donna, per combattere le forme di abuso fisico e psicologico di cui troppo spesso si legge sui giornali. I dati sono allarmanti, si parla di ben 124 donne uccise per femminicidio nel 2012, di cui l'85% dai propri compagni.

Il progetto, che ha dato vita a un ebook, si compone di racconti scritti da autrici e autori famosi, fra cui Simona Vinci, Gabriella Genisi, Maurizio De Giovanni, e anche dai meno famosi ma non meno talentuosi come Emanuela Valentini, vincitrice del torneo letterario Io Scrittore. Accanto a essi saranno trattati una grande varietà di temi riguardanti la donna sia di ieri che di oggi tramite articoli di stampo giornalistico, sociologico e antropologico, in un mix di scrittura e informazione che si propone di abbracciare e far emergere l'universo femminile, per comprendere meglio e non chiudere gli occhi davanti a quello che succede nel mondo.
A dare un maggiore impatto al progetto sarà la grafica di Petra Zari, la graphic designer di Speechless, e la fotografia di Giulia Pallaro.

L'ebook è disponibile gratuitamente all'indirizzo: 


Con questo progetto si vuole sostenere zeroviolenza.it e La casa delle donne di Bologna. È possibile effettuare una donazione con paypal direttamente sul sito La casa delle donne (www.casadonne.it) oppure donare il cinque per mille all'associazione.


La seconda iniziativa è interamente dedicata agli horrorofili, da troppo tempo orfani di riviste a tema: dal 10 settembre, infatti, debutta in edicola Horror Time, un mensile di ben 84 pagine, tutte a colori, che si occupa del genere a 360°.
L'idea è nata dalla volontà di colmare una lacuna di cui soffrono gli appassionati del variegato mondo Paolo Zelati - in veste di direttore responsabile - e Andrea G. Colombo - in quella di direttore editoriale. A loro si affiancano poi Marcello Gagliani Caputo, Andrea Lanza e numerosi altri collaboratori, di cui trovate la lista completa. Non mancano alcune anteprime sul sito horror.it.
dell'horror e si prefigge di trattare tutte le varie sfaccettature di questo universo. Fra i suoi autori troviamo nomi di spicco, ben noti nell'ambiente, come ad esempio i veterani
Nel primo numero troveremo una sezione dedicate al cinema, con recensioni, anteprime e interviste, che tratta sia dei film usciti nelle sale sia di quelli passati più in sordina, con spazio anche per le numerose serie TV. Tra i titolo trattati leggeremo You're next, L'evocazione, Wrath of he Crows e I's alive. Si passa poi alla letteratura con discussioni su svariati titoli, fra cui un'anteprima dell'atteso Doctor Sleep - il seguito di Shining di cui avevamo parlato QUI – uno speciale su Carrie e recensioni di molti altri autori italiani e stranieri, a cui si aggiunge un piccolo spazio dedicato ai libri fuori catalogo.
Non poteva mancare una sezione dedicata ai veri orrori, Real Horror, in cui gli argomenti spaziano dai serial killer alle fobie e ai miti sulle leggende.
A completare il tutto un serie di rubriche su videogiochi, musica e arte, un dizionario dell'orrore e una rassegna dei gadget a tema. Per rendere più appetibile la rivista ci sarà in ogni numero una foto ad alta risoluzione di una locandina rara.
Chiude la rivista Evento Zero, un romanzo a puntate di Andrea G. Colombo a tema zombie, che si propone di avviare un progetto di scrittura collaborativa con i lettori che affiancheranno le loro storie a quella principale.
Rivista mensile di cultura e cinema horror.

Eligio Editore Srl
Prezzo: € 5,90
Per ulteriori notizie e aggiornamenti: http://www.facebook.com/itshorrortime



Recensione: Cate, io di Matteo Cellini, vincitore Campiello opera prima 2013


Cate, io - Matteo Cellini
Caterina è un’adolescente e vive in un paesino di provincia, Urbania. La sua vita si divide tra liceo e famiglia, come quella di una diciassettenne qualsiasi. Cate però non è come gli altri: è obesa, come tutti i suoi familiari. Una vita di discriminazioni le ha insegnato che il mondo è diviso in “persone” e “non-persone”, a seconda della taglia. Caterina è una “non-persona” che fa uno sforzo sovrumano ogni volta che esce di casa. Il coraggio che sfodera per camminare in pubblico la trasforma in una supereroina: “Cater-pillar”, “Super-Cate”, “Cate-ciccia”; una tutina stretta su un corpo enorme, ingombrante e ridicolo è il segno della sua diversità. 
Convinta che il mondo dei “normali” sia ostile per natura agli obesi, Cate usa tutta la sua intelligenza per anticipare e neutralizzare le cattiverie che gli altri sicuramente le rivolgeranno. Due persone tentano di forzare la solitudine di Caterina: la sua professoressa d’italiano, amica e complice nell’amore per la letteratura, e Anna, compagna di classe a cui Cate ha impietosamente rifilato il nomignolo “annoievole”. Ma c’è dell’altro a terrorizzare Caterina: l’imminente 17 dicembre, giorno del suo diciottesimo compleanno, simbolico giro di boa e passaggio dalla gabbia confortevole della famiglia a un’emancipazione bramata e insieme spaventosa.
Editore: Fazi
Pagine: 216
Prezzo: 16.00 euro


Voto: 


Caterina, per tutti Cate, ha a malapena diciotto anni, ma sa già fin troppo bene come il mondo possa essere crudele. Tutti, nella sua famiglia – lei compresa – sono obesi, e perciò regolarmente soggetti a limitazioni e discriminazioni. Gli unici modi che Cate trova per sopravvivere alla vita scolastica sono cucirsi addosso un alone di isolamento autoimposto, il benvolere della prof. di italiano e soprattutto la promessa di un avvenire migliore all'università, dove verrà giudicata per quello che vale e non per quanto pesa. Ma prima di arrivare a questo traguardo la nostra dovrà superare diversi scogli, sia esterni che soprattutto interni, che si presentano sotto la forma di una banale festa di compleanno...

Si possono dire tante cose della trama ideata da Matteo Cellini, ma non, purtroppo, che sia originale. Protagonista giovane con un qualcosa che la rende una specie di reietta – in questo caso l'obesità – ma allo stesso tempo talentuosa e intelligente, con tanto di insegnante che fa “il tifo” per lei. Lo stesso si può dire della composizione della sua famiglia: madre iperprotettiva, padre che prova ma non riesce a manifestare i suoi sentimenti, fratello maggiore dalla vita misteriosa, fratellino alla ricerca della sua identità, una nonna sorprendentemente perspicace.
Tutti ingredienti già visti, è inutile negarlo: sono sicura che voi, leggendo queste righe, avrete già trovato chissà quante opere con queste caratteristiche. Ma non ci dilungheremo sui punti di somiglianza con questo e quel romanzo. Perché anche una trama già sentita può funzionare, se l'autore riesce a gestirla, e per fortuna questo è il nostro caso. Cellini sceglie di affidare la narrazione alla stessa Cate, un personaggio dalla voce ben riconoscibile; e già qui si dà una patina nuova a questa vecchia idea (e non è scontato). Inoltre, i pochi colpi di scena – quelli concessi da questo genere di trama, si intende – sono dosati con cura, dando alla narrazione un ritmo né troppo veloce né troppo lento.

Senza mezzi termini possiamo dire che la carta vincente del romanzo sia proprio lei, Caterina. La sua personalità, infatti, è assolutamente credibile e scandagliata nei minimi dettagli. Le sue sconsolate riflessioni sull'obesità e su come la società la rendano un problema non solo di salute, quanto più che altro di estetica ci fanno capire di trovarci di fronte ad una ragazza acuta e soprattutto dalla grande sensibilità – anche se lei non lo ammetterebbe mai. Questo la porta a mascherare la sua carenza di autostima – il fatto che si ritenga una “nonpersona” la dice lunga – con un atteggiamento ai limiti della scontrosità, mostrandosi estremamente disillusa sulla condizione sua e di quella della famiglia. Forse persino troppo. E l'autore non ne nasconde i difetti caratteriali solo in virtù del fatto che è la protagonista, al contrario li fa diventare spunti narrativi e li mette in discussione. Naturalmente, come ogni romanzo di formazione che si rispetta, il lieto fine è dietro l'angolo, ma è bello vedere come si arrivi a questo risultato.

L'introspezione psicologica degli altri personaggi è pesantemente condizionata dalla percezione che ha di loro la protagonista, ma non è un difetto, anzi. Spesso si creano delle discrepanze – volute – tra come li vede Cate e cosa fanno durante la narrazione: le due cose si completano a vicenda, evitando così di creare personaggi bidimensionali. Un ottimo esempio potrebbe essere Anna, una dei pochi compagni di scuola che è amichevole nei suoi confronti. Perché? Per la nostra è senza dubbio per pietà; per il lettore, invece, dietro potrebbe “persino” esserci del genuino affetto. Anche il resto del cast, chi più chi meno, ha una buona caratterizzazione, dovuta principalmente al crescere della consapevolezza di Caterina su di loro, come dimostrano Gionata, suo fratello maggiore, ed ancor più il padre. A onor del vero non sempre questo metodo funziona, e alle volte si vede la mano di Cellini che dall'alto dirige i personaggi secondo le indicazioni della trama: è il caso della prof. di italiano, che compie una scelta per niente coerente con il suo carattere, ma necessaria per l'economia della storia. In generale, comunque, il quadro è positivo.

Lo stile di Matteo Cellini è elaborato per essere un romanzo d'esordio. E' piuttosto duttile, si affida molto alla lunghezza della frase e alla sua impaginazione per convogliare le sensazioni di Caterina. Inoltre – cosa ahimè niente affatto scontata – vengono usati anche segni di punteggiatura diversi dagli onnipresenti punti e virgole. Come tutte le cose, però, c'è il rovescio della medaglia: la presenza abbondante di espressioni un po' troppo forti che vogliono chiaramente suscitare la meraviglia del lettore; tuttavia non sempre riescono nell'intento. Se teniamo conto del fatto che a narrare è una diciottenne, infatti, queste sembrano poco credibili ed artefatte. Parti come “il caffè macchia di un odore forte l’aria come un cane dalmata” o “sono una crepa sui loro calici di birra, una crepa preoccupante sui loro digestivi” avrebbero potuto e dovuto essere limate in fase di editing o quantomeno riadattate alla voce narrante. Questi, comunque, sono gli unici momenti in cui si nota la mano dell'autore in sede di scrittura e non del personaggio.

Pur non aggiungendo niente di realmente nuovo, “Cate, io” è un romanzo che ha molto da dire, considerando anche che è la prima opera di Cellini, che rielabora in maniera personale e sentita una trama già testata da molti altri. E, mi si permetta di aggiungere, che dipinge una figura di giovane realistica, a cui è facile credere e rapportarsi, che non vuole tanto esporre una morale – per quanto ben presente – quanto, semplicemente, raccontare una storia. Cosa purtroppo non scontata nel nostro panorama letterario, dove la narrativa per adolescenti alle volte appare troppo didascalica e “mirata” a veicolare un determinato messaggio più o meno condivisibile. Come dimostrano anche i successi letterari del romanzo, vincitore del premio Campiello ed entrato nella selezione dello Strega di quest'anno, Matteo Cellini è senza dubbio un autore “da tenere d'occhio”.   




Motivazione premio Campiello opera prima: 

"Opera di forte maturità e di elegante felicità stilistica, racconta con leggerezza la condizione di sofferenza propria di chi, diciottenne e smisuratamente obesa, si trova a fare i conti non solo con se stessa e il proprio fisico, ma anche con una famiglia di autentici "eroi della dismisura". Il racconto si sviluppa nel segno d'una tenera, amabile, sorridente autoironia proprio grazie allo spirito combattivo di Cate, tanto da farne uno "stile di sopravvivenza""


Matteo Cellini 
è nato a Urbino nel 1978, vive a Urbania e insegna lettere in una scuola media. Cate, io è il suo primo romanzo.

sabato 7 settembre 2013

La letteratura militante e la denuncia a Erri De Luca





Il ruolo della letteratura nella società civile sembra a volte che sia stato relegato ad un passato indefinito, soprattutto in Italia dove pochi scrittori discutono di attualità e prendono posizioni ferme -  forse a causa di una circolo culturale elitario ormai sempre più ripiegato su se stesso  e sui suoi premi.
Sicuramente un “militante” è Erri De Luca, uno dei più noti e amati e prolifici autori del Bel Paese che, da amante della montagna, ha sempre sostenuto la lotta No Tav della Val di Susa contraria alla realizzazione di una linea di treni ad alta velocità, la Torino-Lione.
De Luca ha più volte rivendicato il diritto dei cittadini all’ espressione del dissenso, anche violento, contro un’opera che distrugge il suolo e ha un dispendio economico importante. Di più: ha sottolineato la prepotenza e l’abuso di potere di governi, legati a interessi con le banche, che trattano le comunità come province conquistate da un impero.
Le posizione dure di De Luca – l’ultima rilasciata all’ Huffington Post dove dichiara: “Hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l’unica alternativa” - lo hanno portato ad una denuncia da parte di Lft, come annunciato dall’Ansa il 5 settembre, dopo che anche il filosofo Gianni Vattimo è stato convocato in procura a Torino a seguito della visita in carcere di un attivista No Tav.
Le reazioni alla notizia sono state poche: l'editore Feltrinelli, Wu Ming, Giulio Cavalli, Massimo Carlotto, Sandrone Dazieri, Arturo Robertazzi, Igiaba Scego, Loredana Lipperini hanno espresso solidarietà a De Luca, l’ultima evidenziando la “scarsissima propensione del mondo letterario italiano a esprimere solidarietà ai membri più famosi del medesimo. E la felicità perversa che nutre nel massacrarli”.
Riflessione che andrebbe ampliata alla luce, come dicevo all’inizio, di una letteratura italiana fine a se stessa e sempre meno coinvolta nella lotta civile, talvolta troppo rinchiusa nella propria torre eburnea. C’è bisogno di letteratura in un momento come questo, ma di una letteratura impegnata, partecipante e partecipe, che non si limiti alla carta e che prenda in mano le redini – come faceva una volta, d’altronde, muovendo idee, opinioni, creando immaginari.  Erri De Luca lo ha fatto e lo sta facendo, malgrado ridicole proposte di boicottaggio dei suoi libri.

Non mi esprimo sulla legittimità delle azioni violente dei No Tav: la denuncia a De Luca, che ha semplicemente espresso la propria posizione e per cui è stato denunciato per reato d’opinione, è certamente fuori luogo. Il silenzio dell’ editoria “impegnata” lo è ancora di più.

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